#Tolkien in Italia: la strada prosegue ancora

Esattamente un anno fa Wu Ming 4 spediva questa lettera nella mailing list dell’Associazione Italiana Studi Tolkieniani:

Bologna, 20 giugno 2017

Cari tutti e tutte,

da un po’ di tempo meditavo di scrivervi questa lettera per comunicarvi un paio di cose che riguardano l’associazione e il sottoscritto. Finalmente posso farlo, perché qualche giorno fa è giunto il “sì” della Tolkien Estate che aspettavo.

Non tocca a me dare la notizia, lo farà qualcun altro, dico solo che la interpreto come un segno, ovvero un giro di boa nell’ancor breve storia dell’AIST. E questo mi spinge ad annunciare un cambiamento che mi riguarda. Alcuni di voi penseranno che sono fin troppo presuntuoso nel volerlo comunicare per iscritto, ma, che ci crediate o no, è un’esigenza nata dall’affetto e dal rispetto che nutro per l’associazione, oltre che per quelli di voi che conosco direttamente.

Quando circa dieci anni fa mi sono messo a rileggere Tolkien con occhi adulti, e in particolare con occhi da narratore, ho intrapreso il cammino che mi ha poi portato in questo consesso.

L’intento che mi ha sospinto era ed è quello di fare uscire Tolkien dalla palude in cui era rimasto relegato per quarant’anni in Italia e ridargli la dignità che gli spetta nella storia della letteratura e nella percezione comune.
Non sono mai stato uno studioso di Tolkien, almeno non del livello di alcuni di voi. Tanto meno sono un “maestro” in grado di tenere lectiones magistrales (la cosa mi fa perfino ridere), dato che – per dirla col Professore – «io non predico e non insegno». Il mio approccio alla materia è sempre stato da divulgatore e da narratore, quello di chi deve porsi una serie di problemi non dissimili da quelli che si poneva Tolkien, come chiunque faccia questo mestiere. Per il resto ho sempre considerato più importante il lavoro certosino di altri di noi: traduzioni, pubblicazioni, allestimenti, comunicazione, ecc.

Tuttavia c’era un lavoro da fare, secondo me, e spettava a qualcuno che avesse già una certa visibilità e che potesse reggere un certo ruolo, facendo al tempo stesso da ariete e da parafulmine, affinché altri nel frattempo potessero lavorare di fino.

Questo ruolo io me lo sono ritagliato senza concordarlo con nessuno, sperando che funzionasse e… ha funzionato. Ovviamente è una scelta questa che mi ha portato anche a fare delle forzature, rispetto alle quali alcuni di voi hanno espresso la loro perplessità e disaccordo. Non c’è niente di strano in questo. Sono un materialista dialettico e penso appunto che a muovere la storia sia la dialettica, il conflitto non mi preoccupa.
Sapevo anche che presto o tardi, il suddetto ruolo mi avrebbe portato a essere ingombrante, e che quindi sarebbe venuto il momento di cambiare.
Ecco, il momento è arrivato.

Quando nel 2009-2010 decisi di tentare l’impresa mi prefissi alcuni obiettivi necessari per cambiare il discorso intorno a Tolkien in questo paese. Ne parlai con un paio di voi già allora, e insieme ne individuammo quattro in particolare:

1. Scalzare dalle rendite di posizione le cariatidi che per decenni avevano inquinato i pozzi associando la poetica di Tolkien a quella dei loro pensatori preferiti con una cinica operazione ideologica. Per questo era necessario divulgare le argomentazioni e gli studi anglosassoni sull’autore, affinché la miseria dei sedicenti studiosi di Tolkien nostrani emergesse in tutta la sua evidenza.

2. Consorziare le realtà e i singoli che a ranghi sparsi stavano da anni perseguendo lo stesso scopo e fare in modo che potessero coordinarsi sotto lo stesso tetto, per così dire, diventando quindi polo d’attrazione per tutti gli interessati, fossero comuni lettori o studiosi. Fondare insomma un’associazione seria che potesse fornire un marchio di garanzia alle operazioni editoriali e agli eventi su Tolkien, da quello più “scientifico” a quello più “ludico”, imponendo un passo e uno stile diversi rispetto a chi in passato aveva tenuto quello spazio.

3. Riportare Tolkien all’università, che è sempre stata casa sua. Vale a dire: portare i grandi studiosi stranieri in Italia, ma anche scovare e contattare i docenti italiani interessati a Tolkien, con i quali organizzare o partecipare a corsi e convegni di livello accademico.

4. Riaprire la partita delle traduzioni e ritraduzioni. Mettere mano ai “testi sacri” sempre trattati malamente, come fossero prosa di serie B, o perfino mai tradotti.

The frontman

Con la notizia dell’altro giorno considero raggiunti i quattro obiettivi minimi e chiusa una fase. Non avendo mai inteso fare di Tolkien una carriera, né essendomi mai interessate le rendite di posizione, sono ad annunciarvi che faccio un passo indietro. Anche due. Non intendo più fare il frontman, vorrei passare in seconda fila e dedicarmi a compiti diversi, di servizio, per così dire. È tempo di lasciare spazio ad altri soci e socie, che devono poter sviluppare il proprio talento senza ingombri.

Non vi nascondo che sento anche forte l’esigenza di tornare a Rivendell a raccontare storie davanti al camino, che è in fondo il mio mestiere e il punto di partenza della mia stessa passione per Tolkien. Me ne sono reso conto scrivendo il mio ultimo romanzo solista, Il Piccolo Regno, che considero il vero omaggio del sottoscritto a Tolkien, molto più di Stella del Mattino, dove pure lui è uno dei personaggi, o dello stesso Difendere la Terra di Mezzo, che è un semplice saggio divulgativo.

Scusate se l’ho fatta lunga, ma ci tenevo a condividere con tutti e tutte voi questa decisione.

A presto,

Federico (a.k.a. Wu Ming 4)

La notizia a cui si alludeva un anno fa era la chiusura della trattativa per la ritraduzione del Signore degli Anelli, in quel momento ancora riservata, e oggi di dominio pubblico. Se tutto va bene, la nuova vita italiana del più celebre romanzo di J.R.R.Tolkien comincerà nel novembre del 2018.

Ottavio Fatica, finalmente un traduttore di Tolkien in Italia

Ottavio Fatica

Il traduttore designato, per altro, è stato suggerito proprio dall’AIST. Ottavio Fatica è uno dei migliori traduttori dall’inglese che ci siano in Italia, e al Salone del Libro di Torino, nel maggio scorso, ha illustrato il tipo di lavoro che sta facendo sul testo letterario.

Avendo avuto il privilegio di leggere in anteprima le bozze della sua traduzione del primo volume del SdA, ma essendo vincolati al massimo riserbo, ci limiteremo a dire che il romanzo cambia faccia. Per mezzo secolo abbiamo fruito di una traduzione barocca, in cui spesso l’aggettivazione era arbitrariamente quanto inutilmente raddoppiata, con frasi aggiunte di sana pianta, effetti di ridondanza, elisioni, licenze e omissioni. Come ha dichiarato Fatica in un’intervista di poche settimane fa, considerando che si tratta della traduzione fatta da un’adolescente (Vittoria Alliata di Villafranca aveva 17 anni all’epoca della pubblicazione in Italia del Signore degli Anelli), fu un risultato tanto straordinario quanto infedele allo stile dell’autore, anche dopo l’editing operato da Quirino Principe. Soltanto la generale bassa considerazione letteraria per Tolkien ha però impedito che in mezzo secolo un qualunque traduttore professionista e navigato venisse messo all’opera sull’opus magnum tolkieniano. Per analoga sottovalutazione letteraria e pigrizia editoriale si è continuato a mantenere nelle edizioni italiane l’obsoleta introduzione di Elemire Zolla (dove si dice che gli Hobbit sono i Celti e che nel romanzo agisce il «Male assoluto»), e della quale non si sentirà la mancanza, essendo già stata aggiunta nelle edizioni più recenti quella di Tolkien stesso del 1966, che può ben essere autosufficiente ed è certamente più appropriata ad accompagnare il romanzo.

Se Fatica sta quindi restituendo alla prosa tolkieniana l’ariosità e scorrevolezza originarie, nonché rendendo la varietà di registri linguistici presenti nel romanzo, la faccenda spinosa rimane quella della nomenclatura e della toponomastica. In Italia per cinquant’anni siamo stati abituati a chiamare e sentire chiamare (perfino nel doppiaggio dei film di Peter Jackson) luoghi e personaggi in un certo modo. Sarà dura confrontarsi con la nuova resa di alcuni di questi. Una resa ispirata dalla sintonizzazione di Fatica con il lavoro etimologico fatto da Tolkien, il quale formava spesso i nomi utilizzando le accezioni più remote e obsolete di alcuni termini, creando a volte degli effetti stranianti per i lettori inglesi moderni.

Un paio di esempi (abbastanza innocui) possono rendere l’idea.

Il primo è la traduzione della parola Farthing (anche in composti: «Westfarthing», «Eastfarthing», ecc.). Si tratta delle quattro zone in cui è suddivisa la Contea degli Hobbit, che la precedente traduzione rendeva con «Decumani», creando un evidente problema concettuale. Infatti nella cultura latina il decumano allude a una linea retta, non a un’area di superficie. Per altro senza un «cardine» (di cui ovviamente non v’è traccia nel romanzo), il decumano, cioè una linea est-ovest, non può certamente dividere un’area geografica in quattro parti. La parola usata da Tolkien invece rimanda proprio a questo, dato che il farthing era il quarto di penny predecimale (moneta corrente in Gran Bretagna fino alla seconda metà degli anni Cinquanta) e c’è almeno un esempio storico di suddivisione amministrativa in quattro Farthings che Tolkien conosceva molto bene, cioè l’Islanda medievale.

Il secondo esempio – spiegato dallo stesso Fatica a Torino – è quello dei toponimi Harrowdale e Dunharrow, resi nella traduzione precedente con «Clivovalle» e «Dunclivo». Il primo nome è quello di una valle tra i Monti Bianchi che porta a un luogo di rifugio dei Rohirrim, indicato con il secondo nome, già sede nei millenni precedenti di un tempio “pagano”.

Nella celebre guida ai nomi nel Signore degli Anelli scritta ad uso dei traduttori, Tolkien scriveva che «Dunharrow» è «a modernisation of Rohan Danhaerg ‘the heathen fane on the hillside’, so called because this refuge of the Rohirrim at the head of Harrowdale was on the site of a sacred place of the old inhabitants (now the Dead Men). The element haerg can be modernised in English because it remains an element in place names, notably Harrow (on the Hill). The word has no connection with harrow the implement. It is the Old English equivalent of Old Norse hörgr (modern Icelandic hörgur), Old High German harug.»

La parola «harrow» dunque, nei due composti in questione, non ha niente a che fare con il significato che ha nell’inglese moderno (cioè «erpice», che rimanderebbe a un elemento agricolo e che probabilmente un lettore inglese contemporaneo recepisce così), ma indica invece un altare/tempio pagano, di cui non v’era traccia nella resa «Clivovalle» e «Dunclivo».

Non diremo quali traduzioni abbia escogitato Ottavio Fatica, ma la sua scelta, in questi casi come in altri, si orienta sulla resa dell’etimologia indicata da Tolkien, o comunque a una maggiore fedeltà al senso delle parole da lui utilizzate.

Una cosa è certa, anzi certissima: le resistenze saranno forti. Dopo cinque decenni durante i quali la vecchia traduzione si è sedimentata nell’uso di lettori e commentatori italiani, si è creato un legame affettivo con i nomi di certi personaggi e luoghi. In realtà è ovvio che l’unico modo per non essere delusi è leggere il romanzo in lingua originale, dove «Strider», «Rivendell», «Gaffer», «Mirkwood», «Bag End», ecc., hanno i loro nomi che rimandano a storie racchiuse nell’etimologia, senza il problema della traduzione traditrice. La sfida e il fascino di ogni traduzione, però, stanno precisamente in questo: provare a mantenere un certo effetto e impatto, nel passaggio da una lingua all’altra.
Seguiranno meravigliose polemiche.

Per quanto riguarda Wu Ming 4, che da un anno non partecipa a eventi pubblici a tema Tolkien, proseguirà su questa linea, lavorando piuttosto a progetti, per così dire, di rifinitura:
■ La nuova edizione di Difendere la Terra di Mezzo, che uscirà in autunno, con alcune migliorie e con una seconda appendice.
■ Un laboratorio su Lo Hobbit all’Università di Trento, verosimilmente in novembre.
■ La pubblicazione di una seconda raccolta di interventi, del periodo 2014-2017, per la prossima primavera.

Insomma la marcia continua, con ruoli e modalità mutevoli, e con la consapevolezza che un lungo tratto è già alle spalle, ma che, come direbbe Bilbo, la strada prosegue ancora e ancora…

The Road goes ever on and on
Down from the door where it began.
Now far ahead the Road has gone,
And I must follow, if I can,
Pursuing it with eager feet,
Until it joins some larger way
Where many paths and errands meet.
And whither then? I cannot say.

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2 commenti su “#Tolkien in Italia: la strada prosegue ancora

  1. Bellissima notizia che ignoravo totalmente. Ciò posto i nomi inglesi non suonano molto bene, mentre Dunclivo e Clivovalle si’. Quindi meglio una traduzione che la lettura in lingua originale.
    Sarebbe possibile aggiungere alla traduzione una bibliografia aggiornata e non solo italiana sul romanzo? Per dire la verità sarebbe necessario un corposo saggio introduttivo vero e proprio, ma in mancanza di quello…

    • Mi chiedevo se e in che misura la nuova traduzione ha tenuto conto del lavoro fatto in questi anni dagli appassionati. Ricordo in particolare la segnalazione di una serie di parole mal rese dalla traduzione attuale, alcune davvero comiche.
      Sono curiosa soprattutto di capire se la parte del viaggio verso Monte Fato (si chiama ancora cosi’?) avrà quel tono esoterico e mistico tanto diverso da tutto il resto del romanzo. Di certo il traduttore dev’essersi assai divertito.

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