ALTAI
Il nuovo romanzo di Wu Ming

L’Unità: “I Wu Ming ripartono da Q e riscoprono psiche e femminilità”

Written on 18/12/2009 – 7:33 pm by Wu Ming 1

testata_home[Su L'Unità on line di oggi. Titolo roboante! E anche impegnativo, non c'è dubbio. Ci ha un po' spaventati, e da buoni zotici abbiamo commentato su twitter: "Urge riequilibrio: gara di rutti su Skype!".
A parte le cazzate (ma "le cazzate sono importanti", diceva quel tale), la recensione di Monica Mazzitelli getta ponti, stabilisce collegamenti, è intrigante e merita di essere commentata.]

Due potenze a confronto: la Serenissima e l’Impero Ottomano di Selim II (Solimano II*) alla vigilia della battaglia di Lepanto, che segna l’inizio del tramonto dell’Impero d’Oriente. Il celeberrimo romanzo “Q” firmato Luther Blissett e scritto dall’ensemble narrativo che ha poi preso il nome di Wu Ming, si concludeva a Costantinopoli 15 anni prima dell’inizio di Altai (Wu Ming, Einaudi Stile Libero, 411 pagine, € 19.50). Ne condivide l’atmosfera e in parte la storia, senza esserne un seguito. Il protagonista è un nuovo personaggio che, come avveniva in “Q”, cambia nome e identità per ragioni di sopravvivenza ma anche di scelta: Emanuele De Zante, ebreo figlio di un ricco gentile veneziano, e agente segreto della Serenissima, è costretto a fuggire dalla sua città e rifugiarsi a Costantinopoli, dove riprende il suo nome d’infanzia: Manuel Cardoso. Lì è accolto dall’arcinemico di Venezia, l’ebreo Giuseppe Nasi, al quale finirà per dare supporto nel tentativo di costruzione di un regno per gli ebrei transfughi nel mondo. Il nuovo romanzo del collettivo Wu Ming torna a mettere il naso nelle crepe della storia, a frugare tra le carte ingiallite di coloro che il caso, la storia, l’inferiorità dei mezzi, ha messo tra i perdenti. Raccontandone le ragioni con una precisione stavolta ancora più dettagliata, aprendosi persino all’introspezione psichica del protagonista e narratore con dei flashbacks sulla sua infanzia.

Definire questo un “romanzo storico” ne riduce il significato e non ne significa la fruizione. Non solo perché la Storia è sempre comunque l’ordito delle “storie”, quelle di cui abbiamo bisogno per capire il nostro senso nel mondo e in parte esperirlo, ma perché la materia è resiliente, morbida all’esigenza di una narrazione dove gli aspetti legati all’attualità hanno la stessa profondità del respiro legato all’antico: si fondono in un affresco unico in cui il comune denominatore di passato e presente è il Potere e il suo esercizio. E i grandi poteri sono immutati: politico, religioso, finanziario. Possono nei secoli ripartirsi diversamente le proporzioni di questi equilibri, ma restano i cardini su cui ruotano le larghe sorti della civiltà.

Ma questo non è mai “il” tema dei romanzi di Luther Blissett/Wu Ming, semmai il suo ordito. La vera narrazione è contro-epica: la storia di quelli che hanno perso, di quelli che non la fanno, dei piccoli, degli sfollati, dei bambini orfani, delle donne violentate, della carne da cannone.

C’è tutto in Altai. La tonalità dolente che era stata espressa in Manituana qui è ancora più accentuata: si sente un passaggio emotivo molto forte negli autori, riconducibile forse anche a due eventi determinanti nella loro storia di collettivo: il primo è stata l’uscita dal gruppo di Wu Ming 3, avvenuta durante l’estate del 2008: un scelta necessaria per l’equilibro dell’ensamble, ma lacerante sotto il profilo umano. Come in ogni separazione, al momento del distacco tutto sembra avere solo il buon senso della chiusura che fa terminare i conflitti, ma poi bisogna elaborare il lutto. E ritornare a “Q”, seppure solo da un punto di vista temporaneo, è un po’ come guardare le foto del matrimonio fallito e cercare di dargli un senso nuovo, affettivo.

L’altro evento che ha reso Altai un lavoro diverso dai precedenti è la pubblicazione di Stella del mattino, romanzo solista di Wu Ming 4, che ha tolto, crediamo per sempre, una tonalità di “freddezza” alla narrativa wuminghiana. Stella del mattino è un romanzo fortemente umano e intimo, di conflitto interiore, confronto coi propri fantasmi, i persecutori interni: trovare forza nella debolezza, debolezza nella forza. Il romanzo meno machista ma forse il più realmente “virile” di tutta la produzione Wu Ming ha aperto una strada da cui Altai non ha fatto un passo indietro ma due avanti: al centro della narrazione ancora gli stessi conflitti, ma più attenzione ai processi di evoluzione psichica, alle relazioni tra esseri umani e in particolare tra uomo e donna, alla difficoltà del produrre un senso congiunto.

C’è molto più eros e amore in questo romanzo che in tutti i precedenti, ma c’è anche l’incapacità a viverlo ed esprimerlo, a dargli un valore di fecondità. Se ogni essere umano è per sua natura biologica “figlio”, quelli di questo romanzo sembrano tutti nati per sorte o per condanna. Ogni genitore li può rivendicare singolarmente per sé, ma manca la “famiglia”, l’unità di un nucleo dove si fondino e equilibrino maschile e femminile. Le donne che compaiono nel romanzo sono più sfaccettate rispetto ai primi lavori di Wu Ming, ma restano enigmatiche per i loro corrispettivi maschili, una tensione a qualcosa che non si raggiunge, l’espressione di un modo diverso di sentire il mondo a cui viene negato uno spazio. Le donne non sono decision-makers e quindi sono costrette a tramare nell’ombra, a esercitare una solidarietà interna che spesso si traduce in conflitto contro la gestione maschile del potere. Ancora troppo simili a divinità guerriere che a donne reali, ma decisamente più ricche.

Un ultimo doveroso commento sullo stile, anche questo in qualche modo collegato splendidamente a Stella del mattino: una prosa asciutta, pulita, raffinata, ma emotiva e trascinante, con momenti pastosi, femminili, indimenticabili. Chiunque abbia amato “Q” non resterà deluso da Altai.

* N.d.R. Selim II era figlio di Solimano il Magnifico, ma non salì al trono come “Solimano II”. Solimano II è il nome del sultano che regnò sull’impero oltre cent’anni dopo.

Comments:

  1. Il titolo non è mio, e cmq per la gara di rutti vi do cappotto tecnico ;-)
    Mi dispiace per Selim mis-aliato con Solimano, hai voglia Google ma se una è ignorante!
    In-ginocchio-sui-ceci ‘64

  2. Il titolo non è mai dell’autore e in questo caso si capisce bene, tu lo avresti fatto *più* impegnativo :) Sui rutti, eh, ne devi mangiare di sviluppina…

  3. Premesso che per me questa donna è un mito :-) mi piacerebbe riprendere quella discussione su wu ming e i personaggi femminili (o, più in generale, wu ming e le donne: personaggi, lettrici, ecc.) che abbiamo iniziato alla Flexi e che poi è morta lì, non ricordo perché – il vino, la stanchezza… una gara di rutti? :-P
    E ci sarebbe proprio da parlarne perché leggendo la tua recensione, e confrontandola con opinioni che ho sentito da più parti, mi rendo conto di una cosa: quella che tu definisci la “tonalità di freddezza della narrativa wuminghiana” è percepita come tale più dalle letterici che dai lettori. Cerco di spiegarmi meglio, semplificando MOLTISSIMO per ragioni di tempo e di spazio: che un romanzo “d’azione” come Q sia più freddo di un romanzo “psicologico” come Altai non è una proposizione così palese. Anzi, molti potrebbero sostenere il contrario. Q si appoggia su una scrittura più di pancia, spigliata, viscerale. Istintiva. In Altai ogni passo è decisamente più studiato, ed è da questo studio che deriva un maggiore scavo psicologico. (In questo senso, Altai è genitore, Q è figlio*).
    Che il calore derivi dalle sfumature, dallo spessore, dalla “pastosità”, mi pare rispondere a un modo femminile di vedere le cose, di interpretare il reale e le relazioni umane. Di concepire la letteratura.
    O sbaglio?

    (* to be continued…)

  4. Vedi che hanno ragione i nostri detrattori: Altai è una bieca operazione commerciale! Abbiamo “femminilizzato” la nostra narrativa perché si sa che sono molte di più le lettrici dei lettori…

  5. @WM4: e tu hai tramato a tal punto da costruire un romanzo appositamente per preparare il terreno a questo. C’è da aver paura :D

  6. Vorrei dire anche io la mia opinione, visto che ho finito ieri Altai, e ci ho anche dormito sopra.
    Credo di aver letto in trance le pagine dalla 300 fino alla fine. La parte sulla guerra, Famagosta etc è splendida (forse è banale ma è la prima parola che mi viene).
    la descrizione dello scenario devastante e devastato della battaglia e la successiva “punizione”/tradimento/vendetta/vigliaccata di Bragadin mi hanno davvero colpito. Altrove (NIE) si parlava di allegorie?
    Le figure femminili sono davvero centrali nella narrazione. sembra che De Zante/Cardoso venga accompagnato, per mano, da mamma sarah ad arianna, dall’abecassi a dana (tradire il proprio futuro per non essere tradito) e reyna, etc, al ritorno a mamma sarah.
    ma io vorrei spendere qualche riga sull’islam. avevo letto tempo fa il post sull’arabia felix. lo avevo letto prima di mettere mano al Altai. mi aspettavo tutt’altro, dopo quelle parole (post “trattasi di boiata, proprio come Q” in cui si commentava un articolo di tedoldi su libero).
    in realtà credo che la narrazione sia piuttosto moderata (chiedo scusa della parola) in fatto di arabia felix.
    tanto per fare una citazione, michael cook (“il corano”, einaudi, orig. the koran, a very short introduction), che in fatto di islamismo non è l’ultimo dei cazzari, descrive un’arabia molto ma molto più felix di quella che c’è in altai, contrapponendola al (post)medioevo nostrum. tra l’altro, lo fa con tanto di documentazione storica. “la libertà di credo è un diritto umano fondamentale ed è stato l’islam a proclmaare per primo questo valore”. forse è dura accettare che le civiltà islamiche, in passato, hanno saputo essere molto più tolleranti di altre…
    quanto alla gara di rutti, vicino a casa mia, a reggiolo, se ne tiene una ogni estate (ruttosound), con tanto di classifiche divise per categorie: rutto in lungo, di potenza, parlato e libero. è un’esperienza difficile da dimenticare, ma tutto il guadagnato va in beneficenza. siete tutt* invitat*

  7. Il sito è notevolissimo:
    http://www.ruttosound.com/home.htm

  8. Ogni volta che sento parlare di “modo femminile di vedere le cose, di interpretare il reale” a me viene sempre in mente Sarah Palin, capace di scuoiare un alce in otto minuti netti! ;-)

  9. @Anna Luisa: ma c’è modo e modo di scuoiare un alce! ;)

  10. @cristian: credo che in effetti il problema sia quello che indichi. La retorica che va per la maggiore non può accettare la realtà storica e cioè che l’Islam – come ogni religione – non ha tare connaturate, ma soltanto fasi storiche. Oggi si tenta di scovare nel Corano la radice del fanatismo islamico, come se non potesse essere rintracciata anche nella Bibbia. E del resto i pensatori politici proto-illuministi teorizzarono il “despotismo orientale” e l’immobilismo delle società non europee, fotografando l’Impero ottomano com’era nel XVII e XVIII secolo, cioè ormai in decadenza.
    Il XVI secolo compromette radicalmente questi luoghi comuni, perché allora gli ebrei fuggivano a oriente per sfuggire al fanatismo cattolico e mentre l’Europa era squassata dalle guerre di confessione, nel vicino oriente le tre religioni monoteiste riuscivano a convivere all’interno della stessa entità politica. Quanto poi all’oscurantismo, basta pensare alla differenza di trattamento subito da Takyuddin e da Galileo riguardo all’uso del cannocchiale. Per non parlare del fatto che Selim II, califfo dell’Islam, era un grande stimatore di vini (era detto infatti l’Ubriaco) e morì cadendo ‘mbriago dalla scala della sua cantina.
    Detto questo nemmeno a me sembra proprio che in Altai abbiamo edulcorato l’immagine dell’impero ottomano. Era un impero e in quanto tale praticava politiche imperialiste, rispetto alle quali non abbiamo certo fatto sconti a nessuno, mi pare.

  11. @Monica:”Le donne” ancora troppo simili a divinità guerriere che a donne reali, ma decisamente più ricche.”
    Questo passaggio non mi è molto chiaro. Divinità guerriere? Perché?
    @Gaia:”ma c’è modo e modo di scuoiare un alce!”
    Esistono modi gentili per farlo? ;-)

  12. @Anna Luisa: scherzavo ovviamente :-) L’ho detto: ho banalizzato molto. Però vedi, da certe categorizzazioni non si riesce mai a uscire del tutto. Anche tu, quando io scritto “c’è modo e modo”, hai subito appioppato al modo femminile l’attributo “gentile”. Insomma, la verità è che non se ne esce ;-)

  13. @Gaia: L’attributo “gentile” è stato inserito nella frase in modo non casuale ma studiato. Riprendeva il tono “ironico” del mio commento precedente. È un aggettivo che ben si sposa con quel modo di fare un po’ lezioso/sentimentale spesso (purtroppo) affibbiato alle donne come naturale.
    Comunque, hai ragione quando dici che certe categorizzazioni sono difficili da tenere a bada. ;-)

  14. Dunque io Altai non l’ ho (ancora) letto. (Questione di distanza, mi verra’ spedito presto) e quindi potrei essere considerato fuori luogo. (E me ne scuso in anticipo). Ma gia’ da tempo, mi sono trovato a riflettere sulla tematica del “femminile” a cui accennavano Monica e altri recensori.
    Soprattutto in riferimento a “Stella del mattino”, ho trovato che nel sopracitato romanzo la presenza femminile piu’ forte fosse la Dea, la Poesia. Ovvero quella mancanza intorno alla quale tutti i protagonisti della storia (Lawrence escluso, in un certo senso) sembrano muoversi. E’ una sorta di vuoto che ognuno ha bisogno di colmare, qualcosa che e’ andato smarrito nella Terra di Nessuno (forse per sempre) e che ognuno dovra’ imparare a “ricostruire” a proprio modo.
    (Che poi e’ cio’ attorno a cui ruota, a mio parere, il nostro senso della Storia)
    Le donne reali, in “Stella del mattino”, ‘ sono testimoni di questo “smarrimento. Lo vivono di rimando, rifiutando di abbracciarlo.
    Di Altai ho una fortissima sensazione di forza e calore “femminile” come mi scaturi’ dall’ascolto della lettura che apparve in rete mesi fa. (La lettera che dovra’ muovere la montagna. E la mano che ha appena finito di scriverla.) Ecco, magari e’ un caso, di certo e’ soltanto uno degli aspetti del romanzo, ma questa sensazione ha trovato piena conferma nelle impressioni scaturite da questo forum.
    (Con tutto il trasporto di accezioni/riflessioni che il termine “femminile” necessariamente porta con se’. Io qui lo intendo, terra-terra, come sguardo materno. Una maniera di posare il proprio sguardo sulle cose che non e’ facile rinvenire negli occhi maschili. Scusatemi la banalita’.)
    Se “Stella del mattino” ha aperto una breccia laterale sulla strada che da “Q” conduce ad “Altai” la visione del collettivo ha forse saputo ricominciare a vestirla di presenza.

  15. @matteo: dal mio personalissimo punto di vista, non hai scritto affatto una banalità. Quando ho detto che Q è figlio e Altai è genitore, ho messo un “to be continued” proprio per indicare che il discorso dovrebbe essere approfondito. Il primo degli approfondimenti è che, come “genitore”, Altai mi pare più madre che padre.
    Forse stiamo delirando tutti e due, sbronzi di lucine natalizie :-)

  16. Rileggendo Altai e ripensando ai personaggi femminili, mi sono resa conto che la mia preferenza per Dana ha ragioni semplici: è la donna descritta con più dettagli. Quella che accetta e conserva il suo passato, anche attraverso il suo giardino, e lo mostra, perchè quelle piante sono concrete e visibili. Agisce per sé, con autonomia e concretamente. Prende la decisione di andarsene, di allontanarsi dall’uomo che ama per affrontare la vita daccapo, e indossa l’abito migliore, come per dare alla sorte il meglio di sé, ed è un segnale visibile. E va a Tiberiade, dove aveva voluto andare a morire Gracia.
    Ecco, questa donna sembra avere un suo motivo, e un progetto.
    Quando Manuel guarda verso la balconata della sinagoga, vede tutte le figure femminili come tessitrici di un intrigo collaterale, e queste figure nella narrazione non sono rappresentate più che tanto con un loro mondo di oggetti o rituali che le identifichino (e nessuna ha figli – perchè?). E lui non vede il motivo, né l’autonomia o il valore di un loro eventuale progetto.
    Anche Gracia è circondata da oggetti, persone e progetti, è una entità reale, e ha una figlia, come la madre di Manuel…
    Ecco, percepire le donne (come persone) e il loro progetto, condividere e accettare quanto siano ‘resourceful’(e cosa vuol dire), capire il loro legame con il mondo concreto, collaborare. Come diceva WM1, Yossef Nasi non ha fatto i conti con questa metà del cielo, cioè : con la metà del suo progetto :-)

  17. Sulla Stampa di oggi, supplemento Tuttolibri c’è una breve recensione di Altai, qui il link (spero sia giusto)…
    http://www.lastampa.it/_settimanali/ttL/PDF/2.pdf

  18. Non mi aspettavo una recensione di Altai scritta da Barbero. E’ uno scrittore e storico che stimo, e mi fa piacere. Più volte nello scrivere Altai mi sono venute in mente certe sue riflessioni su Carlo Magno e l’inizio della separazione tra oriente e occidente.
    Il “riassuntino” del dibattito sul New Italian Epic è forzoso e impreciso, e tutto sommato si poteva escindere dalla recensione senza che questa ne serbasse memoria, ma la recensione stessa è buona, calorosa, partecipata. E’ entrato in sintonia con il libro, è bello che parli di nostra pietas nei confronti dei personaggi, ed è come minimo un atto di coraggio intellettuale (forse addirittura una provocazione punk) definire “meritatissimo” lo scuoiamento di Bragadin!
    Grazie, Paola, direi che di questa ne facciamo un post.

  19. Scusate il ritardo ho giornate impossibboli! Grazie Gaia: come ben sai al cosa è totalmente reciproca, altrimenti non saremmo qui :o)
    @ Annaluisa: le donne come divinità guerriere perché i personaggi femminili di Wu Ming continuano sempre più ad assomigliare alle donne che a loro piacciono (cioè donne stratoste con le strapalle) piuttosto che a donne più reali e comuni, con ANCHE le loro debolezze e fragilità femminili, le delicatezze, le incongruenze, il sentimentalismo etc etc.. insomma, è un po’ come se il collettivo non avesse avuto una sorellina piccola e magari anche un po’ rompicoglioni con cui ha dovuto avere a che fare, che gli fa vedere la metà del mondo dalla SUA prospettive e non da quella filtrata attraverso un personale gradimento. Spero di essere stata più chiara ;-)

  20. Monica, hai detto una cosa molto interessante.;-)

  21. La critica sui personaggi femminili è sacrosanta, anche se non la condivido del tutto. Restando su Altai io mi sento di dire che Dana è abbastanza “stratosta”, come era Gracia, mentre Reyna non lo è affatto. Anzi, è una donna piena di “incongruenze”, e pure un bel po’ stronza. Se le sue “fragilità femminili” non si vedono a occhio nudo è chiaramente solo perché lei ha scelto di rivestirsi di un’armatura. Il che non significa che non ci siano, anzi, mi sembra che nel corso del romanzo emergano eccome. Certo che resta una donna vista con occhi maschili, da un io narrante maschile, su questo non ci piove. Ma del resto mettersi nei panni di una donna è un esercizio che mica tutti gli autori riescono a praticare e certo non è obbligatorio per fare della buona letteratura. Se però uno ci riesce tanto meglio. Vedremo. A me pare uno scoglio un po’ difficile da superare per il nostro collettivo, per quelle che sono le dinamiche interne ed esterne, ma comunque almeno un certo tipo di lavoro è cominciato secondo me i primi risultati iniziano a vedersi.

  22. Dana a me è piaciuta molto, l’ho già detto, e Altai è ricco di personaggi femminili, ognuno ha una sua sfaccettatura. Penso sia importante che la percezione di questi personaggi da parte delle lettrici, dei critici, ecc. continui a venir espressa. Soprattutto per vedere se ci sono pareri comuni, condivisi. WM4, non è facilissimo neanche per noi donne mettersi d’accordo sul femminile, la femminilità, ecc!
    Poi c’è il percorso personale di ognuno, il percorso dello scrittore, e così via…
    Vediamo come procede.
    P.S. quelli a Trieste si sono portati panini e coperte?

  23. A Trieste è salito soltanto Wu Ming 1, che sarebbe comunque andato fin là per le feste. Pare che il treno abbia avuto “solo” 50 minuti di ritardo. Pare che la presentazione sia andata molto bene, cito dal’sms di WM1: “un’ottantina di persone nella saletta, ma molte altre fuori, che ascoltavano dalle casse. Ottima interazione con la musica, molte domande, molto apprezzamento per Altai”.

  24. Attenzione però: chi ha detto che WM debba per forza avere questo come obbiettivo? Personalmente non è ci faccia tanto una malattia sul fatto che i vostri personaggi femminili siano realmente “femminili”, mi limito a notarlo. Ci sono così tante altre cose da apprezzare (non ultimo lo sforzo e la consecutiva crescita di questo aspetto nel corso degli anni, se proprio devo dirne una…). Se cerco donne “vere” leggo altro: Toni Morrison, Joyce Carol Oates (evitando James Joyce :o)), Marianne Fredriksson, Goliarda Sapienza etc etc.
    Io non mi farei tanto problemi, il lavoro certamente è cominciato e cmq mi interessa di più l’evoluzione complessiva che ho riscontrato a partire da “Stella del mattino” che questa questione, e infatti le ho dato poco risalto nella mia critica.

  25. Scusate i refusi, dopo due ore a far finta di suonare il basso sono suonata come una zampogna :o(

  26. @ Monica: obiettivo nel senso che si è parlato a un certo punto di equilibrio del romanzo, dato anche dai personaggi femminili, se non sbaglio. Certamente con Stella del mattino inizia un altro sguardo, non solo su questo. Come hai ragione.
    “Far finta di suonare il basso”? Ti succede sempre a Natale?
    Comunque auguri a tutt***

  27. Ora vado di fretta e quindi rispondo a Monica con più calma (intanto, grazie per le tue precisazioni) appena ho un attimo, intervengo solo su *Stella del Mattino*: con SDM è cominciato un maggiore scavo psicologico dei personaggi (rispetto alla produzione precedente del collettivo). Detto questo, SDM è il romanzo più maschile di WM:i protagonisti sono 4 uomini, affronta il tema dell’amore virile, dell’omosessualità maschile repressa, della guerra di trincea fatta da uomini, etc…

  28. Completamente d’accordo e totalmente in disaccordo con te Anna Luisa: SDM è decisamente il più femminile dei romanzi di Wu Ming. È proprio questo il punto centrale secondo me: non è questione di avere protagonisti femminili che assomiglino di più a una “media” del femminile reale, ma che lo SGUARDO SUL MONDO includa il femminino. E sia Stella che Altai lo fanno in pieno. Non è solo una questione di “vedute” ma di prosa: è anche questa che è cambiata, credo per sempre, per il collettivo. Ed è questo personalmente mi interessa di più, che mi fa vibrare di più.
    Paola, ho fatto la cazzata di comprarmene uno con 25 anni di ritardo e mo arranco ;-)))

  29. Da Trieste con furore: qui un brano della presentazioni di iersera, WM1 legge il primo capitolo di Altai, i Maxmaber prima accompagnano (sola fisarmonica) poi decollano! Dura 12 minuti.
    http://www.wumingfoundation.com/suoni/WM1_Maxmaber_Altai_Knulp.mp3

  30. @Monica: …eccomi, cerco di sintetizzare al massimo la risposta:
    1) “i personaggi femminili di Wu Ming continuano sempre più ad assomigliare alle donne che a loro piacciono (cioè donne stratoste con le strapalle) piuttosto che a donne più reali e comuni, con ANCHE le loro debolezze e fragilità femminili, le delicatezze, le incongruenze, il sentimentalismo etc etc.. “
    Stiamo parlando di donne che vivono nel XVI sec. Le fragilità femminili, le delicatezze, le incongruenze, il sentimentalismo sono un lusso da donne del XXI sec. Un lusso alla “Sex and the city” che neppure le nostre nonne potevano permettersi. Questo è un romanzo storico.
    2) “è un po’ come se il collettivo non avesse avuto una sorellina piccola e magari anche un po’ rompicoglioni con cui ha dovuto avere a che fare, che gli fa vedere la metà del mondo dalla SUA prospettive”
    Suppongo che wu ming abbia però avuto a che fare con mamme, nonne, cugine, zie, compagne di scuola, mogli. A meno che Wu Ming non sia vissuto fino a ora all’interno di un monastero (mi immagino Wu Ming 1 che organizza gare di rutti in oratorio…) abitato da soli uomini.
    3) Fragilità femminili e sentimentalismo: le librerie traboccano di testi del genere e purtroppo il target di riferimento è costituito da lettrici. Ben vengano allora Dana, Reyna e le altre. Spero che Altai abbia molte lettrici.
    4) Reyna è una figura dolente (è straziante la sua immagine nell’epilogo, quando riceve l’ennesimo rifiuto da parte di Nasi) ma è anche capace di agire (mi riferisco al suo tramare nell’ombra) con l’astuzia e la forma mentis di un politico provetto: costruirla così è, a parer mio, un omaggio alla sua intelligenza. Non vedo perché parlare di divinità guerriere.
    5) Su SDM: per me non esiste una prosa femminile e una maschile, una scrittura al femminile e una al maschile. Per me esiste una buona scrittura o una brutta scrittura cioè, romanzi riusciti e altri meno riusciti a prescindere dal sesso del romanziere (uomo o donna non ha importanza).

  31. Un ultima cosa: “Attenzione però: chi ha detto che WM debba per forza avere questo come obbiettivo?”
    Ecco, è proprio questo il punto. Per me l’obiettivo di Wu Ming è costruire personaggi (femminili e maschili) credibili da inserire all’interno di trame variegate e complesse. Tutto qui.
    Riguardo al basso: mi raccomando, tieni duro :-)

  32. Ho finito oggi di leggere Altai. Il personaggio di Dana mi è sembrato realistico e ben delineato, e interessante quello di donna Reyna. Ma sono d’accordo con Monica Mazzitelli nel ritenere che forse la cosa non è poi così importante. Wu Ming sta evidentemente proseguendo una sua riflessione sulla crisi del patriarcato che era già evidente in Manituana (cfr. il personaggio di Molly). Penso che a questo proposito sia più corretto parlare di una riflessione “sulla crisi del patriarcato” più che “sulle donne” o “sul femminile”; mi pare che questa tematica sia abbastanza centrale per tutto il New Italian Epic, anche se non è stata sviluppata molto estesamente nel libro omonimo (a proposito, quand’è che lo renderete disponibile integralmente on line)? – Sono d’accordo sul tenere fuori dalla discussione i riferimenti agli archetipi junghiani o al matriarcato di Bachofen (se ne potrebbe parlare casomai a proposito di Grande madre rossa di Genna, a mio parere). No, qui abbiamo a che fare secondo me con la fine del dominio maschile, più che con l’apparire all’orizzonte di ciò che dovrà sostituirlo; e in questo senso, che in Altai il punto di vista sia ancora un punto di vista maschile non solo è inevitabile, ma è anche giusto. Come è stato già detto, al momento in questione siamo noi maschi, non “le donne”: la nostra propensione alla violenza, alla sopraffazione, alla guerra. Da qui, secondo me, l’importanza del capitolo 34 di Altai (pagg. 266-269): Manuel in preda alla sua paranoia sta per colpire Dana. La situazione nel romanzo è delineata in modo magistrale, e la rappresentazione del meccanismo psicologico perverso, attraverso cui un uomo può arrivare a picchiare una donna, è proprio ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento. (Intendo dire, ci servono analisi come questa, che svela il meccanismo in tutta la sua miseria e la sua stupidità, e che è lontanissima da rappresentazioni corrive o apologetiche della violenza sul tipo di quel bruttissimo vecchio film, di cui non voglio ricordarmi il titolo, in cui Alberto Sordi pestava Monica Vitti su una spiaggia). – Chiedo scusa per l’esposizione confusa e disordinata, spero di essermi spiegato a sufficienza; ho appena finito il libro e ho voluto buttar giù subito le prime urgenti impressioni. Magari ci torno su in seguito.

  33. Ciao Anna Luisa!!!!
    1) per la verità la letteratura occidentale fino dai suoi albori è piena di fragilità femminile, pensa a Didone e a Calipso, tanto per andare su qualche archetipo letterario.
    2) su questo punto non voglio entrare troppo perché molte le conosco personalmente e rischierei di essere indiscreta ma devo ribadire che il genere di donna “fragile” non rientra molto nella sfera wuminghiana, quanto piuttosto la donna tosta e cazzuta, anche se “non perde la tenerezza”, parafrasando Ernesto Guevara. Credo che il passaggio a una visione più femminile del mondo sia maturata anche attraverso certe relazioni e i figli che ne sono venuti.
    3) Fragilità femminili e sentimentalismo non hanno nulla a che vedere con essere letteratura sentimentale. “Blonde” di Joyce Carol Oates, una biografia romanzata di Marylin Monroe, la donna più fragile del ventesimo secolo, è il libro meno sentimentale e più brutale che abbia mai letto, per non parlare di “L’occhio più azzurro” di Toni Morrison, che è pura carta vetrata. Io credo che la donna debba rispettarsi nella sua differenza dall’uomo, accettandola come una ricchezza, invece che cercare di diventare una maori… ;-)
    4) mi perplime la tua implicita associazione tra forza e intelligenza, donna maschile = donna astuta, che farebbe presumere donna sensibile = donna inabile/sciocca. L’intelligenza femminile è DIVERSA da quella maschile, vivaddio, è per questo che donna e uomo insieme hanno un senso. Se a aver scritto la tua frase fosse stato un uomo, avrei pensato che era un uomo con un pregiudizio sulle donne.. ehm ;-)
    5) per me esiste una scrittura maschile e una femminile, a prescindere dal sesso dell’autore, ma in nessun caso il supposto genere decreta la bontà di un lavoro letterario, senza dubbio.
    6) Credo che l’obbiettivo di WM sia scrivere buoni romanzi, all’interno dei quali i fattori sono molteplici.. tra cui certo anche creare dei buoni personaggi.
    Grazie per l’incoraggiamento sul basso, ne ho davvero bisogno!!! ;-)))) Cmq, sto scrivendo un romanzo che ha come protagonista una fuorilegge assassina tostissima, sono certa che ti piacerà, è più tosta di TUTTE le protagoniste dei romanzi di WM accorpate insieme :-DDD
    Salvatore, mi inchino a te!
    Buonanotte!!

  34. Ciao Monica! Allora provo a risponderti:
    1) “Per la verità la letteratura occidentale fino dai suoi albori è piena di fragilità femminile, pensa a Didone e a Calipso, tanto per andare su qualche archetipo letterario.”
    Non c’è dubbio, ma il mio discorso riguarda il modo in cui da sempre wu ming ha cercato di rendere i propri personaggi: la verosimiglianza. È per quello che facevo riferimento alle donne del XVI sec. che non possono permettersi “le fragilità femminili, le delicatezze, le incongruenze, il sentimentalismo” (uso le tue parole) come le donne del XXI sec. Per me i personaggi femminili di Altai sono ben riusciti perché verisimili.
    Didone: hem, hem, ho paura che in questo caso tu abbia fatto un esempio di “fragilità femminile” non calzante. Ricordi il suo comportamento dopo l’abbandono di Enea? Didone si vendica, per via dell’amore non corrisposto, pronunciando una maledizione terribile, un anatema in cui invoca il più cruento dei vendicatori. Quel vendicatore ha un nome, anche se Virgilio non lo dice espressamente: Annibale. È stato il più grande nemico di Roma; è l’eroe cartaginese del secondo conflitto punico, una guerra così violenta da causare, una volta terminata, una crisi demografica spaventosa sul territorio italico (il numero dei morti fu altissimo).
    Virgilio ha costruito questo personaggio femminile in modo tale che fosse l’origine, la causa della seconda guerra punica, quella che molti storici dell’antichità hanno definito, per modalità ed esiti, *la prima guerra mondiale dell’umanità*.
    2)”su questo punto non voglio entrare troppo perché molte le conosco personalmente e rischierei di essere indiscreta… credo che il passaggio a una visione più femminile del mondo sia maturata anche attraverso certe relazioni e i figli che ne sono venuti.”
    Per carità, non voglio che tu mi riferisca le confidenze delle fidanzate dei membri del collettivo ;-) !!! La mia era una battuta per dire che wu ming ha di sicuro avuto modo, nella vita, di entrare in contatto con il mondo femminile (e quindi di confrontarsi e conoscerlo) tramite mamme, zie, cugine, compagne di scuola , fidanzate etc..
    Riguarda ai figli (ovvio che averne ti cambia) wu ming 5 non è padre e ha dichiarato in un’intervista (se ben ricordo) di non volerlo diventare, ma non per questo mi viene da reputarlo uno scrittore dotato di scarsa sensibilità o empatia, mentre secondo la tua logica *nascita dei figli = maggiore sensibilità di wu ming nella resa dei personaggi*, dovrebbe essere così.;-))
    3 e 4) “Io credo che la donna debba rispettarsi nella sua differenza dall’uomo, accettandola come una ricchezza, invece che cercare di diventare una maori… ;-)
    mi perplime la tua implicita associazione tra forza e intelligenza, donna maschile = donna astuta, che farebbe presumere donna sensibile = donna inabile/sciocca. L’intelligenza femminile è DIVERSA da quella maschile, vivaddio, è per questo che donna e uomo insieme hanno un senso. Se a aver scritto la tua frase fosse stato un uomo, avrei pensato che era un uomo con un pregiudizio sulle donne.. ehm ;-)”
    Allora, qui bisogna fare una premessa, perché dalle tue parole sembra che io abbia una particolare simpatia per le donne modello virago, quando invece non è affatto così: ho fatto una battuta su Sarah Palin nel mio scambio con Gaia, anche per prendere in giro il modello femminile -orribile- che perfettamente incarna.
    Nella tua recensione definisci “divinità guerriere” le donne di Altai. È la parola “divinità” che mi disturba perché sembra che la funzione guerriera declinata al femminile debba per forza appartenere alla dimensione extra mondana come il mito (la donna amazzone) o a quella religiosa (divinità come Athena etc) e non al mondo reale.
    Prendiamo Mukhtar, Wu Ming 5 ha detto che quel personaggio si ispira a un modello VERO (niente mito, niente religione) poiché la cultura indiana contempla anche la donna guerriero. Beh, per me è un personaggio anche molto dolce (non è una virago) poiché sfodera la spada sempre in funzione difensiva e mai offensiva: lo fa per proteggere la propria “famiglia”, è un gesto d’amore (per inciso, nella tua recensione dici “manca la “famiglia”, l’unità di un nucleo dove si fondino e equilibrino maschile e femminile.” Per me non è così, per me quella di Ismail è una famiglia a tutti gli effetti e i due gemelli indiani sono sintesi perfetta del maschile e del femminile, sono In e Yang.)
    Per me le qualità guerriere sono pensiero strategico e approccio tattico. Un Generale dell’esercito ialiano che stimo molto per il suo antimilitarismo, Fabio Mini, ha scritto: “Per chi ragiona in termini tattici la sconfitta non esiste. Almeno non esiste fintanto che si impara qualcosa e si è pronti a modificare e migliorare”.
    Ecco, mi rifiuto di pensare che tale modo di agire/ragionare appartenga solo all’intelligenza maschile e non anche a quella femminile.
    Per ultimo, Reyna: se rileggi le frasi che pronuncia, in particolare quella in cui afferma che tutta la sua esistenza è stata sacrificata alla realpolitik, alle esigenze della famiglia Nasi (il matrimonio combinato per salvare il patrimonio della dinastia) ecco, lì viene fuori la sua fragilità, la sua sensibilità.
    Detto questo, forse abbiamo punti di vista inconciliabili, tuttavia grazie per questo scambio.

  35. Penso che per un maschio non sia facile uscire da quello che, con una definizione un po’ ossimorica, chiamerei “petrarchismo congenito”: un atteggiamento che consiste nel costruirsi figure più o meno idealizzate de “la donna”, da sovrapporre alle donne reali; in questo senso, spesso la produzione artistica degli uomini ci parla poco delle donne e molto dell’immaginario maschile sulle medesime.
    Manuel Cardoso (che tra l’altro conosce bene Petrarca e lo cita a memoria a pag. 135) è anche lui affetto da questo male. La sua relazione con Dana rimane bloccata, inceppata dall’incapacità di Manuel di porsi in ascolto di ciò che Dana vuole dirgli; ciò che gli rimane è, alla fine, solo il ricongiungimento simbolico con l’imago materna (pag. 404) – è d’altronde una pagina lancinante, quella che mi ha emozionato di più nel libro, a pari merito con l’episodio dello sbarco dei migranti alle pp. 138-140.
    Devo correggere ciò che ho scritto nel mio precedente post: in Altai non mancano allusioni, suggerimenti a possibili vie d’uscita dal patriarcato. Vie di fuga precluse ai personaggi (schiacciati dal fallimento della loro “opzione militare”) e aperte per noi lettori.
    Non entro nel merito della discussione tra Monica (shanti!) e Anna Luisa, a proposito di specifico femminile o di scrittura femminile; non sono qualificato a parlarne, vorrei solo dire che ho trovato un esempio, che mi è parso molto convincente, di epica “al femminile” nel bellissimo Cassandra di Christa Wolf, che ho letto di recente e in cui tra l’altro (nel personaggio di Enea) c’è un interessantissimo tentativo di delineare una “maschilità” nuova, più consapevole e all’altezza.

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