Dalle discussioni in rete sul post precedente (“Giap, Twitter e il Terrore”) è nata una richiesta d’intervista da parte di Repubblica (il quotidiano, non il sito). Dalla richiesta del giornale è nato un esperimento di consultazione pre-intervista via Twitter. La consultazione è subito diventata un’inchiesta di massa, con migliaia di messaggi [la pagina dei risultati si apre automaticamente in opzione “Top”, per vedere tutti i tweet scegliere “Tutto” nel menu a tendina]. Inchiesta empirica e umorale, certo, ma proprio per questo significativa e utile a chi studia i social network. Qualcuno userebbe, forse, la parola “con-ricerca”.
L’instancabile “storicizzatore” @jumpinshark ha cercato di ricostruire la discussione tuttora in corso, grazie allo strumento dello Storify.
N.B. Al termine di ogni schermata cliccare “Read more” per proseguire.
Perché voglio bene agli Yo Yo Mundi / Prima parte: #Genova2001, «Sciopero», #Utoya, questi anni

di Wu Ming 1
E’ la sera del 21 luglio 2011 e, a differenza di molte altre persone, non sono a Genova. Vari ostacoli e impedimenti mi hanno impedito di tornare in quelle strade, in via Tolemaide, in Piazza Alimonda.
Nei dieci anni trascorsi dal G8 – e dalla morte di Carlo Giuliani, dall’irruzione alle scuole Diaz, dalle torture di Bolzaneto, da troppe altre cose – ho rimesso piede a Genova varie volte, e un anno fa sono anche passato in Piazza Alimonda. Non la visitavo dal 2002, dal primo anniversario della morte di Carlo. In quell’occasione, avevo buttato giù alcuni appunti sulla memoria, sui monumenti, sui rituali. A distanza di otto anni, volevo vedere quali ricordi fossero rimasti bloccati tra gli edifici, impigliati ai rami degli alberi, stampigliati sul marciapiede di fronte alla chiesa. Volevo vedere, e prendere nuovi appunti, perché stavo scrivendo un breve racconto sul G8 del 2001. Un racconto, per riprendere in forma narrativa l’autocritica di qualche tempo prima. Ma quella visita è stata inutile: non sono riuscito a capire niente, faticavo a orientarmi, non sembrava nemmeno la stessa piazza. Non una scritta, non un mazzo di fiori.
Ieri, alla commemorazione del decennale, è stato tutto molto diverso. Ho visto i video, letto i commenti. Piazza Alimonda era quella Piazza Alimonda, cioè “Piazza Carlo Giuliani, ragazzo”. Adesso una targhetta c’è. E come ogni targhetta di quel genere, è in attesa dei propri vandali.
Il racconto, ad ogni modo, io l’ho scritto. Prosegui la lettura ›
Si balla! (L’inizio del crack, quello vero)

Interno sera, una macelleria come tante. Anzi, come poche.
[Luca:] Dunque, compadres, in pratica ci siamo.
E’ il vecchio adagio bukowskiano: – Come ti sei ridotto così?
– Prima poco alla volta. Poi di colpo.
Ecco, a occhio e croce, siamo giunti al “di colpo”.
Il governo più debole della storia della repubblica da oggi dovrebbe affrontare la più grossa tempesta economica che abbia mai investito il paese da cento anni in qua.
Da oggi siamo preda di raid economico-finanziari di ogni tipo, e se pensiamo di averne già viste molte, credo che rimarremo sorpresi un bel po’. Da stamattina gli interessi sul debito-Italia hanno preso a salire vertiginosamente, dopo aver raggiunto ieri i massimi, e mi sa che questo è proprio l’inizio del crack. Quello vero.
Le conseguenze sulle persone credo che facciamo fatica anche a immaginarcele. Prosegui la lettura ›
Napoli è la Grecia che già siamo (Una guerra civile per gli anni Dieci)

[Abbiamo ricevuto da Luca (già WM3) queste righe, e subito ve le proponiamo.]
–
Napoli brucia.
Per chi ritiene non sia necessario coinvolgersi, meglio portare lo sguardo altrove.
Napoli è la Grecia che già siamo. E’ la premonizione cupa che attende dietro l’angolo più vicino. La prova del collasso e dei colpi di coda possibili.
E’ molto chiaro ciò che avviene. Chi ha perso nelle urne muove le pedine in direzione della guerra civile e del caos che precede le militarizzazioni.
Chi ha perso è un complicato fascio di interessi e intrecci politico-criminali, su scala locale e nazionale, che muove miliardi e macina clientele a centinaia di migliaia. Bisogna dire le cose come stanno. General contractors e Sistema colpiscono uniti per ribaltare la partita. Troppo importante il risultato, si butta fuori l’arbitro a calci e si prosegue a giocare forsennati. Prosegui la lettura ›
Note sul #referendum, i social network e il “popolo della rete”
[A proposito di alcuni discorsi post-referendum che ci sembrano pericolosi, oggi abbiamo detto alcune cose via Twitter. @diariominimo ha raccolto tutti i messaggi, li ha montati in sequenza e ne è venuto fuori un intervento ready-made. Lo riproponiamo qui, al volo. Per leggere anche botte-e-risposte con altri utenti, potete visitare il nostro profilo su Twitter.]
.
Il problema dell’esultanza di questi giorni sul ruolo “della rete” e del “popolo della rete” è la riduzione del molteplice a Uno: “LA rete”, “IL popolo della rete”… Come se Internet fosse una cosa, e chi la usa fosse un blocco sociale contrapposto a un altro. Quindi “la TV” (cioè… Berlusconi) sarebbe stata sconfitta da “la rete” (cioè il popolo onesto e libero). Anni e anni di analisi sulla “convergenza” sostituiti da una sorta di “mito tecnicizzato dei social network”. Prosegui la lettura ›
L’occhio del purgatorio, la rivolta e l’utopia

Ieri, 1 giugno 2011, Wu Ming 1 ha parlato alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena (la storica sede di via Roma 47, oramai in dismissione). L’occasione era l’ultimo incontro del seminario “Il lavoro culturale”, iniziato nel gennaio scorso e interamente organizzato e gestito da dottorandi, studenti e ricercatori precari. Il setting era la Sala Cinema Fieravecchia, antro gremito, denso d’afa e puteolente di sudori atavici e più recenti.
WM1 è partito dall’analisi di due diversi racconti di fantascienza (uno di William Gibson, l’altro di Jacques Spitz), entrambi incentrati sul vedere il futuro. Dopodiché, ha parlato della differenza tra futuro e “presente invecchiato”, affermato la necessità dell’utopia e proposto la distinzione – già introdotta da Fredric Jameson nel suo Archaeologies of the Future, 2005 – tra “programma utopico” e “impulso utopico”. Tutto ciò serviva a prendere di petto il problema del tempo e del controllo capitalistico sui tempi. Passando a un piano più esplicitamente politico, WM1 ha parlato del rischio che i movimenti subiscano tempi e ritmi del potere e non decidano in autonomia le proprie “scadenze”. Prosegui la lettura ›
Pasolini e Foucault: appunti per un «Vite parallele»

di Wu Ming 1
Nel corso degli anni, leggendo diversi libri di e su Pier Paolo Pasolini (1922-1975) e Michel Foucault (1926-1984), mi sono reso conto di numerose coincidenze, risonanze e convergenze, non solo tra le loro opere, ma anche tra le loro vite. Non posso dire con sicurezza di averle colte per primo: su entrambi i suddetti è ormai disponibile una letteratura sterminata, inassimilabile da chiunque. L’ermeneutica pasoliniana e quella foucaultiana producono a getto continuo nuove «letture» più o meno pertinenti, e nelle varie lingue i libri si contano a centinaia, forse migliaia. Può dunque darsi che altri abbiano già steso «appunti» simili ai miei. Al momento, però, ne dubito. Pur seguendo – nei limiti delle mie possibilità e competenze – i dibattiti su Pasolini e su Foucault, e avendo trovato alcuni (pochi ma importanti) riferimenti incrociati, non mi è ancora capitato di leggere una trattazione dei molti parallelismi fra i due autori. Cosa sorprendente, dato che certe analogie, come suol dirsi, saltano agli occhi. Prosegui la lettura ›


