Miscellanea
Ultimo post dell’anno, per ripassare in un fritto misto quel che s’è cucinato intorno ad Altai nel periodo natalizio.
Per cominciare, un tris di recensioni:
La prima, è di Leonilde Bartarelli:
“Il Mediterraneo nel XVI secolo: questo è in sintesi il tema centrale di Altai.
E il Mediterraneo riempie e alimenta ogni pagina, diventa dimensione quasi simbolica dove promiscuità, contrasti, commerci, adattamento e fusione di genti, lingue, culture si accompagnano a una ricerca spasmodica di conservazione della propria identità nazionale e religiosa.
Concepito come potere ma anche come fuga o realizzazione di utopie…”
La seconda è di Simone Sarasso, che si è riletto Q (per la quinta volta?) e poi di seguito Altai in un ponte dell’Immacolata dedicato ai libri.
“…se Q è un romanzo gelido come l’acciaio, grigiazzurro come gli occhi del capitano Dal Pozzo, ALTAI è rosso fuoco. E oro.
…Uno stendardo biforcuto, azzurro come il ghiaccio, rosso e oro come il luogo dove sorge il sole. Ecco che cos’è per me questa storia: dieci anni e due libri in un’immagine sola. Oriente e Occidente, maschio e femmina, figlio e padre.”
L’ultima è uscita sull’Unione Sarda il 21 dicembre scorso:
“…si è di fronte a un romanzo nuovo di zecca e a un nuovo stile. Rispetto alla scrittura asciutta e frantumata, corrispondente all’incalzare degli eventi di “Q”, qui c’è uno stile più morbido, riuscite descrizioni di esterni e di percorsi psicologici, di eroismi e viltà, di accorate nostalgie e di dolore con un ovvio rallentamento dell’azione. Ma c’è anche l’epica e le pagine davvero esemplari sulla crudeltà della guerra fra musulmani e veneziani – compresa la battaglia di Lepanto – e sugli imponderabili sentimenti dell’uomo. ”
Proseguiamo il menu con due interviste: una di Monica Mazzitelli su MicroMega Online, l’altra di Anna Luisa Santinelli, tutta dedicata al personaggio di Yossef Nasi.
Per chi volesse nutrire anche le orecchie, consigliamo l’ascolto di un brano dalla presentazione triestina di Altai. Com’era già successo a Crema, Wu Ming 1 ha letto il primo capitolo del romanzo (L’incendio) accompagnato dai Maxmaber Orkestar, una band triestino-bosniaca che suona una miscela di klezmer, musica balcanica, tzigana e in generale pan-mediterranea. (La registrazione dura 12 minuti ed è fatta con un lettore mp3: qualità non buonissima, ma sufficiente per assaporare l’atmosfera).
E per finire, come dessert, qualche dato sulle vendite nella settimana prima di Natale. Nella classifica elaborata da Demoskopea, Altai è al nono posto della narrativa italiana, con 12 punti, che dovrebbero valere tra le 4 e le 5 mila copie. In quella di Arianna è ventireesimo nella generale e settimo nell’italiana. Stando a queste statistiche, nel primo mese di presenza in libreria dovremmo aver venduto intorno alle 25mila copie, che è il nostro miglior risultato di sempre.
Ciliegina sulla panna, un piccolo anedotto. Negli utlimi tre giorni, per vari motivi, ho dovuto frequentare alcuni nonluoghi, molto diversi tra loro, ma sempre dotati di uno spazio libri. Dopo aver visitato Ipercoop e Autogrill, nella cattedrale tecnologica di un MediaWorld Center, mia figlia, 6 anni, mi ha domandato come mai il nostro romanzo si trova solo in libreria. Non ho saputo cosa rispondere, ma le ho fatto i complimenti per lo spirito d’osservazione. In effetti, nei suddetti spazi, è facile trovare TUTTI i libri entrati in classifica nelle ultime settimane (da Ammaniti a Lerner, da Falcones a Baricco), più qualche classico che nemmeno i critici più raffinati definirebbero “monnezzone” (Kundera, Rigoni Stern, Calvino…), ma noialtri non ci siamo mai. L’avevate notato? Avete qualche contro-prova? E diteci, secondo voi, perché?
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Date: 29/12/2009
Time: 7:02 pm
In effetti… Pubblicate per Einaudi e non siete da MediaWorld. Mistero della fede, cadiamo!
Alcuni giorni fa è uscita una recensione su Liberazione (sì, esiste ancora, non è neanche male, sono uno dei suoi 15 lettori) l’avete bucata o la leggeremo qui in futuro?
Date: 29/12/2009
Time: 9:46 pm
In una Coop in Umbria c’era Altai (1 copia, scontata). Cmq solo dalla scorsa settimana. Venduto.
Ho chiesto per curiosità ad un paio di quei giornalai/cartolerie/tabaccai/ecc. che vendono anche libri (frequentissimi nei paesi), mi hanno risposto che loro espongono quello che gli consegnano – in genere solo i primi in classifica (sic). Se posso immaginare come funzioni la distribuzione in libreria, non ho idea dei criteri della diffusione negli altri nonluoghi.
Date: 29/12/2009
Time: 11:41 pm
@subcom: aspettavamo che Liberazione mettesse on line il pezzo, cosa che è accaduta proprio alle 23 di oggi. La recensione, firmata da Tonino Bucci, è qui.
@Paola: Nemmeno io conosco bene i criteri di distribuzione in centri commerciali e compagnia. Certo negli ultimi tempi questi spazi si sono ampliati. Fino a qualche anno fa in Autogrill trovavi una decina di titoli, oggi mi pare che ci sia più scelta. Di sicuro per un editore si tratta di nonluoghi pericolosi, perché per “starci dentro” bisogna immettere nel circuito parecchie copie, con un forte rischio di resa. In un momento di crisi come questo, le rese sono lo spauracchio principale di un editore come Einaudi, che in generale punta a fare catalogo e a stare in libreria. Ogni copia che “torna indietro” è stata “lavorata” due volte (distribuita e restituita) senza produrre profitto. Ecco perché prima di disperderlo nei centri commerciali, Einaudi vuole essere certa che un titolo possa incontrare dei lettori anche lì, tra schermi LCD, provoloni al pepe e ricambi per auto. Con Ammaniti sono sicuri che il gioco vale la candela. Con Fred Vargas, pure. Con noi evidentemente no, e nei prossimi giorni cercheremo di capire anche da loro su cosa si basa la valutazione, dato che, appunto, quegli spazi si stanno allargando, ci trovi pure Carlotto e la Tobagi, e ho visto con i miei occhi un tizio fare la fila alle casse con un tubo al neon sotto un braccio e “Stabat Mater” sotto l’altro. Noi la puzza sotto il naso non ce l’abbiamo mai avuta. E allora chi ce l’ha? I nostri lettori? L’editore? Il tizio col tubo al neon?
Date: 30/12/2009
Time: 1:20 am
Forse blocca tutto Bruno Vespa!
Leggendo i post precedenti con i dati di vendita, le statistiche ecc., il mondo dei libri/lettori mi sembra diviso in due:
le librerie con tantissimi libri e pochi intimi, lettori affezionati,
i nonluoghi con pochi libri ma che vengono comprati dalla moltitudine, anche perchè costano meno.
Forse scopro l’acqua calda ma mi stupisce ugualmente!
ciao.
Date: 30/12/2009
Time: 10:00 am
…fermo restando che noi consigliamo a tutti di comprare i nostri libri in libreria, preferibilmente nelle librerie indipendenti, che si trovano in gravi difficoltà – e sovente costrette a chiudere – proprio per via dell’allargamento del catalogo disponibile nei non-luoghi di cui sopra.
Questo però è un altro paio di maniche, e non cambia la questione: noi ci ritroviamo a correre “puliti” mentre tutti gli altri sono “dopati” (tv, grande e grandissima distribuzione etc.), eppure siamo lì, in gara, in una corsia accanto alle loro, e continuiamo a correre, e vaffanculo! :-)
Date: 30/12/2009
Time: 11:49 am
“Simone Sarasso, che si è riletto Q (per la quinta volta?)”.
Sarasso… quel “ragazzo” non conosce le mezze misure! ;-)
Date: 30/12/2009
Time: 12:17 pm
Non mi interessava certo fare un discorso di “coerenza” ci mancherebbe, oltretutto quella responsabilità ricadrebbe più sui lettori/clienti che su di voi scrittori.
Sono rimasto stupito dai dati statistici perchè non immaginavo una forbice così larga tra il numero di libri venduti in libreria e quelli venduti nei “mercatoni”. Sicuramente la forbice varia da autore a autore (nel vostro caso artigiani, memorabile l’mp3 della lezione a San Marino :-) ), forse è partito da questo punto lo sbaglio del “responsabile vendite”.
Ciao.
Date: 30/12/2009
Time: 12:26 pm
Riguardo alla presenza nei nonluoghi, Manituana l’avevo visto in alcuni esselunga 2.0 (quelli enormi con una sorta di “angolo libreria”). Quello che ho vicino casa adesso, rimasto a livello 0.5, ha solo Ammaniti, Falcones e Larsson (diventato, ormai, parte integrante dello scaffale) e, nonostante il 30% di sconto, mi sembra non vendano una copia. Però il posto è veramente troppo diverso dal resto della catena per poter essere preso in considerazione.
Appena mi capiterà di andare in un 2.0 darò un’occhiata, Manituana era stato sugli scaffali della lunga esse per parecchio tempo.
Date: 30/12/2009
Time: 12:51 pm
@ erbamate
scusami, sembrava che stessi rispondendo a te, e invece era una considerazione generale. Credo anch’io che la “forbice” dipenda dall’autore. Anzi, senz’altro dipende dall’autore. Sicuramente Bruno Vespa vende nelle librerie “normali” meno di quanto venda in altri punti-vendita. Anche nella classifica nazionale delle Feltrinelli il suo libro è sempre rimasto piazzato più in basso (certe settimane molto più in basso) di quanto risultasse altrove.
Della lezione a S. Marino sono ancora molto fiero ;-) Per chi non sa di cosa stiamo parlando, è uno dei file audio disponibili qui:
http://www.wumingfoundation.com/suoni/suoni_extended.htm
nel blocco “Conferenze, presentazioni, interviste”.
Si intitola: “IO, SCRITTORE ARTIGIANO, NELLA BOTTEGA DI IGNAZIO FLORIS”
Date: 30/12/2009
Time: 4:24 pm
Quesito: è o non è quello di Liberazione il sito meno user friendly, peggio organizzato e più respingente che si possa immaginare? A me risulta *impossibile* trovare la recensione a cui si fa riferimento sopra, e non sono propriamente un “impedito” del web. Il motore di ricerca non funziona, l’archivio sembra essere inesistente e/o limitarsi all’edizione del giorno prima, il sito è spesso irraggiungibile, ogni mossa che tocca fare è contro-intuitiva… Se la sinistra ha perso sul terreno della comunicazione, è anche perché non si preoccupa di “inezie” del genere.
Date: 30/12/2009
Time: 6:02 pm
…inoltre se visualizzi il sorgente delle pagine non è neppure dichiarato il doctype, nessun tag metadata come keyword, description alla faccia della visibilità sui motori di ricerca.
Se li vede Tim Berners Lee si pente di aver creato il www.
Date: 30/12/2009
Time: 8:24 pm
…io comunque l’ho trovata, o meglio sono solo riuscito a scaricare il pdf.
Ho inserito Altai come parola chiave nella ricerca avanzata e sono finito qui: http://www.liberazione.it/giornale_articolo_ricerca.php?id_articolo=507191
scusate, non ci capisco niente di HTML
Date: 30/12/2009
Time: 9:47 pm
Io ho provato tre volte a fare come hai fatto tu, e non mi dava niente. Anzi, non caricava proprio il sito.
Date: 30/12/2009
Time: 9:48 pm
…e comunque, cliccando il link che proponi, si viene ri-diretti alla solita, laconica, deprimente homepage :-(
Date: 30/12/2009
Time: 10:34 pm
Dalla ricerca avanzata si arriva al pdf, con altai parola chiave, e il giorno dell’edizione, cioè ieri. Veramente anche dal link di marco. Almeno adesso. Con un po’ di fortuna?
Comunque da queste parti le librerie sono a 45 km, ma ci sono 5 ipermercati,e un paio di nonluoghi che vendono anche libri. Però c’è una biblioteca, sarebbe giusto che oltre alla Coop lo avesse almeno la biblioteca :-)
Date: 30/12/2009
Time: 11:43 pm
Mah. A me la ricerca continua a dare pagine bianche, e il link si “trasforma” e accorcia, riportandomi alla homepage. Forse il sito di Liberazione ha una spiccata antipatia per Mac, o per Firefox, o per l’accoppiata Mac + Firefox… :-(
Date: 31/12/2009
Time: 12:02 am
Ehi, finalmente ce l’ho fatta! :-O
Date: 31/12/2009
Time: 9:21 am
Ok, oramai hai risolto, comunque anch’io uso l’accoppiata Mac+Firefox :-)
Date: 31/12/2009
Time: 12:45 pm
Sul falco della copertina e sui richiami al falco nel libro.
Sokollu Mehmet Pasha era bosniaco e nelle lingue dei balcani sokol vuol dire falco. Ed il Sokol era un movimento indipendentista sloveno di fine ottocento. Sbaglio? Esagero?
Date: 31/12/2009
Time: 7:10 pm
avete una bibliografia di riferimento per il vostro romanzo “Altai”? non sono riuscito a trovarlo sul vostro sito, e vorrei inoltrarmi nelle vicende storiche che raccontate.
Date: 01/01/2010
Time: 11:08 am
A forza di parlare del decennale di Q, qua ci si dimentica del compleanno di Wu Ming, 1 gennaio 2000. Auguri, compadres. E a chi pensa che oramai ci siamo imborghesiti chiedo: e’ più radicale avere un’idea radicale o darle gambe e stabilita’ per andare avanti ed evolversi?
Date: 01/01/2010
Time: 12:48 pm
E’ vero! buon decennale!
Date: 01/01/2010
Time: 3:48 pm
@ Milton. Certamente esageri… ma non sbagli :)
@ maxlloyd. Dipende da cosa vuoi approfondire, quale aspetto ti interessa di più?
Date: 01/01/2010
Time: 5:07 pm
bisogna sempre esagerare
Date: 01/01/2010
Time: 10:23 pm
ho iniziato a leggere il libro e vorrei leggere qualche libro storico sulla Venezia di quei tempi, sull’Impero Ottomano e sulle loro relazioni-scontri.
Date: 01/01/2010
Time: 10:32 pm
Per esempio negli anni del liceo mi appiopparono un libro “Vita romana” di Ugo Enrico Paoli, che io in qugli anni odiavo, ma che successivamente ho riscoperto come ottimo libro perchè parlava di politica, di architettura, di usi e costumi dell’epoca romana, di aspetti anche della vita quotidiana. Non so se c’è un corrispettivo per la venezia del XVI secolo e di Costantinopoli, però l’appettito che le prime pagine del vostro libro mi ha fatto venire è quello di inoltrarmi nello “zeitgeist” di quel tempo.
Date: 01/01/2010
Time: 11:10 pm
Sulla vita quotidiana nelle due città ci sono due libri “a volo d’uccello” e divulgativi, facili da leggere e pieni di aneddoti e informazioni, che è istruttivo leggere uno dopo l’altro. La vita quotidiana a Venezia nel secolo di Tiziano di Alvise Zorzi, e La vita quotidiana a Costantinopoli ai tempi di Solimano il Magnifico di Robert Mantran. Entrambi nella collana BUR di Rizzoli, ma fuori catalogo. Certamente reperibili in qualunque buona biblioteca. Se poi vuoi approfondire, la bibliografia è sterminata, ma sicuramente questi sono buoni punti di partenza.
Date: 06/01/2010
Time: 11:50 pm
“Se la materia di cui sono impastate le tue membra e’ buona, se il tuo cuore e la tua mente sono saldi, allora i rovesci della sorte vanno accolti come osipiti di riguardo”.
Geniale! Come si riesce ad arrivare a scrivere una frase cosi’? Io provo invidia pura. Non e’ che mi sia piaciuta solo questa, intendiamoci.
Date: 07/01/2010
Time: 11:49 am
Una frase che è piaciuta anche a me: una “quasi citazione” da *IF* di Kipling?
Date: 09/01/2010
Time: 2:49 pm
@mimmo: Ciao, scusa se non ho dato l’approvazione al tuo commento, ma siccome rivela il finale del romanzo, ho pensato che fosse meglio censurarlo ;-)
Magari proverò a risponderti nei prossimi giorni con un’e-mail privata, ma intanto ti invito a riflettere su questo: il racconto di Cardoso è in prima persona, al passato remoto. Il finale, invece, è al presente. Quindi nella fabula – la storia di Altai in ordine cronologico – il racconto di Cardoso avviene tra l’ultimo capitolo (al passato remoto) e il Finale (al presente), anche se nell’intreccio questo momento non si vede e viene solo lasciato intuire, appunto, col cambio di tempo verbale.
Date: 09/01/2010
Time: 5:36 pm
Manuel sta rievocando quel che gli è successo negli ultimi due anni, lo sta facendo nel luogo in cui lo troviamo nel finale. Anche se non lo abbiamo sottolineato, il suo presente è quello del finale. L’ultima fase della sua vita (quella che lo ha trasformato, reso una persona diversa) è iniziata con l’incendio all’Arsenale. Tutta la prima metà del romanzo racconta la sua graduale trasformazione: dal momento in cui da braccatore diviene braccato (shock primario che innesca la reazione a catena), ogni cosa che gli succede, anche minima, gli cava uno strato di pelle, distrugge l’identità e la soggettività che si era costruito a Venezia.
Due parole in più su questo.
Nella parte del libro che va dalla Foci del Po all’ultima notte di deliquio a Costantinopoli, cioè oltre un centinaio di pagine, noi raccontiamo questa metamorfosi, a cui Manuel cerca di resistere, anzi, cerca proprio di negarla, di rimuoverla, di non darsi il tempo di rifletterci sopra, ma è più forte di lui: a Ragusa laceranti flashback e rievocazioni lo rispingono dentro il passato della sua famiglia; a Salonicco si ritrova in mezzo ai sefarditi, tenta la fuga ma si rende conto che nessuna fuga gli è più possibile perché è di nuovo un giudeo. Navarro, l’uomo che lo interroga, si rende conto di tutto questo e gioca con l’anima e l’identità di Manuel in modo sottile. Tutti i coinvolti nella sua “deportazione” a Istanbul sanno già come andrà a finire: Manuel parte da Salonicco che è già un “ritornato”, è una pera matura pronta a cadere dal ramo. Nasi esercita su di lui un’affascinante maieutica, e nel giro di qualche giorno, grazie all’ultimo shock di un rivedersi nel bambino profugo attaccato alla veste della madre, Manuel è pronto. La descrizione del grandioso piano di Nasi arriva quando lui è già trasformato, ed è un processo iniziato con la fuga.
La descrizione di tutto questo avviene al passato remoto, perché qui Manuel si ri-vede, si guarda (guarda al proprio io plurale e frammentato, quasi schizofrenico) da una certa distanza. Metterlo al presente avrebbe annullato questa distanza.
Ad ogni modo, credo che non abbiamo mai scavato tanto a fondo nella psiche di un personaggio, e abbiamo cercato di farlo “camuffando” questo scavo nell’azione concitata. Volevamo essere quasi… subliminali, lavorare per accumulo di tantissimi piccoli shock percettivi, tantissimi “segnali”, tante gocce che alla fine avrebbero fatto traboccare il vaso.
Date: 10/01/2010
Time: 3:13 pm
Ad ogni modo, credo che non abbiamo mai scavato tanto a fondo nella psiche di un personaggio, e abbiamo cercato di farlo “camuffando” questo scavo nell’azione concitata. Volevamo essere quasi… subliminali, lavorare per accumulo di tantissimi piccoli shock percettivi, tantissimi “segnali”, tante gocce che alla fine avrebbero fatto traboccare il vaso.
Una domanda, forse banale, ma sincera: perchè?
Perchè camuffare? Immagino che sia stata una scelta consapevole alla base della quale ci siano delle ragioni precise, o sbaglio?
Perchè non scegliere altrimenti? Perchè – per esempio – non fare un capitolo tutto dedicato al ritorno alla religione dei padri, magari con un bel momento di elaborazione, un rituale di passaggio etc.? Perchè diluire orizzontalmente il travaglio identitario di Manuel in una serie di shock percettivi invece di approfondirlo verticalmente (o comunque integrare le due direzioni/strategie)?
Che dalle foci del Po a Palazzo Belvedere ci sia un percorso non mi sfugge, ma di questo percorso mi manca, come dire, il “taglio del traguardo”, il nastro che cade e il giudice che sbandiera – qualcosa in più insomma, che renda il suo ritornare a essere giudeo più credibile. Se fossi stato Nasi, non mi sarei fidato così ciecamente di una ex-spia veneziana.. ;-))
Grazie mille!
Date: 10/01/2010
Time: 3:39 pm
Perché i cambiamenti che subisce la nostra soggettività avvengono per accumulo di micro-urti, di mutamenti discontinui di cui nemmeno ci accorgiamo finché l’ultimo non ci fa varcare un limine, una soglia, e solo allora ci rendiamo conto di essere cambiati, ma non sapremmo descrivere bene il come e il perché, men che meno potremmo definire con esattezza il *quando*. Un approfondimento “verticale”, magari confinato in un unico, esplicitissimo capitolo, oltre a risultare didascalico (si rischiava il cosiddetto “spiegone”), non avrebbe reso l’idea di questa complessità. Inoltre, volevamo gettare il lettore nella stessa gimkana in cui viene sballottato Manuel. Il ritmo doveva essere frenetico, e anche oggi, rileggendo, ci piace così, così dev’essere, anche a rischio che un lettore creda di essere perso dei passaggi. Attenzione: ho scritto “creda di essersi perso…” :-) In passato, lo abbiamo definito “effetto Profondo rosso (il corridoio degli specchi in cui devi passare una seconda volta per capire cosa avevi visto), oppure abbiamo usato la metafora delle “bombe a tempo” disseminate nel testo. Noi cerchiamo di scrivere libri che spingano il lettore a rileggere, magari dopo un po’ di tempo, che continuino a lavorare dentro…
Tra l’altro, gli urti che subisce Manuel non sono nemmeno “micro-”, sono dei begli “sburloni”, come si dice dalle mie parti. La vita gli si stringe addosso come un pugno che schiaccia un pomo marcito (è l’immagine che usa lui).
Date: 10/01/2010
Time: 3:51 pm
@wu ming 2
attendo con piacere una @, sin da ora ammettendo, tuttavia, la mia disattenzione sul punto, ciò che rappresenta un invito ad una lettura mai superficiale dello stile narrativo di wu ming, in cui la godibilità (massima) del testo è direttamente proporzionale alla complessità (altrettanto profonda) dei suoi significati e delle sue implicazioni, anche stilistiche.
Grazie.
Mimmo
Date: 10/01/2010
Time: 6:26 pm
Riguardo alla bibliografia e ai libri citati qui e in un post precedente: ieri ho ritirato “I servizi segreti di Venezia” al Libraccio, storica libreria milanese dell’usato. E fin qui, uno dice, chissenefrega. Il fatto è che l’ho dovuto ordinare perchè, incredibile ma vero, le quatro copie che avevano in negozio da tempo immemore sono sparite nel giro delle ultime due settimane (tant’è che non ci credevano neppure loro). Si deduce quindi che i romanzi WM non solo non corrono dopati ma fanno vendere pure libri di altri! Ah, se qualcuno è interessato dovrebbero averne un’altra copia dei servizi segreti… e ho visto anche una copia usata del libro di Zorzi.
Dimenticavo, il Libraccio che dico io è quello in via Vittorio Veneto, zona P.ta Venezia
Date: 11/01/2010
Time: 10:42 am
Mi dispiace, Wu Ming 1, ma la tua replica alla – a mio parere giustissima – osservazione di eFFe circa il camuffamento della trasformazione di De Zante in Cardoso non mi convince affatto. Non mi convince da lettore – ho finito il libro proprio ieri sera -, perché mi lascia in bocca un sapore di posticcio, di artefatto (ma può essere un mio problema), e più ancora non mi convince, diciamo così, da osservatore storico: quali erano i paradigmi identitari (ed, ancor più, le “catatrofi” coscienziali) alla base delle conversioni, riconversioni, pentimenti e quant’altro nella prima età moderna? Qui non si tratta, in altri termini, di micro-urti e di mutamenti discontinui di cui nemmeno ci accorgiamo (che riguardano del tutto, ovviamente, il dispositivo coscienziale della nostra epoca), ma di autentici terremoti spirituali, ridislocazioni radicali e drammaticamente repentine (pensa, tanto per fare un esempio, al caso di Francesco Spiera), che ritrovavano il loro modello analogico e drammaturgico nella letteratura vetero- e neotestamentaria, dai Maccabei a Saulo/Paolo. E tutto questo, beninteso ed in primis, riguarda anche il marranesimo, le cui procedure di simulazione e dissimulazione, oltre ad essere parte integrante del dispositivo etico-religioso alla base della formazione della coscienza della prima età moderna (non solo in ambito ebraico), contribuivano anche in maniera non piccola alla esplosiva riscoperta della fede dei padri. Il tutto per dire come il ritorno all’ebraismo del De Zante non mi pare del tutto riuscito. Certo, se dovessi fare una graduatoria, “Altai” starebbe un gradino sotto “Q”, ma non mi va di fare inutili classifiche, piuttosto sottolineare il piacere provato, anche questa volta, nella lettura. Una domanda però mi preme molto, e ve la faccio, anche se a rischio “spoiler” perché sollecitata dalle ultimissime pagine del romanzo: avete mica pensato a una continuazione nell’Inghilterra elisabettiana?
Poi ci sarebbe il discorso delle “bibliografie” intorno e sotto ai vostri romanzi, per le quali non potrei mai esservi sufficientemente grato. Grazie a “Q” ho potuto leggere ed apprezzare tutta una vasta letteratura sui conflitti religiosi nella prima età moderna, da Cantimori in poi, e grazie ad “Altai” – almeno fino ad ora – ho potuto apprezzare le fulminanti trasmissioni radiofoniche di Barbero sull’impero ottomano
Grazie mille per l’attenzione, ed ancor più per la vostra attività.
Date: 11/01/2010
Time: 1:53 pm
Gli echi foucaultiani delle osservazioni di Gabriele – che ringrazio – richiamano questioni storiche assai interessanti, che meriterebbero un approfondimento. Mi pare che la questione aperta qui sia la credibilità di De Zante/Cardoso – credibilità sia storica che letteraria. WM1 ha spiegato come gli “sburloni” che prende lo facciano evolvere, come le “bombe a tempo” esplodano nei momenti giusti e come, correttamente, un solo momento/episodio/capitolo risolutivo sarebbe apparso didascalico. Ho riletto qua e là alcune parti, e in effetti ho trovato alcune situazioni (soprattutto tra la fuga di Venezia e Ragusa) costruite proprio per rendere lo scombussolamento del nostro. Chapeau! Poi però, De Zante, una volta a Istanbul, vede una nave di ebrei scampati alle persecuzioni, gli scappa una lacrimuccia, una frase in giudesmo e voilà, ecco Cardoso. Uhm. Il che non significa che sia un personaggio privo di consapevolezza, tutt’altro. Significa però, che io, come lettore, di lui non mi fido, perchè lo “leggo” come un uomo leggero. E quest’impressione mi rimane per esempio nel vedere come gestisce la relazione con Dana (come le preferisce il progetto di Nasi, come la violenta verbalmente, come poi si autoconvince che la nostalgia che prova per lei vada scacciata) e mi viene confermata, infine, nelle parole di Donna Reyna in relazione al più complesso personaggio di Nasi: “alla fine non siete riuscito a conoscerlo, soltanto ad amarlo”.
Questione di gusti, lo ammetto. Ma essa acquista un senso in chiave comparativa se mettiamo a fianco Cardoso e il protagonista di Q. E se lo faccio non è per una velleità estetica o politica o letteraria, ma perchè, come leggo in un intervista che avete rilasciato a Vanni Santoni ( http://www.scritturacollettiva.org/blog/argomenti/wu-ming ) “[...] l’eroe di Q non si prende mai fino in fondo la responsabilità, né tantomeno il peso, di una comunità. Ci interessava quindi mettere in scena una situazione interiore più complessa, non fare solo salti di avventura in avventura, ma sviluppare un personaggio che avesse delle radici con cui confrontarsi.“. Forse sarò io troppo postmoderno, ma mi sembra che la condizione dello sradicato, dello spaesato, del viandante in senso lato, quella del protagonista di Q, sia una condizione molto più difficile da sostenere che quella del convertito e/o del marrano. Eppure in Q come in Altai, questa condizione viene resa magistralmente e di conseguenza la credibilità (sicuramente letteraria, ma credo anche storica) di Gert/Ismail ne guadagna. Nel caso di De Zante, invece, mi sembra piuttosto che siano le sue radici a fare i conti con lui, e non viceversa, se mi passate la provocazione. Il che funziona benissimo perchè ne fa una funzione delle vicende che raccontate, una sorta di “widget” (passatemela…) di un sistema operativo più grande di lui che si chiama Potere. Ma non lo rende – almeno personalmente – un personaggio piacevole. Se questo era lo scopo, allora è perfettamente riuscito!
Perdonate la prolissità: con Altai ci sto ancora facendo i conti, e in un modo o nell’altro ne devo uscire! :-))
Grazie mille!
Date: 11/01/2010
Time: 2:02 pm
@Gabriele: è indubbio che Altai pecca in mimetismo. Manuel Cardoso è un personaggio dalla coscienza più contempornaea che moderna. Se avessimo fatto lo sforzo mimetico di riprodurre i processi percettivi e coscienziali di un uomo del Cinquecento scisso tra due identità/religioni/mondi avremmo fatto un miglior servizio alla Storia e un peggior servizio alla storia (cioè al nostro racconto).
Detto questo non concordo con la tua ricostruzione della vicenda. Tu chiedi perché non ci sia un capitolo “tutto dedicato al ritorno alla religione dei padri, con un bel momento di elaborazione, un rito di passaggio,etc.”. Questo in Altai c’è. Il capitolo VI della seconda parte è assolutamente una performance rituale e un punto di passaggio: Manuel va al molo a ricevere i profughi ebrei. Si trova davanti una madre e un bambino e in loro rivede se stesso e sua madre, cioè per la prima volta si riconosce nei fuggitivi in cerca di scampo e si rivolge a loro in giudesmo dicendo “Non abbiate paura. Siete salvi”. E’ evidente che sta parlando prima di tutto a se stesso. E’ lui che ritrova l’abbraccio della comunità, di una famiglia (ha già condiviso il pane con gli scampati all’incendio). Il capitolo si chiude con le parole, assolutamente “rituali” pronunciate da Nasi: “Bentornato, Manuel Cardoso”. Da quel momento Emanuele De Zante è morto e rinasce Manuel Cardoso. I due capitoli seguenti sono dedicati invece alla elaborazione e al recupero della religione dei padri, che avviene in biblioteca.
A me sembra proprio che le esigenze da te segnalate siano assolutamente soddisfatte dal romanzo.
Quanto al fatto che a tuo avviso Nasi non si sarebbe fidato così in fretta di un ex-spia veneziana, avresti ragione se il suddetto passaggio, ovvero morte e rinascita, non fosse avvenuto proprio sotto i suoi occhi e – in un certo senso – per causa sua. Nasi è un uomo intelligentissimo e profondo conoscitore d’uomini almeno quanto poco conoscitore di donne (e sarà la sua rovina…)
Date: 11/01/2010
Time: 2:10 pm
Chiedo scusa, ho confuso i commenti di eFFe e Gabriele. Il succo non cambia. Credo che eFFe abbia appena fatto una fotografia perfetta del protagonista di Altai, che io sottoscrivo in pieno, cioè questa:
“…non significa che sia un personaggio privo di consapevolezza, tutt’altro. Significa però, che io, come lettore, di lui non mi fido, perchè lo “leggo” come un uomo leggero. E quest’impressione mi rimane per esempio nel vedere come gestisce la relazione con Dana (come le preferisce il progetto di Nasi, come la violenta verbalmente, come poi si autoconvince che la nostalgia che prova per lei vada scacciata) e mi viene confermata, infine, nelle parole di Donna Reyna in relazione al più complesso personaggio di Nasi: “alla fine non siete riuscito a conoscerlo, soltanto ad amarlo”.”
Manuel dovrà espiare questa “leggerezza”, questa autoconvinzione con la quale è andato avanti nel corso della vita, uno sburlone dopo l’altro. Fino a che, alla fine, invece di fare l’ennesimo salto della quaglia, decide invece di tornare indietro e assumersi il carico delle conseguenze del proprio agire. Espierà infatti e in maniera assoluta.
Date: 11/01/2010
Time: 2:30 pm
Post Scriptum: Manuel non è piacevole per niente. La sua fine naturale è contenuta proprio nelle premesse e nello sviluppo del personaggio.
Date: 11/01/2010
Time: 3:19 pm
Manuel, nonostante l’età, mi sembra una sorta di neo adulto ancora alle prese con suoi strascichi adolescenziali (in senso identitario). Troppo a lungo burattino in mano ad altri per riuscire ad imparare a muoversi del tutto senza fili.
Come Emanuele era guidato da ideali paterni e per ridiventare Manuel ha bisogno delle sberle del mondo circostante e dalle spinte di Nasi. Sembra non abituato a calarsi nelle proprie profondità e a valutare lucidamente e autonomamente come meglio agire.
Personalmente ho trovato la sua riconversione, la sua scelta, improvvisa e un po’ spiazzante, come penso sia per molte persone lo scoprirsi dotati di una identità “nuova”, altra. Forse lo straniamento in chi legge derviva dall’aver fatto scorrere i momenti tra uno “sburlone” e un altro in poche righe. Ma se vi foste lanciati in una descrizione minuziosa,”pornografica”, di ogni microcambiamento, in uno o più capitoli, avreste appesantito il libro, lasciando noi lettori privi della possibilità di sforzarci a capire, di collegare tutti i fili “sopportando” lo stress del non sapere tutto, del provare a darci spiegazioni. Insomma, lo avreste privato di buona parte della sua “seduttività”, preziosissima per chi legge. :)
Date: 11/01/2010
Time: 4:12 pm
Scusate, Effe e Gabriele, ma qui mi pare che ci sia un equivoco di fondo, nato dall’aspettativa di trovare un io narrante “buono”. Un eroe, insomma. Uno a cui potersi affidare. La frase-chiave mi sembra essere proprio l’ammissione “Io di questo personaggio non mi posso fidare”.
E perché dovresti fidarti… quando tutti gli altri personaggi continuano a dirti di non farlo, e poi si scopre che avevano ragione?
Anche dopo la metamorfosi (incompiuta), Manuel continua ad essere un tirapiedi, uno sgherro, un servo. Glielo dice Dana. Glielo dice Reyna. In maniere diverse, glielo dicono anche Ismail e Ali.
Manuel si compiace perché da cane è diventato falco da caccia, e non pensa al fatto che un falco da caccia torna comunque e sempre sul braccio del padrone, e per giunta… viene incappucciato! Il falco in copertina è incappucciato. Infatti Manuel rimane incappucciato fino a Famagosta.
Io in alcune presentazioni ho descritto Manuel come un personaggio contraddistinto da un certo “laidume di fondo”, e ho sottolineato che molti aspetti della sua personalità sono “meschini”. Altai è la storia di come riesce a superare questa condizione, ma ciò non avviene quando si “ri-giudeizza” e “diviene falco”, perché la salvezza non sta né nella rivendicazione identitaria né nell’essere servi in modo più “fico”. Il superamento avviene da Famagosta in avanti, e qui non spoilerizzo più di quanto abbiamo già fatto.
Date: 11/01/2010
Time: 4:21 pm
Ecco, Ub ha descritto quella che secondo me è l’auspicabile postura di fronte ai nostri libri, che abbiamo più volte definito “popolari ma esigenti”. Cerchiamo di scriverli in modo da non lasciare i lettori “privi della possibilità di sforzarsi a capire, di collegare tutti i fili ’sopportando’ lo stress del non sapere tutto, del provare a darsi spiegazioni”. Vogliamo scrivere libri che gettino punti di domanda oltre il livello del godimento del testo, come quando si getta oltre un muro di cinta una corda con attaccato un rampino. Dopodiché, la cosa può riuscire meglio o peggio, dipende da libro a libro, può darsi che in Altai ci siamo riusciti fino a un certo punto oppure che ci siamo riusciti meglio che in altre opere. In ogni caso, questo è il nostro sforzo.
Date: 11/01/2010
Time: 5:14 pm
@WM4 e WM1, sull’equivoco avete perfettamente ragione, me ne sono accorto proprio grazie al post scriptum di WM4. Ed è proprio nel tentativo di andare oltre il livello di godimento del testo (per altri versi godurioso assai!) che rimuginavo su quanto espresso prima. Se dunque Manuel è un discreto farabutto che deve espiare il suo laidume, allora si aprono scenari d’interpretazione politica molto interessanti! Che si potrebbero chiosare con un “povero quel popolo che ha ancora bisogno di eroi”… Grazie infinite dei chiarimenti, lo sforzo del vostro laboratorio di scrittura si percepisce benissimo sia nelle pagine del libro che in questi dialoghi!
Date: 11/01/2010
Time: 5:51 pm
@ Effe,
però non dobbiamo nemmeno vederlo *solo* come un laidone. Se fosse solo quello, non sarebbe Altai, sarebbe Arrivederci amore ciao! :-D Sono laidi certi tratti della sua personalità, ma altri no. E’ un personaggio pieno di conflitti irrisolti, che nel libro ha un’evoluzione e una presa di coscienza. Non è un processo lineare ma contraddittorio, punteggiato di stop-and-go e vicoli ciechi. Quel che è certo è che non è un personaggio “gradevole”, ecco.
Date: 11/01/2010
Time: 6:51 pm
@WM1, certo, anche perchè la fine di Arrivederci amore ciao! è ben diversa! ;-) In quel “discreto farabutto” sintetizzavo proprio la sua complessità. Che io ormai leggo sempre in modo più politico, ma questo forse merita un post nell’altra discussione!
Date: 11/01/2010
Time: 6:56 pm
Ad ogni modo, io credo che di “eroi” ne abbiamo ancora bisogno, tutti quanti. Ma che genere di eroi?
Rimando alle riflessioni di WM4, qui:
http://www.wumingfoundation.com/italiano/stelladelmattino/?p=30
e qui:
http://www.carmillaonline.com/archives/2009/03/002966.html
Date: 12/01/2010
Time: 12:10 pm
Grazie Wu Ming 4 e 1 dei vostri interventi che mi hanno permesso, come è successo a eFFe, di diradare un equivoco di fondo (che, bene o male tuttavia, è inscritto nell’aspettativa del lettore di Altai “quindici anni dopo l’epilogo di Q”), e cioè che sia sempre valida l’equazione etica e narrativa Emanuele/Manuel = Gert/Ismail. Da questo equivoco nasce anche, credo, la mia (piccola) delusione rispetto al romanzo – che tuttavia anch’io sto assimilando e digerendo, come eFFe.
Personalmente non penso che rendere il personaggio di Altai più consono alla sua epoca avrebbe reso un cattivo servizio alla narrazione, come dice Wu Ming 4, ma si tratta di un gusto personale, e non vale la pena discuterne. Mi pare invece molto interessante la piega che ha preso la discussione, ovvero la questione degli eroi, e dunque permettetemi delle sparse riflessioni in fieri (del resto, mi sento autorizzato in questo da quanto scrive WM1, “Vogliamo scrivere libri che gettino punti di domanda oltre il livello del godimento del testo”).
Se l’emblema di Q era il pozzo, con tutte le sue “ipocalittiche” conseguenze, qui é indubbio che sia il falco – che però non possiede uno “sgardo dall’alto” apo-calitticamente disvelante, se non nei termini del falconiere. L’”eroe” di Q, allora, esce dal pozzo per produrre il disvelamento e “vede”, mentre l’”eroe” di Altai vola alto (la mappa del mediterraneo riprodotta sul pavimento di Villa Belvedere!), ma sempre senza riuscire a vedere davvero. Il “fare” di Gert è dunque organizzato intorno alla sua capacità di vedere oltre (che tra l’altro esibisce anche a Famoagosta), mentre il fare di Manuel è eterodiretto, perché (ancora) alla ricerca di un padre, di un principio di autoritá a lui esterno. In questo senso credo non ci siano dubbi che il fare di Gert sia politicamente mitopoietico (cioé consapevolmente orientato al fare) e quello di Manuel no; ma che ne è in questa ricostruzione del “popolo”? Mi sono riletto infatti, su invito di WM1, le due bellissime riflessioni di WM4, e non ho potuto fare a meno di cogliere, nel testo sulla battaglia di Maldon, echi precisi dell’assedio di Famagosta (Byrhtnoth e il suo “ofermode” come Bragadin: qui si aprirebbe una riflessione altrettanto interessante su orgoglio, eroismo e decisione, ma non voglio esagerare, ma solo affidarmi a una citazione da Huizinga trovata in rete che mi pare assai appropriata: “La folle caparbietà che porta alla rovina l’ambizioso Carlo il Temerario [Carlo I di Borgogna, 1433-1477] non è forse l’epopea dell’orgoglio eroico?” ). Per cui la questione si sposta, ancora una volta, su un piano più generale; si tratta cioè di vedere quelle “connessioni” che a Manuel sono precluse.
Insomma: forse soltanto Nasi, o meglio il Nasi che si trova ancora al di là della percezione incompleta che ne ha Manuel, può essere il vero “eroe”, capace di un fare mitico a servizio del popolo. Ma anche qui vale la questione cruciale alla base del saggio benjaminiano sul narratore, e cioè: da dove parla chi racconta? Se il punto di narrazione di Manuel è indubbio, come si rivela alla fine, e testimonia non solo del suo fallimento, ma anche in qualche modo della sua verità, che si cela nel suo passato (il narratore, dice infatti Benjamin, ci parla da molto lontano, e questa distanza non fa che aumentare), il punto di narrazione di Nassi ricade al di fuori di Altai, e schiude nuove possibilità. Non sarà che si tratta, in fondo, di una sorta di geopolitica della scrittura mitopoietica, alla costante ricerca di territori sottratti al dominio (il bosco di Maldon, Münster, Cipro) in cui istituire nuovi, impensati nessi tra “eroe” e popolo?
grazie ancora e scusate la prolissità
Date: 12/01/2010
Time: 1:44 pm
@Gabriele: Stai dimenticando Mockha. Ma prima di parlare di Mockha, voglio risponderti su Nasi.
Nasi è una figura eroica solo se teniamo in considerazione la contraddizione dell’eroe, appunto, quella di cui parlava Tolkien nel suo scritto su Maldon (o Huizinga nella citazione da te reperita in rete). In questo senso è sì un eroe, ma un eroe tragico. In un certo senso si potrebbe dire che è l’unico vero perdente del romanzo. Manuel infatti trova una sua “verità”, come scrivi tu, riesce alla fine a tornare indietro per espiare e così riconciliarsi con il passato; anche Ismail torna indietro, alla propria comunità/famiglia anomala; pure Nasi vorrebbe tornare indietro, ma il suo non sarebbe un vero “ritorno” quanto piuttosto un ennesimo rilancio della sorte, un ricominciare ancora a fare quello che ha sempre fatto, un azzerare i conti della storia. E’ un voler ritornare pregno di prosopopea eroica e senso di invincibilità. Ma è troppo tardi per farlo…
Certo che si tratta quindi di “istituire nuovi, impensati nessi tra eroe e popolo”. Decostruendo però entrambi gli archetipi, e non assumendoli in blocco come fossero entità già date e ineludibili. Il “popolo” in Altai è presente eccome. E’ ciò con cui Nasi e Manuel cercano di entrare in sintonia. Solo che è un popolo moltitudinario e difficilmente mappabile, confinabile, se non in chiave retorica. In Q era tutto più facile: c’era l’eroe che faceva coincidere l’IO e il NOI, fedele all’archetipo, appunto. In Altai l’eroe ci prova a farli coincidere, ma quel NOI gli sfugge tra le dita, è un NOI molteplice e scivoloso, che rischia sempre di svuotarsi di significato. Noi occidentali; noi veneziani; noi ebrei; noi utopici sognatori; noi maschi; noi sconfitti o vincitori.
Ismail del NOI se ne fotte. Se ne fotte di nominare/definire/comprendere/guidare il popolo, si limita a starci in mezzo. L’ultima immagine credo che dica molto a questo proposito, così come la “famiglia” bastarda che accompagna il vecchio nel suo viaggio eroico di andata e ritorno. Il capitano Gert dal Pozzo ne ha fatta di strada dall’epilogo di Q e il tempo non è passato invano: là dove concludeva “Fratelli miei non ci hanno vinti, siamo ancora liberi di solcare il mare”, schermando la propria sopravvivenza individuale dietro a un NOI di comodo, in Altai non ci pensa minimamente. Sceglie infatti di non proseguire, ma di tornare là dove sa che può essere ancora utile a qualcuno e a qualcosa. E un eroe ridimensionato, ovvero ridotto alla propria essenza umana, ma non per questo meno “eroico” e importante.
Date: 12/01/2010
Time: 2:24 pm
@ Gabriele,
a proposito del “quadro psicologico” plausibile di un (ri-)convertito del XVI secolo (o di Paolo di Tarso, se è per quello), io ho parlato di “mutamenti discontinui di cui nemmeno ci accorgiamo finché l’ultimo non ci fa varcare un limine, una soglia, e solo allora ci rendiamo conto di essere cambiati”. In cosa la “folgorazione” sulla via di Damasco o qualunque altra repentina presa di coscienza di un mutamento smentirebbe la mia succinta descrizione? A meno di non voler credere che su quella strada Dio si manifestò *davvero* a Paolo (e allora diventa una questione di fede), dobbiamo considerare quella caduta da cavallo il momento in cui l’ultimo urto fece varcare una soglia. La conversione è la punta dell’iceberg, per usare una metafora logora. I processi psicologici che la determinano possono essere al 99% sotto la soglia della coscienza (come del resto accade per *quasi tutti* i processi psicologici). Tante alterazioni anche minime, tanti riassestamenti, tanti micro-slittamenti nella postura accumulano effetti finché l’ultimo non ti dà una spinta brusca e ti ritrovi in *un nuovo spazio*, con lo sguardo rivolto altrove. A noi sembra che tutto sia accaduto d’un botto, e invece è occorso un sacco di tempo. Vorrei essere chiaro: non sto parlando di un mutamento continuo, ma di una serie di passaggi critici e imprevedibili.
Date: 12/01/2010
Time: 9:45 pm
Grazie anzitutto dell’attenzione che avete dato alle mie riflessioni.
Per WM4: Non ho dimenticato Mockha, semmai l’ho deliberatamente trascurata, proprio perché mi pareva che l’Ismail di Altai fosse ormai al di là di qualsiasi ipostasi Io/Noi, e che Nasi fosse invece la figura che prova a rideclinarle, sia pure con tutti i limiti del caso (tra i quali peró non rientra affatto il carattere “moltitudinario” del popolo ebraico: sarà per una mia particolare idiosincrasia per la categoria delle “moltitudini”, ma mi pare proprio che il collante identitario fosse a comoda disposizione, per dire, sia del mercante in terra di Germania, che del cabalista palestinese, che del converso portoghese o del commerciante fiammingo: vale a dire appunto quello religioso-giuridico che identifica , più o meno senza residui, chi è ebreo nella prima età moderna). Ma accetto pienamente la definizione di “eroe tragico” che ne dai.
Per Ismail ovviamente hai ragione; ma proprio per questo mi pare ancora più importante Nasi – o meglio, il non detto intorno alla sua figura, quello che avrebbe potuto farlo diventare – per dire – protagonista principale.
Per WM1: Mi chiedi in cosa la folgorazione sulla via di Damasco differisce dai mutamenti discontinui e inavvertiti: ma proprio nel suo carattere di folgorazione! In questione qui insomma non è né la “psicologia” di un’identità, quale si costruisce oggi, e neppure una questione di fede, del tutto irrilevante in questo ambito del discorso; ma proprio le modalità di autorappresentazione dei conflitti coscienziali e religiosi (inestricabilmente sovrapponibili), che la dicono lunga sul modo in cui un uomo della prima età moderna concepiva il suo “quadro psicologico”. Intendo dire cioè che sono d’accordo per la fenomenologia del mutamento di coscienza, che indubbiamente è (sempre) stato come lo descrive WM1, una somma di spostamenti impercettibili – ma qui mi pare piú importante il meccanismo di autorappresentazione: che non é regolato da un “toh, sono cambiato”, ma piuttosto da un “mio Dio, io finalmente vedo!”. E`questo meccanismo di (autorappresentazione della) conversione fulminea che mi interessa, che mi pare assai plausibile storicamente proprio nella sua dispositio retorica, e che mi dispiace di non aver ritrovato nel passaggio da Emanuele a Manuel.
A latere ci sarebbe insomma la questione della presenza del ‘religioso’ nel romanzo – che a mio sommesso parere non corrisponde affatto a quello che era il suo peso specifico nella prima età moderna – ma non voglio aprire un altro fronte di discussione…
Date: 12/01/2010
Time: 10:14 pm
@ Gabriele,
ma quella di Manuel non è una “conversione fulminea”, un “Finalmente lo vedo!”. E’ un viaggio di ritorno a una identità precedente, che l’io narrante ha già esperito, benché a un livello di consapevolezza più basso e in un contesto più ristretto. E’ un processo sconquassante come può esserlo il recupero di un ricordo traumatico rimosso, non come il repentino abbraccio di un culto nuovo di zecca.
Di momenti rivelatori (che non riassumerei né con un “Toh, come sono cambiato!” né con un “Finalmente lo vedo!”, bensì con un “Dunque è questa casa mia”) ce ne sono due consecutivi:
- quello già indicato da WM4 (la scena dei profughi sulla spiaggia, con Manuel che vede sua madre nella donna col bambino);
- quello in biblioteca, quando grazie alla copia del “Mahzor Sephardim” che si ritrova tra le mani, Manuel vede finalmente *da fuori* il se stesso di prima, e lo abbandona definitivamente.
Questi momenti, però, sono preceduti da uno ancora più importante, che è il prius logico ed emotivo di tutto quel che vivrà Manuel a Palazzo Belvedere: la presa di coscienza a Salonicco durante il tentativo di fuga. Manuel si nasconde in fondo a un vicolo, e mentre giace sotto un carro sente cantare in coro i bambini di una scuola (“Se ti dimentico, Gerusalemme…”), pensa alle fughe dei loro padri, si accorge che lui vuole scappare da un posto che tutti gli altri ebrei hanno visto invece come *meta* del loro esodo. Credo valga la pena riportare quel passaggio (sottolineature mie):
—
Un canto di bambini giunse dalle finestre più in alto. Forse era una sinagoga.
Se ti dimentico, Gerusalemme, sia dimenticata la mia destra.
Di nuovo i ricordi d’infanzia. La canzone era presa da un salmo, quello dei fiumi di Babilonia. Anch’io l’avevo imparata, alla loro età. Il canto si fece più limpido e sicuro.
Resti la mia lingua attaccata al palato se non mi ricordo di te, se non metto Gerusalemme al disopra di ogni allegrezza.
Erano le voci di bambini nati lì, da genitori fuggiti da chissà dove. Lì, nel più grande approdo per fuggiaschi che avessi mai visto.
Il volto di mia madre emerse come da un sogno.
Si me olvidaré de ti, oh Jerusalem, mi diestra sea olvidada.
Ho dimenticato, madre.
Qualcosa bruciò nel petto fino a fare male, qualcosa che soltanto ora risultava in tutta la sua nettezza.
Scappare.
Per andare dove? Alla deriva, come un mendico, un vagabondo.
Per i veneziani ero un traditore al servizio di Nasi.
Per i giudei di Salonicco ero comunque un giudeo.
Per un ebreo in fuga, non esisteva rifugio più sicuro di quella città.
Restai così, steso nella sporcizia, lasciando che il tempo scorresse sopra di me. Passò un’ora, due, chissà. Poi, senza alcuna fretta, mi alzai e raggiunsi la strada.
Non ebbi bisogno di orientarmi. La strada era in pendenza e io sapevo di dover salire.
Date: 14/01/2010
Time: 3:44 pm
Dopo aver visitato Ipercoop e Autogrill, nella cattedrale tecnologica di un MediaWorld Center, mia figlia, 6 anni, mi ha domandato come mai il nostro romanzo si trova solo in libreria. Non ho saputo cosa rispondere, ma le ho fatto i complimenti per lo spirito d’osservazione. In effetti, nei suddetti spazi, è facile trovare TUTTI i libri entrati in classifica nelle ultime settimane (da Ammaniti a Lerner, da Falcones a Baricco), più qualche classico che nemmeno i critici più raffinati definirebbero “monnezzone” (Kundera, Rigoni Stern, Calvino…), ma noialtri non ci siamo mai. L’avevate notato? Avete qualche contro-prova? E diteci, secondo voi, perché?
Si, l’ho notato anche io. Premetto che mi trovo a Roma.
Domenica scorsa andavo al compleanno di un amico che, come me, ha amato Q; quindi volevo regalargli Altai.
Dato che di domenica le librerie sono chiuse, ho provato con due centri commerciali lungo la strada: Hipercoop e Auchan. Niente.
Il giorno dopo l’ho trovato nella libreria del centro commerciale “I Granai” ma, avendo fatto lo stesso ragionamento della figliola di WM2, sono andato a vedere per curiosità se fosse presente anche nella sezione libri di Panorama (sempre all’interno de “I Granai”). Niente.
Insomma se non c’è una libreria vera e propria, nel centro commerciale è introvabile.
Il perché lo ignoro a meno di scomodare tesi complottiste ;)
Date: 03/02/2010
Time: 8:14 am
Sempre sull’equivoco riguardante Manuel-personaggio-che-doveva-essere-fico-e-che-invece-tale-non-è-perché? :-)
http://nicolavilla.nova100.ilsole24ore.com/2010/02/altai-di-wu-ming-la-solita-avventurosa-minestra.html
Il paradosso è divertente: la lettura del recensore (a parte il de gustibus su metafore etc.) è in buona sostanza corretta, ma è convinto che sia una lettura “contro” il libro e i suoi autori, quindi la presenta come tale incorniciandola come accusa / rimostranza, mentre è proprio la lettura (uno dei livelli di lettura) che il libro richiede e vuole sollecitare, e di cui noi siamo soddisfatti. Secondo lui avremmo cercato di rendere desiderabile la vita di un falco incappucciato confinato su un trespolo di carne padronale? :-)
Curiosità – Di recente l’autore della recensione è stato al centro di una curiosa polemica:
http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2009/12/17/
Date: 03/02/2010
Time: 8:36 am
Ciao WM, anch’io avevo notato la recensione. Ho provato a lasciare un commento, ma per motivi che non mi sono chiari non riuscivo. Complimenti per le presentazioni romane, io ero al circolo Versoriente.
Date: 03/02/2010
Time: 10:28 am
Caspita, se Nicola Villa riesce a farsi pubblicare, c’è speranza per tutti! :-P
Date: 03/02/2010
Time: 11:13 am
Salvatore, nel caso di una tua pubblicazione, sono sicura che tu scriveresti la parola BLISSETT con due T e MACHIAVELLISMO con una C sola…
In rete non faccio mai la “maestrina con la penna rossa” perché so che i refusi sono sempre dietro l’angolo, ma se fai le pulci al testo di qualcuno poi devi essere inattaccabile. Io la vedo così.
Date: 03/02/2010
Time: 1:08 pm
Anche Villa, come Tedoldi, usa la tattica del riportare virgolettati per far vedere che scriviamo “male”. E’ una tattica prevedibile ma che funziona *sempre*, con qualunque frase da qualunque libro di qualunque autore (da Céline a Proust, da Hemingway a Gadda) perche’, una volta estrapolata dal ritmo e dal respiro della pagina, qualunque frase puo’ essere presentata come ridicola. E’ un residuo di ideologia delle “Belle lettere”, l’aspettativa che la lingua letteraria sia “bella” in assoluto e a prescindere da quel che comunica, e per giunta “microcosmicamente” bella, anche scomposta nelle sue unità minime, come se un libro fosse una frase.
Il problema è che in questo modo sfugge completamente il fatto che la voce è il personaggio: una frase può essere pomposa o melensa perché è pomposo o melenso il personaggio che la pensa o la esclama; uno stereotipo può essere nei pensieri del personaggio perché è lui a ragionare in base a stereotipi o preconcetti.
Ancor più importante, nel caso specifico: non ci si rende conto – sbaglio già visto nella recensione di Tedoldi su Libero – che tutte le scene di sesso sono *descritte da Manuel*, che con il sesso ha un rapporto alquanto insano, che non sa approcciare le donne se non in modo utilitario o meschino, che a Venezia ha una “relazione” fissa (comunque basata su un mercimonio) solo perché così non deve mostrare in giro per bordelli il pene circonciso. Manuel è un personaggio meschino, con la testa piena di paure, preconcetti, desideri crassi, e una cultura fatta prevalentemente di nozionismo. La lingua di Manuel è Manuel. In fondo, di lui abbiamo solo la lingua, abbiamo solo il suo racconto. Non capire questo significa non capire l’intera operazione. Lamentarsi che le scene di sesso siano “brutte” rivela un essere rimasti in superficie. Estrapolare dei virgolettati e porli come esempio di cattiva scrittura indica un’incapacità di capire il personaggio, come pensa e come si evolve. Non mi sorprende che da qui discendano altri fraintendimenti, come quello sul falco.