Alessandro Barbero recensisce Altai su Tuttolibri
[Dopo Adriano Prosperi e Mario Galzigna, un altro storico si occupa di Altai, stavolta sul supplemento "Tuttolibri" del quotidiano La Stampa (edizione del 19 dicembre 2009). Barbero è docente di Storia medievale all'Università del Piemonte Orientale, oltre a essere un collega romanziere. Si è occupato anche di impero ottomano e di Solimano il Magnifico. Più volte, nello scrivere Altai, ad alcuni di noi sono venute in mente certe sue riflessioni su Carlo Magno, su Europa e Mediterraneo, sull’inizio della separazione tra oriente e occidente. Una sua splendida lezione sull'incoronazione di Carlo Magno, tenuta qualche anno fa all'Auditorium di Roma, è disponibile in mp3 sul sito delle Edizioni Laterza. Il riassuntino del dibattito sul New Italian Epic si poteva escindere dalla recensione senza che questa ne serbasse memoria, ma la recensione stessa è empatica, calorosa e non ha per niente il "braccino corto". Barbero è entrato in sintonia con il libro e con chi l'ha scritto, è bello che riconosca la nostra pietas nei confronti dei personaggi, ed è come minimo un atto di coraggio intellettuale (forse addirittura una provocazione punk) definire “meritatissimo” lo scuoiamento di Bragadin.]
Due gondole volano in cielo: è l’apocalisse di Venezia
Dieci anni dopo Q, i Wu Ming tornano ad affrontare in un romanzo, Altai, il calderone ribollente delle guerre e delle utopie cinquecentesche, in cui è sempre più facile riconoscere uno specchio dei nostri tormenti.
In questo decennio zeppo di eventi sinistri alcune cose sono cambiate, ed altre no. Il gruppo si è ritrovato al centro del dibattito su un «New Italian Epic» che riunirebbe molti diversi romanzi degli ultimi anni, fra cui opere degli stessi Wu Ming. Ad accomunarli, il rifiuto della frigidità postmodernista, l’accettazione senza complessi d’inferiorità dell’appartenenza ad un genere, come il giallo o il romanzo storico, e la capacità di parlare anche dell’Italia di oggi, direttamente o per la via obliqua del passato. Fra dibattiti, convegni, seminari e tavole rotonde, il nuovo romanzo esce portandosi addosso un bagaglio teorico e una visibilità virtuale che il primo non aveva, e non è facile leggerlo con la stessa freschezza e la stessa sorpresa.
I personaggi di Q, da parte loro, sono invecchiati ormai di quattordici anni: le copie del Beneficio di Cristo che appaiono qua e là sono ingiallite, papa Carafa è morto, Beatriz è moribonda, suo nipote don Yossef Nasi è uno degli uomini più potenti dell’impero ottomano, e il protagonista dai molti nomi è ora il vecchio Ismail al-Mokhawi, che crede di aver smesso di amare e di viaggiare, e ha trovato la quiete in un porto dello Yemen.
Ma quel che non è cambiato in Altai è la voglia di perseguire l’utopia e di provare a realizzarla in terra, e non è cambiata la pietas degli autori che palesemente amano i loro eroi e tuttavia non possono impedirsi di sapere com’è andata a finire: anche il sogno d’una patria per tutti i perseguitati, ebrei o no, in cui «coltivare la vite, l’ulivo e la tolleranza», finirà nell’odore del sangue e nel lezzo dei cadaveri.
Ma il romanzo storico, per essere popolare ed epico, deve calarsi in un passato capace di far sognare ad occhi aperti, e i luoghi e gli anni raccontati in Altai rispondono allo scopo. La vicenda si muove tra una Venezia lugubre e poliziesca e una Costantinopoli raggelata dalla neve come dal pennello d’un calligrafo, prosegue nella polvere e nel frastuono dell’assedio di Famagosta e si conclude nelle acque insanguinate di Lepanto.
Tutti gli ingredienti che le cronache degli anni 1569-1571 mettono a disposizione della band sono sfruttati a dovere, senza dover inventare quasi nulla: spioni e attentati, repressioni e torture, schiavi e rinnegati, sultane intriganti e medici traditori.
Sapere già come andrà a finire non vanifica la suspense, e questo è un segno che la confezione è abile: quando Lala Mustafà, alla vigilia della capitolazione di Famagosta, promette al narratore «vi farò vedere tutto da molto vicino», è difficile reprimere un piccolo brivido, indovinando che lo spettacolo che si prepara è il supplizio (peraltro meritatissimo) di Marcantonio Bragadin.
Lo scontro tra il sogno generoso e il gelo del potere, tra l’utopia e la Storia, si colora necessariamente di allusioni all’oggi, e non soltanto italiano. Il romanzo si apre con l’esplosione all’Arsenale di Venezia del 13 settembre 1569, qui trasfigurata rispetto alle sue effettive dimensioni storiche per conferire all’apertura adeguata drammaticità. Nella realtà i danni furono scarsi, i pochi sospetti vennero scagionati, e l’unica conseguenza concreta fu che le autorità veneziane decisero di approfittare delle lesioni all’attiguo monastero della Celestia per allargare gli impianti, con grande fastidio del nunzio pontificio. Qui l’esplosione è duplice e apocalittica, strade e canali sono pieni di cadaveri e soprattutto di cenere, e il recensore sarà perdonato se la descrizione di quel che vede nel cielo il narratore («Due gondole volavano nel cielo di Venezia. Avevano ali di fiamma e parabole incerte, come di uccelli feriti.Una andò a schiantarsi… L’altra scomparve alla vista») gli fa pensare ad un’esplicita evocazione di quell’altro duplice attentato da cui tutto ha avuto inizio, in un settembre più vicino a noi.
Comments:
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Link: ALTAI » Blog Archive » Una palla da cogliere al balzo: la recensione di Altai su Medioevo
Date: 17/02/2010
Time: 8:34 pm
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Date: 20/12/2009
Time: 11:36 pm
Proprio pochi giorni prima che uscisse ALTAI ho ascoltato il podcast delle 20 puntate della trasmissione Rai “Alle otto della sera, Il divano di Istanbul” in cui il nostro Alessandro Barbero raccontava l’impero ottomano dalla sua nascita alla fine della prima guerra mondiale. Non solo mi ha fornito quella base importantissima per comprendere al meglio i tanti meccanismi dell’impero che nel romanzo sono solo accennati, ma cita l’importanza che ha avuto il nostro Giuseppe Nasi, racconta l’assedio a Cipro e la battaglia di Lepanto. Sei ore e mezzo di lezione consigliatissime.
Date: 20/12/2009
Time: 11:50 pm
Bravo Marco! Tutte le puntate de “Il divano di Istanbul” sono qui:
http://www.mediafire.com/?sharekey=633aa49c4a912c0d3b0405de809511357ef1f31eab9ebe42
Il ciclo è iniziato quando Altai era appena andato in stampa, e ovviamente il tempismo era perfetto! In realtà con Barbero è da tempo che ci si fiuta a distanza, si battono le stesse pista all’insaputa gli uni dell’altro, e ci si incrocia inaspettatamente.
UPDATE 21/12: Tutte le puntate in streaming qui: http://bit.ly/4qmIsU
Date: 21/12/2009
Time: 12:32 pm
Anche a me è piaciuta la recensione ma povero Bragadin. Anche qui l’analogia fra l’incendio dell’Arsenale e l’11 settembre, io non la vedo. Ma era davvero voluta?
ciao
Date: 21/12/2009
Time: 12:39 pm
Beh, oggi Altai viene anche consigliato da De Cataldo nel paginone del Messaggero dedicato ai libri ‘giusti’ da scegliere per Natale, suggeriti da 10 scrittori…
Date: 21/12/2009
Time: 12:39 pm
@Marco: è capitata la stessa cosa a me, e quando Barbero ha parlato di Nasi mi è venuto un fremito di tipo “Q”. Poi leggendo Altai sembrava di essere tutti seduti nello stesso salotto.
In più l’atmosfera mediterranea del ‘500 si è accresciuta negli anni con altre letture, come il resoconto dell’assedio di Malta Francisco Balbi di Correggio, ma anche Carlotto… un secolo affascinante, e proprio grazie a quei rimandi all’oggi che lo rendono attuale.
Date: 21/12/2009
Time: 12:45 pm
Non è questione che fosse voluta, è che non è possibile riferirsi a un esplosione che abbatte palazzi senza che la nostra mente collettiva vada alle immagini delle Twin Towers. Capitò lo stesso quando in “Lavorare con Lentezza” (2004) raccontammo l’omicidio Lorusso e tutti inevitabilmente associarono quelle immagini al più recente omicidio Giuliani. Io credo che l’associazione Arsenale-11 settembre ci possa anche stare. In fondo è assai probabile che i servizi segreti americani abbiano lasciato agire i terroristi per ottenere un casus belli. In Altai le cose vanno un po’ diversamente, perché la ricerca del casus non è premeditata e inizia dopo l’attentato, ma l’evento svolge una funzione analoga. Barbero ha forse calcato un po’ la mano scovando il riferimento alle “due gondole” volanti, ma chissà che non abbia invece intercettato un nostro riferimento inconscio.
Date: 21/12/2009
Time: 12:46 pm
Ovviamente il commento qui sopra è riferito al commento di Beppe Vergara…
Date: 21/12/2009
Time: 2:23 pm
Alessandro Barbero è sempre bravo. Ricordo le sue bellissime puntate su Carlo Magno, sempre ad “Alle Otto della Sera”. Mi ero persa “Il divano di Istanbul” grazie per averlo segnalato.
Nel panorama culturale italiano spicca, eccome.
Diciamo che incarna il sogno di come vorremmo che la Storia venisse insegnata nelle scuole ai nostri figli (glielo scrissi in una email, tempo fa. Tra l’altro lui è gentilissimo e in genere risponde di persona).
L’associazione tra l’incendio all’Arsenale e l’11 Settembre per me è stata immediata.
Però, dai, povero Bragadin…
Date: 21/12/2009
Time: 2:39 pm
Eh no, io invece proprio niente.
L’11 settembre non mi ha mai sfiorato, del resto nemmeno il povero Giuliani vedendo “Lavorare con lentezza”. Quindi un problema mio :-)
Non per niente sono l’unico che ha visto un’analogia fra la prima parte di Altai e Crêuza de mä :-)
Date: 21/12/2009
Time: 3:07 pm
Un pomeriggio di inizio primavera andavo a zonzo per Firenze, uno dei rarissimi pomeriggi senza niente da fare. La mia compagna mi aveva detto: “Sei troppo stressato, sei una piaga, stacca il cervello, prenditi la giornata e vattene da qualche parte affanculo!” (lei me l’aveva detto con più garbo). Avevo preso un treno a caso ed ero andato a Firenze. Passeggiavo, guardavo palazzi e monumenti, ascoltavo nell’iPod Barbero che parlava di Carlo Magno. Poco tempo prima avevo visto 300 in un cinema a Pontedera (la Toscana, si finisce sempre in Toscana). Barbero raccontava e ragionava, parlava del Mediterraneo, di chi è un barbaro per chi, di Roma e Costantinopoli. Io ascoltavo e, per contrasto, mi veniva in mente la grezzuria genocida del film di Snyder/Miller. E in fondo, come prodotto d’intrattenimento, il film mi era pure piaciuto, perché io sono predisposto all’intruppamento come chiunque altro, ci sono contesti in cui le mie difese si abbassano. Di lì a poco dovevo tenere una lezione al DAMS di Torino per la quale avevo ancora idee molto vaghe. Io a “staccare il cervello” faccio davvero molta fatica. Io finisce che lavoro anche quando cazzeggio. Ed è così che una lezione di Barbero su Carlo Magno può far partire un treno di pensieri che produce una lezione su 300…
Date: 21/12/2009
Time: 3:21 pm
La prossima volta che te ne vai affanculo a Firenze, ti consiglio di dirigerti qui.
http://www.grandigiardini.it/scheda.php?id=49
E’ a 2 passi da Ponte Vecchio. Pochi lo conoscono (è stato restaurato da poco) ed è una meraviglia.
Date: 21/12/2009
Time: 3:27 pm
Grazie del consiglio! Ci andrò senz’altro affanculo :-)
Tra l’altro, vedo che pure qui c’entra Giulio Mozzi!
Date: 21/12/2009
Time: 3:30 pm
Prego :-)
Date: 21/12/2009
Time: 3:59 pm
Su Giulio Mozzi ho pensato la stessa cosa!
Guarda, io ci sono andata quest’estate a vedere il giardino (dalla stazione a piedi sono solo 15 minuti, ma poiché dalla strada non è visibile, se non conosci l’indirizzo rischi di passarci davanti senza accorgerti di nulla). Nel pomeriggio sono tornata in stazione e da lì ho preso l’autobus che ti porta in un attimo a vedere il Museo Stibbert (il sito non rende giustizia alla bellezza di questa casa-museo e alle collezioni che contiene, tra cui armi e armature islamiche e la più grande collezione di elmi e armature da samurai esistente in Europa. Vi ho pensato molto…)
http://www.museostibbert.it/main/il-parco.html
E’ stata una giornata fiorentina strepitosa.
Comunque è sempre un piacere mandarti affanculo… ;-)
Date: 21/12/2009
Time: 5:05 pm
Torno sulla questione del “meritatissimo” supplizio di Bragadin.
Non so, è come se i cattedratici avessero un livello di autocensura più basso dei narratori… Barbero ad esempio ha espresso in una parola – “meritatissimo”- quello che una parte di me pensa dal momento in cui ho letto e ho riflettuto sull’episodio. Leggendo Jared Diamond quando parla della nascita degli Stati Uniti (connette la cosa -cioè la nascita degli USA- direttamente alla pulsione al genocidio che, secondo lui, attraversa la specie), ho trovato prese di posizione del tutto consonanti con Manituana, solo molto, molto più esplicite. Che vorrà dire?
Date: 21/12/2009
Time: 5:46 pm
Barbero è anche un romanziere, però. Quel “meritatissimo” è giudizio da storico o da scrittore?
Date: 21/12/2009
Time: 6:02 pm
OT @WM1:
si chiama podcast overload, temo…
Quando giri costantemente con gli auricolari, e accumuli nell’iPod puntate e puntate(tutte interessantissime) che DEVI assolutamente ascoltare. Anch’io ne sono vittima :-D
Date: 21/12/2009
Time: 6:27 pm
@WM1: forse da divulgatore. Nel mediare il linguaggio con quello di fruitori generici si tende alla chiacchierata amichevole, con tocchi di ironia e prese di posizione che piazzano l’interlocutore in un terreno più comodo, lo mettono a suo agio.
Date: 21/12/2009
Time: 6:31 pm
Dire che uno hanno fatto benissimo a scuoiarlo vivo è mettere l’interlocutore a suo agio? :-O
Date: 21/12/2009
Time: 6:45 pm
Lavoro al Museo Egizio di Torino: non sai quanto adulti e bambini adorino sentir parlare di eviscerazioni, mummie e massacri… è un terreno comune che trovano più abbordabile dei miei pipponi su cultura materiale, società e attendibilità delle fonti scritte…
Dire che Bragadin meritasse di essere scuoiato potrebbe essere un giudizio storico abbassato ironicamente di tono, roba che ti puoi permettere nella divulgazione ma non dalla cattedra.
O forse è proprio come dici tu: il lato “romanzesco” di Barbero lì ha preso piede.
Date: 21/12/2009
Time: 7:03 pm
Io dico la mia: Bragadin, a leggere attentamente la storia dell’assedio di Famagosta, mi sembra un personaggio tracotante e irresponsabile, innamorato del proprio “onore”. Col suo orgoglio – l’ofermod di cui parlava Wu Ming 4 (via Tolkien) in questa lezione – Bragadin condannò prima agli stenti e poi alla morte una gran moltitudine di persone, comprese donne e bambini. Grazie a lui il “body count” di quell’assedio si moltiplicò a dismisura. Non a caso, la presa di Nicosia fu dura ma non altrettanto orrifica. Bragadin prese decisioni insensate sulla pelle di tutta la popolazione, ma sono secoli che viene osannato come “eroe indomito”, “fiero resistente”, “martire della cristianità”. Nessuno merita supplizi come quelli che gli furono inflitti, nessuno. Ma immaginate se fosse finita con lui vivo in mezzo a montagne di cadaveri, pronto a tornarsene bel bello a Venezia e ricevere qualche onorificenza. Il famoso “fare il finocchio col culo degli altri” (absit iniuria omofobica). La sua arroganza, esibita persino nel momento della resa, impedì che questo succedesse. A Lala Mustafa saltò la mosca al naso, e accadde quello che sappiamo.
Date: 21/12/2009
Time: 7:14 pm
Quoto per intero, e credo che quoterebbe anche Barbero: quanto al favore con cui vede il supplizio, penso che sia un modo semplice, sbrigativo e divulgativo per dare un giudizio storico, che è lo stesso tuo. Per questo non credo sia tanto una valutazione da scrittore: in questo caso avrebbe forse avuto un rapporto più umano, meno freddo e distaccato nei confronti di Bragadin.
Date: 21/12/2009
Time: 8:58 pm
Nella fine di Bragadin, c’è anche da considerare il diverso livello di valore della vita umana e l’utilizzo di punizioni piuttosto cruente. Sarebbe interessante sapere se questa sorta di sottovalutazione della vita umana (in primis del corpo) riguardava anche se stessi, oltre che gli altri. Per dirla in soldoni, Bragadin avrà messo in conto la fine che ha fatto (o un’altra simile per crudezza) oppure, in quanto ufficiale, aveva la consapevolezza, errata, di tornarsene a casa salvo/morire in combattimento (=in modo più veloce e glorioso)?
Date: 21/12/2009
Time: 9:11 pm
@ Cletto
l’impressione è che Bragadin e i suoi si siano presentati all’incontro senza un’idea sensata di come gestire la faccenda. Il rovesciamento della situazione sembra avvenire all’improvviso, lasciando tutti sgomenti.
Date: 21/12/2009
Time: 11:33 pm
credo che tutti condividiamo che un supplizio umano non è mai una bella cosa. tuttavia mi piace la provocazione di barbero come anche il tono e il modo della narrazione in Altai. come detto altrove, non è affatto vero che si racconta un’arabia così felix. semmai, la narrazione è tiepida rispetto a come probabilmente era “felix” l’arabia, almeno per i documenti che abbiamo dell’epoca.
il problema è semmai quello dell’imperialismo. l’idea che per stare meglio (arricchirsi), sia necessario prevaricare, conquistare, depredare, sopraffare qualcun altr*.
altra questione ancora è quella del punto di vista. se stiamo al solo bragadin (& c.) asserragliato dentro a famagosta con pochi altri, è chiaro che i tanti turchi conquistatori sembrano cattivi e feroci. ma cosa ci facevano i veneziano a cipro?
eppoi, appunto, l’idea dell’onore (parola che mi spaventa sempre), dell’eroe che resiste a scapito delle vite degli altri, fino alla morte (degli altri)… brrrr…
sì, da pacifista, il “meritatissimo” di barbero non mi stona proprio.
mi vien poi da dire un’ultima cosa sul tema. nessuno di noi sa esattamente come siano andate le cose realmente. ci sono documentazioni più o meno attendibili. ma vediamo oggi come sia abituale la manipolazione della realtà, anche di fronte a materiali che tutti, oggi sì, possiamo visionare. chissà come è andata veramente? ma questo è il punto (bello) in cui la ricerca storica lascia spazio alla narrazione
Date: 22/12/2009
Time: 9:55 am
Bisogna contestualizzare. Il XVI secolo è un epoca di pene suppliziali, in cui la tortura è praticata da tutti. Il supplizio di Bragadin suonò feroce e inusitato, suscitò vasta eco anche perchè venne considerato il tradimento di un patto, l’uccisione e il supplizio brutale di uno che si era arreso. Ma la sensibilità del tempo non vedeva nulla di eccesivo nello squartamento dei traditori, o nel rogo degli eretici. Foucault spiega bene che la pena suppliziale serve simbolicamente a ripristinare il corpo del sovrano. Il vulnus inflitto da Bragadin al sultano è evidente, e sta proprio nell’assurdo body count che la sua condotta determinò. Quel supplizio, in altri termini, potrebbe essere considerato un tentativo di ripristinare un equilibrio. Questo per quanto attiene allo sforzo di comprensione intellettuale, che è doveroso. Ma è certo che quella di Lala Mustafa fu anche una brutale vendetta.
Non c’è niente di semplice. La semplificazione partorisce alla lunga ideologie semplificatorie, basate su una forma di mistificazione. La semplificazione tradisce la realtà.
Date: 22/12/2009
Time: 10:38 am
Con questo, mi accorgo di avere risposto anche a una domanda precedente di Wm1. Secondo me la posizione di Barbero deriva da una contestualizzazione. In questo senso sarebbe un’opinione “da storico”.
Date: 22/12/2009
Time: 10:50 am
Sottoscrivo pienamente. Hai scritto meglio quello che avevo cercato di dire in modo confuso. Un tentativo di “riequilibrare”. Per la mentalità del tempo – mentalità che però rimane a noi comprensibile, perché si basa (per dirla con Lakoff) su una metafora primaria fissata nelle nostre sinapsi, quella appunto del bilanciamento, dell’equilibrio – sarebbe stato “peggio” se Bragadin fosse rimasto vivo dopo tutto quello che la sua condotta aveva determinato.
Date: 22/12/2009
Time: 11:57 am
Cari tutti, a questo punto mi sento in dovere di intervenire. Secondo me, quando mi è venuto di scrivere che il supplizio era “meritatissimo” stavo pensando da storico e non da romanziere. Mi sembra di sentirvi: ma forse che lo storico deve giudicare? nemmeno per idea!, ecc. ecc. Avete ragione: ma qui si tratta in realtà di comunicare, comunicare tramite quel giudizio qualcosa che io facendo lo storico e avendo studiato le fonti so meglio di quanto non possa saperlo chi nella vita fa altro: e cioè che il Bragadin era, come è stato detto molto bene qui, un esempio estremo del nobile cinquecentesco tutto boria e senso dell’onore; che durante l’assedio aveva ammazzato con le sue mani un capitano italiano che lo aveva offeso non si sa come; che nei confronti del nemico aveva sistematicamente dimostrato feroce disprezzo (“questi cani”); che si presentò a Mustafà vestito e scortato in modo tale da far saltar la mosca al naso a chiunque, visto che veniva pur sempre ad arrendersi; che per testimonianza concorde di tutti i cronisti, italiani oltre che turchi, rifiutò la richiesta ragionevolissima di Mustafà di avere un ostaggio, dato che lui stava prestando le sue navi per riportare gli italiani in territorio veneziano; e che a scatenare l’ira funesta del pascià fu il fatto che i prigionieri turchi detenuti a Famagosta erano spariti. Se avesse ragione Bragadin a dire che lui non ne sapeva niente e probabilmente erano scappati, o l’altro ad accusarlo di averli fatti ammazzare (i cronisti turchi sono sicurissimi che è così e glielo fanno addirittura confessare) noi ora come ora non lo sappiamo; ed è sicuro che Mustafà perse la testa e fece una cazzata, di cui poi si pentì, perché al ritorno a Costantinopoli tutti gli dissero che aveva esagerato, e lui stesso lo ammise due anni dopo parlando con l’ambasciatore veneziano. Ora capite che tutto questo magari non significa letteralmente che Bragadin se l’era meritato, ma che se l’era voluto, eh be’, sì. Pensateci un po’ alla luce del dibattito di questi ultimi giorni, incentrato appunto sul “se l’è voluta o no?”, e capirete perché, in sede giornalistica, mi è venuto di dire “eh sì, se l’è voluta eccome!”
Date: 22/12/2009
Time: 12:22 pm
@WM1
considerando che la resistenza di Famagosta non ha avuto un particolare significato militare, a differenza delle Termopili o di Stalingrado o di Alamo, direi che l’incazzatura di Lala Mustafa, alla luce di tempo/soldi/uomini spesi, è più che giustificabile. Se poi ti presenti pure spocchioso alle trattive te la vai a cercare. Magari il supplizio fu eccessivo ecco… Un’altra curiosità, ci pensavo ieri, è sapere quanto vengano utilizzati questi episodi come propaganda politica. Ovvero: Lepanto viene utilizzato dalla Lega Nord come fulgido esempio di vittoriosa resistenza contro l’invasore turco (che, semmai, venne sconfitto realmente con l’assedio di Vienna) ma Bragadin non lo sento particolarmente citare. Quando, proprio per il martirio finale, dovrebbe quasi essere venerato.
@WM5 mi riferivo esattamente a Foucault quando parlavo di punizioni cruente. L’inizio di “Sorvegliare e punire” è molto più granguignolesco e si colloca più di cento anni dopo.
Date: 22/12/2009
Time: 12:56 pm
Beh, mi pare che l’intervento del chiamato in causa stesso, cioè di Alessandro Barbero in persona, abbia chiarito praticamente tutto rispetto all’affaire Bragadin ed al suo “meritatissimo” supplizio. Anzi, mi pare aggiunga altra carne al fuoco (se è lecita la trita metafora in questo contesto, già guignolesco di suo…) con la faccenda del “se l’è voluta o no?” con cui chiude il suo intervento, e l’ulteriore attualizzazione dopo l’11 settembre e le gondole volanti. Ho l’impressione però che abbia proprio ragione Wu Ming 4: le associazioni mentali stanno in realtà prima di tutto negli occhi di chi guarda, e funzionano come “connessioni evidenti” (in un senso vagamente wittgensteiniano), più che come paralleli voluti e pianificati: altrimenti si fa della cattiva letteratura (e della cattiva storia).
Date: 22/12/2009
Time: 1:12 pm
Ma il bilanciamento di cui parla Wu Ming 5 non ha a che fare ANCHE con il mancato rispetto della dignità dell’avversario? Se per primi i Veneziani hanno avuto “la mano pesante” cioè, hanno violato le consuetudini e i codici di guerra (il disprezzo di Bragadin verso il nemico e l’episodio dei prigionieri turchi.) come è possibile poi pretendere un trattamento dignitoso.
Il romanzo in fondo non parla anche di questo?
Date: 22/12/2009
Time: 6:24 pm
Ecco, Barbero ha detto in breve quello che non sono riuscito a spiegare prima (perché il concetto era anche molto confuso nella mia mente):
“(…) ma qui si tratta in realtà di comunicare, comunicare tramite quel giudizio qualcosa che io facendo lo storico e avendo studiato le fonti so meglio di quanto non possa saperlo chi nella vita fa altro: e cioè che il Bragadin era, come è stato detto molto bene qui, un esempio estremo del nobile cinquecentesco tutto boria (…)”
E la conclusione del suo commento è molto interessante:
“Pensateci un po’ alla luce del dibattito di questi ultimi giorni, incentrato appunto sul “se l’è voluta o no?”, e capirete perché, in sede giornalistica, mi è venuto di dire “eh sì, se l’è voluta eccome!””
Facendo il banale: storia e narrativa storica (ma non solo) sono sempre visti con gli occhi del presente.
Date: 24/12/2009
Time: 7:32 pm
Bragadin se l’è cercata ed ha ricevuto una punizione forse leggermente esagerata, ma comunque in linea con le pratiche cinquecentesche. Sono d’accordissimo, però penso anche che per riflettere sulle vicende della presa di Cipro sia fondamentale sottolineare il ruolo della violenza alla luce del progetto di Nasi. Come infatti testimonia il tedesco-Ludovico-Gert-TIziano-Ismail con le sue parole, i suoi silenzi e i suoi gesti, è molto rischioso, se non impossibile, edificare un regno di pace ed uguaglianza con il cemento della violenza.
Date: 02/01/2010
Time: 3:43 pm
Bragadin se l’è meritata, certo.
Che dire allora di quei generali sovietici ammazzati dai tedeschi dopo la caduta delle loro roccaforti? Anche loro in fondo in fondo se la sono cercata, e la “conta dei corpi” testimonia a loro sfavore: quanti bei tedesconi sarebbero sopravvissuti se questi sovietici non si fossero incaponiti a farsi ammazzare come le mosche!
L.
Date: 02/01/2010
Time: 4:57 pm
Similitudine tirata con l’ultimo filamento d’elastico delle bretelle. Come se tutte le resistenze fossero uguali, e un contesto storico valesse l’altro.
Per prima cosa, nell’Europa del XVI secolo gli ebrei scappavano dall’Europa cristiana per andare a vivere nell’impero ottomano. Già questo dovrebbe consigliare cautela, e sconsigliare assurdi paragoni in nome della solita, logora, banalissima “reductio ad hitlerum”. Perché se proprio volessimo giocare a questo gioco, sotto questo aspetto i “nazisti” dovremmo cercarli a Roma, a Venezia e a Madrid.
In secundis, né la guerra di Cipro né l’assedio di Famagosta avevano come scopo l’annientamento della popolazione. Per quanto feroce, la politica di potenza dell’impero ottomano non può essere paragonata a quella della Germania hitleriana. Niente Babi Yar, in quel conflitto. L’assedio di Famagosta iniziò con una proposta di pace, e fino all’ultimo furono fatte proposte e concessioni che oggi appaiono incredibili. Non dimentichiamo che Lala Mustafa aveva già accettato di prestare le sue navi per permettere l’evacuazione di chi non voleva più vivere in una Cipro divenuta ottomana. Come ricordava Barbero, Bragadin si impuntò su un’assurda questione di principio.
In terzo luogo, la resistenza dell’URSS all’avanzata hitleriana non era dettata dalla vanagloria e dal senso dell’onore militare di un singolo wannabe hero. La resistenza fu di massa e aveva senso strategicamente. Aveva scopo di dilazione e di fiaccamento del morale nemico, in attesa di poter contrattaccare con nuove armi e nuove divisioni. E infatti la resistenza si trasformò in controffensiva, poi in vera e propria contro-invasione e annientamento del Terzo Reich. Da Stalingrado, estrema trincea, si ripartì per arrivare a Berlino e piantare la bandiera sul Reichstag.
La resistenza di Famagosta fu invece una decisione insensata da ogni punto di vista, presa sulla pelle di uomini, donne e bambini che non avevano voce in capitolo. Potendo scegliere tra una resa onorevole che avrebbe salvato vite e una hybris eroica che le vite le sacrificava inutilmente, Bragadin e compagnia scelsero la seconda opzione.
Date: 02/01/2010
Time: 5:50 pm
Detto questo, come altri hanno già detto: un conto è “cercarsela”, altro conto è meritarsela. Ribadisco, nessuno “merita” di essere seviziato per giorni e poi scuoiato vivo, nemmeno se ha commesso crimini odiosi. In Altai il supplizio di Bragadin è descritto come l’abominio che fu.
Immagino che qui siamo tutti contrari alla pena capitale, e ancora di più alla tortura. Da un lato sarebbe antistorico pretendere che queste posizioni di oggi le avessero tali e quali uomini e donne di 450 anni fa: supplizi ed esecuzioni sommarie erano all’ordine del giorno, e il comportamento di Lala Mustafa fece sì scalpore, ma sempre molto meno di quanto ne farebbe oggi. Da un altro lato, non si può nemmeno usare la mentalità dell’epoca come foglia di fico morale, e guardare a tutta la storia che ci precede con un eccesso di relativismo. Cinismo e disincanto fanno vedere tutto nero.
Tanto lo storico quanto il narratore devono mantenersi in equilibrio, mostrare i *limiti* di una mentalità, cercare in un’epoca anche i tratti che in una certa misura la trascendono e anticipano evoluzioni successive. Non si può inserire a cazzo di cane un John Brown o un Martin Luther King nell’Atene del VI secolo a.C., ma certo si possono mostrare le condizioni di vita di schiavi ed esclusi, e si possono mettere sulla pagina personaggi che arrivano a provare compassione per quelle sofferenze.
Ritengo comunque salutare, dopo tre secoli in cui si è guardato a quell’assedio da un unico punto di vista, provare ad adottare l’altro, quello di Lala Mustafà, come ha fatto Barbero definendo “meritatissimo” il supplizio. Dal punto di vista di Lala Mustafà, Bragadin se l’era meritata.
Date: 02/01/2010
Time: 10:23 pm
Va be’… Volevo scrivere due righe su questo argomento ma ci ho pensato troppo su e hai già detto (meglio, ovvio) il mio pensiero. sono banalità enormi ma… ecco i miei due cents.
Con la storia esprimere giudizi è, a parer mio, quanto di più antistorico e pretenzioso ci possa essere. Nella logica del XVI sec sia Bragadin che Lala Mustafa hanno la loro ragion d’essere e coerenza: a volerli giudicare si ottiene solo una forzatura storica. Di fonte al cosiddetto onore e al fanatismo religioso, che possono non piacere a noi con la nostra mentalità ma che Bragadin aveva ben chiari la vita di civili, di donne e bambini contava men che zero. Lui e altri personaggi come lui sono stati esaltati per secoli come martiri da una certa propaganda (e quel che è peggio ancora oggi alcuni continuano a farlo), come anche chi si suicidava per non convertirsi all’islamismo. Le crudeltà… anche restando in ambito cristianissimo basta leggere la storia italiana del ‘500 per capire che era prassi accettata della guerra: facevano certa roba da raccapriccio (col metro nostro). I bizantini, poi, (cristianissimi anche loro) erano nei secoli precedenti dei veri maestri, in materia.
Lala Mustafa si è solo comportato come un uomo del suo tempo in quella situazione di esasperazione, con il suo potere. Né più né meno. IMO
Date: 02/01/2010
Time: 10:35 pm
Sull’ultima affermazione, Leo, non sono del tutto d’accordo. Sia nella condotta di Bragadin sia in quella di Mustafa vi fu qualcosa di eccedente e insopportabile anche a giudizio dei loro coevi. Tant’è che ciascuna parte accusò l’altra di aver “tradito” i patti, l’etichetta, la morale, tutto quanto (e i propagandisti di oggi ripropongono quegli argomenti tali e quali). Come ricordava Barbero, due anni dopo lo stesso Lala Mustafa ammise di essersi spinto troppo in là. E a suo modo “tirò troppo la corda” anche Bragadin. Non fosse stato così, probabilmente se ne sarebbe andato a Candia, incolume.
Date: 02/01/2010
Time: 10:47 pm
:-) ok, ho esagerato un po’ anche io.
Comunque ognuno ha accusato l’altro: e da parte veneziana si è cercato di rendere più abberrante la cosa puntando il dito sulla motivazione sessuale di concupiscenza per i ragazzi, proprio per rendere più ripugnante l’atto di Lala Mustafa e meno “giustificabile”.
E credo che in quelle circostanze il fattore ira e facilità di perdere il senso della misura sia umano.
Comunque tagliare orecchie, nasi, impalamenti, squarciamenti ecc. erano molto in uso fra i bizantini: secondo me lì per lì non gli è sembrato niente di che.
(p.s. quando prima ho detto “giudizio” intendevo giudizio morale)