Svarioni storici in Altai? “Botta” del Corriere del Veneto, risposta di Wu Ming
[Si comincia a entrare nel merito, e noi ci andiamo a nozze! :-)
Sul Corriere del Veneto di oggi, 17 dicembre 2009, Beppe Gullino recensisce Altai. Lo recensisce positivamente dal punto di vista letterario, ma lo critica dal punto di vista ideologico, ed elenca alcune presunte sviste ed errori storici. Su un punto di natura lessicale ha ragione, e siamo d'accordo con lui. Su tutti gli altri punti, lo svarione non è nostro bensì, temiamo, del recensore. Ecco l'articolo e, a seguire, la risposta che abbiamo spedito al giornale.]
LA SERENISSIMA DI ALTAI E GLI SVARIONI STORICI
L’analisi del romanzo di Wu Ming sull’ «11 settembre» dell’Arsenale
Qualche giorno fa, su queste pagine, c’è stata un’intervista all’autore del recente, fortunato romanzo Altai. Ho detto autore, ma in realtà si tratta di un collettivo di quattro bolognesi che un tempo si firmavano «Luther Blisset» e ora «Wu Ming», forse in omaggio all’antica sentenza per cui «nemo propheta in patria», oppure all’incoercibile esterofilia di noi italiani. Ho letto questo romanzo perché parla della guerra di Cipro (1570-1573), di Bragadin, di Lepanto. Tutte cose che non possono non interessare a un veneziano, senza dimenticare che Cipro è questione europea, visto che, dopo la caduta del muro di Berlino, l’ultima cortina di ferro che resiste sul nostro continente è, appunto, il muro che divide in due l’isola di Caterina Cornaro: da una parte la Cipro greca, dall’altra quella turca.Altai è incentrato sul progetto di un ebreo portoghese realmente vissuto, João Miguis, fuggito prima a Venezia e poi a Costantinopoli, dove assume il nome di Yossef Nasi. Divenuto ricco e potente, amico del sultano Selim II sarbosh (l’ubriaco), cui procura dei vini che vorrei avere anch’io, sembra aspirasse a diventare re di Cipro, per insediarvi una colonia di suoi correligionari. Donde, secondo l’autore uno e quadruplo, gli sforzi abilmente perseguiti da esso Miguis-Nasi, e finalmente riusciti, di superare la resistenza del partito filoveneziano facente capo al gran visir Mehemet Sokollu; quindi indurre il sultano a dichiarare guerra, conquistare Cipro, farsela assegnare in feudo e insediarvi la terra promessa al popolo eletto. La vicenda si dipana dall’incendio dell’arsenale di Venezia del 1569 e si protrae sino al 1571, portandoci dalla Serenissima a Cipro a Costantinopoli; vivissima nella sua crudezza la descrizione dell’assedio di Famagosta, sì che ti pare di avvertire il lezzo del sangue rappreso, il fetore degli escrementi, l’orrore dei corpi martoriati; implacabilmente dettagliato il supplizio di Marcantonio Bragadin, voluto dal comandante ottomano, l’eunuco La la Pascià; realistica la rievocazione della battaglia di Lepanto, verosimile il conseguente fallimento dell’utopistico, nobile progetto di Nasi.
Il romanzo è ben costruito, avvincente, esposto con felicità espressiva, sicché si legge d’un fiato. Come romanzo. Se poi vogliamo verificarne l’impianto storico, qui il giudizio non può essere altrettanto positivo. Intendiamoci: il quadro complessivo degli avvenimenti è reale o quantomeno credibile; ma perché parlare di «schei», quando è noto che il termine appartiene alla dominazione austriaca, ossia al XIX secolo? E perché dar vita a un improbabile «Consigliere» Nordio, visto che per legge i membri del Consiglio dei Dieci erano patrizi, mentre il cognome di cui sopra suona inequivocabilmente popolano? Ancora: Filippo II è definito «il Cattolicissimo», laddove il superlativo spettava al re di Francia; e poi facciamo fatica a pensare che Martin Lutero abbia affisso le sue 95 tesi in una chiesa di Vienna piuttosto che a Wittenberg, no? Contribuisce al successo del libro un calibrato dosaggio criptico, a cominciare dal titolo; gli Altai sono una catena montuosa che si trova fra la Mongolia e la Siberia. Appurato questo, che c’entra col testo? Nulla, tranne il fatto che: 1. fra quelle desolate alture vive un falco bravissimo a cacciare altri uccelli, con gran contento dei loro padroni; 2. un personaggio del romanzo che compare una sola volta, tale Hassan Agha, ne possiede uno.
Per finire, l’impressione di chi scrive è che questa rilettura della guerra di Cipro, vi sta non già dalla tradizionale angolazione cristiana o musulmana, ma con gli occhi di un ebreo (cosa che poteva costituire una costruttiva novità); la ricostruzione storica, dicevo, soffre di una larvata pregiudiziale anticattolica e antiveneziana (ah, questo leone di San Marco occhiuto e azzannante, «con le fauci socchiuse e le grinfie sul Vange lo»); una serpeggiante riserva mentale, insomma, inficia l’apparente obiettività del racconto. Chissà, forse il maggior cruccio di questi bolognesi che si firmano «Wu Ming» è di non esser nati cinesi o arabi o almeno turchi. Coraggio ragazzi, purtroppo nessuno è perfetto.( Wu Ming, Altai, Einaudi, Torino 2009, pp. 411, € 19,50).
Beppe Gullino
[WM:] Ringraziamo Beppe Gullino per l’attenzione con cui ha letto il nostro romanzo Altai, e per l’apprezzamento del romanzo dal punto di vista letterario. Sulla lettura, diciamo così, “ideologica” del romanzo, sul nostro “anti-venezianismo” e anti-cattolicesimo, nonché sul rimpianto di non esser nati arabi o turchi, ciascun lettore potrà farsi un’idea direttamente sulle pagine, come sui significati del titolo e sull’importanza simbolica del falco che appare nel libro e in copertina.
Riguardo alle sviste che Gullino elenca, su un punto ha ragione, sugli altri temiamo di no.
Ha ragione, ovviamente, sulla parola “schei”. E’ una delle pochissime licenze terminologiche che ci siamo concessi perché la lingua di Nordio suonasse “veneziana” alle orecchie dei lettori contemporanei. Oggi la riteniamo una scelta non felice, anche perché in contrasto con le scelte lessicali fatte per l’italiano (abbiamo cercato di scartare ogni termine non esistente nel 1569).
Sull’espressione “Cattolicissimo”: l’appellativo era già associato alla figura del padre di Filippo, ossia Carlo V. Da lui il figlio lo ereditò. E’ proprio l’ambasciatore veneziano in Spagna, Alberto Badoero, a definirlo in un rapporto del 1578 “principe cattolicissimo, amatore delle cose divine”. Il re di Francia, invece, era usualmente definito “Cristianissimo” (come in “Franciscus I. D. G. Galliarum Rex Christianissimus”).
Sul titolo di “consigliere”: è sempre e soltanto utilizzato dal protagonista, Emanuele, nel suo flusso di coscienza, senza alcun riferimento a un’appartenenza di Nordio al Consiglio dei Dieci. Si fa invece continuo riferimento a un imprecisato “servigio segreto”, agenzia fittizia e romanzesca, che non corrisponde ad alcuna istituzione ufficiale.
Su Lutero e Vienna: sappiamo bene che Lutero affisse le sue tesi a Wittenberg e non nella suddetta città austriaca. Alle vicende della Riforma abbiamo dedicato un romanzo, che è stato pubblicato dieci anni fa e iniziava proprio a Wittenberg. Il capitolo di Altai da cui è tratta la presunta “svista” è interamente costruito su dicerie, leggende e versioni distorte della vita di un personaggio, Ismail al-Mokhawi. Anzi, l’intero capitolo è un resoconto “impazzito” del romanzo di dieci anni fa, Q. Tutte le informazioni sono false, c’è anche scritto che Lutero è morto a cent’anni.
Ad ogni modo, svarioni veri o presunti a parte, la cosa importante è che il romanzo emozioni e che, nell’emozionare, restituisca la ricchezza culturale e il plurilinguismo del Mediterraneo, la nobiltà dello slancio utopico dei personaggi, l’orrore e il fetore della guerra e degli “scontri di civiltà”. Gullino scrive che in Altai tutto questo c’è, e noi gliene siamo riconoscenti.
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Date: 20/01/2010
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Date: 17/02/2010
Time: 8:54 pm
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Date: 17/12/2009
Time: 2:23 pm
Sembra una cosa tipo cercare il pelo nell’uovo, la recensione di Gullino. Sugli schei mi ricorda molto la questione del torpiloquio in Q, che nel XVI sec. non si usavano termini come “figlio di puttana”. Sulla questione di Lutero è evidente che per tutto il capitolo si parla di leggende metropolitane. Però è la chiosa finale sulla vostra non obiettività che lascia perplessi ed è un peccato perchè, errori a parte, si tratta di una bella critica (e dimostra di averlo letto tutto). Fra l’altro, visto che il romanzo è in prima persona, come potrebbe essere obiettivo?
Date: 17/12/2009
Time: 2:28 pm
Siete troppo buoni solo per questo :
[...] Chissà, forse il maggior cruccio di questi bolognesi che si firmano «Wu Ming» è di non esser nati cinesi o arabi o almeno turchi. Coraggio ragazzi, purtroppo nessuno è perfetto.
Io mi incazzerei e anche parecchio.
Date: 17/12/2009
Time: 3:41 pm
Incazzarsi, e perché? L’importante è che il romanzo sia stato apprezzato nella sua portata complessiva. Se poi uno vuole farci una battuta di spirito, non vedo perché prendersela. In fondo Gullino ci accusa di esterofilia, anzi di “orientefilia”. E se anche fosse?
Quello che invece mi lascia perplesso è che uno se la tiri come se ne sapesse a pacchi e poi mi segnali una sola cosa giusta contro tre sbagliate. Non accorgersi che la confusione tra Wittenberg e Vienna è voluta mi sembra davvero grossa… Per non parlare dell’equivoco tra “Cattolicissimo” e “Cristianissimo”. Francesco I si faceva definire Cristianissimo in contrapposizione a Carlo V e ai suoi discendenti che ovviamente erano paladini della Controriforma. E’ evidente che un sovrano francese non si sarebbe mai definito “Cattolicissimo”, visto che doveva regnare su un paese spaccato in due tra cattolici e protestanti. Infine, gli concedo che uno possa pensare che Nordio appartenga al Consiglio dei Dieci, ma questo noi non l’abbiamo mai scritto, né abbiamo voluto lasciarlo intendere. Nordio è evidentemente un’eminenza grigia, uno che lavora nell’ombra, non in pubblico. L’unica cosa che è certa è che dirige il livello più segreto del servizio segreto veneziano, infatti nel romanzo si dice che “Nordio rappresentava i segreti della Repubblica” (p.80). Il titolo di “Consigliere” è quasi un soprannome, un nickname mafioso, come potrebbe essere “il Vecchio” di Romanzo Criminale, ovvero un modo di segnalare come riesca a essere più importante dei consiglieri veri, i patrizi che reggevano la Serenissima.
Date: 17/12/2009
Time: 4:51 pm
incazzarsi per la superficialità con cui certi “svarioni” sono stati analizzati, da Lutero a Luther Blisset.
E’ dozzinale!
E abbassa il livello anche delle note positive sul romanzo.
una cosa, la nota sul consigliere penso vertesse sul cognome Nordio (non patrizio) e non sulla carica in se, che liquida come “improbabile”.
Date: 17/12/2009
Time: 6:56 pm
non avete capito: il secondo paragrafo della recensione è stato inserito, da Tedoldi che, quella mattina, passava per caso dalla redazione del Corriere del Veneto.
Essendo riuscito, finalmente, a finire Altai ma non potendo scriverne un’altra su Libero, ha approfittato di una pausa caffè di Gullino e si è “inserito” nella recensione di quest’ultimo. Infatti sembra che Gullino, tornato davanti allo schermo, sia rimasto stupito della lunghezza del pezzo ma, per esigenze di redazione, l’abbia consegnato senza stare a rileggerlo.
Date: 17/12/2009
Time: 7:05 pm
@ Sweettanza
la critica riguarda sia il nome sia la carica. Se “consigliere” significasse “membro del Consiglio dei Dieci”, allora Gullino avrebbe ragione, il cognome Nordio sarebbe una svista, perchè non è un cognome di famiglia nobile, e solo i nobili homines potevano far parte della suddetta istituzione. Ma siccome stiamo parlando di controspionaggio, di intelligence, di servizi segreti che fanno il lavoro sporco, allora parliamo di tutt’altro genere di “carriere”. Se i servizi segreti dovessero impiegare soltanto personale patrizio, dire che avrebbero carenze d’organico è un eufemismo :-)
Date: 17/12/2009
Time: 8:24 pm
@WM4
Io leggevo molto acidità in quell’accusa di esterofilia, del tutto fuori luogo, soprattutto a conclusione di una recensione. Comunque fai bene a non incazzarti :-)
Mi piace molto l’accostamento Nordio con il Vecchio di Romanzo criminale molto meno quello dell’incendio dell’ Arsenale con l’11 settembre.
@cletto
maledetto Tedoldi, ha colpito ancora :-)
@WM1
Non c’entra niente ma ho appena finito una campagna pubblicitaria su Facebook per martedì. Domani passo alle e-mail. Prevediamo alte affluenze. Ciau Beppe
Date: 17/12/2009
Time: 8:46 pm
Per capire l’ultima parte del commento di Beppe, che potrebbe suonare un po’ criptica :-D, va spiegato che sta organizzando la presentazione di Altai al Knulp di Trieste, vedere calendario:
http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/calendario.html
Date: 17/12/2009
Time: 10:50 pm
sì scusate ho usato in maniera impropria il sito per “comunicazioni di servizio” :-)
Date: 18/12/2009
Time: 12:46 am
diamine, perdincibacco (ricorro a questo mezzucci perché mi par scortese sciorinar turpiloquio in casa d’altri)! presentazione a trieste (dove vivo) proprio quando sono a napoli. “chi se ne frega?” direte voi: frega a nessuno, volevo soltanto esternare la mia frustrazione.
e alla prossima presentazione vi tiro un modellino di santa sofia in faccia. anzi, quattro.
Date: 18/12/2009
Time: 3:02 am
A me pare che l ‘intervento di Gullino (al di la’ del giudizio positivo dal punto di vista letterario) cominci a deragliare dal momento in cui parla di “incoercibile esterofilia di noi italiani”.
Probabilmente non ha mai vissuto all’ estero.
Date: 18/12/2009
Time: 11:17 am
@WM1
Giustissimo.
forse colgo solo ora il tono ironico con cui ringraziate il giornalista per l’attenzione con cui ha letto Altai!
Date: 18/12/2009
Time: 12:09 pm
A voler ben vedere, ci sarebbe anche un quarto, piccolo errore nella recensione ovvero la t mancante in Blisset(t).
Date: 18/12/2009
Time: 12:59 pm
Posso anch’io entrare nel merito? Pur senza avere la competenza del recensore del “Corriere del Veneto”? Ecco, ho appena iniziato Altai, sono solo alle prime cinquanta pagine ma vorrei esporre subito le mie prime due impressioni, anche a costo di scrivere sciocchezze (tanto siamo su un blog):
1) la continuità con Q a livello della prosa. Non so se sia stata già tentata un’analisi stilistica, se qualcuno abbia già analizzato le peculiarità del “parlare comune” di voi Wu Ming: qualcosa che non saprei definire, che mi sembra diverso dal “discorso vissuto” di un Verga e che, ad esempio all’inizio del terzo capitolo, mi sembra imparentato con la prosa poetica e cadenzata di Cesare Pavese.
2) L’altra impressione: ho ritrovato la vostra straordinaria capacità di interpretare la psiche di chi ha scelto di mettersi al servizio del potere. Ho pensato che, se qualcuno dovesse mai scrivere un racconto sulla morte di Pinelli narrata dal punto di vista di uno dei soli testimoni oculari, questo ipotetico scrittore dovrebbe mettersi sulla vostra scia. E’ come se, tra l’altro, vi foste dati il compito di rispondere, dopo quarant’anni, alla domanda che si pose Pasolini in non ricordo quale suo articolo: cosa diamine c’è nella testa di chi crede nel Potere? E’ una domanda che anch’io mi pongo tutti i giorni e che forse è importante per capire l’Italia di oggi.
Date: 18/12/2009
Time: 3:06 pm
Quasi dimenticavo: c’è un errore di sintassi a pag. 32. “Nostalgia, rimpianto e rabbia chiudevano il cuore”: ovviamente si deve leggere: “Nostalgia, rimpianto e rabbia _chiudeva_ il cuore” ;-)
Date: 18/12/2009
Time: 4:56 pm
Quale errore di sintassi? Il verbo è al plurale perché ha tre soggetti. Se fosse al singolare non si saprebbe a quale dei tre è riferito, invece così è chiaro che la combinazione di “nostalgia”, “rimpianto” e “rabbia” produceva quella conseguenza.
Date: 18/12/2009
Time: 5:28 pm
@ Wu Ming 4
Ehi, scherzavo! :-) Il riferimento era alla frase “polvere di sudore e sangue _chiude_ la gola” in Q. Come dire: stavolta niente enallage. Va beh, rinuncio, evidentemente l’ironia sul web mi riesce male. Ma forse anche voi siete un po’ sul chi va là? Non è che la grande quantità di critiche pretestuose che avete ricevuto vi ha un po’ esacerbato?
Date: 18/12/2009
Time: 5:44 pm
Io l’avevo capito, pur non avendo il tempo di commentare. Certo, Salvatore, devi ammettere che come battuta era moooolto criptica :-) L’ho capita solo io perché era uno dei punti dello scambio di vedute con Scarpa.
Date: 18/12/2009
Time: 6:19 pm
@ Wu ming 1
Sì, lo ammetto. Certo, se ad es. incontrassi un mio conoscente per strada e gli facessi una battuta simile con riferimento ad una sua lettera di sei mesi fa, mi prenderebbe per matto. Forse è che sono abituato a pensare a voi come ad un insieme di testi (detto così suona un po’ brutale), cosicché tendo a dimenticare la differenza tra apporre una nota a margine e dialogare con persone reali… Altai mi sta piacendo e se me lo permetterete, credo che posterò altri commenti, cercando di essere meno solipsista. Per ora vi saluto con molta cordialità.
Date: 18/12/2009
Time: 6:43 pm
@ Salvatore
provo a rispondere alla tua seconda domanda, anche se non è facile.
Premessa: io non credo esista “il Potere” come forza esterna a noi al cui servizio possiamo scegliere o non scegliere di metterci. Tutti noi siamo già nel potere, il potere è un reticolo di relazioni, tutti noi esercitiamo del potere, tutti noi ne subiamo, il più delle volte ignari dell’una cosa e dell’altra. Siamo parte di meccanismi di esclusione locali e planetari, e quindi in quanto inclusi (o comunque più inclusi di altri) esercitiamo un potere, e così via. Come maschi in una società e un mondo del lavoro “tarati” sul vantaggio maschile, esercitiamo potere sulle donne anche (soprattutto) quando non ce ne rendiamo conto. Di questa rete di micropoteri facciamo parte tutti quanti.
La mia convinzione è: se uno ci pensa, si guarda dentro e individua la parte di sé che coincide col potere, diventa anche più facile immedesimarsi con chi serve volontariamente – e addirittura con turpitudine – certi poteri costituiti. C’è un po’ di quella persona in tutti noi, nessuno è scevro dalla partecipazione al potere. Chi ha scritto di questo nel modo più incisivo è Michel Foucault.
Sul piano più letterario, chiaramente, noi partimmo da James Ellroy, dai suoi personaggi compromessi a vari livelli coi poteri costituiti. Il nostro debito stilistico con Ellroy lo abbiamo già pagato e oggi ci muoviamo in nuove direzioni, ma sul piano tematico stiamo ancora rielaborando e integrando le psicologie che ci ha donato lui, mettendoci molto di nostro.
Date: 22/12/2009
Time: 12:23 pm
@ Wu Ming 1
Grazie per la tua risposta che ho apprezzato tantissimo. Immagino quanto tempo e fatica vi debba costare la vostra politica di rispondere *sempre*, e seriamente, ai vostri interlocutori. Siete forse gli unici nel panorama letterario italiano a mostrare questa disponibilità. Di Ellroy non ho ancora letto nulla, per cui non so di quanto gli siate debitori; vi seguo da poco e non conosco tutta la vostra produzione, ciò che volevo dire è che avete creato delle figure di “sbirri” molto convincenti e ben fatte, sia in Q, sia nelle prime pagine di Altai, sia anche in “Lavorare con lentezza” dove il personaggio interpretato da Mastandrea era il più riuscito in un film secondo me non riuscitissimo. – Foucault un po’ lo conosco e sono d’accordo sul concetto che il potere sia un insieme di pratiche e di discorsi più che un’istituzione, e che in qualche modo tutti ne facciamo parte. Per cui sì, trovo convincente il tuo ragionamento: se ho capito bene, dici che per capire come pensa un questurino basta guardarsi dentro. Penso che sia vero, ma direi che può compiere questa operazione di autocoscienza solo chi ha deciso di farla, e che forse un “buon” poliziotto è proprio quello che, viceversa, ha scelto di non porsi certe domande. – Quello del potere che noi maschi esercitiamo sule donne è un argomento sul quale anch’io sto riflettendo, so che se ne parla in un’altra sezione di questo blog, per cui magari ci rivediamo lì. :-) Grazie ancora e buona giornata
Date: 23/12/2009
Time: 9:27 pm
Ancora non mi spiego come ci sia della gente pagata per scrivere robe del genere. Cioè, io sarò ignorante come un coppo, ma lo avevo capito che il discorso di Lutero era una serie di dicerie captate dall’orecchio allenato di una ex-spia (beh forse non proprio ex :D).
Ho l’impressione che:
1) o il sig. Gullino fa parte di quella schiera di persone che leggono un libro in 2 giorni ma al terzo devono tornare a rileggere qualche passaggio, perché già non lo ricordano
2) peggio ancora scrivono volutamente queste cose, sottolineando l’ipotetico errore dell’autore, in un tentativo di minare i lettori comuni (come me, o magari un po’ di fretta), nei confronti dell’opera. Cioè, peggio ancora: minare un’idea (a lui sgradita) che i lettori si possono fare dell’opera!
Lui non sta facendo una recensione a un libro, la fa ai lettori.
Dietrologia complottistica dell’errore. O_o
Siccome sono allergico alle teorie dei complotti, mi auguro sia la prima opzione e amen! Cancellate la 2 :D
Date: 07/02/2010
Time: 10:45 pm
Non voglio sembri una tarda apologia di Gullino (che rimane, oltre che recensore sul Corriere del Veneto, un ottimo storico di Venezia, uno di quelli che incontri tutti i giorni in archivio per anni..), che si è evidentemente fatto prendere troppo la mano nel rintracciare vostri supposti scivoloni storici. Una domanda però sorge spontanea (almeno a me): la descrizione del consigliere Nordio porterebbe chiunque possieda un minimo di infarinatura di storia delle istituzioni della Serenissima a pensare si tratti di un membro del Consiglio dei Dieci (e quindi, nel caso di Gullino, a concludere frettolosamente che il cognome non calza). é vero, voi non lo dite, ma leggendo il romanzo mi aveva stupito questa genericità nel riferirsi alla sua carica (Consigliere??), un elemento che mi pare strida con la ricerca linguistica e lessicale che contraddistingue il resto del romanzo. Perchè non ne avete fatto un membro del Consiglio, o di una altro organo? perchè non avete chiamato la sua carica con un termine in uso a venezia nel XVI secolo? Perchè invece di Nordio non l’avete chiamato Dolfin, Venier o Foscari? Spero non vi sembri una questione pulciosa.
Date: 07/02/2010
Time: 10:53 pm
Già che ci sono (ma risponderete mai?), una altra curiosità (so di non essere nel posto giusto,portate pazienza): p. 128, descrizione di Dana “Le incorniciai gli occhi con le mani e la sentii irrigidirsi. Erano di un verde chiaro, come la patina sulle stoviglie di rame”. Avete letto tanto Gozzano da giovani, così tanto che vi è entrato sotto la pelle? Una memoria della Signorina Felicita, e dei suoi occhi azzurro di stoviglia? Sono io che voglio vedere troppo?
Date: 07/02/2010
Time: 11:35 pm
Alle 10:45 ci fai una domanda, alle 10:53 già ti chiedi se mai risponderemo. Calma, eh! :-)
Risposta alla domanda 1: Nordio è un personaggio che coordina il “lavoro sporco”, una specie di antenato del Vecchio di “Romanzo criminale”, come faceva notare WM4 in uno dei commenti qui sopra. Non potevamo farne un patrizio, ma… un parvenu sì. Quindi: cognome popolano + nickname che tradisca ambizioni più alte. L’espressione “il Consigliere” è appunto, sempre per citare il mio socio, “quasi un soprannome, un nickname mafioso”. Non ha importanza che di questo lavoro rimanga poco sulla pagina, a noi è servito a definire e tenere in mente la psicologia del personaggio.
Risposta alla domanda 2: sì, abbiamo letto molto Gozzano, e se è per questo io lo leggo ancora, lo ascolto recitato da Gassmann nella sua antologia per Sossella, godo quando lo rinvengo nelle varie versioni dell’Amleto di Carmelo Bene (da Jules Laforgue). Attenti a quel che accade al minuto 2:01.