ALTAI
Il nuovo romanzo di Wu Ming

Altai scaricabile; Sogno, visione e utopia; Il falco e la gallina

Written on 15/03/2010 – 4:50 pm by Wu Ming

SCARICA ALTAI. Sono trascorsi esattamente quattro mesi dall’uscita di Altai in libreria. Il romanzo naviga verso le 50.000 copie. Sono in corso trattative per i diritti di traduzione inglese e francese. Il tour di presentazioni prosegue più intenso che mai e si concluderà solo ai primi di giugno. Insomma, il motore ruggisce che è un piacere.
E noialtri che facciamo, riposiamo sugli allori? Col cazzo! Anzi, pigiamo sull’acceleratore. Infatti, a partire da oggi, Altai è scaricabile dal sito in diversi formati:
DOC, ODT, PDF e – novità – ePUB.
Tutto gratis, come ogni volta. Puoi scaricare e chi s’è visto s’è visto, ciao, non ci devi niente.
Se però pensi che questo sforzo di apertura, questa politica di copyleft che portiamo avanti da tanti anni, meriti una ricompensa, un incoraggiamento, un feedback, un… “controdono” da parte tua, puoi usare PayPal per mandarci qualche scellino. Così, per la nostra bella faccia. Basta cliccare sull’icona a destra.
Nota bene: può fare una donazione anche chi non ha una carta di credito, basta un conto corrente.

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SOGNO, VISIONE  E UTOPIA IN ALTAI. A volte si firma “Sandokan” ma è Luca Giudici l’autore di questa densa e suggestiva lettura di Altai. Allucinazioni, paesaggi onirici, profezia, utopia: la funzione di tutto questo in Altai e nella nostra opera. Riproduciamo l’inizio del testo:

«Altai è, come è noto, l’ultima fatica dell’autore collettivo noto come Wu Ming. Dell’opera si è già lungamente parlato e lo stesso blog che gli autori le dedicano è ampiamente esaustivo di tanti aspetti non direttamente affrontati nel testo. Questa mia nota vuole affrontare l’opera sotto la cifra interpretativa del sogno. Questo è da intendere sia nel suo significato puramente onirico, che in quello di desiderio, utopia. Vorrei mostrare che – sulla scia della lettura di Ernst Bloch, delle sue interpretazioni del fenomeno degli anabattisti e di Thomas Müntzer (l’ambiente di Q) e della sua speciale concezione dell’utopia – Wu Ming traccia un filo rosso tra il percorso di El Israel, il popolo eletto, ed il sogno come desiderio umano, che filtra da un inconscio, solo parzialmente nascosto da un velo trasparente di coscienza.
La cifra originaria, il motore di questo percorso carsico che percorre la storia delle dodici tribù di Beniamino attraverso la Storia maiuscola, è il sogno di Giuseppe.
La storia di Giuseppe, figlio di Giacobbe, e dei suoi fratelli, è narrata in Genesi 37 – 50, ed è una delle più feconde espressioni della potenza narrativa del testo biblico. E’ assolutamente nota, in tutte le sue parti, nonostante la lettura del testo riveli ai più dettagli che nella vulgata normalmente diffusa spesso sono rimasti in secondo piano.
Comunque non è l’esegesi biblica che interessa a Wu Ming, bensì il potenziale evocativo posseduto da questa narrazione nella storia del popolo d’Israele.»
Prosegue qui.

P.S.
A quasi trent’anni dall’ultima riedizione (1981), il cruciale saggio di Ernst Bloch Thomas Müntzer teologo della rivoluzione (scritto nel 1921) è stato appena ripubblicato da Feltrinelli, a un prezzo economico (nove euro). Fossimo in voi ne approfitteremmo. Fu una delle letture fondamentali durante la preparazione di Q e – credeteci o no – è un’opera utile, oggi in Italia, come mai altrove.

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A ZONZO NEL PASSATO

[Riportiamo la recensione di Altai scritta dal professore di estetica e storia dell'arte Renato Barilli sulla rivista letteraria L'Immaginazione. Le sue affermazioni infatti ci danno l'opportunità di affrontare ancora il rapporto tra narrativa, storia e allegoria. Un'avvertenza per la lettura: la prima parte dell'articolo contiene diverse stranezze, come la rivendicazione del "placido fluire" come connotazione tradizionale del romanzo storico; o l'involontario ossimoro "colonie statunitensi"; o l'affermazione che Wu Ming agirebbe "sulla piazza di Bologna" (in realtà quella in cui da anni siamo meno attivi); e nonostante questo è la seconda metà dell'articolo quella che ci pare interessante e sulla quale invitiamo a concentrare l'attenzione.]

Da L’Immaginazione n. 252, gennaio-febbraio 2010

Wu Ming: ma cosa andiamo a fare nel passato?

di Renato Barilli

Il collettivo che agisce sulla piazza di Bologna presentandosi col nome Wu ming è forse al momento la “premiata ditta” che nel nostro Paese riesce meglio nel tentativo di varare campioni accettabili di romanzo storico, con la pretesa di farsene perfino il mallevadore a livello teorico, come è successo con un pamphlet recentemente apparso, New Italian Epic, dove il gruppo ha dato il suo appoggio ad opere tutto sommato meno valide di quanto non esca dal suo proprio laboratorio. In effetti, certe operazioni da loro assunte a titolo probante che questa impresa oggi si può condurre, come quelle dedicate da Scurati alle Cinque giornate di Milano, e da Lucarelli alla disfatta di Adua, si sono meritate da parte mia un convinto pollice verso, mentre il mio giudizio diviene più incerto e oscillante su quanto Wu Ming mette fuori a titolo proprio. O meglio, la mia opinione è variata di caso in caso, avendo toccato un quasi-rifiuto al momento della loro prima prova, Q, di una decina d’anni fa, e buona parte delle ragioni del mio dissenso risultava già dalla brevità del titolo, compendiato in un’unica lettera, che era quasi l’anticipazione del difetto che reperivo in quella loro opera iniziale, ovvero una conduzione troppo frammentaria, uno sbriciolio di annotazioni, che non davano spago a persone e situazioni. Ne veniva un andamento a singhiozzo, assai lontano da quel certo placido fluire che ci si potrebbe attendere un romanzo storico. Molto meglio circostanziato l’andamento dei vari brani in un romanzo successivo, Manituana, che oltretutto aveva il merito di affrontare una materia assai poco nota a noi lettori europei, la guerra di indipendenza delle colonie statunitensi dell’America del Nord contro sua Maestà britannica, ma il tutto visto dalla parte dei nativi, degli Irochesi, brutalmente annientati da Washington e dalle sue truppe.
Ecco ora Altai, che sicuramente ha sconfitto il difetto di procedere a brevi lacerti. Anche qui si salta da una scena all’altra, ma in ciascuna di esse la narrazione si sofferma per un tempo adeguato, e consegue quella perfetta icasticità di descrizione che forse è tra i requisiti primari richiesti al romanzo storico, in cui il lettore desidera di sentirsi trasportato in situazioni lontane, mal note, apprezzando quindi la capacità di fargliele vivere quasi in presa diretta, come se fosse presente. Qui le tappe del variopinto itinerario sono tutte ben condotte, gremite di dettagli, si tratti di Venezia, o di Istanbul, capitale dell’impero ottomano, o dell’assedio di Cipro, con la cruenta presa di Famagosta, e c’è infine, addirittura, la possibilità di assistere in presa diretta alla grande battaglia di Lepanto, messi nei panni di un naufrago che guarda allibito quello scontro titanico, proprio come succede in una pellicola hollywoodiana dedicata alla battaglia aeronavale delle Midway, tra le forze statunitensi e quelle del Sol Levante. Ma agitando questo riferimento a un film odierno, in apparenza del tutto incongruo, entro nel merito dell’intera questione, ovvero delle varie difficoltà gravanti sul filone del romanzo storico, costretto a muoversi tra tante attrazioni di segno contrastante. Da un lato, c’è l’obbligo di rispettare una realtà affidata alle cronache del tempo che fu, magari col compito aggiunto di condurre dotti studi suppletivi. Però si presenta subito il dilemma, fino a che punto rispettare la storia, il dato esistente, o invece andarlo a rilanciare con una sensibilità odierna, ma col rischio di falsare la veridicità del rapporto? E prima ancora, e cosa più importante, a qual fine condurre l’impresa nella sua globalità? Rivedere le bucce al vero storico, in nome del verosimile previsto per la poesia, soprattutto nella specie della narrazione? Ma come sottrarsi in tal caso all’obbligo di rispettare certi paletti fermi, dati appunto dal vero storico, che non si può prendere a gabbo? E inserire nel tutto dei lieviti di moralità dei nostri tempi, cioè invitare il lettore a leggere in quei panni lontani le crude vicende della nostra attualità sociale e politica? Alcuni esempi: il protagonista di questo romanzo è un ebreo, costretto a fuggire da Venezia, vittima di una persecuzione che lo spinge a trovare rifugio a Istanbul, presso un correligionario, Giuseppe Nasi, che sogna un progetto in perfetto stile attuale, quasi fosse un Ben Gurion o una Golda Meir anzi tempo, ovvero di creare a Cipro uno stato indipendente di Israele. Ma la cosa, ovviamente, non può avere seguito, e quanto alla conquista di Cipro da parte dei Turchi, e al conseguente supplizio inflitto al Bragadin, orrido fatto su cui non si può scherzare, come presentarlo, a qual fine, con quale morale? Insomma, fare opera di godibile intrattenimento, o di allegoriche e premonitrici fughe in avanti? I nostri autori non sanno raccapezzarsi tra tanti fili, e fanno naufragio, come le molte navi a Lepanto. Per non parlare poi del rapace, Altai, assunto come titolo, quasi per evadere da una realtà che non si sa come dominare.

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IL FALCO E LA GALLINA
Allegoria e universalità nel romanzo storico

di Wu Ming 4

La questione cruciale posta da Barilli è quella dell’innesto di una sensibilità moderna nel contesto storico ricostruito da un romanziere; innesto che a suo dire introdurrebbe inevitabilmente un elemento di implausibilità.
Il romanziere storico è destinato a tradire almeno in parte la storia nel momento stesso in cui la romanza. Infatti non può che tradurre il passato nel presente, cercando di restare nei limiti del verosimile, ma sapendo che questa traduzione sarà pur sempre un tradimento. E questo è vero a partire dalla lingua, dal linguaggio, lo strumento stesso del racconto, che non sarà certo mimetico, non riprodurrà alla lettera quello parlato nell’epoca storica in cui si svolge il romanzo. Ebbene sì, il principio di indeterminazione di Heisenberg funziona anche in letteratura.
L’osservazione di Barilli si avvicina alla posizione espressa dal collega Tullio Avoledo, il quale sostiene di scrivere romanzi ambientati in un continuum spaziotemporale simile al nostro ma non identico, per non fare un cattivo servizio alla storia contaminandola con l’invenzione. Non citiamo a caso Avoledo, dato che nella stessa rubrica il professor Barilli alza il pollice in favore del romanzo ucronico di Enrico Brizzi La nostra guerra.
L’ucronia in effetti non deve porsi il problema della plausibilità storica, dal momento che si pone già in partenza come tradimento della storia stessa e indagine su un “what if” potenziale. Le carte sono scoperte e le ambiguità disinnescate. L’ucronia manifesta ha in effetti vita più facile del romanzo storico.
Quello che per Barilli è un fattore invalidante o un handicap del nostro mestiere, è dunque la sfida che lo motiva. E’ precisamente sulla contraddizione tra punto d’osservazione (di narrazione) ed epoca osservata (narrata) che si fonda l’attività del romanziere storico. Anche noi ci consideriamo indagatori di ucronie potenziali, ma invece di immaginarle, le ricerchiamo nelle pieghe della storia stessa, in quel “vero storico” di cui parla il professor Barilli. Indaghiamo in sostanza gli snodi della Storia in cui una potenzialità avrebbe potuto trasformarsi in atto e creare un’alternativa. Se esiste una poetica storico-letteraria di Wu Ming potrebbe essere riassunta proprio in questi termini.
Nelle presentazioni di Altai diciamo spesso che i romanzi storici degli ultimi decenni si differenziano da quelli che hanno fondato il genere nell’Ottocento. Se quelli erano romanzi di ambientazione storica, i nostri sono romanzi di trasformazione storica, nel senso che aspirano a mutare la percezione di un’epoca o di un evento trasmessaci dalla vulgata più o meno ufficiale, provando a illuminare con la finzione i coni d’ombra della storia. Si tratta di narrazioni che fanno interagire la fiction con il “vero storico”. Il punto è se riescono a farlo rispettando la plausibilità e la verosimiglianza oppure no.
Secondo Barilli Altai fallirebbe proprio in questo e per dimostrarlo fornisce due esempi.
Il primo è la figura di Yossef Nasi, che nel romanzo sarebbe presentato come un Ben Gurion ante litteram.
Questa lettura rivela un difetto ottico interessante: l’inversione prospettica. Barilli sembra dimenticare completamente che il presente altro non è se non la risultante del passato stesso.
La prospettiva assunta da Barilli (ma già anche da altri lettori su questo blog) prende ciò che è immediatamente prossimo nello spazio e nel tempo come lente attraverso cui lanciare lo sguardo all’indietro. In sostanza Barilli attribuisce a noi l’attitudine che egli stesso assume. Questo paio d’occhiali mal graduati porta a vedere nei tratti di Yossef Nasi quelli di Ben Gurion (e non invece il contrario) e a leggere quindi il personaggio di Altai e la vicenda della guerra di Cipro narrata nel romanzo come un’allegoria del sionismo.
Se invece si osservasse la storia con un’attitudine… storica,  appunto, ci si accorgerebbe che non c’è alcun anacronismo nel fatto che un ebreo ricco e colto, cresciuto frequentando le corti rinascimentali europee, potesse vagheggiare l’isola di utopia. Anzi, è una cosa pienamente nello spirito di un secolo in cui il pensiero politico utopico sulle forme di governo ha conosciuto la sua rifioritura; un secolo simbolicamente racchiuso tra L’Utopia di Thomas More (1516) e La Città del Sole di Tommaso Campanella (1602).
Non è affatto strano che un magnate sefardita che aiutava gli ebrei in fuga dall’Europa (verità storica), che aveva fondato per loro una colonia in Palestina (verità storica), e aveva ottenuto dal Sultano la promessa d’essere nominato re di Cipro (verità storica), potesse pensare di accogliere sull’isola i propri correligionari, insieme ai perseguitati di tutte le confessioni. L’utopismo non è affatto sconosciuto al Cinquecento, come non lo è la figura di un principe illuminato che si affida al connubio machiavelliano tra fortuna e virtù, o l’idea pichiana di concordia universale, e in generale il ragionamento sulle forme politiche ideali influenzato dal neoplatonismo. Il Rinascimento è un periodo ricco, ricchissimo, come ogni periodo storico, e vederci dentro soltanto il riflesso del XX secolo è davvero limitante.
Ovviamente una lettura allegorica è sempre possibile: se uno vuole leggere la vicenda di Nasi raccontata in Altai come un rimando alla storia dello stato di Israele, padronissimo di farlo. Ma è scorretto attribuire questa intenzione agli autori o dare per scontato che abbiano trasferito nel passato l’idealità contemporanea.
Il secondo esempio di come noi avremmo spinto a forza una “moralità dei nostri tempi” entro i limiti di un’altra epoca riguarda il tema della guerra e dello sterminio.
Quale morale trarre dallo scuoiamento di Bragadin? Su questo blog se n’è già discusso in ben due thread, ma è evidente che l’impressione di orrore ed estinzione della pietas è un dato irrinunciabile e sul quale non abbiamo fatto sconti alla storia e alla narrazione. In questo c’è senz’altro un elemento di anacronicità ed è il caso di sviscerarlo. L’incapacità di accettare la catasta di morti che si interpone tra la storia e l’utopia è un problema contemporaneo. Così come lo è la connessione di questo tema a quello del rapporto tra mezzi e fini (che invece nel Cinquecento si incentrava sulla liceità delle strategie politiche per l’ottenimento di un risultato). La questione che emerge dalle pagine di Altai che narrano l’assedio di Famagosta è quella dell’orrore (in senso conradiano, contemporaneo, appunto) e di quanto tale orrore possa snaturare e compromettere un progetto politico che sia disposto ad accettarlo come male necessario.
In questo senso noi abbiamo attualizzato la storia, è vero, e ciononostante non l’abbiamo allegorizzata. La resa “hollywoodiana” della battaglia di Famagosta o di Lepanto non è evidentemente un’opera di “intrattenimento”, né una “allegorica fuga in avanti”, ma il tentativo di far vedere al lettore ciò che il protagonista vede, cioè l’orrore della guerra. L’orrore che se anche poteva essere più all’ordine del giorno per un europeo del 1571 che per un suo omologo del 2010, nondimeno era tale, nel senso che quelle erano le modalità, quelle le immagini che si imprimevano sulla retina, quelle le dinamiche crudeli, gli odori, i suoni, l’adrenalina. Diversa la sensibilità probabilmente, il rapporto con la morte di innocenti, il modo di rielaborare l’esperienza vissuta, ma pur sempre umana la visione. Umana, cioè universale. E’ questa l’attitudine con cui si lancia lo sguardo all’indietro su tutte le epoche, ogni volta scoprendo qualcosa di nuovo e di valido per noi, non già per i morti ai quali non è più possibile rendere giustizia, ma per i vivi che ancora possono porsi certe domande. E’ appunto questa universalità – e non già la “storicità” – che consente a un romanzo di parlare ad ogni qui e ora. La storia della mentalità è invece materia per un altro genere di specialisti: gli storici, che però fanno un mestiere diverso dal nostro.
Resta il fatto che tra allegoria stretta e universalità tematica c’è la stessa differenza che passa tra il volo di una gallina e quello di un falco.
A questo proposito, resterebbe da considerare l’interpretazione del falco Altai come metafora dell’evasione dalla realtà, ma possono giudicare i lettori se questo rilievo sia o meno pertinente, se sia l’esito di un volare alto o di un mero zampettare per l’aia.

Comments:

  1. mumble mumble…

    ecco, io per esempio di sionismo non ne so nulla, quindi non potrei mai vederci un nesso, però circa la volontà di prendere Cipro ho pensato alle due ultime guerre AfghanIraq, che non c’entrano niente, ed è facile che ci abbia pensato semplicemente perché Altai è uscito in questo periodo, perché per chi è in buonafede e magari ingenuo, sono due guerre necessarie e che aspirano ad un futuro. ( abbiate pazienza )
    Quindi l’orrore ( e daje! ) svela l’inganno, l’inganno che c’è sempre, quando mancano le certezze, quando si sente il bisogno di fare piazza pulita e ripartire da zero ( che non esiste ). Questo ci ho visto, Manuel potrà tirare i suoi dadi all’infinito, ma il numero che cerca non esiste, la ricerca e la speranza che ci pensi il destino portano a nulla.

    Poi, visto che mi ha preso la mano, e il delirio ben si concilia con l’orario, mi è venuto in mente che i romanzi o sono storici o sono ucronici, dal momento che quest’ultimi comunque narrano una realtà che non esiste, e quindi non sono confrontabili sotto quel punto di vista, cioè dell’efficacia dell’osservazione. Ma magari mi sbaglio. Forse mi potete aiutare: al momento penso che un testo che parta dal “what if…” non mi possa insegnare nulla, perché si fonda su cose che non sono successe, dunque da inesperienze. Al di là del piacere di leggervi, i rimandi e le strade che si aprono dalle storie che mettete su carta, esistono e spingono ad altre ricerche, e gli orrori che raccontate, ma non solo quelli, ce l’hanno un perché. Altrimenti a che servirebbe tutta sta’ robba che sfornate.

    Eppoi niente, sto poro falco lo trattano peggio de’ Bragadin.
    Oddio ho scherzato su Bragadin!

  2. Tutte le narrazioni partono da un “what if”. Una storia è degna di essere raccontata perché esplora un’eventualità, inserisce un elemento congiuntivo in ciò che è, in ciò che è stato o in ciò che deve essere. Raccontare (come vivere) significa mettere in relazione una memoria, una norma, una tradizione con una novità, una fantasia, un’azione che rompe lo schema. I romanzi ucronici ben fatti (come quelli di Brizzi) contengono moltissima “storia vera”, così come i romanzi storici ben fatti contengono sempre l’ucronia, la potenzialità. Dunque tutti i romanzi sono storici, e l’ucronia puoi collocarla *dentro* o *fuori* dalla Storia, e allo stesso tempo tutti i romanzi sono ucronici, e puoi scegliere se usare la storia come pretesto o come scenario. E’ una questione di vincoli più o meno stretti, di verosimiglianza più o meno radicale. C’è un “what if” realistico e un “what if” fantastico, ma la differenza tra i due è più spesso un fatto di convenzione letteraria che di realtà dei fatti. Io credo che l’ucronia fantastica presenti alcuni rischi : 1) il puro gioco postmoderno, il pastiche d’archivio fine a sé stesso, “Cosa sarebbe successo se Che Guevara fosse stato omosessuale?” 2) Una presunta “deresponsabilizzazione” dell’autore rispetto a quel che racconta, “tanto non è successo”. 3) Un’allegoria troppo chiusa, un esperimento mentale fatto per dimostrare un teorema. Ti chiedi: “Cosa sarebbe successo se il nazismo non avesse prodotto i campi di sterminio?”. Poi cerchi di dimostrare che sarebbe stato un regime accettabile, come se l’unico grosso errore di Hitler fosse stato l’Olocausto; 4) Una visione riduzionista della storia, per cui posso cambiarne un pezzo e tenerne buoni altri. Davvero si può immaginare un nazismo senza Olocausto? O lo sterminio degli ebrei fu un elemento “storicamente necessario” di quel regime? Fare la storia con i “se” è molto interessante, ma bisogna scegliere bene trasformazioni e invarianti.
    Ecco, penso che la verosimiglianza, il cercare l’ucronia dentro la storia, e non fuori, sia una buona medicina contro questi malanni. Una medicina, sia chiaro, non un vaccino.

  3. Io non capisco bene il senso delle parole di Barilli. O meglio, lo capisco in un modo tale da farmi ritenere la sua critica piuttosto sciatta in questa occasione. Magari non ho colto qualcosa di importante nelle sue parole, ma il dilemma che lui pone mi sembra parta da un presupposto generico e quindi, per come la vedo io, dogmatico (l’obbligo di rispettare il vero storico) e da una gabbia concettuale (la forma “romanzo storico”) che lui stesso costruisce partendo da quel presupposto.

    Qual è la conseguenza del materializzarsi del “rischio di falsare la veridicità del rapporto” in un romanzo storico? Per rispondere è necessario definire esplicitamente quale canone di veridicità si ha in mente, altrimenti si finisce col paventare rischi solo per il gusto di emettere condanne.

    L’esempio di Wu Ming 2 sull’ucronia nazismo senza Olocausto è illuminante: in quell’ucronia saltano tutte le correlazioni che hanno caratterizzato un dato momento storico, al punto che non è possibile nemmeno immaginare cosa sia il nazismo senza Olocausto, è come immaginare che l’atomica su Hiroshima non abbia provocato morti e feriti. Non sarebbe stata l’atomica. E di conseguenza quell’ucronia puzza. Nel caso di Altai cos’è che puzza? Quali sono le proprietà definitorie dei fatti e fenomeni narrati che vengono violentate dalla licenza del narratore? Quale concetto viene così allontanato dal termine storicamente utilizzato per definirlo da mutarne la sua percezione nell’immaginario del lettore?

  4. Mi viene da chiedere una cosa:
    Ma la peste descritta dal Manzoni nel suo romanzo storico “I promessi sposi” [CIT] orrido fatto su cui non si può scherzare, come presentarlo, a qual fine, con quale morale?

    Vi allego uno stralcio del capitolo 34:

    “Ora, mentre Renzo guarda quello strumento, pensando perché possa essere alzato in quel luogo, sente avvicinarsi sempre piú il rumore, e vede spuntar dalla cantonata della chiesa un uomo che scoteva un campanello: era un apparitore; e dietro a lui due cavalli che, allungando il collo, e puntando le zampe, venivano avanti a fatica; e strascinato da quelli, un carro di morti, e dopo quello un altro, e poi un altro e un altro; e di qua e di là, monatti alle costole de’ cavalli, spingendoli, a frustate, a punzoni, a bestemmie. Eran que’ cadaveri, la piú parte ignudi, alcuni mal involtati in qualche cencio, ammonticchiati, intrecciati insieme, come un gruppo di serpi che lentamente si svolgano al tepore della primavera; ché, a ogni intoppo, a ogni scossa, si vedevan que’ mucchi funesti tremolare e scompaginarsi bruttamente, e ciondolar teste, e chiome verginali arrovesciarsi, e braccia svincolarsi, e batter sulle rote, mostrando all’occhio già inorridito come un tale spettacolo poteva divenire piú doloroso e piú sconcio.”

    Ora continuo a chiedermi: a che fine Manzoni ci parla di questo “monte di cadaveri ciondolanti”? Mi pare abbastanza hollywoodiana, no?
    Forse per esaltare la poesia di questo pezzo successivo:

    “Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono piú forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’ volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento.
    Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, “no!” disse: “non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete.” Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: “promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo, e di metterla sotto terra così.”
    Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, piú per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affaccendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come sur un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: “addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri.” Poi voltatasi di nuovo al monatto, “voi,” disse, “passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola.”
    Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina piú piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve.”

    E, concludo: non si tratta di ucronia fantastica dentro la storia che con il matrimonio negato a due promessi sposi aggiunge fili che il Manzoni riesce “poco” a controllare?

    Si può usare la piccola Cecilia come metafora dell’amore?
    …di una madre che illumina il grigio e il bianco dei morti abbandonati:

    “Renzo s’abbatteva appunto a passare per una delle parti piú squallide e piú desolate: quella crociata di strade che si chiamava il carrobio di porta Nuova. (C’era allora una croce nel mezzo, e, dirimpetto ad essa, accanto a dove ora è san Francesco di Paola, una vecchia chiesa col titolo di sant’Anastasia). Tanta era stata in quel vicinato la furia del contagio, e il fetor de’ cadaveri lasciati lì che i pochi rimasti vivi erano stati costretti a sgomberare: sicché, alla mestizia che dava al passeggiero quell’aspetto di solitudine e d’abbandono, s’aggiungeva l’orrore e lo schifo delle tracce e degli avanzi della recente abitazione”

    Chiedo scusa al Manzoni se mi sono permesso di citarlo, forse errando.

  5. Mi pare che Barilli abbia equivocato sulle intenzioni degli autori. Secondo lui, Wu Ming avrebbe cercato di “inserire [...] dei lieviti di moralità dei nostri tempi, cioè [di] invitare il lettore a leggere in quei panni lontani le crude vicende della nostra attualità sociale e politica”. In pratica, secondo Barilli, Wu Ming avrebbe voluto costruire un’allegoria “a chiave” moralmente edificante, ma non ci sarebbe riuscito perché i fatti storici che costituiscono l’oggetto di Altai non collimano perfettamente con i contorni di tale presunta allegoria. Lo sguardo di Barilli mi sembra quello di chi, in un romanzo “di genere”, si aspetta di trovare “godibile intrattenimento” e/o propaganda politico-morale: trovandosi di fronte un oggetto più complesso rispetto alle sue aspettative, rimane spaesato e “non sa raccapezzarsi”. – In realtà le obiezioni di Barilli si sarebbero potute rivolgere ad un romanzo “pop” pur bello come *Il resto di niente* di Enzo Striano (1986), dove effettivamente l’elemento storico e quello politico-morale risultano spesso amalgamati non bene. Ma da allora sono stati fatti dei passi in avanti e Barilli dovrebbe leggere con più attenzione.

  6. La lettura di Barilli tematizza in controluce una questione che WM4 intuisce nella sua risposta e che vale alla pena forse portare alla luce. Non si tratta di un problema narratologico o critico, ma di una questione densamente filosofica.
    Il problema centrale del romanzo è, secondo me, il rapporto tra orrore e tragedia. Mi spiego: se non si intravede una catarsi, la morte inflitta o subita rientra in un ambito puramente sensibile. L’ elemento morale è assente, perchè l’orrore è qualcosa di fisico, fisiologico anzi, è in prima istanza una reazione del corpo. La morte di Bragadin non è tragica: è orribile, perchè la sua resistenza ad oltranza è insensata, e si iscrive in toto in un falso evento come la guerra di Cipro. Cipro è orribile, Munster è tragica: il tentativo, là, consiste nell’abolizione della catena causale che porta la storia fino a quel punto, è una “vera” rivoluzione. Una rivoluzione comporta quasi necessariamente il Terrore, ma non l’Orrore.
    Per questo la “morale” sfugge a un lettore pur attento come Barilli: chinque sia incapace di pensare un’ “al di là” o un “altrove” storico cercherà morali pronte all’uso nell’orrore, che è sempre, per definizione, insensato.
    E’ quello che abbiamo cercato di dire sostenendo spesso che non è possibile un’azione volta alla liberazione che non coinvolga in tutto e per tutto il soggetto da liberare: non si può, in altri termini, “dare la libertà”, nè riceverla da un tiranno.
    La prospettiva di Altai è etico-politica. La morale, e le morali, c’entrano ben poco.

  7. Pubblico qui la mia recensione di Altai, sperando sia cosa utile e gradita. Si trova anche sulla mia libreria di Anobii, lì sono Mr Mills :-)

    - Ma quanti sono i nomi che usi, eh Howl?
    - Solo quelli che mi servono per essere libero.
    “Il Castello Errante di Howl” – 2004 – dir. — Hayao Miyazaki

    Altai è l’ultima opera dei Wu Ming, un inaspettato ritorno al secolo XVI in cui era ambientato l’opera prima dell’embrionale collettivo che ancora si chiamava Luther Blisset. Dopo dieci anni il collettivo è cambiato, in primo luogo dandosi l’attuale nome, ma anche come composizione e maturità degli autori, nello stile e nella consapevolezza del mezzo.
    Un inaspettato ritorno, perché da fan dei WM e grande promoter di Q proprio non mi aspettavo questa operazione, era un’idea e una possibilità che da anni – e ne son passati dieci dall’uscita di Q – avevo accantonato. Perché da una parte mi rendevo conto della banalità, nel metro del collettivo, di riprendere in mano e dare seguito alle avventure di Tiziano l’Anabattista (sì, un nome fra i tanti devo pur sceglierlo per farmi capire), dall’altra perché un po’ temevo che nessuna narrazione avrebbe potuto darmi quello che Q mi diede ai tempi. “Ai tempi” scrivo e “ai tempi” sottolineo: mi sono convinto che Q sia stato per me e per le persone con cui l’ho condiviso una vera e propria passione – quante discussioni, quante chiacchiere, quante citazione di Q nel volgere di quel passaggio di Millennio –, un riferimento fondamentale, un elemento centrale nel “romanzo di formazione” di quella generazione che indossò prima la tuta bianca e si schiantò poi nel luglio del 2001 a Genova (la nostra “linea d’ombra”). Il contesto generale di quegli anni è stato il volano che ci fece trovare in quel romanzo la sintesi allegorica che bramavamo, tanto più perché gli autori stessi erano stati parte di quei rivolgimenti e da lì avevano colto e trasformato in prassi, laicamente, suggestioni e indicazioni politiche (il copyleft, la potenza della produzione collettiva, l’orizzontalità dell’agire, ecc.). Per chi è arrivato dopo – mi spiace per loro – l’esaltazione per Q che ci travolse, credo, non è cosa ripetibile.
    Altai quindi mi ha sorpreso, ancora prima di prenderlo in mano. Mi ha sorpreso poi – quasi intimorito – alla lettura delle primissime pagine: il nome che si incontra per primo – Gracia – fa lo stesso effetto di quando ricapita di vedere dopo tanto tempo un vecchio amico, un po’ provato e cambiato non sai da cosa e come. E’ un po’ come una porta che si riapre su un mondo a cui sei stato e continui ad essere legato, ma oramai in una dimensione atemporale e ideale. Con cautela riprendi confidenza e, con sollievo, scopri una storia nuova. La mente non tornerà più a Q per le successive 168 pagine, nemmeno quando reincontro quello che fu l’eroe senza passato e che in queste pagine un passato l’ha ritrovato – e ci fa i conti: Ismail al-Mokhawi. “Si chiamava Ludovico, ma per altri era Tiziano.”
    Durante la lettura, seguendo lo svolgersi della narrazione, più volte sono tornato a riflettere sul titolo del romanzo. Mi sembra che già da lì si possa trovare un’incitazione da parte degli autori – voluta o meno, non importa – a “volare alto”, proprio come fanno gli Altai. Allo stesso modo ho colto lì l’indicazione di come il potere – che emerge come protagonista dalle pagine del romanzo, quasi un “elefante invisibile” – sia qui rappresentato nella sua forma non divinizzata e trascendentale ma nella sua dimensione relazionale, come un rapporto che va interpretato nella contingenza del dato momento storico e nei rapporti di forza ivi agiti. “Volare alto” dunque permette di cogliere il quadro d’insieme, di non farsi catturare nel particolare e misurare, confliggere i rapporti di forza. Altai è un romanzo storico che, come amano dire i wm, si insinua nelle crepe della parete del continuum storico e cerca di forzarle, di allargarle fino a far saltare la visione consolidata di determinati accadimenti. La storia la fanno gli uomini (e le donne, ça va…) ma per coglierne la natura relazionale – così come del potere – è necessaria una visione “a volo d’uccello”. Nella casa dei Nasi – proprio nella biblioteca – sul pavimento c’è un grande mosaico che rappresenta la mappa del mediterraneo, la stessa rappresentazione che, a un certo punto, in una versione cartacea si tinge di rosso (è vino sì, ma la storia d’Europa e del Mediterraneo immediatamente rimanda ad un altro fluido rosso): una mappa non si può dare senza appunto la capacità di astrazione che coglie la realtà da una prospettiva a noi non familiare (essendo gli umani sprovvisti di ali proprie).
    Da queste considerazioni ho tratto, mettiamola così, questa conclusione: un’esortazione, un’indicazione a tutta la libera repubblica dei lettori a “volare alto”, così come fanno gli autori. I wm hanno sempre scelto di “volare alto”, sia nella scelta dei loro oggetti narrativi che nella loro costruzione, insistendo spesso nell’invitare anche noi lettori a fare altrettanto, ad essere pretenziosi e attivi, ad inseguire una libertà viva, non da cani.
    Un appunto sulla scrittura, sulla struttura narrativa e sui personaggi. Se la scrittura è fluida e la struttura particolarmente lineare rispetto ad altri lavori dei wm, la personalità dei personaggi ingombra felicemente le pagine. In particolare – come già detto e scritto da tante e tanti – i personaggi femminili assumono oltreché spessore, un ruolo determinante nella narrazione. Si fa spazio a mio parere un elemento di complessità generale dato dai processi di autoriflessività che investono i personaggi, in primo luogo nella figura del protagonista Emanuele De zante/Manuel Cardoso. Il conflitto interiore legato alla definizione della propria identità nel protagonista è centrale e su questo forse si misura maggiormente la maturità negli autori nel tratteggiare i propri personaggi, riferendosi a un concetto d’identità performativa, ossia una forma d’identità prodotta “dall’interno” e colta immediatamente dal soggetto che “agisce” e pratica la propria identità, senza il bisogno di selezionare in maniera cosciente gli elementi che considera come i criteri costitutivi dell’appartenenza. La ricerca, volendo, di un’identità che prova a sottrarsi alla micidiale stretta dell’identitarismo.
    Altai, in conclusione, segna una possibile nuova traiettoria sul futuro del collettivo Wu Ming, una traiettoria che ha il coraggio di guardare indietro e, al contempo, non cede un millimetro alla tensione per ciò che sarà: “con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro”.

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