Come un muro grigio intorno all’Europa. Dedicato al poeta Yvan Goll (Speciale L’Invisibile ovunque, Schegge di Shrapnel, Cent’anni a Nordest)

Yvan Goll (1891 - 1950)

Yvan Goll (1891 – 1950)

Dopo due settimane di pausa, con in mezzo Pasqua e il grigio di Blu, torniamo a parlare dei testi di Schegge di shrapnel. Questo quarto appuntamento, come promesso, è dedicato a Yvan Goll e al suo Requiem per i morti dell’Europa.

Nel frattempo, però, si è accumulato diverso materiale interessante anche su L’invisibile ovunque Cent’anni a Nordest, i due libri cugini del disco. Per questo, oltre al solito approfondimento su un brano della tracklist, vi proponiamo un intero speciale sulla Grande Guerra, con coda di segnalazioni, commenti e nuove uscite.

Yvan Goll nasce con il nome Isaac Lang a Saint-Dié, nei Vosgi. L’anno è il 1891 e la sua regione d’origine – l’Alsazia – fa parte dell’impero tedesco. Il padre è un mercante di stoffe di origine ebraica, ma muore quando il figlio ha sei anni. La madre allora si trasferisce dai parenti a Metz, in Lorena. Yvan cresce in quella città, parlando francese in casa e tedesco a scuola. Si laurea in giurisprudenza a Strasburgo nel 1912. Allo scoppio della Guerra, per evitare l’arruolamento, scappa in Svizzera, vive tra Ginevra e Zurigo, frequenta James Joyce e i dadaisti del Cabaret Voltaire. A Losanna, nel 1915, esce una sua raccolta di poesie contro la guerra, intitolata Elégies Internationales. Pamphlets contre cette guerre. Il libretto, di appena 16 pagine, è firmato semplicemente Goll. E’ la terza pubblicazione della sua vita e il terzo pseudonimo che usa, dopo Tristan Torsi (Films, 1914) e Iwan Lassang (Der Panama-Kanal, 1914).

«O popoli eroici! Voi che cercate la grande battaglia.

Voi ne perdete una ancora più grande.

L’Europa.»

La stesura del Requiem è una vicenda confusa e ha dato parecchi grattacapi agli studiosi. Per molto tempo si è creduto che ne esistesse una prima versione in francese, pubblicata nel 1916 a Ginevra, sulla rivista demain. In realtà, nessuna copia conosciuta di quella testata contiene il testo in questione (e sarebbe comunque difficile immaginarselo, dato che il Requiem è un poema di oltre 40 pagine, composto di brani in prosa e in versi, presentati come elegie, recitativi, litanie, messe, ballate, cori, strofe, inni, lamenti.)

L’errore nasce da un riferimento contenuto nella prima edizione tedesca (Requiem für die Gefallenen von Europa, Ginevra, 1917), dove si dice che il testo è comparso per la prima volta sul demain. Poiché l’editore del libro è lo stesso della rivista, sarebbe logico pensare che non si sbagli. Invece, nel 1917, una piccola parte del Requiem esce in francese su Le Tablettes. Una nota spiega che i tre recitativi sono “tradotti dal tedesco” e più precisamente dall’edizione pubblicata a Ginevra nel 1917. Tutto fa pensare che il traduttore sia lo stesso Goll, che qui si firma Iwan, con la doppia vu.

Tutte queste informazioni di vago sapore borgesiano ci servono a spiegare come mai, anche dietro esplicita richiesta di alcuni giapsters, non siamo in grado di indicare un testo completo del Requiem per i morti d’Europa che non sia l’originale tedesco. On-line non si trova. Le biblioteche italiane che lo possiedono sembrerebbero soltanto due: Bologna (Sala Borsa) e Padova (Maldura). E’ contenuto nel primo volume (su 4) della raccolta Die Lyrik in vier Bänden/Yvan Goll a cura di Barbara Glauert-Hesse (Berlino, 1996). Sarebbe una meraviglia se una task-force di giapsters germanisti ci si volesse dedicare, a tempo perso, per una traduzione collettiva. Noialtri, da Bologna, ci offriamo di prendere il libro e scansionarlo.

In francese se ne trovano soltanto alcuni frammenti, in parte tradotti dallo stesso Goll, in parte da sua moglie Claire (nata Clara Aischmann, anche lei scrittrice, poeta e giornalista). Sono raccolti e montati uno dopo l’altro in questo sito, nato come archivio di tutti i testi dell’autore in lingua francese.

In inglese ci sono un paio di recitativi in un’antologia Penguin sulla poesia della Prima guerra mondiale. Altre lingue, non pervenute.

Nonostante alcuni tentativi importanti di resuscitarne la figura, Yvan Goll è pressoché sconosciuto, anche in Francia, dove ha vissuto i suoi ultimi anni.

Eppure, il primo numero della sua rivista Surréalisme – che vide la luce il 1° ottobre 1924 – contiene un manifesto del movimento che anticipa (di pochi giorni) il più famoso testo di André Breton.

Eppure, quando Yvan tornò in Europa dagli Stati Uniti – dov’era fuggito a causa della persecuzione contro gli ebrei -, sedici poeti fecero a turno per donargli il sangue e aiutarlo a sopravvivere alla leucemia. Fu solo grazie a quel sostegno che riuscì a terminare la sua ultima raccolta, Erba di sogno (tr. it. di Lia Secci, Einaudi, 1970)

Eppure, le sue poesie di cent’anni fa cantano e piangono una “morte dell’Europa” che oggi si compie nell’indifferenza, come una banale operazione da day hospital.

L’invisibile ovunque

Come un muro grigio attorno all’Europa, correva la lunga battaglia
La guerra, sazia, mordeva fino al midollo dei paesi
La guerra gettava la sua ombra gigante sui porti rischiarati degli uomini,
sulle fabbriche e gli opifici tremanti di un’intensa luce
La guerra lavorava i giovani campi e abbatteva le vecchie foreste
La guerra era l’invisibile ovunque, il suo battito gonfiava le vene degli uomini,
suonava con le campane dei villaggi, tuonava la notte durante la tempesta.
La guerra erano i giorni del calendario. Era la cifra del secolo.
Era il lamento dei poveri, la rabbia dei deboli. Era la fame. Era la morte.

Radio Città del Capo

Il 29 marzo scorso il Wu Ming Contingent, in versione power duo, si è esibito a Bologna, negli studi di Radio Città del Capo. La trasmissione era Maps, condotta da Francesco LocaneQui trovate l’audio dell’evento.

Questo invece è il webdoc di Schegge di Shrapnel realizzato da Marco Picinotti. Una guida all’ascolto in forma di timeline sulla Prima Guerra Mondiale, sull’oggi e forse per domani.

Qui si può leggere una bella recensione dell’album scritta da Raffaele Calvanese.

Infine, ricordiamo che Schegge di Shrapnel – come anche L’Invisibile ovunque e Cent’anni a Nordestè ordinabile qui.

A distanza di cinque mesi dall’uscita, continuano ad arrivare recensioni de L’Invisibile ovunque.

Su Doppiozero, Enrico Manera prende in esame i quattro racconti, uno dopo l’altro, ravvisandovi un crescendo di effetti perturbanti, e conclude che il libro assesta «due sberle»:

«una è l’avvertimento lanciato al lettore, di dubitare sempre di quello che legge, soprattutto se ben raccontato e a prescindere dall’autorità attribuita alla fonte. La seconda è che leggere qualcosa di bello e struggente ci pone di fronte alla particolare verità della letteratura. E che talvolta, quella falsità possa produrre un registro di verità più significativo della verità vera.»

Su Recensioni Russe, Tatiana Larina scrive:

«La prima innovazione del testo, sta a mio avviso nel fatto che i Wu Ming sembrano aver abbandonato l’espediente narrativo della storia raccontata come avventura… Con L’Invisibile Ovunque, il lettore si trova invece direttamente proiettato in una complessità che prescinde l’intreccio narrativo e riguarda il contenuto… Si tratta di un ennesimo passo in avanti sul percorso del collettivo che  continua a sperimentare, a proporre letteratura di livello senza dormire sugli allori.»

Su La balena bianca, Fabio Disingrini scrive:

«I Wu Ming completano… la loro denuncia contro la guerra più ingannevole del ventesimo secolo sul piano storiografico: un conflitto mondiale trasformatosi presto, per l’Italia, in una specie di quarta guerra d’indipendenza con seicentomila caduti per Trento e Trieste.
Qui dove il grande romanzo della Prima Guerra Mondiale non è mai stato scritto, L’invisibile ovunque disegna invece una denuncia che non è più la critica della fuga in nome dei voti patriottici, ma anzi rinforza l’evasione del singolo dal conflitto.»

Cent'anni a Nordest

Ben dieci mesi dopo l’uscita in libreria, continuano ad arrivare recensioni anche di Cent’anni a Nordest. Ne approfittiamo per dire che il libro è appena stato ristampato, grazie a tutte e tutti.

Una delle migliori recensioni l’ha scritta su Goodreads un lettore che si firma semplicemente Gerardo. La riportiamo qui sotto perché – al netto dell’incipit iperbolico – merita, coglie e restituisce tutti gli aspetti e le ragioni della struttura in apparenza “divagante” del libro:

CENT’ANNI A NORDEST

Se si dovesse nominare un erede del Roland Barthes di Miti d’oggi, forse questo sarebbe Wu Ming 1. Di fatto, in questo testo WM1 analizza molti miti della destra italiana, fino ad arrivare all’analisi di un secolo di miti di destra. Come Roland Barthes, ricerca l’ideologia che si trova dietro a determinati simboli, a determinate manifestazioni, a determinate parole.

Ma se Barthes si limitava a mostrare la ‘struttura’ sincronica dei suoi miti, WM1 da buon storico cerca di mettere in contatto la struttura dei miti contemporanei con quella dei predecessori. Così facendo, rinverdisce anche la memoria del popolo italiano, che ignora gran parte dei suoi simboli: molti dei nomi delle nostre strade, oggi, hanno perso di senso. Qui, WM1 cerca di farci capire cosa ci sia dietro quei nomi e soprattutto quale sia stata la retorica che li ha piazzati lì, in bella mostra sulle belle targhette lustrate.

La struttura procede per micronarrazioni, in cui singoli eventi di cronaca o storici diventano individualizzazioni di un mito soggiacente, che spiega e accomuna numerosi eventi anche molto distanti tra loro. Non manca un certo humor, che stempera i toni senza sminuire il discorso impegnato e necessario di critica nei confronti dei miti di destra.

Le micronarrazioni, però, nel loro insieme mostrano una macronarrazione – un mito – che le racchiude. Questo mito può essere quello di un individualismo esasperato che si declina in due modi: indipendentismo e culto del capo. Da una parte, c’è la volontà di allontanarsi dall’Altro come se questo fosse solo capace di privare l’individuo delle sue ricchezze: si crede che un totale distacco dall’Altro possa condurre a un benessere privo di qualsiasi forma di zavorra. L’Altro è il peso che bisogna lasciare andare per poter spiccare il volo. Dall’altra c’è il culto del capo: infatti, l’indipendentismo è una sorta di ‘individualismo’ ad un livello più alto, cioè quello del ‘gruppo’. Il gruppo, dovendo avere le fattezze di individuo e quindi dovendo essere indivisibile, ha bisogno di rispecchiarsi in una figura che incarni tutti i suoi valori: il capo, colui che detiene tutte le virtù tanto agognate dai singoli appartenenti al gruppo. Il capo non è nient’altro che l’immagine identitaria di un gruppo di persone.

Ma WM1 conclude il testo con storie di Resistenza a questi miti, rifiutando quindi di attuare una narrazione disfattista tanto in voga negli ultimi tempi. Il problema c’è, ma c’è anche gente che lavoro affinché questa situazione venga risolta: ed è giusto ricordarlo. Spicca tra tutti la figura del disertore: figura difficile da assimilare, poiché siamo troppo imbottiti di una retorica del coraggio e dell’impegno. Ma se la guerra è folle, se la guerra è solo un gioco del potere, allora il vero eroe è colui che dice no al proprio sfruttamento. Il vero eroe è colui che si rifiuta di essere sacrificato per l’avidità del potere. E’ una lezione non scontata di cui ringrazio l’autore.

Non tralasciate i titoli di coda: conservano al loro interno altre chicche, soprattutto alcune informazioni sulla ‘poetica’ di questi testi. Il che non è da sottovalutare, vista la grande originalità delle opere in solitaria dei Wu Ming. Inoltre, specificano meglio alcuni punti toccati nel testo, oltre che a permettere al singolo lettore di continuare le proprie ricerche.

C’è un legame con Point Lenana e con L’invisibile ovunque senza che la lettura di tutt’e tre risulti ripetitiva: si apprezza il discorso coerente senza ritrovarsi di fronte a certi copia e incolla che molto spesso caratterizzano alcune operazioni editoriali italiane, soprattutto saggistiche.

A - Rivista Anarchica n.405

Un’altra recensione di Cent’anni a Nordest, a firma di Daniele Barbieri, è uscita su A – Rivista anarchica, numero n.405, anno VI, marzo 2016.

PRIMA (E TERZA?) GUERRA MONDIALE

«Come è governato il mondo e come cominciano le guerre? I diplomatici raccontano bugie ai giornalisti e poi credono a ciò che leggono». Avevo scelto questa frase di Karl Kraus – poi lo ritroveremo, con un altro aforisma – per iniziare un ragionamento su Cent’anni a Nordest di Wu Ming 1 (Rizzoli, Milano, 2015, pp. 274, € 17,00) uscito a giugno – sottotitolo «Viaggio tra i fantasmi della guera granda» – e dedicato ad Antonio Caronia. È un reportage narrativo? Un saggio storico ben scritto? Non so a voi, a me non importa imbarattolarlo, lo consiglio senza etichette.
Proprio mentre rileggevo il libro, sul mio computer ha fatto irruzione la seconda strage (bisognerà numerarle?) di Parigi. Dunque mi ritrovo a scrivere di questo libro – importante, anche per la sua capacità di connettersi all’oggi – con un’accresciuta sensazione di catastrofe sulla schiena. Con le bugie dei “diplomatici” che in queste ore dilagano: a coprire certe guerre, altre a gonfiarne e nuove a prepararne. E con il direttore diRepubblica a suggerirci la linea: siamo tutti occidentali, cioè buoni. Io come Salvini e la ministra Pinotti. Sottinteso: gli altri sono non occidentali. L’Isis come Vandana Shiva, suppongo. Com’è semplice il mondo. Ha invece ragione Wu Ming 1 a scrivere: «Dobbiamo fare i conti con questi intrichi di identità, con le nostre memorie selettive, con matasse piene di nodi». Lui parla del Nordest ma questa complessità è quasi ovunque.
«A Nordest il passato si confonde con il presente, tra memorie rimosse ed eredità inconfessate. Così ho deciso di studiare, intervistare, mappare, scrivere». Nordest cioè i luoghi della «guera granda, nelle parlate venete».
Facciamo un giro con Wu Ming 1. Lì c’è il fiume della retorica: «la Piave» ribattezzato maschio perché gli eroi – si sa – non possono essere femmine. Ecco là Gorizia, «tu sei maledetta». I grandi cimiteri nazionalisti e fascisti. Il Carso «che in tedesco si chiama Karst, in sloveno Kras». Ronchi che usa il suffisso «dei Legionari» ma qualcuno vorrebbe ribattezzare «dei partigiani». Caporetto, «o meglio Kobarid». Trento e Trieste, sempre citate insieme pur se lontane e poco somiglianti: «si fa presto a dire Nordest» però quelle tre regioni sono diversissime fra loro. Bolzano «che non era “irredenta” né italiana, ma già che ci siamo prendiamola»…
Il passato ci parla delle infamie di Cadorna, di Andrea Graziani, del Duca d’Aosta; di fucilazioni sommarie a Villesse, Cervicento e via, un lungo e terribile elenco. Ma racconta anche di renitenti e antimilitaristi. Il presente ha buona memoria quando erige il «monumento al disertore di tutte le guerre» (a Rovereto). O quando ripropone storie censurate: a esempio l’attore e regista Alessandro Anderloni o il drammaturgo Massimiliano Speziani. E Cent’anni a Nordest ci riconnette al presente: «Perché diserzione e disobbedienza non sono “acqua passata sotto i ponti” ma domande poste al presente, a chi vuole fare la guerra oggi».
Nel Nordest, dall’intreccio di ricchezza e ignoranza – così cantavano i Pitura Freska – nascono i Pietro Maso. E il leghismo-razzismo, con le spinte secessioniste (in parte vere, in parte altamente alcoliche). Qui adesso c’è anche molto assurdo. La rivendicazione di un Putin dalle origini venete, per dirne una. Se la desinenza “in” è «tipicamente veneta», tagliamo corto: «Vero. Lenin era di Montebelluna, Rasputin di Monselice, Gagarin di San Donà di Piave». Nel Trentino e Alto Adige «c’è un Welfare che altrove te lo sogni» ma allora perché «ci si ammazza più che altrove?». La pianura veneta è «divorata dalla psoriasi del mattone e del cemento». In meno di 40 anni «questa terra è passata dalla miseria […] a una ricchezza perseguita con pochi freni» scrive Wu Ming 1. «Suolo e sangue. Blot und Boden»: da queste parti, più che altrove, torna a risuonare l’antico, terribile binomio e l’autore commenta – citando Karl Kraus (rieccolo) – «l’unione di sangue e terra provoca il tetano». L’oggi è fortemente connesso al passato. «Non parleremmo di “Nordest” senza la Prima guerra mondiale. Il Nordest è il prodotto di quella guerra che operò una cesura irreversibile. […] Il Nordest è figlio della guera granda in ogni suo aspetto a cominciare dal paesaggio».
Cent’anni a Nordest si muove anche fra indipendentismi, austronostalgie, «mitologie tossiche» (e perlopiù inventate). Spesso, nelle pieghe del passato inventato, affiora anche qualche complicata verità: a esempio, «con l’annessione all’Italia, Trieste non sembra aver fatto un buon affare». Altra complicazione: «la nostalgia per gli Asburgo può nasconderne una più lercia: quella per le SS». E c’è oggi chi rivendica quei “bei tempi”.
I nodi «vanno sciolti con pazienza, uno a uno». Chissà se «il centenario della Grande guerra, coi suoi 4 anni di ricorrenza» potrebbe far nascere ragionamento collettivo, almeno in una minoranza. In ogni caso la frase finale – «Bentornati, fantasmi della diserzione» – è sempre buona, oggi più di ieri.

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4 commenti su “Come un muro grigio intorno all’Europa. Dedicato al poeta Yvan Goll (Speciale L’Invisibile ovunque, Schegge di Shrapnel, Cent’anni a Nordest)

  1. io mi metto a disposizione per la traduzione. Se voi WuMing, scansionate le pagine e me le mandate, io mi posso mettere a tradurle (poco a poco). Se ci sono altri interessati, ci possiamo contattare, però non vorrei scrivere la mia mail qua sui commenti: che faccio? scrivo una mail ai WuMing?
    Aggiungo che non so se ho le capacità di rendere stilisticamente le parti in poesia dal tedesco all’italiano, ho fatto il classico, ma poi ho studiato fisica. Ci posso provare, ma nel caso le traduzioni delle poesie facciano un pò schifo, qualcuno dovrà occuparsi di renderle migliori

  2. […] tre mesi esatti dall’ultimo speciale congiunto, torniamo a proporvi recensioni, ascolti e interviste relativi al nostro Tridente del Centenario […]

  3. Ciao, riesumo questa discussione dopo aver scambiato l’altra sera due parole con WM2, il quale mi ha detto che, purtroppo, la traduzione del requiem non è andata a buon fine. A questo punto, non si potrebbe provare a organizzare un crowdfunding per ingaggiare uno scrittore/traduttore professionista, e pubblicare poi il libro, un po’ come è stato fatto per la serie di racconti e fotografie “Quattro”? Dagli stralci che ho letto del requiem, è un vero peccato che un testo del genere rimanga di fatto inaccessibile, almeno in Italia. Non credo che ci dovrebbero essere problemi di copyright, o sbaglio?

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