Inchieste al volo: #twitterisnotFB

Dalle discussioni in rete sul post precedente (“Giap, Twitter e il Terrore”) è nata una richiesta d’intervista da parte di Repubblica (il quotidiano, non il sito). Dalla richiesta del giornale è nato un esperimento di consultazione pre-intervista via Twitter. La consultazione è subito diventata un’inchiesta di massa, con migliaia di messaggi [la pagina dei risultati si apre automaticamente in opzione “Top”, per vedere tutti i tweet scegliere “Tutto” nel menu a tendina]. Inchiesta empirica e umorale, certo, ma proprio per questo significativa e utile a chi studia i social network. Qualcuno userebbe, forse, la parola “con-ricerca”.
L’instancabile “storicizzatore” @jumpinshark ha cercato di ricostruire la discussione tuttora in corso, grazie allo strumento dello Storify.
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19 commenti su “Inchieste al volo: #twitterisnotFB

  1. Ieri mi sono persa la discussione causa montagna, l’ho ripresa solo stamattina (e grazie all’ottimo storify di @jumpinshark) . Raccolte un po’ di idee/considerazioni/dubbi e domande su Twitter, provo a riassumerle qua, dividendole per punti:

    -INFORMAZIONE VS ORGANIZZAZIONE
    Per diffusione e informazione, per dibattiti intelligenti e simili, Twitter vince nettamente e secondo me il merito è tutto della funzione hashtag (che su FB non esiste) che rende il tutto meno dispersivo e che, personalmente, trovo importante per la “collettivizzazione mediatica del dibattito”.
    Le “pagine” di informazione o pseudotale sono anche su Facebook (cito giusto le più seguite: Informare per resistere e Informazione libera) ma : a)personalmente le trovo un covo di grillini/popoloviolisti b)spesso dicono cazzate belle e buone c)soprattutto, l’ottanta per cento delle volte, le notizie che Informare per Resistere riporta il lunedì (e che, quindi, tutti gli “impegnati” o pseudotali su Facebook iniziano a condividere), su Twitter giravano più o meno dal venerdì.

    Di contro, per le questioni puramente organizzative, Facebook vince nettamente. Io ho il gruppo “diario comune” della Rete Commons e il gruppo “Siamo tutti clandestini” (sempre della Rete Commons, ma riguardo l’organizzazione della rivendicazione politica sulla questione migranti) più varie chat e post tipo “Ci vediamo all’ora tot al posto tot”, “L’assemblea è al CSA il giorno tot all’ora tot”, che sarebbero infattibili su Twitter (e spendere soldi in chiamate e/o sms per cose che possono essere discusse a gratis è stupido).

    -“GENTE DIVERSA”
    Una delle cose che più ho letto a riguardo, ovviamente in termini diversi, è la questione “Gente che è su FB” vs “Gente che è su Twitter”. Cazzata emerita.
    Premettendo che alcuni di quelli che ho nella TL (nonchè frequentatori di Giap, nonchè persone interessanti e intelligenti), li ho aggiunti pure su FB (ed è inverosimile che l’intelligenza/profondità di una persona cambi in base al social network), la gente che followi/aggiungi è un problema tuo, non del social network in se. Per dire, Justin Bieber, è pure su Twitter. E di conseguenza pure le fan di Justin Bieber.

    A questo discorso, però, vanno aggiunte due postille:
    a) Su Facebook l’amicizia implica la mutualità. Su Twitter, il follow non è e non deve essere mutuale.
    b) Questione semantica. Su Facebook si chiama “amicizia”. Su Twitter si chiama following, meno “personale” e meno “emotivo”.

    Per i due motivi di cui sopra, la non accettazione/cancellazione dell’amicizia è più pesante psicologicamente del defollow o del follow non-ricambiato su Twitter.

    -CELEBRITA’
    L’autopromozione. Secondo me è molto molto più utile Twitter allo scopo. Per il semplice fatto che Twitter è “aperto” e Facebook è chiuso.

    Aggiungo un’osservazione che riportavo prima su Twitter:
    io scrivo, oltre che per Finzioni, per una zine musicale, quindi mi trovo a seguire sia il mondo della letteratura che quello della musica. Ho l’impressione che il primo sia molto più “a proprio agio” su Twitter (salvo, ovviamente, eccezioni), e -ad esempio- gli scrittori, tra quelli che seguo, che hanno sia Account Twitter che pagine FB (es: Giuseppe Genna), usano la pagina FB più che altro con la funzione di collegamento a Twitter (nel senso che tramite un’app apposita, che non ho idea di quale sia, sulla pagina FB compaiono come stati le stesse cose che si Twittano). Quindi, Facebook, è comunque “secondario”.
    I musicisti (ovviamente parlo sempre quelli che seguo io), invece, sembrano prediligere di gran lunga FB, e -all’esatto contrario di come fa Genna- usano Twitter per linkare le cose che scrivono sulle pagine FB.
    Le pochissime eccezioni sono YoYoMundi (@yoyomundi) , Danno dei Colle der Fomento (@akadanno), e Vasco Brondi – Le luci della Centrale Elettrica – (@caracatastrofe). I primi due non ho idea di come usino FB, il terzo ha una pagina FB ma la usa esattamente come la usa Genna (con l’app di collegamento a Twitter).
    Su FB invece, a parte le varie pagine fan, ci sono (o almeno, io ho tra gli amici) : Vittoria Burattini, Pierpaolo Capovilla e Giulio Favero, Enrico Molteni, Nicola Manzan aka Bologna Violenta, Giorgio Canali, i Sick Tamburo, gli Ulan Bator, i Bachi da Pietra. Di questi, l’unico che ha anche Twitter e lo usa discretamente è Manzan/Bologna Violenta. Capovilla e Canali hanno Twitter – se non si tratta di fake – , ma se controllate (@ppcapovilla e @lazlotoz1) ci sono tipo due Tweet vecchissimi e basta.

    (e poi ci sono Amanda Palmer e Neil Gaiman o Billy Corgan e la donna, che l’80% delle cose che twittano – ovviamente menzionandosi a vicenda – danno, nell’ordine, nausea, carie ai denti e diabete tanto sono melense)

    -QUESTIONE PSICO(PATO)LOGICA
    Questa è una curiosità da insider (leggi “studentessa di medicina che sta preparando la tesi in psichiatria). Ho chiesto alla mia TL quali sono, secondo loro, i motivi psicologici che portano a preferire un Social Network anzichè un altro e ho ricevuto risposte come: “voglia di distinguersi e ricerca di contenuti” e “paura della folla. Qui non mi connetto per giorni e nessuno me ne chiede conto”.
    Trovo, nell’ottica di un’esame psicologico, le due risposte rilevanti:
    -la prima rimanda alla componente narcisistica/narcisistizzante di Twitter. Per farla breve, che già mi sono esageratamente dilungata, se la Einaudi (per dire la prima che mi passa per la mente) retwitta una cosa che hai scritto il tuo ego è molto molto più appagato rispetto al “mi piace” o alla “condivisione” dell’amico del liceo anonimo di Facebook (le “persone famose” di cui sopra, anche se su Facebook ti accettano la richiesta di amicizia, spesso interagiscono solo se le conosci di persona, dopo interviste “live” ecc., altrimenti no).
    -la seconda rimanda alla componente “ansia sociale”. L’ottanta per cento della gente di Twitter è gente che non conosci. Su Facebook viceversa. La gente di Twitter è gente con cui al massimo discuti, dibatti, gente interessante, ma non gente con cui esci, puoi intrattenere relazioni “emotive” ecc. ecc. Quindi, l’ansia sociale da Facebook è molto più facile dell’ansia sociale da Twitter.
    (ma, a riguardo, conto di approfondire)

    Solo osservazioni a cazzo, eh.
    Baci.

  2. creato nuovo utente tanto per collegarlo a quello dell’hastag.
    Forse non tutti sanno che:
    -non è obbligatorio usare dati reali per il proprio account
    -si può scegliere di non farsi taggare in foto e video
    -si può non accettare l’amicizia di qualcuno.
    -non è obbligatorio aggiornare il proprio status (cosa pensi?)
    -si possono disattivare le notifiche mail.

    Detto questo, penso che su alcune cose fb possa essere più virale/diffuso di tw, vedi l’esempio del già citato avatar dei cartoni (per chi non lo sapesse, fu una specie di campagna contro la violenza sui bambini e fu proposto di cambiare il proprio avatar con un’immagine di personaggi dei cartoni animati) che si diffuse in modo impressionante per quanto veloce. Altro esempio, la pagina di red ronnie sotto elezioni comunali fu infestata da centinaia di post a sfottere, con molti account oneshot, che red (o chi per lui) fu costretto a cancellare a manina uno per uno.
    La notizia di queste “chiamate alle armi” si diffuse in modo totalmente virale e passivo, anche chi non avesse cercato parole chiave o non era iscritto a particolari pagine ha avuto modo di sapere dell’iniziativa, semplicemente perchè qualcuno del suo network condivideva il post. Ciò significa che iniziative un po’ più serie potrebbero sfruttare lo stesso meccanismo di propagazione. Lo stesso messaggio di segnalazione di altre pagine chiuse per chissà quali motivi può diffondersi così per chiederne la riapertura.

    Se non m’importa nulla di cosa ha mangiato il mio cantante preferito, non me ne importa nè su twitter nè su fb. Se mi iscrivo alla pagina della mia radio preferita posso commentare in diretta la playlist e magari rivedere i video dei pezzi in modo più immediato, nella stessa pagina. Iscrivermi alla pagina della mia radio preferita non implica che debba scriverci sopra..

    beh qualche spunto per ora.

  3. @ lukazzu

    sono d’accordo con te sul fatto che FB vada usato in modo conflittuale, laddove possibile, inventando delle nuove pratiche, facendo la guerriglia etc.
    Intervengo per amore di precisione solo sulla prima parte del tuo commento.

    Sai bene che ci sono scelte che in realtà non sono scelte, perché dettate da “peer pressure”, condizionamenti ambientali, logiche di fondo che si impongono per inerzia. Ci sono cose che sono obbligatorie de facto, senza esserlo de jure.
    Giustamente Maddalena Mapelli, in un post che entrambi abbiamo letto e commentato, parla di Facebook come dispositivo “omologante e persuasivo”:
    http://www.carmillaonline.com/archives/2010/11/003675.html
    Allora, non c’è scritto da nessuna parte che non si possa rifiutare un’amicizia, ma se in una comunità questo comporta uno stigma sociale (per il non-accettante e/o per il non-accettato, pensa a come funzionano certe cose in una classe di scuole medie o superiori!), e se la logica di fondo del dispositivo tende a imporsi conformando approcci e comportamenti, e quindi rendendo più cogente la “pressione dei pari”, tu puoi anche dire che nessuno obbliga di diritto, ma è un obbligo di fatto.

    Se si ragiona partendo, come fanno i liberisti, dall’individuo isolato, allora ci si accontenta di dire che chiunque ha libertà di scelta. Ma siccome nessuno di noi è davvero l’individuo isolato e autocratico della mitologia liberista (che compra una merce perché razionalmente e pienamente informato sul vantaggio che trarrà da qualunque scelta fatta sul mercato etc.) e tutti noi viviamo immersi in legami sociali e soggetti a condizionamenti “irrazionali” di vario genere (negativi e positivi), è meglio andare un po’ più in là nell’analisi.

  4. appunti tardivi dal titolo sintetico: #twitterisNotfb perché è aperto e transsituale.
    Certo facebook può essere ed è usato in modo virale ma la sostanza e la diversa struttura comunicavita. Tw mi piace perché è aperto cioè è pubblico. È uno stream di dibattito in cui il personale non rilevante è fastidioso. Quindi più ansa che novella 2k. Per lo stesso motivo è maschile e non mi piace.
    Poi permette una cosa che il web di blog e walled garden non permette. Uno spazio per seguire trasversalmente discussioni prescindendo dalle personali piattaforme. È un flusso cross.

    Ps. Frega niente del brand. Anzi possono essere sostituiti da identi.ca e diaspora… :)

  5. @lukazzu

    riguardo all’esempio Red Ronnie una precisazione: l’utente twitter @dietnam che ha fatto un bel po’ di casino sulla bacheca del tipo (non so con quale nome), ha “propagandato” e in alcuni casi *anticipato* le proprie mosse su twitter (tipo adesso vado là e faccio questo), integrando spontaneamente i due strumenti (io l’ho saputo così). Inoltre mi pare (accetto smentite) che tutto il “movimento” intorno a R.R. sia nato come conseguenza degli hashtag #morattiquotes e (se non ricordo male) #colpadipisapia su twitter.
    Questo per dire che forse in quel caso non è così immediato attribuire soltanto a FB la viralità che gli attribuisci, ma piuttosto a un uso spregiudicato di una combinazione di strumenti.

    (p.s. ho modificato il nick rispetto ai miei ultimi piccoli interventi qui sopra per “tenere tutto insieme” con tw, spero che non sia un problema :)

  6. bene, lo spunto è il condizionamento esterno e inevitabile ma ci si può difendere. Voglio proporre un uso (uno dei possibili) che io faccio di fb. Ho almeno 4 account, nessuno col dati anagrafici reali.
    Uno lo uso propriamente per tenere contatti con (non troppi) amici reali, foto delle vacanze, passarsi un video musicale, organizzarsi per l’uscita senza fare giri di chiamate.. questo non è ricercabile da esterni, la lista amici è oscurata ad “amici di amici” così come ogni contenuto. Uso totalmente personale del mezzo (manco tanto social).
    Un altro account è un cerchio se vogliamo esterno, ma non concentrico al primo. Sempre nome di fantasia, ridicol/cazzeggiante se vuoi, usato per rispondere alla domanda “ce l’hai facebook”. Qui la mia bacheca è riempita di sole fesserie che altri scrivono, io metto al massimo qualche video musicale. Magari c’è il collega di lavoro, il barista, il conoscente che ti chiede l’amicizia e per strada non ti saluta nemmeno. Tendenzialmente nessuno di questi si preoccupa del mio status
    Terzo account, questo è con dati di accesso condivisi con altri, è di un gruppetto con cui suono: lo usiamo per mettere qualche video nostro, per comunicare le serate, per cazzeggio. Chi di noi si trova, si logga e mette un contenuto.
    Quarto account, totalmente vuoto, solo iscrizioni a pagine informative di cui mi interessa seguire i contenuti senza necessariamente parteciparvi se non con qualche sporadico commento. Qui ci sono riviste, gruppi musicali, movimenti, quello che ti pare

    Da cinque in su, account creati al volo con servizi di email temporanea per fare bombing selvaggio o guerrilla in generale su qualche pagina e poi dimenticati.

    Tutto ciò in ogni caso, mai dimenticando che FB è una società che si tiene i dati che le dai per un tempo indefinito (un sempre diciamo) e per scopi che non è dato sapere fino in fondo, come del resto quasi ogni altro sito che richiede iscrizione. Probabilmente, leggendo l’hashtag, sono uno dei pochi a utilizzare questa sorta di anonimato dissociato su fb, ma con ciò nessuno mi chiederà mai se sto male perchè non aggiorno lo status, visto che non lo aggiorno, nè io starò male se non ho modo di aprire la pagina. E’ solo uno strumento come un altro, ma come dicevo su, essendo molto diffuso, può servire per molte cose (senza dimenticarci che le rivoluzioni non si fanno in fb e nemmeno in twitter).

  7. Premetto che, non avendo Facebook (sono quello che trova la folla opprimente), potrei dire una vagonata di minchiate da qui in poi…

    Bene, detto questo, sono d’accordo con EveB. per quanto riguarda l’aspetto narcisistico: essere retwittati o in qualche altro modo segnalati come interessanti per quello che si dice da personaggi che stimi è un bel buff per l’ego. Altresì noto da esterno quanto sia facile organizzare appuntamenti su FB (“da esterno” del tipo “ma come, non lo sapevi che ci si vedeva?? Ma l’ho messo su facebook!”), cosa che però, sempre da profano, vedrei fattibile anche per mail (forse più seccante, sì, ma fattibile e comunque gratis!).
    Per quanto riguarda il “su FB ci sono solo fessi”… è ovvio che non è così, ed è altrettanto ovvio che non ha senso dire che se una persona sta su twitter è un genio, mentre su FB è un’idiota. È però anche vero, mi pare, che il luogo in cui si discute di una tal cosa modifichi il tono della discussione: per fare un esempio che in qualche modo mi pertiene, se voglio fare una discussione in qualche modo seria sulle influenze che i flussi migratori medievali hanno avuto sulla religione occidentale, non (e ripeto: non) vado su un’ipotetica pagina di commenti di Voyager di Giacobbo, dove so quasi per certo che tempo tre commenti si comincerebbe a parlare dei templari! [non so se mi sono riuscito a spiegare o questo pseudo-esempio ha un senso solo per me]

    Sul quanto si è liberi di fare quello che più ci pare su twitter rispetto a FB non sono convinto: nel senso, è vero che FB mette delle pressioni sociali parecchio evidenti, del tipo che “pare brutto” non ricambiae un’amicizia, ed è altrettanto vero, secondo me, che ci sono tante piccole cose che gli utenti di FB sono indotti a fare con un meccanismo simile a quello che sta dietro alla disposizione delle merci nei supermercati. Quello che mi chiedo è: questo tipo di influenze non si vedono in twitter perché non ci sono, o semplicemente perché sono “nascoste meglio”? C’è modo di delineare le cose che si è portati a fare su twitter piuttosto che su FB, magari incrociando dati su chi usa entrambi? Mah…

    Come ultima cosa, apprezzo i 140 caratteri che tante e tante volte (e io twitto molto poco) mi hanno aiutato a non aggiungere minchiate a sproposito in un tweet altrimenti quasi-serio, e soprattutto li apprezzo per le idee tipo @micronarrativa a cui hanno dato vita (interessanti o no, riuscite o no, comunque “sperimentali”, almeno per me) però quegli stessi 140 caratteri di limite sono allo stesso tempo un limite per tante altre cose…

    PS chiedo scusa per gli eventuali errori di ortografia, sto scrivendo da ua tastiera touch!

  8. Ad un certo punto della diffusione del social network, il concetto di “amicizia su Facebook” si è imposto come qualcosa di diverso da quello che la parola lascerebbe immaginare. Il numero tipico di amici di un utente “normale” (né esagitato o famoso o in cerca di avventure, né che è su Facebook controvoglia o ha paranoie di anonimato) è un po’ sotto i 1000, molto di più quindi del concetto normale di “amicizia”.
    “Amico su Facebook” non è l’opposto di “nemico”, è quasi il suo complementare: hai su Facebook tutti quelli con cui non hai litigato, incluse persone che ti sono indifferenti o anche che ti stanno moderatamente sulle palle.
    Quando mi sono laureato era normale non avere su Facebook il tuo datore di lavoro, ora sarebbe vista come cattiva educazione. Lo si ammette normalmente solo coi genitori per evitare forme eccessive di controllo (che comunque vengono spesso esercitate con l’ausilio di zii e cugini).
    Ho assistito ad una scena curiosa, che mi sembra interessante per il discorso. Nell’assemblea generale di un’associazione, dopo un pesante scazzo politico che proseguiva da alcuni giorni, uno dei presenti annunciò che mi aveva “tolto dagli amici di Facebook” presentandolo come segno del fatto che si era molto offeso, ma disse anche che andavano tenuti separati i rapporti associativi (in un ambiente più militante diremmo la “comradeship”) da quelli personali.
    Una vera inversione concettuale, per cui offline e di persona sei pur sempre un compagno e ti parlo, ma siccome mi stai sul cazzo non condivido con te la mia vita online e non ti chatto.
    Possiamo ridere di queste cose e vederle come aberrazioni, e per quanto riguarda Twitter fingere che i “flussi” siano privi di una sottotraccia di rapporti interpersonali rappresentando soltanto confronti di idee pure, ma siccome il fenomeno della “vita offline/online” è di massa varrebbe la pena approfondirlo. Per centinaia di milioni di persone non particolarmente nerd o sociopatiche la vita online rappresenta una parte importante della loro immersione nella comunità umana.
    D’altronde significa ricondurre ad un maggiore materialismo la dinamica della diffusione delle idee. Cosa fa diffondere un’idea? Sarebbe idealismo spinto (hegelismo di destra…) pensare che l’unico fattore è il suo valore intrinseco, la sua capacità di convincimento, per cui la ragione si impone per sua stessa forza. Entrano in gioco ben altri elementi, uno dei quali è la forma delle reti sociali (offline e online). Fare lo sciopero dei braccianti a Nardò era senz’altro la cosa giusta da fare anche due anni fa, le condizioni di sfruttamento erano le stesse, ma c’è voluta la formazione di alcuni rapporti umani tra i braccianti stessi e tra i braccianti e alcuni attivisti perché l’idea di farlo davvero prendesse piede.
    La topologia delle reti sociali su Facebook e su Twitter è diversa e quindi si prestano a forme diverse di diffusione di idee. Su Facebook dire “Ma lo sapete che domenica c’è il referendum sull’acqua pubblica?” ha senso, mentre un tweet che dice “Ma lo sapete che domenica c’è il #referendum sull’#acquapubblica?” non svolge alcuna funzione sensata. Viceversa, o conosco di persona tutti i patiti di Fanciullacci d’Italia (e le fan page su Facebook non sono molto cagate dopo il primo click) oppure mi conviene seguire l’hashtag apposito.

  9. @VecioBaeordo: l’uno non esclude l’altro; red ronnie lo infastidivi sulla sua pagina facebook. twitter ha quindi raccolto le idee e le ha sfogate dove serviva, cioè su fb

  10. Ci sono spunti interessanti, in particolare sugli effetti psico-patologici dei due social network (premetto che possiedo un account FB e non uno Twitter ).
    Penso, però, che si stiano sopravvalutando gli effetti su ansia sociale o disturbi narcistico, probabilmente tali effetti aumentano in particolari segmenti di età, (p.e.: adolescenziale). Trovo più pertinenti le osservazioni sul fatto che fb obblighi le narrazioni e “l’impostazione della propria identità” in maniera pressochè fissa, e sarebbe da approfondire quanto e come, questo abbia delle conseguenze sugli utenti, sia nella costruzione del proprio profilo, che nell’esplorazione degli altri.
    Pertanto per quanto riguarda FB, trovo che sia un “dispositivo” (passatemi il termine alto) più omologante che persuasivo.
    Quindi vorrei sentire se ritenete Fb o Twitter oltre chè per operazioni di guerrilla, (separatamente o cross-mediati), sono realmente capaci di arrivare a una cerchia più ampia di reti sociali politicizzate o già informate (e in caso positivo, quali siano le loro modalità), oppure se questi servino a consolidare reti sociali reali preesistenti?

  11. Premesso che io con twitter proprio non riesco a prenderci le misure (quello che potrei fare con twitter lo faccio con tumblr con molte meno limitazioni – e l’80% dei miei tweet sono post di tumblr che condivido lì per sbaglio), secondo me la differenza più grossa è che FB è un social network, nato per mappare delle relazioni e poi evolutosi in qualcosa di diverso. Quando mi ero iscritto nel 2007, per esempio, lo “status” era obbligatoriamente preceduto dal verbo “is” e presentava una serie di opzioni di default del tipo “a casa, in camera, in biblioteca, in classe” che tradivano le origini da college del SN.
    Quello che è diventato oggi FB è l’equivalente non di una piazza come alcuni pensano, ma di un club privato con delle regole di comportamento più rigide di quelle di un luogo pubblico e dei buttafuori abbastanza solerti.

    Al contrario, Twitter è una piattaforma di microblogging che permette di aggregare il flusso dei contenuti prodotti dalle persone che si seguono in una “timeline”che costituisce quello che, a vista, è il punto di contatto tra i due servizi.
    Però come è abbastanza evidente il fulcro non è tanto chi conosci ma quello che viene pubblicato; Facebook ci ha messo parecchio per inserire una funzione “condividi” (l’equivalente come serendipità del retweet di twitter). Anzi, spesso su FB mi capitava di vedere gente evidentemente digiuna delle dinamiche del web scusarsi o chiedere il permesso per poter riproporre cose viste sulle bacheche altrui.
    Per farla breve: per FB andrebbe benissimo se tu ti limitassi a compilare il tuo profilo e andassi in giro a pigiare “mi piace” sulle pagine di prodotti o personaggi famosi. Per twitter puoi anche non compilare quelle due righe di descrizione, fintanto che posti contenuti interessanti.
    (ovviamente questi sono gli esempi “tipici”: poi c’è gente che posta cose interessantissime su FB e altra per cui twitter serve a dire che sta andando in bagno e basta)

    Si coglie secondo me la differenza tra i due quando si vede Google+: Google ha creato una roba ibrida che da un lato sembra voler essere pensata per la condivisione dei contenuti (l’idea che nelle mie ricerche google posso vedere che cosa hanno segnalato le persone che ho scelto di seguire è molto interessante), dall’altro ti invita a usarlo come sostituto di FB, per rendere il tuo profilo google la tua “carta di identità” sul web. Solo che non stando né di qua né di là G+ al momento sembra una roba fatta inseguendo e ancora priva di una vera attrattiva nei confronti di servizi molto più diffusi.

    Spero di non essere andato fuori tema :-)

  12. Vorrei dare una impostazione alternativa alla discussione, partendo dai differenti modelli di business e magari da qualche suggestione.

    FB nasce negli ambienti universitari americani (Harvard, mica storie) e viene pensato come versione elettronica dei cataloghi fotografici degli studenti e dei loro club.

    FB è come il club studentesco dei film. C’è il ragazzo più popolare della scuola e la reginetta del ballo.

    Più sei popolare, più sei esclusivo e più facilmente decidi chi devo essere tuo “amico”. Il like è un tributo che viene accettato con accondiscendenza dall’eroe del football; la condivisione è la cortesia che si fa alla reginetta del ballo, che forse hai l’onore di conoscere veramente (wow!).

    Dal punto di vista del business, il modello è cristallino: FB è pensato per fare soldi (più sei popolare, più visite ricevi, più “amici” hai, più sei “accountabile” e allettante per la pubblicità) e si gonfia di cose vendibili (audio, video, giochini) come, appunto, in ogni vetrina che si rispetti.

    Insomma, FB non è Novella2000. E’ high school musical, con in più la pubblicità sulle magliette.

    TW è un’altra cosa. A essere proprio sinceri, non c’è modello di business in TW, nessuno schema di razionalità economica. TW è stato pensato da un creativo ribelle e anticonformista, che bazzicava quel covo di tipacci alternativi che è la zona di San Francisco e quel coacervo di umanità perduta che è New York City.

    Jack Dorsey, questo è il nome, è un tipo preciso, che ha studiato da disegnatore botanico. Ama l’arte, la forma ed è, ne siamo sicuri, un amante della parola scritta.

    E’ un idealista, affascinato dalle città e dalle parole che nelle città fluiscono, dalle istruzioni nei taxi al continuo svolgersi di messaggi di servizio che fanno vibrare le città che non dormono mai.

    Guarda caso, TW è “inclusivo”, puoi entrare in tutte le discussioni che vuoi e hai un solo limite esplicito, quello dei 140 caratteri e un solo dovere: quello di giustificare il tempo che degli sconosciuti ti dedicano, perché è così che si fa, nelle città del mondo. Velocità e sintesi come forma di rispetto per gli altri.

    TW, insomma, è lo strumento ideale per dare un tocco di umanità alle strade delle metropoli americane, dove l’umanità bestemmia, prega, cazzeggia e recita poesie; dove succedono cose e velocemente tutto cambia e può succedere di tutto e succede sempre qualcosa, che riguarda anche te. E allora segui o sei seguito se ne vale la pena, se c’è qualcosa interessante da raccontare.

    TW non è un haiku. E’ “il Falcone maltese” che incontra “sulle strade di San Francisco”.

    E qui arriva il bello, perché quando i modelli di business sono ben costruiti, prendono le loro strade in autonomia e vengono percepiti nella loro essenza, anche senza starci troppo a riflettere su.

    E quindi, se siete la reginetta del ballo, o aspirate a diventarlo, FB è quello che fa per voi.

    Ma se vi piace sporcarvi le mani, chiacchierare con sconosciuti, appassionarvi a quello che succede nei quartieri malfamati, se, insomma, non potete vivere senza sapere quello che succede in città, allora saltate sul primo hashtag disponibile e buon divertimento.

    Qualcuno con cui scambiare quattro chiacchere, lo troverete sicuramente.

  13. Per colpa di WuMing mi sono iscritto a TW (quindi sono un newbie). Sto su FB ma non riesco ad appassionarmi. La prima impressione è di maggiore libertà e soprattutto di maggiore profondità su TW. Mi riservo di approfondire e nel frattempo ringrazio ancora una volta WuMing per i continui “stimoli” che offre.

  14. Comunicazione di servizio.
    Ho aggiornato lo storify con #twitterisnotFB finalm fuori dai trend! Vi sono tutti i tweeps più rilevanti (credo, se manca qualcosa di imp. contattatemi), con – ovviamente- particolare attenzione a WM. Non ho invece incluso i commenti di questa discussione (se non segnalati dentro tweet). Lo storify è quindi quasi chiuso, includerò solo l’intervista di Repubblica.
    Per leggerlo tutto dovete cliccare 4 su READ MORE e potete appunto farlo su Storify http://bit.ly/rv0Wmr o sul mio blog http://bit.ly/pmKcJb .

  15. per concludere, cosa ne pensate dell’annuncio dell’attacco di anonymous a FB? (posto che sia vero)
    http://unitedtechguys.com/2011/08/05/anonymous-attack-facebook-november-5th/

  16. Mi accodo a @buonipresagi, ma la penso in modo diverso: Google+ unisce i pregi di Tw e FB.

    La non reciprocità dell’amicizia, il fatto che non si chiami “amicizia” e la suddivisione dei contatti in Cerchie elimina difetti e seccature di FB.

    Puoi condividere in forma pubblica (diventa praticamente un blogpost), con le tue cerchie (= FB), con X persone o con una sola persona, senza il vincolo a 140 caratteri.

    Al momento non esistono TT ed hashtag, ma non dimentichiamo che è ancora in versione Beta. Secondo me è un *netto* miglioramento rispetto ai due mezzi precedenti, gli manca una cosa importantissima: una massa critica di persone che lo usa.

    Ho invece tentato di usare Diaspora*, che inizialmente pareva una buona idea..ma sviluppata con troppo pochi mezzi: mi si piantò due volte durante la procedura d’iscrizione, e mi venne il nervoso.

    La descrizione di @lucapadovano sulle differenze fra Tw e FB, per quanto colorita, mi è sembrata molto calzante! :)

  17. L’intervista è uscita su Repubblica ieri, con qualche piccolo taglio. Ecco la versione integrale:
    http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2011/08/13/facebook-e-twitter

  18. […] L’intervista pre-annunciata qui – a proposito di Twitter e Facebook – è apparsa (con qualche piccolo taglio) sabato 13 agosto su Repubblica, per la precisione nell’inserto del sabato “R2 Cult”. Trovate la versione integrale su Lipperatura. […]

  19. Ciao scrivo un con un po’ di colpevole ritardo riguardo l’uso anomale del mezzo. Anno 2008, operazione Piombo Fuso su Gaza, l’IDF (Israel Defence Force) teneva un videoblog di propaganda su youtube. L’idea fu di scaricare i loro videoblog e infarcirli di immagini dei bombardamenti e ricaricarli sul tubo usando gli stessi identici tag e titoli, il trucco funzionò due giorni, poi dal mio account divenne impossibile caricare video con le stesse tag del canale dell’IDF. Ho scritto al supporto per avere risposte, non mi è mai arrivato nulla. ^_^

    http://www.youtube.com/watch?v=Ob2aH3vDhc8