Tolkien contro le macchine: lottare per l’ambiente tra fantasy e realtà

Tolkien contro le macchine

Esce oggi in libreria il saggio di Sébastien Fontenelle Tolkien contro le macchine: antifascismo ed ecologia nella Terra di Mezzo (Blackie Edizioni, €18), che suggeriamo di leggere a tutte le persone che apprezzano la narrativa tolkieniana e praticano le battaglie ambientaliste, perché in queste pagine troveranno il connubio perfetto. Di seguito, la prefazione all’edizione italiana scritta da Wu Ming 4.

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«Bene, sembra che la Guerra delle Macchine stia giungendo al suo inconcludente capitolo finale; lasciando, ahimè, tutti più poveri, molti in lutto o mutilati, milioni di morti, e un solo trionfatore: le Macchine». (J.R.R. Tolkien, lettera n. 96, 1945)

Il primo pregio del saggio di Sébastien Fontenelle è che non nasconde la propria vocazione militante, anzi, la esplicita con assoluta onestà intellettuale. Tolkien contro le macchine è infatti l’esposizione più limpida ed efficacemente sintetica dell’interpretazione ecologista e antiautoritaria dell’opera di J.R.R. Tolkien. Lo si potrebbe definire anche un saggio di ecocritica, perché mette in relazione l’epopea letteraria della Terra di Mezzo con la percezione della crisi ambientale contemporanea.

La tesi centrale è che la narrativa di Tolkien contenga un invito alla resistenza contro l’ecocidio. Resistenza che viene incarnata da diversi personaggi del mondo fantastico tolkieniano, come gli Ent e gli Hobbit.

Non solo. Senza pretendere di ignorare che Tolkien era un cattolico conservatore, pessimista e critico della modernità, ben lontano da qualsivoglia prospettiva progressista, Fontenelle sostiene che il suo racconto rappresenta anche un inno contro l’autoritarismo e il totalitarismo, di qualunque matrice ideologica. Quella di Tolkien, afferma Fontenelle, è una narrativa refrattaria all’uso che la destra occidentale seguita a volerne fare, confondendo a bella posta il conservatorismo dell’autore con le suggestioni evocate dalle sue storie. Non si tratta di negare che «qualunque opera (e in particolare un romanzo di finzione) si presta a molteplici appropriazioni, interpretazioni e usi suscettibili di contraddizione», ma di accettare che quella di Tolkien «è un’opera di finzione e, come tale, nutre i nostri immaginari, ci proietta oltre il reale e ci aiuta a intravedere altri mondi».

Insomma, Fontenelle non intende affatto arruolare Tolkien nelle file della sinistra – cosa che risulterebbe del tutto ridicola, buona per i politicanti – bensì rintracciare nelle sue storie un carburante per l’immaginario nelle battaglie del presente, «in particolare sulla questione ambientale, diventata indissociabile da quella politica».

Per questo il suo libro rappresenta anche la migliore risposta all’accusa lanciata ormai cinquant’anni fa dal romanziere Michael Moorcock, il quale sosteneva che Tolkien fosse un «criptofascista», nostalgico di una fantomatica merry England pre-industriale e socialmente ben ordinata. Nell’opera di Tolkien infatti quella nostalgia non diventa mai auspicio di un ritorno al passato, men che meno offre spiragli all’ipotesi di un regime autoritario. Mentre le destre si accaniscono a leggere nella Guerra dell’Anello la lotta dell’Occidente bianco e dei suoi supposti valori tradizionali contro gli invasori dal sud-est del mondo, esiste un filone esegetico che – fin da quando il Movement americano del secolo scorso elesse Il Signore degli Anelli a romanzo d’ispirazione ambientalista e antimilitarista – ritrova in quelle pagine il racconto di una battaglia ben diversa. Una battaglia sempre più disperata e incalzante. Quella per salvare il mondo dalla macchina che lo divora.

Nelle sue storie Tolkien ha messo a fuoco il problema dello sviluppo tecnologico guidato dalla mentalità utilitaristica come parte di una pulsione più profonda, quella ad aumentare infinitamente il potere personale, finanche a pensare di sconfiggere la morte, a discapito dell’esistenza degli altri esseri viventi, intesi come umanità e come ambiente naturale.

La tentazione della Macchina, come la chiama, di cui l’Anello del potere è l’emblema, nasce dal disporre dei mezzi che garantiscono la realizzazione immediata dei propri desideri, ovvero l’affermazione della propria volontà senza alcun limite, sia esso etico o materiale. Se una cosa si può fare si fa. Non a caso Tolkien associa la Macchina alla Magia, cioè appunto alla tecnica per manipolare il mondo a proprio favore.

Tutto questo sembra una metafora perfetta delle dinamiche che vediamo dispiegate nel tardo capitalismo. Le nuove tecnologie, asservite all’ansia di profitto e di accrescimento infinito, da un lato offrono la possibilità di sfruttare le risorse umane e naturali senza più alcun freno, fino a mettere a rischio la vita stessa sulla Terra; dall’altro consentono di condizionare capillarmente i comportamenti, mediando i rapporti umani attraverso uno schermo e rendendo sempre più difficile sviluppare empatia per la specie. Fontenelle fa notare come i tycoon e i capi di stato che, grazie ad apparati tecnologici sempre più estesi, mantengono il proprio potere a suon di propaganda e controllo panottico, alcuni dei quali sembrano aspirare a un orizzonte transumano, sono gli stessi che negano l’emergenza ambientale. Sono quelli disposti a devastare ampie porzioni d’umanità e del pianeta per difendere la propria supremazia e il proprio privilegio. Per questa convergenza l’autore utilizza la definizione di «carbofascismo – cioè l’alleanza mortifera tra ideologia reazionaria e negazione della crisi climatica».

Tolkien nei suoi romanzi fantasy ha prefigurato questo scenario quando non era nemmeno nelle più cupe distopie fantascientifiche. Per dirla con Fontenelle, la sua opera «di fatto costituisce un atto d’accusa implacabile contro il totalitarismo e contro un’industrializzazione di cui oggi constatiamo gli immensi danni».

Ma Tolkien fa anche di più. Racconta la resistenza dei Popoli Liberi e la rivolta della natura contro tutto questo, sotto forma di un sollevamento che viene presentato «come giustificato, legittimo, necessario e, soprattutto, auspicabile. Di conseguenza il romanziere è in anticipo sui suoi tempi – e anche sui nostri».

È per la resistenza e la rivolta di oggi che la narrativa di Tolkien può essere d’ispirazione. Oggi che un’Intelligenza Artificiale, avulsa da ogni etica, guida i bombardamenti in giro per il mondo e potrebbe avviare una guerra atomica sulla base di un calcolo algoritmico. Oggi che le scelte di tutti sono indirizzate tramite il tracciamento dei dati di consumo, dei gusti, delle idee personali. Oggi che siamo tutti dipendenti da un piccolo concentrato di microtecnologia che sta nel palmo di una mano e comunque sempre a portata di mano, trasformandoci in un’appendice della macchina. Oggi che i sistemi integrati di raccolta d’immagini e misurazioni biometriche messi a punto dalle grandi aziende hi-tech sono al servizio dei governi, per garantire il controllo sui cittadini, o degli eserciti, per migliorarne l’efficienza letale. Con ironia – chissà quanto involontaria – alcuni di questi colossi tecnologici portano nomi tolkieniani, come Palantir, Narya, Mithril, Rivendell. Perché dell’immaginario della Terra di Mezzo si appropriano anche coloro che meglio di tutti incarnano lo spirito di Sauron, i quali si sentono tanto più intoccabili quanto più la ricchezza e la potenza tecnologica glielo consentono.

Come scriveva Tolkien in una lettera del 1945: «Dato che i servi delle Macchine stanno diventando una classe privilegiata, le Macchine diventeranno enormemente più potenti».

Alla luce di queste considerazioni, il saggio di Fontenelle acquista un valore inversamente proporzionale alla sua lunghezza. Anzi, si può dire che è tanto più prezioso proprio perché in poche decine di pagine fornisce anche al neofita che abbia letto soltanto Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli una chiave d’interpretazione attualissima e stringente. Forse perfino uno strumento di lotta nei tempi bui che viviamo. Non sarà il testo scientifico più completo ed esteso sull’argomento, ma sicuramente è il testo necessario alla contingenza storica, valido tanto per respingere le letture tradizionaliste e fascistoidi dell’opera di Tolkien, quanto per lasciarsi ispirare ad agire attivamente in difesa dell’ambiente e dell’umanità. Perché ogni giorno che passa aumenta la sensazione che la battaglia culturale per la Terra di Mezzo assomigli sempre di più alla battaglia per la salvezza del nostro mondo.

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