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Appunti

It’s Not Fair. Note su #Dunkirk di Christopher Nolan e su dove siamo adesso

L'Europa sulla spiaggia di Dunkirk

L’Europa sulla spiaggia di Dunkirk.

di Wu Ming 4

Christopher Nolan non ha bisogno che si esalti per l’ennesima volta la sua straordinaria capacità di rileggere i generi – in questo caso il war movie sul secondo conflitto mondiale. Non ha bisogno che si parli ancora della sua maestria nel raccontare storie sfasando i piani temporali, blindandone la tenuta narrativa con meccanismi a orologeria. Tanto meno ha bisogno che si esaltino le sue doti puramente registiche, capaci di rendere claustrofobico un film che si svolge su tre livelli – terra, mare, aria – raccontandoti la stessa storia dalle tre angolazioni con un andamento diacronico, e con un uso dirompente del contrasto tra silenzio e rumore, tra gesto e parola.

Sotto questi aspetti Dunkirk è l’ennesimo film di Nolan indimenticabile, nel senso letterale di impossibile da dimenticare, che resta impresso a fuoco nell’immaginario cinematografico, e costringe i successori a un confronto diretto.

Ma c’è dell’altro che colpisce, e spinge a una riflessione su quello che accade oggi in Europa e perfino quaggiù nella sua propaggine meridionale. Prosegui la lettura ›

Nuove scritture working class: nel nome del pane e delle rose

Un’immagine dal graphic novel Ferriera di Pia Valentinis.

di Alberto Prunetti *

Primo antefatto. Respira e intona il mantra: «Class is not cool»

Un libro racconta la storia di un educatore precario, figlio di un operaio di una fonderia. Padre e figlio si incontrano a parlare il sabato pomeriggio allo stadio. Come viene descritto quel romanzo inglese in Italia? Come un libro sul calcio. Ma in realtà quel romanzo è un racconto sulla classe operaia. Sulla working class inglese, che notoriamente attorno alla birra, al pub e al football aveva costruito elementi di convivialità e socialità. Dopo la fabbrica, ovviamente, ma quella era già stata smantellata. Così in Italia si adotta come un libro sul calcio quello che invece è un romanzo che racconta una classe sociale. La working class inglese.

Guai infatti a parlare di classe operaia. Ripetere tre volte il mantra ad alta voce: la classe operaia non esiste – la classe operaia non esiste – la classe operaia non esiste. Poi comprare su una piattaforma on line una penna usb assemblata in una fabbrica cinese e chiedersi quante decine di mani operaie toccano quel singolo oggetto da Shanghai a Piacenza. Prosegui la lettura ›

Il giorno dopo, ringraziamenti ad #AltaFelicità. Viva la lotta #notav!

30 luglio 2017, l’arrivo del primo gruppone al Seghino. Si erano iscritte alla camminata-racconto 256 persone. La mattina, se ne sono presentate almeno altre cento. Mariano ha preparato e stampato un libretto con le storie narrate durante l’escursione; erano solo cinquanta copie e sono finite subito, ma cliccando sulla foto puoi leggere/scaricare il pdf.

[WM1:] Troppo, e troppo presto per riuscire a raccontare.

Arrivato a Venaus alla vigilia del festival, riparto dopo l’ultima notte senza più un filo di voce, coi postumi di una lunghissima sbornia, un’ubriacatura di chiacchierate, di dibattiti, di interventi, di telefonate e messaggi per organizzare, aggiornarsi sui cambi di programma, trovarsi nella moltitudine, una sbronza di musiche, di libri, di camminate, sei giorni di rimpatriate e nuove amicizie, di convivialità e conflitto, di applausi e lacrime («lucciconi» è la parola che usa Alessia nella prima frase che mi rivolge). Prosegui la lettura ›

#Tolkien & Son. Il marinaio, il drago, il labirinto

In occasione dell’uscita di Beren e Lúthien, l’ultimo volume curato da Christopher Tolkien, figlio del più illustre genitore, si è prodotto un bel dibattito su due quotidiani nazionali. Alla recensione dello scrittore Michele Mari ha replicato Roberto Arduini, presidente dell’Associazione Italiana Studi Tolkieniani, e vale la pena leggere entrambi gli articoli, se non altro per rendersi conto di come sia cambiato il trattamento riservato a Tolkien sulla stampa mainstream. Soltanto cinque o sei anni fa sarebbe stato impensabile uno scambio a questo livello in quelle sedi. È il segnale che, dài e dài, la percezione di questo autore è finalmente mutata (nessuna medaglietta, ma un po’ di soddisfazione ce la si può concedere). Prosegui la lettura ›

CasaP(oun)D. Rapporti con l’estrema destra nel ventre del partito renziano

L'uccello del malaugurio

Nell’inchiesta troverete anche quest’uccellaccio del malaugurio, e vedrete in quale contesto.

di Wu Ming e Nicoletta Bourbaki *

Come il tentativo di costruire il Partito della Nazione sfondò ogni argine a destra e ancora più a destra.
 Un’inchiesta collettiva  Raccolta di informazioni e link partita nella primavera 2016 e condivisa su Twitter. Il risultato messo in fila su Storify e costantemente aggiornato. Tutte le fonti sono dichiarate.

«Nel corpo sempre più virtuale del partito – che non ha più una teoria né una minimamente coerente visione del mondo oltre la mera difesa della propria funzione e dello stato delle cose – regnano la più assoluta spregiudicatezza, il peggior eclettismo e la schizofrenia. Se aggiungiamo che la scalata di Renzi ha attirato avventurieri da ogni dove, il risultato è che da dentro il PD giungono addirittura esternazioni chiaramente fasciste.»

Orrori dalla provincia diffusa e dai cuori delle metropoli, esempi dalle periferie e dal centro:
– piddini che fanno iniziative con Casapound;
– fascisti ospitati in circoli del Pd;
– piddini e fascisti che si fanno i selfie assieme;
– Casapound che invita a votare Pd;
– dirigenti locali del Pd che si accusano a vicenda di avere pacchetti di voti neofascisti;
– amministratori del Pd che commemorano fascisti insieme ad associazioni neofasciste;
– esternazioni reazionarie e razziste di dirigenti PD locali e nazionali…

Tutto documentato, con citazione di ogni fonte.

C’è altro? Eccome! Leggere per credere. C’è anche una riflessione su cos’è il renzismo, cosa ha cercato di essere il Pd, cosa ci rivelano simili «corrispondenze d’amorosi sensi».

 Buona lettura, al link qui accanto oppure incorporato qui sotto. Ogni volta che arrivi in fondo prosegui con «READ NEXT PAGE»; può capitare che il flusso si blocchi, in quel caso prosegui direttamente su Storify. Prosegui la lettura ›

Nel bosco dei paradossi. Note su Stig Dagerman, la politica e il mestiere che facciamo

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Nell’album-testamento inciso da David Bowie prima di volarsene per sempre in orbita con il Maggiore Tom, il brano che dà il titolo al disco, Black Star, si apre con una strofa criptica:

In the villa of Ormen, in the villa of Ormen
stands a solitary candle, ah-ah, ah-ah
In the centre of it all, in the centre of it all
Your eyes

Una candela brilla solitaria nella villa di Ormen. Ormen… chi era costui? Non costui, in effetti, perché Ormen non è un tale, ma, nella lingua svedese, un animale carico di simbologia: il serpente. All’indomani della morte di Bowie in effetti i fan si sono lanciati in una gara d’ipotesi esegetiche, in mezzo alla quale qualcuno ha fatto notare che Ormen è anche il titolo del romanzo d’esordio dello scrittore svedese Stig Dagerman, pubblicato nel 1945. In quel romanzo il serpente simboleggia la paura e l’angoscia di vivere che ti morde all’improvviso e ti paralizza. Prosegui la lettura ›

Mille chilometri nel #Kurdistan turco, tra bombe, coprifuoco e zone liberate

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[Mentre si commentano i risultati delle elezioni turche, pubblichiamo il reportage del Progetto Rojava Resiste, scritto per Giap al ritorno da un viaggio nel Kurdistan turco, proprio nei giorni della strage di Ankara contro il corteo dell’HDP.]

di Progetto Rojava Resiste

Il tracciato bianco dei lacrimogeni lascia il posto al sapore acre nelle narici, mentre il fumo nero di oggetti in fiamme testimonia la battaglia di un popolo contro l’omologazione e lo sterminio. I coprifuoco, le barricate, i blindati della polizia, le zone liberate, i fermi di giornalisti e internazionali, i sorrisi, le violenze e la resistenza sono la normalità, in una storia di autonomia e autogoverno che si oppone all’arroganza dei nazionalismi.

La storia del Bakur, del Rojava, del Basur e del Rojhelet, ovvero del popolo curdo, è un muro di mattoncini. Nel nostro viaggio siamo riusciti a dare un nome ad alcuni pezzi, non certo a tutti. Prosegui la lettura ›

«Raccontare altrimenti». Cinque domande su letteratura e storia

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Poco meno di un anno fa, WM4 e WM2 hanno partecipato al convegno annuale dell’Associazione per gli Studi di Teoria e Storia Comparata della Letteratura. Titolo: L’immaginario politico. Impegno, resistenza, ideologia. Trattandosi di un appuntamento accademico di quelli tosti, i due si sono limitati a conversare, alla conclusione dei lavori, con Federico Bertoni, Emanuela Piga, Clotilde Bertoni, Daniele Giglioli e Guido Mazzoni.
In margine a quella chiacchierata, Federico Bertoni ha intervistato WM2 per la rivista digitale TransPostCross (N.1, Anno 4). Il risultato dello scambio è da poco on-line, insieme con altre “cinque domande su letteratura e storia”, rivolte dalla redazione ad Adelchi Battista ed Helena Janeczek.

Abbiamo pensato di riproporre l’intervista qui su Giap, dal momento che quelle domande sono state anche l’occasione di un bilancio, su quel che abbiamo imparato scrivendo romanzi storici, e un assaggio di quel che stiamo tentando di fare al di là di quella forma.
Segnaliamo che nello stesso numero della rivista compare anche un saggio di Emanuela Piga, Dalla storia alla letteratura: il ritorno del sommerso nel campo di battaglia del testo letterario, dove si parla di Timira. Romanzo Meticcio e di altri due romanzi sul “rimosso coloniale”, di cui scrivemmo quando Giap era ancora una newsletter: Regina di fiori e di perle, di Gabriella Ghermandi e Le rondini di Montecassino, di Helena Janeczek. Prosegui la lettura ›

La «neutralità» che difende Golia. Scienza, feticismo dei “fatti” e rimozione del conflitto

Se ci laviamo le mani del conflitto fra potenti e oppressi stiamo dalla parte dei potenti, non possiamo dirci neutrali.

Se ci laviamo le mani del conflitto fra potenti e oppressi stiamo dalla parte dei potenti, non possiamo dirci neutrali.

di Mariano Tomatis (*)

Tra le pagine de Il regno Emmanuel Carrère rileva che in materia di fede «la neutralità non esiste. È come quando uno dice di essere apolitico: significa soltanto che è di destra.» (1) Il paradosso, già affrontato qui da Wu Ming 1, si ripresenta negli ambiti più insospettabili – perfino nella divulgazione scientifica. Con quale credibilità il giornalismo scientifico può definirsi neutrale? E più in generale, il lavoro del giornalista scientifico è compatibile con l’espressione di una chiara e argomentata posizione politica?

In Italia il dibattito sul punto è stato recentemente sollevato da Andrea Ferrero su Query N. 21 (2015), la rivista del Cicap (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze). Il suo articolo «Dai fantasmi agli OGM: affrontare la complessità» prende spunto da una trasformazione: nel 1989, quando il Cicap fu fondato da Piero Angela, l’acronimo si chiudeva con la parola «Paranormale»; nel settembre 2013 il termine venne sostituito con un più ampio riferimento alle «Pseudoscienze». Invitando colleghi e simpatizzanti “scettici” del Comitato a prendere atto delle conseguenze di una scelta del genere, Ferrero segnala la crescente complessità dei temi che ricadono nel nuovo perimetro: Prosegui la lettura ›

Il cibo, il consumo, il conflitto. Dialogo tra Wolf Bukowski e Nicola Fiorita su #Slowfood, #Eataly ed #Expo2015

Nicola Fiorita e Wolf Bukowski

Nicola Fiorita e Wolf Bukowski.

Nicola Fiorita è membro del collettivo di scrittori Lou Palanca e presidente di Slow Food Calabria. Wolf Bukowski è l’autore di La danza delle mozzarelle. Slow Food, Eataly, Coop e la loro narrazione (Alegre 2015). Lo scambio di pareri, “pungolato” da Giuliano Santoro, è avvenuto via email dal 18 maggio al 12 giugno 2015. Buona lettura.

Giuliano. Sull’inserto domenicale del Sole 24 Ore dello scorso 17 maggio, Roberto Napoletano ha raccontato la sua visita all’Expo milanese. Il direttore del giornale confindustriale descrive una cena movimentata alla “Trattoria Italia”, “dove tutte le regioni del Bel Paese sono rappresentate con le loro pietanze caratteristiche e i loro chef migliori”. Dopo un piatto di trofie al pesto nell’area occupata dalla cucina ligure, l’avventore decide di “scendere a sud” limitandosi ad “attraversare la strada”. Scopre che nonostante l’orario di chiusura sia prossimo, gli osti di Sardegna e Calabria interpretano le regole in maniera più rilassata e servono ancora ai tavoli. “Mi viene da ridere, ma mi trattengo, scegliamo un piatto povero della Calabria fatto di pane duro bagnato, olive nere pomodorini e molto altro, odori contadini pieni”, scrive con un tocco di orientalismo circa le caratteristiche dei piatti e la capacità di interpretare le regole in maniera elastica dei ristoratori. Prosegui la lettura ›