Anubi D’Avossa Lussurgiu | L’atto sesto dell’Armata dei Sonnambuli

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[WM: Lo scorso 3 luglio ci ha lasciati, a cinquantasei anni ancora da compiere, Anubi D’Avossa Lussurgiu. Un compagno brillantissimo, erudito, logorroico, istrionico, tormentato, posseduto da un amour fou per la rivoluzione e generoso fino al potlatch del proprio sapere, fino alla dispersione di sé. Tanti anni fa era stato dirigente di un partito, poi aveva preso altre direzioni, voltando le spalle a ogni prospettiva di carriera, tant’è che viveva in una casa occupata e faceva l’usciere in un museo, dov’era anche delegato sindacale.
Da tempo aveva scelto una dimensione di ridotta visibilità e di rifocalizzazione tematica. Si era concentrato sulle politiche da stato d’eccezione, da un lato, e sulle prospettive «destituenti» delle rivolte, dall’altro, collaborando con l’Osservatorio sulla Repressione e curando il sito Internazionale Vitalista. Nel biennio 2020-2021, tenendosi lontano da battibecchi social e polemiche sterili, era stato un lucido critico delle politiche pandemiche.
Anubi ha scritto testi preziosi, ma sparpagliandoli di qua e di là. Raccoglierli e lavorarci sopra sarà un modo non solo di ricordarlo, ma di rimettere in gioco e usare nella lotta un tesoro di eclatanti intuizioni. Proviamo a dare noi il la, proponendo un formidabile «saggio di lettura» sinora inedito in questa forma.
Tra il 27 aprile e il 3 giugno 2014, in uno stato quasi febbrile, Anubi depositò qui su Giap una serie di glosse e riflessioni sul nostro romanzo L’Armata dei sonnambuli. Abbiamo raggruppato i commenti più compiuti e meno frammentari; li abbiamo montati basandoci su riferimenti che lui stesso disseminava, del tipo «Mi riaggancio a quel che scrivevo ieri…»; abbiamo eliminato qualche ripetizione e provvisto il tutto di titoli di paragrafo, collegamenti ipertestuali e alcune note esplicative. Il risultato è un testo “ricostruito” finché si vuole eppure autografo e coerente, nel quale, come in una risonanza magnetica, si vede la prodigiosa mente di Anubi al lavoro.
In calce al testo, due appendici: la registrazione di un intervento bolognese del 2019 e lo speciale trasmesso l’altroieri da Radio Onda Rossa.]

di Anubi D’Avossa Lussurgiu

Filippo Buonarroti (1761 – 1837)

Sanguediddio, che manoscritto avrete poi, voi, della Histoire de la conjuration des Égaux dite de Babeuf del Buonarroti? Perché a mia memoria il vecchio Camillus non l’ha mai scritta quella roba lì sullo Scaramouche citato dall’accusa1.

Diciamo che tra le teste illustri che rotolano nel Quinto Atto c’è persino, e ad opera di Scaramouche in persona, quella del povero Filippo Buonarroti che pure dal processo scampò la chiorba e fu anzi in seguito uno dei cospiratori più longevi e durevoli della storia. Non che qui si dia per ghigliottinato, ma la Gran Signora mi pare si abbatta sul suo sacro testo – appunto la Storia della Congiura degli Uguali detta di Babeuf – facendone apparire un altro dal quale ci fa marameo il rostrato naso dello Scaramuccia.

Compulsando la lista dei giacobini proscritti e deportati da Napoleone dopo l’attentato della rue Saint-Nicaise2 – «la cospirazione della macchina infernale» – ci si trova una messe di figure del faubourg Saint-Antoine e degli altri come della Commune del 10 Agosto – compresi commissari civili e di polizia… – trascorse dall’universo sezionario dell’Anno II censito da Albert Soboul alla resistenza e alla persistenza cospirativa sotto Termidoro, Direttorio e Consolato. Si arriva fino al generale Jean-Antoine Rossignol, ovviamente deceduto certificatamente ad Anjouan3, e ad altri, diversi e non meno rilevanti, che effettivamente riuscirono a fuggire dalle Seychelles. Fino un vegliardo come Julien Leroy, detto Églator, istitutore della Sezione de Les Invalides ed… economo di Bicêtre.

La verità è che quella storia ha già scritto più Atti Quinti di quanti Atti Sesti possano pensare di completare!

Il sonnambulismo, la rivoluzione, i corpi

Mi sono formato l’opinione che per comprendere più a fondo tanto la complessità dei livelli narrativi nascosti quanto la verità dell’annuncio dei Wu Ming sul carattere appunto conclusivo de L’Armata dei Sonnambuli – nel genere del “romanzo storico”4 –, occorra in realtà tenere in conto e anzi destrutturare il piano esplicito, dichiarato, più “verificato” – nel gioco di specchi delle “fonti”, o se vogliamo più pianamente “storico” della narrazione.

Per dirla in altro e più assiomatico modo, bisogna partire dal titolo. Dalla sostanza che vi si cela, direbbe una scienza naturale del Gran Secolo.

Penso insomma che nella dizione «Armata dei Sonnambuli» vi sia lo specchio di una buona parte della verità del romanzo: di un piano rilevante, cioè, della sua intenzione di senso. Occorre attraversarlo, lo specchio.

Il sonnambulismo è un livello dichiaratamente preminente di questa narrazione. Il sonnambulismo, ossia la trance e lo stato ipnotico indotti dalle pratiche operative di «magnetismo animale», come pervenne a definirle Franz Anton Mesmer.

Tutta questa storia – la storia del mesmerismo, della Société de l’Harmonie Universelle, della sua rottura, dell’esperimento-dimostrazione del marchese di Puységur con il contadino Victor Race al cospetto di Mesmer (la consacrazione del sonnambulismo provocato/sonno magnetico come forma applicativa del «magnetismo animale» che supera le convulsioni mesmeriane e lo porta a formulare l’ipotesi della collaborazione di volontà), di tutta la parabola di Puységur e del suo psicofluidismo (comprese le ipnosi collettive intorno al grande albero a Buzancy, e senza dimenticare che il suo principale sostenitore in epoca restaurativa si chiamava Deleuze!), persino (filosoficamente, metodologicamente) dell’approccio di Yvers così prossimo (estremizzandolo) al nocciolo della declinazione spiritualista del mesmerismo, fino all’opposto empirismo critico di D’Amblanc così congeniale alle più tarde e vituperatissime (in epoca di piena Restaurazione) tesi immaginazioniste di un tal… Abate Faria, che assume definitivamente che «non c’è nessun fluido» e al quale tanto dovrà la scuola di Nancy… –; tutta questa storia è un filo solidissimo e continuo dell’intera narrazione romanzesca.

Ed è un filo storico, per l’appunto: verificabilissimo, documentato “senza trucchi”. Come quello, che vi s’intreccia, della medicalità e del trattamento dei “pazienti” di Bicêtre, la storia di Jean-Baptiste Pussin e Philippe Pinel, la progenitura del trattamento psichiatrico e della “democratizzazione” dell’internamento: un frame foucaultiano direttamente proclamato in epigrafe. Laddove alla lettura del romanzo si è introdotti con due avvertenze:

«Volete, allora, che il mio corpo parli? Lo farà, e vi prometto che nelle risposte che vi darà ci sarà molta più verità di quanto possiate immaginare. Non certo perché il mio corpo ne sappia più di voi, ma perché nelle vostre ingiunzioni c’è qualcosa che non formulate ma che io capisco bene, una sorta di ingiunzione silenziosa alla quale il mio corpo risponderà. Ascolterò quel che non dici e ti obbedirò, fornendoti dei sìntomi di cui sarai costretto a riconoscere la verità, poiché risponderanno, senza che tu lo sappia, alle tue ingiunzioni non formulate […]. Più o meno in questi termini si svolge il discorso dell’isteria.» (Michel Foucault)

François-Noël Babeuf detto Gracchus (1760 – 1797)

«Furono i supplizi d’ogni genere, la tortura, i roghi, le forche, a darci feroci abitudini. I governanti invece di educarci, ci hanno resi così barbari perché essi lo sono. Ora raccolgono i frutti.» (Gracco Babeuf)

La centralità del corpo e della sua capacità di eccedere, di stupire a fronte delle ingiunzioni e di rivelare il non-detto che vi sottostà, nello specchio dell’isteria; e la centralità della violenza, che scorre nella storia sui corpi stessi e si incarna nei loro comportamenti.

Tra il dominio e la ribellione vi è sempre il corpo.

La rivoluzione è un atto di violenza che rovescia la violenza del dominio.

La rivoluzione è corporea. Come d’altronde l’imposizione del dominio.

Come il dominio fa parlare il corpo, così è il corpo a parlare nella rivoluzione.

La contesa che questo filo tende lungo tutta la narrazione è dunque su quell’eccedenza di “verità” che il corpo è in grado di sprigionare: specie in una situazione di “isteria collettiva” qual è quella della moltitudine in rivoluzione – ossia il Terrore, ossia l’irruzione della violenza “rovesciata”, il Carnevale come esplosione di “follia” che esce fuori di controllo e precipita sulla Storia –, così come sancisce un paradigma storico restaurativo ma pienamente medicale alla luce dei Lumi.

È qui che la questione si complica. E si complica maledettamente. Anzi, diabolicamente.

Cos’è che il corpo rivela dunque vero?

Accade che proprio questo filo così nitido, di nitore storico perfetto, persino riposante nella verificabilità delle fonti e dei fatti storiograficamente attestati, proprio questo filo porti la lettura sul ciglio delle “botole” più IncRedibili.

Non solo perché tutto-il-resto-che-conta della narrazione si rivela una moltiplicazione di potenza del significante enunciato col Sonnambulismo e con la dichiarazione di sovrano potere (sul senso del romanzo) della soglia di “verità” del corpo: cos’è che il corpo rivela dunque vero? Cos’è che appare negli atti di un corpo in ipnosi? Cos’è sonno e cosa risveglio?

Corporea e corporale è la coralità dell’esperienza della plebe rivoluzionaria, fin dalla scena d’esordio di quel 21 gennaio dell’Anno II – e il suo premesso rovescio nella visione della mostruosità dei nasi popolari esperita dal Nero – e sino al suo annichilimento due anni dopo, il duodì della prima decade di Piovoso, giorno del Muschio, dell’Anno III, ad opera di Yvers con l’autodafé dei suoi Sonnambuli.

Corporea e corporale è la pratica del rifiuto di Marie Nozière, tanto da imporsi sulla sua maternità e incarnarsi nell’obbligata linea di fuga del figlio Bastien, che giunge alla “verità” solo al cospetto della realtà aumentata del corpo della madre-che-si-nega: la tricoteuse che al di qua e al di là della tribuna della Convenzione fa dei suoi ferri un’arma del corpo violato e in rivolta, la Wolverine donna che il ragazzo “capisce” solo vedendola straziare il volto/matrice dello stupratore che è suo padre.

Corporea e corporale è la linea di fuga che a sua volta Marie coglie nello specchio rovesciato del femminismo “liberato” di Claire Lacombe e Pauline Léon.

Corporea e corporale è l’intera vicenda di Léo/Scaramouche, dalla sua prima scena con Colette proprio il giorno della decapitazione del Capeto fino all’esausta fuga finale dalla scena della lotta sanguinosa col gigante/golem Malaprez, passando per il Teatro Nuovo scaturito dal bassifondo del pugilato sotto la guida di Bernard la Rana e per l’incontro e la muta complicità con Marie.

Corporea e corporale è l’esperienza di ricerca tormentata del dottor D’Amblanc, dall’attrazione negata per e con Madame Girard al fondo della sua stessa ricerca, sempre vivo nel dolore delle cicatrici rimaste dalle torture pellerossa nei prodromi – così coloniali – della Gran Rivoluzione.

Corporeo e corporale, soprattutto, è l’affresco delle violenze “fondative”, quelle sulle donne e le fanciulle e quelle incarnate nei bambini, fino alla visione sonnambolica dell’inquietante «Uomo della merda» nella quale Luigi Carlo condensa la sua residua espressività, e a partire dalla potenza semantica straordinaria – un condensato psicanalitico, antropologico e strutturalista – della vita straziata del piccolo Jean alias il bambino/cane.

Tutto questo è vero. Tutto questo è fortissimo. Tutto questo è chiaro, anzi lancinante. Tutto questo è ciò che dal filo si tesse e che in verità lo descrive, lo “giustifica”: la materialità biopolitica della violenza della Storia, nelle vite che le danno – precisamente – corpo.

Tutto questo richiama, proprio nella chiave del salvare-un-bambino come verità “salvabile” – trasmissione materiale, ri-lascio in vita – dell’esperienza della rivoluzione e della sua evenemenziale sconfitta, qualcosa che già chiude il cerchio di Q e richiama qualcosa già scorto in Altai.

Ma se tutto questo è vero, è vero anche qualcosa d’altro e persino più sorprendente: perché dal filo “pulito” della narrazione di un lato della Storia che è già una scelta conflittuale – la crisi di maturità dei Lumi ovvero la soglia della secolarizzazione dell’anima stessa ovvero il conflitto di alternative sulla Scienza del Corpo e della Co-scienza – si spalancano le “botole” più IncRedibili vere e proprie.

Quelle che d’un balzo fanno fuori lo spazio-tempo, come nel sonno magnetico di Puységur.

Un «molto più indietro» che è avanti

Si tratta di quel paio di botole che guarda caso vengono spalancate dal personaggio del “Cattivo”, Il Nero/Laplace/cavaliere d’Yvers. Botole che si spalancano nel fondo più atroce della contemporaneità e al tempo stesso rivelano che in quel “nitore” c’è più complessità, più verità nascosta, di quanta se ne possa rintracciare nei trabocchetti della finzione letteraria del catalogo di fonti dell’Atto quinto.

Botole che tornano a interrogarci sulla «contemporaneità del non-contemporaneo» [di cui scrisse Ernst Bloch], d’altronde esplicitata dallo stesso personaggio di Yvers quando vagheggia un «molto più indietro» che lo rende più che reazionario e nient’affatto banalmente restauratore, così come quando [nel Quinto Atto] la finzionale attestazione del passaggio di Laplace a Bicêtre spalanca a sua volta il recupero del manicheismo nella massoneria “oscura”, ormai anti-illuministica.

Botole che ci rimettono corpo-a-corpo con un frame fondamentale, giocato nella grande operazione revisionistica del 1989: quello arendtiano delle radici illuministiche (e giacobine) del totalitarismo. E del nazifascismo stesso.

Un frame che Wu Ming non rimuove, ma affronta nella maniera più approfondita (nel senso di coraggiosa) e imprevedibile.

Perché questo c’è di particolarmente beffardo, già in quel titolo: che l’attribuzione negativa del sonnambulismo, dell’ipnosi, dell’Irrazionale che la Ragione si spinge ad evocare, fu il grande argomento della Reazione contro la Rivoluzione. Dei grandi nemici tonacati dell’Abate Faria.

Ora, Wu Ming l’ha rovesciata. Senza negarla. Aiutandoci finalmente a capirla. E a combattere meglio ciò che ha interrotto la trasmissione della scommessa incompiuta nella Grande Rivoluzione eppure tanto avanti riproposta e tanto gigantescamente ritentata, fino alla nostra contemporaneità: la scommessa di liberazione del corpo/mente, che a sua volta incarnava secoli di assalti al cielo del Senso dell’Umano. Dai tempi raccontati in Q.

Un cerchio si chiude. E si apre sul nostro oggi, sull’incompiuto. Là dove la domanda resta aperta: cosa davvero è sonno, cosa sogno, cosa veglia, cosa co-scienza? Cosa è finzione e cosa invenzione della Storia? Cosa è ingiunzione di verità e cosa verità oltre l’ingiunzione? Cosa è maschera e cosa è verità del corpo?

Cosa può un corpo, caro Scaramouche, cara Marie?

Qualcosa di talmente diabolico c’è, in quel filo principale di «storia delle idee» nitidamente enunciato e così inequivocamente documentato, che si affaccia persino il diavolo in persona. Anzi, il diavoletto in persona.

Non c’e ghigno più atroce e al contempo ri-velatore di quello che il Lato Oscuro della Forza delle Idee pone proprio come una gargouille di Notre-Dame a dominare il centro scenico e straniante del romanzo, a Bicêtre. Che, per internarsi e vivere il teatro weissiano della Rivoluzione 5, onde distruggerla, la Primula Nera scelga il cognome del matematico padre del Determinismo (e del più politicamente opportunista scienziato dei tardi Lumi), è questo ghigno, questa gargouille.

Ma che il diavoletto di Laplace, il programma filosofico di onniscienza determinista, trovi un’eco appunto straniata nel programma totalitario di controllo della Volontà sulla psiche collettiva che il traslucido delirio di Yvers inizia a porre in pratica, è una botola su dove l’eco del ghigno diventa frastornante. E contemporaneo.

Rovesciamento del mito della Révolution come complotto

Due cose sin dal completamento della prima lettura mi hanno colpito.

La prima è l’IncRedibile esplicita irruzione di una risonanza nietzchiana nel personaggio di Yvers tornato Laplace nell’Atto quinto, con quella stupefacente apparizione di Ohrmazd e Ahriman e dell’appellativo al direttore di Bicetre come «Cosroe», il ristabilitore dello zoroastrismo e dei «templi del fuoco» dopo aver debellato la riforma eretica e comunistica di Mazdak, a sua volta un dualista.

In verità già al centro del romanzo il tema della Volontà è dichiarato, esplicitamente programmatico nella figura del Darth Vader di Wu Ming: questa definitiva sistemazione nell’orizzonte di Zarathustra dell’universo mentale di Yvers reinternato Laplace nell’Atto quinto sembra quindi volerne essere un compendio definitivamente allusivo.

La seconda è che in tutto il romanzo i monologhi interiori come le pratiche di Yvers/Laplace sono disseminati di segnali che rimandano ad una questione storiografica fondamentale nel “mito negativo”, realista e clericale, della Rivoluzione come «Complotto Massonico» 6.

Ci sono gli angeli della teosofia della “reintegrazione” di Martinès de Pasqually e poi Jean-Baptiste Willermoz; c’è il Palazzo Egalité cioè di Filippo d’Orléans gran maestro rosacroce del Grande Oriente di Francia come luogo di reclutamento dei muschiatini-Sonnambuli; ci sono il Tempio e i Templari di Hund e di Starck; c’è l’esplicitazione da parte dello stesso Yvers di una visione della Rivoluzione come giusto flagello divino sulla corruzione e la degenerazione del Trono e dell’Aristocrazia, che sembra la riproduzione della tesi di Saint-Martin, ancora sulla linea Pasqually-Willermoz, della Rivoluzione come «piccolo esperimento divino di Giudizio Universale».

È una cosa molto interessante, questa serie di tracce disseminate, perché porta a quanto ci han fatto conoscere grandi lavori storiografici, di Franco Venturi anzitutto: e cioè che un fondo di “vero” nella mitologia controrivoluzionaria dell’abbé Barruel c’è, ma rovesciato rispetto alla ricostruzione del gesuita. C’è massoneria nella vicenda della Rivoluzione, ma almeno altrettanta nella Contro-Rivoluzione.

Ci sono i Lumi anche in questa. E ci sono sulla linea di una rottura, o meglio di una discriminante, che opera negli anni Ottanta del XVIII secolo. Gli anni della fortuna e poi della censura di Mesmer, degli esperimenti di Puységur, come della formazione del finzionale cavalier d’Yvers ai danni delle sue vittime contadine, dalle contadine e serve fanciulle stuprate o mentalmente abusate al mostruoso “capolavoro” dualistico sul piccolo Jean.

Quella faglia discriminante passò nei Lumi e nella Massoneria in termini tutti politici e sociali: non per caso le declinazioni teosofiche e spiritualiste/esoteriste attecchiscono sulle parti resistenti alla diffusione di una vocazione rivoluzionaria, e/o su una vera e propria reazione aristocratica che si distacca dai “compromessi democratici” della nobiltà di rango e di corte. Di Willermoz l’emulo sarà Joseph De Maistre. E Starck finirà per disconoscere la Massoneria aderendo alle tesi di Barruel nel 1803!

Soprattutto, se qualche leggenda gli attribuisce addirittura l’origine del motto di «Liberté Egalité Fraternité», Louis Claude de Saint-Martin, con le sue ascendenze teosofiche e il suo misticismo e con la motivazione di quella tesi sulla caduta della Monarchia Capetingia così simili a quelle di Laplace/Yvers, è storicamente provato che montò turni di guardia al… Tempio durante la prigionia della famiglia reale.

Chissà che queste due chiavi, la risonanza nietzchiana per un verso e il rovesciamento del mito del complotto massonico Illuminista, nello stesso personaggio del “cattivo” o meglio del “superatore” della Rivoluzione “al di là del bene e del male”, in avanti oltre una banale Restaurazione e soprattutto «molto più indietro», non siano due chiavi che si integrano ad aprire meglio certe botole sparse nella narrazione.

Su Jean del Bosco e Victor dell’Aveyron

Ho trovato straordinarie le ricombinazioni di Victor dell’Aveyron – il «ragazzo selvaggio» di Truffaut, insomma – e di Kaspar Hauser nella figura di Jean, specie nel rapporto di degradazione/morte con Yvers 8.

Personalmente credo che per me, come lettore, il climax emotivo nel romanzo sia proprio, al culmine della discesa all’Averno in Alvernia, la rivelazione a D’Amblanc della doppia esistenza – ugualmente condizionata – del ragazzo. E della natura duale dell’esercizio del «magnetismo», ovvero degli incontri tra volontà e desiderio.

Per come l’ho letto io, quel passaggio della narrazione è inscindibile dal ruolo del piccolo Jean del bosco: è infatti di fronte al suo omicidio da parte di Yvers che D’Amblanc di fatto rinuncia a qualsiasi “contesa” sul «fluido» e usa su di sé, anzi, il «folgoratore» – quell’elettricità dalla quale Jean era tanto affascinato dopo averne subito l’uso (elettrochoc) da parte di Puységur – per tornare “umano” uscendo dalla cattiva ipnosi del cavaliere, solo per rientrare in un’altra, quella buona.

Sono andato a leggermi il testo originale francese della Mémoire et Rapport sur Victor de l’Aveyron del dottor Jean Itard (1801). Nel capitolo «Deuxième vue» ho rinvenuto una specifica sorpresa che direi proprio elettrizzante.

«Un giorno che si trovava nel mio studio, seduto su un’ottomana, mi andai a sedere al suo fianco, e posi tra noi una bottiglia di Leida leggermente carica. Una piccola scarica che ne aveva ricevuta il giorno prima gli aveva fatto conoscere l’effetto. Nel vedere l’inquietudine che gli causava la vicinanza di questo strumento, credetti che l’avrebbe allontanato afferrandolo per il gancio. Adottò una decisione più saggia: quella di mettere le mani nell’apertura del suo panciotto, e di spostarsi di qualche pollice, in modo che la sua coscia non toccasse più il rivestimento esterno della bottiglia. Io mi riavvicinai, e di nuovo la posi tra noi. Un altro movimento da parte sua, un’altra disposizione dell’oggetto da parte mia. Questo piccolo gioco continuò finché, giunto alla fine dell’ottomana, trovandosi limitato dietro dalla parete, davanti da un tavolo, e dal mio lato dalla macchina sgradevole, non gli fu più possibile eseguire un solo movimento. Fu allora che, cogliendo il momento in cui allungavo il mio braccio per avvicinare il suo, molto abilmente mi abbassò il polso sul gancio della bottiglia. Ne ricevetti la scarica.»

Suggerisco di confrontare le pagine 525-526 dell’Armata dei sonnambuli, con la eloquentissima inversione del ricettore della scarica tra paziente e terapeuta – d’altra parte per la penna di Wu Ming a chiamarsi Jean è il ragazzo-paziente… – e, a più riprese, molte pagine oltre, coi passaggi riguardo la fascinazione su Jean (del Bosco) delle bottiglie di Leida.

Per agevolare e precisare: parlo delle quattro pagine di dialogo tra Jean del Bosco e D’Amblanc e di monologo interiore di quest’ultimo, da pag. 665 a pag. 668. E in verità non si riferiscono specificamente alle bottiglie di Leida ma al marchingegno di Puységur che ne è composto: «il folgoratore», la «macchina elettrica» come la pensa D’Amblanc, o il mezzo per «produrre il fulmine», come lo enuncia Jean.

Il rovesciamento dell’episodio del resoconto di Itard su Victor dell’Aveyron del quale parlavo rinvia a quello che si compie nella parte finale, con D’Amblanc che cerca di salvare Jean regredito a ragazzo-cane per la presa magnetica di Yvers e Jean che usa il proprio pugno per impedirglielo, invece di quello del terapeuta per trasmettergli la scarica come nel caso di Victor.

Non so se solo a me questa fotografia spietata della subordinazione mentale ha generato una rabbia straziante, ma mi pare sia quella che davanti al cadavere del ragazzo “illumina” definitivamente D’Amblanc. È la stessa elettricità (la bottiglia di Leida) che nelle memorie di Itard l’irriducibile ragazzo-selvaggio “storico” mostra di saper usare contro di lui e i suoi tentativi di controllo. A me davvero ha fatto l’effetto di una scena-madre, rivelatrice del doppio significato della “scienza” – dunque del potere – nelle figure polari di Yvers e D’Amblanc.

D’altronde qui come Puységur non è Kenobi e non si sacrifica, come Mesmer non è Yoda se non “a posteriori”, così Yvers è un Darth Vader che non si “redime” nel sacrificio finale e D’Amblanc non è Luke Skywalker (non è suo figlio…) se non nell’inferiorità intrinseca della Forza rispetto al suo uso nel Lato Oscuro: ma è appunto qualcuno e qualcos’altro che ferma Yvers: un’altra Forza, femminile; un’altra scienza, quella delle barricate, della quale ognun@ è maestr@… Qui non siamo in una narrazione della trascendenza, infatti: siamo in un’invenzione narrativa di un’altra storia possibile.

Sui Muschiatini, il muschio e… Marat

Un aneddoto che rappresenta un promemoria di una certa importanza per riunire consapevolmente riferimenti simbolici centrali del romanzo e della vicenda storica che attraversa:

Jean-Paul Marat (1743-1793)

Louise Fusil in Souvenirs d’une actrice, pubblicato a Parigi nel 1841, racconta di un episodio degli inizi di ottobre 1792 che ha per protagonista Jean-Paul Marat. Egli, narra, piombò ad una festa del primattore Talma alla quale partecipava il generale Doumouriez comandante dell’Armata del Nord – del quale aveva da tempo e a ragione subodorato il tradimento contro la Repubblica – per apostrofarlo, prenderlo da parte e chiedergli conto dell’arresto al fronte di volontari rivoluzionari che avevano fucilato dei disertori prussiani. Volontari per i quali dopo poco ottenne dalla Convenzione l’ordine di scarcerazione.

Terminato l’alterco con Doumouriez, il cittadino Marat abbandonò la festa. E fu allora che l’attrice Louise Dugazon sparse profumo di muschio per la sala, onde «purificarla» delle tracce lasciate dall’improvvido intruso…

Pare così di trovare un’origine della misteriosa preferenza di profumo della Jeneusse Dorée o meglio dei mazzieri controrivoluzionari non a caso noti come Muschiatini, dei quali farà vendetta proprio lo «Spirito di Marat» del buon Scaramouche.

Spigolature transatlantiche sul magnetismo

Ho qualche documentazione da condividere, proprio sui ricordi di guerra (d’Indipendenza e… indiana) del mesmerista dottor d’Amblanc e dunque proprio sul ponte tra Manituana e L’Armata dei Sonnambuli.

È noto un carteggio di George Washington, immediatamente successivo alla guerra d’indipendenza e contemporaneo al lavoro delle due successive commissioni nominate da Luigi XVI sul mesmerismo che concluderanno per la censura, ben documentate nella prima parte del romanzo.

È un carteggio prima con Lafayette, poi con lo stesso Mesmer, quindi di nuovo con Lafayette, nel quale Washington viene sostanzialmente coinvolto in un tentativo di apologia e proselitismo di quelle pratiche, proprio mentre Franklin è coinvolto nella censura ufficiale in Francia – quale ambasciatore degli Stati Uniti e membro dell’Académie Royale des Sciences – per essere poi alacremente seguito nella sua linea da un altro leader illuminato della neonata Big Nation, Thomas Jefferson.

Soprattutto, però, nelle sue lettere Lafayette indica di aver rintracciato forme «originarie» di magnetismo animale nelle pratiche collettive della comunità quacchera degli Shakers: e, udite udite, di averne osservato forme «ancestrali» nel tempo passato tra le tribù degli «indiani del Nord-America» e i loro riti. Il tutto è documentato in Mémoires, Correspondance et Manuscrits du général Lafayette publiés par sa famille, Londra 1837; e approfondito da Robin A. Waterfield in Hidden Depths. The Story of Hypnosis, Routledge 2003.

Quanto all’adozione mohawk di Motier de La Fayette – «l’infame Motier», per dirla con Marat dopo il Campo di Marte… –, non so la fondatezza storiografica: certo è che fu lui a trattare il passaggio nel campo indipendentista della tribù irochese degli Oneida, a sua volta affidata alla guida del grande condottiero mohawk Cook, Colonnello dell’Esercito Continentale. E che Lafayette reincontrò delegazioni Mohawk, per perfezionare i negoziati di pace con Huroni e Irochesi, proprio nel 1784, l’anno del carteggio suo e di Mesmer con Washington.

Artaud e «l’Uomo della merda»

Nell’Armata c’è qualcosa che ha molto a che fare con Antonin Artaud, e non è nell’Atto quinto anche se si tratta sempre – almeno per la denominazione – di Laplace-Yvers, e della reclusione, e della scelta della fuga tra alienazione e liberazione.

Questo qualcosa è «l’Uomo della merda».

Prima referenza:

«E dico che la mia anima sono io e che se mi va di fare una figlia che un giorno voglia venire a letto con me
fare cacca e pipì su di me
lo farò verso e contro dio lo spirito di ritenzione diarroica che non smette di scoreggiare su di me, fondendo a bomba con il suo paradiso sulle pareti del mio cranio vuoto, in cui ha incrostato il suo nido.»
Dix ans que le langage est parti…, 1947.

Seconda referenza:

«Là dove si sente puzza di merda / si sente l’essere […] l’uomo ha temuto di perdere la merda / anzi ha desiderato la merda / e, per questo, ha sacrificato il sangue. […]”
«La Recherche de la fécalité», in: Pour en finir avec le jugement de dieu, 1947.

Terza referenza:

«Prima della trance vi è una meditazione di incubazione anale […] Del resto, la vecchia scatola di humus cacca tornerà quando l’uomo avrà smesso di essere quella bassa faina che gratta nel sesso come per farne venir fuori il segreto del babbo, dalla bocca stessa della sua mamma / e babbo-mamma anch’esso avrà ceduto il posto all’uomo, senza geroglifico né tastiera segreta./ Ma ci vorrà molto sangue per risanare la scatola della merda, lavata, non di merda, ma di amor-dio.» (Suppôts et supplications)

Nota bene: Rodez, luogo dell’internamento dal quale Artaud scrive la lettera sul suo elettrochoc e dove ne subisce, è nell’Aveyron.

Note redazionali

1. Nel paragrafo 16 dell’Atto quinto dell’Armata dei Sonnambuli si dice che Scaramouche, l’eroe mascherato dei sanculotti, fu menzionato nel discorso della pubblica accusa al processo contro gli Eguali (aprile 1797). Come fonte si cita un passaggio del celebre libro di Buonarroti, questo: «è stata opera [degli eredi di Robespierre] la lugubre farsa di “Scaramouche”, lo spregevole assassino di cui si fece apologia sui muri di Saint-Antoine e Saint-Marceau!». Qui Anubi dice di non aver trovato quella frase, e se non l’ha trovata lui…

2. Anubi si riferisce al tentativo di uccidere Napoleone e Giuseppina Bonaparte avvenuto il 24 dicembre 1800. «Macchina infernale» fu detto il carro imbottito di esplosivo utilizzato in quell’occasione, un antenato della moderna autobomba, la cui genesi va dunque retrodatata di centovent’anni rispetto a quanto scrive Mike Davis nel suo libro Buda’s Wagon: A Brief History of the Car Bomb. Benché l’attentato fosse di matrice realista, Bonaparte ne approfittò per fare piazza pulita anche degli oppositori di sinistra. Furono proscritti 133 esponenti giacobini. La maggior parte di essi fu deportata alle Seychelles e in altre colonie d’oltremare.

3. Ad Anjouan, cioè alle isole Comore, nell’Oceano Indiano, dove Rossignol era stato deportato.

4. Quando uscì L’Armata dei Sonnambuli annunciammo che quel romanzo terminava la prima fase del lavoro di Wu Ming, quella dedicata a forzare da dentro le convenzioni e gli stilemi del romanzo storico, e al tempo stesso ne inaugurava una nuova, dedicata a nuove sperimentazioni. Siamo rimasti fedeli a quell’annuncio, di cui Anubi aveva ben compreso le implicazioni.

5. Riferimento all’opera teatrale di Peter Weiss La persecuzione e l’assassinio di Jean-Paul Marat, rappresentato dalla compagnia filodrammatica dell’ospizio di Charenton sotto la guida del marchese de Sade (1964), ampiamente omaggiata ne L’Armata dei sonnambuli.

6. «Augustin Barruel (1741‑1820), colui che per primo aveva collegato culti ancestrali, templari, Illuminati e logge massoniche, il tutto per spiegare la Rivoluzione francese, «flagello dell’Europa», l’evento più sconvolgente della storia moderna. Barruel – professore di retorica, gesuita e poi prete secolare – aveva scritto le Memorie per la storia del Giacobinismo mentre era in esilio a Londra. Erano uscite in quattro tomi nel 1797‑1798 e avevano fornito, con grande tempismo, una spiegazione per un evento che ai più appariva imponderabile: era stato l’esito di un complotto. Un complotto addirittura millenario. A stretto giro l’opera era stata tradotta in quasi tutte le lingue europee e il successo era stato impetuoso, tanto da spingere il sacerdote a trarne una versione ridotta, in soli due volumi, che aveva raggiunto ancor più persone, per diventare uno dei libri più influenti del diciannovesimo secolo.» (Wu Ming 1, La Q di Qomplotto, 2021, pp.85-86; cfr. anche pp.414-423).

Appendice 1: la voce di Anubi

«Le lotte organizzate non subiscono colpi repressivi per quello che sono, ma per quello che possono essere al di fuori di sé»

Anubi D'Avossa Lussurgiu

Anubi.

«Le lotte organizzate non subiscono colpi repressivi per quello che sono, ma per quello che possono essere al di fuori di sé»

Intervento all’assemblea-dibattito «Liberiamo le lotte dal Codice penale», tenutasi al Vag61 di Bologna il 5 aprile 2019.
Durata: 41 minuti.

Appendice 2: voci su Anubi

Speciale trasmesso su Radio Onda Rossa la mattina di sabato 4 luglio 2026. Durata: 49 minuti.

Infine, riportiamo questo appello:

L’Associazione Pantera 90 Archivio ha avviato una raccolta fondi a sostegno della famiglia di Anubi. L’obiettivo è costituire un fondo destinato agli studi e al futuro dei suoi figli, Antonio e Milo, perché possano affrontare il loro percorso accompagnati dall’affetto e dalla vicinanza di tutte le persone che hanno amato e condiviso con Anubi pezzi di vita. Ogni contributo, piccolo o grande, sarà un gesto concreto che si aggiungerà alle tante testimonianze di stima e di affetto, trasformando il ricordo in un sostegno per il loro futuro. Chi vuole unirsi e contribuire può inviare un bonifico intestato a «Pantera 90 Archivio» con causale «Anubi» all’IBAN IT78C0760103200001078549811.

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