Valter Binaghi su Nazione Indiana
Questa mattina, sul blog Nazione Indiana, è comparsa una lunga e articolata recensione di Altai, firmata dallo scrittore Valter Binaghi.
Qui sotto ne riportiamo alcuni stralci, invitando solo chi ha terminato il romanzo a leggere la versione integrale, che contiene molte anticipazioni sulla trama e sul finale.
Altai. Tra romanzo ed epopea
Altai. Ovvero, il Mediterraneo alla vigilia della battaglia di Lepanto.
Per epoca ed ambientazione, l’ultimo romanzo di Wu Ming si colloca a metà strada tra il lontano “Q” (a quei tempi il collettivo di scrittura si firmava “Luther Blissett”) e il recente “Manituana”, nel tentativo evidente di rendere esplicito un senso storico della modernità, illuminandone episodi talmente significativi da costituirne la contrazione allegorica. È questo percorso, e la filosofia della storia che lo sottende che fanno dei romanzi di Wu Ming qualcosa di più che pregevoli occasioni narrative: si tratta di finzioni letterarie che rivelano in filigrana, per chi sollevi e guardi in controluce, l’intento speculativo e l’operazione colta, senza che questo impedisca al lettore medio di abbandonarsi al romanzesco in quanto tale. È comunque anche alla luce di queste ambizioni di secondo livello che ognuno di essi va collocato e giudicato, il che proverò a fare. [...]
Diciamo subito che Altai è il migliore dei romanzi storici di Wu Ming. Avvincente e serrato nel ritmo narrativo, sontuoso nell’ambientazione e ferocemente carnale nell’umanità rappresentata, capace di restituire psicologie complesse che vanno ben oltre il puro e semplice “carattere” e splendidi personaggi femminili che incarnano il fulcro sapienziale della vicenda, ovvero il centro che catalizza gli eventi senza apertamente manifestarsi, quel “femminile” metafisico di cui la cultura femminista ha fatto scempio ma che il narratore di razza ritrova sulla sua strada una volta liberatosi da ipoteche ideologiche.
Del pari, l’elemento religioso vi è presente come l’anima segreta dell’agire politico e, a differenza di quanto accadeva in “Q”, la componente mistica e quella tradizionale- istituzionale del fenomeno religioso non vengono esibite come contraddittorie e incompatibili, il che faceva di quel romanzo un buon fumettone complottardo ma senza vera aderenza al dato antropologico, e quindi senza la profondità che la rappresentazione storica si merita. È vero che tutto questo veniva superato in “Manituana”, in cui la terza dimensione dello spirito dava sostanza e superava la sterile dialettica ideologica (colonialismo sì o no, globalismo sì o no, ateismo sì o no), ma qui la narrazione presentava qualche discontinuità e soprattutto l’inizio risentiva della mancanza di una focalizzazione decisiva su un protagonista, per rendere credibile la voce narrante.
Altai è un romanzo ben riuscito, dunque, ma il motivo per cui esso è un vero romanzo storico (per intenderci, qualcosa che è agli antipodi degli Aristotele o dei Dante detectives) va cercato più a fondo, e precisamente nella capacità che il romanzo storico ha di includere l’orizzonte intemporale dell’epos nella cronaca dei fatti narrati, i quali risulteranno non interamente assorbibili dal presente mobile e onnivoro del lettore, ma allusivi di ciò che nel futuro lo attende come un destino.
[...]
Che cosa c’è in comune tra “Q”, “Manituana” e “Altai”? In ognuno di essi si racconta di un’utopia sconfitta: la rivolta anabattista e il tentativo di fare della città di Munster una Gerusalemme celeste, la federazione irochese dilaniata dagli interessi contrastanti delle potenze coloniali, il sogno di fare di Cipro una patria per gli ebrei della diaspora e per i perseguitati di ogni dove. In tutti e tre i casi (ma con crescente maturità storica e letteraria) la componente mistica di queste tre visioni è crudelmente smentita dal trionfo della violenza e dall’immarcescibile efficacia del potere, e in questo si assolve compiutamente la vocazione della narrazione storico-romanzesca.
Eppure i conti non tornano, il gioco non è mai a somma zero. C’è un resto ineliminabile, ed è costituito dall’intemporale e dunque epica persistenza della visione di una comunità compiuta, sempre più consapevolmente trasposta nel futuro piuttosto che relegata all’eden di un passato immemoriale e, in Altai, garantita dalla sopravvivenza di un reduce che non mancherà di avere dei “figli spirituali”, eredi di null’altro patrimonio che quello della trascendenza. Trascendenza dell’epos sul romanzo, certo, ma anche, aggiungerei, trascendenza dello spirito sullo sfacelo della carne e sulle macerie fumanti della battaglia perduta, trascendenza dell’allegoria sulla nuda brutalità dei fatti, come un enigma ancora da decifrare eppure remotamente intuito, che reclama nuova comprensione. Per questo ogni conversione in realtà è un ritorno all’origine, e a venirci incontro da ciò che appare come futuro è il passato ancora inespresso, non l’eterno ritorno dell’uguale.
La fondazione da parte dei reduci di un disastro, cioè da parte dell’eroe sconfitto il cui archetipo occidentale è Enea, fa grande la nuova polis, purchè il dolore sappia farsi sacrificio e fecondità, purchè sia memore, purchè la fondazione sia un trapianto più che la pretesa della palingenesi totale. Se il tempo non è un girare a vuoto, qualcosa della città distrutta sopravvive nella nuova, come un tempo si custodiva la lievitina per dare vitalità ad ogni impasto nuovo, o come la vite trae origine dall’unico antico ceppo.
[...]
Ho bisogno di aggiungere che di questa letteratura abbiamo bisogno, non solo più di quanto serva al diletto dell’anima il puro e semplice intrattenimento, ma anche più del raffinato solipsismo minimalista che fa dei sommovimenti intestinali dell’io narrante la misura del mondo e delle cose?
Come ho scritto tempo fa, non mi era piaciuta la macchina situazional-promozionale con cui Luther Blissett-Wu Ming hanno annunciato al mondo la loro esistenza letteraria prima ancora di dimostrarla, ma alla resa dei conti devo ammettere che in questa impresa collettiva c’è molta sostanza, e oggi come oggi seguo con interesse quello che ne deriva: il loro è tra i pochi progetti letterari che realmente reclamino il futuro, nel desolante mordi-e-fuggi che è diventata la cultura in questo povero paese di vincitori senza dignità e di reduci che non hanno mai pagato il prezzo della sconfitta.
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Date: 30/11/2009
Time: 1:26 pm
La recensione di Valter è densa ed è il risultato di un suo dialogo con il libro. Si sono incontrati in uno spazio-tempo creato ex novo, Altai e Binaghi – Binaghi il convertito, per il quale Dio è voragine che ti si apre sotto i piedi; Binaghi il cattolico, il “tradizionalista” che lamenta la scomparsa del futuro, Binaghi in febbrile e autentica ricerca del trascendente, interlocutore spesso prezioso proprio per la radicale differenza tra le nostre impostazioni, differenza che rende tanto più rimarchevoli i momenti di convergenza.
Una prima osservazione: mi crea problemi la frase di Valter sui personaggi femminili e il presunto “femminile metafisico”. Credo che, mai come in questo romanzo, cotanto “femminile” sia nell’occhio di chi guarda. Nell’occhio di Valter sicuramente. Il Valter che si identifica con l’io narrante Cardoso. Non parlerei del “femminile”, che non a caso è un singolare maschile. Parlerei di donne. Metafisico, poi… Io non maneggio questi concetti. Per me Altai parla di donne, di come gli uomini che non pongono domande alle donne siano destinati a fallire miseramente. E così ne approfitto per rispondere a un’osservazione che faceva su questo blog Dalia, qualche giorno fa.
[QUI INIZIA LO SPOILER]
Il fallimento di Nasi avviene per diversi motivi: il primo è che la libertà non è mai una concessione dall’alto (il Sultano che ti offre un regno), ma una conquista dal basso; il secondo – e forse ancora più importante – gli uomini non possono operare alcuna trasformazione, se non la operano con loro anche le donne. Nessun progetto può fare a meno di metà (più della metà) dell’intelligenza collettiva disponibile. Nasi esclude le donne a priori. Morta l’unica donna che per lui contasse qualcosa, Gracia, non ha più pensato che le donne potessero dare un contributo. E questo lo fotte. A un certo punto dice che le donne non contano, contano (cantano) i cannoni. In un altro passaggio usa come sinonimo la parola “ingegno”, ma sta sempre parlando di cannoni. Di grandi cazzi, tanto per essere banale. E’ un “ingegno” tutto maschile. Così non si va da nessuna parte. Rileggendo il libro, ho constatato che i personaggi femminili messi in scena (quelli vivi, non quelli morti) fanno notare questa piccola, terribile verità. Cercano di avvisare i maschi. Che però non ascoltano, e si rendono conto troppo tardi.
Date: 30/11/2009
Time: 2:35 pm
Bellissima recensione. L’individuazione dei temi presenti nel romanzo fatta da Binaghi è molto puntuale e interessante, anche se ovviamente le conclusioni che ne trae sono incondivisibili, perché si muove da punti di vista sul mondo troppo distanti dal nostro.
Binaghi coglie nel segno quando dice che i nostri romanzi sono sì romanzi di sconfitte, ma soprattutto sono romanzi di sopravvivenze oltre le sconfitte, dove “c’è un resto ineliminabile, ed è costituito dall’intemporale e dunque epica persistenza della visione di una comunità compiuta, sempre più consapevolmente trasposta nel futuro piuttosto che relegata all’eden di un passato immemoriale”.
Questo è come dire che sono romanzi di speranza e non di disperazione o anestetizzazione etica post-moderna, ma ciò che Binaghi ne deduce è che la sopravvivenza è connessa alla trascendenza. Ecco questo non è vero. L’eredità dei reduci e dei figliocci putativi non è quella della fede, ma della speranza senza fede, che è la vera condizione post-cristiana, e che nei nostri romanzi ha a che fare con il calore terreno della specie – con lo spirito della Ginestra leopardiana – piuttosto che con la “trascendenza dello spirito sullo sfacelo della carne e sulle macerie fumanti della battaglia perduta”. Non è lo spirito che vince la carne, ma la vita stessa, che si perpetra nonostante lo sfacelo della storia e nonostante tutto, caparbiamente, si raggruma e si rigenera. Il vecchio Ismail infatti, privo del furore ateo della gioventù, non si converte, non torna all’origine. Ha al suo fianco un amico che si è dato il compito di convertirlo, ma che non ci riuscirà perché Ismail non ne ha bisogno (e questo lo sa anche Ali, lo ha capito, ma tiene la parte come solo gli amici devoti possono fare). Ismail è oltre la catastrofe e quando gli viene chiesto cosa gli resti, risponde indicando la sua insolita comunità di diversi e sopravvissuti. Ecco cosa resta: restiamo noi, ancora in piedi, ancora in cammino nella storia umana a dispetto di ogni sconfitta storica e di ogni palingenetica promessa di Parusia. Con un “nuovo fratello”, una nuova generazione, aggiunto alla compagnia di viandanti e accolto dalla comunità.
Anche sui personaggi femminili, c’è forse qualcosa da aggiungere a quanto fatto notare dal mio socio WM1. Condivido l’idea che incarnino “il fulcro sapienziale della vicenda, ovvero il centro che catalizza gli eventi senza apertamente manifestarsi” (bellissima osservazione). Tuttavia non alludono già a un “femminile metafisico”, che non esiste, bensì al femminino tangibile ovunque nella storia e nella vita: il principio vitale alternativo e insieme complementare a quello virile, combattuto dal potere maschile o – appunto – reso trascendente (quindi più innocuo) da un atto ideologico. E’ questa la Dea di cui parla Graves: una costante antropologica certo, un archetipo mitico, senz’altro, ma soprattutto una Musa ispiratrice che i poeti devono saper interrogare nel modo giusto, se vogliono cantare qualcosa di vero, al posto del solito ipocrita refrain “apollineo”. Chi agisce, chi sopravvive nella storia, come chi vuole narrarla, deve essere capace di fare lo stesso. Altrimenti è destinato a fallire o a trasformarsi nella propria stessa nemesi.
Date: 30/11/2009
Time: 3:59 pm
Le differenze restano, per carità, ma nello specifico si possono superare con una piccola declaratio terminorum.
Per femminile “metafisico” intendo probabilmente quello che voi chiamate “femminino”; un carattere archetipale, sovraindividuale, quello che mi permette di riconoscere nell’agire femminile una specie di “wu wei” (ciò che i taoisti definivano il non-agire dell’acqua contrapposto all’intervento brutale della pietra e del ferro) un far succedere le cose catalizzando e attraendo nella propria orbita piuttosto che imponendo.
Quanto alla trascendenza, ho spesso l’impressione che l’obiettivo polemico di certi atei sia lo stesso di spiritualisti come me: lo sbirro cosmico che sta a guardia del potere o il coperchio buono per qualsiasi pentola dell’onto-teologia occidentale, sono precisamente ciò da cui Cristo ci libera.
Date: 30/11/2009
Time: 4:16 pm
C’è un punto toccato da wuming 4 che ritengo importante, e che costituisce al momento il nucleo della mia riflessione sul romanzo appena scritto. Cosa sopravvive a una sconfitta apparente? C’è una dinamica di tipo cultuale, quasi religioso. E’ come il passaggio di generazione in generazione delle reliquie. E’ come il passaggio di un testimone, o di una torcia. Questo passaggio avviene, è avvenuto e avverrà, perchè è una cosa che i membri della specie fanno, almeno da quando l’alienazione e l’infelicità generata socialmente si sono prodotte, proprio come altri membri della specie cercano il nulla.
La speranza, a ben vedere, non è nient’altro che il corrispettivo speculare della paura. Questo quando è centrata su una visione contratta ed egoistica. Ma ci sono dinamiche, appunto, che ci oltrepassano, che ci attraversano, che sono oscure, incomprensibili, che sono la notte del mondo, il Reale illeggibile che muove le cose e che abbiamo però il dovere di indagare e comprendere. Quel che conta davvero ha a che fare assai di rado con i nostri casi, con il destino personale. Il punto è che la specie non ha scelta. O il cambiamento, che data la velocità delle dinamiche in corso deve essere simile a una palingenesi, o il nulla. Occorre un’apertura di credito, un moto collettivo di fiducia nell’umano, nel vivente, nell’organico. Sì, fiducia più che speranza. Le ultime pagine del romanzo, secondo me, significano questo. Non è tanto la storia in sfacelo ma la nostra capacità collettiva di lettura e prefigurazione.
Nel merito della recensione, credo che avvii una dialettica del limite positiva. Costringe all’uscita da se stessi, all’analisi, al confronto. Siamo fortunati ad avere simili interlocutori.
Date: 30/11/2009
Time: 6:28 pm
Fiducia è la parola. Perchè la speranza è troppo spesso incapsulata nella progettualità di un utopismo tirannico, che spregiando totalmente il presente umilia il soggetto medesimo, gli toglie le energie residue. Come potresti costruire futuro se non sei e non vali niente? E’ la trappola mortale di forme del pensiero che in qualche modo ripropongono la struttura della gnosi manichea.
Fiducia invece implica un minimo di continuità e di amore per quello che si è e si è stati, a dispetto di errori e miserie, e costringe ad un rapporto (critico quanto si vuole) con una tradizione, con una carne se preferite.
In questo momento il confronto ideologico con filosofie o confessioni religiose m’interessa pochissimo, perchè mi rendo conto che tutta l’autenticità del pensiero pubblico è assorbita dalla fedeltà alle parole più che alle cose, c’è in giro una gran voglia di arruolare ed escludere (che poi è lo stesso). Mi pare invece che la letteratura sia in grado di riattirarci verso i fenomeni, quando segue la sua vocazione autenticamente “immaginale”.
Poi c’è il fatto che alcuni scrittori oggi non possono più fingersi innocenti dal punto di vista filosofico: ci metto voi Wu Ming, ma mi ci metto anch’io. Impossibile non essere consapevoli del carattere allegorico che assume la poiesis, già al suo nascere. E’ una croce (quanto vorrei saper raccontare imprecando e pregando come un bardo dei tempi antichi!) ma anche un’opportunità. A chi scrive libri con altri libri su altri libri, sia opposta la potenza della visione, anche se il labbro trema nel raccontarla e il cuore trepida dell’uso che se ne potrà fare.
Date: 30/11/2009
Time: 6:58 pm
E’ vero. Fiducia. Fiducia nell’amore che si immette nel proprio opus, fiducia nel proprio fare, nelle relazioni che si costruiscono. Fiducia nello sbattimento, nel proprio farsi il mazzo. Non speranza: la speranza si è svilita, perché sempre più spesso poggia sul vacuo, riposta in una scommessa al buio, connessa a un affidarsi alla cieca sorte. La speranza ha tempi sempre più stretti, dura il tempo di una scarica d’adrenalina. Punto sul rosso, punto sul nero, scommetto sul tale cavallo, incrocio le dita ché forse mi han preso al Grande Fratello, Gratta-e-vinci, “Pergocrema-Cremonese?” “1″; “Carrarese – Pro Patria?” “X”. La speranza si è svilita, immiserita: aspetta e spera, campa cavallo. La fiducia no, mi dà ancora l’idea di un vincolo col fare, con le “buone opere”, col fondare.
Nel regalare i suoi dadi di pioppo ai suoi nuovi fratelli che non vedrà mai più, Manuel dice una cosa molto precisa: non gioco più d’azzardo.
Date: 30/11/2009
Time: 10:26 pm
Basta che ci intendiamo. Io ho parlato di “speranza senza fede”, voi dite fiducia. Fiducia nel cambiamento, fiducia nella sopravvivenza, fiducia nel proprio fare insieme agli altri, etc. ok.
La speranza è una virtù cristiana, è la fede nella grazia e nella misericordia divina; ma potrebbe essere traslata anche in un contesto non religioso come fede nella necessità storica, quella che – Binaghi dixit – ha prodotto l’utopismo tirannico. Per questo ho tolto la “fede”, per significare una speranza senza garanzie, una speranza immanente, ovvero una residua fiducia – come dite voi – nelle possibilità e nella natura umana, senza promesse di mezzo.
Date: 01/12/2009
Time: 10:27 am
Rimane uno scarto, una differenza, una diversa enfasi, qualcosa che non riesce a convincermi nel discorso su femminile e femminino. Non sono per niente sicuro che ci riferiamo alla stessa cosa, per questo continuo a preferire l’espressione plurale, immanente, terra-terra: le donne. Come diceva WM4, portare il discorso sul trascendente (IL femminile) è spesso un’operazione ideologica dei maschi, per rendere innocua la minaccia (immanente, tangibile) al loro potere da parte delle donne, donne come soggetti concreti, da tenere a bada. Non è forse il “femminile” un dispositivo che serve a ri-produrre la donna come soggetto meno minaccioso?
Dopodiché, Valter, mi rendo conto che ne stavi parlando en passant, ma la frase sulle femministe è generica, troppo “‘ndo cojo cojo”. Se ciò di cui hanno fatto scempio è quella sorta di wu wei – quella costante comportamentale e “strategica”, quell’essere come l’acqua che muta forma e si adatta agli spazi vuoti – che tu ritrovi nell’agire delle donne e che mette in scacco l’insensato attivismo da criceti nella ruota così frequente tra noi maschi, vorrei capire quali femministe ne abbiano fatto scempio e come, e se stiamo parlando del movimento reale o della parodia che ne viene fatta da trent’anni a questa parte…
Ma forse ci stiamo allontanando troppo dal romanzo…
Date: 01/12/2009
Time: 1:46 pm
In effetti ci allontaniamo. Dico solo che se il femminismo fosse stato abitato esclusivamente da pulsioni realmente alternative, e non anche da pura e semplice volontà di redistribuzione di un potere in sè onnivoro e deprecabile, avrebbe fatto argine al fica power dilagante degli ultimi anni, cioè all’utilizzo del corpo femminile come specchietto per le allodole della nuova babilonia dei consumi.
Quanto alla tua resistenza a “dispositivi” che sono in realtà concetti, dico che il nominalismo e l’empirismo di matrice anglosassone in genere sono una zavorra di cui il saggio dovrà prima o poi liberarsi, come ha fatto degli idoli platonici.
Date: 01/12/2009
Time: 2:09 pm
Appunto, Valter, “anche”. Il tuo uso di quest’avverbio (che mancava nella tua affermazione precedente) cosa indica? Che quel movimento era animato da tensioni diverse, spinte diverse, pratiche diverse. Però questa sua diversità e molteplicità oggi è stata rimossa, la caricatura che ne viene fatta riduce tutto a uno stereotipo, quello della militante sciamannata e isterica (come se la rivolta contro un’oppressione millenaria fosse una questione di bon ton e senso della misura: e allora gli afroamericani? Non erano “isterici”, dal punto di vista di un segregazionista bianco?).
Sulla questione del dispositivo, la questione è più semplice di come la metti giù, l’empirismo anglosassone qui c’entra poco: per “dispositivo” intendevo un insieme di pratiche, di meccanismi, di automatismi sociali, di gerarchizzazioni che vengono giustificate dal concetto di “femminile”, per cui esisterebbero lavori più “femminili” di altri, ambiti più “femminili” di altri etc. Questo dispositivo funziona ogni giorno a pieno regime, grazie a rimozioni che ce lo fanno apparire “naturale”, ad esempio noi non vediamo il lavoro “invisibile” della casalinga, e così la baracca sociale sta in piedi grazie a un’immensa mole di lavoro non retribuito e che pure lavoro è, anche più duro di molti altri (retribuiti).
Io il vagheggiamento da parte del maschio di un Femminile trascendente, originario, “puro”, principio essenziale e metafisico che le donne reali avrebbero “tradito” in nome del mondano, lo interpreto come un crearsi la Donna ideale (astratta) per lenire il dolore, compensare la difficoltà, non dover affrontare la fatica e la frustrazione del rapportarsi con le donne reali (concrete). Sia chiaro che non parlo di te, il discorso è generale e riguarda tutti noi. Siamo sempre tentati di confrontare le donne della nostra vita con la Sacerdotessa, la Madre, queste figure idealtipiche che abbiamo in mente, e ovviamente il confronto è sfavorevole, perché è truccato. Quelle figure non esistono! Sono stereotipi, prima che archetipi. E poi io la penso come Furio Jesi: non sono archetipici i singoli enti, ma le connessioni tra gli enti. Ad esempio, è archetipica quest’immagine del wu wei, dell’essere come l’acqua, infatti quella parte del tuo discorso mi piace. Non mi piace quando fai coincidere quel wu wei con una specie di essenza della femminilità che i movimenti femministi avrebbero ripudiato.
Date: 01/12/2009
Time: 5:06 pm
fica power what? OMG!!!
Pasolini già negli anni ‘70, col suo sguardo chiaroveggente la chiamava “omologazione”…Ma torniamo al romanzo, ci siamo allontanati troppo!
Il mio personaggio femminile preferito è (ovviamente! :-D ) Mukhtar dagli occhi di miele, silenziosa e felina, che tutto vede senza quasi essere vista, e all’occorrenza fa roteare le sue lame micidiali.
Poi c’è la madre di Manuel, che partorisce e cresce il figlio senza l’aiuto di un compagno. La prima viene spesso scambiata per un uomo, la seconda rinuncia alla rispettabilità di moglie e ne porta tutte le conseguenze.
Le altre (Arianna, Nada, Reyna, Bula, Esther, Nurbanu) accettano di portare sulle spalle il loro pesante karma e di tramare nell’ombra, dietro ad una grata, al fianco di un uomo che crede di conoscerle.
O di qua, o di là. Per sempre incomplete e private di una parte di se stesse. L’equilibrio tra lo yin e lo yang non è (ancora) di questo mondo.
Date: 01/12/2009
Time: 5:15 pm
Nota per i non avvezzi a come si scrive in rete: quando Dalia scrive OMG intende: “Oh, my god!” :)
Date: 01/12/2009
Time: 5:21 pm
Sulla sconfitta in Altai, è appena apparsa una lunga recensione (non meno densa di quella di Valter, e non meno “spoilerosa”, ATTENZIONE) di un personaggio milanese dai mille pseudonimi, che si veste come un fan dei Burzum (questa l’ho rubata a Karletto del Pacì Paciana di Bergamo) ed è il 50% della coppia di narratori Blackswift. Aveva già scritto una lunga riflessione su Stella del mattino, ora si interroga su sconfitta, futuro, eroi ed epica in Altai:
http://nero.noblogs.org/post/2009/12/01/altai-wuming-crepuscolo-eroi-crepuscolo-epica
Date: 01/12/2009
Time: 9:16 pm
Recensione più attenta, lucida e mirata non poteva esserci.
Se consentite non credo che questo sia il primo libro in cui le donne si mostrano nella loro necessità vitale. Forse il più dichiarato ma non l’unico. In Manituana Molly ed Esther sono fondamentali al prolungamento ed alla rinascita di una terra dove vivere. I vari guerrieri che si scontrano per tutto il libro non potrebbero nulla senza di loro. Anche in Q le donne (per quanto in secondo piano) danno forza a chi sta loro accanto. Certo, le si vede di sfuggita e quasi non le si sente parlare (purtroppo) ma senza la loro presenza gli avvenimenti sarebbero stati ben diversi (Gert ce l’avrebbe sempre fatta a riprendersi? forse che sì, forse che no). Per quanto riguarda il discorso sul femminile concordo sulla differenza di WM1 tra archetipo e stereotipo ma proprio per questo non bisogna sottovalutare la soppressione di tale forza archetipica a cui stiamo assistendo. Ogni persona in sè tiene diversi gradi di femminile e maschile (come ha approfondito in maniera più precisa Jung), ma in questo momento stiamo assistendo ad un’androginizzazione della donna preoccupante (anche sui tratti ritenuti erotici).
Tornando al libro, non sento di poter aggiungere altro rispetto a quanto già detto in precenza o in altri luoghi o da quanto ho potuto apprezzare nel link precedente, in particolare riguardo all’evoluzione che il vostro linguaggio assume da un romanzo all’altro. Concordo con Dalia sulla figura di Mukhtar, meravigliosa “donna selvaggia”, totalmente in linea con la femminilità.
Date: 01/12/2009
Time: 9:16 pm
Roberto, grazie per il link.
Vedrò di tenere d’occhio il post per dibattere :)
Date: 01/12/2009
Time: 9:18 pm
Tanto per mettere a parte tutti di un pezzo di discorso fatto con Roberto via mail io invece ho avuto una pessima sensazione dal personaggio di Reyna: cioé l’ho proprio inquadrata come una vixen anche un po’ “stilizzata” più che come un personaggio di salvezza. Sarò bacato io! :)
Date: 01/12/2009
Time: 10:31 pm
Sono contento che Mukhtar incontri il favore di chi legge. Mi sento molto legato ai due gemelli marziali, e specialmente alla componente femminile di quello che, in fondo, è un unico personaggio. Nella tradizione marziale del Kerala esistono davvero donne detentrici del più alto livello tecnico e spirituale. Per la verità l’ambito è hindu -esistono poemi epici in lingua malayalam che hanno al centro proprio figure di donne guerriere. Ma anche le comunità musulmane dell’area praticano la stessa arte marziale, che in questo caso è collegata alle confraternite sufi. Quindi c’è una forzatura, ma relativamente plausibile.
Mukhtar esemplifica una possibilità del femminino che la nostra cultura storicamente tende a rimuovere. E’ significativo che la comunità che si muove attorno e con Ismael comprenda un lato del femminile negato, obliterato, ritenuto sommamente pericoloso: una figura che incarna la negazione del monopolio maschile della violenza organizzata socialmente. E’ materia per un ulteriore riflessione.
Date: 01/12/2009
Time: 11:38 pm
Jeanne d’Arc?
Date: 01/12/2009
Time: 11:51 pm
Mi discosto di poco dall’argomento principale solo per fare una domanda che mi è venuta recentemente. I vostri libri spesso parlano di sconfitte e rivoluzioni sociali e leggendo tutte queste argomentazioni sul ‘femminile’ e questa interessante parentesi sul mondo orientale, mi chiedevo se sarà mai possibile vedervi cimentare su un libro che tratti di una rivoluzione nel mondo asiatico. Paesi come l’India, la Cina o il Giappone hanno un concetto particolare della donna (forse anche differente dal nostro) e hanno vissuto una storia piuttosto densa. Chissà se non ci ritroveremo tra gli scaffali qualcosa che ammicchi a Emilio Salgari o a Eiji Yoshikawa…? :)
(perdonate il breve ot)
Date: 01/12/2009
Time: 11:55 pm
Credo che Mukhtar funzioni proprio perché non è sessuata, una sorta di monaca guerriera bambina. E’ figlia putativa di Ismail e figlia spirituale di Ali, quindi appunto in un certo senso “infantile”. In questo modo non combacia propriamente con la figura tipica della donna guerriera, la valchiria, l’amazzone, che ancora soddisfa uno stereotipo erotico maschile (vedi le Cronache del mondo emerso della Troisi). E non combacia nemmeno con la Pulzella di Orleans, mi dispiace, perché non è mossa da alcuna allucinazione mistica, anzi, è paradossalmente una ragazza gentile quanto micidiale (senz’altro molto orientale).
Su Reyna non condivido affatto il giudizio frettoloso e sprezzante dato sopra. Non capire Reyna è ciò che porta alla rovina Yossef Nasi e con lui lo stesso protagonista di Altai. Reyna è una stronza, non ci piove, riesce perfino a essere odiosa, ma perché è un concentrato di sofferenza accumulata nel corso del tempo. A pensarci bene quello che lei pensa è esattamente quello che pensava sua madre Gracia: ciò che mina alla base la realizzazione dell’utopia è la pretesa di edificarla sul sacrificio umano. Ecco, Reyna è la prima ad essere stata sacrificata, prima dei cinquantamila soldati turchi, e di tutti quelli sprofondati nelle acque di Lepanto (che poi di Lepanto non erano). Lei dunque ne parla a buon diritto. Parla dell’eroismo virile che pretende di spianare le montagne e non si accorge di quanto si disumanizza, di quanta hybris accumula, mentre lo fa.
@ nero: consiglio un esercizio di rilettura mirata. Reyna ha pochissime battute nel romanzo, ma se le rileggi tutte in fila ti renderai conto di quanto sia dolente e perfino – a modo suo – perversamente saggia.
Date: 02/12/2009
Time: 12:05 am
Su Giovanna d’Arco, forse OT: consiglio di (ri)vedere la fenomenale sequenza del film di Besson in cui l’emissario misterioso (interpretato da Dustin Hoffman) costringe la pulzella a mettere in fila e riesaminare tutti i presunti “segni” divini che compongono la sua “chiamata”. Alla fine del riesame, le dimostra che si è immaginata tutto quanto, che non c’è stata alcuna chiamata, che è stata solo l’arroganza a convincerla di essere uno strumento nelle mani di Dio, il quale non ha mai pensato di affidarle alcun compito.
- The sword! The sword in the field! That was a sign!
- No. That was a sword. In a field.
Su YouTube, qui, in inglese con sottotitoli inglesi:
http://www.youtube.com/watch?v=Gf7YSlJReVM
Date: 02/12/2009
Time: 12:07 am
@ Derf
E’ che più ti sposti a est e più si rischia la puttanata esotica, “orientalista” e quindi eurocentrica. Hai presente L’ultimo samurai di Edward Zwick, con Tom Cruise? :-P
Date: 02/12/2009
Time: 1:40 am
@ ub
va bene essere modesti, per carità, ma potevi anche segnalare la tua, di recensione, guarda che non ti avrebbe criticato nessuno! E invece hai scritto che non avevi niente da aggiungere etc. ;-)
http://narrativeinfo.blogspot.com/2009/12/altai-di-wu-ming.html
Date: 02/12/2009
Time: 3:09 am
Ecco, dove Giovanna d’Arco diventa imbarazzante il romanziere si fa puntellare dall’ideologo (che brutto film, tra parentesi!). E’ qui che avverto limiti, preoccupazioni che nuocciono alla libertà del simbolo, e quindi alla comprensione. Ma questa storia del femminile tutto parlato da maschi diventa stucchevole. Per me l’ultima parola sull’ardomento l’ha scritta Illich: “Il sesso e il genere”, libro ovviamente introvabile.
Date: 02/12/2009
Time: 9:50 am
Non si capisce perché rigettare il fanatismo religioso e la ricerca del martirio debba essere un atto ideologico dovuto all’imbarazzo. A me sembra un atteggiamento intellettualmente e moralmente sano. La libertà del simbolo? Rispetto a cosa? A chi? I simboli vengono interpretati, esistono perché esistiamo noi che li leggiamo e appunto attribuiamo loro un significato.
Sull’assenza di voci femminili nel dibattito sono evidentemente d’accordo, quindi anch’io mi taccio, per il momento. Ma sono fiducioso che la questione tornerà a emergere su questo blog.
Date: 02/12/2009
Time: 10:14 am
@ wu ming1 “E’ che più ti sposti a est e più si rischia la puttanata esotica, “orientalista” e quindi eurocentrica. Hai presente L’ultimo samurai di Edward Zwick, con Tom Cruise?”.
In realtà anche a me piacerebbe, prima o poi, leggere un romanzo di Wu Ming ancora “più a est” e ho pure in mente un’idea precisa: *La rivolta dei boxer*. Tra l’altro esistono sull’argomento 2 fonti interessanti, 2 testimoni: il reportage di Pierre Loti e le fotografie del medico modenese Giuseppe Messerotti Benvenuti.
Sono sicura che in tal caso sareste perfettamente in grado di baipassare l’approccio “orientalista” tanto più che Wu Ming 4 conosce a memoria il saggio di E. Said: insomma, avete gli anticorpi!
Date: 02/12/2009
Time: 10:26 am
@WM1 infatti non avevo nulla da aggiungere, non mi piaceva l’idea di pubblicizzare il link (ma grazie comunque per avermi assolto dal problema ;) ) e volevo concentrarmi maggiormente sul dibattito qui presente.
@WM4 concordo sulla necessità di aspettare apporti femminili al dibattito e non parlare da soli punti di vista testosteronici (per quanto aperti).
Date: 02/12/2009
Time: 10:59 am
Valter, è giusto che il fanatismo sia imbarazzante. Non credo che tu intenda la fede come la intendeva Giovanna d’Arco (o Jan di Leida, se è per questo). Di Munster e di roghi e di fatwahs ne abbiamo viste troppe.
Sull’altra questione: appunto, la mia impressione è che a molte donne freghi ben poco di questo “femminile” che è troppo spesso una proiezione di noi maschi, e di cui ci preoccupiamo principalmente noi maschi. E’ come un congresso sulla “negritudine” in cui vi siano solo conferenzieri bianchi. Il dibattito sul “femminile” mi ricorda i resoconti di certi antropologi vittoriani.
Date: 02/12/2009
Time: 11:02 am
@ Anna Luisa
mi viene in mente un aneddoto poco conosciuto: non proprio sulla rivolta dei boxer, ma sulla concessione territoriale che l’Italia ebbe in Cina dopo aver contribuito (minimamente) alla repressione, scrivemmo un soggetto cinematografico nel 2000, si intitolava “Tu bene!” (la traduzione letterale di “Ni hao”, che in cinese vuol dire ciao). Lo facemmo circolare per case di produzione, lo lessero diversi registi etc., ma non convinse nessuno e tornò nel cassetto, dove tuttora langue, e sono convinto che se lo rileggessi oggi lo troverei decisamente… imbarazzante.
Date: 02/12/2009
Time: 11:16 am
@ Anna Luisa
Sarebbe interessante la rivolta dei Taiping, che infiammò il sud della Cina negli anni ‘50 e ‘60 dell’ottocento. Un cristianesimo mutante, egualitarista, guidato da un personaggio, Hong Xiuquan, che si proclamava “fratello minore di Gesù Cristo”.
Date: 02/12/2009
Time: 11:16 am
@wu ming1 “la concessione territoriale che l’Italia ebbe in Cina dopo aver contribuito (minimamente) alla repressione”.
Ti riferisci a quello scampolo di palude che l’Italia ottenne in cambio, vero? ;-))
“sono convinto che se lo rileggessi oggi lo troverei decisamente… imbarazzante.”
Beh era anche il 2000, la vostra scrittura è nel frattempo cambiata, no?
Date: 02/12/2009
Time: 11:24 am
@Wu ming5 “Sarebbe interessante la rivolta dei Taiping, che infiammò il sud della Cina negli anni ‘50 e ‘60 dell’ottocento. Un cristianesimo mutante, egualitarista, guidato da un personaggio, Hong Xiuquan, che si proclamava “fratello minore di Gesù Cristo”.
Sì,la conosco ed era la seconda alternativa che vi avrei proposto. Guarda, secondo me dovreste DAVVERO pensarci!
Riguardo alla “Rivolta dei boxer”, non è pazzesco il fatto che quella rivolta sia ricordata con quel nome, con un riferimento alla boxe occidentale (ovviamente non praticata dai ribelli…) non trovi?
Date: 02/12/2009
Time: 12:13 pm
Sui personaggi femminili: premesso che non ho ancora finito Altai (mi mancano una trentina di pagine e non riuscirò di sicuro a terminarle per la presentazione di questa sera a Bologna) ecco, per me non esiste alcuna “questione figure femminili “ nei vostri romanzi, si tratta piuttosto di una sorta di leggenda metropolitana nata ai tempi di Q e poi reiterata, il cui banalissimo meccanismo di base è “ il collettivo è composto da soli uomini ergo le figure femminili sono mal costruite”. Una cosa simile è successa pure ai Kai Zen (4 scrittori di sesso maschile); anni fa mi raccontarono, a tale proposito, un divertente aneddoto accaduto alla presentazione di un loro libro: una ragazza tra il pubblico si alzò e disse “non ho letto il vostro romanzo, ma a parer mio i personaggi femminili sono pessimi” !!
In realtà, nell’arco di 10 anni (dal ’99 al 2009) è la vostra scrittura che è migliorata e di conseguenza ANCHE le figure femminili: più complesse, meno bidimensionali.
L’unica critica che posso muovere a Q, riguarda certe “sviolinate” sulle donne che comparivano qui e là in alcuni passaggi del libro. Erano piuttosto fastidiose; questa cosa venne notata anche da una giapster che all’epoca vi scrisse: nei vecchi archivi di Giap dovrebbe ancora esserci la sua lettera pubblicata.
Piuttosto, se fossi in voi, mi preoccuperei di un altro aspetto: l’incapacità di descrivere… l’amore omosessuale tra due uomini! Sono passati 10 anni da Q ed è un tabù che non siete ancora riusciti a infrangere ;-))
Date: 02/12/2009
Time: 12:21 pm
Be’, io almeno ci ho provato in Stella del Mattino… i protagonisti sono quasi tutti gay repressi. Magari non ho colto nel segno, ma lo sforzo c’è stato!
Date: 02/12/2009
Time: 12:26 pm
Ma per “descrivere l’amore omosessuale” intendi proprio l’amplesso? Sull’amore omosessuale, abbiamo scelto di rimanere molto tenui e delicati: l’amore è nella devozione di David Gomez per il suo vecchio amante, devozione che diventa struggimento quando lo vede soffrire per un altro uomo; nell’affetto di Nasi per Manuel c’è qualcosa di più del rapporto leader-delfino, qualcosa che però rimane latente, inespresso, e crea una sottile tensione… Almeno questa è l’impressione che ho rileggendo. Ad ogni modo, non volevamo calcare la mano, non abbiamo il piede sicuro su quel terreno, rischiavamo di scrivere un remake orientalista de “Il vizietto”…
Date: 02/12/2009
Time: 12:38 pm
Concordo pienamente. Mi pare che abbiate spesso, se non sempre, scelto di non focalizzarvi su scene erotiche e su minuziose descrizioni di rapporti che, tra le righe, riescono comunque a mostrarsi ed evidenziarsi. Non so quanta importanza vogliate dare all’approfondimento o al risalto di quelle tematiche (in fondo non si può essere dappertutto).
Anna Luisa, non è che, vista l’intensità con cui ci fanno sentire i personaggi, ti sei trovata nella situazione di voler sapere più di quanto detto? A me capita spesso, i vostri lavori mi lasciano sempre con una malinconia dovuta al non poter saper di più. La cosa è un po’ frustrante ma è anche il bello della letteratura. Che ne dite? ;)
Date: 02/12/2009
Time: 12:43 pm
@Wu ming1 Beh, la mia era una critica semiseria. No, no non mi riferivo affatto a descrizioni di amplessi, per carità. Trovo tuttavia che in Altai, anche rispetto a Q, il rapporto Gomez/Nasi sia davvero solo accennato, molto vago. Però occhio, io devo ancora terminare la lettura.
@wu ming 4 Federico, hai ragione. Io però mi riferivo all’evoluzione Q/Altai. Stavo parlando delle connessioni tra i 2 romanzi.
Date: 02/12/2009
Time: 1:44 pm
@ Anna Luisa: il difetto di Q è che le “sviolinate”, come le chiami tu, fanno parte dell’impostazione stessa dei personaggi femminili. Li abbiamo messi sulla pagina con la preoccupazione di dimostrare qualcosa, e cioè che in fondo, pur avendo scritto un romanzo “al maschile”, non eravamo 4 biechi maschilisti, ma anzi ammiravamo ora la forza, ora la malìa, ora la dolcezza delle donne. E’ stata questa goffa azione preventiva, sorta di “excusatio non petita”, a farci ricadere mani e piedi nello stereotipo, Non era solo immaturità di scrittura. Era anche immaturità di cervello, c’è poco da fare.
Date: 02/12/2009
Time: 2:25 pm
@Anna Luisa, brava, hai accennato a un argomento che mi è girato per la testa subito, l’amore omosessuale. Adesso non so ancora dire come mai mi è venuto in mente leggendo i commenti che si stanno succedendo sull’argomento del ‘femminile’, ma perchè ci abbiamo pensato? E’ un caso?
Stella del mattino mi è sembrato in equilibrio perfetto su questo tema e non solo. Ma lì c’era un motivo contingente per affrontare l’argomento.
Per ora, personalmente, ho amato molto Dana e Mukhtar.
Per ora stop :-)
Date: 02/12/2009
Time: 2:35 pm
Paola, anch’io ho amato molto Dana:la descrizione della sua partenza per me è una pagina riuscitissima e proprio tu, se ricordo bene, in uno dei tuoi commenti (nei giorni scorsi) hai citato uno dei miei passi preferiti.
Date: 02/12/2009
Time: 2:50 pm
Sì, appunto. quell’atto così concreto di mettersi il vestito più bello, anche se la ragione viene suggerita dalla riflessione/spiegazione di Manuel, mi ha colpito molto! E anche il ‘giardinetto’ riprodotto altrove…sto cercando di capire meglio. Vabbè, vedremo se le impressioni porteranno una riflessione intellegibile. Ciao
Date: 02/12/2009
Time: 3:02 pm
Sì Paola, parlavo proprio del dettaglio del vestito, mi ha colpito molto.
Sul giardinetto: sfondi una porta aperta visto che pratico il giardinaggio in tutte le sue forme(o quasi). Prima o poi mi comprerò un carrubo :-)
Date: 02/12/2009
Time: 3:21 pm
Fantastico, Anna Luisa!
Visto il femminile all’opera ragazzi? ;-)
Poi torniamo serie… perdonate l’OT, se c’è.
Date: 02/12/2009
Time: 3:51 pm
Ho finito il libro stanotte, e adesso che ho letto anche l’ultima pagina, fatico a capire i termini della discussione maschile vs. femminile. è chiaro che la prospettiva dominante è quella del personaggio maschile: ma è uno sguardo, non una prospettiva psicologica. Se non fosse scritto in I persona, direi che è una narrazione esteriorizzata (ed è questo che la rende epica) La mutazione interiore di Manuel/Emanuele è descritta come un fatto, è il rovesciarsi di un guanto, la rivelazione di una realtà a due facce: è nelle cose, senza contorcimenti psicologici. Tutti gli altri personaggi esistono dall’esterno, per ciò che fanno o dicono, quindi non mi pare che dispieghino modi di essere “maschile o “femminile” in astratto. ll maschile è nella scrittura, semmai, ci sono cose che una donna non avrebbe mai scritto in quel modo, ed è normale così. Del resto, se si scrive un “io” e lo si ambienta nel XVI secolo, bisogna rispettare dei confini ben precisi.
Poi secondo me in questo romanzo (e non solo qui) i personaggi agiscono come ruoli, o come “spie”: inteso come posizione-informazione-segnale in un contesto più vasto. Figure, con tutto quel che ne deriva. E` questo che permette alle situazioni di inscriversi in una narrazione allegorica (perché nella filigrana di un libro che si apre con un attentato e si svolge attorno al sogno di uno stato ebraico visto come “approdo per i fuggiaschi, e fondato sulla tolleranza vs. il militarismo, di allegorie se ne colgono parecchie, magari non a chiave ma ce ne sono).
Avrei anche una domanda per gli autori, ma solo se avete voglia di rispondere: avevate in mente la storia di Leo Africanus, scrivendo? Ho trovato moltissimi echi di tutta quella vicenda e quel che ne consegue.
vf
Date: 03/12/2009
Time: 9:38 am
Proviamo a tornare all’origine della questione, almeno su uno dei versanti che ci interessa di più. Sui personaggi femminili di wu ming non c’è solo una questione politica, che pure è importante. Il punto è che i personaggi femminili di wu ming rischiano (o rischiavano) di essere irrealistici, stucchevoli, appendici o escrescenze dei protagonisti maschili eccetera. E’ quindi un problema in senso stretto tecnico: se mancano personaggi femminili forti e credibili, l’equilibrio del romanzo ne risente. Lo sforzo del collettivo va in questa direzione. Per ora abbiamo fatto dei passi avanti; siamo passati dallo stereotipo/proiezione a una dimensione archetipica. In Altai ci sono in gioco diversi aspetti di quello che una prospettiva in senso lato idealistico designa con il termine “il femminino” e una prospettiva materialista designa con il nome comune “donne”. C’è una figura che si situa sull’asse archetipico generazione-liberazione-sviluppo-frutto, solo che è ritratta negli ultimi giorni di vita. Questo è un dato interessante, che meriterebbe di per se una riflessione. C’è una figura che oscilla tra le polarità del trattenere-catturare e quelle di privazione-rifiuto. C’è Mukhtar, esempio di quello che uno jungiano à la Erich Neumann chiamerebbe “carattere trasformatore positivo”, un paradossale personaggio estatico.
Abbiamo fatto dei passi avanti. Quello che ci attende in futuro secondo me è un personaggio femminile che abbia aspetti miserevoli, desolanti o squallidi, che sia una persona cioè come me e come tutti noi, e che però sia a tutti gli effetti un’eroina.
Date: 03/12/2009
Time: 10:47 am
@Anna Luisa e Paola:
grazie di avere sollevato il tema dell’amore omosessuale – era venuto in mente anche a me.
Spezzo una lancia per WM, c’era una bella e toccante e inusuale storia tra due poliziotti in “Previsioni del tempo” che uscì nel 2008 nella collana VerdeNero.
@WM poi naturalmente vi dovrete cimentare con una storia d’amore tra due donne :-))))
Date: 03/12/2009
Time: 12:40 pm
Anche ieri sera, alla presentazione bolognese, in una domanda è stato detto: “Nelle vostre storie non c’è spazio per le donne”.
A parte i libri di cui abbiamo già discusso, io vorrei far notare che:
- la protagonista del mio racconto “Arzèstula” è una donna.
- il personaggio principale del nostro racconto “Momodou” è una donna africana, del Gambia.
- la protagonista (sui generis, comunque protagonista) del mio romanzo solista “New Thing” è una donna, Sonia Langmut.
Insomma, non è che forse *noi* siamo andati un po’ avanti, o almeno è da un bel pezzo che ci stiamo provando, mentre sono i lettori (alcuni lettori) che si muovono un po’ più lenti? Non è che forse ha ragione Anna Luisa, e che al di là dei nostri limiti (reali, evidenti), in fondo scontiamo anche il perpetuarsi di un cliché? :-/
Date: 03/12/2009
Time: 1:23 pm
Ma no, è che la maggior parte dei lettori non ha letto i racconti sparsi e magari ha letto poco anche i solisti. Rispetto a Sonia Langmut, lasciati dire che la tua era una trovata geniale per inserire un personaggio femminile nel romanzo senza mai tenerlo in scena o dargli una voce propria. Essendo Sonia l’enigma su cui si indagava, e rimanendo l’enigma irrisolto (mentre il caso poliziesco si risolveva), è chiaro che sei riuscito ad aggirare con estro la faccenda. Io ad esempio il problema non me lo sono neanche posto nel mio romanzo solista: ho deciso di raccontare amicizie/amori virili e i personaggi femminili sono sì importanti, ma sempre in subordine ai protagonisti maschi.
La questione è un’altra. Io credo che nei romanzi collettivi abbiamo fatto evidenti passi avanti. La filiera Beatriz-Angela-Molly/Esther-Dana/Reyna segna uno sviluppo innegabile. Chi non se ne accorge ha dei limiti propri.
Dopodiché la nostra è una letteratura al maschile e le donne che vi compaiono sono spesso e volentieri viste da occhi maschili, ma questo non può e non deve essere una “colpa” per nessuno. L’importante per me è riuscire a non svicolare, a non prendere scorciatoie semplici, a non riprodurre luoghi comuni, ovvero a sondare anche l’altra metà del cielo nella sua interrelazione complessa con la nostra metà.
Date: 03/12/2009
Time: 1:34 pm
Nel momento in cui viene recapitato il doppio cd con i file audio, la voce di Sonia comincia a sentirsi, però è vero, lei rimane un enigma, la voce è staccata dal soggetto, separata nello spazio e nel tempo. Su Stella del mattino: i personaggi femminili sono importanti sì, e in almeno un caso è qualcosa in più di un “subordine”: a Nancy Nicholson è affidato il compito di – per usare un’espressione che c’è pure in Altai – riportare bruscamente a terra i castelli in aria. Comunque, per il prossimo episodio del Trittico Atlantico propongo una storia d’amore tra due donne nella Londra del 1773 :)
Date: 03/12/2009
Time: 4:03 pm
Ecco, per esempio, in riferimento ad “Arzèstula”.
Credo di essere una lettrice abbastanza attenta, ma mi ci sono voluti un paio di paragrafi per capire che il narratore era una narratrice. Forse è la mia mente a essere stereotipata, ma quella scrittura chiamava una voce maschile. E andando avanti nella lettura, c’è stato un punto in cui ho pensato “non funziona, una donna non avrebbe mai scritto questa frase”. (Sono a casa con l’influenza e non voglio attraversare la città per andare a prendere il libro in biblioteca, ma quando mi ripiglio trovo anche il pezzo). Non era una questione di contenuti (la pornografia, se non ricordo male), ma di sintassi, di oggettivazione, di percezione.
Nel finale l’effetto era curioso, perché non era una voce ne’ maschile né femminile, forse era una voce post, magari quell’effetto (data la tematica del racconto) era voluto. Un sesso postumo per una narrazione postuma?
Sicuramente certi lettori leggono poco, ma forse il “maschile” che si percepisce con tanta insistenza c’è davvero: nella scrittura, non nella trama o nei personaggi. Per me, ad esempio, in “Manituana” era così. In “Altai” il maschile diventa neutro, e questo è un grande salto di qualità.
Tutto questo, però, non vuol dire né che i personaggi femminili siano degli stereotipi (tutt’altro) né che le donne non abbiano uno spazio nella vostra narrazione storica. Quello spazio c’é, evidentissimo: è lo spazio dell’utopia, un’utopia declinata al particolare e non come sogno universale. Un’utopia dei corpi e delle relazioni.
Date: 03/12/2009
Time: 4:37 pm
@ valentina
Questo rilievo sulla voce narrante lo trovo molto pertinente. Non è impossibile dare voce all’altro genere: l’ultimo romanzo di Letizia Muratori (Il Giorno dell’Indipendenza) ha come io narrante un uomo ed è perfettamente credibile. In questo senso è uno stimolo per mettersi alla prova e spingere ancora più lontano il proprio limite. E’ anche vero però, come sottolinei, che questo ha poco a che fare con il peso specifico del femminile e delle donne nella nostra produzione.
wm5
Date: 03/12/2009
Time: 4:38 pm
“magari quell’effetto (data la tematica del racconto) era voluto. Un sesso postumo per una narrazione postuma?”
Ehm, no, non era voluto. Se hai provato quella sensazione, e se altre l’hanno provata, è un difetto di scrittura. Forse quel punto è fin dove riesco ad arrivare, almeno per il momento. Ma continuerò a sforzarmi, non mi sentirò davvero uno scrittore finché non riuscirò a rendere credibile un io narrante femminile. Certo, in Arzèstula la sfida era difficile: una donna di mezza età, in menopausa, in un futuro post-catastrofe, a cui ho consegnato elementi della mia infanzia e del mio presente. Un mio alter ego femminile. Insomma, un cammino impervio! Ma se, e dico se, l’esperimento non è riuscito, l’eccesso di ambizione non è una scusante, semmai un’aggravante.
Date: 03/12/2009
Time: 4:49 pm
Comunque, gente, è giusto porsi degli obiettivi alti, ma non sarà un impresa da poco. Per ora siamo riusciti a costruire personaggi femminili progressivamente più complessi e credibili. Riuscire anche a riprodurre una visione femminile sul mondo, un linguaggio di donna, è una di quelle sfide davvero toste… Faccio presente ai miei soci che nell’abbozzo di romanzo che avevamo pensato di scrivere prima di Altai, una delle linee narrative avrebbe dovuto avere proprio una protagonista femminile. A proposito, qualcuno ne ha conservata traccia nel suo hard disk? Io nel frattempo ho cambiato computer e quasi perso un occhio… Sarebbe interessante rileggere quelle pagine e vedere che impressione ci fanno adesso.
Date: 03/12/2009
Time: 5:36 pm
Riporto il mio commento su Nazione Indiana:
Complimenti per l’intervento ben più che interessante, anche se mi pare che l’epica di Wu Ming si contrapponga nettamente alla visione dell’epica come “passato assoluto” in Bachtin.
Ovviamente questa contrapposizione si compie aggiornandosi, senza l’hegelismo di Lukacs, ma credendo molto nel protesismo di McLuhan. Che si lega a sua volta ad Havelock sulla questione dell’epica come enciclopedia tribale. Wu Ming sarebbero forse d’accordo nel definire la loro epica come tentativo di un’enciclopedia neotribale?
Si tratterebbe poi di discutere sulle tre note radici bachtiniane del romanzo: l’epica, la retorica e la parodia. Ma qui si apre la voragine del parodico, già affrontata dal loro saggio, e, a mio avviso, irrisolta. O forse, perché no, bisognerebbe accettare quel passato assoluto come già compromesso, raddoppiato, tra epica monologica e epica parodica, Odissea e Batracomiomachia.
saluti,
a.
Date: 03/12/2009
Time: 5:38 pm
@ Raveggi
Potresti mica tradurre in italiano corrente? Sai, qui non siamo alla Scuola di Dottorato dell’Amherst College… :-)
Date: 03/12/2009
Time: 5:52 pm
Ecco, Valentina ha posto un ‘problema’, diciamo che parte da un risultato, dal fatto che non ha percepito la credibilità di un io narrante femminile, cioè una visione femminile del mondo, come dice WM4, ecc. A questo punto mi si chiarisce quel pensiero sul tema dell’omosessualità che mi era venuto in mente: semplicemente ho fatto un’associazione tra l’immedesimazione nel punto di vista sia femminile che maschile, ed è venuto fuori l’androgino! Che le lettrici cerchino (anche) questo, o sentano che c’è una carenza di questo genere nei personaggi femminili, in realtà andrebbe confrontato con le intenzioni degli autori. In Dana non c’è questa carenza a parere mio, e il ‘femminile’ c’è, sparso nei vostri libri. Il ‘femminile’ traspare da molto del vostro operato in generale, ma questa è un’altra faccenda – importante, perchè rende il problema della ‘resa’ di certi personaggi a portata… di penna :-))
Date: 03/12/2009
Time: 11:14 pm
Grazie a Wu Ming 1 per avermi “tradotta” qui da Nazione Indiana. Finalmente trovo una bella discussione sui personaggi femminili che riconosce alle donne la loro dignità. E vi ammiro tutti per la pazienza con cui la portate avanti: ciò è insolito per me. Mi viene da dire solo questo. Quando ho scoperto di far parte di una popolazione umana discriminata, mi sono resa conto che ciò avveniva prima di tutto nelle parole che avevo in bocca io stessa e nei pensieri che in virtù di quelle abitavano la mia mente: avevo letto quasi esclusivamente libri scritti da uomini. Le scrittrici, ho scoperto di recente, scrivono diversamente dagli uomini: la sensibilità dello sguardo con cui si confrontano con la realtà narrativa e/o poetica è tipica del modo con cui esse stesse aprono le porte del mondo e che ha radici profonde nel loro essere umane. Mi sono dedicata dunque un’immersione in quei mondi narrativi declinati tutti al femminile e ho cominciato a specchiarmi davvero in altre me, riconoscendo somiglianze autentiche perché immediate … Oggi penso che per costruire un personaggio femminile degno di tale nome, ci sia bisogno di una scrittrice.
Un caro saluto a tutt@
Date: 04/12/2009
Time: 7:08 am
TRAD. IT. La visione dell’epica di Bachtin, come mondo epico della totalità organica perduta tra individuo e società è il rovescio negativo della medaglia della visione di Lukacs, che vede nell’epica un modello più che un’assoluto e rende monca la sua teoria del romanzo (al quale si contrappone, in Bachtin, la forza dell’epopea parodica, del carnevalesco, delle radici retoriche e parodiche del romanzo come metamorfosi constante).
Entrambe le visioni ipostatizzano l’epica, mentre la visione di Havelock riconduce l’epica alla sua funzione tribale, comunitaria, di enciclopedia contente valori, istruzioni, ideali della comunità, riportandola alla dimensione di mnemotecnica orale dell’aedo.
Mi chiedevo se questa dimensione potesse essere affianca al prostetismo di McLuhan (il medium come estensione dell’umano) e comporre un quadro che voi potreste condividere: fiducia nella parola e fiducia nel mezzo, come ridefinizione della nostra identità collettiva.
Insomma: come si può parlare di epica senza cadere da un lato nell’Epic Metal (cioé nella versione “abbassata” che di epica danno nella comunicazione di massa) e dall’altro nel tradizionalismo? Perché si è scelto la forza liberante dell’epica e non la forza liberande del romanzo dialogico?
Se l’epica è costruzione e difesa di una comunità, come costruiamo il nostro essere in comunità oggi, se non tramite estensioni del nostro sistema nervoso, come direbbe McLuhan?
Penso di essere stato più che POCO chiaro ;)
Date: 04/12/2009
Time: 6:08 pm
@Valentina: se vuoi consultare il testo di “Arzestula” lo trovi sul sito di WM
Sull’io narrante femminile:
è anche vero che le lettrici di WuMing sono un gruppo un pò sui generis, credo.
Insomma, nella cerchia delle mie conoscenze off-line (vivo in Brianza!!) non c’è UNA sola donna che legga WM. Vengono in qualche modo percepiti come romanzi scritti da uomini “per uomini”, e rifiutati, anche dalle forti lettrici.
Del resto noi (per lo meno, per me è così) ci troviamo un pò a disagio nella categoria “femminile”, e spesso anche nelle compagnie femminili. E ci interessa ed attrae chi cerca di trascendere il confine di genere, di lingua, di orientamento sessuale, di cultura, etc..
Date: 04/12/2009
Time: 11:51 pm
@Alessandro R.: Trovo molto interessante l’intreccio che proponi Havelock/McLuhan, ma mi chiedo se il nostro modo di fare epica possa avere davvero una funzione tribale. Se si esclude Q, che era a tutti gli effetti una summa teologica blissettiana, un bilancio in forma di romanzo, nel resto della nostra produzione faccio fatica a rintracciare un’enciclopedia di valori, perché in quel genere di epica non si può prescindere da personaggi che incarnino i valori e e li rendano visibili, mentre nei nostri romanzi cerchiamo di mettere piuttosto traiettorie, dubbi, interrogativi, strumenti per indagare la complessità del mondo. Più che enciclopedie sono cassette degli attrezzi, e non tanto per difendere una comunità, quanto per esplorare insieme cosa le sta intorno.
Date: 06/12/2009
Time: 6:09 pm
“Quello che ci attende in futuro secondo me è un personaggio femminile che abbia aspetti miserevoli, desolanti o squallidi, che sia una persona cioè come me e come tutti noi, e che però sia a tutti gli effetti un’eroina”.
Ecco, queste parole di wm5 riassumono bene la mia posizione per quanto riguarda i personaggi femminili.
Io, a differenza degli stessi wu ming, non mi sento di essere così severa verso le donne di Q. Stereotipate? Forse, ma in senso… “buono”. In Q tutti i personaggi hanno psicologie più piane. Anche Gert per certi aspetti risponde allo stereotipo del rivoluzionario. Lì il personaggio è quello che fa, in Altai al contrario il personaggio fa quello che è. Le psicologie sono tutte più complesse, al di là delle questione di genere.
Il rischio, se mai (e sempre, e per tutti) è quello di eccedere nel politicamente corretto per evitare lo spettro del maschilismo che alita sul collo.
Una donna come quella prospettata da wm5 scavalcherebbe questo tipo di problema…
Date: 06/12/2009
Time: 7:31 pm
Gaia condivido in pieno le tue parole, compreso lo stralcio dall’intervento di Wu Ming 5.
Date: 07/12/2009
Time: 5:41 pm
@ Raveggi
“Perché si è scelto la forza liberante dell’epica e non la forza liberande del romanzo dialogico?”
Faccio notare che questa dicotomia tra epica e romanzo, centrale nel pensiero di Bachtin, è oggi da più parti considerata obsoleta, superata nei fatti e valida solo in una prospettiva eurocentrica. Ne ha scritto anche Maurizio Vito qui:
http://www.carmillaonline.com/archives/2009/05/003036.html
E poi, Raveggi, cos’hai contro l’Epic Metal? E’ una coincidenza che l’autore di questa questa riflessione sia un grande fan dei Manowar? Mah :-P
Date: 08/12/2009
Time: 2:26 am
Raveggi!!! Mannaggia a te, è che mi stai simpatico anche se me ne sono andata dal facciabuco. Bachtin lascialo là dov’è, che oramai la sua tesi sull’epica l’hanno smontata in tipo 750 accademici sparsi ai quattro angoli del pianeta non tutti esattamente fumati. Una cosa sola ha detto Bachtin di nuovo: cioè che il romanzo è in continua evoluzione. Infatti, il romanzo è in continua evoluzione. Ciao ciao
Date: 08/12/2009
Time: 8:29 pm
minchiabboscolochescienza, cioè.
Date: 08/12/2009
Time: 9:30 pm
Uelà Binaghi, riesco ad essere anche un po’ più articolata di così, te lo giuro :)
Date: 09/12/2009
Time: 4:07 am
Comandanta Boscolo, ma io sto tra i fumati, tra gli accademici, o da nessuna parte? Tanto per regolarmi :-)
Per tornare ad Altai, vorrei dire che le suggestioni che ebbi alla prima lettura si rafforzano ad ogni nuovo ritorno, ed in particolare trovo l’episodio della galea in fiamme che abbandona lo “squero” [che c**** e', a proposito? :-)] a pagina 11 un’immagine (mai termine fu piu’ insufficiente) dalla forza evocativa e connotativa suprema. Agamben qualche tempo fa scrisse un libro in cui ipotizzava che le prime dieci parole della Lettera di Paolo ai Romani riassumessero, in senso filosofico, politico, simbolico, l’intera lettera. Mutatis mutandis, questa figura in Altai mi pare riassumere lo zeitgeist di quella eta’ di confine tra l’Europa cristiana, veneziana, mediterranea, etc, e il tempo che viene, che e’ gia’ in quel medesimo momento e che il libro racconta, per quanto sia possibile in un’unica opera. Piu’ “vedo” quella immagine nella mia privata sala di proiezione mentale, piu’ significati, storici, retorici, politici, culturali, essa assume. Il consumarsi della dicotomia–anzi, delle dicotomie, tutte quelle che vengono in mente, connaturate all’Occidente e ai suoi simboli, racchiuse in una nave in fiamme, che prende il largo, e poi si consuma, crolla su se’, e non apre alcun nuovo ordine, alcun orizzonte. Ieri, ma anche oggi, per esempio.
Date: 09/12/2009
Time: 10:07 am
Maurizio, lo “squero” è il laboratorio/officina dove si costruiscono e si fa manutenzione delle gondole. E’ come una piccola corte con accesso diretto al canale tramite un rampa. A Venezia ce ne sono ancora due perfettamente funzionanti, che io sappia, ma magari ce n’è anche di più.