Quando il capitalismo digitale mette tristezza e fa ribrezzo

Qualcuno avrà già visto questa scena, ma molti altri no, e allora ve la proponiamo. Roma, tre giorni fa, inaugurazione di un nuovo Apple Store. Quelli che vedete sono i commessi, forza-lavoro che partecipa con troppo zelo alla propria messa in ridicolo.
Identificarsi con la multinazionale che ti sfrutta, coi miliardari che ti gettano ossi già piluccati e devi pure ringraziare, perché quella è un’azienda cool.
La coreografia dell’Apple Store dà corpo al feticismo della merce digitale: vorrebbe occultare lo sfruttamento dietro una cortina di mossette e sorrisi, ma il risultato è di renderlo più visibile. I commenti su YouTube – solitamente di infimo livello – non sono per niente teneri. Queste immagini fanno ribrezzo anche a molti insospettabili (persino a qualche fanboy della Mela). C’è chi è rimasto turbato e nauseato ma non lo dice: troppo forte il timore di passare per “comunista”, brrrr.
Ci sarebbe da scrivere qualcosa di lungo, se solo non lo avessimo già fatto (e con Steve Jobs ancora in vita).
La sensazione, in ogni caso, è che si sia passato un segno. Forse non sono più quei tempi: il capitalismo è tornato a fare schifo. Non a caso, in Europa e nel mondo, vuole essere temuto: sa bene di non essere più amato. L’Austerity è politica della paura.

[Su quest’argomento segnaliamo un ottimo post di Jumpinshark: “Apple Store, danza macabra dell’innovazione e lavoro umiliato”.]

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152 commenti su “Quando il capitalismo digitale mette tristezza e fa ribrezzo

  1. Solo un piccolo divertissement, senza pretese di coerenza interna o perfetta corrispondenza teorica, basato su un celebre discorso di El-Hajj Malik El-Shabazz, meglio noto come “Malcolm X”:

    There was two kinds of slaves: the house Negro and the field Negro. The house Negroes — they lived in the house with master, they dressed pretty good, they ate good ’cause they ate his food (what he left). They lived in the attic or the basement, but still they lived near the master; and they loved their master more than the master loved himself. They would give their life to save the master’s house quicker than the master would. The house Negro, if the master said, “We got a good house here,” the house Negro would say, “Yeah, we got a good house here.” Whenever the master said “we”, he said “we.” That’s how you can tell a house Negro.
    If the master’s house caught on fire, the house Negro would fight harder to put the blaze out than the master would. If the master got sick, the house Negro would say, “What’s the matter, Mr Jobs, we sick?” We sick! He identified himself with his master more than his master identified with himself. And if you came to the house Negro and said, “Let’s run away, let’s escape, let’s separate,” the house Negro would look at you and say, “Man, you crazy. What you mean, separate? Where is there a better corporation than this? Where can I wear cooler uniforms than this? Where can I eat better food than this?” That was that house Negro. In those days he was called a “house nigger.” And that’s what we call him today, because we’ve still got some house niggers running around here…
    On that same production process, there was the field Negro. The field Negro —— those were the masses. There were always more Negroes in mines and factories than there was Negroes in the store […] The field Negro was beaten from morning to night. He lived in a shack, in a hut; He wore old, castoff clothes. He hated his master. I say he hated his master: he was intelligent. That house Negro loved his master, but that field Negro —— remember, they were in the majority, and they hated the master. When capitalism caught on fire, he didn’t try and put it out; that field Negro prayed for wind, for a breeze. When the master got sick, the field Negro prayed that he’d die! If someone comes to the field Negro and said, “Let’s separate, let’s run,” he didn’t say “Where we going?” He’d say, “Any place is better than here.” You’ve got field Negroes in America and Europe today. I’m a field Negro. The masses are the field Negroes. When they see the man’s house on fire, you don’t hear these little Negroes talking about “Our government is in trouble” or “We must pay that debt” They say: “the government is in trouble” and “Fuck debt.” Imagine a Negro sayin’: “Our government”! I even heard one say “our astronauts.” They won’t even let him near a plane —— and “our astronauts”! “Our Navy” —— that’s a Negro that’s out of his mind. That’s a Negro that’s out of his mind.

  2. A proposito di feticismo della merce digitale e dello schifo che il capitalismo emana ormai da ogni poro del suo corpo in putrefazione: nella pubblicità di una nota compagnia telefonica i tablet… piovono dal cielo. Piovono dal cielo, santiddio!!!

  3. Mi ero rifiutato di guardarlo fino ad ora (e col senno di poi non avevo tutti i torti). Comunque è agghiacciante, all’urlo di “esetusaltiaprimolepolstore” sono tutti felici come una pasqua. Un paio di situazioni mi sono venute in mente come paragone: la prima è “Brave new world” di Huxley dove la “carota” ha il sopravvento sul “bastone” (anche se qui calza meglio la “carota” al “Negro store” e il “bastone” al “Negro factory”). La seconda è un video di Ennio Doris che tiene un comizio ai promotori di Banca Mediolanum.

    http://www.youtube.com/watch?v=9p0dE7m5lmI

    La questione è che i primi guadagneranno sì e no ottocento euro al mese, il secondo solo coi dividendi a fine anno arriva a fare pacchi di milioni. Insomma c’è un irrisolto problema di prospettiva.

  4. Purtroppo il capitalismo digitale sta impossessandosi anche della scuola, l’iniziativa “Insieme per la scuola” organizzata dal conad in collaborazione con il MIUR prevede una raccolta punti con materiale hardware in omaggio per le scuole primarie e secondarie.
    A parte la scarsissima convenienza tenuto conto della mole di punti da raccogliere, la cosa grave è che si richiede ai bimbi di informare i genitori su dove andare a fare la spesa, certo senza obbligatorietà, ma praticamente trasformandoli in un potente e virale strumento pubblicitario.

  5. Ero già rimasto turbato da un filmato simile relativo all’inaugurazione del negozio di Bologna (http://youtu.be/OtOMi3FeVxE).

    Oltretutto, ironicamente, queste agghiaccianti coreografie sono opera di un’azienda il cui slogan è “think different”, lanciato con questo spot nel 1984: http://youtu.be/HhsWzJo2sN4.

    La parabola da “pensa differente” a “canta un coro da stadio” forse riassume bene il punto a cui siamo arrivati.

    • In un suo show di fine anni Settanta, quando coi suoi stand-up riempiva gli stadi, Steve Martin dava quest’ordine al pubblico (cito a memoria):

      – E adesso tutti in coro: IO SONO UNICO!

      E il pubblico, migliaia di persone:

      – IO SONO UNICO! IO SONO UNICO! IO SONO UNICO!
      – IO SONO UNICO! IO SONO UNICO! IO SONO UNICO!
      – IO SONO UNICO! IO SONO UNICO! IO SONO UNICO!

      Però quel pubblico l’ironia della situazione la capiva, durante il coro scoppiava a ridere e applaudiva il comico per la trovata.
      Oggi non c’è un cazzo da ridere.

  6. Io vivo negli Stati Uniti da 11 anni, e di riti collettivi inaccettabili o incomprensibili (per me, nato e cresciuto da tutt’altra parte) ne ho visti e ne vedo. Contribuiscono a dar vita, nel bene e nel male, alla stessa nazione del “divertissement” postato da Wu Ming 1, una nazione ossimorica, dove Alcatraz e San Quentin stanno nella medesima baia dominata dalla città meno moralista e repressiva che io conosca (seconda forse solo ad Amsterdam, perlomeno l’Amsterdam di qualche anno fa). Ieri, per dire, Earth day in San Francisco, il quartiere Castro era punteggiato di signori in tenuta naturista (con zaino o cappello, alcuni con occhiali, e sandali… e basta). Ma l’Italia non è l’America [insert your own derogatory comment here]. Tra Halloween e altre americanate importate a seguito del carrozzone consumista, credo che una buona parte dei suoi abitanti, ballerini appleiani inclusi, non sappiano affatto cosa cazzo stanno facendo (come “quelli che hanno cominciato a lavorare da piccoli” nella canzone di Jannacci). E non è affatto una buona scusa per continuare.
    Come diceva quel tale, vent’anni di fascismo cambiarono l’antropologia degli italiani, e mi sa che venti del drive-inismo sporcaccione hanno fatto altrettanto. Ci tocca essere genitori, badanti, terapeuti. Cantastorie, in una parola.

    • C’è differenza fra atteggiamenti personali (ognuno è liberissimo di fare quello che gli pare, ci mancherebbe!!!) e l’indottrinamento SUL LUOGO DI LAVORO.
      Io lo spettacolo del video lo trovo terribile, annichilente…

  7. temo che una (buona) parte dei commessi danzanti fossero anche convinti di quello che facevano.
    Il punto di svolta di questi ultimi anni e’ stato far credere che lavori merdosi fossero delle oppurtunita’ strepitose, posizioni privilegiate. L’aveva ben rappresentato Virzi’ qualche anno fa’:

    http://www.youtube.com/watch?v=IUsnVGx4wAc

    Cosi’ il puffo-commesso di turno si trova a vendere iPad a 25 anni con l’illusione di avere iniziato una luminosa carriera.
    Ed e’ vero che il capitalismo ri-comincia a far schifo ai piu’, ma settori come la tecnologia e la moda in qualche modo continuano a sfuggire e a farla franca. La verginita’ di Apple era appena stata screziata e il buon Tim Cook e’ gia’ all’opera per rifargliene una… http://www.nytimes.com/2012/03/30/technology/apples-chief-timothy-cook-visits-foxconn-factory.html

  8. ricordo un racconto di pino cacucci: “siete carichi?”
    nella raccolta “forfora e altre sventure” (1997).

    http://books.google.it/books?id=qSisavku5CIC&pg=PA100&dq=pino+cacucci+forfora+siete+carichi&hl=it&sa=X&ei=tWOWT_CHItD2sgba0dXtDQ&ved=0CEUQ6AEwAA#v=onepage&q&f=false

    c’ era gia’ piu’ o meno tutto.

  9. Mi viene in mente la polemica ora in TT su twitter (beato chi se ne tiene fuori! ;P) sul #liberocommercio…

    Modo carino per definire il diritto dei padroni di costringere i lavoratori a fare straordinari durante i giorni festivi. Io qui intorno leggo da un po’ di giorni fuori dalle grandi catene “Aperti 25 aprile e 1 maggio” ma temo non siano molti come me a pensare ai lavoratori che non hanno il diritto di far festa piuttosto che alla libertà di andare a comprare qualsiasi fottutissima cosa qualunque giorno dell’anno… c’è un problema di empatia?

    • Problema di empatia è un eufemismo. Il pensiero di molti si è autoristretto l’orizzonte sia in termini spaziali che temporali, ognuno guarda solo a se oggi. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di essere altruisti per vedere la porcata, basterebbe pensare che domani potresti perdere il lavoro e finire a fare il cassiere al supermarket (o, peggio, in un piccolo negozio che cerca di reggere i ritmi dei supermarket) ma molti non arrivano nemmeno a questo ragionamento.
      Ascoltando qualche mio collega mi sono fatto l’idea che il motivo principale di questo sia la paura, qualcuno addirittura la esplicita come se fosse una cosa normale “Nonono non mi parlare di questo che poi mi preoccupo e mi viene l’ansia”, e magari il ‘questo’ è che ti stanno togliendo uno a uno i tuoi diritti, però finchè i tuoi nuovi doveri sono solo dichiarati e non richiesti tutti zitti, si lamentano solo quando gli vengono effettivamente imposti, e a quel punto è molto più difficile fare qualcosa.
      I miei tentativi di scardinare questo meccanismo autolesionista finora sono tutti miseramente falliti (compresa qualche incursione su hashtag come quello che dice sweepsy). Qualcuno ha da proporre qualche strategia?

      • “Qualcuno ha da proporre qualche strategia?”

        Su YouTube, tra i commenti al video proposto qui sopra, un tizio propone di *linciare* chi fa la fila tutta la notte alle inaugurazioni degli Apple Store. Vorrebbe essere un aggiornamento della vecchia “propaganda col fatto”, immagino.
        La cosa potrebbe anche dare una soddisfazione immediata, ma temo sia una “strategia” di poco momento… :-(
        E’ venuta a mancare una cultura, qualcosa che precede ogni strategia e linea politica.
        Dobbiamo armarci di costanza e pazienza e fare un lavoro quotidiano, capillare, di sensibilizzazione, informazione, “sindacalizzazione” della vita
        (ergo: far capire che abbiamo controparti e avversari, che NON siamo “tutti sulla stessa barca” perché c’è chi ha lo yacht e chi se la fa a nuoto),
        di educazione – anche e soprattutto di noi stessi – al conflitto.
        Capire e far capire che la dignità non verrà mai elargita, la dignità si conquista.
        Lavorare ciascuno coi propri mezzi e nei propri ambiti, tenendoci aggiornati a vicenda.

        • [quote] (ergo: far capire che abbiamo controparti e avversari, che NON siamo “tutti sulla stessa barca” perché c’è chi ha lo yacht e chi se la fa a nuoto) [/quote]

          Evidentemente non sei aggiornato :-)
          Chi è che non ha mai fatto almeno una vacanza in barca?!
          http://video.corriere.it/gaffe-colli-chi/385dd64c-8dd6-11e1-839c-11a4cf6ed581

          Scherzi a parte, questo discorso non attecchisce purtroppo, te lo dico da ex lavoratore call center in outsourcing che si sentiva dire che il padrone “è buono perché ci fa lavorare”. Ogni giorno era una lotta.

        • purtroppo mi accodo a johngrady, almeno per quanto riguarda dove lavoro io…ormai non conto piu le bestemmie che mi tocca tirare per ogni volta che ho sentito i miei colleghi rispondermi che devo solo ringraziare l’Azienda perchè ci fa lavorare..e non è ipocrisia, questi (e sono giovani in maggioranza) sono veramente e sinceramente grati perchè gli è concesso il posto di lavoro, non un diritto ma un dono divino..

        • Idem. Quanto chiedevo consigli per una ‘strategia’ parlavo di un qualcosa per poterli costringere a buttare giù il muro che si costruiscono davanti agli occhi (o almeno a sbirciare oltre ogni tanto, forse già mi accontenterei)
          Perchè fino ad oggi ogni tentativo che ho fatto di parlare con loro di questi argomenti gli è scivolato addosso

        • Eh, appunto, c’è un grande lavoro da fare. Comunque, non dappertutto è così, non per tutti. Altrimenti non si capirebbe perché c’è conflitto, perché lavoratori salgono sulle gru, sulle torri, sui tetti, perché c’è chi ha la forza di denunciare abusi sul luogo di lavoro, perché operai di ogni età hanno votato contro il padrone in referendum ricattatori, pur sapendo di andare incontro alla disfatta… Cerchiamo di estendere le sacche di consapevolezza. Quello del “padrone buono che mi concede di lavorare” è un frame che, nel corso della storia, è stato mille volte messo in crisi, disattivato.

        • Beh… già che chiedete di tenerci aggiornati sui reciproci ambiti, vi racconto un esperienza. Proprio in questi giorni sto cercando di finire di scrivere una etnografia su un quartiere di Barcellona, dove inspiegabilmente NON ha attecchito una lotta sacrosanta per i diritti degli abitanti a non essere cacciati dalle loro case. Durante vari anni di studio e attività politica, con un gruppo di “esterni” al quartiere avevamo cercato di appoggiare i pochi inquilini che protestavano contro il piano urbanistico, svolgendo – come dice Wu Ming 1 – “un lavoro quotidiano, capillare, di sensibilizzazione, informazione”, con l’idea di “capire e far capire” che accettare le demolizioni e stare zitti era autolesionista. Insomma, siamo arrivati a una conclusione che per me è stata importante, anche se non so quanto sia generalizzabile o universale. Avevamo fatto un errore di calcolo: il problema non era che gli abitanti del quartiere non avessero capito che li stavano prendendo in giro, sfruttando e ridendo di loro facendo loro credere che era per il loro bene. Avevano capito come e forse anche meglio di noi: sapevano perfettamente di avere “controparti e avversari”, di essere gli oppressi, e che gli oppressori erano altrove. L’idea di sensibilizzarli era un punto di partenza sbagliato. Il vero problema era che, pur capendo la situazione, non avevano alternative; e che le varie alternative che avevamo noi (e i pochi dissidenti) da offrire – lottare, resistere, prendersi le manganellate, spendere migliaia di euro in processi legali, gridare e sbattere pentole, passare anni e anni in riunioni settimanali – erano molto meno allettanti che fare pippa, lasciare la casa tra le lacrime e accettare i mutui carissimi che gli imponevano. La rassegnazione della “gente comune”, uno dei temi centrali della mia ricerca, mi si è rivelata una realtà molto più complessa di quello che credevo, multiforme, non un’adesione ai modelli dominanti: spesso vissuta con ironia, con rabbia, insomma con sentimenti lucidi, direi quasi più dettata dalla lucidità che dall’ignoranza; dal non volersi rovinare la vita, come invece, forse, stavamo facendo noi che protestavamo. Ovviamente la conclusione non è aderire anche noi a questa rassegnazione (ci mancherebbe!) ma rinnovare le nostre armi, smettendo di credere che “noi” abbiamo capito e “loro” no…

        • Una precisazione: mi riferivo a realtà di quasi totale precariato e outsourcing.
          In quei posti in genere uno pensa “sticazzi, prima o poi li mollo e vi faccio vedere io!” E non sempre ci si riesce.
          In realtà diverse e, tanto per essere chiari, con un minimo di sindacato, cambia tutto sul versante “lotta”.
          Qui da noi vedere Alcoa, Eurallumina, Vinyls e sul fronte call-center Vol2 eccetera. Dove c’è cultura del lavoro e coscienza dei propri diritti, c’è la lotta.
          Dove tutto questo manca, bisogna partire da sotto zero.

        • “L’azienda è buona perché mi fa lavorare” l’ho appena sentita da una 27enne infermiera laureata con contratto a tempo indeterminato, è meglio o peggio di sentirlo da un precario?
          comunque http://www.youtube.com/watch?v=g4ZYLJNWJwo&t=2m0s

  10. Forse è off topic ma, per sottolineare l’avidità di Apple, vi segnalo questo articolo del Guardian che sostiene che i suoi profitti anche producendo in America resterebbero altissimi: http://www.guardian.co.uk/technology/2012/apr/23/bad-apple-employ-more-us-workers?CMP=twt_gu

    (anche se secondo me fa i conti senza considerare tanti fattori, lascio giudicare a voi)

    • Ma loro non ragionano per superlativi (“altissimi”), ma per comparativi (“più alto di”) e quindi anche il discorso più logico se ne va via.
      Guadagno di più in Cina, e voi andatevene affanculo.

      • Secondo il Guardian il profitto resterebbe anche “più alto di” chiunque

      • Solo per sottolineare che in Cina e con Foxconn producono TUTTI i grandi marchi dell’informatica/elettronica, non solo Apple. La probabilità che in un qualsiasi elettrodomestico che avete in casa, in particolare il computer dal quale state scrivendo, ci sia qualcosa prodotto da Foxconn è altissima. Per questo prendere sempre Apple come riferimento per l’avidità e il capitalismo male assoluto è ridicolo tanto quanto i balletti del video. Capisco che il nome Apple faccia da cassa di risonanza e porti anche molti click da motori di ricerca, ma sarebbe importante anche non esagerare. Anche i terminali Android, baluardo di cotanta sbadieratà libertà, vengono prodotti nelle stesse fabbriche. E dall’altro lato anche Apple sviluppa molto software che rilascia come open source, compresa la base del suo sistema operativo.

        • Stai sfondando una porta spalancata, tant’è che il nostro post sul feticismo digitale aveva come sottotitolo “I casi Amazon e Apple”, nel testo si citava anche Google e si cercava di articolare una critica al feticismo della merce digitale nel suo complesso, cioè a quella mascheratura ideologica che porta a ritenere la tecnologia – nello specifico, la rete – una forza autonoma e a non vedere i rapporti sociali (di proprietà, di sfruttamento) incorporati in essa.

          In ogni caso, il “così fan tutti” non è una controargomentazione efficace, anche perché se si parla di feticismo, bisogna parlare dei feticci. Per far capire un’argomentazione, bisogna scegliere l’esempio migliore e più significativo, e oggi quell’esempio è senza dubbio Apple. Attualmente, non ci sono prodotti elettronici che siano più feticizzati di quelli di Apple, non c’è brand più simbolicamente “carico”. Subito sotto ci sono, appunto, Google e Amazon.

          Queste multinazionali hanno in comune soprattutto una cosa: più tendono a imporsi come oligarchie economiche mondiali e imporre modelli di consumo omologanti (il mettersi in fila e la danza di gruppo sono modalità rivelatrici), più veicolano una falsissima e sommamente ipocrita immagine di bontà, anticonformismo, differenza (“Don’t be evil”, “Think different”, Jeff Bezos dice che vuole salvare il mondo etc.)
          E tralascio i milioni di tonnellate di melassa apologetica e disinformante riversate sull’opinione pubblica dopo la morte di “San” Steve Jobs…

          Insomma, se Apple non investisse così tanto in quelle che a conti fatti sono tecniche totalitarie di propaganda e “biopotere”, e se non apparisse così ipocrita, verrebbe sì criticata, ma come una Sony qualsiasi, come una multinazionale qualsiasi. Invece, le reazioni che suscita sono all’altezza delle operazioni discutibili – e anche abominevoli – che compie ogni giorno mentre sparge retorica floreale sulle proprie presunte virtù.

  11. […] (Grazie ai Wu Ming per la segnalazione) […]

  12. Feticismo della merce digitale, certo. Ma forse il problema è più generale: mi riferisco allo slittamento progressivo del processo di feticizzazione dalla merce – passando per il suo simulacro, cuore pulsante della società dello spettacolo – al corpo stesso del lavoratore. che il corpo sia diventato in molti sensi un feticcio nel mondo in cui viviamo non è certo una novità, lo è forse il fatto che questo fenomeno va assumendo forme sempre più sottili e non più o almeno non solo direttamente riconducibili ad un rapporto meramente pulsionale (come può banalmente essere il corpo della modella associato ad un qualsiasi prodotto). ma sopratutto è forse una novità il suo andare ad incarnarsi-letteralmete- in una dimensione non mediata rispetto a chi guarda: dallo spot in tv direttamente alla vetrina del negozio.
    E in questo senso non è un fenomeno ristretto al mondo della merce digitale: chi vive a bologna forse si ricorderà dei “manichini viventi” apparsi qualche mese fa nelle vetrine dei negozi just firme..
    Manichini viventi e balletti dei commessi apple: mi pare che questi due estremi racchiudano bene lo spettro delle possibili manifestazioni in cui si realizza attualmente questo processo..
    senza dimenticare come avete già sottolineato in molti modi che tutto questo non sositutisce, ma si sovrappone ed ha la sua ragione di esistere sulla cara vecchia presa fordista del corpo di chi lavora nelle fabbriche cinesi che siano di pc o abiti di alta moda; per riprendere il paragone di aldous mi sa che la carota e il bastone siano ancora ben tenuti assieme e sopratutto nella stessa mano..
    un saluto a tutti e scusate come sempre il pippone :-)

  13. Segnalo anche il video di qualche giorno fa dell’inaugurazione del nuovo negozio Trony a Pescara (Città S. Angelo in realtà), zona ormai ad altissima concentrazione di centri commerciali, compreso il nuovo Ikea di prossima apertura.

    http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=rCwbjAosSzM

    E’ successo un po’ di tutto: gente in coda, risse, vetrine sfondate, gente che rischia di rimanere schiacciata, code di 1 ora e mezza anche per le strade dei comuni confinanti.

  14. Mi sono vergognata a guardare dopo il secondo minuto. La mia forma di rispetto per queste persone.

  15. A me ‘ste scene deliranti fanno sempre venire in mente i balletti di Steve Ballmer (immagino l’avrete presente in molti visto che e’ di alcuni anni fa).
    http://www.youtube.com/watch?v=e8M6S8EKbnU&feature=fvwrel
    Non che ne sappia tanto di marketing “motivazionale” ma mi pare sia, piu’ o meno, la stessa tecnica di auto-indottrinamento che la apple adotta coi lavoratori del punto vendita. La Micrsoft lo faceva gia’ da tempo coi programmatori (“developers, developers” ecc) e suppongo lo scopo sia sempre quello di spremere al massimo ogni lavoratore, in ogni sua mansione, convincendolo che fa parte di “gruppo unico” una squadra vincente…..ecc .
    Sono d’accordo coi Wuminghi poi, che nei confronti di costoro, onde includerli in”sacche di consapevolezza”, bisogna armarsi di pazienza, sangue freddo e tempo.

  16. E’ ormai evidente che slogan del tipo “think different” rappresenta il nuovo, terrificante in quanto psicologico, strumento a disposizione dei padroni per imporsi sui lavoratori. In passato c’era la violenza fisica ai danni dei lavoratori che si ribellavano alle condizioni bestiali di lavoro. La religione, sempre al servizio del potere quando non rappresenta essa stessa il potere, ricorda che “gli ultimi saranno i primi” nell’altra vita (per chi ci crede) e quindi non bisogna ribellarsi ma assecondare la volontà di Dio.
    Ma cosa si può fare per salvare il Capitalismo quando la violenza e la religione iniziano ad essere anacronistici? Si inventa una nuova cultura, quella del feticismo, tanto più marcata quanto più il sistema capitalistico sia a rischio di cedimento. Il messaggio che deve permeare il maggior numero di menti possibile è che lo spietato Capitalismo è non solo l’unico ma il migliore sistema funzionante a questo mondo. Bisogna assolutamente farne parte con gioia e chi non è d’accordo deve essere visto come uno “psicocriminale” (sto leggendo “1984” di Orwell) e, quindi, isolato e giudicato come persona stupida e anacronistica.
    La dittatura non si basa più su violenza e religione ma su nuovi modelli culturali proposti con sempre maggiore forza vista la crescente debolezza del Capitalismo. Insomma su nuovi concetti, nuovi linguaggi che cancellano tutti gli altri. I padroni vogliono che i lavoratori, adottando la “neocultura”, non sappiano più parlare di dignità del lavoro e, in conseguenza di ciò, di democrazia (L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro).

  17. In un contesto infinitamente piu’ piccolo, quando vivevo a Pechino mi capitava con frequenza impressionante di vedere, sui marciapiedi, manager o proprietari di ristoranti che rivolgevano accesissimi discorsi motivazionali ai camerieri ordinatamente schierati di fronte all’ingresso, a cui non restava che rispondere strillando slogan idioti.

    Queste pratiche aziendali volte ad azzerare/negare/nascondere i conflitti facendo sentire tutti “nella stessa barca” si stanno diffondendo dalle multinazionali californiane giu’ giu’ fino ai ristorantini di Pechino!

    Con la differenza che a Pechino il frame era in parte riverniciato in chiave Maoista/militarista. Sembrava quasi di assistere con ritardo trentennale alla performance di un leader di brigata intento ad arringare contadini e operai. O di un colonello di fronte ai soldatini.

    Li guardavo, questi camerieri in fila, e a volte qualcuno accennava un sorriso imbarazzato, che diceva “compagno non temere: sono ancora vivo”!

  18. A proposito di slogan come “Think Different” mi viene in mente una riflessione. Proprio oggi sono passato di fronte ad una vetrina con il cartello: “il nuovo iPad? Rivoluzionario” e sono anni ormai che per ogni pubblicità di prodotti tecnologici vengono usati toni analoghi. Cosa ha prodotto quest’uso sconsiderato del vocabolario? ( http://www.youtube.com/watch?v=_YEiyy5IUGs ) Ha prodotto una schiera di feticisti della tecnologia (come Grillo e Wired) che si è convinta che il problema del mondo è la tecnica, che se c’è qualcosa che non va è perché qualcuno sta facendo male qualcosa, non certo perchè c’è a monte un rapporto di sfruttamento (tagliando con l’accetta). Da qui ad osannare Monti in quanto tecnico (quindi super-partes) nonostante facciano schifo le riforme il passo è breve, basta vedere i risultati dei sondaggi, più della metà degli italiani è con lui anche se più della metà di quelli che lo sostengono non sono d’accordo con le riforme.
    Come diceva stafe qualche commento più su, non dobbiamo proporre un “pacchetto rivoluzionario” già pronto per l’uso, la rivoluzione si costruisce tutti insieme e proprio per questo credo che uno dei lavori più capillari che dobbiamo fare in questo periodo è proprio far esplodere questo tipo di contraddizioni, complice il fatto che in questo periodo “il capitalismo mette tristezza e fa ribrezzo”.

    • Esatto. La tecnologia deve essere uno strumento per rendere la vita migliore, non deve essere lo scopo da raggiungere a tutti i costi. Il feticismo fa apparire il caso della Foxconn come “un effetto collaterale” necessario per avere un oggetto osannato come scopo: quello del consumatore di fare il figo e, quello più importante e nascosto, della Apple di guadagnare un sacco di soldi sfruttando la gente.
      Una dimostrazione del fatto che la tecnologia non sia una forza autonoma è che le rivoluzioni le fanno le persone (che magari si servono della tecnologia) e non la tecnologia che, pur essendo utile, da sola non basta.

      Secondo me è per questo motivo che la tecnologia è così osannata dai media: ti farò desiderare la tecnologia, tanto da sola non cambierà le cose.
      Invece non darò il giusto peso alla cultura per non metterti “strane” idee in testa che, assieme alla tecnologia, potrebbe risultare in una miscela esplosiva. Per il sistema.

    • Non per fare il pignolo, ma è riSoluzionario, non riVoluzionario.

      Potrà non piacere, ma non è che la corsa tecno-burocratica ai gigahertz e ai megapixel di tutti le altre multinazionali sia migliore o diversa.

      Dovremmo essere noi a rifiutare tutto questo, e non solo non mettendoci in fila da Apple o da Trony, ma in generale nelle nostre vite. Ma spesso e volentieri accettiamo pubblicità di ogni tipo in cambio di qualcosa di gratuito.

      Personalmente preferisco pagare il giusto ad esempio ad uno sviluppatore che apprezzo.

  19. @Wu Ming 1
    (non riesco a fare reply direttamente sulla risposta precedente quindi rispondo qui)

    La mia non era una controargomentazione, casomai una manifestazione di orrore aggiuntivo su chi fa le stesse porcate, ma fuori dalla luce dei riflettori, e magari proprio per questo ne fa di peggiori e rischiano di passare sotto silenzio. Almeno su Apple, in quanto consumatori “consapevoli” e esigenti (secondo la loro stessa retorica) abbiamo una possibilità di controllo (relativamente) maggiore.

    Sulle altre questioni (feticcio, ecc.) dissento leggermente, non nelle conclusioni, ma sulle cause. Apple è feticcio e tutto il resto, questo è evidente, ma non lo è da oggi o dal lancio dell’iphone in avanti. Lo è da molto prima che diventasse mainstream. Personalmente ricordo le file fuori dai (pochi all’epoca) Apple Store al lancio di Mac OS X Tiger nel 2005, che non era di certo un oggetto feticcio come l’iphone, ma un “banale” sistema operativo. E gli episodi simili sono innumerevoli a partire dagli anni ’80. Proprio in quell’epoca la Apple era diventata il simbolo di una certa controcultura (informatica e non) di sinistra, cosa abilmente sfruttata a fini commerciali dalla Apple stessa, che ci fosse o meno Jobs al comando. La Apple di oggi è un prodotto stesso di quella controcultura che l’ha investita in un certo periodo storico di quell’aura di santità che citavate, certo abilmente sfruttata in ogni occasione a fini commerciali, ma è un dato innegabile. Non sto qui a citare tutti gli episodi perchè sarebbe noioso, ma molti dei fatti e dei metodi usati da Apple oggi hanno chiaramente origine lì.

    Inoltre più che di indottrinamento io parlerei di scelta cosciente, in moltissimi casi di conversione meditata, dato l’ambito quasi religioso. E dico questo perchè, tolta la fuffa e la melassa, quello che resta dell’ecosistema Apple è “roba” fatta bene, a volte molto bene, in alcuni casi talmente bene da rivoluzionare l’industria, la tecnologia e il costume. E questo non ha fatto altro che alimentare il “mito” della religione Apple e del suo profeta. Le masse di utenti che sono arrivati a frotte con l’ipod prima e poi con l’iphone e poi con l’ipad, si sono trovati un mondo “ideale” e “ideologico” già completo e radicato, spesso costruito non dal marketing (che pure lo ha ampiamente sfruttato) ma dagli utenti stessi, dai più zeloti agli ultimi arrivati.

    Mi ricordo ad esempio di riunioni del 2003 del mac user group locale piene di persone normalissime, spesso e volentieri “sopra la media”, molto intelligenti e creative, ma già allora totalmente “adoranti” rispetto alle tematiche e ai prodotti Apple, qualsiasi essi fossero. E tutto questo in assenza di qualsiasi campagna di marketing o di prodotti feticcio in Italia. All’epoca per capirci era anche abbastanza difficile procurarsi qualsiasi prodotto Apple che non fosse un ipod, e anche in quel caso non era facilissimo. E anche all’estero la situazione non era molto diversa.

    Un altro fattore determinante nella creazione di questo immaginario di azienda dal capitalismo “buono” è stato il passaggio di molti professionisti di alto livello, guru del web, paladini dell’open source, ecc., al mac. In un determinato periodo storico che va grossomodo da fine anni ’90 ad oggi c’è stata una migrazione in massa dell’utenza “non casalinga” composta da amatori e professionisti ai sistemi Apple, dovuta a diversi fattori puramente tecnici spesso del tutto condivisibili e giustificati. Anche perchè da un lato si aveva un “sistema” identificabile con Windows visto dall’utenza più esperta come caotico, insicuro, limitante e vecchio (XP ha ormai 12 anni e rappresenta ancora una grossa fetta dell’installato, e 12 anni in informatica è un’era geologica). E tralasciando l’aspetto tecnico, era anche percepito anche “cattivo” in quanto appartenente a Microsoft. Dall’altro c’è stata la grande delusione della speranza legata a Linux/Unix e all’open source in abito desktop, che ha portato la stragrande maggioranza degli sviluppatori verso il mac come unica alternativa che fosse contemporaneamente un sistema non-Windows, un sistema Unix compatibile con tutto i software opensource esistente (strumenti di sviluppo compresi), un sistema sicuro e soprattutto con un ottimo sistema desktop.

    Ad oggi trovare professionisti in ogni campo che non usano dei mac è diventato una rarità. Dai docenti universitari ai grafici, dai fotografi agli sviluppatori opensource/ios/android/java/php/ecc., ormai la diffusione è capillare tra i “creatori” e i “docenti”, fattore che ha creato a cascata e negli anni una massa di nuovi utenti, non tanto per una precisa scelta di marketing della Apple (anche se negli USA hanno da sempre spinto molto il mercato educational) ma in quanto conseguenza di una (oggettivamente) evidente superiorità tecnica (e non solo, vedi Windows) e di una mancanza di alternative realmente praticabili in ambito desktop (a meno di non essere un programmatore o comunque una persona più esperta della media, vedi Linux).

    Questa “migrazione” è stata ulteriormente accelerata dalle ondate successive dei vari ipod, iphone, ipad e compagnia, che hanno svolto la funzione di catalizzatori di un trend che probabilmente sarebbe stato comunque inevitabile ma più lento. Un trend abbastanza semplice da identificare, sia che la battaglia del “futuro” della tecnologia mobile la vinca Apple, sia che la vinca android: se generazioni di professionisti, docenti e studenti si formano sulla stessa piattaforma di sviluppo, e questa piattaforma oltre che di moda è anche tecnologicamente valida, difficilmente la abbandoneranno. E anche se il trend riguardasse il superamento dei computer classici a favore del mobile, a meno di rivoluzioni per i prossimi anni il computer sarà comunque indispensabile per sviluppare le app per i dispositivi mobili. E il mac in questo campo ha un vantaggio indiscutibile, guadagnato per “meriti sul campo” avendo conquistato i difficili gusti dei clienti di quello che un tempo era il mercato delle “workstation”. La Apple è stata aiutata anche dall’ulteriore catalizzatore che è stato l’avvento della virtualizzazione, che ha consentito di tenere insieme il vecchio e il nuovo.

    Per concludere insomma vanno bene tutti i giudizi critici e li condivido, ma questo è uno dei (rari) casi in cui non siamo di fronte solo a feticci ma anche a tanta tantissima sostanza tecnologica, iphone e ipad compresi, qualunque cosa ne pensiate. Forse non sono strumenti paragonabili ad invenzioni come la radio o il telefono come recita il mantra religioso degli zeloti Apple, ma ci si avvicinano molto.

    Per il resto, le tecniche non sono di certo nuove: è roba da villaggio turistico o da riunione di venditori Herbalife. Sarebbe bello anche sertir parlare di altri feticci, magari quelli falsamente ammantati di auree opensource/libertarie, che potrebbero diventare i feticci di domani

    Parlare di tecniche totalitarie di propaganda mi sembra comunque eccessivo. Come ho spiegato prima, Apple è feticcio/religione da ben prima del suo successo commerciale/borsistico/mainstream degli ultimi anni. Non ci vedo un preciso disegno, anche perchè se così fosse c’è anche da ammettere che per anni prima dell’iphone e anche dopo l’ipod, con le stesse tecniche gli è andata decisamente di merda.

    E comunque resta il fatto (e su questo mi interesserebbe una tua riposta) che la Apple è figlia di quella controcultura “informatica” di sinistra (anche se si tratta di una sinistra americana) che poi è quella stessa controcultura esistente (e resistente) dell’opensource e delle libertà digitali che ho sempre apprezzato molto e di cui ho fatto parte in prima linea, ma che mi ha sempre creato una certa inquietudine poichè (andando sul concreto) si regge sempre sulla figura di uno o più “dittatori benevolenti”, che se da un lato fa funzionare le cose, dall’altro mi ha sempre spaventato molto e alla fine non è così diversa dalle società di capitale. O sbaglio?

    • Il “preciso disegno” c’è, è quello di realizzare profitti. Non c’è un Complotto, non c’è chissà quale “preveggenza”, è tutto intrinseco al funzionamento del sistema. Feticizzare una corporation è sbagliato e rischioso in ogni caso, a prescindere dall’effettiva qualità e usabilità dei suoi prodotti e dal suo essere realmente o presuntamente “minoritaria”, “di nicchia” etc. E’ sbagliato e rischioso perché in questo modo, e comincio a diventare noioso, si occulta il conflitto, il rapporto di capitale, il fatto che *invariabilmente* qualcuno viene sfruttato e qualcuno sfrutta, che per ottenere profitti bisogna estorcere plusvalore da una forza-lavoro pagata meno della quota di valore che realizza. Si occultano, insomma, tutte le pratiche che stanno *a monte* del momento del consumo. “Consumo critico” dovrebbe essere anche questo: guardare una merce e vedere i rapporti sociali che l’hanno plasmata e portata fino a me. Non è facile, perché tutta la logica del sistema porta a feticizzare la merce. Ma bisogna sforzarsi.

      Il processo che molto correttamente descrivi è lo svuotamento e recupero di istanze controculturali e (per tagliare con l’accetta) “sessantottine” da parte della cultura “corporate”, del capitalismo. Istanze delle quali non resta che l’involucro, la retorica vacua, ma che nella sostanza non solo non ci sono più, ma sono state rimpiazzate dal loro contrario. Non riguarda solo Apple, abbiamo miriadi di esempi in tutti i settori, dalla politica alla moda al business dei concerti al turismo. Direi che è *il* processo culturale per eccellenza degli ultimi quarant’anni, altri più bravi e ferrati di me ne hanno scritto. Di quella grande ondata creativa si è mantenuto l’aspetto di “modernizzazione”, e poco altro. La figura del “dittatore illuminato”, del guru miliardario benevolente, è in effetti centrale in queste rappresentazioni: Richard Branson (Virgin), Steve Jobs (Apple)… Non a caso ex-fricchettoni. Beppe Grillo… All’odierno feticismo della merce si accompagna spesso un leaderismo carismatico di origine “alternativa”.

      Ma in fondo non era di origine “alternativa” anche il Duce? :-D

      • Mi chiedo come si possa, in questo meccanismo, consumare criticamente se spesso tutto quello che vediamo/sappiamo del prodotto è il prodotto stesso e la sua “storia” e il suo valore ci sono ignoti, perchè volontariamente “nascosti” o perchè semplicemente non abbiamo la voglia o il tempo di informarci e fare i conti. Cose che comunque richiedono tempo, studio, ecc., caratteristiche che non tutti posseggono (sono appena andato a configurare un decoder digitale terrestre, probabilmente prodotto da Foxconn, a dei vicini relativamente giovani, ma di bassa cultura e completamente digiuni di tecnologia).

    • Senza entrare nel tunnel della discussione win/mac/linux e cosa sia meglio o peggio, vorrei solo controbattere che non mi sembra che Apple abbia questa “egemonia” fra gli sviluppatori o gli utenti professionali: i prodotti di maggior successo di apple sono stati iPod e iPhone che, al di là dei loro meriti o demeriti (per me dememeriti, ma sono uno di quelli a cui piace litigare per ore con la propria scheda audio ;-), sono prodotti fatti per essere usati da persone non esperte che spesso non hanno bisogno di usarne gran parte delle potenzialità.
      Anche questa idea che i prodotti Apple siano “i migliori per chi ne sa” è parte della costruzione del mito perché solletica l’autostima del consumatore; in realtà, a prescindere che chi li acquista sia mio nonno che non ha mai acceso un PC o Linus Torvalds in persona, sono prodotti pensati per chi NON ne sa e tendenzialmente non vuole perdere tempo a imparare delle cose sulla macchina che usa; vuole il risultato, talvolta eccellente, e stop.

      • Scusami ma questa che i prodotti Apple “sono prodotti fatti per essere usati da persone non esperte che spesso non hanno bisogno di usarne gran parte delle potenzialità” è una emerita stronzata, tanto quanto gli accampamenti di fronte agli apple store, i balletti e compagnia.

        E mi basta un dato solo per confutarlo, e cioè che sotto (dietro ?) l’interfaccia facile da usare per tutti, c’è un sistema Unix che consente di fare nè più nè meno quello che consente ti fare un qualsiasi sitema Linux/Unix (non a caso ci girano gli stessi programmi compilati dallo stesso codice sorgente).

        Non solo, ma il Mac OS X è diretta derivazione del sistema NextStep (Unix) su cui è stato creato il World Wide Web.

        Non è questione di migliore o peggiore: Linux e Mac OS X sono entrambi sistemi Unix, è come definire il sesso degli angeli, anche se molti come è evidente ignorano questa cosa e preferiscono lanciarsi in insensate critiche/battaglie. Non è Apple che è superiore, è Unix che lo è (e che lo sia nei confronti di Windows sarà anche questione da tecnici, ma è un dato di fatto ormai storico e acclarato).

        E che piaccia o meno è Unix anche il sistema operativo dell’iphone/ipad, tanto quanto Android. E sfido chiunque ad affermare che uno Unix proprietario sia meno buono (o superiore o inferiore) di uno opensource.

        Che poi in pochi guardino sotto il cofano e usino una Ferrari come una 500 sta alla libertà e alle competenze dell’utente. Ma questo non trasforma la Ferrari in una utilitaria perchè la maggior parte degli utenti la usa all’1%, la porta a 50 all’ora solo per farla vedere agli altri e ne ignora tutte le caratteristiche, oppure rende il pilota esperto non in grado di riconoscere il mezzo migliore e pilotarlo al massimo delle prestazioni.

        E lo dice uno che piloterebbe volentieri altre marche di auto se ce ne fossero di altrettanto valide e maggiormente etiche/libere.

        • sinceramente io tutta questa superiorità Apple, in ambito strettamente di PC, non l’ho mai vista.

          Ok, posso essere d’accordo che a livello software i sistemi Unix possono anche equivalersi. Ma l’hardware? Davvero trovate superiori un PC Apple rispetto ad un pari prezzo che, so, della Asus?

          A me sembra decisamente inferiore. Il fatto è che, mediamente, si fa competere un prodotto Apple con prodotti di categorie di prezzo inferiore…

          Sarà che sono vecchio utente ubuntu/debian con altri feticismi per la testa…

          Tornando al dibattito:
          io non credo che basti parlare ed avere pazienza con la gente. Il feticismo, così come l’alienazione, sono fenomeni reali ed oggettivi. La presa di coscienza singola è un obiettivo veramente troppo riduttivo per una prassi emancipatrice.

        • @guido

          L’argomentazione è pelosa. Primo perchè non c’è un equivalente sistema desktop linux (che io e te potremmo anche usare per carità, ma la maggior parte della gente anche smaliziata al primo problema si incarterebbe). Secondo perchè Mac OS X a meno di particolari accorgimenti non gira su hardware non mac e cmq ha problemi. Terzo perchè alcune app fondamentali purtroppo per linux ancora non ci sono (e mancano dal ’95, non da qualche settimana). Certo spesso ci sono valide alternative, ma non è proprio la stessa cosa e lo sai. E lo dice uno che Linux lo usa da ’95 e Linux (o qualsiasi altra roba migliore di Mac o Windows) vorrebbe veramente usarla tutti i giorni.

        • solo due puntualizzazioni su questo tema perché temo stiamo andando OT:

          1) Non ho mai detto che Apple sia inferiore a Linux o Windows (anzi, ho voluto specificare di non voler innescare una discussione del genere, dato che la rete ne è piena): io ho solo voluto dire che la scelta della Apple è di fare prodotti che “fanno tutto da soli”, molto facili e intuitivi da usare che ti permettono di andare direttamente al risultato senza preoccuparti di come ci si è arrivati; non credo che questo sia negativo, anzi, lo trovo un grande pregio, anche se non credo bilanci altri aspetti che ritengo negativi. Non metto in dubbio che siano ottimi prodotti, e infatti non ho detto che sono “FATTI” per persone che non ne sanno sfruttare le potenzialità ma che sono “PENSATI” per un utente base.
          2) Quando ho scritto che non ritengo che i sistemi Apple siano fra i più diffusi fra gli utenti non sono stato preciso: mi riferivo a chi lavora nell’informatica, mentre come tutti sanno in altri settori sono quasi d’obbligo (per esempio fra i grafici ecc…)

          In generale mi scuso per aver contribuito a far deviare il topic verso una discussione sulle qualità tecniche di Apple: ero invece più interessato a un altro aspetto della creazione del marchio (apple, ma non solo): lo si vende allo stesso tempo come il massimo dell’individuazione (il marchio come stile di vita e così via) e come il massimo dell’oggettività (“tecnicamente” il meglio); in questo mi sembra che la comunicazione pubblicitaria tratteggi una paradossale figura di acquirente, dipinto come una persona che con un semplice un oggetto può diventare davvero sé stessa, però non è in grado di sceglierlo secondo le proprie esigenze ma deve “accettare” qual è il migliore.

        • “E mi basta un dato solo per confutarlo, e cioè che sotto (dietro ?) l’interfaccia facile da usare per tutti, c’è un sistema Unix che consente di fare nè più nè meno quello che consente ti fare un qualsiasi sitema Linux/Unix (non a caso ci girano gli stessi programmi compilati dallo stesso codice sorgente). ”

          Temo di no.
          La differenza tra un sistema operativo proprietario e uno libero è proprio in quello che ti è permesso di fare, tecnicamente e non.
          Forse val la pena rispolverare le quattro libertà che il software libero garantisce all’utente:
          0. la libertà di eseguire il programma, per qualsiasi scopo
          1. la libertà di studiare come funziona il programma e di modificarlo in modo da adattarlo alle proprie necessità. L’accesso al codice sorgente ne è un prerequisito.
          2. Libertà di ridistribuire copie in modo da aiutare il prossimo
          3. Libertà di migliorare il programma e distribuirne pubblicamente i miglioramenti da voi apportati (e le vostre versioni modificate in genere), in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio

          Nessuna di queste libertà è garantita e/o da darsi per scontata con il software proprietario. Oh, certo, puoi sempre passare al tuo vicino di casa una copia del software. Però è una cosa *illegale*.
          Se vuoi puoi cercare di modificare del codice, ma è *illegale*.
          Sai che anche installare un sistema operativo diverso su un computer apple è *illegale*?
          Perché tu non paghi per uno strumento, per quanto scintillante sia, ma per una precisa configurazione di quello strumento – un legame indissolubile di software e hardware – deciso da qualcun altro. Con i computer apple sei tu che devi adattarti al computer, a come ragiona, a come è stato preconfigurato in base a studi di usabilità e design.

          Dalle libertà che il software libero consente derivano in genere degli effetti positivi (tecnici e sociali) quali: software migliore (tutti ci possono lavorare: i bug sono identificati e corretti più in fretta), condivisione della conoscenza (chi ha voglia e tempo di farlo può imparare *gratuitamente* come funziona il software, può giocare col codice, sperimentare e migliorarlo), migliore controllo dell’utente (il codice è sotto gli occhi di tutti: bug di sicurezza, possibili spyware, minacce per la privacy, etc, possono essere identificate più facilmente).

        • 1) Scrivevo gli Howto di Linux italiani e studiavo/programmavo sistemi operativi nel ’95-96, quando probabilmente la maggior parte di chi filosofeggia qui di UNIX/Linux/opensource (che allora era semplicemente free software) o si faceva ancora la pipì nel pannolino o di Linux ne avrebbe sentito parlare solo lustri dopo, magari grazie a distribuzioni facili da usare e installare. In molti software opensource c’è anche del mio codice, anche perchè allora se non ti funzionava qualche periferica, il codice del driver te lo dovevi scrivere da solo, non solo compilare/installare.

          2) Bel discorso, peccato che: “Mac OS X è un sistema di tipo UNIX certificato IEEE[3] compliant al 100% con lo standard POSIX. Apple ha rilasciato il codice sorgente del core del sistema con licenza open source.” (da Wikipedia). Le uniche parti proprietarie sono le librerie e l’interfaccia desktop, ma se non vuoi usarle puoi anche farci girare gnome con X11. E naturalmente puoi scaricare e compilare tutti i software open source che esistono. Purtroppo devo constatare ancora una volta che, oltre la religiosità verso Linux (o Mac o Windows), in giro di sistemi operativi se ne parla molto ma si conoscono poco.

          3) Bel discorso, peccato che esistano da oltre 40 anni sistemi Unix commerciali e ultimamente anche sistemi Linux non così aperti come Ubuntu, dove la comunità decide poco o niente. Così come esistono tante distribuzioni Linux che per funzionare devono necessariamente basarsi su driver e codec proprietari.

          4) Bel discorso, ma non regge: Webkit è opensource ed è della Apple, ed è qualcosa che la maggior parte di noi usa per navigare in internet da computer o da cellulare (anche senza saperlo), ed è un componente importante tanto quanto il sistema operativo, se non di più al giorno d’oggi. E potrei continuare con Xquartz e innumerevoli altri esempi grandi e piccoli.

          5) Bel discorso, se Apple non fosse uno dei maggiori contributori di codice dei pacchetti opensource su cui è basato Mac OS X.

      • @ Guido, sono d’accordo, ma chi ha parlato di fermarsi alla “coscienza singola”? Nello scorso post la presa di posizione contro questo tipo di approccio era piuttosto chiara. Salvarsi il culo il più collettivamente possibile, tutte le lotte sono la stessa lotta, si parte insieme e si torna insieme.

        • @wm1
          l’importante è sempre tornare almeno uno in più di quando si è partiti….

          Solo che da tempo penso che il concetto di prassi politica a sinistra si sia imborghesito e sia diviso fra l’istanza meramente violenta (da voi ben riassunta con “li picchiamo tutti”) ed una critica che tende ad essere intellettuale (anche se occupa strade e sa fare tanto rumore).

          Però mi fermo qua…. ;-) altrimenti vado veramente fuori tema…..

          @pierluigir
          -ormai puoi installare sia windows, sia linux su macchine apple. Confrontare Apple e PC non è più difficile
          -se mancano alcune applicazioni su linux dovremmo chiedere conto ad Adobe e company
          -Ma davvero secondo voi i desktop manager di Linux non sono sufficientemente user friendly? Secondo me è questione di abitudine. Esempio: quando mi mettono davanti un mac con safari aperto, sinceramente mi confondo. Per altro la mia ragazza che è abbastanza digiuna di PC ha lavorato per mesi su XFCE, mia madre e mio padre usano allegramente Ubuntu senza particolari lamentele…. e Unity non è fin’ora sto gran pezzo di Desktop Manager ;-). Ci hanno messo qualche giorno ad imparare, come ci hanno messo su Vista…..
          Mediamente però la persona è portata a considerare le difficoltà che incontra con un sistema che ritiene “standard” come mancanze personali, mentre quelle che provengono da un sistema “alternativo” come limiti del sistema…. ed anche questo è, in un certo modo, feticismo.

    • -questo è uno dei (rari) casi in cui non siamo di fronte solo a feticci ma anche a tanta tantissima sostanza tecnologica, iphone e ipad compresi, qualunque cosa ne pensiate.-
      Questo non lo nega nessuna e questa qualità gli utenti la pagano ben cara. Inoltre il nuovo iPad con Wi-Fi + 4G 64 GB non costa 800€ perché la manodopera che lo produce (o lo vende al pubblico in negozi italiani) ha “stipendi tedeschi”.
      -Per il resto, le tecniche non sono di certo nuove: è roba da villaggio turistico o da riunione di venditori Herbalife. Sarebbe bello anche sertir parlare di altri feticci, magari quelli falsamente ammantati di auree opensource/libertarie, che potrebbero diventare i feticci di domani-
      Non comprendo come il fatto che queste tecniche non siano inedite in altri ambiti e luoghi renda “meno problematico” il fenomeno documentato nel video in questione.
      Non comprendo come gli ipotizzati feticci di domani, che non sono appunto feticci di oggi, rendano “meno problematici” i feticci di oggi. A lato, qui su Giap sia Wu Ming che vari utenti (a cominciare da Xho) hanno scritto cose molto chiare contro la facile mitologizzazione dell’open source.
      -Apple è feticcio/religione da ben prima del suo successo commerciale/borsistico/mainstream degli ultimi anni. Non ci vedo un preciso disegno, anche perchè se così fosse c’è anche da ammettere che per anni prima dell’iphone e anche dopo l’ipod, con le stesse tecniche gli è andata decisamente di merda.-
      In primo luogo, per molti utenti la tecnologia ha valori “cultuali” (il Macintosh nel 1984, lo ZX Spectrum nel 1982, il Kindle Touch nel 2011 ecc.), un conto è però l’affetto verso uno strumento di produzione che è anche “bello e buono”, un conto è il “feticismo del brand”. Una Martin D18 e una Pinarello hanno un significato materiale e un senso profondo per un chitarrista e un ciclista, per me rimangono gadget di marca. Ovviamente me li posso comprare e divertirmici, ma non bisogna confondere l’orgoglio dell’”artigiano”, anche digitale, per i ferri del mestiere con l’esagerata lode e sottoutilizzo di “gadget esclusivi e alla moda” (legittimamente acquistabili, è ovvio).
      Infine, indipendentemente dai precedenti storici, mi pare davvero difficile comprendere come “non si veda un preciso disegno” nella strategia di comunicazione commerciale per esplicita mitologizzazione del marchio Apple di questi anni.

      • -Però bisogna essere corretti: se si vuole sostenere che Apple vende i suoi prodotti a caro prezzo e con margini enormi sfruttando il lavoro dei dipendenti, allora bisogna anche spiegare perchè nessuno riesca a vendere prodotti equivalenti a prezzi inferiori, sfruttando allo stesso modo i lavoratori e avendo comunque margini simili. E tutto questo producendo spesso e volentieri nelle stesse fabbriche. Il ragionamento non regge: o sono cari o non sono cari, non c’è alternativa (il discorso vale per gli ipad ma anche per gli ultrabook).

        -Il fenomeno non è meno problematico, è che non vedo lo stesso accanimento contro altri marchi. Del resto Wu Ming 1 ha spiegato bene la motivazione: Apple attualmente è il feticcio e si attacca il feticcio. Capisco il ragionamento ma resto dell’opinione che sia una forma di linkbaiting, per quanto giustificata. Come Greepeace che attacca i datacenter ma “sorvola” sull’azienda chimica dietro casa.

        -Il Kindle Touch??? LOL

        -Sono il primo ad aborrire i fighetti con l’iPhone (preferibilmente bianco) senza app installate, sia chiaro. Tra l’altro ne ho le tasche piene di quelli che prima mi chiedono di configurargli l’email e poi vengono a fare gli esperti e gli sboroni o peggio a spiegarmi le cose…a me che programmo dall’84. Però se mi tocchi il PowerBook 12″ o lo ZX Spectrum mi incazzo tanto quanto il proprietario di una Vespa :D (ma in quanto tool, non in quanto marchi).

        -Ripeto secondo me non c’è un preciso disegno, anche se hanno chiaramente cavalcato la cosa nel corso degli anni, all’inizio perchè erano in difficoltà. E ti dico anche perchè: simili forme pseudo-religiose in informatica ci sono da sempre, dai tempi di Unix (prendi Stallmann). Certo la base era molto forte, e la second-coming va da sempre di moda nei movimenti religiosi e ancora di più la morte del profeta. Ma se non ci fosse stato il botto dell’iphone non staremmo neanche qui a parlarne. Anzi, magari il discorso verterebbe ancora sul sistema di nicchia migliore degli altri, che pensa differente e della Microsoft cattiva. A posteriori poi è molto facile vedere chiari disegni, ma fino al 2007 la Apple era sempre ad un passo dal baratro e l’hype, le code e tutto il resto, anche se debitamente sfruttati, sono stati sempre generati soprattutto dagli utenti/seguaci che in un certo senso “volevano” credere (e oggi vanno in giro dicendo “io l’avevo detto”) e soprattutto da tutto un indotto di media/blog/ecc. che sulla capacità di Apple di fare comunque notizia e “rumore” più di aziende che facevano 100 volte le sue vendite si sono sempre appoggiate e ancora si appoggiano, compresi i teatranti-pseudo-giornalisti che si sono inventati le notizie del tutto false sulla Foxconn, costruendoci sopra spettacoli dai lauti guadagni. Giusto contrappasso per la Apple, per carità, ma tanti critici boccaloni dall’alto delle loro cattedre hanno preso falsità per oro colato, senza neanche fare un piccolo mea culpa. Purtroppo accrescere il numero di visitatori fa comodo a tutti e ficcare il nome Apple in qualsiasi cagata si scriva genera da più di un decennio un numero di visite e una pubblicità enorme se paragonato a qualsiasi altra cosa in circolazione. Chiedere a Greenpeace o Consumer Reports.

        • -o sono cari o non sono cari,-
          se l’argomento tuo è davvero “i prodotti Apple non sono cari”, rispetto l’opinione e resto di molto perplesso (sugli equivalenti è discorso lungo e non è questa la sede, fermo restando che alla Apple le cose le sanno fare molto bene).

          – sia una forma di linkbaiting, per quanto giustificata-
          Sinceramente non è che stiamo postando foto di mici che giocano coi fili di lana e con l’accusa di linkbaiting non si fa “realismo disvelante” ma propaganda. Apple è una delle più grandi aziende al mondo, quindi l’attenzione critica e costante verso di essa è semplicemente *doverosa*. Come, parlo del mio caso personale e anche per Giap, verso Amazon. E così fa Charles Stross e così fanno cento altri. Pur apprezzando il loro iPad o il loro Kindle.

          infine le menzogne di Mike Daisey sono solo “effetti speciali” sopra una situazione drammaticamente reale. A meno che non si voglia accusare Daisey di aver spinto giù dai parapetti i suicidi della Foxconn… Scusami la facilità della considerazione, ma è per adeguazione.

          PS: il LOL sul Kindle Touch era previsto, ma mi serviva un prodotto Amazon; inoltre ti assicuro che fior di “umanisti digitali” lavora con lo strumento e lo venera.

        • walden bello sulla apple. probabilmente l’ avete gia’ letto, ma lo posto lo stesso:

          http://www.fpif.org/articles/the_apple_connection

  20. Piccola esperienza personale: in una importantissima multinazionale sudcoreana che non posso nominare, ogni team inizia ogni giornata di lavoro con la recitazione collettiva di una poesia motivazionale. Per fortuna gli ospiti stranieri sono esentati.

  21. credo che anche le aziende giapponesi abbiano gli inni aziendali da cantare tutti insieme (che a vederli in tv pensavamo “Ah che pazzi questi giapponesi”)

    • Esatto e non per niente a Lavori ci piaceva un sacco il Giappone, anche le magliettine nere se le faceva fare tutte da uno stilista giapponese.

      In effetti da noi l’inaugurazione così fa senso perché si risolve in un clash culturale fallimentare per i proponenti, perché la forza lavoro può assorbire senza grossi traumi anche addestramenti nei quali non ripone la minima fiducia, ma quando a rimanere perplessi sono i clienti (e su milioni d’italiani se ne sono visti pochini per gli show) allora è il marketing che finisce in ginocchio sui ceci in sala mensa.

      Ormai dovrebbero aver capito che non piacciono, il che non autorizza nessuno ad aspettarsi di meglio, ma forse vedremo più sobrietà in futuro. O magari cacciano i dollari e invitano i ballerini di Amici o qualche artista adatto al target.

      Giapponesi ed asiatici ricorrono da decenni a routine motivazionali che da noi hanno sempre fatto fatica a penetrare, in genere s’infrangono su un muro fatto di scetticismo e di cinismo, perché di fatto da noi son cose che fanno ridere, prima ancora che pensare alla dignità di quei lavoratori, che magari qualcuno invidia lo stesso.

      In definitiva il senso di fare squadra assolve la stessa funzione dell’italianissimo fare famiglia, per cui le aziende da noi sono tutte grandi famiglie e il padrone un padre sul quale si può contare fino a che non cambia idea e ti fotte. Son dispositivi di controllo abbastanza elementari, per questo funzionano in un gran numero di situazioni e servono benissimo a moderare o silenziare critiche ed opposizioni, chi mai si batterebbe contro la sua squadra o la sua famiglia?

      • Tornando a bomba al cuore della questione, il succo è che il sistema capitalistico e i suoi corollari di plusvalore, sfruttamento dei lavoratori, feticci, finanza, corbellerie motivazionali e agonizzante e ormai ridicolo e fuori tempo.

        In modo equivalente il sistema comunista è fallito ormai da un quarto di secolo, generando i mostri delle oligarchie e delle dittature che tutto conosciamo bene.

        Cosa rimane? L’esperienza socialista del nord europa comunque innestata nel capitalismo dominante? Non mi sembra se la passino benissimo neanche loro.

        Oppure turbocapitalismo cinese mascherato da regime comunista? La dittatura cubana che ancora tanti a sinistra lodano? Per carità, non scherziamo.

        Proposte nuove non mi sembra ce ne siano all’orizzonte, le uniche sono o populiste o nazionaliste, anche se a volte ben mascherate.

        Oppure ancora peggio c’è chi predica il ritorno ai bei tempi andati, che siano quelli della lira o del baratto poco importa.

        Insomma di critiche se ne fanno molte, ma di proposte concrete e percorribili ce ne sono pochine…

        • Questa storia del “non fate proposte!” è da sempre il falso argomento con cui i poteri costituiti interdicono la critica e su cui basano l’assioma T.I.N.A. (“There is no alternative”). Uno dei massimi critici di questo frame era Michel Foucault, uno che per tutta la vita si impegnò in mille cause, studiava le relazioni di potere e sapeva riconoscere una mossa di guerra psicologica quando la vedeva insinuarsi – soavemente o rozzamente che fosse – nel discorso pubblico.

          L’argomento è falso perché si chiede a chi critica di presentarsi con un programma a tavolino, un modello di società fatto e finito. I padroni e i governi possono navigare a vista, improvvisare alla boia vigliacca, fare cazzate immani, mentre a chi resiste e lotta dal basso viene richiesto l’impossibile: tirare fuori di tasca il plastico della civitas ideale!
          Non funziona così: le proposte concrete nascono da prassi materiali collettive, dalle lotte per i diritti, le libertà e la dignità. Il “programma” è ridefinito dalle vittorie e sconfitte nel rapporto di forza.
          Il resto sono semplificazioni che lasciano il tempo che trovano.
          Insomma, io un po’ di odore di minestrone comincio a sentirlo, e gli ingredienti sono facilmente elencabili: “Così fan tutti”, “ovunque è così”, “non c’è alternativa” e “di ben altro si dovrebbe discutere”.

      • @mazzetta: anch’io ho la stessa sensazione riguardo all’efficacia molto relativa di certi metodi nel “fidelizzare” i dipendenti: sono strategie che probabilmente non sono adatte al nostro contesto. Purtroppo questo di per sé non è motivo di ottimismo: lo stesso cinismo che fa guardare con condiscendenza certe richieste strampalate del capo entra spesso in azione anche quando ci sarebbe da lottare (ne parlava in modo speculare Paolo Virno nel bel saggio “Ambivalenza del disincanto”). In ogni caso credo che più dell’antropologia possa l’organizzazione (con la “o” minuscola, eh ;-): dove si riesce a costruire una mobilitazione queste due forme di cinismo rimangono ben separate.

  22. […] Quando il capitalismo digitale mette tristezza e fa ribrezzo | Giap. […]

  23. Che brutta scena. Questo capitalismo mi fa schifo! Spero che queste crisi ci possano restituire un mondo migliore, non per me ma per i miei figli.

  24. Ammetto di avere un Mac a casa ma mi fa schifo tutta questo idolatria della macchina. Bisogna iniziare a esaltare forse l’operaio grazie al quale è stata creata un’opera di qualità (e questo è indubbio almeno per quanto mi riguarda).

  25. Il dibattito qui è sempre molto interessante e stimola sempre nuovi argomenti. Grazie. In proposito, mi sono venute in mente almeno tre cose da condividere. Intanto, l’impressione, nel video in questione, del rapporto speculare, culturale, disciplinare, che esiste tra commerciale e clientela: è un’immagine fortissima, al primo minuto e cinque/sei secondi che esprime meglio di molte parole un processo che in Italia è cominciato da un bel po’. La vendita non è imposta dall’alto, ma è orizzontale, tra pari provenienti dallo stesso ambito culturale e (spesso) sociale.

    Leggendo i commenti, poi, mi è tornato in mente il mostruoso Kaizen della Ducati, di cui si parlava la bellezza di cinque anni fa su Carmilla (http://www.carmillaonline.com/archives/2007/07/002308.html#002308). L’articolo è molto istruttivo, ma ricordo anche l’impressione che mi fece riconoscere in quel tipo di toyotismo un certo tipo di bolognese medio con cui mi ero trovato a lavorare nel corso degli anni.

    Segnalo, infine, un articolo di Lanfranco Caminiti (http://www.lanfranco.org/articoli.php?id=542) su un libro e una storia (una Storia?) strordinari e un video in cui Virno presenta quel libro e a quella storia (http://www.youtube.com/watch?v=9KNnt_n4p1s&feature=youtu.be). Mi rendo conto che a prima vista può sembrare un po’ OT, ma io non riesco a non metterlo in relazione con quanto ci stiamo dicendo.

    Mi riferisco al fatto che, casomai qualcuno pensasse ancora che non si dà via d’uscita, be’, ecco, vale la pena di pensare che c’è stato un momento (e magari più d’uno) in cui i padroni hanno avuto veramente paura, in cui per un po’ una soliderietà ampia e un sistema di relazioni mobile e reticolare, un certo coraggio e la sensazione di non essere sole e soli, ha fatto paura davvero, mostruosamente paura.

    Alla faccia delle menate sulla generazione sconfitta e sulle ragioni del riflusso, alla faccia di Marco Tullio Giordana e di Scalfari, insomma, quella Storia racconta anche della fine di una condizione vittimaria e di un rovesciamento dei ruoli, di una riappropriazione dell’identità e del quotidiano. Non è un sogno impossibile: http://www.youtube.com/watch?v=rdkecMOT1ko ;)

  26. quanto al video, cito verbatim mazzetta qualche commento fa.

    quanto al sub-thread apple, secondo me nel discorso di pierluigir c’è un’obiezione ineludibile (e secondo me basata su verità storiche), ma scivolosa, su cui non si riesce a impostare un discorso sensato: “qual’è oggi l’alternativa “sostenibile” a apple?” (per un utente tecnodummy, e indipendentemente dal feticcio).
    la storia e preistoria della percezione di apple come la racconta pierluigir corrisponde del tutto ai miei ricordi diretti e indiretti (di tecnodummy ma hack hag), e in questa storia del rigonfiamento del fantoccio apple (nel quadro della storia informatica universale) ci sono molti vicoli ciechi e passaggi oscuri che andrebbero indagati e poi interrogati uno per uno, per capire come smontare apple culturalmente e produrre-affermare un’alternativa tecnica utilizzabile dall’utente digiuno.
    quanto all’uso invasivo di apple in accademia e in svariate professioni poi, il problema è enorme: con cosa sostituirlo (che non sia una multinazionale e/o un sistema di produzione fondato sullo sfruttamento)? e come poi, dopo almeno 20 anni di consuetudine imposta orizzontalmente e verticalmente (in accademia almeno, ma penso dovunque servano programmi che gestiscono bene-facilmente immagini, e tranne che nelle facoltà e professioni informatiche)?

  27. Secondo me il modello open source è MITICO, non “un mondo diverso è possibile” ma “il mondo ideale esiste”.

    Non bisogna guardare alle singole persone come Linus Torvalds o all’esperto parecchio montato con un cinismo disumano. Non bisogna guardare alla periferica che è sempre andata con windows mentre per configurarla, anche con la distribuzione meno geek di Linux, occorre lavorarci per una settimana da riga di comando. Non bisogna guardare neppure al fatto che si possono lanciare missili con software OS.
    E’ il *metodo di lavoro* cooperativo, includente (chi non sa nulla di sviluppo kernel produce documentazione, traduce) di migliaia di sconosciuti in tutto il mondo (il bazar) che è riuscito nell’impresa di competere con il potere dominante (la cattedrale) nonostante il potere abbia provato in tutti i modi a fermare ridicolizzare le formichine, oltretutto non tutte coscienti di quello che facevano: http://it.wikipedia.org/wiki/La_Cattedrale_e_il_Bazaar

    Qui si cerca di trovare un bandolo della matassa che nel campo del software è stato trovato, non è detto che continui nel tempo, soprattutto se non lo si valorizza.

    • Il terreno è scivoloso, bisogna impostare bene la discussione e fare attenzione. Bisogna fare attenzione perché il fatto che un software sia OS non implica che sia esente da sfruttamento o che creino feticci per nascondere lo sfruttamento a monte, perché (e sono noioso) il punto è sempre quello. Mi viene in mente Chrome/Chromium che è open, un sacco bello, un sacco veloce, tutto quello che vuoi (non sono un grande tecnico), sta di fatto però che le informazioni che ricerchi, tutto quello che visiti col browser entra a far parte del bagaglio di Google e questo non è male (solo) perché determina una cultura del controllo costante ma perché è (anche) su quello che Google fa i soldi.
      È evidente che non si possa giudicare *a priori* la bontà di un software solo sull’apertura del codice o meno ma bisogna capire quali sono le dinamiche di potere nascoste dietro.
      In particolare quella che è stata per anni una battaglia della sinistra e cioè quella contro al copyright, inizia a dover essere rimessa in discussione, che non vuol dire assolutamente che ora dobbiamo essere a favore della chiusura, però vuol dire formulare meglio una proposta concreta e che evidentemente non basta più volere le licenze aperte per migliorare il mondo. Dobbiamo tornare a riflettere su questo perché ora il discorso sull’apertura del codice rientra (in parte) in quella che definirei una lotta intestina al capitale. In pratica ci sono aziende che vedono nel copyright la loro unica possibilità di sopravvivenza (case discografiche e simili), dall’altra parte ci sono i grandi colossi del web che non vogliono assolutamente mettere nessun vincolo a niente, dal codice al web e non perché siano più buone (e qui è fondamentale non avere feticci) ma perché basano i loro incassi sul flusso di informazioni che viaggiano e che vengono scambiate volontariamente da chi usa la rete.

      Abbozzo poi uno spunto che mi è venuto in mente ora:
      Se vogliamo poi è lo stesso tipo di discorso che possiamo fare su un piano più materiale, riguardo l’Europa. È chiaro che sono assolutamente favorevole al fatto che le persone possano viaggiare liberamente tra i vari Stati, questo non vuol dire che sosterrò l’idea di Europa che viene data dai governi o dalla istituzioni a priori, perché dietro a praticamente ogni legge e accordo c’è la volontà di andare ad arricchire qualche azienda… Ho chiaramente semplificato (anche perché non è l’argomento del post).

      Quello che mi preme sottolineare è che non solo le marche creano feticci ma anche i modi di produzione e che dobbiamo sempre andare a svelarne le contraddizioni e non per rimanere fermi e dire “il mondo fa schifo, distruggiamo tutto!” o per lasciarsi andare alla depressione ma per capire meglio come sfruttare queste debolezze per intaccare il potere del capitalismo. D’altronde il video del post ne è un esempio, se da una parte l’azienda ha creato un evento biopolitico sottomettendo i commessi a balletti umilianti, dall’altro noi stiamo qua a discutere da giorni su quanto faccia schifo (il capitalismo, non solo il balletto) :-)

  28. immagino che non sia stata una idea dei dipendenti, ma del datore di lavoro, manager, di qualcuno qualche gradino più in su in questa scala corporativa… comunque, mi fa tristezza pensare che dignità e lavoro sono sempre di più agli antipodi, concetti estranei e incompatibili l’uno con l’altro

    • Sicuramente non è stata una scelta dei dipendenti, e credo proprio che se non lo avessero fatto sarebbero stati licenziati.

      • Mah, di questo non sono sicuro. Alcuni dipendenti ballano quel ridicolo, tristissimo balletto, molti sono dietro, semplicemente ad agitare le braccia, alcuni poi sono di lato, a fare riprese o… a non fare un bel niente.

  29. Che tristezza infinita, sembra di assistere ad una delle allucinate visioni da incubo di certa fantascienza.
    Ma queste scene qua non le avevamo relegate al neo-rampantismo anni ’90?
    Vecchi. Bisogna far capire a chi promuove l’esistenza di queste manifestazioni del peggio che sono vecchi, sono in-die-tro!. Proprio quando sono convinti e straconvinti di fare qualcosa che è avanti, troppo avanti. Bisogna fagli capire quel che sono:
    Vecchi. Retrogradi. Conservatori.

  30. La storia di cui parla @Spoiler è in un video caricato in due parti su youtube, “La pistola y el corazon” qui e qui. Qualcuno (si dice sia stato Carlo Rivolta) disse di Daddo, quel giorno: “io un amico così me lo sogno di notte”. Chi sognerà i dipendenti AppleStore?

  31. […] Io penso che l’unico modo per “danneggiare il brand” ed evitare che queste scene patetiche continuino a ripetersi, sarebbe passare all’insulto becero. Che so, organizzarsi in venti o trenta e alla prossima inaugurazione andare a mostrare il dito medio, oppure ricoprire di feci il gadget elettronico in questione, il tutto a favore di telecamere e telefonini. […]

  32. scusate, commento tecnico e domanda sulla gerarchizzazione dei commenti (sempre da tecnodummy ;P):
    da quando c’è gerarchia io ogni volta che apro la discussione corrente per vedere che cè di nuovo non so fare di meglio che scorrere la pagina e leggere in diagonale i commenti già letti per beccare i sussunti nuovi e leggere solo quelli (con l’occhio a quelli sotto cui sono gerarchizzati ovviamente).
    pero’ cosi’ è un po’ una palla, e funziona solo se da una mia connessione all’altra i commenti non sono troppi da scorrere, ricordare, leggere e rileggere eventualmente. una pezza puo’ essere guardare prima la rubrica dei commenti recenti e partire da quelli, ma vale la stessa cauzione: funziona solo se non ce ne sono troppi di nuovi.
    mi chiedevo allora se fosse possibile e auspicabile una numerazione supplementare dei commenti per ordine di apparizione (magari decrescente, col piu’ nuovo che è sempre il numero 1), e un rimando facile (effettuabile con un clic solo) dall’1 al 2 al 3 ecc fino ad arrivare all’ultimo che si era letto.

    si capisce cosa ho scritto?
    è possibile?
    anche altri ne sentono il bisogno?
    o c’è modo di aggirare il problema senza modifiche?

    – lost in hierarchisation :( –

    • “si capisce cosa ho scritto?”

      Ehm… Non molto :-) Ma forse è l’ora tarda.

      Comunque, mentre ragioniamo su come migliorare la fruizione, per seguire i commenti non c’è bisogno di tornare ogni volta a scorrere il thread. Puoi scegliere fra tre modi:

      Twitter, che ormai usiamo solo a questo scopo;

      – l’apposita colonnina degli ultimi commenti che trovi qui a destra;

      – il feed dei commenti.

  33. Ripresa frontale e ravvicinata del balletto d’inaugurazione (a partire da 0’46”):

    Laddove si capisce che questi sono *entusiasti*, esaltatissimi. Per loro il balletto è una figata :-P

    Tristezza soverchiante… Vedendo questo video, ho pensato al ruolo che, secondo Marx ed Engels, avrebbe la “sottoclasse”, il Lunpenproletariat.

    Nella (contestata) visione di Marx ed Engels, la “sottoclasse” è prodotta dal precipitare di una parte di proletari – inoccupati o semioccupati – in una condizione che rende loro impossibile acquisire una coscienza di classe, sentirsi parte di una classe lavoratrice conscia dei propri interessi e diritti.

    Ripeto l’ABC: secondo l’interpretazione marxista, la disoccupazione esiste perché serve ai padroni. Questi si tengono a disposizione un grande “esercito industriale di riserva” impiegabile a piacimento nella guerra tra poveri. I disoccupati esistono perché consentono di tenere bassi i salari e ricattare la forza-lavoro:
    “Lo vedi quello sfigato in mezzo alla strada? Se rompi il cazzo, ci metto un minuto a licenziarti, e al tuo posto assumo lui. Lavorerà senza fiatare e si accontenterà di una paga di merda. Se non vuoi che ti licenzi, fai così anche tu.”

    Naturalmente, ben pochi padroni hanno davvero bisogno di *dire* queste frasi: sono implicite.

    E’ questo il vero movente delle aggressioni all’articolo 18: rende meno facile ricattare i lavoratori, dunque si cerca periodicamente di abolirlo.

    [Importante far notare che questa politica porta per via direttissima alla crisi, perché i salari bassi distruggono il potere d’acquisto dei lavoratori, che smettono di consumare e si arriva alla sovrapproduzione, con enorme sperpero di risorse e distruzione di ricchezza. I profitti calano, e i governi messi su dai padroni e imbottiti di assurdi dogmi neoliberisti come reagiscono? Intaccando ulteriormente i salari, togliendo ammortizzatori etc.]

    I sottoproletari, sempre secondo Marx ed Engels, sono il “fondo putrefatto” dell’esercito industriale di riserva. Sono molto più mobilitabili in senso reazionario che rivoluzionario (o anche solo progressivo). Viste le condizioni in cui versano e la totale dipendenza dai capricci e dall’elemosina dei padroni, tendono a difendere i padroni. “Taci, sorridi, let’s dance. Sculetta e ringrazia il padrone per la splendida opportunità che ci ha dato! E’ tanto buono, il padrone!”

    Dal 1848 a oggi la vexata quaestio, nel dibattito tra marxisti (e tra marxisti e anarchici) è: il sottoproletario è davvero condannato a essere usato come utile idiota dai padroni e dai reazionari? Come si fa a sottrarlo a questo dispositivo, a questa cattura?

    • “Taci, sorridi, let’s dance. Sculetta e ringrazia il padrone per la splendida opportunità che ci ha dato! E’ tanto buono, il padrone!”

      c’e’ una relazione diretta con le coreografie di palazzo grazioli, vero? il potere pappone e’ il doppio osceno del potere tout court? i tasselli stanno cominciando ad andare al loro posto?

    • Da cui si capisce anche che se non sei mai andato in disco in vita tua non sarai mai assunto alla Apple. Mi sembra un ottimo criterio per la selezione del personale. E per me un ottimo criterio per snobbare quei negozi come ho sempre snobbato le disco. Anche se ci vanno tutti. Anzi, proprio perché ci vanno tutti.
      Quello che think different, casomai, sono me.
      ;-)

    • “Dal 1848 a oggi la vexata quaestio, nel dibattito tra marxisti (e tra marxisti e anarchici) è: il sottoproletario è davvero condannato a essere usato come utile idiota dai padroni e dai reazionari? Come si fa a sottrarlo a questo dispositivo, a questa cattura?”

      Io spinto anche dai commenti sopra (a proposito di colleghi che dicono di ringraziare l’azienda che dà da lavorare) aggiungerei: non sarebbe ora di farla finita di volerli sottrarre a questo dispositivo, iniziare considerarli parte integrante e consapevole del dispositivo padronale, e voler riservare loro lo stesso trattamento che si vorrebbe per i padroni? Perché non siamo più a metà ‘800, i sottoproletari sono decentemente istruiti, accedono a cultura e mezzi di informazione (o almeno possono farlo) e vivono in un mondo in cui il confronto con i “proletari consapevoli” è costante e continuo.
      Non si potrebbe considerare che il sottoproletario sceglie *deliberatamente* di essere dalla parte del padrone, e trattarlo come tale, e non come “idiota” prigioniero di dispositivi che non comprende?

    • @wm1
      molto molto interessante quello che dici, perchè secondo me aiuta a chiarire i termini della questione: il problema
      sta nel comportamento o (peggio) nella “natura” di una classe o piuttosto nella relazione che il padronato impone tra sottoproletariato e forza lavoro?
      in questo senso @rockit temo che la tua reazione per quanto (credimi) assolutamente comprensibile porti con sè molti rischi, primo fra tutti quello di scambiare il dito (la presunta natura reazionaria del sottoproletariato e il grado di consapevolezza con cui ) con la luna (appunto la relazione quasi hobbesiana nella quale sono costretti piu o meno tutti i lavoratori, precari e non).
      se non altro porsi questa domanda aiuta forse ad evitare tentazioni evangelizzanti che purtroppo stanno sempre dietro l’angolo..

      • Ciao, il nodo della mia domanda è forse questo: possiamo insistere, nel 2012, a parlare di “presunta” nautra reazionaria? Dopo infiniti smarmellamenti di maroni, dopo decine di discussioni, dopo avergli portato proficui esempi di lavoro, possiamo ritenere che il “sottoproletario” si schieri per costrizione?

        Non siamo più a metà ‘800: la casalinga e il camionista – se sottoproletari si possono considerare – hanno il diploma di scuola superiore. Non sono analfabeti. Il precario o il disoccupato -magari laureato, non certo limitato nella sua possibilità di comprendere la realtà in cui vive- vive anche una condizione difficile, ma devo ancora conoscerne uno che patisca denutrizione o carenze sanitarie, al di là delle lamentele – me compreso, ovviamente. Le loro (e le mie) condizioni materiali sono più vicine a quelle del borghese dell’epoca di Marx che a quelle del *suo* sottoproletario. E nessuno di noi li abbandona o li schifa nella discussione, ritenendoli dei poveri coglioni.
        Eppure se dopo milioni di discussioni, di azioni, di buone pratiche la casalinga continua imperterrita in un odio razzista leghisto-grillino, se di fronte alle commesse che chiedono di stare a casa coi figli nell’unico giorno in cui non sono a scuola il disoccupato dice “mandatele a casa, a lavorare ci vengo io”, possiamo ancora accettarlo? Non si è sufficientemente lavorato per liberare il sottoproletario dalle sue catene? Possibile che sia sempre vittima, e mai colpevole, della propria condizione, anche quando la rivendica come meditata, di fronte a una discussione e a un’argomentazione che ha mezzi – materiali e culturali – per comprendere?
        Possibile infine tollerare che dimostri lo stesso disprezzo per la dignità del padronato, come nel caso del disoccupato che se ne fotte, passami il termine, del fatto che le commesse non vedano mai i propri figli e le etichetti come fancazziste?

        Insomma, la luna è ancora lì, o s’è spostata di un pochino, e se si guarda nella direzione del dito si vede solo un lampione?

        Risposte ovviamente non ne ho, ma la mia sensazione che il “sottoproletario” sia sempre meno vittima si espande con una certa costanza. Appunto perché l’equazione disoccupato = morto di fame = disposto a qualunque lavoro, che ai tempi di Marx era letteralmente valida – il disoccupato moriva di denutrizione, non sussiste più, per quanto possiamo raccontarci delle difficoltà, della crisi, ecc.

        E ovviamente credo che sia una domanda da farsi *prima* del *come* lo liberiamo: vale la pena liberarlo? Vuole essere liberato? È davvero prigioniero, o ci fa comodo pensarlo per non illudersi di essere schiacciati pure dal basso?

        • non so rockit, il fatto è che a me più che chiedermi *se vale la pena liberare* viene da chiedermi *perchè siamo finiti cosi nella merda*.. i rischi di cui parlavo prima riguardano prima di tutto proprio il modo in cui ci possiamo porre di fronte e dentro al problema. se il problema che ti poni è quello di liberare o meno il prossimo tuo implicitamente ti pensi già preso fuori da certe dinamiche, e questo secondo me è il primo rischio che corri: nella merda ci siamo tutti, sicuramente io ma penso anche tu rockit. e come dice bene @sottintendo qualche post piu sotto non basta essere consapevoli di un dispositivo per sfuggirne la presa. l’illusione evangelizzante dello “schiavo liberato” non può che replicare nuove schiavitù..o sbaglio? (nb. in questo senso chi entra nella caverna, vede gli schiavi e pensa “mavaffanculo chi me lo fa fare di liberarvi se non lo volete” non si discosta al fondo da chi invece si presenta come il Buon Salvatore, entrambi sono convinti di non avere piu le catene ai piedi..)

        • Mi auto-rispondo, perché mi è finita la profondità di annidamento :/

          Mi sono con tutta evidenza spiegato male. Colpa mia che su questioni complesse divento contorto, dietro la tastiera.
          Io mi chiedo in fondo – detto tagliando con l’accetta: noi passiamo le giornate a chiederci “come tirare dalla nostra il povero che sta dalla parte del padrone?”. La discussione parte da questo assunto. Che il povero stia dalla parte del povero perché illuso, sfruttato, perché succube del ricatto capitalista.
          Io non ci credo più. L’operaio che vota lega lo fa ben sapendo cosa sia la lega, lo fa con razzismo esplicito, sbandierato e desiderato. Finamola di considerarlo un analfabeta incapace di comprendere il mondo.
          Se @sottindendo accettasse il voto di scambio potrei dire che è vittima del ricatto, che vuole una vita migliore ora negata, eccetera. Le ritengo cazzate.
          Se accettasse prenderebbe consapevolmente la scorciatoia.
          Non riuscirei a considerarlo vittima, sarebbe complice.
          Proprio perché la sua situazione materiale non è diversa dalla mia, posso dirgli in faccia: raccontati quello che vuoi, se lo fai non lo fai per fame, per costrizione, ma per puro e semplice opportunismo (*).
          Quindi: con chi accetta il voto di scambio posso continuare a parlare di lavoro culturale, di “tirare dalla parte giusta”, eccetera (taglio ancora con l’accetta i termini), oppure sarei più efficace con un sano “vaffanculo tu insieme al sindaco: non sei ricattato, sei ricattante e altrettanto nocivo per tutti” ?

          Poi ovvio che continuerei, come del resto già faccio, a lavorare per eliminare le forme di ricatto, per quanto mi è possibile, a discutere, produrre materiale, fare iniziative, assemblee, volantinaggi, attivismo politico e quant’altro. Ma do per assodato che chiunque si esprime da queste parti ci metta del suo nel concreto di ogni giorno…

          (*)del tutto evidente che @sottintendo non lo farà: prendo il suo scritto come esempio, eh, non come caso personale, sia chiaro

  34. Una riflessione sulla precarietà/ricattabilità come condizione culturale “infettiva” tra lavoratori:
    http://incendiapassim.wordpress.com/2011/11/26/scoccare-una-scintilla/

  35. Io non riesco a capire, per quanto mi sforzi, veramente non ci riesco.

    E’ sicuramente vero che da 4-5 lustri in qua nessuno si è fatto carico con costanza e credibilità di spiegare a queste giovani persone che esiste, nella società, una contrapposizione di interessi tra il lavoro ( loro ) e il capitale ( chi li mette nella condizione di rendersi ridicoli agli occhi di chiunque sia rimasto sano di mente in cambio d’una busta paga precaria il cui contenuto è, come aggravante, un dito in un occhio ).
    Nessuno ha seriamente raccontato loro che bisogna cercarlo e sforzarsi di realizzarlo, un futuro alternativo senza sfruttati e sfruttatori.
    Sono ranocchie nate sul fondo del pozzo; non immaginano che esiste un mondo di possibilità, la fuori.

    Ma cazzo, anche non avendo alle spalle una storia di studi approfonditi, di grandi letture, anche non avendo chissà quale cultura e profondità di elaborazione e di pensiero, anche se in questa melma di narrazioni a senso unico a mia volta ci son nato, quando torno a casa la sera con la schiena che fa male dopo una giornata di officina, su un treno lercio e sistematicamente in ritardo – ma che paghiamo caro come fosse un treno tedesco o francese – quando vedo che lo sporco sulle mani ormai s’è infiltrato sotto la pelle e per quanto sfreghi forte col sapone quelle mani continuano comunque a “parlare di lavoro manuale” ed insieme ripenso ai quei 1140 € dell’ultima busta paga ed al fatto che io debba ritenermi privilegiato per il semplice fatto di averla ancora una busta paga minimamente sicura di mese in mese……beh, non posso non pensare che mi stiano prendendo per il culo.

    Non ci vuole di aver letto Marx e Gramsci ( certo, se li hai letti è meglio ).
    Basterebbe non avere lo sfintere anale del tutto devitalizzato per rendersene conto.

    Ma niente….del tutto insensibili.
    Pagati uno sputo in un occhio per rendersi ridicoli e….va bene così.

    Allora forse ha ragione rockit: “vale la pena liberarlo? Vuole essere liberato? È davvero prigioniero, o ci fa comodo pensarlo per non illudersi di essere schiacciati pure dal basso?”

  36. Un dettaglio: mi sembra che il balletto lo facciano solo in Italia. Ho guardato un po’ di filmati di aperture di Apple Store in America, in Europa, in Asia. E, correggetemi se sbaglio, non ho visto balletti. Sì, i commessi fanno corsette, esultano e danno il cinque ai primi clienti, ma niente ballettino. Se è così, è una pratica regionale, si vede che si adatta alla clientela locale. Non fa pensare bene del nostro paese.

  37. Ormai il binomio Apple (Capitalismo)-religione non si può più dissimulare. E a tal proposito:

    Ero un “ateo” che riteneva gli slogan di S. Jobs atti a creare una nebulosa di feticismo in grado di calamitare l’attenzione del mondo sui prodotti Apple gettando quindi nell’oscurità le indegne condizioni di lavoro all’interno della Foxconn. Schifavo il Jobs-pensiero e tutti quegli “evangelizzatori”, dentro e soprattutto fuori quei templi con la grande mela dominante posta sulla porta di ingresso, che diffondono il nuovo Verbo come Verità per la salvezza dell’anima.
    Ma un giorno una voce dentro di me, che mi parlava in italiano con accento americano, mi ha spinto ad entrare in uno di questi templi.
    Ed è stato in quel momento che l’ho visto. E solo io ricevevo la grazia di vederlo.
    Era bellissimo e circondato da una corona di luce. Indossava la classica maglietta nera, jeans e scarpe da ginnastica. Le sue parole non le ascoltavo ma venivano incise nel mio cervello come file su un hard disk.
    S. Jobs ha salvato la mia anima dicendomi che nella sua vita sono stati determinanti oltre a LSD (Lucidità, Semplicità, Democrazia) anche la fortuna. Infatti il Maestro Jobs ha avuto il C.U.L.O., soprattutto dei lavoratori della Foxconn che si sono sacrificati ricevendo in cambio la salvezza eterna nel regno di Jobs.
    Chi ha orecchie intenda.
    E ora anche io, apostolo, concedo il C.U.L.O. nella consapevolezza che il dolore mi porterà nel Suo Regno e diffondo gli slogan di Jobs come nuovo Verbo, la Mela come nuovo crocefisso e danzo nei templi come rito propiziatorio affinchè la Parola del Maestro attiri sempre più pecorelle smarrite, ignare della necessità di essere illuminate dalla Sacra Tecnologia portatrice di salvezza.
    Sia fatta la volontà del Maestro Jobs, e non di quei poveri diavoli che dicono che una Mela nella testa equivale a una banane nel C.U.L.O..
    Shutdown

  38. Il problema riguarda una società come la nostra fondata ancora sul sacrificio. Jobs diventa un idolo, e le vittime si dispongono volontariamente al sacrificio. Bisogna prendere in considerazione che anche il nazismo fu favorito dal fatto che gli ebrei si rivoltarono ben poco contro i loro carnefici. Accettarono il ruolo di vittime. Lo stesso accade oggi.

  39. (Una confessione.)

    Sulla “vexata quaestio”. Per me è questione di centimetri.
    Tra il “dobbiamo aiutarli” e il “ma vale la pena liberarli? Non vogliono essere liberati” dobbiamo vedere quel centimetro. Il centimetro secondo me è dobbiamo liberarCI.

    Sì, la società è cambiata, c’è la globalizzazione, etc.; “sottoproletariato” oggi può voler dire cose molto diverse tra loro (a proposito, credo ci sia ancora chi fa la fame anche oggi, anche qui in Italia, e probabilmente ce ne saranno di più in futuro, oibò!) e quindi per molti versi differenti da quello che intendeva Marx. Non sono un esperto in materia e non conosco bene il dibattito successivo.
    Ma ritengo che se c’è qualcosa di veramente importante da salvare (tramandare) del discorso marxista, che esula forse da molte contrapposizioni, è la capacità di porsi di fronte alla realtà sociale in senso non idealistico né moralistico, che gli fa dire pressappoco (spero di non sbagliarmi) che è la classe che fa la coscienza, e non viceversa, che la coscienza dipende dai rapporti di produzione, e non viceversa. Su questo “risultato” si può poi discutere e credo si sia stradiscusso, ma se si prescinde dallo “sguardo” che porta a quel risultato (cioè se si pretende di avere lo stesso sguardo, ma non lo si ha) non si va molto lontano, IMHO. Per il “viceversa” non basta la coscienza: ci vuole l’azione. I rapporti di produzione possono cambiare, la società può cambiare, ma non basta “esserne consapevoli”. Non è che il primissimo passo.

    Io ritengo di essere un sottoproletario se guardo al mio rapporto di produzione. Ricattabilissimo. Recentemente mi è stato proposto un voto di scambio (“se vinco le elezioni avrai il posto” – un posto da precario sottopagato in un’amministrazione pubblica, nessuna garanzia di futuro, ma UN POSTO, PER DIO) e la stessa persona che me l’ha proposto mi ha nominato scrutatore, sorridendo e con un eloquente gesto delle mani a rimescolare l’aria. E no, non muoio di fame. Ho un tetto. Ho studiato. Ho letto un po’ di Marx e persino un po’ di Zizek. Ho lottato e lotto, anche rischiando e sempre con la paura addosso, e non per l’ideale, ma per provare a migliorare concretamente la condizione collettiva o perlomeno evitare che peggiori troppo, mantenere viva la possibilità che migliori. Ma io voglio anche un futuro in *questa* vita, perché non credo nell’aldilà. La possibilità di una vita dignitosa, da adulto autosufficiente quale dovrei essere. E la voglio adesso non ancora trent’enne, non tra vent’anni. Quando leggo, anche su questo blog talvolta, qualche compagno (che stimo, e molto) dire che tra massimo duecent’anni avremo il socialismo, non so se ridere o piangere. Eppure è uno dei più ottimisti, quello. Molto più ottimista di me la maggior parte delle volte. E quindi lotto, sì, ma che farò alle elezioni comunali? Se accetto pure il voto di scambio mafioso, per la parte sbagliatissima, che senso ha che io parli qui, e aver lottato?

    Torno alla quaestio. Se si parla di sottoproletari e di proletari, bisogna parlare (almeno) anche di piccoli borghesi. E’ doveroso, secondo me. Zizek recentemente ha parlato di “boghesia salariata”. Io nel mio piccolo mi guardo intorno e noto come se prendiamo in un certo modo (penso sbagliato) le categorie “sottoproletariato” e “piccola borghesia” (salariata o salariante) possiamo tranquillamente ricoprire quasi tutto il panorama lavorativo che ci circonda. E spesso non riusciamo a distinguere nemmeno l’uno dall’altra (penso a una partita IVA subordinata che “ce l’ha fatta” e una no, ma gli esempi sono decine e decine), figuriamoci ficcarci un “proletariato” in mezzo. E allora se non dobbiamo “salvare” i sottoproletari, non dobbiamo “salvare” neppure i piccolo borghesi. E difatti è così: non dobbiamo salvare proprio nessuno, dobbiamo salvarci. Ma dobbiamo salvarci *chi*? Dove sta questo proletariato? Dove stiamo noi?

    “Noi” sono solo quelli che sono un po’ meno ricattabili e un po’ più auto-organizzabili o “noi” sono quelli che “sono consapevoli di”? Io non mi sento in nessuno di questi due “noi”, sono troppo ricattabile e non abbastanza consapevole. Sono sottoproletario comunque la si metta. Spero che esista un “noi” di quelli che lottano.
    Lo sfruttamento c’è. I rapporti di produzione sono quello che sono, per quanto vengano mascherati. Le risposte semplici sono tutte reazionarie, e quindi false. Potremmo dirci che non abbiamo la dignità, che accettiamo la subordinazione e lo sfruttamento anche quando abbiamo gli strumenti per acquisirne coscienza, e che quindi siamo dei deboli che “meritiamo” tutto questo. Potremmo dirci che stiamo bene, che i proletari stanno in Cina, raccontarci favole geopolitiche, negare l’evidenza. Potremmo dirci un sacco di cose oppure farne una meglio che possiamo: lottare. E trovare un modo per lottare e allo stesso tempo vivere senza mandare troppo a puttane una delle due cose, che poi vanno a puttane entrambe. Io sott’intendo e non ho ancora capito come si fa. Non credo di riuscirci da solo, però al momento sono da solo. E mi sento da solo anche perché molti compagni quello sguardo di cui sopra non ce l’hanno (non ce l’ho con nessuno dei presenti qui, non parlo per polemizzare). Forse non vogliono “salvarmi”. Ma non volevo essere salvato, volevo salvarmi con loro, per questa vita, adesso.

    [per chi, vista l’ora, ha capito: non dite il mio vecchio nome]

  40. Molte considerazioni fin qui elencate mi sembra dovrebbero tener conto di più della complementarità del fatto che si sia nel tempo modificata profondamente la cultura e il lessico del lavoro. Quando il lavoro invade ogni sfera del privato, rendendo indistiguibili i confini, si trasforma in *missione*. I codici di quest’ultima influenzano grandemente le capacità percettive e l’intellegibilità dei fenomeni. Questo è un processo che potremmo addirittura definire totalitario, che conseguentemente complica i meccanismi di definizione di una coscienza di classe e talvolta finanche personale della propria condizione.

  41. Sul feticismo digitale e gli sproloqui di Candido L’Innovazione: VOLEVO FARE LA START UP
    http://anonimoconiglio.blogspot.it/2012/04/volevo-fare-la-startup-la-maledizione.html

  42. Segnalo questo contributo che mi sembra quello che in mortal kombact si definiva una “combo”: una serie di mosse mortali per l’avversario.

    Davanti ad un apple store va in scena un flash mob col motto “Wake up”. Saranno i nuovi indignados? Non esattamente: sono i dipendenti dell’azienda rivale che devono lanciare un prodotto sul mercato.

    http://www.ninjamarketing.it/2012/04/26/wake-up-samsung-attacca-apple-con-un-flash-mob-breaking-news/

    Quindi questi non solo sfruttano il personale, ma assumono il linguaggio, le pratiche e l’irruenza dei movimenti.
    Non si scopre nulla di nuovo, ma sono livelli un po’ pesanti.
    Da fatality.

  43. Notizia vecchia che ho ritrovato ora…
    http://www.webnews.it/2011/06/03/vende-un-rene-per-comprarsi-un-ipad-2/?ref=post data l’ora e il ribrezzo non aggiungo altro…

    • Ha tutta l’aria di una bufala giornalistica in combutta con qualche agenzia di marketing.

  44. […] un articolo dei Wu Ming, intitolato “Quando il capitalismo digitale mette tristezza e fa ribrezzo“, apparso su Giap il 23/04/2012, si parla dell’inaugurazione di un nuovo Apple Store a […]

    • Credo di sì, siamo tutti ridicoli. Parlo di “noi” nel senso di lavoratori dipendenti, elettori, consumatori, fruitori dell’informazione.
      Ho appena notato che sull’intranet della mia azienda si può mettere “Mi piace” sotto gli articoli; ho twittato la cosa perché mi sembrava divertente. Poi invece la cosa mi ha fatto pensare al balletto dei dipendenti Apple, come se ci fosse un nesso, e in effetti credo ci sia.
      Tutto sta portando, da anni, a un’infantilizzazione delle masse, in tutti i campi. Nel lavoro certo, lo vediamo bene qui sopra. Ma pensiamo alla pubblicità, siamo circondati da messaggi che ci spiegano quant’è bello restare bambini, sognare, coccolarsi, farsi regali (e quindi spendere per cose inutili).
      O all’informazione che tende a semplificare tutto e ad affibbiare nomignoli idioti a cose serissime, per farle sembrare meno serie (così poi vediamo in tv parlamentari settantenni in doppiopetto discutere animatamente su una cosa che si chiama PORCELLUM o se è il caso di fare un RIBALTONE). O pensiamo agli slogan della politica, dalle vecchie metafore calcistiche di Berlusconi al vaffanculo di Grillo (cosa dà più soddisfazione ai bambini che strillare parolacce agli adulti?). E per denunciare gli sprechi di denaro pubblico, chiamiamo il Gabibbo.
      Se non siamo ancora tutti rincretiniti, è così che ci vogliono rendere.

  45. Dubbio, dubbi.
    Ci sono alcune posizioni che sposi subito, a volte per un piú che sano impeto, a volte per un filo di ragionamento pienamente condiviso, a volte perchè ti convincono e ti illuminano; altre posizioni invece che ti suggeriscono dubbi.
    A queste ultime appartiene tutto il flusso su Apple, su Jobs, sui loro prodotti, sulla loro politica economica-industriale-commerciale.
    – Prima di tutto il lato “commerciale”, i negozi e la vendita dei loro prodotti.
    Andiamo perlopiú in ordine sparso, partendo dall’ultimo spunto: lo spettacolino danzante offerto dai dipendenti in occasione della apertura di un nuovo negozio. 
    Sorprende innanzitutto che sorprenda, se avete possibilità e voglia di fare un giro in una qualche cittadina statunitense e la mattina fate per sbaglio un giro in uno dei loro giganteschi mall ai margini degli abitati, magari avrete la (s)fortuna di assistere ad un qualche rito motivazionale celebrato da un manager di qualcosa, rito senz’altro danzante sulle note di qualche musichetta famosa o di qualche mantra appositamente scritto. Lo fanno, lo fanno, loro lo fanno spesso, è parte integrante degli eccessi e della esasperazione. 
    Primo dubbio, quella mentalità e quella idea di motivazione esasperata (certamente espressione di un capitalismo) sono le stesse dalle quali nascono idee interessanti molto anglosassoni come quelli del team-work e dell’ empowerment (perdonate se non traduciamo, ma soprattutto il secondo termine è intraducibile nei fatti, in una società la nostra che è piú maledettamente individualista di quanto si crede, fortemente gerarchica e verticistica), idee che rappresentano istanze di coinvolgimento e rispetto per i lavoratori. Certo, sono regole che, per quanto “illuminate”, sono pensate comunque per rimanere nel gioco; altra storia sarebbe “rovesciare la scatola”, ma questo è un altro discorso
    (http://circolaria.tumblr.com/post/13775382445/come-uscirne-e-ignorare-le-fiches-contano-quanto)

    Insomma, il balletto non è propriamente una novità sconvolgente, per quanto dubbia ed in qualche modo ripugnante. L’esibizione da zoolocischer garten lascia perplessi anche noi, che la riteniamo anche di cattivo gusto.
    Il punto centrale forse è che abbiamo piú di un dubbio sulla costrizione: qualcuno di noi ha avuto modo di annusare molto da vicino, quasi da dentro quel mondo, e l’idea che lí dentro un padrone, per quanto piú astratto e lontano, possa costringere i propri lavoratori ad esibirsi controvoglia “se non vuoi essere licenziato”, è onestamente folcroristica e non credibile.
    Questo non vuol dire che non sussistano elementi di disagio, di insoddisfazione, non vuol dire che non ci sia dialettica critica, e neanche esclude prbabilmente presenze sindacali. Ma nell’attaccare il Leviatano del Capitalismo non si puó dimenticare che quello è uno dei pochissimi contesti nei quali esistono diritti acquisiti ed indiscutibili, salari mediamente alti, ed altri elementi (assicurazioni sanitarie con tutta probabilità) che rendono quell’ambiente lavorativo lontano anni luce dai milioni di negozi e negozietti sparsi per questo paese ormai fallito, nei quali ci sono spesso esclusivamente dipendenti in nero, turni massacranti, stipendi fittizi, zero straordinari riconosciuti e pagati, e condizioni di lavoro inaccettabili; una terra di Mordor nella quale ben pochi mettono il naso, dove gli orchi sono schiavizzati sul serio per due euro e costretti a fare qualsiasi cosa.

    In quei negozi della trequarti di mela esiste invece anche una qualche soddisfazione, un qualche attaccamento, un qualche elemento di orgoglio o semplicemente di piacere nell’avere a che far con la vendita di prodotti in molti casi già utilizzati ed apprezzati (probabile che la ricerca e la selezione iniziano ad esempio negli ambienti dei grafici, dei dee-jay, etc.)

    La domanda è: si puó ragionare di priorità, si puó dire che non tutto è uguale, e partire da dove esistono le condizioni peggiori?
    Secondo noi, sí.

    Anche qui un dubbio, che se fa piú notizia esaltare ed adorare un melafonino, probabilmente è pure vero che fa piú rumore contestare lo stesso melafonino, il suo metodo di produzione ed i suoi sistemi di vendita e consumo. Ma nella sola Italia i negozi di proprietà di Cupertino forse non arrivano a dieci, migliaia sono i negozi, catene piccole e grandi, italiani-cinesi-nordafricani, con dentro gente che non sai quanto lavora nè quanto guadagna, nè altro. 

    È vero peró (il dubbio complica le cose) che quello che nei manuali chiamano commitment, senso di appartenenza, orgoglio ed entusiasmo puó essere una delle piú riuscite illusioni dei maghi di questo sistema di produzione e consumo. La motivazione, il feticismo per un prodotto, la tensione a far carriera, tutte armi d’una guerra che deve prima disinnescare la consapevolezza della propria condizione e la coscienza di essere classe. E che dopo aver realizzato l’illusione, deve celebrare la vittoria continuando a produrre ai ritmi ed ai costi (umani) che il profitto come unica regola di vita esige.

    In qualche modo è vero, ma allora o si spariglia, e si “getta all’aria la scatola del monopoli” (sempre Evangelisti, nel link sopra), oppure intanto si prova a a dare prevalenza e concretezza agli elementi che potenzialmente possono restituire dignità a chi lavora, garantire diritti inalienabili, elementi che passano certamente per la partecipazione di tutti i lavoratori ai processi ed ai risultati (anche quelli economici), per un maggiore coinvolgimento nei processi decisionali, per una crescente forza dal basso. Intanto, allora, facciamolo comunque, perchè è indubbiamente migliore questo, rispetto ad una (non)cultura lavorativa basata sullo sfruttamento palese, sulla negazione di qualsiasi diritto, anche ai danni di  quella nuova classe operaia che sono i lavoratori del commercio.

    Altri dubbi poi ce li sollevó lo scorso anno l’inizio della discussione sugli aspetti industriali dell’universo capitalista jobsiano, che ha avuto qui da voi grande risonanza e molto confronto. Se volete molto banalmente, mentre approfondivamo gli aspetti e le conseguenze della produzione in Cina dei prodotti mozzicati, abbiamo provato a chiederci quali alternative puó avere chi vuole sviluppare e vendere computer e sistemi fuori dal mostruoso monopolio creato dall’altro stra-miliardario “illuminato”: era possibile ad esempio per la mela provare a seguire una linea come quella della New Balance, una delle pochissime aziende statunitensi che non delocalizza e si fa forte di una produzione “Made in Usa”?
    Non lo sappiamo, ma per combattere monopoli e colossi (Microsoft) e diffondere un prodotto differente (perchè funziona meglio, non perchè sia piú figo) è possibile non produrre in Cina? Ecco, magari non leggiamo dossier su tutti gli altri, su quelli che producono computer sempre in Cina, quelli dotati di “sistema a finestre”. Quelli di cui tutto si lamentano, quelli con 6.000 aggiornamenti necessari per garantire una parvenza di funzionamento, quelli che diventano blu con frequenza straniante, per intenderci. Perchè dai, chi se ne fotte che siano di moda o meno, ció che conta è che non stiamo parlando dell’inutile braccialetto degli sportivi di moda per un’estate, stiamo parlando di hardware stabile e software che lo capisce chiunque. Tralasciamo tutto il piano di discussione relativo ai sistemi bloccati, alla mancanza di libertà per gli utenti di intervenire e modificare; non perchè non sia importante, ma perchè la curiosità per le tesi coerenti di un Richard Stallman si affianca ad una rassicurante certezza che tutti i dispositivi i-qualcosa si sincronizzeranno e funzioneranno senza che tu debba imprecare e bestemmiare davanti ad uno schermo, soprattutto se non sai un cazzo di cose con nomi strani. Altra traccia.

    Il problema è che chi scrive utilizza (quasi tutti) almeno un i-qualcosa, semplicemente forse perchè funzionano meglio di altre robe, e perchè forse fanno cose meglio di altri attrezzi.
    Davvero, l’inquietudine porta a tenere alto lo spirito critico, a non lasciarsi stordire; allora leggi tutto quello che trovi sulla potentissima mega-azienda cinese senza la quale in quel paese non muovi nemmeno un passo, sugli incidenti, sulle morti, sulle condizioni di lavoro negli stabilimenti industriali e nei sobborghi che quegli stabilimenti generano, e ti chiedi quale controllo e quale alternativa concreta, tutto questo mentre apri una nuova finestra di safari o di firefox. 
    Perchè uno dei problemi rimane proprio quello di essere in un loop, che consente quasi zero scarti. A meno, ancora, di decidere di giocare un’altra partita, in uno sport completamente diverso.

    Aperti alle critiche di qualsiasi genere, magari a risposte che fugano dubbi ed illuminano teste che ogni giorno si interrogano sulla coerenza, sulla integrità, sulle azioni piccoli e grandi, fatte o solo sognate, per un mondo per ora solo sognato.

    • I dubbi sono tutti legittimi.
      Ma io sono vecchio. Molti dei miei vecchi dubbi si sono sciolti. I padroni esistono. E fanno i padroni.
      Santo Stefano da Cupertino ha rotto i coglioni almeno quanto gli altri.
      Tenete conto che siamo a un passo. Un passo dalla rivolta sociale diffusa. Una delle ultime chance retoriche, dopo il naufragio imminente del ‘siamo tutti sulla stessa barca’, sarà proprio che un po’ di padroni sono più buoni degli altri.
      Se qualcuno resuscita Adriano Olivetti caso mai ne riparliamo.
      Però, dice, i prodotti funzionano, sono fighi. Embè?
      Perchè le scarpe con cui quello volava, e volava davvero, e faceva la linguaccia prima di del piero, fanno cacare? Si scassano la prima volta che le calzi? No, per un cazzo. Sono strafighe.
      E dunque.
      Adesso vado a fare due passi e aspetto che un i-sailcazzo piova dal cielo tra le mie mani.
      L.

    • scusa, ma a leggere questa cosa secondo me un po’ grossa che hai scritto mi chiedo se non viviamo in due universi paralleli:

      “quella mentalità e quella idea di motivazione
      esasperata (certamente espressione di un capitalismo) sono le stesse dalle quali nascono idee interessanti molto anglosassoni come quelli del team-work e dell’ empowerment (perdonate se non traduciamo, ma soprattutto il secondo termine è intraducibile nei fatti, in una società la nostra che è piú maledettamente individualista di quanto si crede, fortemente gerarchica e verticistica), idee che rappresentano istanze di coinvolgimento e rispetto per i lavoratori.”

      ora, non so per il team-work (e perché mai “lavoro di squadra” non funzionerebbe altrettanto bene??), ma il termine e il concetto di empowerment hanno tutt’altre connotazioni e tutt’altra storia: una storia di attivismo sociale e di radicalismo nero (anti-“anglosassone”-wasp!!!) e socialista in senso lato, cominciata coi movimenti americani per i diritti civili (neri e universitari) degli anni ’50 e ’60, e coi gruppi di coscienza femministi da tempi immemorabili.

      è certo che parte di questo concetto è stata recuperata fin dall’inizio come, appunto, “radical chic”, ma questo non ne ha che minimamente intaccato la virtù attiva. basta guardare l’uso politicissimo, e in certi casi coscientemente rivoluzionario, che se ne fa ancora in ambito attivista e teorico nero, femminista e queer (seppure in versione raffinata per rispondere alle-includere le critiche postmoderne e della terza onda femminista) per capire che il suo sfruttamento a fini motivazionali e di marketing, dal self-help non radicale ai balletti apple, non ne è che una versione becera, “contro-rivoluzionaria” e quindi facilmente smontabile da qualsiasi critica radicale “sorella” di quella americana che ha generato il concetto di empowerment, come lo è la critica che è stata fatta qui, mi pare (in questo post e altri).

      l’elemento nuovo e veramente interessante emerge solo, secondo me, quando è la coscienza critica storicizzante e “radicale” stessa che riusa il concetto e i modi tipicamente-storicamente rivoluzionari dell’empowerment a fini trasparentemente capitalistici (e apparentemente senza cattiva coscienza).
      e questa è stata precisamente la strategia della apple almeno negli ultimi 10-15 anni, ed è precisamente di questo che si sta parlando qui.
      o no?

      per la storia del concetto di empowerment non so a cosa rimandare di affidabile e disponibile in rete; al volo e in diagonale ho trovato questo, in particolare introduzione e secondo capitolo:
      http://www.mpow.org/.

      • @dzzz
        Grazie per il link e per la risposta.
        Viviamo universi credo molto simili, ció non toglie possano viaggiare in parallelo.
        Per le radici, anglosassone non era effettivamente il termine migliore (non avevamo in testa gli wasp!), era in contrapposizione alle culture “latine”, bene hai fatto a ribadire e ricordare la sorgente delle battaglie civili per le prese di coscienza, la ribellione e la liberazione (mentale e fisica) dei neri afroamericani, ed i movimenti femministi tutti.
        Abbiamo anche scritto nel post che tutto ció puó essere quella illusione in cui molti continuano a vivere, generata dai “maghi ed illusionisti del profitto e del capitale”.
        Entrambe le posizioni risuonano di quel dubbio che in modo forse semplicistico abbiamo (e non siamo probabilmente soli), amletico dubbio relativo allo “stare dentro e risalire un centimetro alla volta per ripulire e modificare”, oppure stare fuori e scegliere la via dell’antagonismo, “rovesciando la scatola del Monopoli”… Terze vie?
        Nella prima scelta, preferisco mille volte un contesto lavorativo che mutua (o ruba, o si appropria in parte distorcendolo e piegandolo, come preferite) idee come quelle dell’empowerment, quando vengono tradotte quotidianamente nel tentativo di dare forza e consapevolezza e strumenti e visibilità ed autonomia e parola e opportunità di incidere al piú ampio numero di lavoratori possibile, invece che a contesti beceri-sterili-palesemente verticistici-palesemente padronali. Questi ultimi saranno pure coerenti con se stessi, perchè non fanno nulla di diverso da quanto dichiarano, ma sono pericolosi nello stesso modo, anzi piú.

        Stare dentro o stare fuori, azzardiamo un parallelo, in una eco che rimanda alla contrapposizione partito/movimento, che ha segnato molta della storia dei ’70, e che in qualche modo aveva in sè la contrapposizione tra lo stare dentro e vincere, e lo stare fuori e combattere.
        Magari il rimando è azzardato, ma ho appena finito di leggere “L’aspra stagione” di DeLorenzis e Favale, e ne stiamo discutendo anche per il punto di vista, pur non particolarmente centrale, gettato sulla contrapposizione tra il partito e l’ala movimentista, e sulle sue conseguenze.
        Ma credo che questo sia un terreno sul quale i WuMing e molti dei giapster ne sanno decisamente piú di noi.

        • scusa, ma non penso di aver capito.
          per “empowerment” come mezzo per “stare dentro” allora intendi proprio la versione da autoaiuto becero e/o controrivoluzionario, l’empowerment per “stare dentro” al “contesto lavorativo” vampirizzante rispetto al quale il “fuori” in cui tu non sei sarebbe “il partito” dei giusti, immagino, che ovviamente è un “dentro” per altri che te ti considerano “fuori”?

          perché uffa, se è questo che intendi, questo discorso a me suona anche peggio del balletto apple.

          quanto alla contrapposizione cultura anglosassone vs. latina, che boh, buttata cosi’ vuol dire poco, se poi per anglosassone intendevi americana o statunitense, quindi in ogni caso con pure i neri e i “latinos” dentro, allora diventa davvero un mostro logico e storico.
          “imo”…

  46. La Apple non desidera che i dipendenti dei suoi negozi si iscrivano a sindacati, e minaccia rappresaglie e licenziamenti dove sente che potrebbe perdere una parte di controllo sulla forza-lavoro. Le proteste dei lavoratori e le conseguenti campagne anti-sindacato dell’azienda si sono moltiplicate in giro per il mondo negli ultimi tempi, segno che nei “magici” negozi non è poi così vero che sono tutti entusiasti, contenti e adoranti nei confronti del marchio padrone. Segnalo alcuni articoli sull’argomento:

    Apple Store Workers Share Why They Want to ‘Work Different’

    Apple prepares to crush Apple Store Unions

    Protestano i dipendenti degli otto Apple Store tedeschi

    E riguardo al famigerato “balletto”, quest’articolo fa capire alcune cose:

    Se non hai l’X-Factor non puoi lavorare alla Apple

    Qualcuno in questo thread si è chiesto: “E se qualcuno dei dipendenti si fosse rifiutato di ballare?”
    Non ho una risposta, non ho informazioni specifiche su quel balletto, però nell’articolo ci sono storie di dipendenti licenziati già nel periodo di prova perché non sorridevano. C’è l’obbligo del sorriso, come per le hostess sui voli di linea. Il sorriso è parte della forza-lavoro di cui è richiesta l’erogazione.
    Ricordo di aver letto, anni fa, di uno “sciopero del sorriso” messo in pratica dalle hostess di una linea aerea. A bordo facevano tutto quel che c’era da fare, ma non sorridevano. L’impatto sul pubblico fu devastante, e vinsero la vertenza.

    A proposito di scioperi, qui si parla di uno sciopero dei dipendenti Foxconn in Brasile:
    http://www.key4biz.it/Games/2012/04/brasile_foxconn_apple_sciopero_210101.html

    E proprio a proposito di Apple, Foxconn, Cina e Brasile, ecco un interessante articolo sulle differenze tra le condizioni dei dipendenti nei due paesi:
    Apple’s Two Faces: Power gaps between Brazil and China Foxconn Workers
    Nell’articolo, si spiega che le condizioni dei lavoratori Foxconn brasiliani sono migliori di quelle dei loro colleghi cinesi per un motivo molto semplice: in Brasile ci sono i sindacati, e i lavoratori lottano.
    E, sì, si tratta proprio delle linee che producono iPad e iPhone.

    • N.B. In italiano ritengo doveroso dire e scrivere “la Apple”, come si dice e scrive “la Fiat”, “la Nestlè” etc. Il sostantivo implicito è “azienda”: l’azienda Apple, l’azienda Fiat etc. Dire “Apple” senza articolo “personalizza” l’azienda, ne fa il nome di un personaggio, quasi di una divinità (Shiva, Ganesh, Giove, Poseidone…). Apple dice, Apple dispone dei tuoi destini, Apple scaglia il fulmine… No, decisamente meglio “la Apple”, con tanto di enfasi leggermente cacofonica sullo iato a – æ.

  47. Ad ogni modo, sul fronte del lavoro siamo messi così male – l’immiserimento è giunto a un tale livello e la mentalità si è a tal punto “sottoproletarizzata” – che su YouTube chi critica il balletto dei dipendenti viene accusato di essere… “invidioso”.

    Fino a non molto tempo fa, quest’accusa era rivolta a chi attaccava un ricco.

    Di questo passo, si verrà accusati di invidiare chi rovista nei cassonetti, gente che ha il necessario spirito d’iniziativa e l’abilità di trovare beni quasi commestibili. L’onesto rovistatore di cassonetti non si lamenta né, tantomeno, danneggia il bene del Paese seminando disfattismo e incitando al conflitto.

  48. Qui ci si è chiesti se ci si debba “stupire” o no di questo balletto. Lo stupore secondo me conta e non va confuso con l’ingenuità: uno può “aspettarselo” eppure stupirsi, continuare a trovare “strano” che gli esseri umani siano deformati dalla società odierna in un modo che li spinge a perdere la dignità. Chi non si stupisce è diventato così cinico da non riuscire ad immaginarsi un’umanità diversa, quindi per me stupirsi di questi salariati ballerini è un modo per disprezzare quello che sono oggi ma rispettare quello che potrebbero diventare domani.

    Che Guevara parlava della necessaria capacità di “sentire nel più profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo”. Lo stupore dei rivoluzionari mi sembra qualcosa di simile a questa empatia universale invocata dal Che: non accettiamo di vivere ancora nella preistoria dell’umanità e quindi ci stupiamo quando Fred Flintstone usa la clava.

    Ora, quel che mi “stupisce” però è anche che, dopo anni in cui si parla di mobbing e di tecniche di accerchiamento psicologico usate per intimidire e irregimentare i lavoratori (e in particolare le lavoratrici), e se ne parla così tanto che ormai la medicina del lavoro e addirittura la legge italiana hanno in parte recepito il problema, si veda il problema in termini di “Ma se uno si rifiuta di ballare mica lo licenziano?”.

    Innanzi tutto, sì, se sei precario ti licenziano anche solo per quello, e WM1 ha segnalato casi di questo tipo proprio in Italia. Ma al di là di questo, il problema evidentemente per l’individuo non è tanto la repressione diretta, quanto quella indiretta: se il 99% balla, la pecora nera (“anzi, la pecora rossa”) che non balla sarà presto ridotta nelle condizioni di isolamento del “compagno Folagra”. Paolo Villaggio è forse il primo che in Italia abbia saputo descrivere così bene certe trappole sottili del lavoro salariato non di fabbrica: http://www.youtube.com/watch?v=g4ZYLJNWJwo

    Ovviamente questi trabocchetti esistevano anche nelle officine e nelle miniere, ma nell’ufficio si ha un’escalation di queste tecniche di controllo, delegate alle maestranze stesse.

    Chi lotta, è triste.
    Chi lotta, è pessimista.
    Chi lotta, è sfigato.

    Se ci pensiamo, questo modo di accerchiare la minoranza l’abbiamo inventato noi: si tratta della rappresentazione che abbiamo sempre dato dei crumiri. Quando i crumiri però sono la maggioranza, i padroni hanno inventato il modo di far sembrare crumiri noi. Con la differenza che per il crumiro c’era sempre un po’ di pietà, c’era talvolta una mano tesa e la disponibilità a tirare una riga e ricominciare da capo se “apriva gli occhi”; l’anticrumiro invece non ha scampo se non diventare, un giorno, maggioranza. Proprio per questo gli conviene spesso aspettare, fare il balletto insieme agli altri tenendosi dentro le proprie perplessità come quella operatrice di call centre interpretata da Isabella Ragonese in “Tutta la vita davanti” (già citata in un altro commento): http://www.youtube.com/watch?v=IUsnVGx4wAc

    Anche chi ha l’articolo 18 può essere messo in condizione di non nuocere seminando sassolini nell’ingranaggio, se attorno a lui c’è un branco. E figuriamoci gli altri.

    Giocando a questo gioco però i vari Steve Jobs del caso (ed è ovvio, questa non è una particolarità della Apple, né mi pare che qualcuno su Giap lo abbia mai sostenuto, altrimenti saremmo semplicemente dei boicottatori o dei consumatori critici) giocano col fuoco. Se crei un branco che si muove in blocco, quando ti si rivolta contro lo farà in blocco. Se crei un enorme castello di illusioni, alla prima delusione rischi un crollo rovinoso. Se pretendi il balletto e non solo il rispetto degli ordini, chi non vuole più ballare disobbedirà anche agli ordini.

    Ha ragione Luca, siamo a un passo dalla rivolta sociale diffusa. Un giorno che da tempo non voleva più dire un cazzo in Italia e che neppure esisteva in un sacco di altri posti (per esempio proprio gli Stati Uniti), il Primo Maggio che ci eravamo inventati noi più di un secolo fa, ieri è uscito dalla tomba e non sembrava affatto uno zombie. In Italia ci sono state polemiche, scontri e LOTTA anche il Primo Maggio proprio come il 25 Aprile. Ricordiamoci che neanche un anno fa un Berlusconi politicamente moribondo voleva lasciarci il regalino di abolire queste due feste, provocazione crumira che è rieccheggiata quest’anno nella menata della “libertà di commercio” anche durante le festività laiche.

    Questi vogliono farci festeggiare a forza durante il lavoro e lavorare a forza durante le feste. Conciamoli per le feste!

    • @mauro vanetti
      Precisazione alla WuMing, sul significato restituito alle parole, noi parlavamo di sorpresa (presi alla sprovvista, sorpresi, e non ci sembrava il caso di farci sorprendere da questo che rimane comunque uno spettacolo dubbio), e non parlavamo di stupore, chè il lasciarsi stupire è necessario in questa ed in milioni di altre occasioni.
      Intanto, stand-up per il tuo “Questi vogliono farci festeggiare a forza durante il lavoro e lavorare a forza durante le feste”, strepitoso.
      Che peró puó aprire un altra traccia, essenziale: chi sono “questi”? Chi è che vuol far lavorare senza sosta? Le aziende? Certo. Gli “imprenditori”? Certo. In questo sistema è l’azionista l’unico portatore di interessi, ed il profitto esponenziale l’unica ragione. Per noi invece “questi” sono -prima di tutto gli stati- ed i governi in carica ed i parlamenti. Perchè spetta a loro, e a nessun altro stabilire le regole e definire i perimetri, con in mente l’unica ragione del bene comune.
      Esempi, la differenza tra gli stabilimenti foxconn cinesi e brasiliani citata da WuMing qualche post sopra, e ancora il caso berlinese sulle domeniche di apertura dei negozi, che riassumevamo qui: http://circolaria.tumblr.com/post/16134067551/berlino-domeniche-lavoro-diritti-la-politica-che-fa

  49. Provate a dare un occhiata a questo video relativo alla medesima inaugurazione.

    http://www.youtube.com/watch?v=NRll7AiA4AQ&feature=related

    Il giovanotto, che ha visitato il tempio, mostra anche un feticcio: una maglietta di una taglia più grande di quella adatta a lui ma che indosserà sicuramente! E mostra anche il marchio della Apple presente in fondo alla scatola. Al minuto 4:56 evidenzia anche uno straordinario evento: gli hanno stretto la mano!!

  50. L’idolatria assume molte forme, c’è persino chi gira con magliette con su stampato il volto del Che. Conosco uno che aveva persino ponderato di tatuarsi una mela sul braccio.

    Mi perplime però che in un logo di cultura come questo si spari a zero sui ragazzi che si trovano in quella situazione, l’impressione leggendo i commenti è che non vi sia la minima empatia: “alla gogna i simulacri del potere ed i loro proseliti”.

    A nessuno passa per la testa che questi ragazzi si siano prestati, volenti o nolenti semplicemente perchè “farà schifo ma è lavoro, meglio della fame”?

    • @ alphac
      Passa per la testa a tutti. Ci si auspica soltanto che prendano coscienza e si organizzino per sottrarsi al ricatto padronale: “balla e sorridi o vai fuori dalle palle”.

      • No dai, il messaggio che traspare da questo thread è obiettivamente diverso, concedimelo, avete persino “analizzato” un video ripreso da altra angolatura per capire se questi fossero servi fedeli o un buon viso, concludendo con una inflessibile condanna.

        Dubito che si organizzeranno, quello fa parte dei lavori “Speriamo che duri poco”. Quando arrivi a casa non pensi certo a migliorare le condizioni in loco, la radice della lotta sindacale è totalmente assente.

        Ovviamente imho

        • Fantasmi di Lombroso, altro che Muntzer…

        • @alphac
          La mancanza di empatia secondo me la stai ipotizzando tu, ma nel thread non l’ho vista. Se non ci fosse empatia non ci porremmo neppure il problema della loro condizione. Dire che lo fanno per “scelta” o per costrizione non equivale a non essere o ad essere empatici; tutto sommato quasi tutti gli oppressi sono tali per “scelta” in qualche misura.

          Mi interessa di più però il discorso sulla impossibilità di organizzare una lotta sindacale. Secondo me tale impossibilità non si può mai affermare a priori. Un Apple Store ha decine di dipendenti, molti dei quali pure a tempo indeterminato. Vista la situazione sociale italiana, non è affatto detto che chi ci lavora lo veda come un lavoro che durerà poco; anzi, nei commenti contro i Wu Ming che ho letto su YouTube molti dicevano che era logico che questi ragazzi festeggiassero, visto che avevano finalmente un posto fisso in un’azienda rispettabile.

          Se vogliamo parlare di empatia, cerchiamo di metterci nei loro panni e di capire come proprio perché molti che lavorano lì pensano sul serio che sia una gran figata, saranno anche disposti a battersi – quando ne vedranno la necessità – perché la realtà sia all’altezza dei loro sogni.

        • Si spara sui ragazzi? Alla gogna?
          Oh, ma che stai a dì?
          Qua mica è piazzapulita o un talk show della minchia.
          Insomma, qui da mesi, in post ultra articolati e pieni di riferimenti di ogni genere si discute delle condizioni di sfruttamento di alcuni dei marchi a più alto impatto di fidelizzazione e fascinazione del pianeta, e arrivi te a fare il fenomeno e dire ve la prendete coi piccolini?
          Fammi il piacere, per sentirti intelligente e fare qui quello che ‘pensa differente’, sforzati un po’ di più.
          L.

        • @maurovanetti mi spiego meglio prima di passare per il piantagrane di turno.

          La mia reazione è probabilmente esagerata, il paragone con i neri americani mi ha lasciato alquanto perplesso e sono sceso di gran corsa alla conclusione che avete letto.

          Concedimi una ultima considerazione sulla questione dei due punti di osservazione massa oppressa/individuo:

          Se la massa oppressa viene considerata attraverso la lente marxiana perdiamo una parte del contesto (assolutamente tutto imho):
          La lotta di classe (da un punto di vista dell’ultimo) deriva dal considerare l’azienda volenti o nolenti come parte della propria vita, da lì la necessità di modificarla nè più ne meno come il buon cittadino si comporterebbe nel suo stato.

          Questa dinamica è difficilmente applicabile quando la temperie vissuta nel luogo di lavoro viene stravolta:
          1) perchè si considera il proprio posto di lavoro come “temporaneo” in cerca di migliori sbocchi (impiegati mcD,catene, Apple e così via)
          2) perchè è temporaneo per motivi contrattuali
          3) perchè l’appartenenza viene traslata verso un rapporto di sudditanza morale -> caso Apple (ma esistono declinazioni ben più diffuse: nel settore IT regalare l’appellativo -manager o -senior è un tipico giochetto per blandire il tuo ego)

          Vi lascio un link molto interessante per chi volesse capire come si viveva in Apple durante gli anni 80/90:
          Il post in particolare tratta della trattativa fra un ex dipendente di A. e Jobs al riguardo di un software che permetteva di cambiare programma aperto lasciando gli altri in background, se ne trovano parecchi altri. L’impressione che se ne desume è che la Apple sia una azienda calzata intorno ad un leader follemente emotivo, un caso molto molto partcolare.

          http://www.folklore.org/StoryView.py?story=Switcher.txt

        • @ alphac

          quindi come te lo spieghi che in molti Apple Store in tutto il mondo ci siano proteste dei lavoratori, scioperi, vertenze, tentativi di organizzare il sindacato (tentativi a cui l’azienda risponde con rappresaglie più o meno palesi)? Io poco sopra ho linkato un po’ di materiali.

        • Come dicevo da un’altra parte, io mi sono preso il Mac a Berkeley, agosto 2011, il giorno di apertura del negozio in 4th street. Alcuni dipendenti all’ingresso (5 o 6) battevano le mani quando i clienti, tranquillamente e senza ressa, entravano nell’ennesimo negozio inaugurato, e basta. Forse a volte si vuole essere più realisti del re, e in Italia sembra aumentare incessantemente l’americanismo senza America (per dirla con l’amico Pasquale Serra). Non è buona cosa, mi pare.

        • E’ un buon segno, spero che le cose cambino e di essere in torto.
          A me sembrano piccoli atti dimostrativi sul totale, qualche mosca bianca liberatasi dal reality distortion field.

          @vito66 imitare “il capo” è una tendenza di noi italiani, non l’ho mai capita del tutto a dire il vero, è un atteggiamento molto liquido e poco persistente però.

        • @ alphac: poco persistente, nel senso che gli italiani voltano gabbana rapidamente, forse. Ma è recidiva, questa tendenza. Non la prenderei come un fattore “non negativo”.

    • Quando diciamo che quei ragazzi sono sfruttati, ci si risponde che non capiamo niente, perché nessuno li costringe, il loro è sincero entusiasmo, il balletto è stato un’idea loro, c’è gente che per lavorare alla Apple come loro si succhierebbe i gomiti, basta con ‘sto vecchiume marxista e col vedere lo sfruttamento dappertutto etc.

      Quando diciamo che quei ragazzi ci mettono troppo zelo nell’identificarsi con l’azienda e il padrone, ci si risponde che siamo ingiusti, spariamo a zero, ce la prendiamo con gente che cerca di sbarcare il lunario etc.

      Alla base di entrambe le reazioni mi sembra ci sia anche una visione semplicistica e astratta (“settecentesca”, direbbe Lakoff) di come funziona la mente umana: le cose si farebbero per scelta o per costrizione. Questa è una dicotomia rigida che non ha riscontro in una realtà fatta di mille automatismi culturali, condizionamenti, pressioni ambientali, riflessi ideologici condizionati…

      Facciamo un esempio diverso.

      In questa società e soprattutto in questo Paese, molti poveri e sfruttati e disgraziati nutrono ammirazione per i miliardari, ne seguono con passione le gesta, che si tratti di Briatore, di Lapo, di Montezemolo, del Berlusca o di un calciatore tamarro che sperpera soldi in macchinoni e collanazze di platino e diamanti.

      La passione di quei poveri è palesemente contro il loro interesse, perché sono loro le vittime dell’iniqua, squilibrata, *deforme* ripartizione della ricchezza che permette ai loro idoli di restare miliardari. Questi ultimi sono tali perché sfruttano, speculano, si approfittano di un vantaggio derivante da un’accumulazione originaria di capitale, possono esercitare sulla politica pressioni fuori dalla portata di chiunque di noi etc. Anziché ammirarli, qualunque sfruttato dovrebbe innanzitutto distinguere il proprio interesse dal loro, e poi combatterli.

      In una società dove i frame dominanti sono quelli che conosciamo, dove tutta l’informazione si muove in una certa direzione, dove le gesta e le cazzate e la scelta delle mutande di certi VIP sono proposte come notizie di interesse pubblico e interessantissime, dove l’arroganza del dominio dei soldi è proposta come valore dei “vincenti”, mentre, di contro, chi fa un lavoro normale è spinto a considerarsi uno sfigato, un perdente, un poco furbo, un mancante-di-qualcosa, e chi prova ad alzare la testa viene additato come criminale, per grandi masse di persone la libertà di scegliere i propri modelli culturali è molto, molto relativa. Anzi, è drasticamente limitata. I modelli culturali che vengono proposti tutti i giorni sono quelli, gli altri sono oscurati, spinti ai margini o addirittura demonizzati.

      Un poveraccio che contro il proprio interesse e contro le sue stesse possibilità di riscatto ammira Briatore o Marchionne o chi altri (ovvero accetta il sistema che *produce* i Briatore e li tiene in sella), lo fa “per scelta” o “per costrizione”?

      In apparenza, niente lo costringe, eppure quasi tutto lo *spinge* in una certa direzione e non altre. La sua è una “scelta”, certo, ma esercitata dove non vengono proposte – anzi, vengono nascoste – le alternative.

      Dire questo equivale a prendersela coi deboli? Al contrario: continuare a ricordare che ci sono gli sfruttatori e ci sono gli sfruttati, e che questi ultimi non hanno alcun interesse ad ammirare i primi, è il modo che abbiamo per tenere accesa, nonostante le raffiche di vento, la fiamma dell’analisi critica della società. E quell’analisi critica, come diceva quel tale, quando si generalizza può diventare una forza materiale che abbatte la forza parimenti materiale del dominio.

      “[…] La forza materiale dev’essere abbattuta dalla forza materiale, ma anche la teoria diviene una forza materiale non appena si impadronisce delle masse. La teoria è capace di impadronirsi delle masse non appena dimostra ad hominem, ed essa dimostra ad hominem, non appena diviene radicale. Essere radicale vuol dire cogliere le cose alla radice. Ma la radice, per l’uomo, è l’uomo stesso.”

      Analizzare quel balletto di dipendenti Apple significa procedere ad hominem.

  51. Sul capitalismo digitale che fa schifo, i condizionamenti sociali e culturali ed il concetto di vera libertà di scelta di cui si è parlato negli ultimi post, non per buttarla troppo sul prosaico, ma vorrei condividere con voi questo filmato nel quale mi sono imbattuto pochi minuti fa cercando tutt’altro.

    Mi sembra che dica parecchie cose intelligenti.
    http://www.youtube.com/watch?v=xC3WiEIKeoM&feature=g-vrec

    In verità niente di nuovo rispetto a quanto detto in questo spazio e con maggiore documentazione, ma sicuramente molto più di quanto realmente si dica giorno per giorno, tra persone comuni, in giro per questo strano paese.

    Il risultato è che qualcuno si fa il balletto nel negozio della grande multinazionale coi dipendenti schiavizzati nelle fabbriche in estremo oriente, o vede che catene di supermercati mettono una manciata di posti di lavoro in palio con la lotteria ( cose che purtroppo abbiam fatto un po’ tutti per sbarcare il lunario in questi anni. Io, personalmente, ho ingoiato ben di peggio perchè l’alternativa era saltare dalla finestra…. ) e non gli sembra nemmeno che ci sia motivi d’incazzarsi…..

    Mi resta la “consolazione” d’aver vissuto, fin qui, molto incazzato.
    Bell’accidente di consolazione….

  52. Apple garantisce ai propri dipendenti loro solo uno stipendio (minimo) e pretende totale dedizione e fedeltà. L’unico obiettivo di Apple è produrre valore per i propri azionisti. Si potrà dire – perché ci hanno istruito a dovere in questo senso – che questo deve essere l’obiettivo di tutte le aziende del mondo. Non è vero, è uno sporco inganno delle locuste che guidano le nostre realtà economiche. Se pensiamo a quanto sono disposti a sacrificare i dipendenti di Apple per questa società e quanto poco ottengono in cambio, non solo in termini economici, ma culturali, umani, di servizi… be’, questi ragazzi sbagliano perché meritano molto di più da Apple e devono pretenderlo. Qualcuno dovrà pure dirglielo, no? E questo discorso naturalmente vale per la stragrande maggioranza delle aziende che oggi vedono in Apple un modello da imitare.

    • @Andrea Cattaneo

      “e a un dio-fatti-il-culo non credere mai”

      Scusami, ma io preferisco attenermi a questo principio.
      Il tuo ragionamento mi sembra debole; magari non l’ho capito ma non sento di sottoscriverlo.
      In pratica mi pare di capire che se la Apple fosse più equa nella distribuzione degli utili ed il loro lavoro gli fruttasse abbastanza per poi viverci decentemente, i dipendenti della Apple farebbero bene a dare il C.U.L.O. all’azienda.

      Io penso, invece, che….anche no!

      La crisi contemporanea è anche una crisi di sovraproduzione; anche lasciando a casa una caterva di disoccupati per servirsene come grimaldello per scardinare il potere contrattuale di quelli che ancora lavorano, il sistema produttivo resta capace di produrre molte più cazzate di quante ne possiamo comprare.
      Ed incomparabilmente di più di quanto questo pianeta ne possa sostenere, in termini di sovrasfruttamento ambientale e di scorie che non sappiamo più dove andare a sbattere.

      Il “produttivismo”, se malpagato, si chiama “autolesionismo”.
      Ma anche nell’ipotesi che sia ben retribuito è comunque, nel mondo contemporaneo, un mito divenuto tossico del quale, credo, la sinistra dovrebbe imparare ad emanciparsi.

      Oggi il mito di Stachanov non è più un buon mito, un valore positivo, per la classe lavoratrice ( ammesso che mai lo sia stato ).

      • @enea
        Ti chiedo scusa, forse mi sono spiegato male. Non credo che uno stipendio adeguato sia la condizione sufficiente per sentirsi in diritto di trasformare i dipendenti di un’azienda in schiavi.
        Oltre a quello (e, sottolineo, quello DEVE essere garantito ai lavoratori) sono convinto che un’azienda dovrebbe fornire ai propri dipendenti molto più che del denaro. In termini di servizi, per esempio, (asili nido, scuole, borse di studio per la formazione, fondi per intervenire nelle situazioni di disagio economico dei dipendenti, biblioteche, servizi di trasporto per raggiungere il posto di lavoro…). Tutto questo dovrebbe naturalmente rientrare nel conto finale che, necessariamente, deve quadrare ma, se non quadra, è sbagliato farlo scontare ai dipendenti (riducendo i salari e togliendo loro tutti i servizi). Invece, nella stragrande maggioranza dei casi, la prima cosa che si taglia è il costo del lavoro. Credo dipenda dalla mediocrità della classe imprenditoriale, dall’inadeguatezza dei dirigenti.
        Il mio commento non voleva essere un invito allo stacanovismo e alla sovrapproduzione, ma voleva essere un invito alla consapevolezza di quello che un’azienda dovrebbe essere e a una produzione regolata scientificamente e non “alla cazzo di cane” come da prassi corrente.

        Citi l’esercito industriale di riserva usato come grimaldello per scardinare il potere contrattuale dei lavoratori, e hai ragione. Per disinnescarlo però serve un intervento legislativo (e di controllo) dello Stato che deve essere “convinto” dai lavoratori a interessarsi al problema. Ma se i lavoratori non hanno la cultura (sindacale) e la preparazione sufficiente per capire come organizzarsi, cosa pretendere, cosa fare, rimangono solo un rumore di fondo. Quando parliamo di lavoratori non dobbiamo dimenticare che stiamo parlando di persone che vanno informate e non di soldati pronti a combattere, illuderci del contrario… questo sì che un mito tossico per la sinistra. Perlomeno io la vedo così.

  53. Leggo (un po’ troppi commenti più su, non lo riesco a trovare) che chi non sorride è fregato. Sì, e succede alla maggioranza dei commercianti del mondo. Il punto non è questo, il punto è la tirannide dell’allegria. Il punto non è chiedere a un dipendente di sorridere anche se non ha proprio voglia di farlo. Il punto è chiedergli, imporgli, ordinargli di essere felice. Nel commercio l’imperativo categorico del sorriso esiste da molto tempo: mia nonna – un’arzilla ottantenne – faceva la commerciante, e quando stavo sul banco di mio padre da ragazzino, mi diceva che sul banco si doveva ridere, che era una recita.
    Da un commesso non si pretendeva la felicità, si pretendeva un sorriso. Qui si pretende la felicità a minimum wage, che è un po’ troppo.
    Per la cronaca: ho ancora le fotocopie di un fantomatico manuale del conista di una catena di gelaterie fighette che si sta spargendo per tutta Italia, che obbliga a salutare SEMPRE con buongiorno/buonasera. Mentre servivi, sullo schermo lcd delle casse una scritta alta 5 centimetri ordinava: “SORRISO…SORRISO…SORRISO…SORRISO…SORRISO…”. Questa roba esiste ovunque. Il problema non mi sembra il sorriso (già di per sé abbastanza allarmante) ma la richiesta di felicità obbligatoria: tu devi essere felice, perché se sei felice non mi rompi le palle. La apple è semplicemente un passo oltre. L’imperativo non è più impossessarsi del tuo tempo di lavoro, ma anche del tuo tempo di vita. Il paradosso è che quando finirai il balletto giocherai con un iphone, guarderai i film sull’ipad e ascolterai musica con itunes. Mancherà poco che ti infileranno un cavo in testa (e un ipad in c..o). ;-)

  54. Secondo me non è propriamente vero che i commessi sono tutti obbligati a sorridere, o meglio, molti lo saranno sicuramente, ma altri sono realmente felici! Ora non voglio dire che bisogna essere tristi e incazzati di default, però diamine, io non sorrido sinceramente a chi mi sta sfruttando! Non solo perché ritengo di aver diritto a molto di più ma anche perché se fossi davvero felice non cercherei di rivendicare i miei diritti perché riterrei la mia situazione buona. Sia chiaro che non voglio entrare in un discorso sulle passioni tristi e felici che ci devono muovere alla ricerca del cambiamento perché non vorrei andare OT

    Ad ogni modo, ho appena finito di leggere “Felici e sfruttati” di Carlo Formenti e ho trovato tramite il blog di Arturo di Corinto quest’incontro: http://www.youtube.com/watch?v=2PUe_mb6eII&list=UUx5KMOrShzRBQLlePgrtKLQ&index=1&feature=plcp sul tema del capitalismo delle reti e dello sfruttamento (dal minuto 37 c’è lo stesso Formenti che sintetizza un po’ il contenuto del libro), consiglio a tutti di visionare il materiale :-)

  55. Vorrei uscire dalla dialettica della vittimizzazione o colpevolizzazione di questi lavoratori. La libertà non è una proprietà privata, come ci ha insegnato il pensiero liberale. Non si può recintare per appropriarsene, come si trattasse di un terreno al tempo delle enclosures (la mia libertà che finisce dove comincia la tua). Non è il singolo individuo a essere in possesso della libertà, a essere libero. La libertà non gli appartiene, sia esso lavoratore o padrone, perché la libertà non ha sede nel soggetto, ma sta nella relazione che tra i soggetti intercorre. Nella fattispecie è libero o – più probabilmente e per ragioni molto ovvie – non libero il rapporto che lega un gruppo di lavoratori al loro padrone e non i singoli soggetti coinvolti in questo rapporto.

    Questo rapporto non è riformabile: può diventare un po’ meno libero (i balletti, il precariato, uno stipendio da fame) o un po’ più libero (migliori condizioni di lavoro, più rispetto per la dignità del lavoratore, maggiore retribuzione etc.) a seconda dei contesti storici e della capacità contrattuale delle forze in campo. Ma in nessun modo è possibile pensare di liberare il lavoro senza liberare la relazione che lo lega al capitale.

    Più concretamente, sottrarsi all’individualizzazione della libertà, alla sua “situazione” in questo o in quel soggetto, significa sottrarsi al gioco un poco moralista di colpevolizzazione/vittimizzazione di questi e di altri lavoratori e aprirsi a una serie di altre questioni, del tipo: con che rendo un po’ più libera la relazione che intercorre tra quei lavoratori e il loro padrone nel momento in cui la critica delle armi (che libera il lavoro dalla morsa del capitale) non è precisamente a portata di mano e la crisi garantisce una più ampia ricattabilità? Con che affilo l’arma della critica nel momento in cui il feticismo della merce è così pervasivo da coinvolgere non solo il pischello orgoglioso della sua maglietta, ma anche i (pochi, molti?) lavoratori che stanno più o meno dentro alla stessa narrazione?

    Ps: grazie @girolamo per la precisazione. Ho sempre paura di dilungarmi troppo ;)

  56. Quando una “delle maggiori menti mondiali” consiglia ai giovani italiani di emigrare in Germania e continua a recitare il mantra “dell’innovazione”, diventa difficile non farsi confondere. (http://marginalrevolution.com/)
    Non mi piace giudicare troppo frettolosamente, nè inquadrettare un individuo in un certo contesto.
    Però sorgono domande molto basilari, a Cowen chiederei cos’è la sua innovazione.
    Dietro la parola deve esserci una qualche visione, mi sa tanto che la sua “innovazione” significa correre ciecamente in una direzione neo-postivista come tanti pecoroni.
    Penso si dovrebbe ricominciare svuotandosi degli -ismi e porsi domande molto più infantili: “Come si può fare sì che tutti vivano meglio ed in armonia con il loro contesto naturale/sociale/politico? Se dovessi prendere pezzetti di tecnologia/strutture/idee come potrei ricomporli se fossero mattoncini della lego?”

    E se una soluzione fosse puntare i piedi? Buttare all’aria cifre asfittiche snocciolate ogni gorno come un rosario? Perché dette cifre mi sembrano sempre più avulse dal contesto, combattere nel campo delle cifre vuol dire scegliere un sorte infelice.
    Il consumo si è sostituito al voto, le sorti del mondo si decidono al supermercato e non più nell’urna, forse varrebbe la pena di abbandonare i supermercati.

    Sparata superficiale e non completamente in tema, lo saccio, buona giornata :)

  57. Per questioni complicate da spiegare (purtroppo non risolte) sono stato lontano un mese da queste pagine. Nel frattempo ho scritto una cosa, per il Primo maggio.

    http://doppiozero.com/materiali/speciali/primo-maggio-la-classe-operaia-e-andata-pensione

    Mi dà sollievo non scoprirmi solo, leggendovi.

  58. Hola compadres. Due riflessioni sulla questione:

    1) Non credo che il punto del discorso possa essere su Apple, Microsoft, Amazon, St.StefanoLavori eccetera per il semplice fatto che quel ribrezzo e quella tristezza che da’ il video lo danno uguale quelli che lavorano da McDonald, quelle che fanno le cubiste nelle discoteche, quelli che si vestono da BabbiNatale nei grandimagazzini, quelli che fanno gli animatori nei villaggi vacanze (e magari sperano di diventare i futuri Fiorello) eccetera eccetera eccetera. Per lo stesso identico discorso che faceva WM1 nel post vecchio e stracommentato sul feticismo della merce digitale. Cito da lì copincollando: “Finché non ci si renderà conto che Apple è come la Monsanto, che Google è come la Novartis, che fare l’apologia di una corporation è la pratica narrativa più tossica che esista, si tratti di Google, FIAT, Facebook, Disney o Nestlé… Finché non ci si renderà conto di questo, nella rete ci staremo come pesci”. Questa è la stessa cosa, solo a un livello più “basso”. Anzi, meglio. Questa è la dimostrazione di quella cosa lì che ho copincollato, secondo me

    2) Più che sull’economia in senso stretto, vorrei mettere l’accento sulla psicologia. La domanda che mi/vi faccio è: “che provano queste persone quando fanno i balletti?”. Le possibili risposte che mi sono data hanno aperto due prospettive future, una nera e una nerissima.
    La prima: lo fanno perchè li pagano ma gli fa cagare. In questo caso la prospettiva è nera, la lotta è dura ma quantomeno è unidirezionale, sfruttati vs sfruttatori.
    La seconda: lo fanno e si sentono pure fighi/si divertono. In questo caso la prospettiva è nerissima, la lotta va combattuta su due fronti: uno esterno, contro il capitalismo reale e uno interno contro il capitalismo cerebrale. (nota: questa seconda opzione del “sentirsi fighi” sicuramente vale su più larga scala nel caso del capitalismo digitale, ma può valere pure per le cubiste e per gli animatori -sicuramente non per quelli di McDonald, vi sfido a trovare uno che frigge le patatine da MD e si sente figo, insomma).

    E comunque, non c’azzecca, ma Instagram e farsi e fare le foto dappertutto con lo Smartfono col suddetto Instagram, hanno sfracassato le ovaie.

    Cheers.

    • Secondo me la cubista che balla (bene o male) in discoteca fa solo il suo lavoro. In discoteca la gente va per ballare.
      L’animatore del villaggio turistico fa il simpaticone (o il cretino) e gioca per fare solo il suo lavoro. La gente va lì per divertirsi e rilassarsi.
      Queste due figure possono anche essere inutili ai fini del divertimento dei clienti ma fanno parte dello spettacolo, non di una azienda che fa del feticismo uno strumento per sfruttare la gente convincendola che ci sono anche padroni buoni.
      La Apple invece ha creato una vera e propria religione, “Think different”: “Ti sfrutto ma io non sono un semplice padrone, sono la Verità”.

    • sono molto d’accordo con Coco. Sinceramente non capisco l’accostamento tra i commessi più o meno (credo più) costretti a fare il balletto e gli animatori dei villaggi vacanze il cui lavoro è appunto far divertire i turisti. E poi il lavoro in sé non è affatto male se hai 20 anni e un carattere socievole, oltre a non essere una figura inutile se scegli quel tipo di vacanza, perché animatore non è solo l’idiota che racconta barzellette al giocaperitivo, ma anche quello che ti fa giocare i figli o ti insegna uno sport.
      Questo chiaramente al netto di tutte le considerazioni etiche che si possono fare sui villaggi turistici (impatto ambientale, sfruttamento dei lavoratori ecc). Cioè, forse non son capace di spiegarmi, ma intendo dire che capisco il ribrezzo e la tristezza in generale nei confronti del sistema, ma non capisco perché questo esempio sia peggio di altri. I giornalisti disposti a scrivere anche gratis qualsiasi cosa su qualsiasi testata sentendosi comunque fighi per il solo fatto di essere ammessi a entrare in una redazione a me mettono più tristezza, ad esempio.

  59. @dzzz

    Hey dzzz, wait wait wait…i’m lost!
    Ecco, anche questo è uno dei motivi per cui il mio percorso verso sinistra si è radicalizzato negli anni, al contrario di un percorso piú tradizionale che voleva che ad essere comunisti fossero prima di tutto i 16/18enni; proprio perchè speri che crescendo si perdano parte di quelle evoluzioni/rotazioni linguistiche tanto care ad uno stereotipo assembleare, nelle quali memorabili assemblee obiettivamente a volte si faceva una qualche fatica a capire, “compagni, ma insomma, cusa l’è che dobbiam fare alla fine?”
    Ma è un mio problema, lo capisco, se non ho le forze e il “substrato” per seguirti ad esempio in “un dentro che altri considerano fuori”
    Proviamo cosí: come già detto, se in un posto dove lavorano persone, a guidare i rapporti (anche quelli di produzione…) c’è un seria volontà e tendenza al trasferimento dei “poteri” (decisionali, organizzativi) da uno/pochi a molti/tutti, beh allora quel contesto sarà certamente migliore, e, dato un rapporto di lavoro dipendente salariato, ci saranno lavoratori che godono di diritti inalienabili perchè non regalati da qualcuno, ma conquistati e detenuti. 
    Non riesco a sintetizzare meglio le esperienze di chi orienta il proprio lavoro al “trasferimento del potere”, non come illusione motivazionale, ma come un passaggio di una lotta delle classi sfruttate, ed a volte come silenzioso e di molto ironico sabotaggio dell’ingranaggio…
    Persone consapevoli, informate, “potenti”, sono decisamente pericolose; e se sono pericolose, il “padrone” ha di che temere, e le proprietà ed i “padroni” devono costantemente e necessariamente percepire timori. 
    Questa è controrivoluzione, non so, lo dici tu. Per noi, somiglia piú alla pazienza citata anche dai WM qualche post un pó piú su o un pó piú giù, piccoli passi, quotidiano impegno per ricostruire, per restituire a chi è stato tolto; somiglia piú alle fasi di una rivoluzione, che alla controrivoluzione.
    Infine, empowerment è un termine che non nasce in Italia, nè in un paese “latino”; nel capitolo due, dedicato ai significati e definizioni, del libro che hai linkato, i quattro scrittori citati come principali responsabili dello sviluppo dell’utilizzo del termine sono statunitensi. “Semplicemente” questo.
    Ribadiamo, questa è la strada per realizzare il sogno “da dentro”, soprattutto se a quel “dentro” sei legato da necessità varie di sopravvivenza e ti ci sei trovato/a senza averlo cercato (pochi hanno il culo di scegliersi mestiere e lavoro)
    Realizzarlo da fuori invece, di nuovo, significa iniziare “rovesciando la scatola del monopoli”.  Ma non a chiacchiere.

    • grazie per aver spiegato ulteriormente circolaria, ma davvero, non capisco. problema mio sicuramente, in questi giorni sono stanca e impaziente, mi dispiace.
      quello che mi pare di leggere, anche in quest’ultimo commento, è soprattutto, di nuovo, la dicotomia dentro-fuori, che assolutizzata, fuori storia e contesto, mi pare inutile e pericolosa.

      e poi il “trasferimento” del potere e il “sabotaggio ironico”, per come li capisco io, alludono a esperimenti già tentati e falliti che su giap, mi pare, si tenta ogni giorno di ripensare e riprovare diversamente.
      intendo, non capisco di che parli, perché mi chiedo quanti qui rifiutino una tale strategia per principio.

      anche quanto all’empowerment, smetto di insisterci, perché probabilmente mi sto concentrando su un elemento che nel tuo discorso non era cosi’ importante. del resto nel mio primo commento a riguardo avevo semplicemente reagito a quel che giudicavo un errore fattuale, niente di più.

      infine, volevo solo aggiungere che la mia “voce”, disfattista, mi rendo conto, è il risultato di un’esperienza professionale tanto piena di lavoro culturale quanto di mcjob, e che quindi non mi sogno di dare lezioni di etica della sopravvivenza a nessuno. :/

  60. Ho letto con interesse il post “Feticismo della merce digitale e sfruttamento nascosto: i casi Amazon e Apple”.
    Non potendo postare risposte a quell’articolo – lettura molto interessante – approfitto di questo spazio.
    Un paio di commenti, positivi e negativi. Parto dal negativo:
    Secondo me l’articolo prende un abbaglio quando individua il problema di facebook come di sfruttamento di plusvalore. Si tratta di lettura dell’oggi datata e superata, e dico perché: Quando si parla di facebook (come esempio di qualunque social network) si parla di gente che liberamente sceglie di mettere in piazza i fatti propri. Non si parla di gente che, come dopo la rivoluzione industriale, doveva sottomettersi al padrone per poter vivere, poter soddisfare bisogni essenziali. Mettere i fatti propri in piazza non è un bisogno essenziale, né è necessario per avere accesso all’informazione, ad oggi. Nel senso che si può utilizzare la rete senza necessariamente essere iscritti a facebook (io sono uno di questi).
    Ancora, non concordo sulla lettura secondo cui l’utente di facebook starebbe “lavorando” quando utilizza il network. Sta rispondendo ad una indagine di mercato. Se io ricevo una richiesta di intervista per indagine di mercato (ad esempio per telefono), non ho titolo per pretendere soldi per rispondere, semplicemente rispondo se ho voglia, non rispondo se non ne ho.
    Fortunatamente non sono forzato né direttamente né indirettamente a rispondere, e pretendo, questo sì che lo pretendo, di non essere forzato a partecipare a questa indagine di mercato. Questa è una libertà per cui non sono disposto a scendere a compromessi.
    Viceversa, sfruttare il fatto che Zuckenberg fa un sacco di soldi con i fatti degli utenti (non con i fatti miei), per avanzare in qualche modo una pretesa di partecipare agli utili, mi pare una forzatura fuorviante.
    Piuttosto, e qui vengo al commento positivo, pretendo di mantenere la libertà di poter utilizzare la rete senza affiliarmi a facebook, senza dover partecipare all’indagine di mercato. Da questo punto di vista l’espansione dei social network, ed il potere (finanziario) che possono acquisire mi pare da sorvegliare con attenzione.

    Per questo motivo approvo l’autore Wu Ming 1 quando pone l’accento sul “feticismo della merce digitale”.

    E mi ricorda un commento che ho sentito entro un servizio della BBC sui social network e motori di ricerca (Facebook e Google). Qui si menzionava un concetto per me molto interessante:
    Facebook e Google (così come tutti gli altri) utilizzano l’attività degli utenti della rete per elaborare informazioni commercialmente utili. Tipicamente informazioni utili all’industria della pubblicità ed al mercato globale in genere.
    Per elaborare questa massa di informazioni, debbono inserire i post, stringhe di ricerca eccetera entro degli algoritmi, dei meccanismi, una matrice, che di fatto definisce la valorizzazione di tale informazione. Cioè questi colossi della rete, queste matrici, definiscono i criteri con cui un’informazione ha valore o meno. E in quanto questo valore così da loro definito è quello che il mercato globale utilizza per decidere quali attività, prodotti, servizi finanziare o meno, di fatto sono queste regole di valorizzazione dell’informazione che decidono che cosa ci viene proposto per vestire, quale cibo ci viene proposto, quali film vengono prodotti, quale musica viene distribuita, quali libri vengono pubblicati.
    In altre parole, entro il meccanismo di google e facebook, un’idea, un’attività, un servizio, un prodotto, acquista valore solo in quanto codificabile e classificabile entro i canoni del meccanismo stesso.
    E qui il rischio è che, se il meccanismo si espande a dismisura, ci troviamo la nostra vita invasa dai prodotti del meccanismo stesso; mentre quelli che non sono conformi agli schemi del meccanismo non trovano spazio, vengono soffocati.
    Non è un rischio di “plusvalore” espropriato, è un rischio di perdita di una parte di libertà, che secondo me è quello reale da sorvegliare.

  61. Intanto la #Apple prende per il culo i consumatori, sempre di più, imponendo prodotti destinati a durare sempre meno, non riparabili, costosissimi, fatti per i nuovi sprovveduti che sempre meno si chiedono cosa diavolo stiano comprando (a parte un marchio very cool, ovviamente). Grande articolo di Kyle Wiens:
    THE NEW MACBOOK PRO: UNFIXABLE, UNHACKABLE, UNTENABLE
    http://www.wired.com/gadgetlab/2012/06/opinion-apple-retina-displa/

    Estratto:

    «We have consistently voted for hardware that’s thinner rather than upgradeable. But we have to draw a line in the sand somewhere. Our purchasing decisions are telling Apple that we’re happy to buy computers and watch them die on schedule. When we choose a short-lived laptop over a more robust model that’s a quarter of an inch thicker, what does that say about our values?

    Every time we buy a locked down product containing a non-replaceable battery with a finite cycle count, we’re voicing our opinion on how long our things should last. But is it an informed decision? When you buy something, how often do you really step back and ask how long it should last? If we want long-lasting products that retain their value, we have to support products that do so.

    Today, we choose. If we choose the Retina display over the existing MacBook Pro, the next generation of Mac laptops will likely be less repairable still. When that happens, we won’t be able to blame Apple. We’ll have to blame ourselves.»

  62. Altro che obsolescenza programmata, questa è guerra al pianeta Terra.

    Con l’occasione linko (non suggerisco) questo video http://www.youtube.com/watch?v=O9HN5IvWc8c che ancora mi sconvolge per la quantità di concetti giusti su sottofondo sbagliato: il laptop Apple ma soprattutto la mancanza di storicizzazione del movimento zeitgest, conoscete? Cosa ne pensate?

  63. Segnalazione all’incrocio tra i post su #Timira (perché c’è Antar che fa un reading e perché si parla di dominio post-coloniale), quelli sul feticismo delle merci digitali (perché riguarda il business del coltan) e quelli sul camminare (perché si tratta di una marcia di 1600 km. attraverso l’Europa centrale).
    DAL CONGO ALL’EUROPA
    Sabato 30 giugno, nel parco della Scuola di musica “Ivan Illich”, via Giuriolo 7, Bologna, a partire dalle h. 19 serata di musica e teatro per finanziare la camminata di John Mpaliza.
    Locandina (PDF) – Approfondimento (PDF)
    A proposito di coltan, ri-segnaliamo il videogame controinformativo e politico di Molle Industria, Phone Story, messo al bando dall’App Store della mela ma disponibile per i furbòfoni Android.

  64. Le condizioni di lavoro nella fabbrica dello strombazzatissimo #iPhone5. Un giornalista si è fatto assumere come operaio e ne ha viste (e patite) delle brutte:
    http://tumblr.thefjp.org/post/31400454912/undercover-chinese-reporter-works-in-iphone-5-facorty

  65. Su iphone5 e l’ «ecosistema» chiuso di Apple, sant’iGNUzio aka Richard Stallman ( http://identi.ca/rms ) segnala questo articolo del Guardian:

    http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2012/sep/13/iphone-5-caught-in-apple-world

    La tesi, in sintesi è che «all the applications and content I’ve purchased over the past four years will only work on an Apple product. I’m locked into the Apple ecosystem just like tens of millions of others. That’s the true magic of Apple, luring us into using their pieces of technology and then selling us applications, music and video that are locked to their proprietary formats and products. It’s a clever tactic and one that looks like it’ll keep us hooked for a years to come.»

  66. Intanto aumentano le rivolte operaie negli stabilimenti Foxconn. L’ultimo episodio è avvenuto a Taiyuan, c’è stato un vero e proprio tumulto, è intervenuta la polizia, la fabbrica ha dovuto chiudere:
    http://www.nytimes.com/2012/09/24/technology/foxconn-factory-in-china-is-closed-after-worker-riot.html?smid=tw-share&_rmoc.semityn.www
    “Workers are more willing to stand up for their rights, to stand up to injustice.”, dichiara un sindacalista al NYT.
    Su agitazioni e scioperi in Cina, rimando – repetita iuvant – a questo sito:
    https://chinastrikes.crowdmap.com/

  67. Arriva Amazon in Sardegna. Partono i colloqui di assunzione. Il sindacato: “Vigiliamo sulle condizioni di lavoro”
    http://www.sardiniapost.it/economia/1341-arriva-amazon-al-via-i-colloqui-di-assunzione-il-sindacato-vigiliamo-sulle-condizioni-di-lavoro