«We Are Strong if You Are Here»: un mese di presidio a #Ventimiglia

Clicca per ingrandire.

[Dalle scogliere sul confine nordorientale a quelle del confine nordoccidentale. Da Trieste a Ventimiglia, due storie di migrazione, fantasmi e razzismo. Ma in questo caso, anche di lotta e solidarietà. Buona lettura. WM]

Testo di plv, foto di Michele Lapini.

(Si ringraziano Diletta, Francesca, Gionna e Ste per la collaborazione.)

Questo post era inizialmente pensato per “bucare” l’informazione: dopo la massiccia presenza di mass media a documentare la situazione, nessuno si era più interessato a quanto stava avvenendo a Ventimiglia. Tuttavia, a un mese dall’inizio dal blocco della frontiera francese, i media sono tornati e gli articoli hanno cominciato a riapparire. Non c’è più quindi uno schermo da bucare, ma al più una controstoria da ricostruire, anche se non è facile: per quanto chi scrive possa impegnarsi, il colore della sua pelle rimane inesorabilmente bianco. Raccontare una controstoria può quindi valere fino a un certo punto anche se ci si proverà fino in fondo. Tuttavia, se un articolo ha senso, in questo momento, in questo blog, è soprattutto perché si possa riflettere sul “che fare” in una situazione che è del tutto fluida e in continua evoluzione. Se qualcuno quindi avesse idee, opinioni o altro, questa è un’occasione buona per esprimersi. Se invece qualcuno volesse sbraitare a caso sull’emergenza immigrazione, lo faccia solo dopo aver letto questo articolo.

1. In direzione ostinata e contraria

Il giorno 12 giugno un nutrito gruppo di migranti, provenienti prevalentemente dal Sudan ma anche dall’Eritrea, viene bloccato dalla gendarmeria francese mentre cerca di passare da Ventimiglia a Menton, ossia di oltrepassare la frontiera tra Italia e Francia. In realtà diversi di loro hanno già fatto dei tentativi nei giorni precedenti, ma sono stati puntualmente respinti e rispediti nel confine italiano. Le prime immagini della protesta mostrano i migranti di fronte al casello ripetere ossessivamente slogan che fanno riferimento ai diritti umani e alla loro volontà di passare la frontiera. Un rito a cui nel primo periodo si assiste parecchie volte e che si ripete il 12 luglio, ad un mese dal primo blocco.

Nei primi giorni di giugno la situazione è tesa anche in altre zone d’Italia, in particolare nelle stazioni dei treni di Roma e Milano. Il motivo è ufficialmente la temporanea sospensione di Shengen a causa del G7 in Germania avvenuto tra il 6 e l’8 giugno. Si tratta quindi di una situazione ampiamente prevedibile dato che l’evento era fissato da mesi, invece da sud a nord l’Italia si ritrova in un’emergenza che più che essere improvvisa sembra essere studiata a tavolino, tanto più che i numeri di quest’ondata non sono maggiori rispetto al flusso abituale. Un meccanismo che attiva la solita retorica dell’invasione quando invece il problema prioritario sembra piuttosto quello dell’evasione.

I migranti rimangono bloccati sulla strada per qualche giorno, “uno scandalo”, “una ferita aperta nel cuore dell’Europa”, dichiarano i politici italiani scandalizzati dalla chiusura della Francia. Sul luogo del presidio viene mandata la polizia italiana per “risolvere” la situazione, vale a dire per sgomberare i migranti e mandarli in stazione dove sono state allestite delle sale con posti letto e si installa il presidio della Croce rossa, con un campo per ospitare le persone che non trovano posto dentro la stazione. Nessuno sa qual è il destino dei migranti che vengono portati in stazione ed è bene dire fin da subito che, ad oggi, non si sa qual è il piano previsto per loro.
Alcuni migranti vengono così portati via di peso mentre oppongono una resistenza passiva ma determinata (tanto che due di loro subiscono un fermo per “resistenza a pubblico ufficiale”). La polizia invece va ben oltre il limite: con una freddezza chirurgica le forze dell’ordine trascinano i ragazzi, mettondo loro le mani in faccia, impedendogli di urlare, spingendo i ragazzi come fossero sacchi vuoti da stivare in un magazzino:  uno spettacolo osceno che sembra essere creato ad arte per essere visto da chi si aspetta una risposta decisa dal governo Renzi e da chi si nutre di razzismo.
Di fronte a questa situazione, molti ragazzi fuggono verso gli scogli minacciano di buttarsi in mare se la polizia insisterà nella sua operazione. Insieme a loro c’è un piccolo gruppo di agricoltori della zona, accorsi sul luogo subito dopo aver sentito la notizia in radio: a un mese da questo fatto si può dire che il loro aiuto immediato si è rivelato determinante.

Di fronte al mare di Ventimiglia. Clicca per ingrandire.

Poco dopo un altro gruppo di solidali, a cui un blocco della polizia impedisce di arrivare in zona, arriva sul luogo e dà vita a quello che sarà (ed è tuttora) il presidio permanente No Borders Ventimiglia. Viene lanciata una manifestazione e il 20 giugno una manifestazione pacifica di persone, provenienti da Ventimiglia e da altre zone d’Italia, sfila per le vie della città al grido di “No borders”.

Finita la manifestazione non è cambiato nulla: i migranti sugli scogli sono ancora sugli scogli, gli attivisti del presidio rimangono al presidio, quelli accorsi da fuori tornano nelle loro rispettive città. I media interessati alla vicenda diminuiscono, scompaiono.
Sarà che a Bologna d’estate fa un caldo insopportabile. Sarà che la sagra dell’intellettualità rappresentata da Reunion è stata più insopportabile del caldo. Sarà che c’è un sacco di gente che fa un lavoro da cui cerca solo un buon motivo per scappare. Sarà che c’è voglia di compromettersi. Fatto sta che un gruppo di persone che vive a Bologna prepara un’iniziativa in supporto al presidio di Ventimiglia. L’idea non viene da una delle realtà storiche della città, bensì della Rete Eat The Rich, (di cui Giap ha già trattato), che col sostegno di CampiAperti promuove l’idea di una staffetta per Ventimiglia. È così che da martedì 23 si parte per portare una cucina popolare e, nella precarietà della situazione, cercare di fare comunità insieme ai migranti. Poco a poco l’iniziativa si allarga e coinvolge persone che vanno ben oltre il gruppo della mensa. Sul volantino si vede in controluce una staffetta partigiana

Chi vuole leggere i report di Eat the Rich può farlo cliccando sull’immagine.

Se il gruppo della staffetta bolognese è estremamente nutrito, gli attivisti e le attiviste arrivano anche da altre città della Liguria, da Milano, da Massa, da Torino, dalle Marche, dalla Sicilia. E dalla Francia. È così che a Ventimiglia, lungo un braccio di mare di un centinaio di metri si inizia a parlare una manciata di lingue differenti.

2. 20miles

Forse non siamo nel centro di tutte le contraddizioni del mondo come Zerocalcare a Kobane, ma ci siamo vicini.
I migranti montano un accampamento a ridosso della frontiera a poche decine di metri da un resort di lusso con annesso un ristorante: nel menù esposto all’esterno si legge che il prezzo per un antipasto può arrivare a di 45 euro e un caffè freddo alla nocciola 15.

Le spiagge sono eccezionali, il mare è cristallino e poco lontano è possibile apprezzare una singolare spiaggetta che ha più telecamere di sorveglianza che ombrelloni: è una zona di turismo, tendenzialmente ricco, dove lo scompenso tra la bella vita di chi si reca in zona in villeggiatura e la povertà totale dei migranti raggruppati sugli scogli può effettivamente causare riso isterico.

Foto rubata da un attivista del presidio.

Nonostante le lamentele di alcuni la zona in realtà è separata dalla città, tanto che paradossalmente il centro abitato più vicino è Menton, la cittadina francese immediatamente al di là del confine. Il problema è che a Menton ci vai solo se sei bianco. Sarebbe meglio dire che “ci vai solo se sei europeo”, ma alla prova dei fatti se sei un viso pallido nessuno ti chiede alcun documento.

Nel corso di un mese le persone del presidio sono riuscite a risolvere alcune difficoltà che le istituzioni si sono ben guardate da affrontare: grazie ad un pannello solare i ragazzi sugli scogli riescono a caricare i loro cellulari, il bene più prezioso che portano con sé, l’unico mezzo per restare in contatto con i propri familiari. Sono state montate delle docce e dopo alcune settimane è stato installato un water perfettamente funzionante. Dagli abitanti di Ventimiglia e dagli attivisti che passano dal presidio arrivano vestiti e cibo. In molti chiedono cosa possono portare per aiutare il presidio: teli, materassini e cellulari.

La situazione evolve, è in continuo cambiamento: a detta di tutti una mattina al presidio equivale a 5 giorni, per stress, sbalzi d’umore, per il numero di input da immagazzinare e rielaborare. Sin dal primo giorno si è adottata una politica di appoggio totale alle rivendicazioni dei migranti: non saranno gli europei a imporre loro una linea, una proposta politica o anche solo delle parole d’ordine, saranno loro stessi a decidere e ci si metterà a loro disposizione. Un approccio che però nel corso del tempo mostra la sua problematicità: se in un primo momento il gruppo dei migranti è unito nel condurre una lotta politica sull’abolizione delle frontiere, poco a poco l’unità si frammenta e “mettersi a disposizione della lotta dei migranti” diventa sempre più complicato e costringe ad improvvisare, tanto più che man mano che i giorni passano diventa sempre più evidente che l’unica azione delle istituzioni è quella di fare da blocco all’arrivo di nuovi migranti sugli scogli. Inoltre il sindaco di Ventimiglia, Enrico Ioculano (quota PD), ha recentemente emanato un’ordinanza contro chi, “per mero spirito di solidarietà”, si dedica alla “somministrazione” di cibo “a favore dei medesimi profughi”.

Nel frattempo anche la situazione globale muta.
Lo scandalo giornalistico dei primi giorni si assopisce anche in virtù della promessa che negli ultimi anni è ricorsa diverse volte: “tutto sarà risolto al Vertice UE”, che è previsto per il 25 e il 26 giugno. Nel frattempo il Sindaco di Menton decide comunque che la frontiera resterà chiusa, bypassando ogni eventuale decisione dei suoi superiori. Va detto, anche per avere un’idea delle difficoltà a cui i migranti vanno incontro, che il sud della Francia è una delle zone in cui il Front National ottiene più consensi.

Il giorno 26 giugno avviene l’attentato di Sousse e nelle prime ore si pensa che Yassin Salhi, il mitomane che ha assassinato il suo datore di lavoro vicino a Lione, appartenga ad una cellula dell’ISIS. Una situazione molto complessa, insomma, resa ancora più pesante dal fatto che in quegli stessi giorni l’Unione Europea è impegnata a fare la voce grossa con la Grecia del governo Syriza, che poche ore dopo il vertice annuncia il referendum. Il clima della discussione al Vertice UE sul tema migrazione è perfettamente riassunto in una frase contenuta in un articolo apparso su Repubblica  dove si legge: «A causa della discussione sulla Grecia il dossier sull’immigrazione slitta di un paio d’ore e viene affrontato dai leader a cena».

Tra antipasto e dessert (è lo stesso articolo a ripercorrere la discussione seguendo il succedersi delle portate) un dibattito sembra effettivamente avere luogo, ma il risultato è un semplice rinvio a dopo l’estate per la redistribuzione dei migranti negli stati del territorio Europeo che si svilupperà nell’arco di due anni. Renzi è deluso, ma accetta l’accordo finale: nei giorni precedenti ha paventato un Piano B, sebbene non sia dato sapere quale fosse.

La situazione evolve anche a Ventimiglia o perlomeno evolve sugli scogli: dopo la delusione dovuta al fallimento del Vertice UE, il gruppo che all’inizio era estremamente compatto e dava vita ad intense assemblee («non ce ne andremo finché non elimineranno le frontiere» era una frase piuttosto ricorrente) inizia a sfaldarsi. In molti si allontanano in piccoli gruppi o da soli tentando di varcare la frontiera. Nelle sere, finite le assemblee tra europei e non-europei, alcuni ragazzi si allontanano zaino in spalla per non far ritorno. E tuttavia quello che inizialmente sembra un passo indietro rispetto alle iniziali rivendicazioni, indica la necessità di un cambiamento di strategia sia per i migranti che per gli attivisti, che si impegnano a recuperare informazioni, in particolar modo riguardo alle procedure per le richieste d’asilo.

Alla stazione di Ventimiglia. Clicca per ingrandire.

C’è solo un luogo dove non muta mai nulla: la stazione di Ventimiglia. Non è un lager né una prigione e infatti chiunque può andare e venire quando vuole (purché non si tratti di andare al presidio sugli scogli). Tuttavia alla stazione di Ventimiglia si è effettivamente creato un luogo di controllo attraverso la creazione di un ambiente completamente asettico dove le persone sono assolutamente passive, in attesa che qualcuno decida per loro. Una situazione che, sottolineano alcuni operatori accorsi al presidio, è simile a quella dei centri di seconda accoglienza. Chi riesce a entrare in stazione di Ventimiglia è letteralmente assalito da gruppi di persone che chiedono informazioni. Un ragazzo ci dice che gli è stata presa solo un’impronta digitale e chiede se questo sia sufficiente per fare richiesta d’asilo. Un altro dice che gli sono state prese le impronte a Ventimiglia e chiede se ora può fare domanda di asilo in Francia (la risposta è no). Riguardo ai diritti dei minori non viene fornita alcuna informazione. Qualcuno del presidio conosce l’amarico e per questo viene sommerso dagli etiopi presenti che fanno qualunque tipo di domanda.

Certo, la maggior parte delle persone qui hanno un letto. Certo, sono nutrite e curate dalla Croce Rossa italiana. Certo, le condizioni di vita consentono la presenza anche di donne e bambini. Tuttavia le 200 persone che vivono lì sono costrette in una situazione di assoluta passività, tagliate fuori da ogni processo decisionale che li possa riguardare.

Poche notizie di chi se n’è andato. Molti sono costretti a tornare indietro a seguito dei controlli della gendarmeria francese. E non è l’unico scandalo: in un container oltre confine ritroviamo una famiglia di siriani, che viaggiavano in un treno francese con regolare biglietto e regolare passaporto: tenuti lì dentro per ore vengono rilasciati e rimandati a Ventimiglia. Il biglietto è requisito e con esso i soldi necessari per comprarne un altro. Stessa sorte per altri che restano rinchiusi anche per quattro ore, senza nessuna ragione apparente, prima di essere rilasciati.

Tra quelli che se ne sono andati qualcuno fa ritorno a Ventimiglia, scegliendo proprio quella striscia di rocce come rifugio. E’ così che si capisce che l’unica tappa accettabile per chi vuole ripartire ma non ha un luogo per rifiatare, per chi non vuole “tornare indietro” sono quegli scogli duri e sporchi a ridosso della frontiera, dove per la prima volta si ha la possibilità di esprimere ciò che si pensa.

3. Can anybody translate?

E’ la domanda classica che si fa nei momenti in cui ci si riunisce, quando non esiste una lingua comune e si parla allo stesso tempo italiano, inglese, francese, arabo e altri dialetti. Tutti gli interventi hanno bisogno di essere tradotti e non sempre ci si riesce. Nei momenti di chiacchiera molti parlano senza capire realmente, ma la storia del presidio è anche una storia di relazioni oltre che di parole: si parla senza capire, eppure ci si intende. Può sembrare un’uscita fricchettona, eppure è così.

I primi giorni la lingua è quella dei 184 africani che occupano gli scogli e che chiedono l’abolizione di tutte le frontiere. Poi le cose cambiano, si formano delle assemblee miste, complesse. Il gruppo del presidio è molto eterogeneo, il gruppo dei migranti pure ed ha le sue dinamiche: a chi ci si riferisce per prendere le decisioni? A quelli che sono riconosciuti come leader? Forse, ma non funziona: lo stress è molto anche per gli esponenti più carismatici del gruppo, anche perché i loro nomi finiscono sui giornali e i vari reporter fanno a gara per sapere la loro storia. Inoltre, dopo il fallimento del Vertice Ue, il nervosismo è alto. Si prova quindi con difficoltà a parlare insieme, ad avere la pazienza di capire. Gli attivisti del presidio tentano di fornire informazioni certe e non contraddittorie. Solo che in alcuni casi questa operazione sembra particolarmente complessa e l’impressione è quella che una qualsiasi opinione o presa di posizione avrà un peso decisivo sulle vite delle persone che abbiamo davanti. Ci sono domande a cui è difficile dare risposta:
«Secondo voi ha senso che rimaniamo sugli scogli?»
Oppure si è costretti a dare informazioni che pesano come macigni:
«Abbiamo deciso che rimarremo sugli scogli fino al Vertice dell’Unione Europea.»
In realtà il Vertice non ha dato risultati.
Qualcuno vuole passare dal Brennero, ma gli spieghiamo di non farsi illusioni per quella che viene chiamata la Lampedusa delle Alpi
«Vogliamo arrivare a Londra, bisogna andare a Calais.»
Solo che Calais è una delle frontiere più violente d’Europa e proprio nell’ultimo periodo è stata luogo di numerosi scontri con la polizia.
«Conoscete sentieri?»
I percorsi per passare la frontiera sono noti a tutti e soprattutto sono pericolosissimi. E’ un’informazione che non li tocca: hanno attraversato il deserto, il Mediterraneo, sono stati imprigionati e picchiati in Libia (grazie agli accordi italo-libici, alcuni di loro sono stati più volte minacciati di morte. La concezione di “pericolo” di un europeo medio è necessariamente diversa. C’è quindi una domanda che a più riprese serpeggia nelle teste di chi rimane al presidio: siamo utili noi a questi ragazzi o gli stiamo semplicemente rendendo più complicate le cose?
– We are strong if you are here – dicono alcuni dei migranti.

Una delle assemblee serali, sullo sfondo la città di Menton. Clicca per ingrandire.

Forse la polizia capisce la questione meglio di altri, tanto che agisce col preciso scopo di fiaccare le energie di chi resiste: uno degli ultimi giorni di giugno le forze dell’ordine impongono lo sgombero del marciapiede che costeggia gli scogli, dove ci sono alcuni gazebo e dove un piccolo numero migranti dorme la notte. Viene fatta spostare anche la tenda che era stata messa all’ombra per conservare meglio il cibo.

Alcune cose però sono chiare: nessuno o quasi nessuno dei migranti vuole fermarsi in Francia, il che rende ancora più assurda la questione, dato che il problema sembra essere proprio il fatto che la Francia non li vuole. Forse basterebbe poco, pochissimo per aiutarli a passare il confine, ma qualunque tentativo farebbe cadere nel reato di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”:
– Una manifestazione, con decine e decine di auto che li portano dall’altra parte.
– No, meglio alla spicciolata.
– Proponiamoglielo.
– Non promettiamo cose a vanvera: prima chiediamo ad un avvocato.

In realtà il problema non è giuridico ma politico: un’azione così potente di disobbedienza civile avrebbe bisogno di una rete potente in grado di dare supporto che al momento non è ancora stata costruita.

Cosa si può fare, quindi? La domanda rimane aperta e all’orizzonte non appaiono soluzioni facili. Ciò che è certo è che il presidio sta fornendo ai migranti la possibilità di esprimersi e partecipare attivamente ad un percorso collettivo. Per molti la cucina diventa un’occasione di socialità, non si tratta solo di somministrare dei pasti ma, sempre di più, di cucinare insieme, decidere cosa mangiare, coinvolgere i produttori locali e quelli della rete di Genuino Clandestino, cercando di restituire ai migranti quel minimo di autonomia di cui sono stati privati. Addirittura a fine giugno si mette in piedi una festa in cui i ruoli sono rovesciati: sono loro a far da mangiare per noi europei e il risultato è spettacolare: «You are welcome» ci dicono offrendoci un piatto di chorba.
– Good?
– Scotta un po’.
Nell’ultimo periodo tra i migranti si sviluppa anche una consapevolezza tale che li porta a scrivere anche il loro primo comunicato:

«A tutti i migranti nel mondo che hanno attraversato i deserti, che hanno solcato i mari, che hanno rischiato le proprie vite, che stanno mettendo la loro vita in pericolo per arrivare in luoghi di pace, come l’Europa ed altri continenti.
Alziamoci e combattiamo per la nostra libertà, niente di più niente di meno.

Ai migranti a Ventimiglia, a Roma, Milano, Parigi, Calais: tiriamo fuori la nostra forza!»

E così la vita di tutti i giorni passa nei continui alti e bassi, nel tentativo di dare una prospettiva ad un percorso complesso e al contempo nuovo per tutti. Si creano attività da svolgere insieme: corsi di nuoto, corsi di lingua, pulizia degli scogli. Per i prossimi giorni c’è la voglia di fare maggiore informazione in stazione. Nel frattempo alcuni ripassano i trattati internazionali, per capire come rispondere alle richieste di informazioni, per capire dove e come si possono fare le richieste d’asilo, chi le può fare, quali sono i diritti che dovrebbero essere garantiti. Per capire se ci sono dei buchi legali e munirsi di altri strumenti per superare l’empasse della situazione politica.

4. Trattati (come bestie)

Fare ordine nella questione legale è molto complesso e spesso sembra inutile. Tuttavia vale la pena però ritornarci un attimo, tanto più che per i giorni 18 e 19 luglio sono previsti, sugli scogli di Ventimiglia, dei momenti di dialogo con dei legali proprio sull’aspetto giuridico della questione. Ci sono diversi articoli online che hanno trattato l’argomento, riflettendo sul caso di Ventimiglia. Uno dei migliori articoli è apparso su Lettera 43.

Sulla vicenda pesa tutta una serie di trattati e accordi che si incastrano tra loro.
Il primo è quello di Schengen che comporta l’abolizione dei controlli sistematici sulle persone. Si tratta di una delle pietre fondanti dell’attuale Unione Europea sebbene oggi sembra scricchiolare pesantemente: si sospende e riattiva, si aggira o si ignora, si deroga nella pratica o attraverso altri regolamenti. E’ così che Schengen diventa una sorta di accordo-zanzara che è lecito spiaccicare sul muro alla prima occasione. L’ultima volta in occasione del G7 di inizio giugno, che comporta una sua sospensione fino al giorno 15 dello stesso mese.

Per la regolamentazione delle persone proveniente da paesi terzi (extra-europei) si deve quindi fare riferimento al regolamento di Dublino dove si prevede che la richiesta d’asilo debba essere fatta nel paese dell’Unione Europa in cui la persona ha fatto ingresso. Questo fa sì che la maggior parte della pressione dei flussi migratori ricada sui paesi del Sud del continente e quindi, Attenzione!, non hanno tutti i torti i politici italiani quando dicono che l’Europa deve fare di più e l’Italia – come anche la Grecia e la Spagna – non si può sobbarcare completamente l’onere dell’accoglienza dei flussi migratori. Certo, negli interventi che sentiamo e che leggiamo c’è un sottotesto di vittimismo, laddove non del vero e proprio razzismo. E ricordiamo che il nostro ruolo in Europa lo ha ben rappresentato Renzi nei giorni precedenti al referendum greco: quello dei leccapiedi.

La situazione ha però un risolto pratico decisivo: a dispetto delle sparate a caso di Salvini, in stazione nessuno si rifiuta di dare le impronte digitali, semplicemente perché (ad eccezione di pochi casi) non gli vengono richieste, sebbene a causa degli accordi di Dublino la richiesta d’asilo dovrebbe essere fatta in Italia, cosa che le istituzioni italiane vogliono evitare il più possibile. E’ così che si crea quella situazione di stallo che dura da più di un mese.

Manifestazione dei migranti e solidali davanti la frontiera italo-francese a Ventimiglia. 12 luglio 2015. Clicca per ingrandire.

Esiste poi un altro accordo che riguarda i respingimenti: l’accordo bilaterale tra Francia e Italia, siglato a Chambery (1997) che rende effettivamente relativo Schengen, per le persone non dotate di passaporto europeo, e che prevede la “restituzione” dei migranti irregolari all’Italia. Sulla base di questo accordo, in effetti, la Francia sembra avere le carte in regola per attuare i respingimenti, ma è da segnalare la mancanza di iniziativa del governo italiano per rivedere i trattati. Il punto, infatti, non risulta esser stato oggetto di discussione al Vertice UE di fine giugno.

Ai regolamenti si aggiunge un articolo del codice di procedura penale francese che riguarda il controllo delle frontiere. Nell’articolo 78-2, dove si legge che

«in una zona compresa tra la frontiera terrestre della Francia con gli Stati contraenti della convenzione firmata a Schengen il 19 giugno 1990 ed una linea tracciata a 20 km dalla stessa […] l’identità di ogni persona possa anche essere controllata […] al fine di verificare il rispetto degli obblighi di legge di detenere, portare ed esibire titoli e documenti».

Tuttavia i controlli vengono fatti anche ben oltre la distanza dei 20 chilometri. Alcune delle persone rimandate in Italia hanno infatto dichiarato di essere state individuate a Marsiglia, a Cannes, o addirittura a Parigi!, e la stazione di Nizza dei treni è costantemente posta sotto controllo.
In un garbuglio così colmo di discrezionalità devono esserci delle zone grigie per forzare il diritto.

5. We’re not going back

Indietro non si torna da una situazione del genere, prima di tutto perché quella che nei primi giorni sembrava un’emergenza ora dura da più di un mese. Inoltre non è la prima volta che si verifica una situazione del genere e ciò fa pensare che, anche qualora questa situazione dovesse sbloccarsi (non si sa come), episodi simili possano ripetersi con estrema facilità. Più che essere di fronte a un’emergenza siamo di fronte a un dato di fatto: ci sono fenomeni di migrazione che non possono essere bloccati e che mettono in imbarazzo tutte le istituzioni, dal piccolo comune fino alle Unione Europea.

In questo contesto lavorare sul “caso Ventimiglia”, così come su altre situazioni simili, vuol dire assumere uno sguardo transnazionale e questa, prima ancora che una prospettiva politica, è una necessità maledettamente materiale: ignorare cosa succede nella nazione accanto siginifica agire quasi alla cieca.

E tuttavia Ventimiglia non è una bolla e non va considerata come tale, ma semmai è il punto di ricaduta di una serie di tensioni che sono palpabili in tutte le città. Non è un caso che il problema sia esploso quasi in contemporanea con situazioni analoghe a Roma e Milano. Il tutto mentre l’Europa vive uno stato di agitazione e conflitto istituzionale che potrebbe portare alla sua stessa dissoluzione.

Eppure, per molti, Ventimiglia è stata ed è una bolla, un luogo staccato dal resto del mondo in cui entrare e non percepire più gli input esterni, in cui concentrare le proprie riflessioni e la propria voglia di fare. Un luogo da cui è difficile staccarsi anche quando si riesce a farlo materialmente. Un’occasione che permette di liberare energie ed idee.

La strada è lunga e nessuno sembra avere voglia di tornare indietro.

6. The Ballad of the Ancient Mariner

L’articolo sarebbe finito. Tutta la razionalità che c’è in questa situazione è stata dissolta nei paragrafi precedenti. Tuttavia manca la voce di chi è protagonista di quegli scogli.

Alcuni di loro sono stati intervistati dalle televisioni, un paio di minuti per catturare uno slogan e una storia che finisce in un qualche sito o direttamente nel mucchio. Anche con le migliori intenzioni è difficile rendere speciali delle storie che in realtà abbiamo già sentito e letto decine di volte, simili a tante altre. Una ripetizione che rischia di anestetizzare. Eppure, vale la pena tentare lo stesso.

12 luglio. Ci si prepara ad un’azione dimostrativa da fare di fronte alla frontiera. Clicca per ingrandire.

Ce la raccontano così, sguardo fisso e nessuna emozione nella voce.

Molti di loro vengono da zone di guerra, in particolare dal Darfur, regione del Sudan: «I decided to come to Europe because war is in my country since 2003». Non sono pochi quelli che parlano inglese, soprattutto nei primi giorni e a detta di alcune persone di Ventimiglia questo è uno dei gruppi giunti in città negli ultimi anni in cui il livello di cultura è più alto.

Alcuni sono stati in galera in Libia senza aver commesso alcun reato. Molti sono stati derubati, denudati e perquisiti, minacciati di morte da chi prometteva trasporto e protezione. I racconti sulla Libia contengono dei ritornelli, uno su tutti: «they kill you if you say something». Costretti a vivere per strada decidono di imbarcarsi, ma la barca con cui si attraversa il Mediterraneo è una trappola, un rottame riempito oltre ogni limite, ma una volta che si è fatta la scelta non si può più tornare indietro. «Started a fire in the boat. But the person that was driving was very good and fix it». E poi l’arrivo di un elicottero. «If they late 5 minutes we’ll pass away».

In Italia tutto diventa confuso: forse nel racconto ci sono delle bugie, forse delle mezze verità o delle amnesie, alcuni passaggi saltano completamente. Di certo capiamo che chi arriva non ha alcuna nozione geografica dei luoghi che ha attraversato. Lampedusa? Sicilia? Un’altra isola? Forse Sicilia, in un CARA e poi in qualche modo fino a Milano e poi fino a Ventimiglia in quello che viene chiamato un “taxi”, che di certo non è un taxi come lo intendiamo noi. A Ventimiglia si prova a passare la frontiera, una, due, tre volte ma si viene bloccati dalla polizia francese «they bring me to Italy and told me “this is Italy”». Eppure nelle loro intenzioni non c’è la volontà di rimanere in Francia, «Simply we want to pass, France does not give asylum, it is not a problem». La polizia italiana non è migliore di quella francese, da qui la decisione di correre sugli scogli e la minaccia di suicidio: «Police force us to go. So the people started run to the sea. We decide to say “If you come, we die”».
E’ una delusione per chi aveva riposto le sue speranze nell’Europa «this is no different. Yes, no one kills you. But it’s the same».
Nella storia ci sono dei buchi, è evidente, cose che non si possono raccontare e cose che non si vogliono raccontare.
– Vuoi aggiungere qualcosa?
– No, I just want to tell you part of my tragedy.
I vuoti rimangono, non solo per noi, ma anche per le famiglie che è da molto che non ricevono notizie: «I don’t want to call. If I phone I start crying».

Il racconto finisce. Forse siamo anestetizzati anche noi, nessuna commozione. Siamo perplessi e forse siamo diventati formali come quei reporter che arrivano con l’intenzione di farsi raccontare una storia da infilare in un articolo e ripartono subito dopo. Ma la storia dell’ultimo mese è anche una storia di relazioni, oltre che di parole:
– Cosa pensi della gente venuta al presidio?
– Hope to meet you again.

______

Per mantenersi aggiornati sul presidio consigliamo di seguire:

Presidio permanente No Borders 
ZIC
Rete Eat The Rich

Scarica questo articolo in formato ebook (ePub o Kindle)Scarica questo articolo in formato ebook (ePub o Kindle)

Print Friendly, PDF & Email

Altri testi che potrebbero interessarti:

7 commenti su “«We Are Strong if You Are Here»: un mese di presidio a #Ventimiglia

  1. Grazie per l’articolo dettagliato, e la chiusa è quella giusta: nessuna anestesia negli incontri di questi giorni e le reti a volte si rivelano più potenti del previsto :) per info qui cerchiamo di tradurre in francese quanto esce dal profilo del presidio e di eat the rich:
    https://mars-infos.org/

  2. […] Wu Ming, “«We Are Strong if You Are Here»: un mese di presidio a #Ventimiglia”: Questo post era inizialmente pensato per “bucare” l’informazione: dopo la massiccia presenza di mass media a documentare la situazione, nessuno si era più interessato a quanto stava avvenendo a Ventimiglia. Tuttavia, a un mese dall’inizio dal blocco della frontiera francese, i media sono tornati e gli articoli hanno cominciato a riapparire. Non c’è più quindi uno schermo da bucare, ma al più una controstoria da ricostruire, anche se non è facile: per quanto chi scrive possa impegnarsi, il colore della sua pelle rimane inesorabilmente bianco. Raccontare una controstoria può quindi valere fino a un certo punto anche se ci si proverà fino in fondo. Tuttavia, se un articolo ha senso, in questo momento, in questo blog, è soprattutto perché si possa riflettere sul “che fare” in una situazione che è del tutto fluida e in continua evoluzione. […]

  3. Mentre commento, tutte le principali testate giornalistiche italiane stanno parlando di quello che sta avvenendo a Casale San Nicola, quartiere “bene” di Roma, quartiere che non può permettersi di ospitare 19 (DICIANNOVE!) profughi vicino alle sue lussuose strutture sportive e alle ville degli ex ministri.
    Il quartiere dove si inseguono i muratori rumeni e poi li si accusa di scappare (come nel famoso filmato di Piazza Pulita su La7).

    Questo è il frame in cui è incastonato il racconto dell’immigrazione a Roma.
    “Roma: Scontri tra residenti, CasaPound e agenti” (repubblica.it)
    “Profughi sale la tensione a Roma” (corriere.it)
    Questa è la narrazione tossica per la quale gli imbecilli di CasaPound fanno più rumore di tutte le persone che si attivano, mettendo tempo, forze e donazioni materiali per i migranti arrivati fin qua.

    Sono uno dei volontari che, da poco più di un mese, stanno gestendo il centro culturale Baobab in via Cupa, a Roma.
    Cerco di spiegare cosa sta succedendo lì.
    Dopo lo sfollamento di Ponte Mammolo e le cariche alla stazione Tiburtina, al centro Baobab si sono radunati circa 300 migranti in transito (non stanno più di 3 giorni in media, poi partono per il nord europa).
    Il centro non è più culturale, ma di accoglienza. Emergenziale.

    Non c’era NIENTE di preparato per accoglierli. Si sono ritrovati ragazzi, adulti, pensionati che non si conoscevano, che hanno prima improvvisato poi organizzato un sistema di accoglienza che, ad oggi, serve 3 pasti al giorno per 600 persone, dà vestiti, visite mediche e kit per la partenza quando se ne vanno. Le istituzioni? E chi le ha viste.
    Abbiamo creato una rete di medici volontari che garantiscono assistenza sanitaria ai migranti; abbiamo stabilito contatti con i volontari che operano alla stazione di Bolzano per creare una rete con l’obiettivo di migliorare l’accoglienza dei transitanti. Nei prossimi giorni provvederemo a contattare anche Eat The Rich, ZIC e No Borders.
    E non solo. Si organizzano attività di integrazione, concerti, gite, attività sportive.
    Non c’è assistenzialismo ma vera integrazione.
    Tutto questo è nato dal nulla, tutto questo è auto-organizzato, autogestito; nessuna decisione è stata calata dall’alto, nessuno si conosceva prima di ritrovarsi lì.
    Oltre al modello di accoglienza, si sta sviluppando parallelamente un esperimento sociale che, sinceramente, non avevo mai visto prima.
    (E personalmente ho sempre avuto problemi con l’associazionismo prima di questa esperienza)

    Come volontari, speriamo solo che questa Roma venga fuori mediaticamente come viene fuori quella marcia che oggi (e non solo) sta guadagnandosi le prime pagine dei giornali.

  4. A pochi km dal presidio di Ventimiglia prove tecniche di fascismo:
    http://www.ilsecoloxix.it/p/imperia/2015/07/25/ARridHFF-profughi_dimissioni_rivolta.shtml
    http://www.primocanale.it/notizie/troppi-migranti-a-baiardo-il-consiglio-comunale-si-dimette-158446.html
    Si noti che uno degli articoli segnala la presenza di “turisti” all’interno del manipolo di arditi che ha aggredito il consiglio comunale al completo. Ah, il “decoro”, signora mia!

  5. […] il racconto del primo mese al presidio di Ventimiglia, ecco un testo collettivo che aggiorna sulla situazione al confine con la Francia, allarga la […]

  6. […] il racconto del primo mese al presidio di Ventimiglia, ecco un testo collettivo che aggiorna sulla situazione al confine con la Francia, allarga la […]

  7. […] In generale, nell’estate 2015 Ventimiglia è tutt’altro che una bolla, anzi è, come ha osservato Wu Ming, «il punto di ricaduta di una serie di tensioni che sono palpabili in tutte le città». […]

Leave a Reply