I marziani e i titoli di coda. Fonti, spigolature e approfondimenti dall’officina di #Proletkult

– E i titoli di coda? – ci hanno domandato lettori e lettrici al termine delle presentazioni di Proletkult, – Ve li siete dimenticati?

Detta così, può sembrare che una sezione con quel titolo sia tanto consueta in un romanzo quanto lo è al termine di un qualunque film. O quantomeno che si tratti di un marchio di fabbrica del collettivo Wu Ming.

In effetti, il primo libro che abbiamo firmato con lo pseudonimo cinese – Asce di Guerra, anno 2000 – conteneva quattro pagine dedicate alle fonti, ai libri e agli incontri che ci avevano permesso di costruire la vicenda, impastando spunti d’archivio e finzione narrativa. Li chiamammo appunto «Titoli di coda».

Anche 54 (Einaudi, 2002) aveva una sezione omonima e pure in qual caso le pagine erano quattro, con un paragrafo dedicato a ciascun personaggio della storia.

Da allora, nessuno dei nostri romanzi collettivi ha più ospitato uno spazio di quel tipo, un «dietro le quinte» che permettesse di assaggiare gli ingredienti della nostra cucina, di accendere fornelli, scaldare alambicchi, scottarsi con le pentole e annusare il profumo degli scarti.

Per Manituana creammo un intero sito zeppo di questi intrugli, ma nel libro di carta c’era solo un minuscolo rimando, in quarta di copertina, all’indirizzo web manituana.com

In Altai niente di tutto questo, mentre L’Armata dei Sonnambuli  ha un intero atto – il Quinto – costruito sul genere «Che fine hanno fatto?», una classica sequenza d’accompagnamento per i crediti finali di un film, con la differenza che, nel nostro caso, il romanzo non è affatto finito e tutte le informazioni contenute in quell’ultima parte sono da considerarsi un misto di storia e finzione, al pari delle pagine precedenti.

Sono quindi almeno 16 anni che ci “dimentichiamo” di inserire nei nostri romanzi collettivi questi benedetti titoli di coda, mentre con i romanzi “solisti” siamo stati più diligenti: Guerra agli Umani (2004) e New Thing (2004) hanno entrambi sezioni con quel nome, per non parlare di Timira, Point Lenana e Un viaggio che non promettiamo breve, che dedicano ai final credits più di trenta pagine.

Ecco il motivo per il quale, da 54 in poi, non ci siamo più arrischiati a pubblicare in volume i titoli di coda dei nostri romanzi collettivi. Sono troppa roba, perché sempre più spesso i materiali che abbiamo consultato per scrivere sono disponibili on line, a un clic di distanza dai lettori. Così, mentre non ha molto senso mettersi a citare faldoni conservati in archivi remoti o libri reperibili solo in una biblioteca finlandese, può essere invece utile o divertente per chiunque andarsi a spulciare il pdf con il carteggio tra due personaggi, dal quale si evince il fondamento di alcune frasi o episodi del romanzo, oppure un articolo scaricabile che approfondisce la biografia di una comparsa, rimasta ai margini della scena.

Succede qualcosa di simile a quel che accadde nel Seicento con la storiografia: gli storici di un tempo, come Tito Livio o Tucidide, non usavano note a pie’ di pagina e non supportavano con fonti e indicazioni bibliografiche le loro affermazioni o le notizie raccolte sul campo. Erano convinti che solo il tempo e l’ammirazione dei posteri avrebbero decretato il valore del loro lavoro. Forzare la mano con mezzucci da azzeccagarbugli era considerato inelegante. E ancora lo era agli inizi del XVII secolo, quando Étienne Pasquier inserì in una sua ricerca i riferimenti archivistici e si meritò il rimprovero del suo pubblico. Che noia, tutte quelle glosse! E che cattivo gusto, mettersi lì a chiosare sé stessi!
Poi, via via che i lettori di ricerche storiche diventarono anch’essi storici e ricercatori, si diffuse la pratica delle note a pie’ di pagina, perché chi leggeva era in grado di controllare, ricercare a sua volta e mettere alla prova le affermazioni dell’autore.

Oggi, molte fonti d’ispirazioni usate da uno scrittore per i suoi romanzi si possono rintracciare on line, il pubblico può vagliarle, giocarci, metterle a confronto con la vicenda narrata. Di conseguenza, i titoli di coda hanno una loro utilità e diventano sempre più corposi.

Con Proletkult, terminato il romanzo, ci siamo messi d’impegno per elencare indizi e dettagli, anche quelli scovati (o messi on line) dopo che avevamo ormai scritto l’ultimo capitolo. Ne sono venuti fuori 66mila caratteri, che nel formato di Einaudi Stile Libero corrispondono a circa 50 pagine.

→ Ve le offriamo sul sito di Einaudi Editore, anche in formato pdf scaricabile, evitando così di aumentare lo spessore del libro, l’uso di carta e forse anche il prezzo di copertina.

Consideratelo il nostro regalo di Natale. Un gioco di costruzioni da smontare e rimontare quante volte si vuole.

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6 commenti su “I marziani e i titoli di coda. Fonti, spigolature e approfondimenti dall’officina di #Proletkult

  1. Grazie, grazie, grazie
    Adesso sappiamo come passare le prossime vacanze di Natale

  2. Essendo uno di quelli che durante le presentazioni vi hanno chiesto notizie dei ‘Titoli di coda’, intanto vi ringrazio di questo regalo di Natale. Per ora li ho scorsi molto velocemente, volevo però segnalarvi una cosa, che spero non sia già presente nei ‘Titoli’ senza che me ne sia accorto. Esiste un’altra edizione di ‘Stella rossa’ in italiano, anche in questo caso riunita in volume con ‘Ingegner Menni’, è questa: La stella rossa ; L’ingegnere Menni : romanzi, a cura di Giovanni Mastroianni, Caraffa di Catanzaro, Abramo, 2009. È l’edizione in cui ho letto ‘Stella rossa’ e che ho sotto mano. Come vedete il curatore è lo stesso dell’edizione del 1988, immagino sia quindi lo stesso testo, la stessa traduzione ma non ne sono certo perché il volume del 1988 non l’ho mai visto (anche se paginazione e formato dei due volumi sono piuttosto diversi, a vedere dai cataloghi). La cosa forse più interessante è che in questa edizione del 2009 (in quella del 1988 non so) è presente anche la traduzione del poemetto che doveva essere lo spunto per il terzo romanzo fantascientifico di Bogdanov, qui tradotto col titolo ‘L’ultimo marziano rimasto sulla terra’. Quindi il poemetto è già stato tradotto in italiano, mentre voi lo segnalavate disponibile solo in inglese (ma forse intendevate disponibile online?) e in prossima traduzione sul volume dell’Ingegner Menni’ che uscirà nella collana ‘Solaris’. Non conoscendo il russo non ho idea della qualità della traduzione presente sul volume del 2009 (posso solo notare che usare ‘rimasto’ nel titolo del poemetto invece che ‘abbandonato’, come scrivete voi dà effettivamente una sfumatura piuttosto diversa alla questione), magari qualcuno ha voglia di leggersela e valutarla. Aggiungo che alla fine del volume del 2009 c’è anche una nota del curatore di una trentina di pagine intitolata ‘L’altro romanzo’ con bibliografia finale. Non saprei giudicare la qualità e l’utilita di questa nota, avendola sfogliata molto superficialmente. Scusate la lunghezza del commento, spero di una qualche utilità, e ancora grazie per gli spunti dei ‘Titoli’.

    • Ciao Michele,
      Allora, l’edizione sappiamo che esiste e forse è uguale a quella del 1988, ma non le abbiamo sottomano e non possiamo fare un raffronto. Invochiamo Giuliano Santoro che dovrebbe essere in possesso almeno dell’originale.
      Poi, non vogliamo vedere altre traduzioni prima di finire le nostre per evitare di essere influenzati. Abbiamo letto solo la versione di “Stella Rossa” di Mastroianni dopo aver pubblicato la nostra e abbiamo constatato, come ha sostenuto lo stesso traduttore, che è in tutto e per tutto letteraria. Sulla qualità non spetta certo a noi esprimerci, un traduttore non deve mai commentare – e soprattutto giudicare – il lavoro di un collega, quello spetta ai critici e/o agli studiosi.

      Ci soffermiamo dunque solo sul titolo del poemetto che annoti nel commento e, stranamente – per il metodo di lavoro scelto da Mastroianni, non rispetta l’originale. Il titolo in russo è: “Marsianin, zabrošennyj na Zemlju”. Pertanto non è presente quel “ultimo”, c’è solo “marziano”. Inoltre, cosa più importante, “zabrošennyj” significa “negletto, abbandonato”. La scelta di “rimasto” appare quindi strana. I traduttori inglesi stessi, nella loro versione, titolano “A martian stranded on earth” – utilizzando “stranded” (arenato, bloccato, abbandonato), restando così vicini all’originale. “Rimasto”, oltretutto – dal nostro punto di vista, indica anche un’azione volontaria, termine che aggiunge un’accezione errata se si considera il contenuto del poemetto.

      [SPOILER]
      Il marziano protagonista dei versi è difatti bloccato sulla Terra a causa di un incidente che ha coinvolto la navicella su cui viaggiava e a seguito del quale tutti i suoi compagni sono rimasti uccisi, lasciandolo da solo sul nostro pianeta.
      [/SPOILER]

      • Grazie mille per i chiarimenti sul titolo, in effetti la differenza fra rimasto e abbandonato è sostanziale e anche a me sembra – almeno in base al significato del poemetto, visto che come ho detto il russo non lo conosco – più indicata la seconda scelta. Che ci fosse la parola ‘ultimo’ nella traduzione di Mastroianni e non nella vostra non lo avevo neanche notato, ma è una cosa piuttosto curiosa, chissà perché questa scelta. A me ogni volta che leggo quel titolo viene in mente l’episodio di ‘Ai confini della realtà’ in cui un cataclisma uccide tutti i terrestri (o tutti gli abitanti della città? Non so ma mi piace di più la prima ipotesi) eccetto uno che finalmente puo dedicarsi alla sua passione, la leettura. E si rrova una biblioteca intera a sua disposizione, ma purtroppo… L’associazione di idee forse non ha senso, ma a me viene spontanea ed è anche un mido per ricordare ‘Thee Twilight Zone’, che ne vale sempre la pena. Grazie ancora

        • Va detto però che il marziano del poemetto non viene nemmeno “abbandonato”, perché in “abbandonare” io sento un riferimento alla volontà di qualcun altro, che ti pianta in asso (o meglio: in Nasso). Quel marziano piuttosto mi pare bloccato: la sua eteronave si è distrutta nell’impatto con la Terra, i compagni sono tutti morti, quindi non può più tornare sul suo pianeta, ma non è sua la scelta, né di qualcun altro. Piuttosto, il protagonista del poemetto deve fare un’altra scelta… (basta spoiler).
          Ciononostante, in Proletkult abbiamo tradotto il titolo con “abbandonato”, perché volevamo sottolineare quanto quel testo sia un’allegoria della condizione dello stesso Bogdanov, che si sente “un marxista marziano”, abbandonato – più che bloccato – nel cuore di una rivoluzione umana, troppo umana.

  3. […] memoria storica, come la suddetta scena della partita a scacchi, – che, come apprendiamo dai titoli di coda, non è andata esattamente […]

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