Working Class, la nuova collana di narrativa diretta da Alberto Prunetti

Ruggine, meccanica e libertà, l’illustrazione di copertina di Antonio Pronostico.
Clicca per aprire la copertina completa del libro di Valerio Monteventi, con quarta e alette, in pdf.

[Il romanzo di Valerio Monteventi Ruggine, meccanica e libertà è il primo titolo della nuova collana Working class, diretta da Alberto Prunetti per Edizioni Alegre. Lo presenteremo sabato 10 novembre al festival Contrattacco di Bologna.
La collana è nuova ma viene da lontano, da una riflessione collettiva avviata qui su Giap nel 2013, dopo l’uscita del libro del Prunetti Amianto. Una storia operaia. La conversazione a tre fra l’autore, Wu Ming 1 e Girolamo De Michele – intitolata «Classe operaia, anima precaria»  – generò una tale quantità di spunti da influenzare tanto il proseguimento della trilogia che Amianto inaugurava – il secondo episodio è 108 metri, uscito nella primavera 2018 – quanto il progetto della collana Quinto Tipo, diretta da WM1 per Alegre a partire dal 2014, per la quale Alberto ha scritto PCSP: Piccola Controstoria Popolare.
Nel settembre 2017 abbiamo pubblicato un testo cruciale, Nuove scritture Working Class: nel nome del pane e delle rose, che riprendeva e portava in un nuovo contesto alcuni fili del nostro New Italian Epic (Einaudi 2009, pdf scaricabile qui).
Da quel testo è nata questa collana.
Oggi ne pubblichiamo il manifesto, con una postilla dell’editore.
Buona lettura. WM]

Raccontare vite sfruttate senza perdere la tenerezza

Working class. Perché il termine «classe lavoratrice» ci dice di più della nuova classe di sfruttati che oggi lavorano nella logistica, nei servizi, nella ristorazione, nelle vendite, e non solo nella metalmeccanica, come le tute blu dell’epoca in cui la classe operaia tentava l’assalto al cielo.

Working class, all’inglese, perché è in Inghilterra che è nata la classe operaia. Perché è in lingua inglese che la narrativa working class ha prodotto i suoi frutti migliori, da Alan Sillitoe a Margareth Powell, da Irvine Welsh a Anthony Cartwright.

Working class perché, in anni di riduzione dei salari, sempre più persone hanno smesso di credere alla favola per cui «siamo tutti ceto medio». Ad esempio oggi in Gran Bretagna, secondo un sondaggio, sei persone su dieci si definiscono appartenenti alla classe lavoratrice, perché devono lavorare per vivere e non hanno rendite. Mentre in Italia contro ogni evidenza si continua a dire che gli operai non esistono più, e lo dice anche chi si fa servire dagli operai di Amazon o di Ikea.

Working class, perché se non ci raccontiamo da noi ci raccontano gli altri, come ai tempi della letteratura industriale italiana. Perché anche quando ci raccontiamo, le case editrici mainstream ti chiedono di seguire alcuni luoghi comuni che travisano le nostre storie o ne attutiscono la forza: la storia del «bravo ragazzo povero che ce l’ha fatta», quello che è «uscito dall’ambiente della propria famiglia, così gretto e maschilista». Ci chiedono insomma di diventare “come loro”. Di sognare di diventare dei winner, di trasformarci in vittime o in “transfughi di classe”.

In questa collana vogliamo andare oltre il racconto testimoniale e vittimario. Per cominciare a costruire mondi e immaginari, ripartendo da due concetti: raccontare il conflitto e la solidarietà. Se racconti il lavoro senza la conflittualità, rimane il senso della nostalgia, dei bei vecchi tempi andati, o il racconto dolente della sconfitta. Se racconti il lavoro senza la solidarietà, rimane l’individualismo, la separazione, la solitudine della narrativa del precariato.

Una serie di libri in cui raccontare allora i lavoratori dall’interno, in soggettiva. Perché non facciamo solo narrativa del lavoro (il lavoro senza conflitto) ma raccontiamo i lavoratori nella loro soggettività. Non solo l’alienazione ma anche l’irriverenza verso i potenti e i quattrinai. Non solo lo sfruttamento ma anche la gioia e l’umorismo, la solidarietà e il conflitto sociale.

Racconteremo la classe operaia da catena di montaggio e la narrativa carceraria dei proletari perseguiti, ma indagheremo anche le nuove forme di precarietà e di sfruttamento, il lavoro domestico, il precariato culturale, i lavoretti e i dannati della gig economy, gli intrecci tra genere, etnicità e classe.

Perché non siamo tutti “sulla stessa barca”. C’è chi sta al timone, chi si gode lo spettacolo del mare, e chi sgobba nella stiva. Perché il lavoro e la vita non ce la rubano gli immigrati, ma chi pensa di poter comprare con quattro spicci la nostra manodopera – manuale, culturale, intellettuale – riducendoci a merci. Per raccontare anche le storie di donne sfruttate e di immigrati. Di rider e di facchini. Degli operai della logistica e di quelli dei grandi centri commerciali. Dei cleaner e degli addetti alle vendite. Di studentesse-lavoratrici e di vecchi senza pensione che campano ancora coi lavoretti. Per non camminare da soli. You’ll Never Walk Alone.

Perché bisogna ricominciare da capo, ricostruire un immaginario. Ripartire dalle nostre vicende, raccontare storie operaie senza perdere la tenerezza. Scrivere storie working class con ogni mezzo necessario, ibridando archivi e racconti, memorie e narrativa, inchieste e romanzi. Realtà e finzione. Senza compiacersi nei toni dolenti della sconfitta. Con le storie working class non ricordiamo solo le sconfitte di ieri, ma prepariamo le vittorie di domani. Rideremo sulle nostre tragedie e sulle loro pacche sulle spalle. Continueremo a spingere le scritture operaie sulla montagna dell’industria editoriale, un passo alla volta, in salita. È un lavoro da titani. È il lavoro di Sisifo. Ma nessuno può farlo meglio di noi.

(Bisogna immaginare Sisifo felice).

Postilla dell’editore

Ruggine, meccanica e libertà uscirà giovedì 8 novembre, ma in realtà in alcune librerie è disponibile già da una settimana. Dietro questa storia c’è una vicenda di lotte sul lavoro importante da raccontare.

Era previsto che il volume uscisse il 31 ottobre, quindi sarebbe dovuto arrivare al magazzino del distributore una dozzina di giorni prima. La consegna era regolarmente arrivata, ma quel giorno era in corso un’assemblea sindacale tra gli operai della logistica, lavoratori costretti a ritmi massacranti in cambio di stipendi miseri, assunti tramite diverse cooperative secondo una logica di subappalti.

I camion con il nostro libro e anche altri non sono stati fatti entrare e il distributore ha formalmente spostato il lancio di una settimana, all’8 novembre. La situazione atipica ne ha complicato la gestione e il libro è arrivato nelle librerie in più tappe.

Ovviamente ai lavoratori e alle lavoratrici della logistica in mobilitazione va il nostro pieno sostegno.

Questa storia di resistenza sul lavoro ci sembra il modo migliore per inaugurare la collana con un moto di solidarietà working class.

Edizioni Alegre

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4 commenti su “Working Class, la nuova collana di narrativa diretta da Alberto Prunetti

  1. Vorrei inaugurare con un commento questa importante iniziativa, la scelta di dedicare una collana editoriale al tema del lavoro, al racconto partigiano della lotta di classe, dal punto di vista degli sfruttati, un laboratorio di elaborazione progressiva di un nuovo immaginario di lotta e di “impegno politico militante” così come è nella ” tradizione” ( parolona fuori luogo) di questo collettivo di scrittori, di cui un pò ci sentiamo parte. Come se la creazione di questi romanzi fosse anche il frutto dello scambio costante coi lettori e del confronto politico su queste pagine, fitte fitte di riflessioni. Ovviamente mi rende particolarmente felice questa scelta, perchè mi aiuta a sentirmi meno sola in questo clima di conflitto “sommerso”. E gli ultimi libri letti sul tema appartengono proprio a Prunetti con “108m” e al risultato del laboratorio di scrittura di Wu Ming 2 “Meccanoscritto”. Spero che ancora questo blog possa essere terreno di confronto sull’argomento e che aiuti a produrre racconti ricchi di “biodiversità”, col punto di vista che manca, quello di chi non è storicamente rappresentato, non solo dal punto di vista sindacale ma neppure dal punto di vista “virtuale”.

  2. Mi sembra un’ottima iniziativa. Il tema del lavoro, degli ultimi, degli sfruttati è il grande assente della produzione letteraria italiana. Personalmente non ne posso più storie di baite nelle quali ritrovare se stessi, introspezioni autocelebranti, o noir ormai stinti. Ovviamente si tratta di idiosincrasie tutte personali. Come diceva il buon Majakovskij “la via si contorce priva di lingua: non ha con che discorrere e gridare.”

  3. Sperando che possa nascere un bel dibattito, vorrei fare un paio di osservazioni, senza conoscere a fondo tutti i libri di narrativa working class – italiani e angolofoni – di cui parla il Prunetti (rigorosamente con l’articolo davanti), ma comunque avendone letti una buona fetta.

    Sia dalle letture fatte che dalla riflessione sulle proposte fino ad ora arrivate per la collana, ho l’impressione che in Italia per raccontare la working class ci sia molto più la tendenza a partire dal personale e scrivere/pensare libri autobiografici, su di sé o la propria ascendenza familiare, che raccontino la propria storia per poi allargare lo sguardo dalla prima persona alla società, ma sempre filtrata dalla propria esperienza diretta. Un modello quindi più o meno autobiografico, soprattutto non fiction romanzata in prima persona, in cui al massimo in alcuni casi ci sono inserzioni di autofiction o ibridazioni testuali.

    Mentre negli anglosassoni mi pare sia diffusa la tendenza a costruire romanzi più classici, di vera e propria fiction. Libri il cui retroterra magari è comunque mediato dalla propria esperienza, e che affondano le radici nel contesto sociale e storico delle province, delle periferie, ecc., ma che non essendo scritti in prima persona allargano di molto il focus oltre al mondo del lavoro strettamente inteso, intrecciandolo alla condizione tout court (anche fuori dai luoghi di lavoro) della working class, trattando questioni come gli intrecci multiculturali, il contesto urbano, il disagio giovanile, la povertà e la miseria estreme, il sottoproletariato, ecc. Però appunto spesso e volentieri dentro un modello romanzesco più classico, di fiction, raccontando storie che parlano non solo di lavoro ma anche di vita, di relazioni sociali, ecc.

    Percepisco quindi una parziale diversità sia di sguardo (io/noi) che di forma narrativa (non fiction/fiction; bio/novel). Non so se dipenda in qualche modo dalla diversa tradizione letteraria italiana e britannica, i due paesi di cui si è maggiormente parlato in riferimento alla narrativa working class. Non ho una teoria compiuta, le mie sono osservazioni molto impressioniste.
    Mi sembra anche che Prunetti col suo 108 metri abbia iniziato a gettare un ponte tra queste due tendenze.

    Ci riflettevo già da un po’, quando mi sono imbattuto in una frase di una recente intervista di Wu Ming 2 in cui accenna ai libri degli scrittori italiani figli della migrazione, e con cui esprime meglio di me ciò che mi passa per la testa:
    «Cioè davvero avremmo fatto un passo importante, e in parte lo abbiamo già fatto, quando scrittori figli della migrazione potranno finalmente smettere di raccontare la migrazione ma potranno raccontarla, come fa qualunque altro scrittore, mettendo la propria autobiografia anche dentro a un romanzo di fantascienza».
    Credo che quello che dice riguardo gli «scrittori figli della migrazione» debba valere anche per gli scrittori “figli della working class”. Per fortuna ci sono già da tempo autori “figli della working class” che scrivono a tutto tondo (gli stessi Wu Ming, per dire). Un bel salto in avanti potrebbe arrivare quando si racconterà la condizione della classe lavoratrice, dal di dentro, anche tramite un bel romanzo working class fantascientifico. O magari ci sono già e me li sono persi.

  4. Sì, la distinzione ci sta, in parte. In Gran Bretagna più che la biofiction si calca ancora la strada del romanzo di finzione inserito in un contesto di ambientazione working class, talvolta scritto in terza persona (è il caso di quanto è stato finora tradotto in italiano di A. Cartwright). Però ci sono doverose eccezioni. Adesso non ho sotto mano i romanzi di calcio e hooligan di John King, però mi sembra di ricordare che usano molto la soggettiva, la prima persona, la deformazione grottesca, l’uso dello slang… sono insomma romanzi poco “naturalisti”. “Congratulations” di Cass Pennant sembra molto legato all’esperienza biografica dell’autore. E in fondo anche “Ai piani bassi” di Margareth Powell è un memoir e non un romanzo di invenzione. Comunque sostanzialmente il tuo discorso tiene. Poi intendiamoci: scrivere opere di finzione può essere anche un modo per non dovere ruminare sempre la propria esistenza. La finzione, l’invenzioni di mondi, non va scartata a priori. Altrimenti si corre il rischio di condannare le scritture operaie al solo dato testimoniale. Non al narcisismo borghese, ma alla condanna di dover solo occuparsi della propria vita, mentre gli altri inventano immaginari. Insomma, va bene partire dalla propria vita, quando nessuno la racconta, ma non può diventare un dogma la biofiction. E lo dice uno che sul tema della biofiction sta scrivendo una trilogia.

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