La Spagna, un paese incantato che esiste solo in Italia. Da Viva Zapatero! al «bel gesto» sull’#Aquarius

L’abbagliante Pedro Sánchez, nuovo premier socialista spagnolo.

di Victor Serri *

Ancora una volta la Spagna riempie le prime pagine italiane. La mozione di sfiducia al conservatore Rajoy ha fatto diventare premier il socialista Pedro Sánchez e così per Left «la Spagna vede rosso», mentre per Il manifesto è semplicemente «Cambio».

Scompare la questione catalana, già passata di moda, e si torna alla visione idilliaca della Spagna pre-crisi del 2008. Dai mille feriti del referendum dell’1 ottobre ci separa meno di un anno, e sembra che tutto si sia già risolto con un nuovo governo. È chiaramente una narrazione distorta, che nega la complessità dei processi politici, istituzionali e di movimento.

Quest’idea della «Spagna felice» ha cominciato a formarsi una quindicina di anni fa.

Fino ai primissimi anni del nuovo secolo la Spagna era vista come un paese economico per andarci in vacanza, leggermente esotico. Se ne sapeva poco e, al di là di un interesse politico per il conflitto basco, solo pochi specialisti ne parlavano. Era la terra del flamenco, delle spiagge, delle belle vacanze.

Ma nel 2002 esce un film, intitolato L’appartamento spagnolo. Parla di studenti Erasmus, di una vita di amori e viaggi, della ricerca di una realtà aperta in una Barcellona aperta, soleggiata, gioiosa. In Italia sono gli anni dell’editto bulgaro di Berlusconi, della legge Biagi, del dibattito sul conflitto d’interessi. C’è appena stato il G8 du Genova e si respira repressione, mentre la sinistra istituzionale comincia ad annaspare.

Proprio l’editto di Sofia è uno dei presupposti del documentario Viva Zapatero! di Sabina Guzzanti, del 2004. Vi si parla ancora dell’Italia e della Spagna, comparandole, con una visione bianco vs. nero. José Luis Rodríguez Zapatero, il leader socialista spagnolo, diventa l’esempio a seguire. Lui, capace di trasformare un paese, affermando una reale libertà d’espressione nelle televisioni nazionali, è l’antitesi di Berlusconi. Si ritorna a guardare alla Spagna, ma la visione ora è cambiata: è una terra di democrazia e libertà.

Inseriamo questi nuovi elementi nel tradizionale immaginario collettivo italiano sulla Spagna: un paese dove si mangia la paella, c’è il sole, il mare, sesso facile, divertimento a prezzi modici.

Un immaginario in parte costruito durante il franchismo per dar vita a una industria turistica, ma che ha svolto anche una seconda funzione: imporre l’immagine di una nazione unica e omogenea. La Spagna non si è mai sentita così, neppure negli anni neri della dittatura.

In quel momento si forma in Italia un’idea: quella della fuga. Fuga «dei cervelli», o per cercare un posto migliore dove vivere. Anche dove vivere a sinistra, cosa che in Italia sembra sempre meno possibile. Detto fatto. Inizia la migrazione verso la Spagna.

Nel giro di pochi anni, quella italiana diventa la prima comunità di stranieri a Barcellona, e il flusso migratorio è costante, sostenuto anche dai media italiani: Il Fatto Quotidiano apre addirittura una sezione in cui si raccolgono le testimonianze dei «cervelli» che hanno deciso di emigrare, principalmente nella penisola iberica. La narrazione è abbastanza semplice e ripetitiva: un giovane italiano, formato e preparato, non riesce a vivere nel Belpaese, quindi decide di andare all’estero e la sua vita diventa un successo.
[Aggiungiamo che  nel 2006 MTV Italia manda in onda Italo… Spagnolo, programma in ben 27 puntate presentato da Fabio Volo in un appartamento molto fico sulla Ramba di Barcellona, N.d.R.]


Con tutto questo background culturale, è quasi ovvio che si veda in modo distorto questo nuovo governo spagnolo, negandone tutte le criticità.

Sánchez diventa un nuovo condottiero delle sinistre abituate alla sconfitta: batte Rajoy e le destre, annulla la corruzione, è progressista, porta il sole dell’avvenire. Un insieme di elementi perfetto e impossibile.

Governo Sánchez: un reale cambiamento?

Per rendere epico il racconto bisogna parlare di una grande vittoria. Che in realtà non c’è stata. Infatti Sánchez è riuscito a vincere la mozione di sfiducia unendo partiti molto diversi tra loro: i socialisti e Podemos sono fortemente unionisti, ma a permettere loro di ottenere la maggioranza dei voti sono stati gli indipendentisti baschi e catalani. Non c’è una vittoria alle urne, né una maggioranza nelle due camere, ma una convergenza su un solo punto e molto fragile, che renderà difficile legiferare.

Inoltre, per poter ottenere il sostegno del Partito Nazionalista Basco (PNV), Sánchez ha dovuto accettare di non toccare la legge finanziaria appena approvata dal governo Rajoy, soprattutto nella parte inerente al finanziamento a Euskadi.

Si fanno paragoni tra il governo del Partido Popular, conservatore e corrotto, e il nuovo governo di Sanchez, che ne esce come progressista e “pulito”. Ma proviamo a vedere chi sono i ministri.

Teresa Ribera, ministra dell’energia e dell’ambiente, avallò il disastroso Progetto Castor, grande deposito di gas nel golfo di Valencia, a 1750 metri di profondità. Nel 2009 fu denunciata per «prevaricazione ambientale».

Josep Borrell, ministro degli esteri, venne indagato per il falso in bilancio dell’impresa Abegoa. Non venne processato, perché la magistratura imputò soltanto il presidente della compagnia, archiviando una querela all’intero consiglio d’amministrazione. Riferendosi alla situazione catalana Borrell ha utilizzato espressioni non molto tranquillizzanti. Una su tutte: «Ci sono ferite nella società catalana e, sì, bisogna cucire le ferite, ma prima bisogna disinfettare». Ha partecipato anche alla famosa manifestazione contro l’indipendenza del 29 ottobre, manifestazione in cui socialisti, popolari e il partito neoliberista Ciudadanos hanno marciato insieme senza grossi problemi. [Per la cronaca, quel giorno si è registrata un’aggressione a un giornalista e a un tassista Sikh da parte di alcuni partecipanti al corteo.]

Maria José Montero, ministra delle finanze, dal 2004 al 2013 è stata assessora alla sanità in Andalusia, regione amministrata dai socialisti fin dal 1980. Il suo mandato corrisponde agli anni in cui nel governo locale si sviluppò, secondo le indagini del Tribunale di Siviglia, una complessa trama di corruzione basata su prepensionamenti fraudolenti, sovvenzioni false e mazzette a consulenti esterni. Lo scandalo è noto come «caso ERE». Si parla di una truffa alle casse della regione per almeno 160 milioni di euro. Le indagini sono ancora in corso.

Isabel Celaá, ministra dell’istruzione e della formazione, impose un sistema «trilingue» nelle scuole basche per ridurre l’uso della lingua basca. Una lingua già perseguitata durante la dittatura, che si sta cercando di difendere come elemento culturale di chi vive in Euskal Herria.

Il ministro più emblematico è Fernando Grande-Marlaska. Viene descritto come un magistrato-simbolo nella lotta contro la corruzione, ma non si specifica in che tribunale operava: era giudice dell’Audiencia Nacional, il tribunale d’eccezione dello stato spagnolo, erede diretto del Tribunale dell’Ordine Pubblico franchista.

È il tribunale che di recente ha condannato diversi rapper per «apologia del terrorismo» e «ingiurie alla corona». [In loro solidarietà un vero e proprio battaglione di artisti ha inciso la canzone Los Borbones sonos unos ladrones, che proponiamo qui sotto con sottotitoli in italiano, N.d.R.]


È il tribunale che ha condannato una studentessa colpevole di aver twittato una battuta su Luis Carrero Blanco, braccio destro del dittatore Franco ucciso da un commando di ETA nel 1973.

È il tribunale che ha avviato i processi contro gli indipendentisti catalani e si è occupato per anni di giudicare ETA e i suoi militanti. Grande-Marlaska entrò all’Audiencia Nacional mentre cambiava la dottrina giuridica e si imponeva la parola d’ordine «Todo es ETA». Con «todo» si intendono organizzazioni politiche, partiti, giornali di sinistra e indipendentisti baschi. Il nuovo giudice imparò in fretta la lezione e nascose molti casi di tortura: dei 9 casi per cui il Tribunale Europeo dei Diritti Umani ha condannato la Spagna, 6 erano di sua competenza.

È il tribunale che colpì anche il movimento degli Indignados del 15M, processando gli attivisti che avevano accerchiato il parlamento per non permettere ai politici della destra catalana di votare i tagli sociali.

Infine, una nota di colore: il ministro della cultura, che è durato meno di una settimana. Era Maxim Huerta, scrittore e giornalista, divenuto celebre come opinionista in un talk show della tv spagnola. Ha definito «provinciale» la richiesta dello statuto catalano e mandato «affanculo» gli indipendentisti. Non solo: ha fatto tweet con tinte razziste sulla percentuale della popolazione nera in Francia. Ma non sono state queste le ragioni del suo brevissimo mandato. A costringerlo a dimettersi è stato un articolo del Confidencial in cui si ricordava che tra il 2006 e il 2008 Huerta aveva evaso il fisco spagnolo per più di duecentomila euro tramite una società a responsabilità limitata di cui era l’unico azionista e amministratore. Una evasione sanzionata nel maggio 2017 dal Tribunale di Madrid, che ha condannato Huerta per frode fiscale, costringendolo a pagare un’ammenda di 366.000 euro. Nella conferenza stampa in cui annunciava le dimissioni Huerta si è dichiarato vittima di una «caccia alle streghe» e ha detto di non aver fatto nulla di male, semplicemente è stato ingannato dai suoi consulenti fiscali.

Insomma, risulta difficile ritenere questo governo progressista e pulito. Ma basta poco per costruire la narrazione in cui la Spagna è un paese che sta cambiando: basta nascondere tutti gli elementi conservatori e legarsi stretti a un concetto: socialista è di sinistra, a prescindere.

La cosa risulta ancora più curiosa se si osserva il caso catalano. Fu il partito socialista ad accettare e appoggiare con zelo l’applicazione dell’articolo 155, ossia il commissariamento della regione Catalana, con sospensione della sua autonomia, scioglimento del parlamento e indizione di nuove elezioni.

In questi giorni, a Badalona (la quarta città più popolata della Catalogna), il partito socialista è alleato del PP e del partito di destra Ciudadanos per cacciare un governo di coalizione di sinistra. Parliamo di un governo che unisce aree politiche tanto di Podemos quanto della sinistra anticapitalista della CUP, con una forte direzione di cambiamento sociale nel comune.

Aquarius, i muri di Ceuta e Melilla e i CIE

L’idea del «cambiamento targato Sanchez» viene rafforzata dalla vicenda dell’Aquarius, la notizia con cui si è aperta la settimana informativa tanto in Italia come nello stato spagnolo.

Lunedì 11 giugno arriva la notizia: una nave che ha soccorso più di 600 migranti nel mediterraneo non trova un porto dove farli sbarcare e metterli al sicuro. Il ministro degli interni italiano Salvini si oppone, rimbalza le responsabilità a Malta, la quale se ne lava le mani. Aquarius resta in mezzo al mare, tra Italia e Malta, in attesa di ricevere ordini dai centri di salvataggio marittimo.

I giornali ne parlano, i social network si infiammano, fino a quando esce un comunicato del governo spagnolo che sblocca la situzione: Aquarius potrà attraccare al porto di Valencia.

La richiesta viene principalmente da Ximo Puig, socialista presidente della Generalitat Valenziana, sostenuta dai partiti di sinistra come Compromis (una formazione valenciana legata a Podemos). La notizia arriva poche ore dopo quella sul Partido Popolar Valenciano condannato per finanziamento illecito. L’immagine del cambio.

Sembra una situazione in cui tutti vincono: Salvini celebra la vittoria, il governo di Malta pure, e la vicepresidente della Generalitat Valenciana Monica Oltra, la sindaca di Barcellona Ada Colau e i socialisti si fanno forti del bel gesto. Tutti contenti insomma. Il governo Sanchez ha già mostrato un cambiamento di direzione importante: accoglie i rifugiati e istantaneamente si rafforza l’ideale della Spagna come paese fantastico che dà «lezioni di umanità», accoglie i migranti, è solidale. Ancora una volta si guarda alla Spagna con ammirazione.

È il segnale di un cambiamento nelle politiche dello stato spagnolo sull’immigrazione?

Finora non c’è stata nessuna dichiarazione ufficiale al riguardo. Le barriere di Ceuta e Melilla restano li, a difendere le énclaves spagnole nel territorio marocchino, per impedire l’arrivo dei migranti. Parliamo di barriere di 8 e 12 km rispettivamente, composte da tre reti parallele, con filo spinato tagliente, costruite durante il governo di Aznar. Inizialmente il progetto prevedeva una rete di tre metri di altezza, ma con il tempo si è trasformata in una sorta di «muro tecnologico». Sensori sotterrati nella vicinanza della rete captano il movimento di chi si avvicina, camere di sorveglianza controllano il perimetro 24 ore su 24. Nel 2005, in pieno governo Zapatero, la rete passò da 3 a 12 metri di altezza.

Il fatto più oscuro è la tragedia del Tarajal. Il 4 febbraio 2014 quindici migranti annegarono mentre cercavano di aggirare la barriera via mare, nuotando verso la spiaggia di Ceuta. Facevano parte di un gruppo di duecento-trecento persone che cercava di raggiungere a nuoto la costa spagnola. Mentre nuotavano, 56 agenti della Guardia civil cercarono di impedirne l’arrivo, scaricando sul gruppo 145 proiettili di gomma. Solo 23 arrivarono sulla spiaggia, ma per poco tempo. Vennero catturati e riportati istantaneamente in territorio marocchino.

Di quel caso hanno parlato i movimenti sociali, tramite il documentario Tarajal. Desmuntando la impunidad en la frontera sud, che ha portato anche a un processo giudiziario per trovare tra i membri della  Guardia Civil i responsabili di quelle morti.


Non solo. Anche i CIE – Centri di Internamento per Stranieri – continuano a funzionare perfettamente. Curiosamente, quello della Zona Franca di Barcellona venne inaugurato un anno dopo l’uscita nelle sale del documentario di Sabina Guzzanti, da quel governo che tanto ammirava.

Proprio in questo CIE, nel 2012, morì Idrissa Diallo, un giovane guineano che aveva saltato la barriera di Melilla pochi mesi prima. Arrestato e portato a Barcellona, morì per negligenza medica sotto custodia dello stato. Furono sempre i movimenti sociali a scoprirlo e a raccontarlo, fino ad organizzarsi per poter reimpatriare il corpo del giovane, che era stato sepolto in una tomba anonima nel cimitero del Monjtuic.

Al giorno d’oggi continuano le pratiche di detenzione e deportazione dei migranti non regolari: recentemente è stato deportato in Marocco un giovane che richiedeva asilo per la sua condizione di omosessuale.

Se non rappresenta un reale cambiamento nelle politiche sull’immigrazione, quali sono le ragioni del “bel gesto”?

Mentre si parlava di Aquarius, nello stato spagnolo si svolgeva la prima seduta del dibattito sulla legge finanziaria al Senato. Una finanziaria fatta dal PP, che il PSOE di Sanchez ha deciso di approvare senza modificarla. Sembra paradossale: i socialisti del cambiamento che vogliono approvare una finanziaria fatta da un governo conservatore.

È una questione strategica. Considerando i complessi e fragili equilibri su cui si appoggia, il governo Sanchez non avrà la forza per fare una finanziaria nuova, e difatti ha promesso al PNV di mantenere quella attuale. Si, perché in questa legge il PP “regalava” un aumento del 30% del finanziamento statale al governo basco, che è l’ago della bilancia, in cambio del suo appoggio. Appoggio ora passato a Sanchez, che non può assolutamente farne a meno, se non vuole cadere.

La finanziaria potrebbe essere il primo grosso scoglio contro cui andrà a cozzare il giovane governo di Sanchez. Per questo, per alcuni analisti politici spagnoli – come Arturo Puente – la decisione sull’Aquarius è un modo per capitalizzare consenso elettorale ed evitare i probabili attacchi che arriveranno per l’incoerenza sulla finanziaria. Più che una decisione politica, una mossa pubblicitaria.

Ecco perché risulta difficile provare entusiasmo per un governo che probabilmente non è così reazionario come quello del PP (ad esempio sulle tematiche legate all’aborto), ma che su molti punti ne condivide la linea: su come risolvere la questione nazionale aperta dagli indipendentismi, sulla libertà d’espressione, sulle lotte sociali e forse sull’immigrazione.

* Victor Serri è fotoreporter per Directa ed è membro di Barnaut, collettivo di informazione in italiano da Barcellona. Su Twitter è @_ittos_

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18 commenti su “La Spagna, un paese incantato che esiste solo in Italia. Da Viva Zapatero! al «bel gesto» sull’#Aquarius

  1. Aridaje coi piú puri di Catalogna…

    Tutto giusto nell’articolo per caritá: il Governo di Sanchez é una mossa elettorale per far recuperare consensi ad un partito al minimo storico che non ha né i voti né l’appoggio, questo non é un segreto né chissá quale profonda analisi giornalistica.

    PERO’

    Bisogna anche dire che questa manovra ha cambiato per sempre il discorso politico in Spagna: prima mozione di sfiducia che ha successo, prima volta che un Governo giura senza bibbia né crocifisso, primo governo con maggioranza di donne, prima volta che si trasforma quello che é un banale processo di avvicendamento polito in un (bello) spettacolo. Ma quando mai in Spagna (o in Europa) un Governo si é definito femminista dall’insediamento? E parlando di ministri perché non specificare che Grande-Marlaska, con tutti i dubbi che suscita, é peró gay dichiarato che, come prima dichiarazione ufficiale, ha ringraziato il marito? Cioé i suoi predecessori davano medaglie alla Vergine e partecipavano a manifestazioni franchiste, in Italia non vi devo ricordare chi c´é (o chi c´é stato). Inoltre é piuttosto scorretto non includere nella lista dei ministri le nomine buone: parliamo di Pedro Duque? E’ stata chiaramente una mossa mediatica (anche se stiamo sempre parlando di un amministratore dell’ESA quindi qualcosina sulla gestione dei fondi pubblici la dovrebbe pur sapere) che peró ha fatto qualcosa che avviene raramente in politica: ha creato emozione.

    In questo blog si parla tanto di narrazioni politiche, storytelling sociale, poi quando arriva una narrazione di sinistra cosí nuova e forte da togliere terreno alla destra (imperdibili i deliri di Rivera totalmente spaesato e il PP ridotto agli scontri giacca e coltello) invece di vedere cosa ha funzionato ci si unisce al lancio di pietre come un ABC qualunque? E questo PRIMA ancora che questo governo abbia il tempo di fare qualcosa? Ma da quando in qua ci comportiamo come Libero?

    P.S. Se poi un giorno, come favore personale, qualche italiano emigrato a Barcelona trova il tempo di scendere dal piedistallo dei “piú puri di sinistra” e prova a spiegarmi le differenze tra Torra e Zaia magari gli offro pure un par di birre.

    • Scusa, ma se tu stesso dici che è «una mossa elettorale per far recuperare consensi ad un partito al minimo storico che non ha né i voti né l’appoggio»; se tu stesso, nel fare l’esempio di una nomina “buona” (Duque), dici subito che è una «mossa mediatica» e alla fine la cosa buona si riduce al fatto che ha «creato emozione» (!), praticamente su un piatto della bilancia metti una situazione concreta e dall’altra parte un discorso astratto su una «narrazione di sinistra nuova e forte».

      Se aggiungiamo che la tua critica a questo post si riduce a uno «scendete dal pero», «i più puri di Catalonia» ecc., il risultato è che non sembra proprio granché, come controargomentazione.

      Anzi, per quel che mi riguarda il tuo commento rafforza quel che scrive Victor. Il quale lo ha scritto eccome, che questo governo ovviamente non è reazionario quanto il precedente, ma ha invitato a non illudersi credendo a una bolla. E ha esposto fatti precisi e documentati, cercando di vedere oltre il velo delle «emozioni».

      Dopodiché, di qualunque cosa si scriva arriva sempre quello che dice: «’mbeh? Non ci voleva mica un’inchiesta, è roba che si sapeva». Non ti sfiora il sospetto che magari la sapevi tu e molti altri no?

      Tra l’altro, scusami se te lo faccio notare, ma il fatto di saperla, questa roba, non sembra averti fornito chissà quale attitudine critica nei confronti di questa «narrazione di sinistra nuova e forte» che, sì, è «una mossa elettorale per far recuperare consensi ad un partito al minimo storico che non ha né i voti né l’appoggio» ma, cazzo, «provoca emozione».

      • Scusa WM1 ma qui mi lasci allibito: passiamo due giorni a discutere dei meme della destra e la loro invincibilitá poi quando si presenta un meme di sinistra dobbiamo essere i primi a fare “debunking” e a darci addosso da soli?

        Si passano anni parlando di meraviglia, di emozione, di “smack” (e degli stessi limiti del bebunking) a adesso parlare qui di provocare emozione in politica é derubricato come una bazzecola? Se il PSOE é stato costretto a questa brusca svolta a sinistra (“meno reazionario” é giá di suo un termine di parte) per sopravvivere: vogliamo discuterne i meriti o gli effetti?

        Stiamo parlando di un Governo che ha meno di una settimana di vita, fará qualcosa di duraturo? Presto per dirlo, peró HA GIA’ FATTO qualcosa di concreto: qualsiasi futuro Governo spagnolo dovrá decidere se giurare con bibbia e crocifisso durante l’insediamento: un’abitudine fastidiosa é diventata un gesto politico col qualche doversi confrontare. Stessa cosa é vedere i presentatori della televisione che si impappinano sulla formula “Consiglio delle ministre e dei ministri”.

        Cambiare il linguaggio, dare segnali: non é questo di per sé qualcosa per cui tifare? Vedere azzerata l’intera comunicazione politica di Ciudadanos non é di suo qualcosa da celebrare? Vedere il PP nel caos non é una bella soddisfazione?
        E tutto questo grazie ad una manovra di pragmatismo politico di un leader della sinistra “classica”: possiamo riconoscere a Sanchez la bella giocata e concedergli il beneficio del dubbio o dobbiamo giá tirare fuori le torce e i forconi perché non ha giá strillato “Repubblica Federale” dalla scalinata della Moncloa?

        Nessuno crede che la Spagna attuale sia il paese del Bengodi (non ho idea di come sia stata presentata la cosa in Italia; qui l’atteggiamento medio é “speriamo bene”) é innegabile peró che attualmente presenti un’anomalia rispetto ai venti di destra che soffiano sull’Europa. Durerá? Boh! Sará importante? Boh! Peró leggere certe critiche da sinistra non mi fa sperare bene per il futuro.

        P.S. Riconosco che sia un limite personale peró credo che un certo frame narrativo “indipendenza=sinistra” tipico della Catalogna (e specialmente di una certa sinistra italiana di lí) sia il peggior modo per giudicare certi eventi di portata nazionale e internazionale. Ribadisco: limite mio, ma credo che alcune lotte vadano affrontate con un’atteggiamento decisamente diverso.

        • Ecco, vedi, un commento del genere è la *precisa conseguenza* del non aver capito di cosa stessimo parlando nella discussione sotto il post di Bifo. Te l’avevo già scritto di là, te lo riscrivo di qua: noi diciamo fischi, tu leggi fiaschi e parti, un commento dopo l’altro, parlando di fiaschi.

          Tu ti sei fatto l’idea che noi vogliamo scendere tout court sul terreno dei memi, contrapporre mito tecnicizzato a mito tecnicizzato, risolvere i problemi su un piano tutto comunicativo in senso stretto, coi “memi di sinistra” e altre cose del genere.

          Noi invece – che veniamo dal Luther Blissett Project (1994-1999) e una “memetica di sinistra” l’avevamo prodotta ante litteram ai tempi del movimento altermondialista (2000-2002), facendo poi un’autocritica durissima – da anni portiamo avanti un discorso di smontaggio della “macchina mitologica” e delle “narrazioni tossiche”.

          Non ci interessa assemblare una narrazione tossica “buona” da contrapporre a quella cattiva, quello lo fanno i discepoli di Laclau. Quando, con Mariano Tomatis, parliamo di “meraviglia”, lo facciamo sperimentando modi di meravigliare svelando il trucco. È la poetica che chiamiamo del «mostrare la sutura», e in altri tempi chiamavamo «tenere aperta l’officina». Mostrare come usiamo i ferri del mestiere, mostrare le tecniche con cui la meraviglia viene prodotta.

          Mariano intende proprio questo quando parla di attitudine «smark» (non “smack”).

          Nel caso del nuovo governo spagnolo, il rischio è invece quello dell’attitudine «mark».

          «Mark» deriva dal segno col gesso che, alle fiere dove si esibivano presunte magie, veniva fatto di nascosto sulla schiena degli spettatori individuati tra i più creduloni, prima che entrassero nei tendoni, dove qualcuno li avrebbe subito avvistati, meravigliati… e spennati.

          «Mark» è quello che crede che i combattimenti del wrestling siano veri.
          «Smart» è quello che dice al Mark: idiota, sono finti!, e crede che si risolva tutto col debunking.
          «Smark», nell’accezione introdotta da Mariano, è quello che pensa: non è mica una performance da poco reggere questi combattimenti finti! Vediamo come fanno e perché milioni di persone li guardano come se fossero veri, o fingendo che siano veri. E allora ti accorgi che quei combattimenti sono pensati e realizzati per comunicare su tre livelli: il Mark si emozionerà come se fossero veri, lo Smart li guarderà con ironia, lo Smark fonderà i primi due approcci e avrà la visione più articolata, sarà quello che dalla visione imparerà qualcosa.

          Questo per chiarire il significato di «smark» e la peculiarità del nostro approccio alla «meraviglia». Della meraviglia, va in primis capito come funziona, perché funziona, perché ce n’è bisogno, ma non va invocata in maniera aproblematica. Lo scrivemmo nell’autocritica del 2009:

          «è fin troppo facile sottovalutare i rischi del lavoro sui miti. C’è sempre il pericolo di operare come il dottor Frankenstein o, peggio ancora, Henry Ford. Un mito non si crea per forza di volontà, come su una catena di montaggio, né lo si richiama alla vita in qualche laboratorio privato. O meglio: si può anche fare, ma con sgradevolissime conseguenze […] Perché il problema è anche: chi è l’artefice della mitopoiesi, l’evocatore, lo sciamano, l’ostetrico? Spetta a un intero movimento, comunità o classe sociale maneggiare i miti e mantenerli vivi. Nessun gruppo separato può auto-incaricarsi di questo. Noi, invece, finimmo per diventare “funzionari” alla manipolazione delle metafore e all’evocazione dei miti. La nostra divenne una quasi-specializzazione. Eravamo una cellula agit-prop. Eravamo spin doctors […] Al momento, non c’è altra alternativa che questa: continuare a esplorare il mito, restare in ascolto, avere un approccio non strumentale, trarre lezioni dal mito senza evocarlo a forza, senza ridurne la complessità, senza testarne un’aerodinamicità direttamente politica nella “galleria del vento” delle coincidenze tra passato e presente.»

        • Solo un paio di appunti.

          “Vedere azzerata l’intera comunicazione politica di Ciudadanos non é di suo qualcosa da celebrare?”

          Dipende da quale tipologia di comunicazione di Ciudadanos parliamo. É vero che il PSOE recupera centralità, e si avvicina piú ad un bipartitismo classico PP-PSOE. Ma “azzerare la comunicazione politica” non è corretto. Infatti la comunicazione di Borrell é fortemente sovrapponibile a quella di Ciutadans (alle parole, concretamente, di Ines Arrimadas) quando parla del conflitto nella società catalana. In questo ambito la cosa, piú che da celebrare, mi sembra preoccupante, é preoccupante che si possa imporre un discorso fortemente autoritario in un partito teoricamente di sinistra.

          “Vedere il PP nel caos non é una bella soddisfazione?”

          Il caos del PP non è dovuto alle decisioni di Sanchez ma alle sentenze di corruzione che stanno arrivando in questi giorni. Non è una conseguenza, ma una causa del risultato di Sanchez.

          “Nessuno crede che la Spagna attuale sia il paese del Bengodi (non ho idea di come sia stata presentata la cosa in Italia; qui l’atteggiamento medio é “speriamo bene”) é innegabile peró che attualmente presenti un’anomalia rispetto ai venti di destra che soffiano sull’Europa. Durerá? Boh! Sará importante? Boh! Peró leggere certe critiche da sinistra non mi fa sperare bene per il futuro.”

          La cosa è opinabile. Titoli che parlavano della “Spagna che vede rosso” o del “Cambio” danno una immagine abbastanza chiara di come è il paese.

          Seconda questione è cosa sia un vento di destra. Sicuramente non è estrema destra, senza dubbio, ma su alcune tematiche risulta difficile considerare che sia un cambio. Proprio ieri hanno affermato che non potranno derogare la riforma del lavoro del governo del PP, perchè non hanno forze. Cercheranno di applicare cosí com’è la legge finanziaria del PP, e mantengono intatte le politiche migratorie costruite assieme al PP in questi anni.

          La critica non vuole negare la possibilità di “fare qualcosa di sinistra” ma negare la quasi certezza che le farà e che ci sarà un cambio in un paese idilliaco. Tutto qui.

          • “Dipende da quale tipologia di comunicazione di Ciudadanos parliamo. É vero che il PSOE recupera centralità, e si avvicina piú ad un bipartitismo classico PP-PSOE. Ma “azzerare la comunicazione politica” non è corretto. Infatti la comunicazione di Borrell é fortemente sovrapponibile a quella di Ciutadans (alle parole, concretamente, di Ines Arrimadas) quando parla del conflitto nella società catalana. In questo ambito la cosa, piú che da celebrare, mi sembra preoccupante, é preoccupante che si possa imporre un discorso fortemente autoritario in un partito teoricamente di sinistra.”

            Aridaje con “Cristo si é fermato a Lérida”: so che sará una notizia incredibile ma esistono anche posti diversi dalla Catalogna.
            E’ esattamente QUESTO quello che mi manda in bestia: far credere che il processo indipendentista della regione piú ricca di Spagna sia un processo di sinistra.
            Non stiamo parlando di minoranze oppresse, occupazione militare o men che mai cancellazione culturale. Qui si vuole dare a credere che 15 anni di campagna d’odio e razzismo (basta leggere una dichiarazione a caso nella storia di Torra) siano legittimati perché continuate a ripetervi/ci che “Chiunque sia contro l’indipendenza é fascista”.

            Ma chi vi ha radicalizzato? TV3? La Vanguardia? I rendiconti economici sul fatto di vivere in una delle regioni piú prospere d’Europa?

            In questo blocco di “pasionari italiani di sinistra per la Catalogna” manco il dubbio vi é sorto di fare la figura del Veneto, no eh?
            Appellarsi a muri, confini, divisioni, liste di “Imprese per la causa” (poi magari un giorno scriviamo pure un articolino sulle trovate della ANC http://www.lavanguardia.com/politica/20180615/45113728077/anc-lista-empresas-republica-independentismo-ibex35.html) é tutta roba di sinistra vero? Tutto regolare; d’altronde il “padroni a casa propria” é uno slogan proprio della sinistra classica…

            Questo é giá il secondo articolo su Giap che parla della Spagna sempre e solo dal punto di vista catalano; e se quello che é passato con il 1-O é stato uno scandalo indegno di un paese civile sul quale era difficile essere in disaccordo (sulla reazione almeno; le cause e la strada sono molto piú opinabili). Questo articolo pretende di parlare di una questione nazionale usando un frame narrativo particolare che confonde abbastanza le cose e ignora tutto quello che non gli fa comodo.

            “La critica non vuole negare la possibilità di “fare qualcosa di sinistra” ma negare la quasi certezza che le farà e che ci sarà un cambio in un paese idilliaco. Tutto qui.”

            O é idillio o é sempre la stesssa merda: manco i grillini sparano giudizi cosí estremi in 7 giorni…
            E se parliamo di cambio C´É GIA STATO: come scrivevo sopra son cambiate le parole, i gesti e le formule, si son creati precedenti contro i quali qualsiasi nuovo Governo, non importa di quale colore, dovrá confrontarsi: ORA la formula ufficiale é “Consiglio delle ministre e dei ministri”, ORA giurare sulla bibbia é un atto politico, ORA non é piú ammissibile per un Ministro avere qualsivoglia bega legale (tanto per ricordare quanto abbiamo aspettato le dimissioni della Cifuentes).

            Ignorare tutto questo perché si vede la cosa dal solo punto di vista catalano é secondo me abbastanza scorretto.
            Ma d’altronde che ne so io? Secondo la retorica del procés non sono neanche piú di sinistra.

            • “Quien hambre tiene, con pan sueña”. Non per altro, perchè nel pezzo la questione catalana compare per dare contesto su due fatti: cosa è l’audiencia nacional e che posizione non eccessivamente pacificatrice ha Borrell.

              Di tre critiche alle tue affermazioni, o meglio, tentativi di cambi di tema sulla questione principale, se ne prende una e si genera un nuovo cambio di tema. Tutta la risposta si basa sulla questione dell’indipendentismo, praticamente solo sfiorato dal pezzo.

              Se rileggi la frase che ho scritto è semplice: quello che io voglio criticare è la certezza che sia un cambio assoluto fantastico. Potrà esserci, e quando ci sarà si valuterà in funzione di che cambio è. Come tutto. Questa è, per me, una visione critica. Tutto qui.
              Non credo che la visione sia legata all’indipendentismo ma capisco che forse sia una

              Una critica ulteriore “ORA non é piú ammissibile per un Ministro avere qualsivoglia bega legale”.
              La frase non credo sia sostenuta dai fatti. E la spiegazione è nel testo stesso.
              -Grande-Marlaska è il resposabile di nascondere torture in 6 casi che condannano lo stato spagnolo per parte del TEDU.
              – Huerta è stato nominato e ha preso possessione, promettendo e facendo tutto. Solo dopo l’articolo sul Confidencial ha deciso di dimettersi, anche se la condanna è di un anno fa.
              Se per te non è sufficiente, lo capisco. Continuo a pensare che bisogna mantenere una posizione critica, apprezzando le cose positive ma guardandole nella sua interezza (come nel caso Acquarius, in cui proprio positive positive non sono).

    • Cioè abbiamo letto articoli che incensavano, parlavano di svolta rossa, tristi agiografie, improbabili pugni chiusi di uno dei partiti socialisti più corrotti dello scenario europeo. Finalmente qualcuno fa un lavoro di debunking di questa narrazione tossica sulla Spagna.
      Un governo che ha preso il potere grazie al crollo e implosione del sistema PP e al caso Barcenas.
      Che deve ancora affrontare le urne (dove il risultato non è scontato sia una grande svolta a sinistra).
      No, per favore, non prendiamoci in giro.
      È più importante che Marlaska sia gay o che abbia negato le torture ai prigionieri politici baschi? Giocare con il termine “purezza” è solo un modo per coprire le giuste precise e circostanziate critiche.
      C’è qualcuno che racconta una Spagna che non esiste e qualcuno che approfondisce.
      Per quel che vale questo è il primo articolo serio che leggo su transizione di governo in Spagna.
      Ultima cosa, da uomo di sinistra: i deputati catalani in galera sono una vergogna della quale gli incensatori non parlano mai.

  2. Grazie per l’articolo.

    Trovo interessante il fatto che il contesto in Spagna renda una mossa come l’apertura allo sbarco dell’Aquarius utile alla creazione di consenso elettorale.

    Quindi, se è vero che si tratta di una mossa calcolata e ipocrita, mi sembra però che segnali un clima molto meno razzista in Spagna che qui. Sbaglio?

    • Ciao,
      considerando che probabilmente non sono la persona piú idonea per rispondere a questa domanda (considerando che io sono un bianco) provo comunque a rispondere.
      Non credo sia corretto relazionare il clima di razzismo con il cambio di un governo che avviene per “giochi partitici”. Per differenti ragioni. In primis perchè non è una reale rappresentazione dell’esperessione popolare che ha cambiato direzione o che decide sostenere un determinato discorso, ma semplicemente un cambio di alleanze dentro il parlamento.
      Ora, se confrontiamo anche alcuni dati, probabilmente c’è una differenza sul clima razzista nei due paesi ma legato ad altri fattori, non al cambio del governo, ma alle lotte dal basso dei migranti stessi e da come si è strutturata negli anni la lotta antirazzista dentro i movimenti sociali dello stato spagnolo.
      Ad esempio, da piú di un mese a Barcellona un gruppo di migranti si è rinchiuso in una scuola per lottare per i propri diritti (ottenere la nazionalità senza rispondere ad un esame di cultura generale-storia, chiudere i CIE, fermare i controlli arbitrari della polizia su determinati profili etnici). Da anni ci sono piattaforme che lottano contro il razzismo (Come Sos Racismo,Stop Mare Mortum, Tanquem els CIEs etc) che generano report annuali per informare sul livello del razzismo nel paese con dati reali per poter controbattere la narrazione del “non siamo un paese razzista”.
      Il fatto che queste organizzazioni e associazioni hanno lavorato negli anni dal basso, legandosi molto all’educazione, alle scuole, giustamente nei quartieri dove ci sono bambini e bambine con differenti provenienze o origini, ha migliorato questo clima. Ma é stata una spinta dal basso che ha obbligato le rappresentanze istituzionali a prendere posizione su queste tematiche.
      C’è ancora molto da fare, senza dubbio, e basti pensare alla campagna politica del Partido Popular a Badalona del 2015, con due parole durissime: Pulendo Badalona. Si pulendolo da immigrati e stranieri, oltre che dalla sporcizia delle strade per un miglior decoro. Ma lo ripeto, la differenza del clima non è legata a Sanchez o ai socialisti, ma alle lotte antirazziste che si fanno da anni.
      .

  3. Un piccolo aggiornamento di stamattina (14 giugno).

    Il ministro degli interni Grande-Marlaska è stato intervistato da una radio spagnola e ha rilasciato alcune affermazioni molto interessanti, soprattutto sulla questione Aquarius.

    La prima informazione è che i migranti e rifugiati che arriveranno tra sabato e domenica a València verranno trattati come normalmente vengono trattati i migranti e rifugiati che arrivano sulle coste spagnole. Cosa vuol dire? Che alcuni chiederanno asilo e potranno essere sostenuti da alcune ONG e altri finiranno nei CIE. Non tutti, perché come ha spiegato – lasciando una “mala vibración” in alcuni gruppi per la chiusura dei CIE – “non hanno capacità sufficiente”.

    Non verranno quindi accolti a braccia aperte, ma potrebbero venir rinchiusi e poi deportati come succede normalmente con tutti gli altri migranti che arrivano nel territorio spagnolo in una situazione irregolare.

    Ora, per nascondere parzialmente questa informazione che potrebbe togliere la buona immagine generata, ha anche detto che proporrà di togliere la concertina (il filo spinato) dalle barriere di Ceuta e Melilla. È la stessa misura che aveva utilizzato il Governo Zapatero. Le barriere resteranno di 12 metri d’altezza e pattugliate dalla Guardia Civil in assetto antisommossa, con proiettili di gomma e gas, come sempre è stato in questi anni.

    Sembra chiaramente che non ci sia una reale volontà di cambiare le politiche migratorie dello stato spagnolo, se anche il “bel gesto” dell’Acquarius rientra dentro il percorso standard che viene riservato ai migranti che entrano dalla Frontera Sud.

  4. Sono d’accordo con molte delle cose scritte nell’articolo, ovviamente alcune sono parecchio forzate (tipo definire “unionista” un partito che è crollato in tutti i sondaggi per la sua difesa del diritto all’autodeterminazione della Catalogna), ma vabbé, l’autore è un indipendentista, ci sta.
    Quello che mi preoccupa di più è il sottotesto. Mi sembra che l’articolo descriva tutta una serie di cose, dalla corruzione alle scelte del Psoe alle politiche migratorie come parte di una stessa cosa, una “spagnolità” intrinsecamente negativa. Ho l’impressione che dietro la meritoria opera di illustrare che la Spagna non è il paradiso emerga il fatto che l’autore considera la Spagna, strutturalmente, una merda. Va bene il debunking, va bene la simpatia per l’indipendentismo, ma attenzione a non scivolare (ovviamente involontariamente, ci mancherebbe) in narrazione al limite del razzismo…

    • Personalmente, non considero che unionista o indipendentista siano categorie con valori etici differenti. Unionismo non è cattivo né indipendentismo è buono. E personalmente non mi considero indipendentista a livello identitario, ma come strategia per la risoluzione di conflitti storici non risolti.
      Perchè definisco Podemos come unionista? Per le stesse affermazioni del suo leader, Pablo Iglesias (https://twitter.com/pablo_iglesias_/status/920954314331389953?lang=es). “vogliamo che la catalogna resti nella spagna, ma non nella forza”. Questo per me mostra una differenza importante: il progetto politico in cui lo stato spagnolo è una entità unica e non considera accettabile una divisione o confederazione di stati indipendenti. Non solo è pensiero di Iglesias, ma è un pensiero comune dentro la definita “sinistra spagnola”. In questo dialogo tra Pau Llonch e Manolo Monereo (https://www.youtube.com/watch?v=jM_DBFQp554, attorno al minuto 20; il primo indipendentista il secondo del pce-podemos) si puó ascoltare come la posizione della sinistra spagnola sulla questione dell’autodeterminazione: per la sinistra spagnola l’autodeterminazione si puó praticare in accordo con lo stato centrale, e non come esercizio di un popolo in concreto. Visto che non esistono le condizioni politiche perchè ci sia un accordo a livello statale perchè essenzialmente non ci sono le forze partitiche nel congresso spagnolo, questa questione deve postporsi.
      Queste sono le ragioni che mi fanno definire podemos come Unionista, senza che sia una categoria etica migliore o peggiore.

      Sulla questione “spagnolità”. Non ho parlato di “spagnolità” in nessun momento, né considero che sia un elemento sul dibattito principale: il fatto che un governo cambi di partito al comando è una cosa, la “spagnolità” come elemento piú complesso e trasversale temo sia fuori dall’elemento principale.
      Cosa è la spagnolità? Gli elementi genuinamente spagnoli, almeno appoggiandoci alle scivolose definizioni della RAE. Ma la spagnolità è un elemento costruito storicamente, e nella storia recente diventa difficile slegarlo dalla dittatura franchista. Ad esempio: il 12 ottobre è “el dia de la hispanidad”, giorno della spagnolità. Anticamente era il “el dia de la raza” giorno in cui si celebra la “scoperta” delle americhe da parte di Colombo. Colonizzazione nella costruzione dell’identità dello stato spagnolo.

      Perchè, infatti, la Spagna come concetto è un prodotto nazionalista in cui si cerca di omogeneizzare le differenze culturali-linguistiche-regionali del territorio dello stato spagnolo. Quindi esistono due elementi: lo stato spagnolo e la Spagna. se sembrano differenze minime, diventano storicamente e politicamente sostanziali. Anche nel linguaggio utilizzato da settori della sinistra indipendentista e no si parla piú di stato spagnolo che di Spagna, perchè questo è un termine che raccoglie tutta una eredità storico-politica importante, fortemente di destra (dall’unità territoriale alla difesa della monarchia). Sintetizzato nel lemma franchista “España: una, grande y libre”.

      Pensando solo al piano di omogeneizzazione della costruzione della spagnolità guardiamola fino in fondo prendendo alcuni elementi perchè mostrano tutta una operazione turistica-commerciale strutturata nel franchismo in cui si cercava di appropiarsi di gruppi “oppressi” per assorbirli e differenziarli nel mercato turistico. Due cose rapide. Flamenco: ballo andaluso, legato fortemente alla comunità gitana che sono stati emarginati, a cui ci si riappropria di un elemento che è solo regionale (nei paesi baschi, in asturia, a valencia, la gente non fa “les palmas” né si veste né balla flamenco). Rumba catalana (pensate elle olimpiadi del 1992, per chi se le ricorda… https://www.youtube.com/watch?v=zZ8SwndLgE0): prodotto culturale dei gitani della catalogna. Paella: piatto della cultura popolare del pais valenciano. O anche tutta la topografia dei litorali turistici: costa dorada, costa brava, costa del sol, costa verde, sono tutti nomi inventati con una intenzione turistica dell’epoca franchista (molti nomi nascono o vengono impulsati, dal ministerio del turismo negli anni 60).

      Considerare la critica alla costruzione, principalmente franchista, del concetto di Spagna come razzismo è, a mio avviso, come parlare di razzismo inverso, o nei neri razzisti contro i bianchi. Dimenticare la struttura di potere che per 40anni ha determinato una oppressione rispetto lingue, culture e popoli, e considerare che in realtà ci sia una sorta di supremazia da parte di chi vuole uscire da quello che anche la sinistra spagnola definisce (o meglio, definiva) il regime del 1978, generato tramite la “transizione democratica”. In parte si è imposto anche il discorso che attualmente la catalogna sia diretta da un leader xenofobo e razzista, (cosa che mostra il non aver letto cosa diceva e scriveva il presidente Torra) o che si stia ristrutturando un movimento identitario catalano (cosa che è in parte corretta, perchè è nato un profilo twitter. Parliamo di circa 15-20 persone sul territorio catalano, numeri non comparabili ai gruppi franchisti o post-franchisti in tutto il territorio spagnolo, ad iniziare dalla Fundación Francisco Franco).

      • Assimilare PSOE e Podemos come “unionisti” è una forzatura evidente. Che l’autodeterminazione, in assenza di potere costituente armato, si possa darsi solo in forma negoziata, non è un’opinione, è un fatto. Ed è un fatto dimostrato dal fatto che oggi la Catalogna non è indipendente, nonostante il referendum per l’autodeterminazione e la proclamazione della repubblica. L’unilateralismo o è armato o non è, e questo non è colpa né mia né tua né di Iglesias. Ripeto: è un fatto. In questo contesto, è onesto e utile nascondere che per la prima volta da svariati decenni un partito politico di dimensione statale si è schierato per l’autodeterminazione e ha difeso questa posizione con coerenza tale da pagarne un prezzo molto alto in termini di consenso? Qui andiamo nel campo delle opinioni, e per me la risposta è no. Non capisco davvero in che modo assimilare Podemos al Psoe sulla questione nazionale serva alla causa indipendentista, sinceramente. Però, come dicevo, abbiamo punti di vista diversi, e ci sta.

        Dove mi sembra che proprio non ci capiamo è sul discorso che facevo sulla Spagna. Conosco molto bene la differenza tra Spagna e stato spagnolo, e concordo ovviamente sulla ricostruzione che fai della costruzione della Spagna nazione. Non ne do un giudizio di valore, perché quello che descrivi è un progetto di costruzione nazionale, ogni nazionalismo ha un elemento di costruzione, che parzialmente assimila le differenze, pur con gradi diversi, e ciò non mi scandalizza perché, ripeto, è la storia di tutte le nazioni.
        Il discorso che facevo io era un altro, e non ha niente a che vedere col “razzismo inverso” o con l’accusa di razzismo agli indipendentisti. Il punto è: la corruzione, le politiche migratorie, la repressione che descrivi, sono il risultato di scelte politiche contingenti, o sono la natura profonda e immodificabile di un paese e di un popolo? Perché io propendo per la prima opzione, e dal testo mi pareva che tu propendessi per la seconda, ma magari ti sbaglio. E ovviamente non ho scritto che tu sia razzista, ma che il discorso che fai, a mio parere, rischia di avvicinarsi involontariamente al razzismo. Capisco, ripeto, la volontà di indagare fattori consolidati e perversi nello stato spagnolo, ma vorrei che stessimo attenti a non ingigantirli, perché il rischio di ricavarne l’idea che sia la Spagna in sé, come popolo e come paese, a essere irrimediabilmente corrotta e autoritaria, è alto e a mio parere va evitato.

        • Sul primo ci sono differenze di opinione e vabbé, io ho portato i miei argomenti e tu i tuoi. Io considero che in realtà ci sono percorsi che non sono stati esplorati e che si possono anche percorrere vedendo come si svolgono i cicli politici. Considerare in maniera semplice: per la indipendenza bisogna fare la guerra civile, è una lettura certa storicamente, ma questionabile politicamente. Dal mio punto di vista il processo catalano è stato anche molto interessante per mettere in questione i reali valori europei, soprattutto a livello democratico, per mostrarne ancora di piú le contraddizioni.
          Poi sulla questione referendum bisogna decidersi. Per Podemos non è stato un referendum ma una “manifestazione di democrazia” e la dichiarazione, anche per molti indipendentisti, “un atto simbolico”.
          Continuo a non pensare sia una forzatura considerare Podemos come unionista perchè sul piano pratico non ha fatto nulla per la difesa dell’autodeterminazione del popolo catalano. E sul piano teorico ancor di meno.
          Non credo che abbia perso in consensi Podemos (considerando anche sondaggi variabili non ho notato nessuna variazione sostanziale, se non minima nella realtà già polarizzata catalana, ma mi piacerebbe vedere cosa succede nello stato spagnolo). E ribadisco, non è stato fatto nulla, neppure una manifestazione, da parte di Podemos, per la difesa dell’autodeterminazione ma, al contrario “per il dialogo e l’accordo”. Quindi affermare che Podemos ha difeso in qualche modo l’autodeterminazione è, a mio avviso, questionabile.

          Sul secondo per me stai facendo, probabilmente inconsciamente, un cambio di paradigma per riposizionare la questione e in parte giustificarla (opinione mia). Prendiamo i 3 casi: corruzione, politiche migratorie, repressione. E prendiamo le due alternative “natura profonda e immodificabile di un paese e di un popolo” o “scelte politiche contingenti”. Il trucco, a mio avviso è sulla parte che parla della “natura del paese e del popolo”. Lo stato spagnolo è stato costruito da una serie di elite e gruppi dominanti compiendo scelte politiche determinate. Ora, la natura del popolo, nello stato spagnolo, non è omogeneizzabile perchè giustamente ci sono realtà che non si riflettono nella costruzione imposta dai gruppi dominanti. Ovviamente non è un elemento immodificabile, e guardando i processi indipendentisti, parliamo addirittura di riforme territoriali oltre che politiche. Io non credo che il popolo spagnolo sia colpevole di chissà cosa, considero che la costruzione dello stato spagnolo è erede di tutto il processo politico-storico che lo ha portato fino ad ora. Mostrare questi processi credo sia importante come informazioni per poter compiere l’analisi seguente
          Nel mio discorso le mie intenzioni non era parlare del “gli spagnoli sono corrotti”, perchè è una affermazione che, dal mio punto di vista, non ha senso. La mia intenzione era decosturire una realtà complessa che viene letta in maniera sueprficiale
          La lettura semplificata di Socialisti buoni – Popolari cattivi per me é un errore, perchè sono elementi che servono al sistema stesso, alla costruzione stessa dello stato e a una poca comprensione della complessità. Anche il PSOE ha casi di corruzione (alcuni sotto processo come per il PSC per il caso Mercuri, oltre le già citate ERE, ma sono molti i casi passati sotto il controllo), chi ha alzato le barriere di Ceuta e Melilla è stato il PSOE di Zapatero, idem per i CIE, chi ha imposto le leggi del decoro a Barcellona è stato il PSC di Joan Clos e Jordi Hereu.
          A questi io do la responsabilità delle decisioni politiche compiute, perchè “il popolo” era quello che protestava e continua a protestare e lavora per autorganizzarsi. Ma il fatto che il popolo dello stato spagnolo, nella loro complessità lotti per qualcosa non puó negare che la costruzione nazionale compiuta dalle scelte politiche e storiche hanno portato la Spagna ad essere quello che è, indipendentemente da chi stia al governo (almeno attualmente).
          Continuo a non capire dove sia il razzismo, differenziando chiaramente cosa è la costruzione statale-nazionale e cosa è il popolo.

  5. In uno dei primi paragrafi del pezzo l’autore dice: ‘Scompare la questione catalana, già passata di moda, e si torna alla visione idilliaca della Spagna pre-crisi del 2008. Dai mille feriti del referendum dell’1 ottobre ci separa meno di un anno, e sembra che tutto si sia già risolto con un nuovo governo. È chiaramente una narrazione distorta, che nega la complessità dei processi politici, istituzionali e di movimento’; a mio avviso con queste parole Victor Serri coglie in pieno l’orientamento dominante che i media italiani adottano quando si cimentano nella narrazione dei fatti riguardanti lo Stato spagnolo: ovvero quello che porta a parlare della ‘Spagna come ente unitario’ quando la si intende connotare positivamente (governo Zapatero, Spagna mecca del turismo, governo Sanchez) e di un paese minacciato da ‘periferie che attentano al benessere nazionale’ quando lo si vuol descrivere sotto una luce negativa (Procès, situazione in Euskal Herria). Io penso che un, seppur minimo, ‘colpo’ al suddetto tipo di narrazione tossica potrebbe essere portato se si desse maggiore diffusione a narrazioni alternative che relazionino sulle vertenze nazionali che il PSOE non riesce a ‘cavalcare’ perché impedito geneticamente (penso alla questione delle minatrici e dei minatori nelle Asturie, all’interramento del tunnel ferroviario dell’alta velocità a Murcia, alla lotta dei pensionati o alle oceaniche manifestazioni dell’8M). Narrare tali fenomeni potrebbe contribuire a mandare in corto circuito l’immedesimazione PSOE-sinistra che tanto successo ha nel nostro paese, in quanto renderebbe palese che i socialisti sono un partito fondamentalmente conservatore non solo quando c’è da difendere ‘il bene superiore’ dell’unità dello Stato ma anche quando interagisce con vertenze di carattere non indipendentista.

  6. […] un articolo apparso su Wu Ming Foundation, scritto da un membro del nostro collettivo. Consideriamo che mantenere sempre la guardia alta […]

  7. […] Si tifa per la Spagna che accoglie l’Acquarius e la si fa diventare un paradiso socialista (quando la situazione è un po’ diversa). Si rilanciano hashtag sull’aprire i porti ma, magari, non si riflette che tenere i porti […]

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