Scuola ultimo atto: il frastuono della battaglia e il silenzio paraculo

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Eccoci all’atto finale. Dopo avere liquidato lo statuto dei lavoratori e avere definitivamente compromesso la rappresentanza parlamentare a favore delle leadership dei partiti, il Partito della Nazione (a maggioranza PD, ma con una solida quota di minoranza berlusconiana) si accinge a minare le fondamenta della scuola pubblica e a farle saltare.

Dopo che per anni si è lasciata languire la scuola pubblica, con tagli su tagli ai finanziamenti e costanti elargizioni alle scuole paritarie private, in nome di una perversa concezione della sussidiarietà, oggi si fa un balzo in avanti. Si snatura la scuola pubblica com’è stata concepita in questo paese e si pretende di traghettarla verso un modello “anglosassone”. I presidi avranno il potere di assumere direttamente i docenti, di premiarli o declassarli, a seconda del rendimento e del gradimento; potranno reperire fondi dai privati, siano essi imprese con determinati interessi nell’orientamento del piano di studi, oppure singoli, famiglie abbienti disposte a lasciare una quota parte delle loro tasse all’istituto scolastico, perché ne condividono le linee guida. E’ il disvelamento di ciò che si è sempre voluto significare con il concetto di “autonomia”, vale a dire “privatizzazione”.

Al netto di tutte le parole spese intorno a questa controriforma, bisogna ribadire che il suo impianto è essenzialmente ideologico. Il problema è che la scuola pubblica è l’ultimo luogo della società italiana ancora imperniato su un principio di eguaglianza. Un principio che, nonostante sia controbilanciato dall’attrito di classe mano a mano che si sale di grado, consente ancora che nella scuola pubblica alunni e studenti siedano gli uni accanto agli altri al di là del reddito delle famiglie, dell’orientamento ideologico o religioso delle famiglie, della provenienza geografica delle famiglie, del livello di integrazione sociale raggiunto dalle famiglie. E infatti è proprio sulla centralità e predominanza della famiglia che si fa leva per argomentare a favore di un modello “anglosassone”. A ciascuno la sua scuola su misura, dove la famiglia potrà rispecchiarsi e vedere soddisfatte le proprie pretese identitarie. E’ l’abbandono dell’idea illuminista che la scuola debba fornire a tutti gli stessi strumenti di base per affrontare il mondo e favorire poi lo sviluppo dei talenti personali; che la scuola debba essere un luogo in cui si sperimenta la convivenza tra diversi nell’eguaglianza di trattamento; che l’istruzione debba essere un diritto universale e strumento di promozione sociale.

Al suo posto passa l’idea pre-moderna che l’istruzione non serve a tutti; che basta istruirne pochi, i migliori, futuri membri di un’élite, di un’oligarchia, mentre tutti gli altri saranno forza lavoro precaria (e debitamente desindacalizzata). renzi
Dopo il Jobs Act e l’Italicum, è il terzo passo dentro la barbarie che questo governo sta facendo compiere al paese. E però è quello che gli ha dato più problemi e che lo ha visto bloccato in un pantano degno di Stalingrado, dal quale ora prova a uscire con un blitzkrieg, ovvero un atto d’imperio: il ricatto sull’assunzione dei precari e poi il voto di fiducia.

Non c’è ricatto che tenga. Votare la fiducia a questo governo sul decreto sulla scuola è un atto di irresponsabilità politica che renderà tutti i parlamentari che lo compiranno complici di una nefandezza. L’unico gesto saggio e coerente sarebbe fare cadere questo governo proprio quando se ne presenta l’occasione, prima che compia altri misfatti.

Non abbiamo molte speranze che vada così e gli appelli alla “coscienza” dei parlamentari risulterebbero soltanto patetici. Tuttavia questo è uno di quei momenti in cui sarebbe davvero importante fare casino per strada, nelle piazze, davanti alle prefetture, dovunque e compiere i gesti più creativi che vengano in mente. Qualcuno infatti lo sta facendo. Il mondo della scuola lotta da mesi.

scuolaIl grande assente invece è il cosiddetto “mondo della cultura”, che magari dovrebbe essere vagamente interessato alle sorti dell’istruzione pubblica in questo paese di analfabeti di ritorno. Invece il silenzio totale che viene da quel versante è a dir poco osceno. Per carità, mai avute molte speranze nemmeno sui sussulti di coscienza di scrittori, attori, registi, o baroni universitari, molto spesso legati alle prebende dell’establishment. Però chissà mai che qualcuno dei big della cultura – non i soliti poco noti Wu Ming, Raimo, De Michele, ecc. – non scopra d’avere una dignità in fondo a qualche tasca. O almeno abbia il coraggio di dire che è d’accordo con Renzi. Il silenzio è codardo o paraculo.

Ma grossi sussulti non sembrano giungere nemmeno dalla cosiddetta area “di movimento”, sempre più definibile come insieme di subculture antagoniste, che troppo spesso faticano a vedere la scuola come uno snodo strategico (mentre Renzi ce l’ha chiarissimo).

Per quanto riguarda il mondo accademico, in questi giorni nella nostra città si è messo la toga e il tocco e ha utilizzato le piazze urbane per dibattiti da salotto e ridicole kermesse che già alludono al modello anglosassone. Special guests: Umberto Eco e Massimo Cacciari. Figuriamoci cosa può fregare a questi di prendere la parola contro la riforma scolastica renziana. Probabilmente sono più che d’accordo… God save the Queen and the United States of America.

Per tutti quelli ai quali invece frega ancora qualcosa: tengano conto che in questi giorni cruciali la mobilitazione toccherà il suo apice. Ecco un po’ di link dove si possono trovare materiali e appuntamenti utili.
Il match non è finito finché non è finito. Seguimos en combate.

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65 commenti su “Scuola ultimo atto: il frastuono della battaglia e il silenzio paraculo

  1. Ho 63 anni, sposato con due figli che hanno frequentato scuole pubbliche laureandosi e trovando un buon lavoro (una rarità ma capita). Trovo che questa questa riforma della scuola venga criticata “per partito preso” soprattutto sulla questione dei Presidi. Penso sia giusto che ci sia un responsabile che appunto “risponde” di quello che fa, quindi possa decidere per far funzionare al meglio la scuola che dirige. Non è possibile che la scuola sia l’unico ambito dove i professori possano fare “come gli pare” senza rispondere a nessuno. Io ho lavorato per 40 anni, ho avuto capi e dirigenti più o meno capaci, più o meno bravi, più o meno “stronzi”: fa parte della vita, non tutto è perfetto. Le critiche al ruolo del Preside come colui che deciderebbe sulla testa dei prof. è, questa si, ideologica. Se ci sarà un Preside da criticare o da cambiare si cercherà di farlo, nessuno sarà inamovibile come adesso lo sono i professori o i presidi incapaci. Non è possibile che non si possa cambiare niente nel mondo della scuola: ricordate la fine delle riforma proposta da Berlinguer? E’ ora di provare, non sarà una riforma perfetta ma così come è la scuola è radicalmente da cambiare, a cominciare dal ruolo dei prof. che non possono più essere dei liberi professionisti che non rispondono a nessuno di quello che fanno: la scuola deve servire agli studenti, non solo a far guadagnare uno stipendio a chi ci lavora.
    ciao, Gildo Crippa

    • Un commento come questo è un ottimo esempio di argomentazione qualunquista. Si potrebbe dire anche “renziana”, perché di fatto sono sinonimi. Vale la pena analizzarlo a partire dagli enunciati presuntamente neutri che pretende di usare.

      Per esempio quando afferma che è giusto che un preside “risponda di quello che fa”, ma non si chiede a chi o a cosa debba risponderne e con quali modalità. Trasformare la figura del preside in una sorta di amministratore delegato, ovvero, come vuole la nuova terminologia, “dirigente scolastico”, che deve occuparsi di trovare finanziamenti privati per l’istituto, non è una scelta neutra, ma molto ben orientata nella logica della privatizzazione della scuola pubblica. Sarà quindi a quella logica che il preside dovrà rispondere.

      E cosa significa “far funzionare al meglio la scuola che dirige”? Chi giudica la qualità del funzionamento? Attraverso quali parametri? Un insegnante che sciopera e che interrompe la didattica come dovrebbe essere valutato dal preside che deve “far funzionare al meglio la scuola”? La partecipazione alle lotte nel mondo della scuola o l’impegno sindacale faranno curriculum per un insegnante? Quante porte di istituti gli apriranno e quante gliene chiuderanno in faccia? E il parere delle famiglie che contribuiscono privatamente alle casse scolastiche conterà quanto quello delle altre in certe valutazioni strategiche o sui singoli membri del corpo docente?

      Poi si afferma che la scuola sarebbe “l’unico ambito dove i professori possono fare come gli pare senza rispondere a nessuno”.
      Se il problema a cui si allude è quello della scarsa capacità o voglia di certi insegnanti di fare il loro mestiere, allora è evidente che l’attuale riforma non dà alcuna risposta, ovvero ne dà una per i gonzi. Si limita cioè a demandare la selezione a un singolo soggetto interessato, il preside, in base al suo personale metro di giudizio (professionale… etico… politico… religioso…?). Quali istituti pubblici si accaparreranno gli insegnanti migliori? E quali dovranno accontentarsi degli insegnanti meno bravi e più demotivati? Chi saranno i fortunati che andranno nelle scuole pubbliche di serie A e chi gli sfigati che andranno in quelle di serie B?
      Questa riforma invece di affrontare il problema che individua, non fa altro che polarizzarlo e accentuarlo. Infatti piace soltanto ai presidi – che già pregustano l’overdose di potere – e agli industriali – che pregustano buoni affari.

      Andiamo avanti: “Se ci sarà un preside da criticare o da cambiare si cercherà di farlo…”. Si cercherà… E chi dovrebbe cercare di farlo? Chi potrà criticare il preside? Non certo coloro il cui destino lavorativo dipenderà dalle sue decisioni, dall’essere o meno nelle sue grazie. Forse potrebbero farlo i donatori privati, loro sì, le aziende potrebbero chiedere che il preside sia più aperto alle proposte che gli vorranno fare, magari rispetto ai progetti di alternanza scuola-lavoro, se vuole che i finanziamenti vengano rinnovati (a buon intenditor poche parole).

      Ed eccone un’altra: “Non è possibile che non si possa cambiare niente nel mondo della scuola”. Come se tutti i cambiamenti fossero uguali, purché si cambi. Come se non si potesse cambiare in peggio. Come se non esistesse un’ottima legge di iniziativa popolare depositata in parlamento da anni, che affronta le problematiche della scuola in una chiave completamente diversa da quella della concorrenza tra istituti e del dirigismo di uno solo: http://lipscuola.it/blog/testo-della-lip/
      Una legge che ci si guarda bene dal prendere in considerazione perché per attuarla bisognerebbe equiparare i finanziamenti statali alla media europea. Perché per cambiare le cose in meglio non si deve tagliare, come vuole la vulgata qualunquista assurta a luogo comune del dibattito politico, ma, al contrario, rifinanziare.

      In definitiva, se “la scuola deve servire agli studenti”, allora tocca proprio che la si migliori a dovere, invece di farci entrare le logiche mercantili che ne mineranno le fondamenta. Ma aiuterebbe anche parlarne senza i soliti luoghi comuni che intasano ogni discussione in questo paese. Ché se vogliamo fare chiacchiere a schiovere va benissimo il bar sotto casa. Qui tra l’altro non serviamo manco il caffè.

      • Forse sono qualunquista di sicuro non sono “renziano”: sono Gildo, e basta. Le tue argomentazioni, e quelle simili, convincono i già convinti. Continuare a ripeterci argomenti con toni tipo “no al preside dirigente” “no alla scuola di classe” “no alla scuola competitiva, mercantile…” ecc.ecc.. non è produttivo per la vostra causa. Mi aspettavo un po’ più di fantasia dai Wu Ming, come quella che mettete nei vostri bei libri. Come potete seriamente credere che la scuola così come è in fondo vada bene. Diteci come la volete cambiare, senza aspettare il sol dell’avvenire. Ho 63 anni quindi negli primi anni 70′ ho partecipato al movimento degli studenti, anzi dei lavoratori studenti perché essendo di famiglia operaia non potevo frequentare la scuola diurna. Ricordo che occupammo la scuola per 15 giorni per cacciare una prof. “carogna”: non ci fu verso. Come ho scritto, ho avuto due figli che sono arrivati alla laurea attraverso buone scuole statali. Hanno avuto alcuni (due o tre) professori palesemente incapaci e veri casi umani:non bisogna licenziare nessuno, però cazzo che facciano un altro lavoro all’interno della scuola. C’è poco da girarci intorno,molti prof. si considerano una casta intoccabile e non giudicabile, non deve essere più così. Penso sia logico avere un dirigente che, lavorando vicino a loro, li possa valutare (insieme ai ragazzi e alle famiglie), premiare che si fa il mazzo e “castigare” chi vi a scuola solo per portare a casa la pagnotta ripetendo da anni sempre la solita lezioncina. Va bene,ci potranno essere presidi che non si comportano correttamente, allora? lasciamo tutto così come è per non voler rischiare, sembra la storiella dell’asino di Buridano. Io sono un po’ stufo di chi, in attesa del meglio, non vuole cambiare niente. Cominciamo, qualcosa sarà sbagliato, ci si darà da fare per cambiarlo. Però per cortesia: basta con gli slogan altisonanti capiti soli dei militanti a degli addetti ai lavori.
        P.S.: leggerò la proposta di legge, intanto invece di dire no,no, no, fatela conoscere meglio. Inutile dire che sono contro a finanziamenti alle scuole private (soprattutto quelle religiose)

        • Era difficile scrivere un secondo commento più stereotipato del primo, ma ci sei riuscito. Non ne hai mancato uno, di clichés. “Non volete cambiare nulla”, “siete bravi scrittori ma”, “basta con gli slogan”, “intanto cambiamo poi si vedrà”, “dite solo no no no”…
          Numero di asserzioni riscontrabili e verificabili: zero.
          Ma la perla arriva alla fine di tutta la tirata:
          “leggerò la proposta di legge”.
          Ecco la differenza tra noi e te:
          noi l’abbiamo letta prima di commentarla.

          • Perché, anziché analizzare il mio linguaggio, non provi a rispondere a qualche domanda? Quanto alla questione degli stereotipi, consiglierei una autoanalisi.
            Ho provato a leggere la proposta di legge. Spero ci sia un presentazione, qualcosa che faccia il punto sulle proposte principali altrimenti ci si perde nel linguaggio (ci provo anch’io) che è di un burocratese spaventoso. Non trovo traccia (dimmelo tu) sulla responsabilità dei prof. e dei presidi.

            • Guarda che alle tue “domande” abbiamo risposto tutti. Non solo nella discussione qui sotto, che è piena di spiegazioni e link, ma anche in un precedente, dettagliatissimo post di Giap a cura di Girolamo De Michele (linkato nel post qui sopra), che contiene alcune chiarissime (addirittura “for dummies”) videospiegazioni di insegnanti, e in generale tutto il mondo della scuola sta “rispondendo alle tue domande” da mesi, da prima ancora che le facessi.

              Con il tuo “spero ci sia una presentazione” (!!!), confermi ancora una volta che sei intervenuto senza esserti minimamente guardato intorno, zero volontà di informarsi, solo tante sentenze precotte, magari accumulate in qualche discussione alla macchinetta del caffè, con gente disinformata quanto te.

              • va bene adesso mi metto a studiare, tu però evita di sputare sentenze su chi non conosci. Guarda che il metodo che si usa per la comunicazione è ‘la comunicazione’.
                Con affetto. Gildo

                • Bell’aforisma. A rispettarlo subito, ti saresti risparmiato di intervenire per primo, senza esserti informato, alla cieca.

                  Si dà il caso che gli insegnanti “lavativi” che “non vogliono essere valutati” e si comportano da “casta” ecc. ecc. di comunicazione ne abbiano fatta parecchio, in questi mesi di lotta, a tua insaputa e poca voglia di sapere.

                  Quanto a te, sei solo stato preso come esempio, o emblema, dato che i tuoi commenti sono emblematici di un certo luogocomuname. Non so chi tu sia nella vita né muoio dalla voglia di saperlo. E non scomodo la parola “affetto” per chi non conosco. Ad maiora.

                  • in quanto a senso dell’autoironia vedo che siamo a zero. Ti spiego: volevo dire che nonostante le martellate e le reprimende che ho preso dalle risposte di Wu Ming1 mi sono messo di impegno a studiare. Capito professore?
                    ciao a presto (…minaccia)

                  • Non mi dire che preferivi un insegnante lavativo di quelli che vuoi licenziare in massa. Altro che autoironia e simili scappatoie da fannulloni, un credente nell’autoritarismo come quello che ha scritto il tuo primo commento dovrebbe ringraziare, per le martellate che gli dà il professore, e muto. È la Buona Scuola, quella che piace a te e ai tuoi compagni di pausa caffè.

            • Eh sì, le leggi hanno questo particolare, sono scritte in burocratese, e devono esserlo se vogliono essere prese sul serio. Tra l’altro, sarà un’impressione mia, ma questa proposta di legge mi pare scritta in un burocratese assai più mitigato di quello delle leggi attualmente vigenti.

              Detto questo, il tuo problema è poter licenziare gli insegnanti che non si impegnano nel loro lavoro? Il mio problema invece è selezionarli a monte attraverso un adeguato curriculum di studi e formazione, motivarli e spingerli a migliorare il loro lavoro in itinere, attraverso percorsi di assunzione di responsabilità collettiva, dato che una scuola è anche una comunità, e magari mandarli in pensione quando sopraggiunge l’età in cui diventa più difficoltoso aggiornarsi.
              Mi pare che sia questo lo spirito che anima la Legge di Iniziativa Popolare alla quale Renzi ha rubato il nome.

              Leggi l’articolo 9, comma 2:
              La qualificazione dei docenti e delle docenti è centrata sulla formazione, sia iniziale sia in itinere. Essa è condotta prevalentemente secondo la metodologia della ricerca-azione e rappresenta un obbligo, sia per lo Stato, che garantisce risorse adeguate, sia per le singole istituzioni scolastiche. I docenti e le docenti progettano e partecipano agli interventi formativi ritenuti collegialmente necessari.

              A me pare chiarissimo, ma se per te è troppo burocratico, la traduzione è questa: gli insegnanti sono obbligati a seguire corsi di aggiornamento didattico-pedagogico che l’istituto ritiene necessario seguano.
              E ancora: leggi l’articolo 15 per intero.

              1. Al fine di agevolare il raggiungimento di un alto livello qualitativo del Sistema Educativo di Istruzione, ogni scuola realizza annualmente al suo interno un percorso di autovalutazione. Questo è mirato ad identificare eventuali punti deboli su cui intervenire o esperienze didattiche-educative efficaci da diffondere, a stabilire se la dotazione ed il livello delle risorse disponibili è adeguato, a valorizzare, coinvolgere e responsabilizzare il personale scolastico relativamente al raggiungimento degli obiettivi posti in sede di programmazione.
              2. L’autovalutazione, attraverso incontri collegiali e di gruppo, questionari, colloqui e tutto quanto verrà ritenuto utile, a partire dall’ascolto degli alunni e alunne e dei loro genitori, aiuta la scuola a ripensare al suo operato ed alla ricaduta della sua azione educativa, didattica e progettuale sugli alunni e alunne, sui docenti e le docenti e sui genitori.
              3. Ai fini di cui al presente articolo, ogni scuola, con il supporto di opportuni finanziamenti statali, si avvale del contributo di figure professionali esterne, quali docenti di altre scuole, anche di diverso ordine, e di facoltà universitarie, nonché specialisti o specialiste in discipline variamente attinenti alle problematiche della didattica, che hanno il compito di facilitare l’azione autovalutativa e didattica, di aiutare la gestione delle dinamiche dei gruppi di lavoro e di contribuire alla risoluzione di ogni eventuale problema.

              Certo, è molto più semplice licenziare i “lavativi” e soprattutto costa meno impegno e meno investimenti. Renzi è lì per quello: semplificare, tagliare… e privatizzare, soprattutto, non dimenticartelo mai. E sia chiaro che Renzi non è una causa, ma un sintomo. Sintomo di una mentalità qualunquista, semplificatoria, appunto, e individualista, che negli ultimi trent’anni ha conquistato sempre più terreno.

              • Direi che la “linea del fronte” oggi in Italia (e nel mondo) è proprio questa: chi crede che sia “moderno” dare tutto il potere ad un “manager” onnisciente sperando nel “cambiamento” e chi invece ha capito che il mondo è un posto complicato e che per cambiare davvero in meglio qualcosa occorre che chi lavora nei diversi ambiti compia un’assunzione di responsabilità e un atto di liberazione iniziando a mettere in atto forme di autogoverno.
                La didattica è un ottimo esempio perché negli ultimi trent’anni sono cambiate tante di quelle cose di cui il grosso dell’opinione pubblica non ne ha un’idea. Cosa significa oggi “essere un buon professore” mettiamo di storia? significa solo fare lezione invece di leggersi la gazzetta in classe? Un preside-manager o un genitore del “comitato di valutazione” previsto dalla riforma saprebbero ad esempio valutare “davvero” la qualità del lavoro di un docente di storia?
                Immaginate un docente magari preparatissimo e carismatico, che fa delle splendide lezioni frontali ma che non ha idea di come funzioni la didattica laboratoriale, che non fa mai lavorare i ragazzi sui documenti, che non gli insegna neppure ad usare un catalogo bibliografico on line, che non li abitua a porsi delle domande di ricerca da sviluppare in museo o in biblioteca. Secondo un dirigente o un genitore, o anche uno studente magari questo è un ottimo docente. Peccato che insegna come 30 o 40 anni fa.
                Cos’è un buon docente? secondo me è essenzialmente una persona che non usa un unico metodo didattico ma ne utilizza diversi al fine di trasmettere non solo conoscenze ma anche competenze e abilità e da non costringere tutti i ragazzi ad adeguarsi per forza ad un solo modello di cultura preimpostato. Quindi per cambiare in meglio la didattica non c’è che un modo: lo scambio quotidiano di idee e pratiche tra docenti, operatori museali e bibliotecari. Questa trasmissioni di saperi è tanto più efficace quanto meno gerarchizzata è, perché può basarsi solo sulla collaborazione tra eguali per essere efficace.
                Poi capisco chi si lamenta di alcuni docenti inadeguati, anche a me è capitato di conoscerne, anzi vi sono state situazioni in cui ho apprezzato la presenza di un dirigente “illuminato”, e proprio per questo dico che un buon dirigente non ha bisogno di questa riforma per gestire bene una scuola. Questa riforma crea un sistema autoritario (il preside controlla i docenti e nessuno controlla lui, non davvero) e si sa, nei regimi autoritari prosperano soprattutto i mediocri e gli incapaci, che spesso sono proprio i più “ubbidienti”. Nel corso di queste proteste quelli in prima fila erano spesso i docenti più innovativi, quelli che fanno sempre “qualcosa in più” del dovuto,e lo dico da persona che si occupa di didattica della storia senza essere un docente.
                A questo punto spero che la lotta continui e che la protesta diventi un modo di vivere la scuola, ovvero immaginate che la solidarietà e l’energia che si sono viste nelle piazze trasformino la didattica mettendo fine alle pratiche di insegnamento basate sull’individualismo e l’autoritarismo. Immaginate una scuola in cui docenti (e altre figure come bibliotecari e operatori museali) progettino insieme moduli didattici e ne discutano gli obiettivi con gli studenti. Questo abituerebbe all’autovalutazione e renderebbe davvero possibile la costruzione pratica di una scuola migliore.

              • Wu Ming1: che cacchio hai capito? la battuta sull’autoironia era riferita alla mio saluto con “affetto” nonostante le martellate. Comunque, come ho scritto, io non voglio proprio licenziare nessuno, vorrei solo che chi è palesemente inadatto ad insegnare debba essere trasferito ad altro incarico.

                ciao, Gildo

                • Gildo, ma la riforma di Renzi e Giannini NON fa quello che dici tu. Fa altro e di peggio. Istituzionalizza la precarietà, seleziona in entrata con criteri lasciati all’arbitrio, apre il varco a nepotismi e discriminazioni, piega definitivamente l’istruzione agli interessi di chi si compra la scuola (aziende o riccastri). Hai esordito scrivendo: «trovo che questa questa riforma della scuola venga criticata “per partito preso”». No, amico, sei tu che sei venuto a difenderla “per partito preso”.

        • @gildo52

          Guarda che non mi sembra che questi slogan siano comprensibili solo agli “addetti ai lavori”, o meglio: gli addetti al lavoro di insegnante li comprendono benissimo, tant’è che si sono sollevati in massa contro la riforma.

          A essere isolato e incompreso in questo momento su questo tema è proprio il governo, non noi.

      • Le verità che sostieni sono talmente chiare che, per comprendere il fatto che possano essere confutate, bisogna appunto ricorrere alle categorie di disinformazione se non, in taluni caso, di mala fede. Aggiungo che il passaggio più importante del tuo intervento, a mio avviso, è quello in cui dici che questa riforma disvela definitivamente le oscenità contenute nell’ormai estenuato slogan dell’autonomia scolastica. Slogan decantato per anni anche da docenti e sindacati, non solo dai dirigenti, e ascrivibile non a caso ai pochi ma fatali sprazzi di governo di centrosinistra nel ventennio berlusconiano. Autonomia è una parola che si inserì allora come strategica nel piano di riforma i cui pilastri erano le Bassanini e la modifica del Titolo V della Costituzione (approvata a maggioranza, anche allora con scacco non da poco alle prassi democratiche). Da Berlinguer in poi, infatti, le “autonomie scolastiche” hanno la possibilità di reperire fondi autonomamente fra gli “stakeholders” del territorio di competenza. Allora però la Cgil era d’accordo. Cosa significasse questo lo abbiamo visto ben presto: progressivo disimpegno economico da parte dello Stato e scuole che differenziano i loro profili in base ai fondi che riescono a reperire (ovviamente in base al loro territorio, più o meno fecondo di finanziatori privati). Esempio: in Lombardia è ormai quasi istituzionale la prassi del “contributo volontario” richiesto alle famiglie dalle scuole pubbliche (“volontario” significa che se non paghi vieni emarginato da dirigente, docenti e conseguentemente compagni: le scene che mi vengono raccontate sono a dir poco indecenti). Il contributo peraltro varia a seconda del maggiore o minore prestigio dell’istituto (ecco la serie A e la serie B) e gli istituti che non lo richiedono sono ovviamente ghetti che funzionano solo come sacche di raccolta di disagio economico (leggi: di classe). Tanto per dire. Io lavoro in Sardegna, Regione non ricca e dunque non fertile a questo tipo di prassi, ma evidentemente anche noi ci dovremo adeguare. Il tutto fa il paio con il decentramento – slogan altrettanto celebre – che è il maggiore tassello di quel progetto e che abbiamo visto all’opera: chi ritiene che questa roba generi eguaglianza non vede perché non vuole vedere.

    • Io credo che lei stia semplificando troppo la questione. Non capisco che razza di argomento sia dire che esistono dirigenti più o meno capaci, più o meno stronzi, ma “così va la vita”. Dire “così va la vita” significa accettare come legge di natura che una scuola (e quindi per estensione una società) debba essere dominata dal principio gerarchico. Sulla base di questo argomento si sarebbe dovuti rimanere nel mondo pre-Rivoluzione francese.

      A parte il fatto che questo punto di vista può essere usato esattamente negli stessi termini (e pure con qualche ragione in più) da chi combatte la riforma: esistono docenti più o meno capaci, più o meno stronzi, ma così va la vita, lasciamo tutto com’è. Come argomento ha qualche ragione in più in termini di diversificazione del rischio: dovendosi affidare al caso che ci scodella stronzi e persone capaci in maniera incontrollabile, meglio non mettere tutte le uova in un solo paniere (quello del preside).

      In termini più generali, mi sembra che lei stia affrontando la questione leggendola attraverso la lente irrazionale e iper-semplificatoria di un chiaro amore per l’autoritarismo come principio regolatore di una società e delle sue parti. Lei nel suo commento di fatto non parla di scuola. Lei esprime chiaramente la sua ricetta semplicissima per aggiustare ciò che non va nel mondo: licenziare i lavoratori. La scuola non funziona? Cacciamo i prof incapaci! L’economia va a rotoli? Licenziamo i lavativi! In effetti il suo commento è una delle migliori conferme delle critiche che vedono nella cosiddetta “riforma” di Renzi una spinta verso una svolta autoritaria nella scuola.

    • @ gildo52
      Tu scrivi: “Nessuno sarà inamovibile come adesso lo sono i professori o i presidi incapaci”. Beh, ti hanno preso in giro, e tu sei stato così pollo da credere a quello che ti dicevano senza verificare il testo del DDL. Il preside incapace che va a casa, come ha ad nauseam ripetuto Renzi, non esiste. Non esiste alcuna norma che preveda il licenziamento del dirigente “incapace”, nel testo. Non c’era nella prima versione discussa alla Camera, non c’era nella seconda versione licenziata dalla Camera e passata al Senato, non c’è nel testo del maxiemendamento. Mentre è chiarissimo (anche se edulcorata fra la prima e la terza versione) la licenziabilità degli insegnanti che non superano l’anno di prova (il che, in filigrana, fa risaltare ancor di più la mancanza di una norma analoga per il dirigente). Anzi, da un passaggio all’altro è sparita persino la richiesta di delega per il riordino delle modalità di assunzione e formazione del dirigente.
      La prossima volta, Gildo, leggi prima di parlare di cose che non conosci.

    • Ho iniziato a lavorare l’anno scorso nella scuola primaria e adesso sto affrontando la scuola di specializzazione per le attività di sostegno.
      La prima cosa che salta all’occhio a chi si avvicina al mondo dell’educazione è proprio la sua complessità. Ogni teoria pedagogica contemporanea evidenzia, sostiene, valorizza questa complessità come una grande conquista scolastica e tutta Europa anche nei paesi che nel passato hanno scelto diversamente da noi si sta adeguando. Una complessità, va da sé, tutt’altro che semplice da gestire e da praticare.
      La prima cosa che salta all’occhio a chi legge la “Buona scuola” (anche dalla prima versione, se non sbaglio dell’autunno scorso) è che di tutto questo non parla in termini concreti.
      Qualsiasi proposta di legge che non preveda un tetto massimo di 20 alunni per classe, la messa in sicurezza di tutti gli edifici scolastici a rischio (io lavoro in una scuola che è ammantata d’amianto, tanto per dire, e non si può manco fissare una LIM alle pareti), una reale progettazione per competenze su tutto il corso della scuola dell’obbligo, un adeguamento dei salari dei docenti alla media europea, un metodo sensato di selezione del personale, è di fatto una proposta abbastanza inutile e sprecata data la situazione odierna.
      L’unica cosa decente della Buona scuola è il voucher da 500 euro per l’aggiornamento. Ecco.
      Parafrasando la domanda di Girolamo De Michele, ma secondo voi uno come Faraone sa, per esempio, che cosa sono le competenze?

  2. Scusate, forse è colpa mia, ma non ho capito perché il ddl in questione, se approvato, stravolga “l’idea illuminista che la scuola debba fornire a tutti gli stessi strumenti di base per affrontare il mondo e favorire poi lo sviluppo dei talenti personali; che la scuola debba essere un luogo in cui si sperimenta la convivenza tra diversi nell’eguaglianza di trattamento; che l’istruzione debba essere un diritto universale e strumento di promozione sociale”.
    L’argomentazione del testo non mi convince: siamo (per fortuna) molto ma molto lontani dal modello “anglosassone”, dove, ricordo, la selezione in ingresso nelle varie scuole è il risultato di scelte della scuola stessa e dall’entità della retta.
    In Italia la scuola è gratuita e ciascuno si può iscrivere alla scuola che desidera. E questo, se ho capito bene il ddl, non cambierà in caso di approvazione della riforma.

    • Quando questa riforma sarà passata saremo molto più vicini di oggi al modello anglosassone. L’introduzione di logiche privatistiche nella scuola pubblica porterà a una polarizzazione maggiore tra istituti e a un’adesione degli istituti alle aspettative dei finanziatori privati, siano essi imprese o famiglie facoltose. Si dà tutto il potere a un singolo dirigente il cui compito sarà quello di mediare tra vari interessi privati. Ed è pure il caso di fare notare che questo non avverrà nel contesto di una società anglosassone, dove per lo meno vigono certi argini etico-culturali, ma nella clientelare e nepotistica società italiana. Non c’è nemmeno bisogno di prefigurare lo scenario…

      • Le università italiane hanno già da anni la possibilità di ricevere finanziamenti da imprese e famiglie (con il 5 per mille). Non mi pare che l’introduzione di questa possibilità abbia prodotto cambiamenti significativi. (Trascuro volutamente il caso delle università private, che in questo discorso non fanno testo). E’ però vero che, nello stesso periodo, ci sono stati cambiamenti di ben altra portata, che potrebbero averne mascherato gli effetti.
        Non mi è chiara quale potrebbe essere la portata del maggior potere del preside, anche perché il ddl mi sembra vago su questo aspetto e credo che conteranno più le circolari che verranno emanate in seguito. O forse sono io che non conosco abbastanza la rimanente normativa sulla scuola e non vedo pertanto i vari possibili combinati-disposti.
        Riguardo alla polarizzazione, beh, … mi sembra che ci sia già, più o meno nella stessa misura di quella che c’era nella scuola dei miei tempi (più di 30 anni fa). Mi pare che il fenomeno sia significativo soprattutto nelle scuole superiori (anche se non trascurabile nelle medie inferiori) e che sia dovuto più ad un fenomeno di autoselezione degli studenti/famiglie. Mi sembra improbabile che possa aumentare (o, se è per questo, diminuire) con l’entrata in vigore della nuova normativa.

        • Mi sembra ci passi una bella differenza fra l’esistenza di uno stato di cose e la sua istituzionalizzazione, se non naturalizzazione, attraverso lo strumento legislativo. Dire che fra gli istituti scolastici, specie quelli di istruzione secondaria di secondo grado, esistono delle differenze legate alla posizione (centro/periferia), ai ceti sociali che li frequentano, alla qualità degli strumenti a disposizione, non legittima la sua ratifica attraverso un disegno di legge palesemente in contraddizione rispetto al dettato costituzionale.
          Le disuguaglianze aumenteranno, come sono aumentate nell’ultimo trentennio. E questo perché l’aziendalizzazione degli istituti toccherà, con questa svolta, anche l’istruzione primaria e secondaria di primo grado. Quella di più ampio accesso e più “generalista”. Si pensi alla scuola primaria italiana della fine degli anni Ottanta, per molti versi avanguardia europea di un certo modo di concepire l’apprendimento, e la sua condizione attuale. Si pensi a questioni spinose come l’inclusione….

        • Per le Università italiane le consiglio una corposa sessione di letture di Roars, blog di associati e ordinari della nostra accademia (http://www.roars.it/online/). Le cose sono cambiate e tanto.

          • Conosco molto bene Roars e frequento spesso il suo sito. Potrei sbagliare, ma mi pare che in nessuno dei sui post si parli di effetti della possibilità per l’università di ottenere finanziamenti da imprese e famiglie (di questo stavo parlando quando citavo l’esempio dell’università).

            Rispondo qui anche all’altro post di risposta al mio precedente.

            Sinceramente, non mi pare si possa dire che il ddl Giannini preveda l'”istituzionalizzazione, se non naturalizzazione, attraverso lo strumento legislativo” delle disuguaglianze.
            Nemmeno che il ddl sia “palesemente in contraddizione rispetto al dettato costituzionale”. (è anche vero che non sono un costituzionalista e forse non colgo correttamente eventuali elementi di incostituzionalità).
            Concordo sul fatto che le disuguaglianza siano aumentate negli ultimi decenni e purtroppo non solo nella scuola. Non sono però sicuro che questo sia imputabile alla scuola e alle sue riforme, né come il ddl Giannini, complessivamente, possa produrre un ulteriore aumento delle disuguaglianze.

            • @Cl_Pa
              Riguardo all’università, tieni presente che parliamo di ordini di grandezza molto differenti. Un’università è un ente pubblico del calibro di una Provincia e a volte di una Regione, una scuola no. In Italia una piccola università ha qualcosa come 10000 studenti, le grandi ne hanno 10 o 20 volte tanto. Una scuola ha spesso poche centinaia di iscritti. Il potere di singole famiglie facoltose è pertanto verosimilmente più grande in una scuola. Per dire: se sono un notabile di un piccolo paese del Sud posso probabilmente minacciare con successo il Dirigente scolastico di negargli il 5×1000 se lui non provvede a mettere in classe con mia figlia solo i migliori studenti (e, ad esempio, relegare in classi-ghetto i figli dei migranti o, più semplicemente, dei poveri). Molto più difficile indirizzare in questo modo un’università e in ogni caso i condizionamenti avverrebbero probabilmente in direzioni differenti (es.: sui grossi temi di ricerca, sulle collaborazioni con le imprese e in generale sull’orientamento “produttivistico” dell’università). Del resto, in un commento più avanti poco sotto tu stesso affermi che i genitori “invasivi” già ci sono: mi aspetto che questa “invasività” conseguirà maggiori successi se a quei genitori venisse fornita un’arma in più (la cui efficacia è peraltro proporzionata alle dimensioni dei loro portafogli).

              La vaghezza circa i maggiori poteri del preside è esattamente uno dei problemi: attribuire poteri a un soggetto senza definirne chiaramente i limiti significa attribuire libertà di arbitrio. E sottrarre quel potere al controllo democratico: emanare un ddl vago e delegare il resto a circolari attuative a me sembra una tattica precisa per indebolire quel controllo o perlomeno per frammentarlo. Una cosa è affrontare una vasta protesta nazionale contro la riforma della scuola, un’altra proteste localizzate e su specifici punti. Però, pur nella vaghezza del disegno iniziale una cosa è certa: al preside si conferiscono ampi poteri (es.: chiamata diretta, valutazione) senza nessuna garanzia. Per dire di una conseguenza: cosa impedirebbe al preside di liberarsi dell’insegnante sgradito al notabile dell’esempio sopra perchè ha messo un cattivo voto a suo figlio? Il controllo dall’alto?

              L’affermazione sulla polarizzazione (“improbabile che possa aumentare”) non la capisco. Che significa che è improbabile che aumenti? Si può sempre fare di peggio. La riforma in che direzione spinge? Aumenta il peso dei finanziatori privati: aumenta cioè il peso di una caratteristica (la ricchezza) altamente polarizzata. Mi pare naturale che ciò spingerà nella direzione di una maggiore polarizzazione della scuola. In generale, la riforma si muove nella direzione di far assomigliare sempre più le scuole ad aziende, in cui vige competizione e selezione, che inevitabilmente conducono a polarizzazione: il prodotto “naturale” di qualunque economia competitiva è il monopolio (vale a dire la massima polarizzazione).

            • Per un quadro d’insieme della questione privatizzazione, finanziamenti da privati e Università pubblica andrebbe spulciata un’intera sezione di ROARS (un articolo mi sembra poco, vista la complessità della questione): http://www.roars.it/online/category/finanziamento/

              Quanto invece alla questione delle disuguaglianza, della logica differenziale anche nelle risorse a disposizione dei singoli istituti, che il ddl iscrive come aspetto necessario nel funzionamento di una scuola pubblica efficace ed efficiente (così è con il rafforzamento dell’autonomia, gli albi territoriali e il preside-sindaco), non ci vuole una ricerca statistica per capire che si sta ratificando e ufficializzando un passo indietro nel diritto universale all’istruzione. Considerando il ddl nella cornice più ampia dell’istituzione di un sistema di valutazione nazionale (D. P. R. 80/2013) e delle riforme del lavoro degli ultimi venti anni, non ultimo il Jobs Act, si va nella direzione di un sistema d’istruzione binario: premiale/punitivo, per ricchi/per poveri. Da qui ad agganciare i finanziamenti pubblici destinati ogni anno ad un istituto con i risultati in termini di performance e produttività (cioè numero di promossi, diplomati per anno) il passo è breve. E con i test Invalsi in parte già succede così. Insomma, adieu mobilità sociale.
              Comunque per una disanima di come questo ddl vada incontro al nostro autoreferenziale ed ideologico sistema di valutazione nazionale consiglio la lettura di questo articolo:
              http://www.lavoroculturale.org/autonomia/

              Quanto alla costituzionalità, se non erro, la commissione cultura del Senato, nelle sedute della scorsa settimana s’è già espressa contro, con un voto a maggioranza (è dovuta intervenire in soccorso del ddl la presidente della commissione Finocchiaro, che per prassi ed equilibrio istituzionale di solito non vota). Quindi gli elementi di incostituzionalità ci sono. Che il governo non ne tenga conto è un altro paio di maniche.

              Che le disuguaglianze aumentino solo in virtù della riforma della scuola è una cosa che non ho scritto e non penso. Che una scuola democratica sia uno dei modi per ridurle, quello sì che lo penso. Che questo ddl metta in crisi l’organizzazione democratica della scuola, quello, non lo penso e non lo scrivo solo io (per fortuna).

              • Ho controllato le prime 4 pagine di quella sezione di Roars (risalendo al 2013) e si parla sì di finanziamento, ma pubblico (FFO, SIR, PRIN, FIRB, …). Non ho trovato post su finanziamenti di privati e famiglie.

                Sul resto mi taccio, perché non voglio “menare il can per l’aia” (vedi sotto).

        • “Le università italiane hanno già da anni la possibilità di ricevere finanziamenti da imprese e famiglie (con il 5 per mille). Non mi pare che l’introduzione di questa possibilità abbia prodotto cambiamenti significativi.”

          Immagino però che le imprese finanzino principalmente le università di tipo tecnico-scientifico.
          E le facoltà di filosofia, allora? Le facoltà di tipo umanistico non rischiano in questo modo di ricevere poco o nulla perché in un’ottica aziendalista sono ritenute di scarso interesse?
          Ho una conoscenza superficiale dell’argomento quindi potrei pure sbagliarmi, ma istintivamente mi viene da ragionare così.

    • Non comprendere come gli elementi di trasformazione della figura del dirigente e della chiamata diretta (albi territoriali compresi) presenti nel ddl stravolgano il principio costituzionale di uguaglianza è come non vedere il bosco per via degli alberi.
      Al di là della battuta kantiana mi pare che sia evidente come la possibilità per ciascun preside di “assemblare” la propria squadra di docenti e reperire risorse economiche dai privati del territorio di riferimento produrrà nel medio-lungo periodo una serie di differenze fra gli istituti scolastici svuotando di senso e sostanza il principio della scuola pubblica gratuita per tutti.
      La metafora che si impone, nella retorica del premier e nei fatti del ddl, è quella della competizione fra squadre di calcio: ogni preside, come un manager della premier league, dovrà costruire una squadra vincente, attirando gli insegnanti “migliori”, per acquisire risorse e produrre risultati (ovvero promozioni) da portare agli istituti nazionali di valutazione. Il non detto di questa silloge è che per ogni squadra che vince il campionato ci sono tante squadre che lo perdono o retrocedono. E immagino già il nome dei team che finiscono in serie B: Scampia, Zen, Librino, Tor Sapienza, ecc….

      • Le virgolette intorno a “migliori” sono giustissime. Gli insegnanti “migliori”, nel sistema che vuole imporre Renzi, sono quelli obbedienti, non-rompicoglioni e (soprattutto) amici-degli-amici, cioè amici di chi paga.

        Nella “Buona Scuola”, un insegnante che fa lezione in un modo sgradito a chi caccia la grana – chessò, uno che parla di sessualità, omofobia, aborto, razzismo, o spiega che l’equivalenza Shoah-foibe è una minchiata – viene informalmente “marchiato” come indesiderabile, e poiché il sistema non è più basato su una graduatoria ma sul volere del Capo (e della corporazione di Capi che inevitabilmente si è venuta a formare), quell’insegnante rischia di non esser più chiamato da nessuno. A quel punto l’alternativa diventa: o la mia famiglia non mangia, o io mi adeguo.

        Idem per l’insegnante che “crea grattacapi”, cioè discute, protesta, lotta.

        • “migliori” = valutati positivamente dai nuclei interni di valutazione guidati dal dirigente = insegnanti che non danno fastidio al funzionamento premiale/punitivo della macchina amministrativa dell’istituto

        • Son d’accordo con voi in generale, pero’ mi piacerebbe sapere perche’ avete associato il modello anglosassone al DDL buona scuola, perche’ soprattutto lo dipingete in maniera negativa.

    • @Cl_Pa

      «In Italia la scuola è gratuita e ciascuno si può iscrivere alla scuola che desidera. E questo, se ho capito bene il ddl, non cambierà in caso di approvazione della riforma.»

      Ciao, mi spiace dirti che la situazione non è affatto come credi. Anch’io (sono del ’79) sono cresciuto in una scuola che è come la descrivi, anche se ricordo le battaglie (in gran parte perdute) che facemmo per contrastare quelli che ci sembravano tentativi di far saltare la gratuità e l’accesso libero tipiche della scuola superiore statale in Italia.

      Avevamo ragione: stavano proprio facendolo saltare. Oggi infatti i licei non sono gratuiti e non sono a libero accesso, le cose stanno cambiando velocemente e questa riforma dà un’accelerata al processo.

      Sulla gratuità, già ai miei tempi c’erano, nei licei più fighetti, le associazioni di genitori ed ex alunni che cacciavano soldi per migliorare l’istituto; ormai però esistono da tempo i “contributi volontari”, di entità sempre più grande, che sono chiesti alle famiglie per tenere in piedi scuole sempre più abbandonate dallo Stato. Questi contributi non sono contributi, perché sono ormai essenziali al funzionamento degli istituti, e non sono volontari, perché chi prova a non pagarli suscita reazioni repressive di questo tipo:

      http://www.marxismo.net/corrispondenze-studentesche/giovani-in-lotta/corrispondenze-studentesche/crema-la-lotta-del-pacioli-contro-i-contributi-scolastici (lotta per boicottare il contributo a Crema)

      Con la riforma renziana, chi paga meglio potrà direttamente avere garantiti dal preside voti alti (tramite pressioni sui docenti), modifiche della didattica ecc. Vale per le aziende private e vale per le famiglie facoltose.

      Ma dove ti sbagli di più è sull’accesso libero. Moltissimi licei stanno introducendo varie forme di selezione all’ingresso, addirittura talvolta basata sul voto dell’esame di terza media (?!), sull’origine geografica per discriminare i ragazzi delle periferie e dei paesi, su test attitudinali o altre esotiche soluzioni classiste (ops, volevo dire “meritocratiche”).

      Il processo è in corso da molti anni, mi permetto di segnalare alcuni link che riguardano la mia città:

      http://laprovinciapavese.gelocal.it/pavia/cronaca/2008/01/17/news/taramelli-test-per-selezionare-i-migliori-1.601820 (liceo scientifico della Pavia bene che introduce selezione all’ingresso)

      http://fiorani-pavia.blogautore.repubblica.it/2008/01/31/licei-e-test-di-selezione-allingresso/ (commovente lettera di una studentessa dell’altro scientifico, il mio, che difende la scelta controcorrente di continuare a tenere le porte aperte a gente di paese e figli di proletari)

      http://www.marxismo.net/scuola/giovani-in-lotta/scuola/nelle-scuole-di-pavia-arriva-il-test-dingresso (reazioni di ragazzi del movimento studentesco pavese già nel lontano 2008)

      Non credo sia una particolarità di Pavia, anzi, so che non è così. Per esempio:

      http://www.repubblica.it/scuola/2013/03/19/news/test_d_ingresso_anche_per_i_licei_cos_avremo_gli_studenti_migliori-54862898/ (Mantova, Torino, Roma)

      Stiamo attenti a non dare per scontato che ci siano delle dighe che nella realtà sono già saltate da un pezzo.

      • Non ero a conoscenza dei fenomeni di limitazione degli accessi e ti ringrazio per avermeli citati. Leggendo i link che mi hai mandato mi pare che siano fenomeni contingenti, legati a problemi di dimensione delle scuole (disponibilità di aule, di spazi, …). Certo, i problemi dimensionali potrebbero essere usati come pretesto per effettuare un’illegittima selezione all’ingresso, ma questo non è possibile in base alla normativa vigente (e neanche in base a quella approvanda): dovrebbe bastare un ricorso al TAR per bloccare i presidi che vogliono scimmiottare il sistema anglosassone.

        Anche il discorso sui contributi volontari non riguarda il ddl Giannini. Come ricordavi, già ci sono e temo che la riforma non li eliminerà (né credo che ne aumenterà l’entità, se è per questo).

        Il rischio del “pago e quindi ottengo” che tu paventi è indubbiamente inquietante. Non va certo sottovalutato (anche se, pagare per ottenere voti più alti per i figli è proprio da citrulli …), ma non riesco a quantificarlo. Non mi è chiaro, per esempio, se nella riforma Giannini (o nella normativa generale) ci siano elementi di mitigazione di questo rischio. Mi viene però in mente che il fenomeno dei genitori “invasivi” già c’è adesso (e spesso ottengono, senza nemmeno il bisogno di pagare …).

        • > dovrebbe bastare un ricorso al TAR

          Con i tempi della giustizia italiana, ad ora che il procedimento arrivasse in fondo, l’alunno avrebbe 4 figli e la cirrosi epatica.

          > Come ricordavi, già ci sono e temo che la riforma non li eliminerà (né credo che ne aumenterà l’entità, se è per questo).

          Oh no, li aumenterà eccome. I presidi saranno ancora più sotto pressione (“responsabilizzati”) per rendere la loro scuola la più bella del reame, e quindi saranno alla disperata ricerca di ancora più soldi.

          E sul discorso del “oh ma è già così”: non sarebbe quindi il caso di cercare di arginare certi fenomeni, invece di assecondarli? E invece questa riforma li asseconda eccome.

          • Sui TAR:
            I ricorsi al TAR per non ammissione scolastica sono invece rapidissimi. Basta vedere il caso (analogo a quello che si ipotizzava) dei ricorsi per non ammissione ai corsi di studio universitari a numeri chiuso: a meno che il ricorso sia palesemente infondato, i TAR danno immediatamente la sospensiva e permettono l’iscrizione in attesa che si discuta nel merito.

            Sui contributi:
            E’ un discorso di incentivo e disincentivo.
            Incentivo: fornire più servizi e aumentare il prestigio della scuola.
            Disincentivo: spaventare le famiglie con richieste troppo esose.
            Ma questo succede già adesso e l’approvando ddl non cambia né l’incentivo né il disincentivo.
            Inoltre il contributo è, appunto, volontario e a quanto ho capito non si prevede che diventi obbligatorio.

            Sull’assecondare:
            Mi pare che la riforma sia abbastanza neutra su alcuni fenomeni negativi, come quelli di cui abbiamo parlato: non li argina né li asseconda.

            • A me pare che siamo stati tutti molto chiari: con questo ddl – imposto da un governo non votato e con l’intero mondo della scuola contrario, btw – il preside sceglierà i docenti da assumere e quelli da lasciare in scadenza. Ci sarà quindi una competizione tra istituti per accaparrarsi i docenti “migliori” e una concorrenza interna agli istituti stessi per restare nelle grazie del preside. Inoltre il preside andrà a reperire finanziamenti privati per l’istituto, ovvero farà entrare il profitto privato nella scuola pubblica. La ricchezza della scuola dipenderà sempre più dal prestigio del suo corpo docente, dai lasciti delle famiglie ricche e dagli investimenti privati.

              Se questo non rappresenta un cambiamento radicale non so cosa lo sia. Se non è ancora chiaro come tutto questo produrrà complessivamente “un ulteriore aumento delle disuguaglianze”, allora forse si tratta di negare l’evidenza. Per carità, uno è liberissimo di farlo, se questo gli fa dormire sonni più tranquilli. Purché non stia qui a menare il can per l’aia.

            • «Inoltre il contributo è, appunto, volontario e a quanto ho capito non si prevede che diventi obbligatorio.»

              Diventerà obbligatorio, vedrai. Già adesso, come ho spiegato con tanto di link, quando c’è un numero importante di persone che non lo pagano, i presidi-tiranni diventano isterici, forniscono servizi differenziati al ribasso a chi non paga, additano i ribelli al pubblico ludibrio ecc.

              C’è una logica nei processi di controriforma che va al di là della lettera delle leggi, se dai al dirigente scolastico un potere esagerato e la responsabilità di presidiare il budget della sua scuola, per forza di cose gli istituti diventeranno delle fortezze al cui interno vige una legge sostanziale diversa dalla legge ufficiale e un regime di fatto diverso dal regime democratico.

              Non è niente di nuovo: è il motivo per cui la democrazia e lo Stato di diritto finiscono quasi sempre arrivati ai cancelli di una fabbrica.

        • @Cl_Pa

          «Leggendo i link che mi hai mandato mi pare che siano fenomeni contingenti, legati a problemi di dimensione delle scuole»

          Se durano da lustri, non sono contingenti. Il punto però è proprio questo: le scuole si differenziano, le scuole di serie A dicono che non c’è posto per tutti e quindi ci vuole un criterio, i criteri perpetuano la differenziazione censitaria, siccome le scuole di serie A hanno alunni più ricchi allora si sentono in diritto di alzare il contributo volontario e renderlo sempre meno volontario, avendo contributi più alti possono migliorare la scuola che aumenta ancora di più il divario con le scuole di serie B ecc.

          Questo risponde alla tua obiezione sul fatto che non sia vero che si va verso un modello anglosassone: ci si va eccome, anche se per una via diversa visto che le scuole private italiane hanno una storia e un livello qualitativo molto diverso da quelle britanniche. La riforma aggrava questo quadro dando ulteriori elementi di differenziazione tra scuola e scuola e rafforzando il ruolo manageriale del preside.

      • Scusa, ma non capisco il tuo commento in relazione ai link che metti. Il Tavarelli mette dei test per le persone in esubero, e invece di usare il criterio territoriale usa il criterio della valutazione (se ho capito). Dunque proprio per non discriminare in base a criteri che i ragazzi e le ragazze non hanno modo di scegliere. L’ex alunna che scrive non scrive per motivare il suo disappunto rispetto al test, ma solo perché questo metterebbe in cattiva luce il suo ex liceo, che i test non li ha, facendolo passare per un liceo scarso. Ora, a parte che non si capisce perché se un liceo mette il test questo metterebbe in cattiva luce un altro liceo, dire che in questo modo si garantisce l’accesso a tutti è dire una bugia, poiché il liceo che ha messo i test comunque ha richieste in esubero. Anche estraesse a sorte ci sarebbe chi rimarrebbe fuori. L’accesso a tutti non è garantito a monte, poiché dal momento che ci sono scuole più o meno buone le famiglie prima si rivolgono a queste. Qualunque criterio si scelga, anche l’estrazione a sorte, discrimina. Allora il problema è di portare ad alti livelli le altre scuole.

        • @jackie.brown

          Premesso che tutte le scuole sono sovraffollate e questo problema non si può risolvere rimbalzando gli studenti ma evidentemente costruendo altre scuole, assumendo altri insegnanti ecc., inserire un criterio di selezione sul merito nella scuola dell’obbligo significa evidentemente creare scuole di serie A (in questo caso, il Taramelli) e di serie B (in questo caso, il Copernico), perché se tutti facessero come il Taramelli cosa succede a chi è uscito dalle medie con un voto basso?

          L’estrazione a sorte sarebbe sicuramente un sistema più equo, perché in una società come la nostra la selezione “meritocratica” o “geografica” non esiste, è sempre soprattutto una selezione di classe perché i ragazzi poveri hanno voti mediamente più bassi e vivono in certi quartieri e in certi paesi (guarda che caso, per esempio, vivono lontani dalla sede del Taramelli).

          Osservo inoltre che un istituto scolastico non coincide con le sue strutture fisiche, molte scuole a Pavia e immagino anche altrove sono distribuite su diversi edifici. Non ci sarebbe niente di esoterico nel permettere a chiunque di iscriversi a qualunque scuola, facendo “colonizzare” agli istituti più gettonati altri edifici per espandersi e accogliere tutti alla bisogna. Un tempo (voglio dire pochi decenni fa in Italia, non sul pianeta Mercurio nel Giurassico), funzionava all’incirca così.

          Ovviamente per garantire tutto questo serve un forte investimento pubblico e non la logica delle scuole-aziende guidate da presidi-manager in competizione tra di loro.

          • Sugli investimenti ovviamente d’accordo, ma non lo sono invece sul concetto di selezione. Intanto non è vero che mettere i test crea scuole di serie a e di serie b, poiché la scuola non diventa migliore o peggiore per quello. Dipende da dalla scuola, e di fatto non sappiamo nulla di questo Taramelli, la ex alunna scrive proprio per dire che anche la sua scuola non è da meno. Poi se così fosse basterebbe che tutte le altre scuole mettessero il test per sentirsi alla pari, ma così appunto non è. In questo senso l’estrazione è equa, ma non è intelligente. Non ha senso mandare nella scuola migliore i ragazzi a caso. Un conto è se parliamo di scuola migliore nelle strutture, e allora va bene l’estrazione. Ma io presumo che si tratti di una scuola in cui si studia molto e ci sono gli insegnanti migliori. Dunque che senso ha mandarci i ragazzi a caso? Mandare uno che studia poco e non è nemmeno talentuoso? Si può essere contrari alla valutazione sul pregresso alle medie, perché poi i ragazzi sono stati valutati da scuole diverse e quindi l’attendibilità manca. Ma avrebbe senso una prova e un colloquio, magari in più giorni. Questo in un sistema in cui ci sono queste differenze fra scuole.
            L’espansione delle scuole la capisco, ma questo è tutto un altro discorso. Anche perché se la scuola d’eccellenza ingloba le altre per forza di cose diluirà la sua eccellenza, ci sarebbe una selezione interna per mandare i figli nelle sezioni migliori. le scuole che vorrei sono tutte uguali senza indirizzi, senza voti. ognuno sceglie il suo piano di studi fino alla maturità. ma gli insegnanti sono intrinsecamente migliori o peggiori e non possono insegnare a tutti, quindi credo sia solo sensato selezionare, con criteri validi. significa escludere ragazzi di famiglie povere, certo, ma non tutti, e significa escludere anche ragazzi di famiglie agiate. Inoltre stiamo parlando di eccellenza, non è che gli altri finiscono a zappare, come appunto la lettera dell’ex alunna testimonia.

            • @jackie.brown scusate se mi inserisco. Io credo che alcune parti del tuo commento partano da un presupposto discutibile, che poi è anche alla base di buona parte della retorica sul “premiare il merito”: che compito della scuola pubblica sia quella di far “volare” gli eccellenti. In altri termini: a me sembra che la premessa del tuo discorso sia che la scuola serva a produrre un “bene” (studenti eccellenti) e che a tal fine sia necessario ottimizzare l’utilizzo delle risorse.

              Te la metto in termini provocatori: un ragazzino lento nell’apprendimento (qualunque cosa ciò voglia dire) ha lo stesso diritto a una scuola eccellente più di quanto ne abbia un ragazzino “sveglio”? La scuola pubblica è secondo me quella nella quale la risposta a questa domanda è affermativa. E credo gran parte delle critiche all’impostazione della “buona scuola” discenda da questa considerazione.

            • Insomma, jackie.brown, in pratica sei a favore della differenziazione delle scuole in serie A e serie B. :-)

              Come volevasi dimostrare…

            • Vedi, @jackie.brown, il problema è quando si passa dalle astrazioni ideali, magari encomiabili, alla dura realtà dei fatti. Nel concreto della pratica didattica, i test a crocette discriminano fra scuole di serie A e scuole di serie B, perché per farli bene (altrimenti si perdono i finanziamenti), alcune scuole dedicheranno del tempo per preparare gli studenti (come sa chiunque abbia fatto dei concorsi a crocette, con uno specifico addestramento tecnico e mnemonico si ottengono risultati eccellenti anche senza conoscere la materia: e potrei presentarti persone che hanno passato selezioni durissime così), altre no, perché alcune avranno i soldi per ingaggiare degli addestratori/istruttori, e altre no. E alcune scuole faranno questi corsi di addestramento in orario scolastico, sottraendo tempo alla didattica e decurtando i programmi, mentre altre scuole si potranno permettere istruttori in orario extrascolastico, o adirittura on line, facendo lavorare i ragazzi a casa. In questo modo, il test che in teoria dovrebbe servire a dare alla scuola di serie B l’opportunità di eguagliare quella di serie A e passare di categoria, sarà servito, nella pratica, a scavare un fossato ancor più ampio.

            • Scusa ma l’art. 3 della costituzione dice «E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che,limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo dellapersona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”».
              Per come la vedo io i professori e le strutture migliori vanno utilizzati proprio per i ragazzi con più difficoltà, a che serve fare investimenti su chi è già bravo? quello se la cava da solo, è chi è rimasto indietro che ha bisogno di essere sostenuto perché si possa mettere in pari con gli altri.
              “Fare parti uguali tra disuguali è la più grande delle ingiustizie” (Don Milani)
              Inoltre questa logica dell’eccellenza secondo me fa dei danni pazzeschi anche a livello economico, anche a livello di economia capitalistica. Un paese per prosperare non ha bisogno di poche migliaia di “eccellenti” (qualunque cosa ciò voglia dire) ma di milioni di persone con la cultura sufficiente per essere buoni tecnici o buoni operai specializzati, che non significa cacciarli in fabbrica a 15 anni a lavorare gratis (“alternanza scuola-lavoro”), ma fornire anche a chi và un’istituto tecnico o professionale una cultura media (scientifica e umanistica) di buon livello, che li renda in grado di non farsi rimpiazzare dai robot o da manodopera ad un costo minore.
              In Italia il problema non è la mancanza di eccellenze, è dai tempi di Gentile che ce la meniamo con ‘ste eccellenze, il problema è alzare il livello medio e lo si fà aiutando chi è rimasto indietro.
              Poi c’è anche l’aspetto umano che comunque pesa: già ora la divisione alla fine delle medie fa dei danni notevoli ai ragazzi se poi iniziamo a distinguere anche le scuole “di eccellenza” da quelle “non eccellenti” avremo sempre più da un lato alcuni “eccellenti” figli di papà abituati a vivere sulla montagna del sapone e dall’altra dei semianalfabeti abituati a sopravvivere nel ghetto. Vi pare sano avere degli “eccellenti” che crescono senza avere un’idea della realtà del paese e dei “non eccellenti” cui non si dà modo di conoscere persone che provengano da un ambiente colto? lo scambio di conoscenze non avviene solo da docente a studente ma anche da studente a studente. A questo ci era arrivato anche la mia professoressa delle medie (cattolica e di destra) che voleva che i più bravi il pomeriggio studiassero con chi aveva difficoltà. Ma vi rendete conto di che passi indietro si sono fatti rispetto a vent’anni fa?

  3. Leggi l’articolo e lo condivido del tutto e penso che, forse colpevolmente e forse troppo presi da altre cose, anche io e il gruppo di militanti ed attivisti sociali dei quali faccio parte abbiamo speso poca energia sul tema. Benché alcuni di noi insegnino e, per loro conto, abbiano fatto la loro parte in questa lotta. Benché noi ci occupiamo di fare doposcuola, tra le altre cose, a quelli che il sistema formativo lascia indietro. Però è stata errata anche la comunicazione intorno a questa battaglia e forse qualche passaggio della gestione. Bisognava dire che non è una battaglia contro la “buona scuola” ma per la buona società ed il buon futuro. Non so trovare i termini precisi per definire il concetto, ma che un lavoro intorno a questo avrebbe aiutato ad includere di più ed a farla vedere, dall’esterno, come meno settoriale. Ovviamente, si è ancora in tempo.

  4. E’ vero, parte del mondo della “cultura” è assente. Ma Giap no. Giap c’è e questo è importante.
    E’ vero, parte del mondo dei movimenti non c’è, eppure per la prima volta, da decenni e decenni, contro una disciplina decisionista,classista, autoritaria,capitalista e sinistra sulla scuola, si è creato un fronte sindacale unitario, l’intera comunità scolastica è compatta.
    Un tempo per lavorare dovevi essere iscritto al Partito nazionale fascista, avere la tessera per non morire di fame, si diceva. Molti preferivano morire di fame che piegarsi al fascismo, ma non furono la maggioranza degli italiani. No. Oggi, per lavorare devi accettare le condizioni, indecenti, indegne, che la politica del ricatto ti pone sul banco della macelleria dei diritti civili e dei lavoratori. Governo che non è espressione di alcun tipo di processo democratico elettorale, che non ha avuto alcun mandato popolare e democratico per intervenire nel settore della scuola, bene primario comune da salvaguardare anche con le unghie. Unghie affilate. Unghie anche colorate. Ma sempre unghie sono. E le unghie possono anche graffiare. E graffieranno in modo indelebile la decadenza della politica esistente. Dicono che la scuola non deve diventare assumificio. Ma chi ha creato un sistema di precarificio permanente? Chi ha creato corsi, corsetti, specializzazioni, dispendiose? Chi ha bloccato i concorsi pubblici? Chi ha creato ad hoc false aspettative? Chi ha fomentato un sistema volto a soddisfare interessi di lobby economiche ed universitarie? Ed ora, dopo aver schiaffeggiato a colpi di lotta e sentenze questo sistema, ecco il ricatto. Non possiamo assumere tutti e tutte. Anzi alcuni proprio non li consideriamo. Penso, ad esempio, agli ATA. Che subiranno circa 2000 tagli di unità nell’anno che verrà, e sono quasi 20 mila se non più i posti necessari da coprire. Ma chi se ne frega degli ATA.
    Già.
    E dunque per assumere i precari, dobbiamo devastare,privatizzare, aziendalizzare, la scuola.
    Non è più tempo di scuola pubblica questa.
    Questo è il tempo della scuola della competizione, globale, capitalista.
    D’altronde mica viviamo in un sistema diversamente capitalista, no?
    Vogliono le classi sociali, vogliono le diseguaglianze, vogliono una società che non sappia criticare, che non osi alzare la voce contro l’autorità, unica deputata a fare la Legge.
    La legge è uguale per tutti.
    Mica per tutti, però.
    E’ uguale, nelle sue ingiustizie, per i ricattati, per i ricattatori, che non hanno alcuna responsabilità civile, la legge può essere modificata in qualsiasi momento a vantaggio esclusivamente loro.
    E cosa gli facciamo fare a questi precari se li assumiamo?
    Come cosa gli facciamo fare.
    Li facciamo lavorare.
    180 mila, anche più, dovrebbero essere i posti, con tutte le loro varietà, da coprire nella scuola. Altro che accontentino di 100 mila, 103 mila. Sembra che qui giochiamo al lotto. Uno si chiederà, ma ci sarò anche io? Già, perché dietro ogni numero vi è una storia, una vita, una persona, forse una famiglia, e questo non lo si deve mai dimenticare. Basterebbe ridurre il rapporto studenti/docenti,ad esempio per risolvere ogni cavolata burocratica del non si può. La scuola necessita di sani investimenti, non di elemosine o ricatti. Eppure lo Stato italiano a spendere milioni e milioni e milioni di euro per apparecchi volanti che serviranno a cagionare morte, non arretra mica.
    Lì non sorgono problemi, etici, morali, non sia mai. La difesa, è difesa, che poi la difesa giochi attaccando, sparando qualche missile, cagionando guerre, che provocano ondate di disperazione e profughi che poi vengono non accolti ma rinchiusi e gestiti come pacchi postali, quando va bene, o fatti morire nell’abisso del mare, quando va male, è una cosa che non si deve raccontare più di tanto.
    Il problema è il sistema. Questo sistema è marcio dentro e fuori. Al mio paese si diceva che quando uno ricatta è un gran mascalzone e questa è una “riforma” di mascalzoni.
    mb

  5. Non è finita. È ancora possibile boicottare la cosiddetta “riforma”. Un comitato di valutazione di sei caballeros (tre insegnanti, un genitore, uno studente e un esterno scelto dal provveditorato più DS) sarà un circo equestre e farà rimpiangere la contrattazione con le RSU, la chiamata diretta slitta al 2016 (il che di per sé smaschera la balle sulle assunzioni): su questi punti possiamo pensare a infiniti ricorsi legali, anche di costituzionalità, al limite a un referendum abrogativo. Bisogna riprendere la mobilitazione dal 1 settembre coinvolgendo un fronte molto più vasto rispetto a insegnanti e studenti a partire da quelli che “troppo spesso faticano a vedere la scuola come uno snodo strategico” come giustamente afferma il vostro articolo

  6. La pessima fine di una cattiva riforma della scuola. Girolamo De Michele sviscera legge e “maxiemendamento” su Internazionale. Definitivo.
    «Comprereste un’auto usata da quest’uomo?»
    No, eh?

  7. Un’auto usata? A fine 2012 scrissi di lui che “Ha la faccia di uno a cui non affiderei 10€, figuriamoci la leadership della coalizione di centrosinistra, o – gli dei non vogliano – il destino del paese.”
    Non lo dico per autocompiacimento, non me ne frega un accidente, è che davvero non capisco come non risultasse evidente a tutti, secondo me bastava guardarlo in faccia e ascoltarlo un paio di minuti per mettersi le mani nei capelli e scappare urlando.

    • A noi lo dici, cazzo? Riteniamo infrequentabile la tipologia umana a cui Renzi appartiene fin da quando ancora eravamo al liceo, nei profondi anni Ottanta. Cioè gli anni in cui quella tipologia iniziava a imporsi.

      • No che non lo dico a voi, lo so bene come la pensate a questo proposito (per fortuna). Mi meraviglia invece il resto del paese, tutti quelli che gli hanno dato fiducia e incredibilmente continuano a dargliene.
        Si, vero, è dagli anni ’80 che questa tipologia gira, ma io mi riferivo in particolare proprio a lui, uno con un record incredibile di balle raccontate ancor prima di cominciare a mettere le mani sul PD. Come si fa a fidarsi di uno così, che pare capace di tradire anche la propria madre? E parlo anche dei suoi compagni di partito, eh.
        Non so, deve essere un gioco tra furbi: quelli che l’hanno mandato avanti lo hanno fatto pensando di essere comunque più furbi di lui e di poterlo gestire. O di poterlo fermare in tempo quando avesse mietuto abbastanza (teste e soldi nelle tasche degli italiani). Invece è ancora lì a far danni.

        • Beh la risposta è molto semplice: Silvio Berlusconi è rimasto in sella 20+ anni, e sarebbe ancora lì se non avesse un debole per la gnocca. E tornando indietro, “il Duce sbagliò solo a fare le leggi razziali e ad entrare in guerra”.

          L’italico popolo vuole i papi-imperatori, ce l’abbiamo nel dna.

          • Ehm, però se dobbiamo tenerci lontani dai luoghi comuni, allora che valga per tutti. Non trasformiamo il thread in una serie di invettive contro Renzi e contro “l’italico popolo” e il suo “dna”. Per altro, a dimostrazione che i luoghi comuni non servono a leggere la realtà, bisogna dire che Renzi ha goduto di un brevissimo momento di consenso allargato quando si è presentato come rottamatore della vecchia guardia del PD, ovvero come un Grillo dal volto umano. Dopodiché, fatte le scarpe ai suoi compagni di partito, e mostrata la sua vera faccia di scherano degli industriali, il consenso è crollato subito, tant’è che un elettore su due non va più a votare (nella nostra regione, amministrata dal suo partito, l’anno scorso addirittura due elettori su tre sono rimasti a casa). Renzi non ha alcun consenso di massa nel paese, solo quello di Confindustria e delle banche, tant’è che alle ultime amministrative le ha pure prese secche.
            La verità è che ci troviamo di fronte al terzo atto d’imperio di un despota, uno che non ha mai avuto i voti nemmeno per farsi eleggere deputato. Gli unici che hanno votato per lui sono stati i cittadini di firenze e gli elettori del PD alle primarie – e si parla ormai di qualche anno fa. Il problema non è che Renzi abbia un sostegno dal basso, non ce l’ha, ma che non ci sia un’opposizione sociale efficace. Almeno il mondo della scuola ha reagito compatto, superando perfino le annose rivalità tra sindacati di categoria, come faceva notare Girolamo in un suo commento, e ha messo seriamente in difficoltà il governo. E forse il vero casino ancora non l’abbiamo visto, diceva qualcun’altro. A settembre ricomincerà la rumba e ne vedremo delle belle. Almeno c’è da sperarlo. Chissà allora che anche i socialcoalizzati non se ne accorgano… sempre troppo tardi.

            • “Renzi non ha alcun consenso di massa nel paese”.

              Mah. Di sicuro non ne ha quanti ne aveva prima – quel brevissimo momento di cui parlavi – ma di gente che non ammetterebbe di aver sbagliato neanche sotto tortura in giro ce n’è. Poi si spera che voti diversamente, quando nessuno vede.
              Che sia un despota non c’è alcun dubbio; però non c’è mica arrivato da solo, lì. C’è arrivato facendo dei suoi sodali i gradini su cui salire, uno alla volta. Quel che è pazzesco è che l’abbiano lasciato salire fino in cima, vedendo di che pasta era fatto. E l’unica spiegazione logica di questo è che, appunto, abbia “cucci” pot€nti$$imi in al£o £oco.

  8. La voce di uno dei presunti “beneficiari” del ddl sulla scuola:

    [Il Resto Del Carlino Bologna – Pagina: 49
    25 giugno 2015
    Scuola, quattromila assunti in città. Il precario: «Ma non dirò grazie»]

    «Grazie alla Buona Scuola sarò assunto? Ma no. […] i precari questo Governo li deve assumere per forza con o senza ddl. E’ la Corte di Giustizia europea ad averlo deciso. […]legare il ddl alle 100mila assunzioni è un bluff. Anzi quello del Governo è un ricatto: prima o poi le assunzioni le deve fare. […] basterebbe un semplice decreto e tutti i 100mila precari potrebbero essere assunti subito, anche domani. I soldi ci sono e non c’è un incremento dei costi: questi 100mila già lavorano su cattedre scoperte. Sono cattedre di cui le scuole hanno bisogno. […]
    Nella realtà questo ddl precarizza tutti, anche quelli di ruolo. La permanenza in una scuola sarà triennale dopodiché se il docente avrà una buona valutazione, potrebbe anche restare. Altrimenti cambia. Oltretutto a decidere chi va e chi resta, sarà il preside. E così ogni tre anni si ballerà, anche quelli di ruolo sono a rischio spostamento. […] così si aziendalizza la scuola, proprio come nella sanità. E con che risultati si è visto. Poi perché questo tipo di cambiamento fa male: l’identità di una scuola si costruisce nel tempo. Lavorare con e sui ragazzi richiede tempi distesi. Infine, se a decidere è il preside d’autorità, si svuotano di valore gli organi collegiali come il Collegio dei docenti al cui interno ci si confronta. Così si archivia la stagione democratica delle scuole».

  9. Per quel che vale, un’ultima balla di Renzi e dei suoi: la favola dei 3.000 (tremila) emendamenti che rendevano impossibile la discussione in commissione. Adesso che il testo è al Senato e gli emendamenti sono verificabili, si scopre che sono 630. Non un “giornalista laureato” che, nei giorni precedenti, si fosse preso la briga di chiederne conto ai membri della commissione cultura.

  10. L’articolo è un ottimo e conciso promemoria per i tanti cittadini che stanno conducendo la lotta contro il ddl in via d’approvazione. L’intervento mi ha altresì stimolato nuove riflessioni attorno al concetto di “scuola pubblica statale”: in un frangente storico in cui la diatriba statalismo/liberismo viene sempre più snaturata dall’asservimento dello Stato nei confronti degli interessi privati (specie delle grandi istituzioni finanziarie) non sarebbe il caso di abbandonare il mito della “scuola statale” al fine di concepire nuove forme d’istruzione che ripercorrendo le pratiche dei cosiddetti “beni comuni” vadano anche oltre l’istruzione pubblica?
    Se un domani, molto vicino per la verità, ci trovassimo al cospetto di una nazione autoritaria ove la didattica della scuola pubblica verrebbe meno al suo ruolo educativo si creerebbe il pesante squilibrio composto dal fatto che le famiglie più indigenti non avranno alcuna possibilità di evitare ai propri figli una “cura Ludovico” finalizzata a chissà quale scopo. Un dilemma su cui mi piacerebbe sentire vari pareri.

  11. Pare che Mario Tronti abbia votato si. https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Tronti
    Che tristezza.

    Nel mentre, nel “pieno” rispetto della Costituzione (vabbe’, del nuovo art.81), la Corte dei Conti dice che “un duraturo controllo della spesa pubblica può ormai difficilmente prescindere dalla questione del perimetro dell’intervento pubblico, con la necessità di riorganizzare alla radice le prestazioni e la modalità di fruizione dei servizi pubblici”.
    Che tristezza.

    Nel mentre, la Corte Costituzionale stabilisce che se alcune decisioni sono illegittime (blocco stipendi statali) anche sticazzi. Il bilancio è più importante.
    Ancora tristezza, ma tout se tient.

  12. L’elenco dei senatori che hanno votato SI è qui sotto. Spero di riuscire a trovare anche quello dei 49 dell’opposizione che sono rimasti a casa per far passare questa riforma nascondendo la mano. I leoni da bar della minoranza PD che sono usciti dall’aula per non votare sono invece questi: Casson, Mineo, Rubbia, Ruta e Tocci.

    1 Aiello Piero NCD-UDC
    2 Albano Donatella PD
    3 Albertini Gabriele NCD-UDC
    4 Amati Silvana PD
    5 Angioni Ignazio PD
    6 Anitori Fabiola NCD-UDC
    7 Astorre Bruno PD
    8 Augello Andrea NCD-UDC
    9 Azzollini Antonio NCD-UDC
    10 Battista Lorenzo (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE
    11 Bertuzzi Maria Teresa PD
    12 Bianco Amedeo PD
    13 Bianconi Laura NCD-UDC
    14 Bilardi Giovanni NCD-UDC
    15 Bondi Sandro MISTO
    16 Borioli Daniele Gaetano PD
    17 Broglia Claudio PD
    18 Bubbico Filippo PD
    19 Buemi Enrico (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE
    20 Caleo Massimo PD
    21 Cantini Laura PD
    22 Capacchione Rosaria PD
    23 Cardinali Valeria PD
    24 Casini Pier Ferdinando NCD-UDC
    25 Cassano Massimo NCD-UDC
    26 Chiavaroli Federica NCD-UDC
    27 Chiti Vannino PD
    28 Cirinnà Monica PD
    29 Cociancich Roberto PD
    30 Collina Stefano PD
    31 Compagna Luigi NCD-UDC
    32 Conte Franco NCD-UDC
    33 Corsini Paolo PD
    34 Cucca Giuseppe Luigi Salvatore PD
    35 Cuomo Vincenzo PD
    36 D’Adda Erica PD
    37 Dalla Tor Mario NCD-UDC
    38 Dalla Zuanna PD
    39 D’Ascola Nico NCD-UDC
    40 Davico Michelino (GS, MpA, NPSI, PpI, IdV, VGF, FV)
    41 De Biasi Emilia Grazia PD
    42 De Poli Antonio NCD-UDC
    43 Del Barba Mauro PD
    44 Della Vedova Benedetto MISTO
    45 Di Biagio Aldo NCD-UDC
    46 Di Giacomo Ulisse NCD-UDC
    47 Di Giorgi Rosa Maria PD
    48 Dirindin Nerina PD
    49 D’Onghia Angela (GS, MpA, NPSI, PpI, IdV, VGF, FV)
    50 Esposito Stefano PD
    51 Fabbri Camilla PD
    52 Fasiolo Laura PD
    53 Fattorini Emma PD
    54 Favero Nicoletta PD
    55 Fedeli Valeria PD
    56 Ferrara Elena PD
    57 Filippi Marco PD
    58 Filippin Rosanna PD
    59 Finocchiaro Anna PD
    60 Fissore Elena PD
    61 Formigoni Roberto NCD-UDC
    62 Fornaro Federico PD
    63 Fravezzi Vittorio (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE
    64 Gatti Maria Grazia PD
    65 Gentile Antonio PD
    66 Giacobbe Francesco PD
    67 Giannini Stefania PD
    68 Ginetti Nadia PD
    69 Gotor Miguel PD
    70 Granaiola Manuela PD
    71 Gualdani Marcello NCD-UDC
    72 Guerra Maria Cecilia PD
    73 Guerrieri Paleotti Paolo PD
    74 Ichino Pietro PD
    75 Idem Josefa PD
    76 Lai Bachisio Silvio PD
    77 Langella Pietro NCD-UDC
    78 Laniece Albert (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE
    79 Lanzillotta Linda PD
    80 Latorre Nicola PD
    81 Lepri Stefano PD
    82 Lo Giudice Sergio PD
    83 Lo Moro Doris PD
    84 Lucherini Carlo PD
    85 Lumia Giuseppe PD
    86 Manassero Patrizia PD
    87 Manconi Luigi PD
    88 Mancuso Bruno NCD-UDC
    89 Maran Alessandro PD
    90 Marcucci Andrea PD
    91 Margiotta Salvatore MISTO
    92 Marinello Giuseppe Francesco Maria NCD-UDC
    93 Marino Luigi NCD-UDC
    94 Marino Mauro Maria PD
    95 Martini Claudio PD
    96 Mattesini Donella PD
    97 Maturani Giuseppina PD
    98 Merloni Maria Paola (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE
    99 Micheloni Claudio PD
    100 Migliavacca Maurizio PD
    101 Minniti Marco PD
    102 Mirabelli Franco PD
    103 Morgoni Mario PD
    104 Moscardelli Claudio PD
    105 Mucchetti Massimo PD
    106 Naccarato Paolo (GS, MpA, NPSI, PpI, IdV, VGF, FV)
    107 Napolitano Giorgio (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE
    108 Nencini Riccardo (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE
    109 Olivero Andrea (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE
    110 Orrù Pamela Giacoma Giovanna PD
    111 Padua Venera PD
    112 Pagano Pippo NCD-UDC
    113 Pagliari Giorgio PD
    114 Palermo Francesco (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE
    115 Parente Annamaria PD
    116 Pegorer Carlo PD
    117 Pezzopane Stefania PD
    118 Pignedoli Leana PD
    119 Pinotti Roberta PD
    120 Pizzetti Luciano PD
    121 Puglisi Francesca PD
    122 Puppato Laura PD
    123 Quagliariello Gaetano NCD-UDC
    124 Ranucci Raffaele PD
    125 Repetti Manuela MISTO
    126 Ricchiuti Lucrezia PD
    127 Romano Lucio (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE
    128 Rossi Gianluca PD
    129 Rossi Luciano NCD-UDC
    130 Rossi Maurizio Giuseppe MISTO
    131 Russo Francesco PD
    132 Sacconi Maurizio NCD-UDC
    133 Saggese Angelica PD
    134 Sangalli Gian Carlo PD
    135 Santini Giorgio PD
    136 Scalia Francesco PD
    137 Schifani Renato NCD-UDC
    138 Silvestro Annalisa PD
    139 Sollo Pasquale PD
    140 Sonego Lodovico PD
    141 Spilabotte Maria PD
    142 Sposetti Ugo PD
    143 Susta Gianluca PD
    144 Tomaselli Salvatore PD
    145 Tonini Giorgio PD
    146 Torrisi Salvatore NCD-UDC
    147 Tronti Mario PD
    148 Turano Renato Guerino PD
    149 Vaccari Stefano PD
    150 Valdinosi Mara PD
    151 Valentini Daniela PD
    152 Vattuone Vito PD
    153 Verducci Francesco PD
    154 Vicari Simona NCD-UDC
    155 Viceconte Guido NCD-UDC
    156 Zanda Luigi PD
    157 Zanoni Magda Angela PD
    158 Zavoli Sergio PD
    159 Zeller Karl (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAI

  13. Ed eco l’elenco di quelli che sono rimasti a casa. Lettura istruttiva:

    Barani GAL assente

    Bonaiuti AP assente

    Colucci AP assente

    Esposito Giuseppe AP assente

    Giovanardi AP assente

    Berger AUT assente

    Cattaneo AUT assente

    Ciampi AUT assente

    Longo Fausto AUT assente

    Panizza AUT assente

    Piano AUT assente

    Rubbia AUT assente

    Di Maggio CRI assente

    Falanga CRI assente

    Longo Eva CRI assente

    Bruno FI assente

    Caliendo FI assente

    Conti FI assente

    Fazzone FI assente

    Ghedini Niccolò FI assente

    Mazzoni FI assente

    Rizzotti FI assente

    Sciascia FI assente

    Serafini FI assente

    Verdini FI assente

    Caridi GAL assente

    Compagnone GAL assente

    D’Anna GAL assente

    Ferrara Mario GAL assente

    Ruvolo GAL assente

    Scavone GAL assente

    Tremonti GAL assente

    Divina LN assente

    Stucchi LN assente

    Volpi LN assente

    Catalfo M5S assente

    Fattori M5S assente

    Lezzi M5S assente

    Bencini Misto assente

    Bisinella Misto assente

    De Pietro Misto assente

    Gambaro Misto assente

    Mastrangeli Misto assente

    Monti Misto assente

    Romani Maurizio Misto assente

    Casson PD assente

    Mineo PD assente

    Ruta PD assente

    Tocci PD assente

  14. Qui, invece, c’è l’elenco di 100 docenti universitari che hanno firmato contro La Buoma Sòla. A loro si sono aggiunte altre 100 firme del mondo della cultura (al momento non ho l’elenco analitico, so che fra loro c’è Francesco Guccini), in un appello consegnato ieri al presidente Mattarella, in cui gli si chiede di non firmare la legge:
    https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2015/06/09/vivalascuola-197/#1

  15. Rispondo un po’ a tutti in un solo post così è più comodo, considerando che non è una questione così centrale.

    @ Mauro

    Non sono per la creazione a monte di scuole d’eccellenza, fatte apposta per piccoli geni. Sono per la creazione di scuole il più possibile buone di base, che per forza di cose si differenzieranno in qualità, e se ci sono poli d’eccellenza non ci vedo nulla di male nella loro esistenza, e nemmeno che siano frequentati dai ragazzi più bravi e volenterosi. Se la serie b è adeguata va bene. L’importante è non scendere sotto un certo livello.

    @ Michele

    no, un ragazzo stupido non ha lo stesso diritto di un altro di accedere a un’istruzione eccellente. Così come un brocco non ha lo stesso diritto di un altro di entrare nel settore giovanile del Barcellona o al Santa Cecilia a studiare pianoforte. Chiaramente la scuola pubblica non deve ottimizzare le risorse a discapito degli altri per produrre un bene e deve puntare anzitutto a costiruire una scuola pubblica per tutti buona e adeguata. Ma l’eccellenza no, laddove esiste si può riservarla a chi ne può usufruire. Un brocco non ha alcuna possibilità di diventare Messi né Pollini ed è non solo inutile che ci provi, ma è pure una cosa che nei fatti non vorrà neanche fare.

    @ Tom Trento

    seguendo la Costituzione ha senso avere scuole buone con professori buoni formati al meglio. Ma la differenza è un dato naturale, non è qualcosa che puoi rimuovere dall’esterno. Non è possibile e non è neppure lecito farlo, poiché ognuno è libero di seguire le proprie vocazioni. Inoltre il tuo discorso non è contrario a ciò che sto dicendo. Mentre una scuola fa dei test per selezionare gli studenti in esubero, nulla impedisce che attorno crescano scuole buone. Io non sto proponendo una logica dell’eccellenza. Non c’è proprio nessuna logica (non è che gli insegnanti migliori vanno riservati agli studenti migliori e viceversa; uno può anche decidere di insegnare in una scuola “difficile” e lo studente frequentare la scuola del suo quartiere), se non quella per cui non ha senso dare la possibilità a certi studenti di studiare cose che non vogliono studiare e che non sono in grado di capire. Questo non va in alcun modo a discapito degli studenti in difficoltà (inseguire l’eccellenza non è una cosa di per sé positiva, anzi), che hanno bisogno di altri strumenti.

    @ Girolamo

    certo, io poi non conosco nello specifico quello che succede. E non ho capito bene la questione dei test, perché da come la metti ci sono le scuole medie che cominciano a preparare i ragazzi ai test. Ma questo è un problema di regole: la didattica va rispettata e le risorse vanno utilizzate per la scuola e basta; e di logica dei test. Invece di un test a crocette io penso a una settimana in cui i ragazzi vengano a contatto con i professori della scuola superiore che li potrebbero conoscere e valutare e poi consigliare assieme alle famiglie (la scuola deve proteggerli dai loro genitori). Ma non ho capito la questione del perché il test ha effetto sulla qualità della scuola. Il test del Taramelli al limite può essere preso come descrizione della bontà delle scuole medie di Pavia, ma non capisco in che modo possa essere indicativo della qualità del Taramelli, se non dal punto di vista psicologico, nel senso che uno pensa alla selezione in ingresso e si immagina chissà che. Ma una selezione del genere non sarà mai diffusa perché non ci saranno mai esuberi per scuole non “prestigiose” e non ci possono essere esuberi in ogni scuola, cosa che avrebbe a che fare con un problema a monte di disponibilità e non di selezione.

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