«Il Manifesto» – Intervista a Wu Ming 1 sul post-15 ottobre

What is our one demand
[Su «Il Manifesto» di oggi, a firma Roberto Ciccarelli, compare quest’intervista a Wu Ming 1. Il titolo è «Wu Ming, autocritica in movimento». Nel sommario, il dibattito su Giap è definito «il più franco e orizzontale sul 15 ottobre».]


«Bisogna raccogliere tutte le informazioni possibili prima di decidere che un suono è rumore». Con questa citazione di Tom Waits, Wu Ming 1, membro del collettivo degli autori di Q (come Luther Blissett), 54 e Altai, è intervenuto a metà della fluviale discussione sulla manifestazione del 15 ottobre avvenuta sul blog Giap. Nei 467 post prodotti in tre giorni, di suoni se ne sono registrati parecchi e anche il “rumore” è stato meno fastidioso degli inviti alla delazione di massa, o alla ricostruzione dei fatti in base ai rapporti dell’intelligence registrati nell’ultima settimana. Nella discussione pubblica più lunga e articolata avvenuta in rete, molti partecipanti hanno dichiarato senza remore di aver preso parte agli scontri in Piazza San Giovanni, pur riconoscendo che molte cose non hanno funzionato e la manifestazione ha avuto un esito politicamente disastroso. E così anche chi ha condannato con decisione gli scontri ha riconosciuto la difficoltà di leggere i fatti distinguendo tra «violenti» e «non violenti». Finita la lettura, un elemento sembra emergere con chiarezza: la convinzione che la divisione tra la “massa” e “pochi facinorosi” non regge più, così come è a dir poco inadeguato dirsi soddisfatti per aver fatto fallire una manifestazione.
Più che un’auto-narrazione, o il tentativo di individuare una mediazione impossibile, la discussione su Giap può essere considerata lo strumento per ridefinire un campo della riflessione politica che oggi non trova spazio nei movimenti, nella sinistra o sui media mainstream. «Curioso che un blog di scrittori sia stato eletto a luogo di dibattito, anche lacerante, sulla débâcle del 15 – conferma Wu Ming 1 – Forse ha supplito a una carenza di spazi senza bandiere, o forse è solo un luogo dove si riesce a discutere, perché bonificato da troll e provocatori. Noi siamo intervenuti poco. Avevamo seguito l’evento da Bologna, entrando e uscendo dal reparto di cardiologia dov’era ricoverato un nostro compagno. Un po’ per questo, un po’ per non sembrare grilli parlanti, abbiamo deciso di ascoltare, di seguire il divenire senza tentare una sintesi».

Dieci anni fa, dopo Genova, avete proceduto ad un’auto-critica. In cosa consisteva e perché a tuo avviso è ancora valida dopo il 15 ottobre?

«Nel 2001 avviammo l’autocritica, ma troppo timidamente. Subito dopo Genova scrivemmo cose molto ingenue. Il movimento non sembrava vinto, era come quei personaggi di cartoon che, superato un dirupo, per qualche istante corrono sospesi a mezz’aria. Dopo il G8, altre Grandi Scadenze alimentarono false speranze, ma agli inizi del 2003 i social forum erano morti, c’erano scazzi feroci, la depre dilagava. L’autocritica prese forma allora, ma siamo riusciti a esprimerla solo nel 2009, nel testo Spettri di Müntzer all’alba. Facemmo molti sbagli nel preparare la Grande Scadenza. Non fummo i soli, ma noi parliamo delle nostre responsabilità. Facendo gli apprendisti stregoni col mito politico e metafore ‘tossiche’ come l’Assedio al Potere, favorimmo la reductio ad unum, l’idea di andare tutti a Genova anziché restare molteplici ed evitare la trappola. Rispetto a Genova l’autocritica è stata tardiva, e rispetto a oggi era troppo in anticipo. Il risultato è che non è servita a granché, ci siamo solo lavacchiati la coscienza.»

La metafora dell’assedio alla zona rossa ha perso la sua forza evocativa e politica…

«Alla buon’ora. Violare le zone rosse era pura autoillusione, là dentro non c’era niente, in quei summit non si decideva nulla. Il potere capitalistico non sta chiuso in un fortilizio: è nel rapporto di produzione, nello sfruttamento quotidiano, nella valorizzazione finanziaria, nelle articolazioni sul territorio. Occupy Wall Street è già un passo avanti. Come dice McKenzie Wark, lì si tratta di occupare un’astrazione. Senza voler fare l’apologia di quel percorso, che conosce ora le prime crisi (speriamo di crescita), c’è un’intuizione più precisa su come funziona il potere. Discorso simile per il nostrano tentativo di “occupare Banca d’Italia”: non si voleva letteralmente occupare la banca, ma spostare l’attenzione dal teatrino politicante ai diktat del capitale. Insomma, niente banalità del tipo “Assediamo i palazzi del potere”. Detto ciò, non è impossibile usare bene un’immagine d’assedio, pensiamo ai NoTav quando parlano di ‘assediare il cantiere’. Il rovesciamento ironico è palese: nei piani di chi vuole imporre la TAV, doveva essere il cantiere ad assediare il territorio, invece è il territorio ad assediare il cantiere.»

Ora che la teologia della Grande Scadenza Nazionale è finita, esistono soluzioni alternative per produrre un conflitto incisivo e coniugare le istanze locali con l’idea di una coalizione sociale determinata ?

«Occupy Everything può essere considerato un buon precetto. L’Onda universitaria lo mise in pratica un anno fa, ai tempi del “Blocchiamo tutto”: le autostrade, il Colosseo, la Mole… Il movimento sembrava ubiquo, era pieno d’energia, poi la scadenza del 14 dicembre dissipò in un giorno tutta la forza accumulata. Crediamo sia sempre meglio colpire in più posti che trovarsi in un posto solo, però stiamo attenti: non è solo un problema di forme, di tattiche. Se non è chiaro chi pratica la piazza e perché, non c’è proposta sulle forme che tenga. Se i movimenti volano col pilota automatico e precipitano sempre nello stesso punto, è chiaro che il problema è a monte, riguarda la devastazione degli ultimi decenni, la poca chiarezza sull’attuale composizione di classe e, aggiungo, la vaghezza di proposte e parole d’ordine, dal “comune” all’evergreen “reddito di cittadinanza”.»

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145 commenti su “«Il Manifesto» – Intervista a Wu Ming 1 sul post-15 ottobre

  1. Senza offesa, ma dubito che il problema sia solo nell’ordine della poca chiarezza nella composizione di classe o nella vaghezza delle proposte, ma forse nell’incapacità complessiva dei movimenti di tradurre proposte in pratiche o in situazioni concrete, nella incapacità di trasmettere la necessità del fare (dell’agire arendtiano più che altro) alle nuove generazioni, alla deriva in un mondo/limbo dove non sentono di poter decidere nulla e che nessuna azione determini alcunché. Generazioni furiose e sconfitte già prima di cominciare.

    Puntare il dito su questa o quella proposta secondo me rischia di trasformare il dibattito in fazioni pro/contro tale proposta (per es. il rdc), mentre il problema mi pare a monte dello specifico.

    i miei spiccioli
    b

  2. @ Blicero

    mi sa che stiamo dicendo più o meno la stessa cosa. Sì, il problema è “a monte dello specifico”, infatti il *primo* fattore che ho elencato è “la devastazione degli ultimi decenni”, e in un’intervista di 4000 battute, per giunta sul Manifesto, si può (tocca) lasciare implicito quali e quante cose tale espressione includa. Per me, quello che scrivi rientra perfettamente. E quanto alla scarsa chiarezza sull’attuale composizione di classe, l’emergere di quello che Girolamo, prima su Giap e poi sul Manifesto, ha chiamato il “pischello riottosto disperato” interroga un rimosso di buona parte della sinistra. Figurarsi, alcune strutture si sono accorte solo ieri che le circondava un oceano di precarietà cronica e irreversibile… Hai voglia, andare a parlargli per slogan teorici e formule gergali, al pischello riottoso. Hai voglia, parlargli nella nuova “lingua di legno”… Con riferimento a questo, la vaghezza delle parole d’ordine l’ho elencata esplicitamente in subordine (dopo un “aggiungo”), comunque per me non è un problema da poco. E’ una causa che retroagisce sulle conseguenze, alimentando un circolo vizioso. Se, come diceva quel tale, “bisogna usare la prassi per passare da una teoria all’altra e, al contempo, usare la teoria per passare da una prassi all’altra”, mi sembra che non siamo messi benissimo…

  3. @wm1: immaginavo la limitatezza delle 4000 battute e cmq Ciccarelli ha le sue idee e i suoi piani quindi ci sta che diriga l’intervista in una certa direzione :)

    Ovviamente non devo neanche stare a dirti che il problema del contesto sociale e della realtà in cui naviga la politica è uno degli elementi fondamentali su cui interrogarsi. Lo chiami correttamente “il grande rimosso della sinistra”. E io ci aggiungo: il rimosso che crea mostri. Perché abbiamo lasciato in mano tutti questi pischelli riottosi e non solo (vedi il mio post sulla generazione negata, la mia, cazzo) a destra e lega, con lo snobismo tipico della sinistra.

    E la vaghezza delle proposte è certamente un problema. A cui contrapporre non solo proposte più concrete, ma soprattutto pratiche, nuove forme di socialità e di vita. I centri sociali avevano una MONTAGNA di difetti, ma alcuni di essi avevano almeno in nuce l’idea di costruire alternative reali. Almeno alcuni ci hanno provato. E da lì bisogna ricominciare: non per fare di nuovo lo stesso percorso, ma per immaginare che le persone si riapproprino dei propri territori (fisici, mentali, sociali).

    La strada passa da lì. Se una generazione ricomincia a determinare il proprio contesto forse c’è una speranza.

  4. @ Blicero

    garantisco che Ciccarelli non ha “diretto” l’intervista in nessuna particolare direzione. Le domande dell’intervista sono intenzionalmente vaghe e “aperte”, sono sempre le mie risposte a precisare e a introdurre esempi concreti. La terza domanda non presupponeva affatto la critica “a monte”: era una domanda sulle forme. E’ la mia risposta a “trascendere” la questione delle forme, dicendo – in soldoni – che se mancano la “presa” sociale e la progettualità, anche le forme più efficaci servono a poco :-(

  5. Blicero secondo me coglie il punto. Negli anni Novanta esisteva un’alternativa dal basso. Ed è vero che aveva limiti enormi, da molti di noi criticati duramente (per noi era “il centrosocialismo reale”), ma era un ambito dove si produceva discorso, musica, editoria, teatro… forme di relazione ed espressione che provavano a essere altro dal dato.
    Solo “se una generazione ricomincia a determinare il proprio contesto forse c’è una speranza”. Sono d’accordo. Ed è un punto che sta a monte delle forme di intervento sul piano politico, che in questo momento sembrano monopolizzare in maniera ansiogena tutti quanti (e da cui poi derivano tanto l’estenuante tormentone sulle “pratiche” quanto il tatticismo delle aree di movimento). Comprensibile l’ansia, così come la frustrazione, ma a volte invece di mettersi a fare i generali senza esercito è più importante (e anche soddisfacente) costruire nuove relazioni, spazi, produzioni culturali e di senso; magari partendo dalla messa in discussione di quello che c’è proprio allo street level, o sotto il tavolino sul quale si gioca la partita a scacchi e si sanciscono le alleanze tra formazioni politiche più o meno paludate.

  6. CORAGGIO COMPAGNI, IL PEGGIO STA PER PASSARE…

    Il Governo è in fase terminale. Se Dio vuole, si voterà a marzo con il porcellum e addio alle dispute in redazione (sarà meglio il porcellum o il mattarellum?). Grazie alla chiesa cattolica, alle agenzie di rating, a Confindustria, alla BCE, ai mercati e via elencando (sempre a destra). Saranno soddisfatti Vendola e i suoi alleati nordestini con aderenze al centro (italia). E anche chi, nel Manifesto, ha cercato di spacciare la mobilitazione del 15 ottobre quale sostegno all’alternativa. Possiamo dirci in tutta franchezza che in Italia la risposta “politica” alla crisi finanziaria del capitale mondiale è molto debole e che i tentativi finora messi in atto di creare una coalizione sociale tra i soggetti che la crisi la subiscono sono miseramente falliti? Forse è il caso di interrogarsi: esistono davvero soggetti sociali interessati al cambiamento oppure hanno ragione quei sociologi che indicano un paese stanco, vecchio e in qualche modo “garantito”? E se consistenti soggetti sociali esistono davvero, su cosa e come ci si mette insieme? Le elìte di partito e di movimento hanno fallito e, tuttavia, continuano ad avere il pallino in mano. Ciò che riescono a produrre sono solo vaghe, e aggiungerei modaiole, “proposte e parole d’ordine, dal ‘comune’ all’evergreen ‘reddito di cittadinanza’”. Qualcuno si spinge fino alle porte del governo, perché per salvare l’Europa bisogna salvare l’Italia. Qualcun altro vorrebbe spingersi solo fino alle porte del Parlamento, perché con tre o quattro onorevoli il movimento rivoluzionario italiano potrà finalmente rinascere. Secondo me non si sfugge: ora più che mai c’è bisogno di un vero cervello collettivo che faccia analisi e proposte praticando modalità di relazione e di decisione efficaci e democratiche. Se pensiamo alla pluralità dei soggetti che hanno proposto appelli per il 15 ottobre non possiamo che prendere atto della loro parzialità, della loro capacità di escludere piuttosto che di unire. D’altra parte i Wu Ming segnalano la necessità emergente di uno spazio di discussione “senza bandiere”. Creiamolo dapprima sulla rete questo luogo e non è detto che esso, autoconvocato, non diventi anche fisico.

  7. vero, recuperare una dimensione di territorio (vedi Val di Susa ma anche il centro sociale che quotidianamente porta avanti le sue istanze, politiche e culturali) è l’unico modo per aggregare ed essere molteplici, non perdendosi dietro a grande adunate di massa. senza contare poi che il movimento locale che nasce per una causa ben specifica (es.notav) o il centro che lavora sul territorio può costruire piattaforme trasnazionali, sia tematiche che territoriali. il nazionale oggi è inutile.

  8. @ Wu Ming 4 @ Blicero

    Riguardo allo “street level”, provo a buttare lì qualche spunto ulteriore, magari confuso.

    La maggior parte di quelli che, in rete e sui giornali, hanno scritto le solite cazzate sul 15 ottobre (i “pochi facinorosi”, “gli infiltrati”, “isolare i violenti”) ha in comune in primis una condizione: il non avere il culo per strada. Nemmeno una fettina di culo. Nemmeno un centimetro quadro di fettina di culo.

    “Tenere il culo per strada” è un’immagine spaziale, ma, al solito, è anche questione di tempi: tenere il culo per strada significa vivere le giornate in certi modi anziché in altri, significa vivere una quotidianità che porta a contatto col disagio, con la disperazione, con la fatica di resistere, con il tran tran che prosciuga le forze e l’inventività.

    “Tenere il culo per strada” significa anche alzarsi che è ancora buio per portare i bimbi alla fermata dello scuolabus, e vedere lo scuolabus che parte, diretto verso una scuola dove gli insegnanti, giorno dopo giorno, sono costretti a occuparsi di troppe cose (tappare buchi e fare “spezzatini”, far fronte ai disastri delle ultime riforme, fare acrobazie col poco che è rimasto, mendicare soldi alle famiglie) e, se pure riescono a mantenere il livello minimamente dignitoso e decente di offerta formativa, la loro fatica è forse doppia rispetto a quella di dieci anni fa, tripla rispetto a quella di vent’anni fa, e hanno meno forza ed entusiasmo per essere inventivi ed empatici coi bambini. I quali, giocoforza, un giorno dopo l’altro, assorbiranno la loro frustrazione, la sommeranno a quella che magari assorbono in famiglia, la elaboreranno in un certo modo, la faranno propria e presto la butteranno fuori in maniere imprevedibili.

    “Tenere il culo per strada” significa incrociare ogni giorno persone deluse, rassegnate, disperate, incupite. Gente che si sfancula e magari si pesta per strada per motivi che all’esterno appaiono futili ma che forse sono l’ultima goccia di un vaso già colmo da tempo.

    Sono tanti i modi di “tenere il culo per strada”, e molti di essi portano a non stupirsi del fatto che ci siano tanti “pischelli riottosi”, e a comprendere che quei pischelli non sono alieni, non sono altro da noi, anzi, sono solo un’altra versione di noi stessi.
    Di più: se uno “tiene il culo per strada”, si stupisce che i riots non ci siano *tutti i giorni*.

    E’ evidente che gli opinionisti a gettone, i tuttologi narcisisti, certi “filosofi” dal commento compulsivo, il culo per strada non lo tengono. Nemmeno una fettina di culo. Nemmeno un centimetro quadro di fettina di culo.

    Solo da chi tiene il culo per strada può venire la sperimentazione di vie d’uscita, di esperienze, di pratiche di socialità, di ricostruzione dei legami.

    Persino in rete, non è difficile distinguere le pratiche di comunicazione di chi sta in rete *e* in strada, e di chi invece sta solo in rete a fare il “clicktivista” o il “leone da tastiera”. Non è difficile distinguere chi dice “armiamoci e partite” da chi dice “diamoci da fare, io nel mio piccolo faccio questo”.

  9. @wm1: sono costretto a quotarti interamente. :)

    Basta lavorare in alcuni casi eh… cosa che i giornalisti fanno poco… diciamo :)

  10. Mi pare importante riconoscere nel 15 ottobre l’eredità e l’effetto di un percorso, lungo almeno dieci anni, che ha coinvolto tutte le realtà politiche di questo paese: da quelle istituzionali a quelle indipendenti. Durante questo percorso, assieme alle matasse di contraddizioni in seno al movimento (il più delle volte fisiologicamente insanabili), ha giocato un ruolo determinante un vuoto sostanziale. Questo vuoto (come ho tentato di argomentare nel commento al dibattito che ha preso corpo su Lavoro Culturale http://www.lavoroculturale.org/spip.php?article141#forum213) è in prima istanza il prodotto di un criminale processo di astrazione agito dalla nostra classe politica.
    E credo sia proprio il peso di questo vuoto ad aver contribuito alla difficoltà, da parte di noi tutti, di tessere un filo fatto di contenuti politici (all’interno dei quali la forma ha un ruolo determinante) capaci di dare unità all’eterogeneità e alle contraddizioni che ci caratterizzano.
    Allo stesso modo la frammentazione della formazione assieme alla scomposizione violenta delle quotidianità – causata dalla precarizzazione della vita lavorativa – ha agito in modo strutturale sulla configurazione del nostro percepirci e, di conseguenza del nostro esistere: singoli sconnessi aerei.
    Ed è per questo che, scavalcando il rischio spesso paventato, di trasformare una riflessione in una triste constatazione, credo sia importante ripartire da qui. Un “qui” fatto di letture ampie e diagonali, da un’analisi critica delle relazioni in cui il corpo del conflitto non venga rimosso ma attraversato, da esperienze che prospettano la fondazione di nuovi paradigmi come quelle del Teatro Valle della Sala Vittorio Arrigoni e dalla riappropriazione fisica e collettiva degli spazi comuni attraverso la ricostruzione di una relazione necessaria.

  11. @askeh a @blicero
    ribobinando un po

    blicero: furiose e sconfitte fintanto che non si confondano con generazioni e altre etichette assurde e interclassiste: classe? ma se continuiamo a parlare di classe LavoratricE, vero cancro che distrugge l’applicazione marxista classe, classe operaia, che è ciò che sgorga dalla contraddizione principale e non dalla critica lavorista al mostro, è assurdo che si parli poi di composizione e ricomporre:

    non si potrà capire come gli studenti sono, possono essere classe operaia. O, meglio ancora, che il precariato è oggi la miglior figurazione homogenea della classe operaia. Non il virus c. LavoratricE, che NON ESISTE che come categoria sociologica borghese, al massimo.
    Ricomporre classe operaia mondiale significa prima di tutto vederla e capirla.
    E il movimento attinge dalla sua composizione di classe, ma non per sé tuttavia

  12. Sulla questione del “tenere il culo per strada”, riflettevo su una cosa giusto ieri.

    La mia università (l’Università di Salerno, ndr) è organizzata in campus e, come la compagna @danffi potrà confermare, presenta un alto tasso di criptofascisti e qualunquisti e la gente che in linea di massima si professa “a sinistra” rientra solo nell’accezione mediatica attuale di sinistra, quella che segue la stronzissima logica à la Kissinger “I nemici di Berlusconi sono di sinistra” e quindi ritiene i vari Travaglio eccetera eccetera alfieri della sinistra.
    Ovviamente, queste persone di cui sopra, stanno in linea di massima dalle otto di mattina alle sei di sera chiuse all’interno del recinto-campus e si beano di avere a disposizione pratini, fontanelle, alberi, la piscina, e tante cosine carine.
    Io, però, sarò paranoica, per andare al post di sotto, ma ho l’impressione che questa struttura campus “a modello fordiano”, come l’ha definita -secondo me benissimo- un compagno tempo fa durante una discussione, sia assolutamente dannosa per il futuro delle coscienze politiche delle persone che la vivono proprio perchè impedisce di stare “col culo per strada” (me ne accorgo anche sulla mia stessa pelle, a livello psicologico: nei periodi in cui passo più tempo all’università tendo o a disinteressarmi totalmente, ma magari quello è imputabile pure al dover stare a studiare, o a “intellettualizzare”, a elitarizzare, cosa che -per fortuna- mi passa quando mi faccio le chiacchierate, anche su puttanate, durante i viaggi in treno, le ore di attesa alla stazione, i volantinaggi ai mercati e simili, insomma, quando divento “parte della strada”).

    Questa cosa, può essere anche, secondo me, un presupposto di discussione per analizzare la differenza tra Italia e USA, tra quello che è successo da noi e -per dire- Occupy Wall Street, che, a parte le ottime premesse del simbolismo anticapitalista, non mi pare stia avendo sti gran risvolti “sociali” e questo coinvolgimento popolare massivo (da quello che ho letto/visto/sentito, ho l’impressione di una partecipazione più di piccola borghesia colta, ex-hippies e post-hippies che di altri). Quanto a metodi/obiettivi, si, okay, il metodo assembleare, e poi? Non pensate che la “struttura campus” possa avere un ruolo -negativo- in tutto questo, nella differenza tra Occupy Wall Street e ad esempio l’Italia, la Grecia? (l’unica prova contraria alla tesi sono i riots di Londra di quest’estate ndr)

    Poi boh, l’ho buttata lì.

    Altra cosa: avete notato la “nuova chiamata” per l’11 novembre? A parte lo scambio di ridicolizzazione della cosa, che ci siamo fatti ieri su Twitter con @uomoinpolvere, a me pare una puttanata, non solo per la data che mi sa tanto di puttanate astrologiche/numerologiche/cabalistiche new age alla Giacobbo e/o Mistero (11/11/11, ma dai!) ma perchè non condivido a priori l’idea che i movimenti debbano aspettare la “chiamata mediatica”, la data simbolo eccetera. Okay, ci sta il fatto di sottolineare l’importanza di muoversi “sul proprio territorio”, ma dover sottostare alla chiamata mediatica nella data simbolo non aiuta ad uscire dalla logica evento, secondo me. Chiaro che, nonostante tutte queste riserve, se il mio collettivo decide in sede di assemblea di organizzare qualcosa a riguardo, non mi tiro in dietro a livello “fattivo”, ma a livello teorico per quel che mi riguarda è l’ennesima caggata.

    I miei soliti 0, 02 euro!

  13. Sono d’accordo che parte della questione sia “il culo in strada” e l’autodeterminazione culturale di una generazione. Ma credo esista un’altra parte di “problema”, e cioè che le figure del disagio sociale si sono moltiplicate e diffuse come un’infiltrazione d’acqua, causando reazioni inedite. “Luoghi” come l’università, le ASL, le scuole e tanti altri sono divenuti ricettacoli di disagi inediti o che si sono aggravati molto rapidamente. Non è facile trovare la risonanza giusta tale da rendere armonico il rapporto tra queste realtà di disagio e la partecipazione politica e culturale. Soprattutto in un clima come quello italiano in cui “l’incazzatura” generalizzata viene incanalata retoricamente verso la disperazione: tanto ad alcuni movimenti che a molti giornali fa comodo dire “i giovani disperati e senza futuro”, e capisco che sia molto più difficile affermare che i giovani, per quanto disperati, un futuro lo pretendono e lo vogliono costruire.

  14. la religione del lavorare
    detto in altro modo: lavorare, lavorare, ma non nel senso cristiancapitalista. Paul Lafargue sembra ancora un fantasma, purtroppo.

  15. Riguardo ai *pischelli riottosi*, in questi giorni mi sono sentita dire: “beh, ma quelli sono quindicenni indottrinati da qualche vecchio militante degli anni Settanta. Insomma, residui del passato ancora in circolazione che propongono una militanza in stile retrò”.
    Mi sembra un’ottica alquanto distorta.

  16. @ Anna Luisa
    Sì, è un’ottica distorta, ma è stata importata come frame iniziale dalle pagine di Repubblica. E, triste a dirsi, l’impressione era che il frame fosse già stato preparato da qualche leaderino in cerca di legittimazioni para-istituzionali. Per questo il dibattito su Giap è stato recepito, in diverse situazioni di movimento – non ultimo il manifesto – come importantissimo: ha addirittura anticipato il frame con invito alla comprensione. Fosse passata l’immagine – il “pelliccia” che lancia l’estintore, giusto al centro di una foto che sembra fatta apposta per le prime pagine, non importa di quale giornale – la discussione sarebbe morta subito. E invece ha preso il respiro lungo, e credo che fosse il massimo che si poteva ottenere. Però, ti assicuro (e sarà capitato anche ad altri), che fatica discutere del 15/10 in liste e realtà con una consapevolezza politica diversa da quella che si incontra qui!

  17. C’è anche il bicchiere mezzo vuoto: stiamo ancora qui a parlare di “lingue di legno”, a rivendicare la necessaria parzialità del “culo in strada”. Beninteso, perché è indispensabile ribattere su questi chiodi, altrimenti la struttura si scoordina e i pezzi vengono giù. Però, quando sono entrato nella comunicazione in rete, si discuteva già di questo. Segno che nell’ultimo quinquennio le cose non sono andate come dovevano. E le cose non vanno mai per conto loro, c’è sempre un motivo…

  18. Ho qualche domanda e riflessione da fare su questo soggetto politico che Girolamo ha chiamato “pischello riottoso e disperato”
    Non me ne voglia Girolamo ma a me questo nome non mi fa impazzire anche se rende bene un’idea. Non mi fa impazzire perché la parola “pischello” significa non solo giovane, ma anche inesperto, mi evoca inevitabilmente l’immagine del giovane confuso ed inconsapevole (come quando gli adulti dicono agli adolescenti che affrontano la prima delusione d’amore: “su fatti forza, alla tua età non può essere amore, non sai neppure cosa vuol dire amore”)
    Nell’approcciarci al “riottoso e disperato” in questo modo non staremo compiendo un errore da “fratelli maggiori” pensando che questo soggetto sociale non sia capace di determinare autonomamente la propria dimensione politica?
    Io non ho gli strumenti per farlo, ma sarei molto curioso di sapere come si sono rapportate a questo soggetto sociale le realtà politiche antagoniste francesi che col “pischello riottoso” hanno avuto a che fare molto prima di noi (naturalmente con tutte le differenze di contesto del caso), magari qui c’è qualcuno che me lo sa dire.
    Penso che sia molto importante capire questo punto, perché è vero quello che dice @blicero, che un certo snobismo della sinistra porta a non voler vedere determinate dinamiche sociali, ma è altrettanto vero che la destra fascista e populista, quella che ha fatto sponda al “riottoso e disperato”, propugna una visione riduzionistica dell’esistenza, fatta di confini netti, nemici ben riconoscibili e posture ben precise.
    Al contrario, ragionare nell’ottica della lotta di classe significa sempre mettere in discussione il proprio posto nel mondo e perseguire un pensiero della complessità, in special modo in un periodo storico in cui la definizione di classe attraversa profondi cambiamenti (basti pensare a come la logica della precarietà abbia condotto ad una crescente precarizzazione del lavoro cognitivo, un tempo appannaggio della borghesia. Molti hanno sottolineato come gli arrestati di Roma abbiano un’estrazione sociale “borghese”, il che mi pare possa essere un indizio del cambiamento a cui accenno sopra).
    Mi chiedo perciò se non sia un errore ragionare pensando a questo “pischello” come un soggetto inconsapevole da politicizzare (evangelizzare)? E anche se questo soggetto non abbia già determinato una propria dimensione politica che noi fatichiamo ad individuare? E dove possiamo individuarla, in quali prodotti dell’immaginario? E cosa ci raccontano questi prodotti?

  19. ps. sto cercando di uniformare la mia presenza in Rete. Per chi non frequenta twitter specifico che l’utente @El_Pinta corrisponde all’utente flaviopintarelli che fino ad ora ha commentato su questo blog.

  20. Ho partecipato ad un’assemblea post-15 ottobre ed ho rivisto purtroppo, come in un brutto flashback, molti dei difetti di quelle dei social forum di qualche anno fa. Scazzi tra sindacati e centri sociali, gruppi in cerca di egemonia, un po’ le stesse persone, gli stessi immutabili leaderini e le vecchie dinamiche con la new entry del “popolo viola” (una novità difficilmente conciliabile con l’area antagonista…mi viene da pensare all’immagine del ragazzo con la bandiera tricolore che passa davanti alla vetrina sfasciata). Devo dire che, sentendo i vari resoconti, mi pare un po’ difficile raccontare gli scontri del 15 *esclusivamente* in termini di rabbia sociale, eccedenza metropolitana, precarietà giovanile ecc.ecc. Ci sta anche un elevato livello di irresponsabilità da parte di vari gruppi che cercavano una resa dei conti interna a discapito di un corteo molto partecipato che però aveva grossi limiti politici. Ora non so come ci si riprenderà da questa situazione un po’ autolesionista. Vedendola in positivo direi che abbiamo l’occasione di ricominciare con idee e pratiche nuove.

  21. @ El Pinta

    Io non credo affatto che si tratti di adottare un atteggiamento paternalista nei confronti del soggetto in questione, il “pischello riottoso”. Sarebbe fallimentare, una specie di reazione uguale e contraria alla demonizzazione dei “neri” che è stata lanciata a mass media unificati nei giorni scorsi. Vale a dire che qua non c’è da “evangelizzare” proprio nessuno, perché nessuno ha verità da rivelare agli altri. Però se dieci anni fa si trattava di un fenomeno parecchio marginale, oggi lo è meno, e forse questo – tra le altre cose – è dovuto anche al fatto che una certa cultura “alternativa” si è logorata senza rinnovarsi. Basti dire che tante facce e tanti leader e leaderini sono gli stessi. Viene meno un ambito forte e attrattivo, non marginale appunto, per chi non vuole accontentarsi di quello che passa il convento (tra l’altro, ormai, davvero briciole) e sente montare l’incazzatura.
    Il punto quindi in realtà è sempre quello: produrre un’alternativa concreta tanto all’accettazione del dato quanto allo sfogo di un giorno di rabbia. Per questo più sopra rievocavo gli anni Novanta. Mica per nostalgia (per carità!), ma per fare un esempio *storico*. E quando parlo di alternativa temo di non intendere la stessa cosa di chi dichiara di volerla rappresentare e costruire questa alternativa. Perché, come dicevo, io credo che a un ventenne di oggi non possa interessare più di tanto l’alchimia politica, le alleanze trasversali, i piccoli e grandi progetti d’egemonia a sinistra. Di certo non sarà così che si potrà parlare a quella rabbia. No, io credo che si tratti di ricostruire un tessuto di relazioni, spazi, ambiti di lavoro comune e di costruzione di senso per le nostre vite. Questo non significa fregarsene del piano politico generale, ci mancherebbe, ma pensare che non è necessariamente quello il punto di ripartenza. Siamo piuttosto noi, con il nostro fare quotidiano, che finiamo per comporre l’autonarrazione di cui tutti vanno in cerca, e che chissà non finisca per definire un “chi” e un “perché” alla prova dei fatti anziché attraverso uno slogan.

    @ Kigen
    Hai ragione. C’è senz’altro anche quell’elemento. Personalmente condivido il giudizio che Girolamo ha dato nel suo articolo sul Manifesto di qualche giorno fa. Chi si è messo a fare l’anima bella il 16 ottobre, perché qualcun altro aveva rovinato il piano premeditato di autorappresentazione, dovrebbe rendersi conto che non ha il phisique du role né gli strumenti d’analisi per aspirare all’egemonia sul movimento. Come non basta evocare l’alternativa per incarnarla, così non basta dichiarare l’unità per averla trovata. Tanto meno possono bastare gli anatemi per lavarsi la coscienza.

  22. Questa cosa del culo per strada non mi persuade molto. Sembra che chi tiene il culo per strada non possa pensare che i “total black” siano pochi e abbiano pratiche e prospettive diverse dalla stragrande maggioranza del movimento (esso stesso eterogeneo e diversificato in mille altri modi).
    Invece non è così: questa cosa che il disagio sociale si esprima automaticamente in violenza gratuita, disorganizzata, slegata da una piattaforma politica condivisa, autoreferenziale, mi sembra una cazzata (la tesi di erri de luca).
    Non capisco questa difficoltà a dire chiaramente che pezzi di movimento siano incompatibili tra loro. INCOMPATIBILI. Non solo per questioni di pratiche, ma proprio come prospettive politiche, cosa fare da grandi. La forza della liquidità del movimento è anche la sua debolezza, l’essere tutto, contraddittorio. E allora parliamo di questo: non siamo per la coesione sindacale, e allora perchè siamo per la coesione del movimento che pratica e lotta in modi diversi? con pezzi che prima del corteo pensavano che alcune strutture (più o meno organizzate): cobas, disobbedienti, rifondazione, stavano già preparando il terreno per una prospettiva interna ad un governo di centrosinistra.
    Gli autonomi si sono svegliati e hanno capito che dentro il movimento ci sono militaanti di partito, gente che vota, che crede che non siano da mettere in discussione alcune strutture sociali in sè, ma i loro contenuti. Questa non è una differenza di pratiche, nè di violenza o non violenza o di manifestanti buoni o cattivi. E’ avere un concetto di funzionamento dello stato, della politica, che non è compatibile (non.è.compatibile.) con altri concetti di società e di politica. Questo non significa che è meglio uno dell’altro, che gli autonomi sono merde, che casarini è bravo, o che Ferrero è meglio. Vuol dire che si hanno dei blocchi di pensiero politicamente maturi che invece di andare per la loro strada cercano di fare egemonia. Si parlava durante la bella discussione del 15 dell’esigenza di un soggetto organizzato che capitalizzi in modo coerente certe istanze. Ecco, finchè il movimento sarà una cloaca di contraddizioni incompatibili non ci saranno sbocchi, a prescindere dalla -seppur secondo me giustissima- esigenza di diversificare le pratiche, di occupare dappertutto e di non concentrarti sulla battaglia campale.

  23. […] da tutti i punti di vista, infinita e travolgente). E su Il Manifesto di oggi compare l’intervista a Wu Ming 1 che tenta la […]

  24. @ El Pinta
    Il termine “pischello” circolava già dopo il 14 dicembre nelle discussioni che cercavano di capire la novità di quelle giornate: veniva spontaneo proprio a chi aveva ben altri termini politicamente scaldati e ribattuti da usare. Io l’ho adottato proprio per segnalarne l’anomalia rispetto a soggetti più facili da definire, ma senza alcuna intenzione paternalistica. Anzi: la mia proposta è di “mettersi in ascolto” rispetto a queste manifestazioni. Come leggo nel comunicato congiunto di alcune realtà torinesi; «Occorre interrogare i soggetti, osservare, compiere ancora una volta un passo nella direzione dell’inchiesta, della domanda, perché le risposte vengono dall’esperienza, e persino i leaderini più saccenti, qui, rischiano di apparire ingenui e frastornati» (il comunicato è qui). O, come mi scrive un compagno di lunga esperienza: « i pischelli di cui parli sono forse rappresentativi di una sorta di rivolta e rifiuto nei confronti anche di quella piccola casta che ha mutuato comportamenti da quelle istituzionali e di potere. Insomma, civettare con l’antipolitica giustizialista e populista (i Beppe Grillo, i Viola, i Travaglio) alla fine si ritorce contro: parabola vendoliana docet. In definitiva, questo movimento – come in genere ogni altro – ha specificità e potenzialità proprie che – come sempre- rischiano di essere parassitate dai portavoce di professione (e sia detto senza dispregio), vale a dire i leader e leaderini buoni per ogni ciclo e stagione […]. È ben vero che questi ragazzi hanno bisogno di analisi e capacità di lettura, interpretazione e proposta: ma appunto, vi è bisogno semmai di contributi teorici, più che di capipopolo».
    Io sono il primo a dichiarare di sapere solo cosa non sono, e cosa non voglio che siano. Ho una conoscenza abbastanza approfondita delle pratiche leniniste da capire che sono in corso tentativi di egemonizzazione, sovradeterminazione dei soggetti e definizione di linee unitarie (cioè riduzioni ad uno) buone da spendere nella tattica – tattica, compagni, tattica… – che rischiano di riprodurre leaderismi e leaderini in sedicesimo, pretese di servizio d’ordine (per di più da parte di realtà che da anni non garantiscono una gestione decente della piazza), riunioni di linea, ipermediazioni degne della peggiore fase dei Social Forum… E, con l’attenzione ai linguaggi che mi viene dal mestiere che faccio, noto un fiorire di espressioni politiche degne della peggiore eredità berlingueriana (per di più in bocca a persone che nei famigerati anni Settanta, se c’erano, erano all’asilo) da un lato; e dall’altro, linguaggi che diventano sempre più fumosi, inconsistenti, ambigui, impastati e reimpastati per poter essere tirati da ogni parte: ma che te ne fai della sfoglia, se poi non sai cosa metterci dentro?

  25. @ corrini
    scusami, ma il discorso era un altro, anche perché l’incompatibilità tra certe pratiche e certe altre mi sembra sia nei fatti, nel fallimento della giornata e nello sfascio della cornice del 15 ottobre, non vedo un grande bisogno di ribadirla o rimarcarla. E lo trovo un discorso poco fecondo. A parte che bisognerebbe come minimo distinguere gli atti di vandalismo autocentrato e puerile da quel che è accaduto in Piazza S. Giovanni (dove difficilmente si può parlare di poca gente disposta a usare la forza), faccio notare che né qui né nell’altra discussione si è detto che il vandalismo aveva un qualsivoglia valore politico. Si è invece detto – e l’ho detto anche nel commento sul culo per strada – che *c’è poco da stupirsi*, anzi, è strano che certe cose accadano tutto sommato molto di rado.

  26. @wm1

    hai citato tom waits, si parla di pischelli, e io non riesco a resistere:

    http://www.youtube.com/watch?v=Zo4Y0TxW41g

  27. @WM1
    Beh se sta lì lo sfascio della cornice del 15 il discorso dovrebbe essere abbastanza fecondo se si vuole ripartire da qualcosa. Vogliamo mettere i piedi nel piatto o no?
    Su Piazza S. Giovanni non si tratta secondo me esclusivamente di rabbia sociale eccetera, se camionette con gli idranti ti aggrediscono dentro uno spazio che per altro ti era stato concesso non c’è bisogno di essere riots per tirare dei sassi e rispondere violentemente: ti difendi, c’è l’emulazione eccetera. Il problema non è la reazione violenta alla repressione (che c’è stata giustamente, e non è pratica esclusiva di nessuno), il problema è concepire quel tipo di pratica come parte imprescindibile del tuo linguaggio politico, che per carità, va benissimo. Ma è condiviso? E’ inclusivo?
    Secondo me il nodo -non so quanto fecondo a questo punto- è capire (a prescindere dal tipo di protesta che organizziamo, che contiene in sè certi sbocchi politici) verso quale direzione stiamo andando. Dirselo, nelle assemblee, e se ci si rende conto che ognuno sta percorrendo strade diverse (e non diverse per poi arrivare nello stesso punto o nelle vicinanze, ma diverse diverse) prenderne atto e andare oltre con più consapevolezza e con più chiarezza.

  28. @Wu Ming 4: naturalmente il mio non era un puntare il dito dicendo “state sbagliando”, ma a pelle mi pare che il pericolo di sentirci “missionari” rispetto alla realtà sociale sia concreto.
    Sono perfettamente d’accordo con te quando dici che “una certa cultura “alternativa” si è logorata senza rinnovarsi”, facendo venire meno un ambito di attrazione importante e sono convinto che sia proprio in questo vuoto che il “pischello riottoso” abbia costruito la propria dimensione politica.
    Provo a fare un esempio, nella speranza che il risultato non sia troppo goffo: nei commenti al post sulla “para” qualcuno ha citato due album storici dell’hip-hop italiano: “SxM” e “Conflitto”.
    Ecco a me pare che la storia italiana di questo genere musicale, che con l’ambito “alternativo” di cui parli ha intessuto un rapporto fondamentale e fondativo, possa essere utile per capire, sul piano dell’immaginario, come si è strutturato, almeno in parte, il percorso che ha portato all’emergere del “pischello riottoso” come soggetto sociale.
    Storicizzo con l’accetta: alla progressiva uscita dell’hip-hop dai centri sociali (che in parte ha coinciso con un certo abbandono da parte di alcuni artisti dei temi politici) ha corrisposto l’avvento dell’attitudine gangsta.
    Si passa da “faccio movimento per il movimento” (Assalti frontali) a “riempio il posto e dopo spacco tutto zio” (Club Dogo). Non ho scelto a caso gli esempi, perché penso che la polemica tra Militant A e i Dogo dica molto rispetto a un certo cambiamento di prospettiva. (a questo proposito consiglio di leggere quanto dice Militant A sulla vicenda http://www.globalproject.info/it/produzioni/Il-rap-al-tempo-della-crisi/2337)
    In molti testi di hip-hop contemporaneo io sento emergere, almeno per certi aspetti (l’opposizione allo Stato, il rifiuto per l’autorità, l’odio per il poliziotto), proprio quella dimensione riottosa, rabbiosa e disperata di cui mi pare che stiamo parlando qui e altrove e la sento emergere come una dimensione già politica. Una dimensione che tecnicamente, e qui mi riallaccio a quanto diceva WM1 nella discussione sulla “para”, a me sembra essere “né di destra né di sinistra”, ma di cui io (per tutti i miei limiti politici e di pensiero) non riesco a rintracciare il phylum e a volte temo che oscilli pericolosamente lontano da quello che sento vicino

  29. @ WM1

    “Tenere il culo per strada” significa incrociare ogni giorno persone deluse, rassegnate, disperate, incupite.”

    Giustissimo.
    “Tenere il culo per strada” significa andare nelle stalle e campi arati e scoprire che i pastori e agricoltori si spezzano la schiena per pochi spiccioli; possiedono 5 o 6 vacche ma sono costretti a pagare multe perchè l’AGEA gonfia i numeri a proprio piacimento (per profitti personali e per tappare buchi).

    “Tenere il culo per strada” significa dimenarsi nei boschi per impedire che capitalisti e governanti distruggano la “tua” natura, senza tener conto dell’opinione di chi lì ci abita, delle ricadute ambientali, ecc. ecc.

    “Tenere il culo per strada” significa essere partecipe del dolore e della disperazione altrui e farla propria.

    Come dicevi tu i social forum e i centri sociali sono ormai scomparsi, o meglio è scomparso lo spirito con il quale essi sono nati e si sono fatti notare. Ma il particolarismo e la parcellizzazione sociale che il capitalismo sta attuando, porta con sè la comparsa di tanti altri movimenti, molto più settoriali e molto più specifici, che a mio avviso devono essere in grado di recuperare l’eredità dei movimenti del 2001.
    Ci vogliono separati e delocalizzati. E ci avranno. Saremo davanti la porta di Bankitalia, sotto i cancelli dell’AGEA, davanti la Borsa di Milano, di fronte le vetrine di Standard & Poor. Contemporaneamente.

    Essere ovunque contemporaneamente può essere anche uno stimolo a conoscere le ragioni per cui siamo in quel luogo e non in una Piazza San Giovanni qualsiasi.

    Essere in quel luogo è uno stimolo a conoscere quel luogo. A comprederne i meccanismi. A scoprire la sua influenza nelle nostre giornate comuni.

    Essere insieme in quel luogo significa elaborare delle risposte e delle proposte condivise da mettere sulle nostre scrivanie.

    OCCUPY EVERYTHING è uno dei tanti modi (attualmente il più sensato) per “tenere il culo per strada.

  30. @ corrini
    non trovo fecondo, per i motivi che dicevo rapidamente nell’intervista, un discorso incentrato sulle forme, le tattiche di piazza, le “pratiche” in senso stretto. Le inadeguatezze stanno a monte. Gli equilibri tra le correnti del movimento, poi, boh, non mi sembrano il nodo primario, e sancire ufficialmente situazioni già sancite nei fatti, mi sembra pleonastico e poco “piedi nel piatto”. Se ho capito male quel che intendevi, me ne scuso.

  31. @ Pasquino

    però mi sento di correggere una tua affermazione: i centri sociali ci sono ancora, molti continuano a svolgere un ruolo importante, anche se la situazione è più difficile. Leggendo il tuo commento, sembri dire che *tutti* i centri sociali sono infedeli allo spirito con cui sono nati, e questa mi pare, come minimo, una generalizzazione incontrollata :-)

  32. Brevemente, anche perché mi sembra che la discussione stia ponendo alcuni accenti su temi ampiamente sviscerati nell’articolo sul 15ottobre.

    Mi trovo assolutamente d’accordo con WM1 sulla necessità di non arrovellarsi nuovamente sulle differenze delle pratiche, non perché non sia obiettivamente fecondo come dibattito, ma perché *ora* non è la priorità. Si è avuto modo di chiarire la scelta tecnica delle pratiche; lo si è fatto qui è in numerosi altri blog e siti del web. E si ricordava, sempre a ragione, che la pratica di piazza, il suo derivare da un ragionamento tecnico, è prima di tutto una scelta politica.

    Andare oltre questo ragionamento, ad oggi, non significa prescindere da quanto analizzato finora, ma traccia la rotta (di dibattito e di condotta politica) cui tendere: ed è semplicemente quella dei contenuti, delle proposte.

    Diceva bene WM1 nelle ultime righe dell’intervista in questione, come diceva altrettanto bene De Michele qualche giorno fa su “Il Manifesto”: il nodo centrale è quello dell’accesso, da parte di chi ha animato la piazza del 15, alla proposta politica degli “addetti ai lavori”, la comprensibilità, l’efficacia del messaggio, la sua ricezione *politica* oltre l’invito alla radicalità.

    Restare ancorati al dibattito interno al solo movimento è il rischio che ora si deve scongiurare; la massificazione di una pratica di piazza, che piaccia o meno, ha messo a nudo l’inadeguatezza di tutto l’arco movimentista (tutto) nell’intercettare e canalizzare un dissenso generale (ma non generalizzato). Creare la nuova proposta politica deve essere il “compitino per casa” che ci diamo, con scadenza molto breve. Il 15 ottobre ha lavorato nell’immaginario collettivo ma ha segnato, in maniera inequivocabile, l’approssimazione della proposta.

    S. – Collettivo Militant

  33. @ WM1

    Be’, in effetti mi sono espresso male. Non conosco tutti i centri sociali, ma dalle mie parti la tendenza è questa. Manca l’organizzazione, manca la politica, mancano le discussioni perchè si vuole sempre fare tutto di tutto, le grandi ammucchiate. Pochi contenuti tra l’altro molto orgiastici. La stessa situazione l’ho anche notata in vista dell’organizzazione del #15ott.

    Speriamo sia solo una questione di longitudine :)

  34. Un po’ di sparse considerazioni..
    lavoro sia dentro le scuole, sia fuori, in strada, con quello che viene chiamato “rischio devianza”. Non voglio tessere l’elogio del “servizio alla prsona”, nel quale lavoro. Tantomeno della cooperativa che lo gestisce con piglio aziendale, e che ci tiene, a noi educatori, in una situazione di “marginalità” economica.
    Questo lavoro però mi da la possibilità di stare a contatto con tanti bimbi(11-12-13 anni) che poterbbero a breve rientrare nella catergoria “pische riottosi”. O che almeno mi pare ne possano avere delle caratteristiche. La città in cui vivo-no, è Firenze. lavorare per strada, a piedi, passeggiando con loro(ben differente che attraversare la città in macchina!) mi da la possibilità di condividerne il punto di vista. il punto di vista non lo sguardo. Il loro sguardo è diverso dal mio. Il loro sguardo riflette gli spazi insensati di una città insensata. Cresciuta per assecondare le logiche monetarie di noti o meno noti palazzinari. La città nella quale sono cresciuti. Periferie informi e sorde mancanti di spazi significativi, di spazi dove coltivare socialità. Un centro città “disneyland del rinascimento”(…) invaso dai rumori vuoti di mandrie di turisti. il loro sguardo riflette tutto questo e non riesce ad attribuirgli un senso. Lo spazio-nonsense si insinua nel loro tempo, che diventa spesso disorientato, in cui un’ora vale l’altra. Sono questi, forse che fra 4 o 5 anni chiameremo “pischelli riot?”
    qui il problema non è certo evangelizzarli o meno, traendoli verso un movimento politico più o meno istituzionale. Il problema, non pre-politico secondo me, ma già attualmente politico, è quello di ricostruire un significato e un senso nuovo, altro dal reale disgregato che LI e CI circonda.
    @blicero
    I centri sociali hanno avuto un gran ruolo di spinta nella costruzione di un senso altro durante i novanta. Anche io ci son “nato politicamente” e cresciuto umanamente dentro attraverso tutti i duemila… Uno dei problemi nella loro MONTAGNA di problemi, forse era ed è, quello che le pratiche di costruzione di senso, come l’autogestione, la condivisione dei saperi e delle competenze, la volontà di riprendersi lo spazio e il tempo…bè si fermano/vano troppo spesso nella strada davanti al centro sociale stesso.
    anche nelle altre strade delle città c’era e c’é bisogno di sperimentare certe pratiche, di costruire sensi altri…
    @wuming1
    Aver richiamato la situazione di grande disagio che soffre la scuola dalle primarie fin su su all’università è importante. Anche la scuola è un luogo ed un tempo per lo più insensato, fin dalla tenera età… E spesso non è un luogo di conflitto, come poteva esserlo un tempo. ma un luogo frustrante, dove, come noti giustamente, le frustrazioni di un corpo docente bombardato dai tagli, si travasano sui già spaesati studenti..
    Che dire spero di nn essere andato troppo fuori tema…mi son perso gli ultimi 3 o 4 post.
    o troppo senza sbocco… O confusionario. Questo l’ho scritto per strada mentre andavo da una scuola a casa di uno dei ragazzi 14enni con i quali faccio lunghe passeggiate fra traffico. Ne sentivo l’urgenza.

  35. @Pasquino, @WM1

    I centri sociali esistono, solo che purtroppo o per fortuna non sono isolette felici e utopistiche, ma parte del tessuto sociale e come il resto del tessuto sociale vivono momenti di crisi, di stallo, e soprattutto di poco ricambio generazionale.

    @tutt*

    Uso il “soprattutto”, per ricollegarmi alla questione “pischello riottoso” di cui sopra: concordo IN TOTO con WM4 quando dice che si tratta di un vuoto, una mancanza di alternative, un movimento che “si è logorato senza rinnovarsi” e porto pure un esempio concreto della cosa.

    Il venerdì subito dopo il 15 facciamo un’assemblea. Quel giorno stesso, o il giorno precedente, era uscita l’intervista a Casarini (su Repubblica, se non erro), quella con il “o con noi, o contro di noi”, i dualismi eccetera: bene, abbiamo passato tre quarti di assemblea a parlare di quanto fosse pezzo di merda Casarini e la gente simil-Casarini e il dibattito su come rinnovarsi e ricomporsi dopo il 15, su cosa fare di attivo, è stato relegato a qualche stralcio qua e là. Ho provato a fare un intervento dicendo una roba del tipo “Ragazzi, ho ventitrè anni (si, ho ventitrè anni, sono una potenziale pischella riottosa!), io Casarini so chi è e cosa ha fatto solo perchè me la faccio con voi che ne avete trenta e oltre, ma in genere a quelli della mia generazione e ancora di più a quella dopo, gli passa per il cazzo di Casarini, Caruso e compagnia cantante, e se continuiamo a parlarne siamo noi a dargli importanza”, ma dopo vari “Si, hai ragione, è vero”, si è tornati a parlare di quello.

    Trovare la ricetta perfetta per “integrare i pischelli riottosi” senza evangelizzazioni/indottrinamenti di sorta e senza far scadere il tessuto (del singolo centro sociale in piccolo, del movimento in genere, in grande) in una roba priva di contenuto politico stile “ci ubriachiamo, pippiamo, ci facciamo le canne e facciamo i concerti” (perchè succede, in alcuni casi!) è difficile.

    Io sono due settimane che discuto con uno, uno che dopo il 15 diceva “Che bello, le camionette in fiamme, sbirri di merda, vaffanculo”, senza alcuna analisi politica della cosa ma evidentemente incazzato, sinceramente incazzato, a livello “psicologico” e che da tempo mi spara contro roba tipo “Eh, poi fate le assemblee elitarie e intellettualoidi tra voi, non mi chiamate mai!” e alla mia risposta “Uno, non serve l’invito. Due, perchè st’estate quando noi facevamo le assemblee prima per il Referendum e poi sulla questione migranti invece di farti le canne fuori non ti sei aggregato?” ha controbattuto “Perchè a me mi passa per il cazzo di acqua ed immigrati”.

    La ricetta perfetta, la terza via tra l’esclusione e il rischio di trasformarsi in un circoletto intellettualoide elitario e quello di trasformarsi in un posto privo di contenuto politico, è difficilissima. Io non ce l’ho, al momento. Ci provo, ma non ce l’ho.

  36. Provo a precisare il discorso sulle inadeguatezze che stanno a monte, con tre “quadretti”:

    1) nei mesi prima di Genova, noi WM (insieme ad altri) ci inventammo forme e tattiche di comunicazione-guerriglia oggettivamente efficaci per pubblicizzare la scadenza in un certo modo. Peccato che la strategia (il tutti-a-Genova) fosse sbagliata, e non esistono tattiche giuste se è sbagliata la strategia. Anzi, se la strategia è sbagliata, più le tattiche sono “efficaci” e più il problema si aggrava. Se il frame di un discorso è sbagliato, il “parlar bene” non è un merito ma una colpa.
    Si era scelta una strategia sbagliata per ragioni di fondo che non è il caso di approfondire in questa sede: Il movimento aveva le idee poco chiare su un sacco di cose, l’analisi era difettosa, la soggettività era troppo debole e sfuggente etc.

    2) i No Tav mi sembra che molto di rado sbaglino una tattica, una mossa, una forma. Finora, ogni volta che sembravano messi all’angolo, sono riusciti a ripartire con intelligenza. Ed è un processo che dura da anni, le tattiche sono costantemente rinnovate, gli accenti vengono spostati e sembrano sempre cadere nei punti giusti. Com’è possibile questo “miracolo”, come lo chiama Revelli? Secondo me, è merito della strategia giusta. Se la strategia è giusta, ogni buona tattica darà idee per tante altre. E la strategia è giusta perché quel movimento ha le idee molto chiare su se stesso, sulla propria composizione (“composizione tecnica e politica”, si diceva una volta), e soprattutto sul terreno che pratica. Ovviamente, non ha idee chiare solo perché è composto da persone intelligenti (cosa che mi sembra fuor di dubbio), ma perché determinate condizioni hanno permesso una visione chiara e pratiche chiare.

    3) Scegliere ogni volta, per compulsione, la Grande Scadenza Nazionale (a mio avviso una strategia sbagliata che pungola a mettere in campo tattiche disastrose) non è, non può essere solo una questione di “scarsa inventiva”. Il problema non si risolve con migliori agit-prop, con maggiore destrezza nel marketing politico, con l’invenzione prometeica di nuove forme. Questo fu proprio il nostro errore di dieci anni fa. Men che meno, il problema si risolve “gestendo meglio” la Grande Scadenza Nazionale: un corteo a Roma meglio organizzato (coi servizi d’ordine etc.) sarà meno angosciante della debàcle del 15, ma non per questo sarà più pregnante e incisivo. Il problema è a monte: scarsa chiarezza su cosa sia il movimento, da chi sia composto, quale terreno sia prioritario praticare etc.
    Di fronte a questo problema, pensare di risolvere qualcosa dichiarando l’incompatibilità della tal pratica con la tal altra, è come dare la morfina a un malato di peritonite: il sintomo viene soppresso, il dolore passa, ma l’infiammazione resta. Un sintomo non va soppresso, va interrogato e interpretato. Le devastazioni del 15 ottobre sono un sintomo. Il fallimento della scadenza è un sintomo.

  37. @ el pinta
    ero in Francia nel 2006 nelle proteste anti CPE come ero il 15 ott a roma. I “pischelli riottosi” francesi erano ai miei occhi di una specie totalmente nuova e comunque diversa da quella vista il 15 ott scorso a Roma.
    A Parigi gruppetti di una trentina di ragazzetti si muovevano veloci come uno sciame intorno al corteo. Erano giovanissimi, ma intendo anche 14-15 anni, per lo più di origine afro. Danneggiavano, saccheggiavano, di tanto in tanto attaccavano la polizia o dove potevano il corteo stesso. Saccheggiavano anche i manifestanti “normali” o se vuoi gli studenti più borghesi. Personalmente partecipavo ad uno “spezzone” che già si proponeva di radicalizzare quel movimento composto quindi anche da “pischelli riottosi più propriamente detti” in questa discussione. Insomma noi eravamo già nemici della cgt ma quei ragazzetti mi coglievano completamente di sorpresa, erano altro ancora, qualcosa che io non avevo mai visto. Erano l’espressione della composizione sociale specifica delle periferie parigine (delle banlieue) in continuità con quanto appena avvenuto nel 2005. In Italia a me sembra che ancora non ci sia un tale scollamento. “il pischello riottoso” di sicuro non sa neanche di quello di cui hanno parlato i coordinamenti del corteo ma aspetta comunque un’occasione condivisa (in parte) per attivare la sua rabbia.
    Non riconosce capi piazzi ma viene da un contesto politico-culturale dove ancora ai miei occhi, non si è consumata totalmente la rottura tra politico e sociale (rottura che mi sembra evidente nelle london riot) grazie probabilmente proprio all’eredità sociale dei centri sociali degli anni 80-90.Forse come profilo dei volti della rabbia siamo ancora più simili alla Grecia ma tendiamo decisamente a trasformarci in Francia e Inghirterra.

  38. la grande scadenza nazionale fa comodo a realtà che si parlano poco e non si conoscono tra di loro, fa comodo perché richiede tutto sommato una preparazione limitata e ha impatto mediatico. per il movimento italiano e non solo però è una modalità che ha fallito, anche per le comodità di cui sopra. pratiche molteplici diffuse richiedono un impegno maggiore e quotidiano, richiedono forme diverse di partecipazione e (r)esistenza, esigono -almeno all’interno del territorio- una maggiore conoscenza tra le diverse anime.

  39. @WuMing1
    Sì hai ragione su tutto. Penso anche che il problema sia nel fatto che l’affannosa ricerca di nuovi modi, pratiche, slogan e nomi da dare a questa o quella formazione inizi a confondere le idee. Non si sa più chi è chi, cosa vuole, perché. Ogni gruppo più o meno grande, ogni network che ha lavorato al 15 e che fa movimento tutti i giorni, anche indipendentemente dall’avvicendarsi delle scadenze importanti, ha peculiarità e obiettivi diversi. Le alleanze cambiano quotidianamente e questo non consente di trovare una comunanza di intenti e, ovviamente, una strategia comune e vincente. Bisogna prima capire chiaramente quali sono gli obiettivi e poi trovare una strategia adeguata. In Val Susa lo scopo è chiaro, i #notav sono decisi ad averla vinta. E’ chiaro chi sono e che vogliono. Hanno un obiettivo e sono disposti a tutto per raggiungerlo. Questo li rende compatti: una dote che manca ai movimenti che vorrebbero avere un respiro nazionale piuttosto che locale.

  40. *//provo a intervenire partendo dalla difficoltà che mi s’impone, ovvero incarnandomi in uno dei personaggi-moltitudini della tragedia: mi auto-riduco, parziale e particelizzata e un pò auto-ironica in un contesto dove non c’è niente da ridere e un sacco di roba da mettere in discussione//*

    Hello world,
    sono giovane (nata verso la fine degli anni ’80) e “riottosa” e lo sono diventata perchè il culo per strada volente o nolente ce l’ho sempre avuto. Negli anni ho cercato forme per cui la “riottosità” potesse trasformarsi in pratiche intelligenti e incisive; ho attraversato momenti e spazi, costantemente cerco di colmare “vuoti ” di memoria e d’immaginario che non ho mai pensato fossero “casuali” e ho imparato che l’unica discussione possibile, per non crearne altri di vuoti, è quella condivisa, leggibile e orizzontale. Ho imparato pure che questa “discussione” è di per sè un processo faticoso e, se ho colto quello che intendevano blicero e wuming sul “culo in strada”, permanente.

    Ho difficoltà a intervenire perchè pur sentendomi giovane non mi sento contrapposta alle generazioni precedenti e anzi sono molto preoccupata di quest’altra immagine schizzoide che si è voluta diffondere già dal 14/12 scorso.

    Personalmente vedo generazioni innanzitutto confuse e di vinti. So che è brutto parlarne in termini di sconfitte e di vittorie ma tant’è che forse a vederla così la cosiddetta “generazione ultras” non dovrebbe sorprendere nessuno.

    In tanti commenti questi giorni c’è chi scriveva che “tanto le rivoluzioni non si fanno se hai ancora qualcosa da perdere” quello che però anche molto banalmente non è stato espresso (se non con pipponi stratosferici che benvenga tutta l’autonarrazione coi comunicati ma cerchiamo anche altre forme) è che la mia generazione non è che ha perso tutto, ha trovato il “niente” ed in questo “niente” non dovrebbe sorprenderci l’esasperazione di chi fa più rumore possibile e magari lo fa pure insieme a qualcuno, finalmente, non più soli, non più muti.

    Ma quant’è vero? Fino a un certo punto! ‘che alla fine gli si è appioppato d’essere nichilisti, trasformati nel mostro che più gli spaventa. E probabilmente lo sono, lo siamo, probabimente la colpa è di quella dannata curiosità che scoperchia imprudentemente (o s’è sentito pure dire “inopportunamente”) vasi che *qualcuno* ha messo là per attirare la nostra attenzione con tutti i sistemi di sicurezza più avanguardistici …

    e poi vedo che franpò si chiude un processo per genova 01 e probabilmente un altro compagno si prenderà 9 anni.
    e vedo che teorema su teorema chissà quanti strascichi si porterà dietro questa giornata, mesi..anni.
    Vedo che questo però non desta “indignazione” e se non in poch* manco rabbia!

    Oggi insomma, dopo i teatrini e le infamie, sono più incazzata di prima ma con la consapevolezza che tutto quel vuoto non è poi così tanto vuoto ma per buona parte pieno di merda.
    (e a spalare la merda siamo brav@ tutt@)

    ps. io sono e non sono quella generazione di cui parlate, io sono molto diversa e molto simile a persone che erano in piazza più o meno bardate e coperte e attrezzate che hanno più o meno la mia età. Io sono fenomeno generazionale di uno spaziotempo che forse, più o meno consapevolmente, parla e lo fà nelle forme più disparate. Quella voce rifiuta oggi d’esprimersi nei termini in cui si vuole che lo faccia, quel soggetto oggi si sottrae e camaleontico resiste. Se il “vogliamo tutto”non ha funzionato oggi c’è il “ci prendiamo laddove possibile quello che nessuno, abbiamo capito, ha intenzione di darci “. Ecco, forse invece di guardare il vaso è il momento di agire lo “spettro delle possibilità”, restituendo ai percorsi politici la complessità che comportano.

    //*questo è un progetto in via di sperimentazione*//

  41. occupy every-time!

  42. strategie tattiche occupazione.
    Ma quali sono i fini di tutte le strategie?
    Sarò individualista, ma per me, per noi, il 14 dicembre, dopo un mese di occupazione (dormire per terra, condividere sacchi a pelo, pelle, cibo, sonno, libri, iniziative) non è stato dissipamento. E non perché sia una feticista del riot, o abbia simpatie particolari per i pischelli riottosi.
    (quand’è che si è pischelli riottosi, e quando adulti?)
    Sono un dato di fatto, una cosa che è così, che si diffonde nella nostra Europa perbene che ha in crisi tutto il suo far bene (lo provano i migranti, le lavoratrici, le pensioni che se ne vanno).
    Insomma, dopo il 14 dicembre ho visto scrivere articoli su DWF (rivista storica del femminismo della differenza italiana), su cosa vuol dire stringersi in un cordone di donne mentre si fa riot. Questo è un esempio, pret a porter, del clima che abbiamo respirato e che volevamo continuare a respirare. Il 15 ottobre (che non ho vissuto da vicino) si riproduce in un continuo mangiarsi il cranio tra compagne e compagni.
    L’occasione per ripensare le modalità delle piazze, della gestione delle nostre pratiche? O solo scazzi?
    Sicuramente stiamo ripartendo da una cesura, una CRISI ma crisi significa anche scelta. Una crisi che verrà costituita anche da quei ragazzini, pischelli riottosi, che hanno messo a ferro e fuoco Roma.
    Lo spettro delle possibilità: non esiste una sola pratica. Non esiste una sola politica. Non esiste un solo fine. Ci muoviamo da posizionamenti, che dobbiamo usare in senso tattico. Ora dovremmo capire, come unire quei fuochi che si accendono e di sicuro il centrosocialismo reale può dargli spazio, oppure seppellirli in polemiche nate 10 anni fa, o più. La scelta però sta un po’ a chi il centrosocialismo l’ha creato (e lo crea), anche se è una scelta imposta se si vuole salvarlo…

    Ma forse sono solo cazzate. D’altra parte non voglio rivoluzioni (che significano solo giri di 360°) voglio frittate ben cotte a entrambi i lati.
    “Nous avons tout mélangé
    c’est un fait
    Nous avons profité du iour de la Pentecôte pour accrocher les oeuls de Pâques de la Saint-Barthélemy dans l’arbre de Noël du Quatorze Juillet
    Cela a fait mauvais effet…”

  43. @corrini
    “dentro il movimento ci sono militanti di partito, gente che vota, che crede che non siano da mettere in discussione alcune strutture sociali in sè, ma i loro contenuti. Questa non è una differenza di pratiche, nè di violenza o non violenza o di manifestanti buoni o cattivi. E’ avere un concetto di funzionamento dello stato, della politica, che non è compatibile (non.è.compatibile.) con altri concetti di società e di politica. Questo non significa che è meglio uno dell’altro, che gli autonomi sono merde, che casarini è bravo, o che Ferrero è meglio. Vuol dire che si hanno dei blocchi di pensiero politicamente maturi che invece di andare per la loro strada cercano di fare egemonia.”

    @wu ming 1
    “No Tav? Com’è possibile questo “miracolo”, come lo chiama Revelli? Secondo me, è merito della strategia giusta. Se la strategia è giusta, ogni buona tattica darà idee per tante altre. E la strategia è giusta perché quel movimento ha le idee molto chiare su se stesso, sulla propria composizione (“composizione tecnica e politica”, si diceva una volta), e soprattutto sul terreno che pratica.”

    Sono d’accordo con Corrini. Qui il problema è cosa si vuole. Mi sembra chiaro che determinate struttura sono Incompatibili. Uno per progettualità politica, due per motivi di identità. Gettando alla rinfusa: Askatasuna – Nord Est – Sel – Partiti comunisti – Anarchici vari – Fiom – Antiberlusconiani giustizialisti un tanto al chilo.
    Non è una questione di tattica, è un modello di società.

    Il discorso sulla Tav: un obiettivo chiaro e una tattica intelligente dettata dal bisogno di cacciare fuori un progetto di distruzione della valle e non dal bisogno di dire appartengo a questo o quell’altro, io faccio gli scontri io pacifico io mediatico io partitico.

    Quindi qual’è l’obiettivo?
    Possiamo interrogarci sull’obiettivo?
    Qualcosa che non sia Autogestione, orizzontalità, rifiuto di.
    Ma che sia Comunismo, Capitalismo con welfare robusto, anarchia totale.
    Cioè riusciamo a articolare un modello sociale il più condiviso possibile che sia una via di uscita dal presente e dal futuro prossimo? Qualcosa che non debba citare per forza Deleuze, qualcosa che riesca a mettere da parte i cascami degli scazzi degli ‘anni ’70 e degli anni ’90 (perché quello è)?

    Perché non è un discorso di pischelli riottosi. Tutti da pischelli eravamo riottosi. Da piazza statuto in poi. Ogni dieci anni. E non tiriamo fuori inutili forzature sociologiche di generazioni no future, ci sono anche i cinquantenni no future, i trentenni e via dicendo. E ognuno ha pensato che la propria generazione fosse la più (disperata – disincantanta – ribelle).

    Poi: chi tiene il culo per strada appena entra in un centro sociale o in un’assemblea universitaria, prende e esce. A meno che non abbia un disperato bisogno di gruppo, di calore, di identità. E probabilmente è meglio che la trovi lì che da qualche altra parte. Ma sicuramente la maggior parte delle volte non ascolterà discorsi che lo riguardano: lavoro, casa, bollette. Ascolterà di Autogestione, Orizzontalità, Rizomi, scazzi tra Autonomi-Tute-partitini, marjuana libera. COSE IMPORTANTISSIME ma che vengono molto dopo.
    Scusate ma a forza di stare dentro i centri sociali si diventa Vetero.

  44. @Wu Ming 1 sulle “determinate condizioni” che fanno *funzionare* il movimento No Tav

    Penso che siano molteplici e non penso di conoscerle tutte, ma me ne balza all’occhio una (oltre all’impegno di massa prolungato nel tempo, ma quello forse è un merito più che una “condizione”): la “scala”. Il mov. No Tav non è certo più soltanto una lotta locale, come già detto da voi su twitter. Però agisce su una scala più ridotta di quella nazionale: prima ancora che territorialmente, questo è vero imho a livello di obiettivi, di linea politica, di soggetti, di strutture, di “punti reali”. Al mov. No Tav nessuno chiede risposte su tutto, nessuno si aspetta un “che fare?” globale, e però proprio per questo forse dà molte più risposte di quelle che ci si attenderebbe, tanto che per qualcuno sembrano già “risposte a tutto”. Invece un movimento nazionale (o un soggetto politico che prova a crearlo – egemonizzarlo) sente su di sé la pressione di questa (reale?) necessità.

    Pensi che la moltiplicazione di azioni, soggetti, lotte, idee, su una scala di “aspettative” apparentemente o inizialmente “inferiori” sia preferibile in questa fase? O pensi che non sia questo il punto? (Io non lo so, appunto chiedo.)

    A me sembra che una qualsiasi prospettiva nazionale debba confrontarsi con il problema della “scala”, che non è tanto “troppo grande” quanto, forse, proprio sbagliata: troppo grande e troppo piccola insieme. E la scala sbagliata forse porta con sé un sacco di altre cose sbagliate: perché è la stessa scala della democrazia delegativa e delle sue istituzioni sempre più impotenti. L’orizzonte che presume non esalta: che si lotti per entrare nelle istituzioni esistenti o per abbatterle, fa lo stesso, sono falsi problemi, falsi nemici o false possibilità. Con quest’orizzonte davanti è secondo me prevedibile che non ci sia “voglia di s-battersi”, bene e a lungo nel tempo come ogni lotta richiede, e che si mandi, magari inconsciamente, tutto alle ortiche. Per me il primo passo per il cambiamento di strategia è il cambiamento di orizzonte, di scala, anzi di scale. Una prospettiva, però, non priva di rischi, se la scala “più piccola” non si riesce a collegare la “scala più grande”; una prospettiva che in ogni caso non mi auspico coincida con l’abbandono totale della scala nazionale (e delle istituzioni esistenti), ma solo con lo spostamento del “baricentro” della lotta.

  45. Salve a tutti.
    Oltre a condividere parola per parola l’intervista sul manifesto, vorrei però concentrarmi su questa cosa del culo per strada. Il vero problema *politico* che stiamo vivendo è che queste narrazioni false, tossiche, inservibili, escludenti e intimamente errate le fa anche chi tiene il famoso *culo per strada*.

    Almeno qua a Roma, una grande parte di movimento, una parte con cui noi non abbiamo alcun problema a interagire e a farci politica insieme, ha dato per assodate le stesse letture di chi il culo per strada non sa neanche cosa sia.
    Insomma, anche i compagni, quelli con cui magari non ti ritrovi al 100% ma che in ogni caso incontri quotidianamente *per strada*, hanno chiuso gli occhi e tappato le orecchie, avallando le medesime letture promosse dai media nazionali e nei dibattiti politicisti.

    E da questo scaturisce l’intervista di Casarini. Casarini sarà anche sconosciuto agli under 30 ma, per un motivo o per un altro, influenza una vasta area di movimento che oggi come oggi è la più organizzata, e influenza inevitabilmente il dibattito nazionale, che lo si voglia o meno. Insomma, non vale il discorso che chi sta nel movimento si attua le sue strategie, chi ci sta, bene, se no ognuno vada per la sua strada. E no, troppo comodo. Qui si hanno delle responsabilità oggettive, e non vale il discorso che ognuno si gestisce i propri percorsi.

    Sul 15, poi, continuiamo a fare finta di non capire che mesi di riunioni organizzative hanno prodotto il mostro di un corteo che andava a San Giovanni, ma *aperto* da uno spezzone che dichiarava da mesi che non sarebbe voluto andare a San Giovanni. In questo si racchiude tutta l’incapacità organizzativa di chi ha organizzato quel corteo. Altro che organizzazione del riot, è regnata la dis-organizzazione come modello politico.

    Oggi come oggi non c’è la possibiltà di rifare cortei nazionali che non siano super-pacificati: che non significa cortei pacifici (servono anche quelli, figurarsi), ma a-conflittuali sul piano delle proposte politiche. In una parola: compatibili.
    La vera diversità e le vere differenze che speriamo emergeranno fra chi ha preso parte a quel 15 ottobre devono uscire dalle proposte politiche. Siamo tutti contro le banche cattive, ok. Ma poi, cosa proponiamo come *alternativa*? L’idea di un’alternanza elettorale? Ma per favore…iniziamo col dire che noi non abbiamo governi amici, poi ne riparliamo.

    Alessandro

  46. Non avevo letto l’intervento di Behemoth, meraviglioso…

  47. P.S. La cosa che mi perplime di quello che ho detto (sì, mi perplimo da solo) è però come esprimere efficacemente la lotta di classe se si assume questo spostamento del baricentro. Mi sembra che molte lotte di questo tipo siano un po’ carenti sotto questo punto di vista; non che siano estranee alle questioni di classe (per me, anche No Tav è in un certo senso lotta di classe), ma che queste rimangano sempre in qualche modo “implicite”, sotto la superficie. Ma forse mi sbaglio, ne so troppo poco. La “scala più grande” forse sarebbe l’orizzonte migliore per le questioni di classe? Ciò però pone ulteriori problemi. Sempre ammesso che tutto questo discorso abbia senso.

  48. @ behemoth
    Non so se ti riferissi a quanto riportavo su quando dicevi:
    “Poi: chi tiene il culo per strada appena entra in un centro sociale o in un’assemblea universitaria, prende e esce. A meno che non abbia un disperato bisogno di gruppo, di calore, di identità. E probabilmente è meglio che la trovi lì che da qualche altra parte. Ma sicuramente la maggior parte delle volte non ascolterà discorsi che lo riguardano: lavoro, casa, bollette. Ascolterà di Autogestione, Orizzontalità, Rizomi, scazzi tra Autonomi-Tute-partitini, marjuana libera. COSE IMPORTANTISSIME ma che vengono molto dopo.”

    Parlavo di buone pratiche, in caso ti riferissi all’esperienza dell’occupazione che citavo. Condivisione fino a far slusciare l’impensabile (un certo femminismo della differenza) a capire e appoggiare il riot dei pischelli per strada. Perché c’erano cose in comune, perché a volte i cappelli non coprono tutto, perché la gente pensa. Non penso che sia un modello applicabile sempre e ovunque (i militanti da università – quelli che ci invecchiano per conservarne i piccoli ruoli – mi fanno ribrezzo).

    @Collettivo Militant e tutt
    A me parlare di Casarini mi ha un po’ sfranto l’ovaja. Quanti anni sono? (sicuramente da prima che mi affacciassi al movimento) Per quanto mi riguarda meno se ne parla e meglio è. Se influenza la sua area di movimento pace. Piacerà a quell’area avere un leader? Magari sì. Sinceramente io ho scelto altro e ho scelto di farlo con altre persone.

    Per quanto riguarda l’interazione con l’istituzione, che io non trovo proprio fondamentale, non dimentichiamo che oltre alla crisi economica quella istituzionale è in corso da ben prima…dagli anni ’90 almeno, e si è andata consumando a forza di legislazioni SPECIALI negli ultimi due governi. Se non abbiamo serie intenzioni di distruggerla l’istituzione (ahahahh) forse è il caso di rimettersi a pensare a come cambiare (anche a forza di riot) quello che c’è oggi. Visto che non mi pare ci sia possibilità di interlocuzione con l’attuale sistema. Altrimenti col culo per strada di rimaniamo e fra un po’ arriva il freddo.

  49. P.P.S.
    BTW a proposito di culi per terra io sto senza una lira, non sono riottoso per indole ma potrei diventarlo presto. Forse che i riottosi non vogliono “distruggere” o “ribellarsi” ma lo fanno perché non sanno come tirare a campare? Perché ad esempio io è per quello che lo farei. Bifo l’anno scorso diceva “organizzeremo l’autonomia dal capitale”; ecco a me piacerebbe, che si organizzasse qualcosa per tirare a campare un po’ meglio, senza smettere di lottare contro il sistema o rinchiudersi in qualche villaggio medievale. Molta “rabbia” che si vorrebbe canalizzare politicamente forse ha bisogno di risposte di questo tipo oltre che politiche, o risposte politiche che servano anche alla sopravvivenza. Dico fesserie lo so. Vado a nanna che è meglio.

  50. @ Elettra
    A be, in quanto a ovaie e cojoni sfranti, diciamo che sei in buona compagnia…
    Ma ad un certo punto non eravamo diventati tutti anti-casta? Ma le nostre, di caste, perchè ne escono sempre indenni, di sconfitta in sconfitta, fino alla sconfitta finale? Mah…

  51. @ behemoth

    “Perché non è un discorso di pischelli riottosi. Tutti da pischelli eravamo riottosi. Da piazza statuto in poi. Ogni dieci anni. E non tiriamo fuori inutili forzature sociologiche di generazioni no future, ci sono anche i cinquantenni no future, i trentenni e via dicendo. E ognuno ha pensato che la propria generazione fosse la più (disperata – disincantanta – ribelle).”

    un buon motivo per non alimentare il mostro ad esempio.

    “Poi: chi tiene il culo per strada appena entra in un centro sociale o in un’assemblea universitaria, prende e esce. A meno che non abbia un disperato bisogno di gruppo, di calore, di identità. E probabilmente è meglio che la trovi lì che da qualche altra parte. Ma sicuramente la maggior parte delle volte non ascolterà discorsi che lo riguardano: lavoro, casa, bollette. Ascolterà di Autogestione, Orizzontalità, Rizomi, scazzi tra Autonomi-Tute-partitini, marjuana libera. COSE IMPORTANTISSIME ma che vengono molto dopo.
    Scusate ma a forza di stare dentro i centri sociali si diventa Vetero.”

    A parte che non è vero più o meno tutto quello hai scritto (oh, io un posto “non così” lo conosco!) ma penso fosse un’esasperazione voluta, tu cosa proponi? da vetero, quali luoghi del conflitto (e del consenso?) immagini attuali?
    (e intendo dire pure, come ripenseresti il cs?)

  52. @collettivo militant (su risposta a elettra)

    “Ma ad un certo punto non eravamo diventati tutti anti-casta? Ma le nostre, di caste, perchè ne escono sempre indenni, di sconfitta in sconfitta, fino alla sconfitta finale? Mah…”
    (è servita su un piatto d’argento)

    – perchè ogni tanto capita che “se la cantamo e se la sonamo” (sia mai che qualcuno si metta a ballare?)

    il 15 (e su questo riprendo behemoth) ha visto soggetti incompatibili decidere di scendere in piazza insieme. Sono scoppiate contraddizioni che ora rischiano tanto d’indebolire quanto di aprire dei varchi. Quei stessi soggetti hanno “lottato” insieme in altre occasioni(ben delimitate), stavolta no. Prima del 15 c’è stato tutto un periodo fatto di riposizionamenti, alleanze tattiche carenti nella strategia e viceversa. A me non sembra che in questo gioco di parti casarini & co siano usciti indenni. Mi sembra però più interessante (e su questo concordo con elettra) focalizzare il discorso più o meno oculato di rete che si sta mettendo in piedi al di fuori di quell’ambito e che non a caso è stato più esposto alla gogna mediatica (facili discorsi su presunti “anarchici insurrezionalisti” a parte). Voi avete preso parola in più riprese, altr* hanno prodotto comunicati densi e belli, analisi accurate ma….come si fa senza cadere nel trucco dell’uno ad ogni costo, nel rifiuto dell’egemonia, ad andare avanti veramente?

    e siccome el_pinta l’aveva citati: a me non convince nemmeno l’attuale opzione assalti. c’è un dopo e “stranamente” non trova spazio.

  53. @ Behemoth
    No, non è del tutto vero dire che “tutti da pischelli eravamo riottosi”. I ragazzi con le magliette a strisce di Genova, o quelli di piazza Statuto avevano una militanza, e una trasmissione dei saperi e delle pratiche, e un senso della disciplina anche nella “indisciplina” (non crederai che quelle giornate siano state del tutto spontanee, spero) che questi pischelli attuali non hanno. Lo stesso, entro certi limiti, e con le dovute differenze, vale per la generazione successiva. Per dire: io testa di c***o da pischello lo ero, mi andavo a cercare i guai da solo, ma dentro i cortei, quando il mio responsabile mi ordinava di rimanere dentro, io dentro stavo, anche se avrei voluto uscire. Nel post su Giap faccio riferimento (se non s’è capito: al Collettivo Romana-Vittoria) a esperienze paragonabili, nelle dinamiche e nei potenziali esiti, al pischello attuale. Ma non generalizzerei mai, anche se mi rendo conto che analizzando i fenomeni si rischia non solo il sociologismo, ma anche la graduatoria dei valori. Le dinamiche, le pratiche, le forme di lotta di questa generazione vanno comprese (con le armi della critica, senza dubbio). E adattare a questa generazione strumenti interpretativi già preconfezionati serve solo a fare danni. E a deviare dal vero problema: darsi obiettivi e parole d’ordine radicali, cioè adeguati alla radicalità della crisi, in grado di assorbire la pulsione al gesto singolare che scarica la rabbia.

  54. Quando il discorso si addentra nello specifico di equilibri e dinamiche interne e scazzi di movimento, chiaramente noi WM soprassediamo e possiamo solo ascoltare. Però tenete conto che Giap non si presta (perché non lo vogliamo prestare) a certi usi. Non può diventare un forum dove si importano gli scazzi, qui non si esclude a priori nessuna anima del movimento, accogliamo senza problemi anche chi pensa che la tal persona o la tal componente *non* abbia rotto le ovaje, se ha qualcosa di sensato da dire. Qui non si tenta nessuna sintesi politica né si scende nell’arena: si gettano e raccolgono spunti. È un blog letterario, in teoria :-)

  55. Rispetto a quanto detto da @Behemoth
    “Mi sembra chiaro che determinate struttura sono Incompatibili. Uno per progettualità politica, due per motivi di identità. Gettando alla rinfusa: Askatasuna – Nord Est – Sel – Partiti comunisti – Anarchici vari – Fiom – Antiberlusconiani giustizialisti un tanto al chilo. Non è una questione di tattica, è un modello di società. ”
    Come fa notare credo militant, ci sono però alcuni casi in cui queste strutture riescono a convivere. Per fare un esempio che conosco (il solito), nel movimento notav tolti i partiti sono tutti parte attiva, e ovviamente non portano mai lo stesso punto di vista, però alla fine una quadra 99 volte su 100 si trova.
    Se questo succede in alcuni contesti e non in altri forse vale la pena di chiedersi cosa in quei contesti lo rende possibile.
    Su questo non ho una risposta, nel contesto notav avverto molto meno l’ansia della ricerca della vetrina, ma questo è già oviamente una conseguenza e non una causa. Solo mi sembra che prima di rinunciare a tenere assieme i pezzi (non tutti ad ogni costo, ma la maggior parte) valga la pena di capire perchè in qualche contesto funziona.

  56. Visto l’intervento di wm1 qui sopra, provo a fare un paio di osservazioni.
    In questo blog si dà implicitamente per scontato che la sinistra istituzionale e la compagine berluscoide siano molto simili (e io sono perfettamente in accordo).
    Quello che ho inteso a Roma è che i tizi al devasto su via Cavour ecc. gli organizzatori non li conoscevano, e somigliano in modo imbarazzante ai babbioni: non conoscono il movimento, pensano al proprio orto mentre la valle brucia. In valle pensano che ogni orto sia la valle: se brucia un orto, brucia la valle intera.
    Chi devastava non era conosciuto, e questo rende le date nazionali pericolose: è facile perdere il controllo, non conosci nessuno. Se arrivi in una piazza locale ti devi presentare, la gente vuol sapere chi sei. Se fai cazzate, se metti in pericolo la piazza il giorno dopo ti vengo a cercare, la tua faccia la trovo.
    Non è un modo per non avere violenza, ma un modo diverso di gestire la piazza, potendo impostare un atteggiamento che sei in grado di mantenere.
    Una precisazione:
    Piazza San Giovanni è stata diversa dal resto del corteo: ricordo che la camionetta bruciata ha fatto il giro della piazza una ventina di minuti cercando di stirare la gente, solo poi è stata attaccata.

    Resta il fatto che il centrosocialismo reale si è trasformato in una serie di piccoli reami, spesso sordi alla logica di movimento (che è sempre stata inclusiva).
    Entrare in un centro sociale o organizzazione politica torinese è accedere a un mondo frastagliassimo, in cui il centro sociale x non sopporta il centro sociale Y, ma tutti e due non sopportano il circolo arci Z che però ha contatti con… Insomma, una roba degna di un manicomio.
    Questo in un ragazzo di 15 anni (ma anche 20) secondo me crea due strade maggioritarie possibili: immanicarsi in una di queste galassie nella via lattea dei movimenti o sbattersene. C’è la terza, non prevista dai capetti vari dei pezzi di movimenti: sfasciare tutto.
    La definition black bloc è abbastanza un cappello mediatico, io la sostituirei con “incazzuso all’ennesima potenza”.
    Continuo a pensare che fra 30 anni ne capiremo di più, kossiga docet: “lascia che sfascino tutto, poi le persone ‘per bene’ invocheranno il manganello”.

  57. Quanto mi piace leggervi.

    The Riot Piskels.
    Bel nome per una band di chitarre efferate e taglienti.
    Ecco, questo può essere un punto.
    Non vi sembra, chiedo ai più giovani, che ne stiano nascendo un po’ poche?
    Di band efferate e taglienti dico. E videomakers ventenni di stile acido e personale. E softwaristi antagonisti che collegano il telefonino della tipa con i semafori del quartiere, e quando lei passa vanno in tilt.
    Voi direte: ma a che cazzo serve il telefonino che manda in tilt i semafori? E che cazzo ne so io, era solo per dire.
    Però secondo me non è una questione banale.
    I centri sociali anni ’90 hanno fatto di più con l’hip hop e il rock indie che con le assemblee, credetemi.
    L’egemonia, ossia la forza politica, si produce quando le altenative e le pratiche, da teoriche e politiche, si trasformano, si trasfondono, in vita reale. Opportunità concrete per compiere scelte personali oltre che collettive.
    Intraprendere percorsi che trovano spazio e tempo solo in determinati contesti, all’inizio, per poi imporsi anche fuori.
    Credo ci sia bisogno più che mai di questo adesso.
    Su una cosa il movimento dei C.S. di quegli anni ha prodotto reale incisività e potenza. Il mondo delle produzioni culturali a 360° e della cultura digitale. Musica, cinema, teatro, viedeoarte…. Guardate che non è una questione di artisti, che pure sono una discreta moltitudine, ma molto altro e molto di più.
    Tecnici, del suono di palco di scena, attrezzisti di ogni tipo, operatori, delle luci del montaggio delle grafiche, programmatori, tour manager, ingegneri del suono…
    Parlo di molte centinaia di persone. Oggi non trovate festival, set, palco, stadio o scena dove non lavorino donne e uomini che si sono formati in quella temperie e in quelle stamberghe. Anche ai più alti livelli, oppure precari o progetto o a giornata.
    I retropalchi sono di estrema sinistra.
    Esperienze come quella del Valle sarebbero impensabili senza questo humus sottostante. Ma non è questa la sua importanza principale.
    Oggi la sfida è ancora più alta. Di vita o di morte addirittura. E su questo piano deve misurarsi nel tempo.
    Il movimento non crescerà di appeal, fuori di sè, e non risolverà i propri dilemmi e conflitti con delle efficaci gestioni di piazza, che sono comunque auspicabili.
    Come dice il geniaccio sloveno, questa crisi segna il definitivo divorzio tra capitalismo e democrazia. E, aggiungo io, siamo all’inizio, nel senso che è già iniziata, di una guerra mondiale.
    Reinvenzione del lavoro e dei tempi di vita.
    Autorganizzazione di nuovi cicli produttivi, delle risorse e dell’energia, elaborazione di stili di vita sostenibili in condizioni radicalmente mutate. Un approccio diverso alla terra. And so on and so on….
    C’è lavoro per tutti, e per tutte le competenze.
    Bisogna unirsi per fare cose. Per provare a migliorarsi la vita. Per trovare e condividere la soluzione di problemi.
    E di certo, anche manifestare.
    Perciò sono molto favorevole, ora, ad Occupy everything.
    Perchè serve tempo.
    Molto tempo.
    L.

  58. @Collettivo Militant
    Certe pratiche non sono le mie pratiche e stop. Chi le vuole adottare le adotta. E’ pieno di teste di cazzo in giro, anche nel movimento. Non vado sparandogli, cerco di semplicemente di evitare i praticare con loro. La polemica le va solo rifocillano di solito.

    @Wu Ming 1
    A me non ha rotto le ovaje una persona, ma una polemica. Come tutte le polemiche fini a se stesse.

    In effetti la retorica della casta mi stucca abbastanza, dentro e fuori il movimento. Mi sembra che sia un modo per non riflettere su prolemi e soluzioni, ma per dire che se tutto va male dipende da Tizio, Caio e Sempronio. Eh no. Dipende anche dal fatto che invece de sporcarci un po’ le mani le usiamo per indicare chi fa male, senza proporre molto. Magari sbaglio però.

  59. @luca
    In effetti il problema principale è che ormai c’è rimasto solo Vasco Brondi, oltre a qualche ottima eccezione (tipo Sig. K)…
    Ci credo che poi ci deprimiamo e facciamo polemica…

  60. @Luca,
    sì, l’espressione “artistica” mancata dei “pischelli” è il silenzio più assordante da ascoltare, in questo periodo…
    Per dire, in questo periodo a Roma c’è il RomaEuropa festival, e la sezione di danza è piena di compagnie del nordafrica che portano in scena tutto il magma che ha prodotto quello che abbiamo visto, poi, in piazza.
    (Per chi è da queste parti, il 12 novembre, performance+incontro con compagnie di danza del nordafrica
    http://romaeuropa.net/it/festival/96-corpi-resistenti.html)
    [e l’idea dei semafori in tilt è meravigliosa :-))))]

  61. Scusate se dico una cosa che non c’entra niente, ma mi ha molto urtato leggere contrapposti la “marjuana libera” al “lavoro-casa-bollette”. Mi sembra non tanto una cosa “vetero” quanto uno sfoggio di cultura machista. Perchè non è solo una questione di gusti personali o di pratiche, ci sarebbe dietro tutto il discorso dell’antiproibizionismo, del ricatto delle mafie, della carcerizzazione di migliaia e migliaia di ragazzi ecc. Sarà pure vero che non dobbiamo parlare per forza di Deleuze, rizomi e autonomi, però neanche dobbiamo indossare tutti le bretelle o gettare il cervello all’ammasso.

  62. scusate questa storia del blog letterario mi sembra deresponsabilizzante: “noi siamo scrittori, non possiamo entrare nelle logiche del movimento o fare sintesi”, a parte che non mi sembra coerente con quanto si sia fatto fin’ora su giap, e poi mi sdubbia questa concezione del movimento come qualcosa di trascendentale. Il movimento è fatto di persone, anche di sigle, di strutture, e questi soggetti (individuali o collettivi) portano avanti idee abbastanza chiare e definite. Non si può parlare del movimento come qualcosa di astratto, in perenne costituzione e senza identità.
    Anzi, un’analisi sulla composizione del movimento, senza banalizzazioni giornalistiche, da chi tiene il culo per strada può servire a capire chi siamo, dove stiamo andando e dove vogliamo andare.
    Slegare così tanto le azioni materiali e le prospettive di chi fa parte del movimento e le contronarrazioni, gli immaginari eccetera rischia di bloccarci. Questa sintesi ci dev’essere secondo me

  63. @ corrini

    Nessuna visione trascendentale del movimento, per carità. E’ soltanto che, da un lato, vorremo evitare di importare su Giap gli scazzi vecchi e nuovi tra le varie compagini di movimento; dall’altro, una sintesi non possiamo proprio tentarla perché non siamo in grado. Ribadire, come facciamo spesso, che siamo scrittori, non è un modo per deresponsabilizzarci, ma semplicemente per riconoscere i nostri limiti, d’analisi e d’azione. Giap va preso per quello che è: uno spazio regolato di discussione, non di sintesi politica, appunto.

  64. Devo dire che ultimamente sembra un pò passato di moda come argomento, e per fortuna, ma fino a pochissimi anni fa le attività di un centro sociale si caratterizzavano quasi esclusivamente per il discorso anti-proibizionista.

    E qui è splendida la sintesi di Behemoth: ma la gente normale, quella che avremmo l’ambizione di organizzare, ma che gli frega dell’anti-pro? Cioè, gli fregherà pure, ma dopo una lunghissima serie di cose che riguardano direttamente i propri bisogni materiali.
    E invece abbiamo scambiato la parte col tutto, pensando che quello che interessava ai frequentatori dei centri sociali era anche quello che interessava direttamente alla cittadinanza.
    E così via a tutta una serie di linguaggi, pratiche, forme mentali (autorganizzazione, assemblea permanente, riunioni alle 3 di notte, utilizzo di strani linguaggi a metà fra inglese da strada e slang metropolitano, ecc..potrei continuare per ore ma ha riassunto benissimo Behemoth), che erano patrimonio (forse) condiviso di quella ristrettissima cerchia di frequentatori centrosocialari, ma che erano – e sono – profondamente escludenti per tutto il resto del mondo che vorrebbe da queste strutture un’alternativa e in cui invece trova solo ritrovi per giovani.

    Detto questo, però, notiamo anche una profonda inversione di tendenza, o quantomeno un tentativo di ancorarsi alla realtà che prima non c’era.

    Alessandro

  65. Ma secondo me la “gente normale”, considerati i milioni di consumatori di droghe leggere, qualche cosa se ne frega dell’antiproibizionismo…

  66. @Luca @danae

    L’espressione artistica non manca, è solo “gestita male”.

    Oltre ad essere una “pischella” (riot piskel fa più figo!) ma a parte questo, ho collaborato per un po’ con una rivista di musica indie. Bene.

    L’ambiente, allo stato attuale delle cose, è VERAMENTE, VERAMENTE, un cesso.

    Dalla parte dei musicisti, le cose sembrano meglio di quando io ero adolescente, una decina d’anni fa, agli inizi del millennio: un grande merito, da questo punto di vista, secondo me, ce l’ha l’esperienza “La Tempesta” che ha fatto un po’ da apripista per un sacco di etichette indipendenti, creando un compromesso, colmando un gap tra produzione indipendente e distribuzione mediatica “mainstream” (che un gruppo come gli Zen Circus arrivasse in testa alle classifiche dieci anni fa, in Italia, secondo me, era pressochè impensabile). Altra cosa positiva è la caduta di quel mito del musicista, dell’artista, anche se “alternativo o pseudotale”, come Dio-sceso-in-terra, come un modello, come un’idolo: un Capovilla che sta in mezzo alla gente (ubriaco, spesso, ma questa è un’altra storia), ai concerti, è una bella cosa, un Enrico Molteni dei TARM che risponde personalmente alle mail senza fare giri di uffici stampa e via discorrendo, secondo me, sono cose abbastanza positive.

    Paradossalmente, il problema, il centro del cesso, non sta dal punto di vista degli artisti ma dal punto di vista dell’intero circuito, del pubblico e dei giornalisti: la mainstreamizzazione dell’indie, di cui sopra, ha portato nell’ordine a:
    -gente che riduce il proprio impegno sociale, il proprio “essere alternativo, underground” all’andare ai concerti, ascoltare gli Zen Circus che cantano che la democrazia non funziona o Giorgio Canali che canta “rivoluzione, viva il suono del cannone” e che pensano che i lacrimogeni siano una bella cosa, uno status symbol indie (dove per indie è inteso il trend modaiolo pischello attuale, non il senso vecchio del termine aka indipendente), perchè Vasco Brondi ci ha fatto su una canzone e che indymedia sia una nuova fichissima webzine musicale.
    -pischelli che, per snobismo, per elitarismo, si autoghettizzano nei circoletti con le birre a 5, 6 euro tagliando fuori altri pischelli che le birre a 5, 6 euro, non se le possono permettere.
    -i suddetti pischelli tagliati fuori fanno opposizione e gridano all’ “indie radical chic di merda”, sentono solo hip hop, nell’accezione ghetto che diceva giustamente El Pinta sopra.
    -gli over 30 che guardano, scuotono la testa e si tengono fuori dai giochi quando va bene, schifano gli uni e gli altri pischelli quando va male.

    Ergo, anche a livello musicale non c’è il vuoto ma una grossa, grossissima confusione, la stessa che si ha negli altri aspetti sociali. E’ che l’espressione artistica costa, non ci sono cazzi, sia farla che fruirne, quindi si creano le stesse “questioni di classe” sociali pure nel giro artistico.

  67. @uomoinpolvere
    Non credo sia più tempo di parlare di lotta di classe. Non esistono più le classi così come erano intese ai tempi di Marx in cui tutto era bianco o nero. Ormai ci sono i “grigi”, molte tonalità di “grigi”. Se i movimenti non cambiano non solo metodologia, ma anche e prima di tutto il proprio vocabolario, non andranno da nessuna parte. Questa terminologia può piacere al liceo, ti fa sentire si stare entrando in un mondo alternativo, dove dire non ci sto, e dove la tua rabbia è più che giustificata. Ma se le pratiche devono cambiare, lo stesso vale per le parole d’ordine. E poi, certo, parliamo di Deleuze, rizomi, autonomi, Foucault, di Impero e quello che vi pare, ma prima di riempire la testa ai giovani che si affacciano alla politica e che sono il futuro del movimento, educhiamoli alle cose basilari, facciamogli capire per cosa vale la pena lottare, quali sono questi principi che ci spingono a scendere in piazza, a fare sit in, pranzi sociali, a beccarsi qualche denuncia, in certi casi. Ovviamente con educare intendo, secondo l’etimologia latina del verbo, ex+ ducere, tirare fuori da (non mettere dentro, inculcare).

    Non voglio entrare nel merito degli scazzi tra centri sociali/network/gruppi x all’interno del più grande insieme “movimento”, ma questo è un dato di fatto, esistono e rendono tale “movimento” incapace di essere incisivo, di produrre cambiamente e, purtroppo, di raccogliere consensi.
    Il corteo del 15 è stato un grande esempio di disorganizzazione? Ovviamente, come si può sperare di organizzare un evento così grande se chi lo promuove non si parla, non si fida delle altri parti coinvolte, se ognuno fa della dietrologia sugli altri, sottintendendo che tanto quel gruppo x ci fotterà quindi dobbiamo avere già una risposta incisiva e bla bla bla. Dopo il 15, anzichè porsi domande, cercare le risposte, parlare, tali gruppi non hanno fatto altro che scagliarsi l’uno contro l’altro, additandosi colpe a vicenda, isolando le parti in questione come fossero virus che si cerca solo di estirpare, facendoli diventare un comodo capro espiatorio di un “fallimento” (che non penso del tutto sia stato tale) che invece sarebbe da imputare a tutto il movimento nel suo insieme disgregato e disgregante più che inclusivo, direi. Basta co sti patetici tentativi di egemonizzare la scena politica indipendente.
    In questo modo si fa solo il gioco del “padrone”.

  68. cito Luca
    “elaborazione di stili di vita sostenibili in condizioni radicalmente mutate. Un approccio diverso alla terra. And so on and so on….
    C’è lavoro per tutti, e per tutte le competenze.
    Bisogna unirsi per fare cose. Per provare a migliorarsi la vita. Per trovare e condividere la soluzione di problemi.
    E di certo, anche manifestare.
    Perciò sono molto favorevole, ora, ad Occupy everything.
    Perchè serve tempo.
    Molto tempo.”

    mi ha fatto sentire bene leggere questo commento. Perchè istintivamnte NON mi ha fatto pensare al solito discorso: vivamo in una società in piena decadenza quindi è ovvio che le produzioni culturali (anche underground) siano a zero”.

    No, invece ho cominciato a pensare alla parola paradigma, e al cambio di paradigma e a cosa questo comporta nei termini di trasformazione del pensiero, di crollo di vecchie categorie, o proprio della categoria come concetto… insomma da donna dico che sarebbe fantastico se il cervello pensante del “movimento” che si sta così tanto palesando in questo periodo (che bello) si femminilizzasse ancora di più, desse più spazio insomma alla materia bianca anzichè a quella grigia, quindi non solo neuroni che ragionano, ma anche fibre di interconnesione tra aree differenti, elasticità, versatilità…questo anche perchè l’impressione che ho è che il 15 ottobre (così come altri episodi, ma quello di più) abbiano un potere trasformativo maggiore di quello che possiamo pensare. Non leggiamo quell’evento con gli stessi occhi che avevamo prima, ma lo rileggiamo in seguito a quello che è successo, noi stessi diversi proprio perchè quell’episodio ci ha in quelche modo trasformati. Da questo punto di vista, i disorsi del tipo “questa pratica è inconciliabile con la mia, blabla…” perdono di senso.

    Oddìo, non so se ho fatto un discorso comprensibile, d’altra parte sono una donna, procedo molto per intuizioni.

    Grazie dello spazio.

  69. Per me invece bisogna parlarne e riparlarne, di lotta di classe. Perché le classi ci sono eccome, e bisogna parlarne proprio per smetterla di sentirsi tutti grigi.

    Occupy Everything, everytime, ok! Ci sto! Ma con chi?

    Io abito in una piccola realtà rurale, il primo centro sociale è a 80 km da casa, li ho frequentati molto esternamente e molto superficialmente ai tempi dell’università, ma mi sono sempre sentito estraneo. Mi piacerebbe “occupare qualcosa”, mi piacerebbe che ci fosse un centro di aggregazione e di salvezza per i disperati come me che abitano in queste lande desolate. Tempo fa un ex compagno di liceo mi aveva proposto una cosa simile, ma sapevo già come sarebbe andata a finire. Lui è figlio di un banchiere, io di un muratore. Nonostante l’amicizia decennale, nonostante “il grigio” che ci fa sembrare tutti uguali, non mi ci vedevo proprio a occupare qualcosa con lui.
    Poi lui ha messo su una specie di centro sociale, non occupato, ma concesso dal comune, di cui tra l’altro è diventato assessore. E’ durato un paio di mesi, poi i rural riot piskels a cui si rivolgeva schiamazzavano e si facevano le canne (signora mia!), lui ha messo su una specie di servizio d’ordine in cui guarda caso entrava tutta gente della medio-alta borghesia di campagna, è finita a botte da orbi e addio centro sociale.

    E tu mi dici che non c’è la lotta di classe. C’è persino nei paesi con 200 abitanti.

    Qualche giorno fa su tumblr uno ha parafrasato Calvino: “quando alzi un muro, pensa a con chi ti chiudi dentro”.

  70. @ corrini

    Uhm… fammi capire: cosa dovremmo fare, secondo te, per essere più “responsabili”? Scegliere una corrente del movimento? Beh, in quel caso abbiamo già dato dieci anni fa e l’esito è stato disastroso, e proprio da un percorso di dura autocritica e di completa assunzione di (gravi) responsabilità sono derivati un approccio e uno stile diversi. Approccio e stile che a te non piacciono, questo si è capito bene, ma che, faccio notare, permettono a questo spazio (che mettiamo a disposizione impiegando tempo ed energie) di restare aperto a discussioni *non di consorteria*.

    Certo, abbiamo delle critiche da fare e non le risparmiamo, si sarà visto, ma ci sforziamo di farle senza entrare in nessuna facile logica di schieramento.
    Se ribadire questo ti appare in contrasto con quanto detto e fatto sinora su Giap, non posso che rimanere perplesso. Anche perché non è certo la prima volta che lo ribadiamo.

    Che “siamo scrittori” mi sembra un dato di fatto, e non vedo in che modo ribadirlo possa risultare “deresponsabilizzante”. La nostra responsabilità è di non prendere per il culo i nostri lettori, di non “tirar via” in nessun aspetto del nostro lavoro, di svolgere quest’attività in modo coerente con la nostra etica. Quando abbiamo sbagliato, abbiamo pagato senza lagnarci o chiamare la maestra.

    Tra l’altro, ti rammento che il personaggio che c’è nel tuo avatar, Michel Foucault, criticò in più di un’occasione l’uso moralmente ricattatorio (addirittura “terroristico”, giunse a definirlo) di un’idea di “responsabilità” che ritrovava, ad esempio, in Sartre e nella sua idea di intellettuale impegnato. E non è che Foucault si impegnasse di meno o che non se le prendesse pure lui, le sue belle responsabilità! Solo che c’è un modo inquisitorio di pretendere/imporre responsabilità agli altri.

    Quindi: vuoi che facciamo la “sintesi”? Vuoi che elaboriamo una linea, che diventiamo intellettuali “organici” a una fazione, che esprimiamo un “endorsement” da intellettuali carismatici a questa o quella “purga” o sanzione, che ti diciamo se secondo noi Landini è meglio di Rinaldini, o se riteniamo Vendola il più fico del bigoncio?

    Se anche una sola risposta a queste domande è “sì”, allora hai sbagliato interlocutori. E luogo.

  71. @ Kigen
    Ma infatti non è che io pongo un’opposizione ai due discorsi: o parli di canne o parli di lavoro. E’ una questione di priorità: puoi parlare di canne, ma solo dopo aver parlato di lavoro, bollette, esigenze materiali, stipendi, qualità della vita, conflitti ecc..(ed averne parlato in una forma comprensibile ai più).
    L’antiproibizionismo è un tema importante ma, spero che converrai con me, secondario.

    Detto questo, poi, dei milioni di consumatori di droghe leggere andrei a capire i motivi che spingono questi a consumare droghe, prima di prendere come dato di fatto la realtà e intervenire sui sintomi piuttosto che sul problema. Anche perchè, altrimenti, si sfocia in discorsi assurdi sulla droga come esodo dal mondo che ci circonda, sulla compatibilità di certe droghe pesanti…di li a ritrovarsi un centro sociale pieno di spacciatori il passo è brevissimo (e infatti, puntualmente, avviene), e senza più avere gli strumenti culturali per cacciarli, visto che li si è legittimati culturalmente fino al giorno prima.
    Ora però non vorrei aprire un OT sulle droghe di cui non me ne frega nulla…

    Alessandro

  72. @uomoinpolvere
    Anche io vengo da un piccolo paese dove sei giudicato non per quello che vali ma in base alla tua paternità, a chi sono o meglio cosa fanno i tuoi genitori e alla posizione nella piramide sociale del paese stesso. Quindi capisco il tuo discorso e lo comprendo. Ma a livello “macro” questo discorso deve essere rivisto. Quando mi sono trasferita per studiare a Roma, ho dovuto necessariamente scardinare quel way of mind che, pur non avendo mai condiviso, ho dovuto sopportare sulle mie spalle. Qui nessuno mi ha mai chiesto chi sono i miei genitori. Ho potuto sguinzagliare me stessa alla scoperta di mondi e pratiche politiche mai sperimentate nel mio piccolo mondo adolescenziale dove il “centro sociale” era il circolo di rifondazione. Ho persino partecipato alle attività di un centro sociale, fatto occupazioni, assemblee. E questo mi ha permesso di rendermi conto dell’esistenza di quei grigi che non vuoi riconoscere. Non c’è “un grigio”, ce ne sono molti. La middle class esiste, in Italia, ma non è omogenea. Ci sono diversi livelli di ricchezza e di povertà. Nuove forme di povertà le vediamo ogni giorno (parlo di migranti, di pensionati ridotti al lastrico, ragazze madri, disoccupati ecc ecc) ma non tutte prevedono il marciapiede come domicilio. Sono diverse tra loro. Per questo penso che sia necessario rinnovare il lessico, proprio per andare incontro ai tempi che cambiano, alle nuove necessità e difficoltà che ci si pongono davanti. Restare fossilizzati su certe questioni non aiuta, è come vivere in uno spazio senza tempo e non ha senso. Il mondo gira, le cose cambiano e il nostro modo di fare politica, di raccogliere consenso (creando una coscienza collettiva che indichi, attraverso l’esperienza, quali sono questi nuovi bisogni) deve andare incontro a tali cambiamenti per poterli fronteggiare in modo vincente.
    Giusto sulla questione dei bisogni penso di non avere nulla da dire. Fin quando esisterà disparità sociale, economica e culturale, esisteranno i bisogni e noi tenderemo sempre a cercare di soddisfarli. Dobbiamo solo capire come, pacificare i bisogni stessi tra di loro. Capire quali sono più importanti e iniziare da quelli. Ma per farlo, è necessario che le parti in lotta contro il “sistema” dialoghino tra loro in modo sereno, senza desideri di prevaricazione sugli altri.
    Perchè a questo punto penso che il potere non logori chi ce l’ha, ma chi non ce l’ha. E questo deve finire. Siamo tutti sulla stessa barca (con tutti intendo coloro che hanno manifestato il proprio dissenso con rabbia, ma anche solo con la propria presenza il 15 ottobre). Tutto qui.

  73. Sottoscrivo le parole di uomoinpolvere sulla lotta di classe.
    Per fortuna sono finiti i tempi (anni Novanta) in cui, quando ne parlavi nelle assemblee “di movimento”, ti guardavano come un sopravvissuto dell’Ottocento.
    La lotta di classe c’è eccome, chi lavora (e chi un lavoro non lo trova) la vive tutti i giorni sulla sua pelle.
    Stiamo recuperando un po’ del “nostro” linguaggio finalmente, quello che il repulisti ideologico dei padroni seguito all’Ottantanove aveva cercato di cancellare sotto le macerie del Muro di Berlino.
    E’ un buon segno.

  74. io vedo spazi pubblici abbandonati da riprendersi (l’occupy everything) contro i centri sociali degli anni 90 una figata ma forse ora limitanti per la composizione della societa’ che domanda l’everything… le piazze, le fabbriche, i centri di agregazione… perche’ i centri sociali sono caratterizzati da una componente antagonista molto specifica (seppur poi differente tra le sue varie sfacettature: guai a definire tutti i cs uguali, ma vabbe’) cmq il giro si e’ allargato e hai voglia a comunicare le specifiche dell’autonomia o dell’anarchismo libertario agli indignados che alla fin fine vorrebbero delegare a un politico affine a loro tutto quanto per poi magari mandarlo affanculo alla prima mossa sbagliata che fa (tanto il populismo mediatico di mr b. pare fare leva su tutte le teste).
    quindi questi spazi dovrebbero essere luoghi da attraversare, centri in cui si condividono le pratiche laboratoriali, in cui si manifesta un altro modo di produrre cultura, condividere conoscenze, saperi, esperienze e forse troppo lentamente comunicare con un piu’ largo raggio di persone (del quaritere, circondario, zona, paese, borgo) quelli che sono i problemi legati al capitalismo. pero’ si , diventa che chi frequenta il centro sociale o meglio chi lo anima e lo mantiene vivo rischia di trasformarsi in un operatore sociale, tanto non e’ che oggi puo’ torvare lavoro altrove, ahahhaha
    cmq lo spazio sociale che vince oggi e’ quello ceh fa convivere tra i suoi confini persone dai 5 ai 70 anni e poi se riesce a sfondare questi limiti di eta’ ancora meglio. certo poi se queste persone escono dal centro e vivono anche il quartiere.
    se l’occupy everything deve andare in ogni quartiere che si muova cosi’.
    poi che gli spazi vengano reinventati, non dovrebbero limitarsi al bar, concertino e le solite cose del centro sociale: la cucina, il cinemino e via dicendo.. che sono la base aggregatrice epr una comunita’. meglio e’ poi se si riescono a creare altri laboratori piu’ sofisticati, altre forme di svago o meglio ancora reddito, am ragionato sostenibile, condiviso e possibile. cosi’ poi si sostituisce in toto il governo.
    cmq alti e bassi sti spazi sociali li hanno vissuti e oltrepassati, analisi fatte hano sempre portato a passi in avanti.
    per quanto riguarda l’antipro, non ho mai visto un cs che vietasse le canne. altre sostanze ne girano un po’ ovunque in un sacco di locali che non sono perforza cs.
    insomma oggi le battaglie degli spazi sociali sono altre: c’e’ una emergenza di cultura piu’ ceh di sostanze, di lavoro dignitoso, a salario garantito, di diritti… lotte per gli immigrati, per i ragazzini che a 18 anni se vogliono proseguire gli studi sono costretti a lavorare, campagne sul sesso, le donne, gli omosessuali, le violenze della polizia, le continue condanne a sti blacche blocche che poi sono tutte le persoen incazzate durante l’anno perche’ siamo pestati contro asfalto e sterco a 360gradi tutti i giorni. se vuoi parlare di antipro come cs parlerei di autopro e non solo di piantine, ma di un sacco di cose.
    i collettivi politici possono essere tangenti ai cs, i cs li vedrei come spazi pubblici utilizzabili da tutti i cittadini per reinventare la societa’.

  75. @Luca:
    poco tempo fa un tizio che fa il ricercatoreuniversitarioincazzato mi disse: “voi siete eccezionali perchè siete la prima generazione che non parla più di Genova e dei relativi postumi”.

    Con calma, un passetto alla volta. Give us time… c’è tanta merda da spalare prima di far spippare i semafori per le tipe. Nel frattempo ci si accontenta di occupare i tetti, crackare le reti wireless comunali o delle università, nell’attesa che il luogo dove progettare il futuro apra i battenti (sempre che esista).

    A thing of joy is a bauty forever.

  76. @ Behemot

    “Quindi qual è l’obiettivo?
    Possiamo interrogarci sull’obiettivo?
    Qualcosa che non sia Autogestione, orizzontalità, rifiuto di.
    Ma che sia Comunismo, Capitalismo con welfare robusto, anarchia totale.
    Cioè riusciamo a articolare un modello sociale il più condiviso possibile che sia una via di uscita dal presente e dal futuro prossimo? Qualcosa che non debba citare per forza Deleuze, qualcosa che riesca a mettere da parte i cascami degli scazzi degli ‘anni ’70 e degli anni ’90 (perché quello è)?”

    Interroghiamoci, parliamo chiaro. Qual è l’obiettivo: per me è la sopravvivenza del genere umano prima che perda totalmente la sua umanità. Tra le tre opzioni che proponi, quella che mi sembra esprimere meglio il tipo di società che può raggiungere questo scopo per me è il Comunismo. Il Capitalismo sta abbattendo il welfare da decenni, non vedo come invertire la tendenza senza mettere in crisi il modello capitalista alla radice: se anche ci si ponesse come obiettivo di medio raggio un welfare robusto, l’unico modo di ottenerlo mi sembra minacciare seriamente l’esistenza stessa del Capitalismo e costringerlo a concederlo, il welfare robusto: quindi anche questa opzione nella pratica ricade nella 1 (Comunismo). (Io credo, in ogni caso, che questo non sia possibile: la crisi attuale del Capitalismo non è secondo me una crisi ciclica come quelle dell’Ottocento: non ci sono più margini, è La Crisi -crisi di risorse reali, crisi di sovrapproduzione globale, crisi ambientale, crisi culturale-, e il Capitalismo NON PUO’ più concedere un welfare robusto. Da questa Crisi secondo me si esce in due modi: o con un qualche tecnofascismo neo-feudale globale o con il Comunismo).
    L’ “anarchia totale” non è un’opzione politica, a mio avviso, nel senso che non può essere un obiettivo. Qualsiasi azione politica programmatica è in se stessa ontologicamente anti-anarchica. Si può essere anti-autoritari, anti-stalinisti, ma se si vuole qualcosa e si cerca di ottenerlo in qualche modo l’obiettivo non è già più l’ “anarchia totale”, ma un modello diverso di comunismo, che si può discutere e confrontare con altri modelli. Certo, si può essere soltanto contro senza proporre nulla, si può soltanto distruggere quello che non va, ma questo appunto non è “anarchia totale”, forse è una forma di resistenza, una pratica, ma per questa non c’è bisogno di “interrogarsi sull’obiettivo”, e può a mio avviso pure essere compatibile, congeniale, accompagnabile, utile a 1 (Comunismo).

    Come praticare il cammino verso il Comunismo? Questa è già una domanda strategica: presuppone scale d’azione, pratiche, tattiche, tempi, spazi. Tutte domande strategiche. Per quanto mi riguarda, la “scala” e la pratica che mi sembrano più promettenti oggi sono quelle dell’Occupy Everything. Non ci piace? Troppo ammerigano? Siamo Vetero? Chiamiamoli Soviet. Basta che li facciamo, prima che subito. Se finora li stan facendo gente che non ha le idee chiare su chi è e dove vuole andare, non vedo perché questo debba impedirci di metterci in mezzo. Negli USA anarchici, comunisti e socialisti stanno tutti entrando nei vari Occupy, se non sbaglio. Oppure stiamo ancora ad aspettare che il Capitalismo “maturi” e ponga da sé le condizioni per il Comunismo? No perché a me più che maturo mi sembra bello marcito, e lasci spazi politici enormi. Vogliamo occuparli?

    @feelinggood

    Non so che dirti, per me parlare di rinuncia alla lotta di classe, e contestualmente non fare neppure un discorso come quello^ di cui sopra su dove si vuole andare, si chiama reazione. La lotta di classe è appunto il cammino verso il Comunismo. Se suonano male (comunismo, lotta di classe) li si può chiamare diversamente (per me va pure benissimo, non sono un feticista del gergo classico), ma quello è. Sennò, che cos’è? “Volemose bene”? Spiegami.

  77. @Wm1
    non ho capito bene il riferimento al concetto di responsabilità che citavi di foucault. Cioè non ho capito cosa c’entrasse con la -secondo me- deresponsabilizzazione nel dire “questo è blog letterario”. Ed è chiaro che voi siete scrittori, il mio appunto era sul contenuto di quel “questo è un blog letterario”, come a dire…parlare di questa cosa non ci compete perchè noi ci occupiamo solo della dimensione immaginaria, romanzesca. Cosa che per altro non è vera, e cosa che non appare nell’intervista.
    Nè dicevo di elaborare linee politiche per tutti, o fare questo tipo di sintesi o le altre cose che hai scritto, non mi pare di averne fatto riferimento alcuno.
    Ho scritto una cosa abbastanza banale credo, cioè non si può continuare a parlare di un fenomeno senza parlare dei soggetti che gli danno forma. Cioè in realtà si può, ma secondo me è “poco fecondo”.

    @Wm4
    ho capito e lo capisco, però io non intendevo tanto gli scazzi ma proprio su che tipo di impostazione politica fondi la tua battaglia. Ad esempio io mi sono sempre interrogato sul que se vayan todos..volevo sapere..ma dopo che se ne sono andati todos, che si fa?

  78. ancora @feeling good

    Visto lo scollamento di cui molti parlano tra capitalismo e democrazia, forse si può usare democrazia al posto di comunismo? Però non basta: bisogna poi chiarire che cos’è, com’è fatta questa democrazia anti-capitalista. Si può fare anche senza usare nemmeno una volta la parola comunismo, ma nella sostanza in cosa si differenzierebbe?
    Lo stesso vale per la lotta di classe: si può dire siamo il 99%, e non è lotta di classe questa? Certo, anche qui non si può dire così e basta, a un certo punto bisogna spiegarsi come si combatte l’1% e come si riorganizza la società per fare in modo che non si riformi, e soprattutto cosa c’è nel 99% che rende possibile quell’1%, e quindi come si cambia noi 99. Si può riformulare tutto in altre parole, ma non vedo perché buttare a mare più di un secolo e mezzo di filosofia, politica ed economia che si sono interrogate su questo solo perché “suona vecchio”, per poi finire a riscrivere/rifare le stesse cose. Che poi a guardar bene sta suonando sempre più nuovo ogni giorno che passa. Interroghiamoci piuttosto che cosa c’è di migliorabile/aggiornabile in quella tradizione: mi sembra una prospettiva più seria.

  79. @uomoinpolvere
    La lotta di classe “marxianamente” intesa pone come obiettivo l’abbattimento della disparità economica tra le varie classi sociali, appunto al fine di soddisfare i bisogni primari degli individui. Ma questo pone la questione su un piano prettamente economico, lasciando indietro il resto. Ai tempi di Marx non ci si poneva il problema dell’ambiente, non esistevano norme sulla sicurezza sul lavoro, nè il problema del lavoro minorile o femminile, ad esempio. Non si ventila, in questo ragionamento, la questione, più alta, dei diritti umani e fondamentali, argomento che ha preso piede in tempi più recenti in particolare dalla fine della seconda guerra mondiale. Insieme al riconoscimento dei diritti civili e politici, sono stati inseriti anche quelli economici, sociali e culturali (in due Patti delle Nazioni Unite del 1966 e poi riconosciuti anche in altre convenzioni sui diritti umani successive). Come vedi, i diritti economici non sono soli. Questo perchè si è riconosciuta la necessità di riconoscere all’individuo diritti che, in quanto essere pensante, merita di avere, in maniera innata (secondo una visione giusnaturalistica che ha ispirato poi la nascita di questo dibattito sui diritti fondamentali).
    Come tu stesso e molti altri qui hanno osservato, la crisi non investe solo il piano economico, ma anche sociale, culturale. Con i tagli alla cultura, ad esempio, si toglie la possibilità alle persone di sviluppare la propria umanità su vari livelli, come sarebbe giusto che fosse. Infatti questo problema è sottolineato con forza dai movimenti studenteschi che ormai da anni cercano di metterlo in luce, di far aprire un dibattito più ampio a livello di opinione pubblica oltre che istituzionale.
    Gli indignati in piazza a Roma, hanno detto anche questo: non ci state togliendo solo la possibilità di vivere dignitosamente come sarebbe nostro diritto, ma anche la possibilità di sviluppare la nostra complessa umanità, trasformandoci in qualcosa di strumentale al potere politico ed economico. In pratica, da beneficiari delle azioni del buon governo e di taluni diritti, ci trasformiamo in un mezzo per rimediare alle scelte economiche sbagliate che hanno portato a questo stato di cose. Noi siamo il carburante che deve far uscire l’Italia dalla crisi e ci spremeranno come arance finchè saremo del tutto scarichi. Ecco contro cosa lottiamo. Non riguarda una classe in particolare ma tutti noi. Non è solo un problema economico ma sociale. Per questo penso che parlare di lotta di classe sia solo riduttivo.

  80. @ corrini
    il problema è che tu leggi nei miei commenti cose che, per ragioni tue che non ho modo di conoscere, ti aspetti di trovarci, ma che non ci sono. Dopodiché, parti per la tangente e ti fai tutto un ragionamento (che a me resta ignoto) e vieni a scriverne le conclusioni. Secondo te io avrei scritto che ci occupiamo solo delle cose immaginarie etc. etc. Bah. La battuta (con faccina sorridente) su Giap che “in teoria” sarebbe un blog letterario diventa una prova che non ci prendiamo responsabilità etc. E ancora non riesco a capire cosa dovremmo dire, secondo te, che non stiamo già cercando di dire, o meglio, di caoire insieme ad altri, con tutti i nostri limiti. Boh. Buh. Mah. Bona lé.

  81. @ corrini

    Che si fa? E che ne so? :-) Più che mettere a disposizione questo spazio e provare a discutere insieme ad altri non saprei.
    Allora sul “que se vayan todos” ti dico subito la mia (parzialissima). E’ uno slogan che mette a nudo la crisi della rappresentanza, ovviamente. Crisi reale e sotto gli occhi di tutti, a qualunque livello. Qualcuno pensa che il problema si possa affrontare con una sostituzione dei rappresentanti, cioè mettendone su dei migliori, dei “nostri”. E’ una componente “politica” del movimento che sta cercando di definirne i confini e le geometrie per poterlo rappresentare. Ecco, secondo me il problema della rappresentanza non può essere completamente snobbato, quindi credo che sia giusto prenderlo sul serio. Tuttavia non credo che sia possibile metterselo se intanto non ci si è posti il problema a cui accennava Luca nel suo commento in questo thread. Vale a dire: cosa siamo in grado di costruire, quali differenti forme del conflitto, quale relazionalità, quale lavoro politico sul territorio, quale costruzione di comunità, quale cultura politica. In soldoni per rappresentare un’alternativa bisogna prima *essere* un’alternativa. E’ un punto sul quale mi sembra che in Spagna il movimento ha ragionato e continua a ragionare, nonostante tutte le ingenuità, provando ad applicare forme e tempi completamente altri rispetto a quelli della politica politicata. Altrimenti diventa leggittima la domanda che uno si pone dopo la scena finale di “V per Vendetta” (versione cinematografica): e poi che succede?
    Ma, ripeto, soprattutto: che succede durante?

  82. @feeling good

    Io purtroppo ho letto poco di Marx ma, scusa se mi permetto, mi sa che tu hai letto ancora meno. Marx non parla solo di economia! Di donne e lavoro minorile se non sbaglio è stato tra i primi a parlarne. Non parla nemmeno solo di bisogni primari degli individui come obiettivo della lotta di classe! Questo lo si capisce già soltanto leggendo il Manifesto, che è un testo accessibilissimo e agilissimo.

    La questione dei diritti individuali poi, è ancora diversa. Ti consiglio a riguardo Contro i diritti umani, di Zizek. Assumere quella prospettiva (individuale) è la vera riduzione sociale! Marx non parla di diritti economici, il comunismo è tra le altre cose proprio il recupero di quella dimensione di cui parli tu, anzi di una dimensione ancora più ampia.

  83. @WM4
    Prendo spunto dalla tua risposta a corrini, con cui sento una certa consonanza di pensiero, per buttare giù qualche spunto.
    Lo vedo ogni giorno, ci sono realtà più “organizzate” che, ciascuna a modo suo, portano avanti un’alternativa. Sono un’alternativa, e si interrogano (pure troppo) costantemente su “osa siamo in grado di costruire, quali differenti forme del conflitto, quale relazionalità, quale lavoro politico sul territorio, quale costruzione di comunità, quale cultura politica”.
    Poi quando si cade nello spazio del “movimento”, termine che a me ha pure stufato con la sua connotazione “stagionale”, tutto schiatta: le prassi, le idee, il modo di stare in strada ogni giorno collidono, non c’è niente da fare, e si finisce nelle interminabili assemblee, discussioni, scazzi del post.
    Tutto a salvaguardia di una idea di “movimento di massa” e “unità del movimento” che qui da noi mi pare faccia da sempre più danni che altro.
    Ecco forse per il “che fare durante” basterebbe usare il tempo impiegato per “unire i movimenti” per portare avanti ciascuno qualche iniziativa in più, magari con un po’ di più d’autonomia, convergendo quando si può e andando avanti ognuno con le sue idee per il resto del tempo.
    Magari non ci salta fuori la rivoluzione ma qualche piccolo progresso arriva, uno spazio autogestito viene portato a casa, qualche miglioramento ottenuto.
    Poi dipende pure dai punti di vista: tanto per ridurre a un esempio sempliciotto, per qualcuno tenere un’aula studio aperta con le telecamere di sorveglianza è una sconfitta di fronte al grande fratello, per qualcun altro una vittoria di fronte all’alternativa della chiusura.
    Forse smetterla di cercare di mettersi d’accordo su chi dei due ha ragione e cercare di cavare un’ora di apertura in più per chi deve starci dentro potrebbe essere proficuo.
    Di certo la “grande scadenza annuale” da questo punto di vista non fa altro che accentuare i conflitti e accentrare gli scazzi, ma qua ce lo siamo detto anche troppo.

  84. Quello che voglio dire è che comunque una simile consapevolezza, a livello macro, ossia collettivo, è stata raggiunta solo di recente. I problemi sono mutati, aumentati, si sono modificati. Alla base dei movimenti resta l’ideologia comunista ma non puoi ridurre tutto a quello! Bisogna innovare, adeguarsi. Un’ideologia non deve rimanere statica altrimenti diviene anacronistica. La forza è nella capacità di adattamento che ci consente di sopravvivere in condizioni ostili. Se continuiamo a parlare ancora solo di lotta di classe e comunismo rimarremo sempre fermi. E’ giusto tendere ad una società migliore che abbia come modello di base un’idea comunista di società, ma sarebbe cosa buona e giusta che rimanga una base, appunto, non il modello tale e quale a com’è a cui giungere.
    Quando ho accennato a quei cataloghi di diritti non lo facevo con una prospettiva “individualistica” ma solo a titolo di esempio, per dirti quanto sia complessa la questione e come la società si approccia ad essa. Quelli che ci sono negati, ora, sono i che ci spettano in quanto persone (dignità, salute, istruzione ecc ecc). E non mi fraintendere, temo che con l’aumento della pressione sociale dovuta a questa crisi, si rischi anche una contrazione dei diritti collettivi (manifestazione del pensiero, associazione ecc ecc). L’uno tira l’altro.

  85. @wm4

    “Altrimenti diventa legittima la domanda che uno si pone dopo la scena finale di “V per Vendetta” (versione cinematografica): e poi che succede?
    Ma, ripeto, soprattutto: che succede durante?”

    oppure la scena finale di “giu’ la testa”? quella in cui rod steiger, dopo che james coburn si e’ fatto saltare in aria, si domanda con lo sguardo perso : “e adesso, io?”

  86. Se rileggi quello che ho scritto, vedi che appunto ho detto io per primo che è necessario “aggiornare”. Da sommo ignurantissimo mi sono persino azzardato, in risposta a Behemot, a dire qualcosa a riguardo, ad esempio sulla necessità di occupare gli spazi e i tempi che il capitalismo lascia dietro.
    Ma tu non stai aggiornando, stai buttando al cesso secoli di pensiero politico, sociale, economico, umano senza mai averli letti. Io da ignurantissimo sto cercando di leggerli, per carità non come una bibbia, ma mi sento un idiota per aver iniziato a farlo solo ora. Superare, aggiornare, certamente, ma prima magari studiare, no?
    La lotta di classe poi non è qualcosa di cui si può o non si può parlare, è qualcosa che avviene da sempre: è la storia dello sfruttamento e dei tentativi di resistere/rispondere a questo sfruttamento. Uno sfruttamento non solo di individui ma di intere classi sociali, operato da altre classi sociali. Se non senti il dovere di parlarne allora vuol dire che ancora non ti riconosci come sfruttato o che non lo sei proprio.

    Il fatto che il capitalismo inizi a toglierti i tuoi diritti individuali borghesi è una cosa certamente degna di attenzione, ma sei tu che non devi limitarti a piangere quella perdita, ma porti il problema su base più ampia. Cosa te ne fai dei diritti umani individuali se stai con le pezze al culo? Se ti è negata totalmente una dimensione sociopolitica?

    I problemi sono mutati, ma non nel senso che intendi tu, secondo me. Hai iniziato ad avere dei problemi, nel senso che la dimensione piccolo-borghese (il “ceto medio”) e tutto il suo apparato di cosiddette “libertà individuali” sono andati in crisi (e andranno anche peggio). La soluzione per me non sta nel tentare di salvare quella dimensione, ma come uscirne una buona volta. Parlare di lotta di classe, riconoscersi come sfruttati tra altri sfruttati, smetterla di inseguire fantasmi di fantasmi, è uno dei modi. Poi si può fare anche meglio, con parole nuove magari, più trendy, che ne so…

  87. Il welfare del dopoguerra prossimo venturo sarà tutt’altro da ciò che oggi è sotto l’attacco finale.
    Con buona probabilità non saranno più lo Stato a erogarlo e le categorie professionali a riceverlo. Con buona probabilità verrà contrattato ed estratto dalle comunità per via diretta nei confronti dei soggetti della produzione e dei servizi con cui avranno a che fare. Come quota di reddito aggiuntivo e collettivo per la gestione e distribuzione delle risorse e le sue ricadute sociali.
    Dovranno nascere forme rinnovate di mutualismo, su base comunitaria, la cui ‘inclusività’ sarà dirimente per distinguerne scopi, qualità ed efficacia.
    Andrà ripensata la modalità della concreta relazione tra Rappresentanti e comunità di provenienza e/o elezione, quando sarà il momento.
    Nel frattempo c’è una spaventosa crisi. Che non finirà.
    Bisogna cominciare a costituire, dentro la crisi, contro la crisi, e contro coloro che della crisi sono artefici e beneficiari, le prime entità di resistenza attiva, che sono prima di tutto entità produttive. Aggregati capaci di affrontare e risolvere singoli problemi, e in quanto tali dunque riconoscibili e prossimi per le comunità di riferimento.
    E’ necessario sottrarre persone alla povertà. Economica e relazionale. Bisogna attrezzarsi.
    Il boom del volontariato è cominciato, non a caso, negli anni ’80. E’ stato una grande inculata per i movimenti. E’ stato metadone per disintossicare la società dalla partecipazione delle decadi precedenti, e lavare la coscienza ad ampi settori dello sfruttamento.
    Adesso servirebbe un volontariato antagonista.
    Secondo me non è tempo di centri sociali old style e soliloqui generazionali. Ci vogliono scuole, mense, palestre e ambulatori e biblioteche e teatri. E bisogna pagarsele, pure.
    Se no, durante la guerra, ci rompono le ossa.
    L.

  88. Un volontariato antagonista.

    Grazie Luca, per trovare sempre le parole giuste.

  89. @militant
    nemmeno io voglio finire in OT e sono d’accordo con te sul problematizzare l’approccio al tema, che appunto nessuno vuole fare il semplice elogio della droga, però quella sui centri sociali che devono farsi meno canne e parlare più di lavoro la trovo una battuta tutt’altro che “splendida”. Mi pare un luogo comune, uno stereotipo cretino. Poi no, non sono neanche d’accordo sulla “scaletta” delle eventuali priorità, che uno deve mettere per forza al centro la contraddizione capitale-lavoro, l’antimperialismo ecc. e ridurre tutta l’importanza della cultura antiproibizionista a tema di secondo piano, no non mi convince.

  90. @ feelingood
    ehm… uomoinpolvere non ha torto: stai attribuendo a Marx posizioni di “materialismo volgare” e piatto economicismo che erano invece bersaglio delle sue feroci critiche. E sono centotrent’anni che le sue analisi vengono aggiornate, precisate, estese, adattate alle varie fasi del capitalismo. Inoltre, hocome l’impressione che tu stia usando la parola “classe” (un concetto molto articolato) per intendere il *censo*.Quelli che tu chiami i “grigi” altro non sono che la “composizione di classe”. Una classe ha differenze al suo interno, diverse intensità e densità dello sfruttamento, dell’alienazione, della coscienza… “Classe” è un aggregato multidimensionale,ecco.

  91. @WM1
    Scusami l’avevo presa nel contesto come una cosa seria :) non avevo colto la battuta.
    Quello che provavo a dire dall’inizio, è che -stabilito che il tanti problemi del movimento stanno al proprio interno (organizzazione e composizione)- sarebbe abbastanza fecondo sviscerarli questi problemi di composizione, e di conseguenza di differenze sul cosa fare da grandi.
    Wm4 parlava del problema della rappresentanza, questa mi sembra una differenza non da poco, sostanziale.
    Mi sembra che un pezzo di movimento non riconosca la legittimità o meglio l’utilità di certe istituzioni (il parlamento ecc). Questo pezzo di movimento cosa vuole? Lo chiedo ad esempio a Militant che mi sembra faccia parte (leggendo il suo blog) -se non si offende- di quella parte di movimento. Cioè se lo sono chiesti? Secondo voi è utile in questo momento pensare al dopo oppure è necessario mettere concretamente “a ferro e a fuoco” questo sistema e costruire man mano la prospettiva, senza un definito punto di arrivo?
    Scusate la confusione ma come dice il mio avatar “bisogna correre il rischio di dire delle cose sbagliate; di arrivare al punto in cui le cose diventano difficili da esprimere e, quindi, si pasticcia”.

  92. @eveblisset
    Condivido quasi tutto sulla produzione culturale. Visto che la produzione culturale “alternativa” che una volta era un coprodotto dei centri sociali e del portato di vita che avevano, ora si diffonde schizofrenicamente. Nello stesso cd posso trovare una canzone che ammicca ai fascisti pariolini che pippano cocaina e una canzone che mette in poesia una vetrina sfondanta.

    @luca
    Quoto in pieno:
    Dovranno nascere forme rinnovate di mutualismo, su base comunitaria, la cui ‘inclusività’ sarà dirimente per distinguerne scopi, qualità ed efficacia.
    Andrà ripensata la modalità della concreta relazione tra Rappresentanti e comunità di provenienza e/o elezione, quando sarà il momento.
    Nel frattempo c’è una spaventosa crisi. Che non finirà.
    Bisogna cominciare a costituire, dentro la crisi, contro la crisi, e contro coloro che della crisi sono artefici e beneficiari, le prime entità di resistenza attiva, che sono prima di tutto entità produttive. Aggregati capaci di affrontare e risolvere singoli problemi, e in quanto tali dunque riconoscibili e prossimi per le comunità di riferimento.
    E’ necessario sottrarre persone alla povertà. Economica e relazionale. Bisogna attrezzarsi.

    Invece, vorrei capire che intendi per volontariato antagonista. In sé il volontariato non mi esalta, perché come dici tu è un buon lavaggio della coscienza, con un ottimo riciclaggio di denaro tra Stato e Chiesa. Ma come si mettono in rete le esperienze? La Val di Susa insegna anche in questo, nella cooperazione in tutto e per tutto che permette di far parte della lotta allo stesso livello di conflitto con pratiche diversamente conflittuali (un giorno nei boschi, un giorno a pelare patate…). Ma per fortuna di esempi di questo tipo ce ne sono: a me piacciono molto quelli che riguardano il cibo, perché è un elemento che unisce il discorso su produzione, economia, etica (si sono una talebana moralista), tecnologie. Insurrezione di orti, guerrilla gardening, food not bombs. Culo per strada o culo per terra, almeno ci faremo una bella mangiata. E se devo occupare qualcosa, prima di occupare tutto, idealmente partirei forse proprio da quei pezzi di territorio che sopravvivono alla metropoli. (poi nella pratica sono una chiavica e occupo l’università…ma questo è un altro discorso).

    @corrini
    Condivido le domande, anche se la risposta che mi dò io è cercare di attuare quello che vorrei fosse nel piccolo. Pare facile…mo vado a litigà col compagno coinquilino perché non lava i piatti :)
    Però alla fine se c’è una cosa che il femminismo mi ha insegnato è il partire da sé a da chi ho intorno e forse è la cosa migliore che ho imparato. La teoria viene un po’ da pratiche, un po’ da discussioni un po’ da esperimenti…e i centri sociali in questo hanno sicuramente avuto il loro ruolo e gli esempi sopra anche. Poi vabbé ho st’età per cui sono cresciuta con il fottuto mito delle comunità zapatiste, a metà tra le radici e il web…

  93. siccome in tutto questo marasma qualcuno scrive ancora pure su indy, vi riporto un articolo carino su il casino di oggi a trony

    http://italy.indymedia.org/node/1752

    trony che fà gli scontri+ tentato suicidio a termini = blocco dei mezzi dei trasporti pubblici e pvt , blocco dei flussi

  94. 15 ottobre, ancora non ce la faccio a discutere e confrontarmi.
    Credo che sia giusto che ognuno di noi si sia fatta un’idea di quello che è successo e che sia ancora più giusto identificarsi in un tentativo di interpretazione, in ipotesi esplicative più o meno legate ai fatti.
    Credo che sia doveroso non parlarne tanto per…. “a capocchia” insomma.
    Per me Roma 15 ottobre è già letteratura di genere, mitopoiesi allo stato puro.
    Anche per questo non ce la faccio.
    Ma soprattutto perché stampa, tv, web ed altri media hanno già costruito il mito (ognuno a modo suo per il proprio tornaconto), poi l’hanno smontato pezzo per pezzo, per poi montarne uno diverso, perché così fa loro comodo, perché questo Paese di merda non ha più neanche memoria a brevissimo termine.
    Non ce la faccio perché a Roma 15 ottobre ho scelto di tenere un basso profilo, ho evitato le persone note e gli assembramenti conosciuti, ma se peggiora non so per quanto potrò riuscirci.
    Ho scelto l’osservazione, anche perché non ero solo….
    In questi giorni ho letto interpretazioni con molti pezzi di verità, ma soprattutto fandonie e falsi veri e propri. Ho visto pezzi di video con interpretazione a margine a dir poco scandalosa. Non si dovrebbe dare un soldo a questi pennivendoli.
    http://www.youtube.com/watch?v=_78Fd76k7D
    http://www.youtube.com/watch?v=97Cd1dFkKfY
    http://www.repubblica.it/politica/2011/10/16/news/dossier_black-bloc-23310785/
    …. e ce ne sono molti altri di “approfondimenti”.
    Il mio approfondimento riguarda qualche ragazzo, più di un ragazzo, che la mazzuola e altri strumenti da carpentiere non li ha comprati per l’occasione, ma li usa abitualmente per lavoro. Sono ragazzi comuni, che lavorano comunemente nell’edilizia, questi “cioccoblock”.
    Mi basta e avanza.
    Ma vivaddio, ognuno fa quel che crede sia meglio.
    Non ce la faccio.

  95. @luca

    Luca, appena ti riprendi al 100% veniamo lì e ti portiamo in trionfo!!
    Hai totalmente ragione, ma lo sai, alle persone piace sentire sempre la stessa storia, e se per una volta cambi la trama si sentono spiazzati, si annoiano e se ne vanno. E magari dicono pure che sei (tu generico) reazionario :-)

  96. Certo la classe è un aggregato multidimensionale. Intanto ho precisato che il rinnovamento deve avvenire sulla base del pensiero comunista. Poi Marx è materialista. Certo ha analizzato la società nei suoi vari aspetti ma sempre partendo dalla base del problema economico. Ora io non sono una studiosa di Marx, sia chiaro. Pecco ovviamente di lacune non sto dicendo che sia un’esperta. E nemmeno voglio entrare nel merito della sua filosofia o riscriverla per carità!
    Non sono una borghese/piccolo borghese o che altro. Vista la mia età, da quando sono nata i problemi ci sono sempre stati, quindi non posso fare un paragone tra ieri e oggi, da prima che le “libertà borghesi individuali” entrassero in crisi, perchè io sono nata in crisi. E no, la crisi non finirà mai, se non cambia la mentalità collettiva. E francamente non penso che i problemi si risolvano aggiustando quello che non va bene. Io sono più radicale, opto per un cambiamento totale. Ai problemi che abbiamo allo stato attuale non basta, per essere risolti, un rimedio “placebo” ma devono, come dici tu, @uomoinpolvere, essere eliminati definitivamente. Come? Non lo so, se avessi le risposte in tasca sarei Dio ti pare?

    Comunque, lo stesso Marx definisce la classe sociale come l’insieme degli individui aventi lo stesso rapporto con quelli che sono i mezzi di produzione (a grandi linee). Ma la classe è multidimensionale, quindi questa semplice definizione può essere riduttiva. Dipende tutto dalle interpretazioni che si danno di una definizione simile?
    Questo discorso è partito dal fatto che penso necessaria la rinnovazione del lessico dei movimenti, fondamentale alla formazione di una coscienza. Con le parole si arriva alle anime degli individui. E poi con i fatti si fa il resto, si cerca di cambiare le cose.
    p.s. @uomoinpolvere: ho avvertito dell’astio nel tuo post, cosa che non mi sento di condividere. Si tratta di una discussione, non c’è bisogno di darmi dell’ignorante nè tanto meno, in senso dispregiativo, della “piccolo borghese”.

  97. @ Corrini
    Si chiaro, noi facciamo parte del movimento, mica ci offendiamo. A differenza di molti altri, però, non siamo “movimentisti”, cioè non crediamo che nel movimento possano esaurirsi tutte le possibiltà del nostro fare politica.
    Per noi il movimento, come tutto il resto degli strumenti per fare politica, è appunto uno strumento. In altri anni era più adatto e funzionale il partito, e probabilmente lo ritornerà ad essere.

    Detto questo, non siamo nè astensionisti nè, soprattutto, contrari alla rappresentanza.
    Viviamo però tempi in cui le istituzioni hanno perso ogni qualsivoglia contatto con la realtà, ma soprattutto hanno perso il ruolo storico di mediatrici di interessi fra capitale e lavoro. Non si tratta più di lottare, anche dentro le istituzioni, per far prevalere le ragioni del lavoro contro quelle del capitale. Ciò non vuol dire che non si possano modificare in senso positivo, o che possono ritornare ad avere quella funzione. Niente è lineare nel corso della storia.

    Oggi, però, le cose sono in questo modo, e chi crede di poter modificare qualcosa senza avere – fuori dalle istituzioni – quella forza derivante da un radicamento sociale, è un illuso o un truffatore, o non ha capito la fase che stiamo attraversando. Si presterebbe solo a un gioco che non può in nessun caso modificare, senza la forza necessaria per farlo.
    E, mentre i partiti dei padroni la forza la derivano dai soldi e dalle proprietà dei mezzi di produzione, noi l’unica forza che possiamo mettere in campo è quella del conflitto. Senza conflitto, nessuna rappresentanza è possibile, visto che si ridurrebbe a rappresentanza di piccoli interessi, o peggio ancora in rappresentanza individuale.
    Col conflitto sociale, invece, sarebbe utilissimo anche portare la rappresentanza di quel conflitto fin dentro il cuore politico di uno Stato.
    Però è un discorso di tattica e di opportunità. Oggi non è oppurtuno perchè non servirebbe a nulla, se non a vivacchiare sperando in finanziamenti e rimborsi per continuare a vivacchiare. Sarebbe invece utile in Grecia, o in Spagna, avere una rappresentanza ancorata ai movimenti di massa che si esprimono nelle strade. Ma sono scelte loro, noi non discutiamo.

    Alessandro

  98. @ feelingood

    certo che Marx era materialista. Ma ci sono tanti modi di essere o dirsi materialisti. Esistono materialismi che in realtà sono *riduzionismi*, e Marx li aborriva. Frasi come:

    “Non esistono più le classi così come erano intese ai tempi di Marx in cui tutto era bianco o nero”,

    oppure:

    “La lotta di classe ‘marxianamente’ intesa pone come obiettivo l’abbattimento della disparità economica tra le varie classi sociali, appunto al fine di soddisfare i bisogni primari degli individui. Ma questo pone la questione su un piano prettamente economico, lasciando indietro il resto.”

    sono involontarie caricature, descrivono un Marx riduzionista (“materialista volgare”, appunto) che nei testi di Marx si cercherebbe invano. Infatti Marx pone al centro della sua analisi non la mera economia, ma il modo di produzione, che è faccenda dannatamente complicata e non “prettamente economica”. Infatti quella di Marx è “critica dell’economia politica”, e per portarla avanti si serve di filosofia, etnologia, storia etc.
    E certo Marx non si preoccupava solo dei cosiddetti “bisogni primari”, visto che secondo lui nel comunismo ogni essere umano sarebbe stato anche artista, filosofo, poeta. Se poi, oltre alle cose che uomoinpolvere ha già fatto notare, aggiungiamo:

    “Ai tempi di Marx non ci si poneva il problema dell’ambiente”

    io ti posso dire che forse “ai tempi” non ce lo si poneva… ma Marx se lo poneva eccome. Certo, non se lo poneva proprio nei termini in cui ce lo poniamo oggi, ma la sua concezione era che nessuno deve essere proprietario della terra, nemmeno l’intera umanità di una data epoca, perché la terra è dell’intera specie umana, che nella sua visione comprende anche i già morti e i non ancora nati. La terra si può solo avere in usufrutto, e bisogna trattarla con cura, in previsione del giorno in cui l’avranno in usufrutto i nostri posteri. E sono tanti i passi della produzione di Marx in cui si pone problemi ante-litteram “ambientali”.

    Sulla questione della classe, sì, per Marx a definire l’appartenenza a una classe è la posizione nel rapporto di produzione capitalistico. Solo che il rapporto di produzione capitalistico è anch’esso faccenda complessa, articolata, molteplice, dove entrano variabili storiche, geografiche, antropologiche, e differenze nazionali, e diversi stadi di sviluppo, e se pensiamo al ruolo che ha il razzismo nel regolare il mercato del lavoro mondiale… Beh, vediamo che la definizione di “classe” di Marx è tutto fuorché chiusa e riduzionistica.

  99. Porgo le mie scuse per essere stata “intellettualmente ingenua” e incapace di esprimere nel modo più consono le mille cose che, confusamente, mi ronzano in testa ora. Anzi, che mi ronzano in testa da molto tempo. Ripeto che non sono una studiosa di marxismo assolutamente. Non sono stata volutamente riduttiva, ma portare avanti un discorso del genere intanto non era mia intenzione e poi beh, diciamo che avrebbe richiesto molto molto tempo e discussioni che arrivano nelle profondità del pensiero di Marx. Non credo sia il luogo né il momento di fare questa discussione. Ma quello che volevo dire è che bisogna trovare parole d’ordine che innovino la lotta sociale, che allarghino il consenso della base, solo questo. Non alzare un polverone sul marxismo in cui mai mi sarei addentrata volutamente! Non aspiro a divenire una critica di questa corrente ideologica…
    In ogni caso, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare…accolgo le vostre obiezioni ma mi chiedo anche se questo movimento è disposto ad usare ancora parole d’ordine come “comunismo” o “lotta di classe”; nei luoghi che bazzico questa terminologia non esiste più. Questo è un dato di fatto. Ho tentato, sbagliando, di dare una spiegazione del fatto che questi termini siano spariti dal lessico movimentista, cercando di rintracciare le motivazioni nelle nascenti necessità cui le attuali lotte vanno incontro. E, ripeto, la questione non era nel merito della dottrina marxista, ma nell’uso di questa o quella terminologia.

  100. @Elettra

    Sul fatto che prima la produzione musicale/artistica nasceva in certi ambienti e adesso certi ambienti sono diventati solo “di fruizione” (fanno i concerti, praticamente) hai ragionissima (anche se l’esperienza Valle mi fa ben sperare in questo senso). Credo che sia un problema più che altro economico, sia di mancanza di mezzi (da parte dei centri sociali) che di mancanza di prospettive (da parte dei gruppi) però.

    Secondo me, comunque, non c’è tanto un problema di “produzione” quanto di “ricezione” e anche i gruppi “storici” di movimento vengono ricevuti totalmente male e privati della componente politica. esempio? molti ragazzetti di una manciata di anni in meno di me si professano antifascisti, fanno i cortei per il venticinque aprile e poi postano gli Zetazeroalfa. Glielo fai notare e ti rispondono con un altro video, credo fossero i Rough, e il commentino lapidario “no politica. Oi! Oi! Oi!”.

    Invoco l’aiuto di WM5 perchè io sinceramente non sono addentro: è “normale” (anche se, a mio parere, una merda, perchè gli ZetaZeroAlfa, no!) una cosa del genere o anche a livello “musicale” è una deriva, un misunderstanding degli ultimi anni?

    @tutt*
    Torno più prettamente in topic con un’osservazione: abbiamo parlato di centri sociali, con tutto il bene e il male, di punti di aggregazione eccetera ma secondo me, stiamo mancando la base. Io personalmente non mi sono svegliata un giorno e ho deciso “mo vado al centro sociale”, ho iniziato a fare attivismo al liceo, a partecipare alle assemblee di istituto, a leggermi i volantini che passavano ecc ecc ecc.
    E adesso? A che punto sono gli studenti medi? Ci credete che qua, da me, vabbè che è una città piccola, ma non esiste più un collettivo studentesco? Sei anni fa, quando io ero al liceo, c’era. Adesso no. Quando abbiamo invitato alle iniziative, che fossero di mattina o di sera, dentro al centro o in piazza, gestite dal centro o gestite dalla rete Commons o da un’altra associazione culturale che frequento, la massima adesione studentesca che abbiamo avuto sono state due persone. Due. Di numero.

    E’ un problema nostro? E’ un problema loro? Non lo so. Però secondo me, il problema è là. Centri sociali, biblioteche eccetera, sono il passaggio successivo.

  101. @luca
    Il boom del volontariato negli anni Ottanta è stato metadone, sì, ma anche nel senso che ha ridotto il danno sociale. In quegli anni lì, senza il boom del volontariato, un sacco di gente sarebbe crepata per la strada. Poi possiamo pure dire che i cerotti non sono la soluzione, se il corpo c’ha la lebbra, però se lo fanno stare un po’ meglio a me schifo non fanno.
    Urge senz’altro un volontariato antagonista, ma per farlo bene bisognerà per forza creare alleanze, strani vicinati, lavoro comune.
    Strategie progettuali dove l’importante sia il progetto e non i segni particolari di chi lo porta avanti. Accordiamoci sul che fare per risolvere un problema X, poi dopo magari cavilleremo sul chi essere.
    Il volontariato antagonista non lo si può improvvisare, e io credo che andrà portato avanti con chi ha le competenze per farlo, con chi già lo fa – e in certi casi lo fa pure bene. Il “ghe pensi mi” è la summa teologica del berlusconismo, e dobbiamo contrapporle un “ci pensiamo noi”. Ma quel noi dev’essere ampio, non riferirsi alla setta X, al centro sociale Y o alla corrente Z a caccia di egemonia. Altrimenti è solo berlusconismo in sedicesimo.

  102. @feeling good

    Penso che nel merito abbia già risposto WM1 meglio di quanto poter fare io, quindi ti scrivo solo per scusarmi di aver trasmesso astio: non era volontario. Quanto al piccolo-borghese: non era un “insulto” rivolto a te, era un “tu” generico in cui mi ci metto anch’io. Quello che volevo dire è che se fino a non molto tempo fa l’orizzonte piccolo-borghese (a livello ideologico -che di questo si stava parlando mi pare- più che a livello di rapporti coi mezzi di produzione) sembrava essere rimasto l’unico, ora è certamente entrato in crisi, e questo riapre molti discorsi. Anche io vivo in un’area in cui non si parla di comunismo e di lotta di classe, ma nutro qualche speranza che se ne parlerà in un futuro prossimo. Sulla terminologia: avrà certamente dei limiti ma resta il fatto che è *collaudata*, ha una storia, è stata raffinata durante i decenni… Non sostengo affatto che questo processo debba fossilizzarsi, ma appunto continuare ad adattarsi alla realtà. Ricostruire dal nulla tutto un nuovo “campo semantico” mi sembra impresa più improba.

  103. Accetto le tue scuse volentieri! E come ho già detto non intendevo entrare nel merito di un discorso molto più grande di me. Il fatto è che certe volte a parlare per me è la totale disillusione. Triste ma vero. Disillusione sul fatto che le cose possano cambiare realmente. Ci spero con tutte le mie forze e per questo mi sforzo di trovare una scusa, una giustificazione ai continui fallimenti cui andiamo incontro ogni volta che si scende in piazza a manifestare dissenso (dico piazza ma intendo qualunque altra forma di manifestazione del pensiero, dai sit in a reading o semplicemente occupazioni di ogni sorta). Non so se la responsabilità di questo sia solo attribuibile al fatto di avere al potere una classe politica (non solo il governo, la stessa opposizione non è degna di tale nome) totalmente sorda e insensibile alle richieste della base sociale oppure all’incapacità di tale base di essere vincente, determinante nella formazione e attuazione delle politiche necessarie ad uscire dalla ormai perenne stagnazione socio-economico-finanziaria (e culturale). Sono arrabbiata ma non so con chi prendermela. Questo stato di frustrazione penso sia condiviso dalla maggior parte delle persone: ed è così che il 15 ottobre è avvenuto ciò che è avvenuto. A parte le macchine bruciate, che non condivido, piazza S. Giovanni è stata la giusta e inevitabile espressione di questi sentimenti all’ennesima potenza.
    E poi sì, hai ragione, è difficile e improbo costruire tout court dal niente un nuovo “lessico” che rappresenti le istanze di rinnovamento di cui abbiamo bisogno. Ma non so, mi domandavo se non valesse la pena tentare, tanto non abbiamo nulla da perdere.
    Comunque ti seguirò su twitter.

  104. E comunque sì, la crisi del piccolo-borghese c’è, investe tutti, crea, numericamente parlando, nuovi poveri, sia dal punto di vista prettamente economico, ma anche culturale. Per come stanno andando le cose, per come si sta destrutturando e stia perdendo importanza l’istruzione, intesa come mezzo che consenta agli individui formarsi una coscienza critica. Il lavoro del Governo sembra essere incentrato sul tentativo di de-culturalizzare i cittadini. Ho l’impressione agghiacciante che ciò che profetizzò Calamandrei nel 1950 si stia realizzando. Riporto il testo:

    “Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.

    Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di previlegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole , perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili,si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata.

    Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare prevalenza alle scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.”

    Piero Calamandrei

    (Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III congresso dell’Associazione a Difesa della Scuola Nazionale, a Roma l’ 11 febbraio 1950)

  105. Lo so non c’entra niente è che la mente divaga…

  106. @eveblisset
    Invece da Roma, che sarebbe la mia città, nelle scuole si respira una buona aria. Anche perché da quelli che si ascoltano gli zetazeroalfa hanno preso le mazzate, sono riuscit a mettere insieme delle energie belle grosse…Mi pare lo dicesse anche WM5 a San Lorenzo qualche tempo fa…i riot piskels che fanno il conflitto dalle parti mie sono una delle parti migliori del movimento romano.

    La prima volta che ho visto i fascisti è stato un bel “gioco” prodotto da queste parti, ma penso che incida molto sulla politica che fai. Con tutta la rabbia, a volte la frustrazione, che la prima volta e l’ultima si portano dietro.

    Sui gruppi invece forse è anche mancato un po’ uno step di riflessione da parte dei c.s., nel senso che l’arte deve pure far mangiare invece si è spesso data per scontata…La riflessione che fa il Valle va anche nel senso di mettere roba sotto i denti e a me piace molto (e mi piace anche come luogo che riesce a unire molte persone e situazioni diverse).

  107. Diciamo che ho WM5 l’ho un po’ troppo riassunto mi sa…

  108. Sottoscrivo ogni passaggio delle note sul volontariato di wm2.
    Una specifica necessaria. Mi riferivo all’uso politico che ne è stato fatto, oltre al letale tema della sussidiarietà come cavallo di troia delle privatizzazioni più merdose.
    Energie e qualità ed esperienze forti da connettere ce ne sarebbero moltissime.
    L.

  109. @luca
    In effetti a Torino i centri sociali devono aver pensato la stessa cosa. Askatasuna ha aperto un centro per il doposcuola/dopoasilo dei bimbi, il Gabrio più di recente una palestra popolare, e entrambe le cosa hanno aperto (aska) o stanno aprendo (gabrio) il centro alla gente ‘di fuori’

    @elettra
    per me “volontariato antagonista” è fare lavoro volontario non per tapapre i buchi di quello che dovrebbero fare altri (raccolta fondi per la ricerca per fare un esempio) ma per costruire qualcosa che colabori alla costruzione di quanto diceva luca. Esempio banalissimo: ai presidi notav c’è chi va a cucinare chi porta le materie prime, chi materialmente costuisce il presidio… e ovviamente nessuno viene pagato per questo)

  110. @Elettra

    I Rough stanno dentro al canone dei classici del real punk italiano, gli zetazeroalfa mi sembrano lontanissimi da quell’attitudine, che tra l’altro è lontana nel tempo. Il pezzo dei Rough è del 1981, quel che non si comprende oggi è che allora “no politica” non aveva a che fare con i così detti “apolitici”. Significava opporsi a quella che veniva considerata una deriva, quella del punk anarcopacifista, con quelli che allora ci sembravano nient’altro che “preti” di una chiesa di eletti.

  111. Lo scenario che descrive Luca in uno dei suoi ultimi interventi (a proposito: lieto di leggerti ancora tra noi e auguri di prontissima guarigione) e che comunque traspare in tutta/e la/e discussione/i è uno scenario di tipo pre-rivoluzionario, si apure con tutta la complessità del caso.
    In questo senso la domanda che mi faccio io è come mai il 15 ottobre o in altre circostanze analoghe (penso a cose di casa mia, per es.) i disordini siano stati di così infima portata. Altra cosa sarebbe stata una solelvzione di trecentomila persone. Allora sì ci sarebbe stato da “divertirsi”. Così, invece, possiamo solo constatare che si è trattato di un fallimento politico totale, per fortuna contingente e di poco significato storico, e amen.

    Scenario pre-rivoluzionario, dunque. Non è la prima volta, nel corso degli ultimi tre secoli. Ma alla già complicata articolazione di questa situazione dentro i paradigmi della Modernità si aggiunge oggi la crisi di quegli stessi paradigmi. Il divorzio tra capitale e democrazia è il segno che ci troviamo in una fase di transizione di civiltà. Mi viene sempre in mente in proposito il passaggio dal medioevo all’età moderna. Il medioevo europeo finisce con la grande crisi Trecentesca (crisi agricola/alimentare intorno al 1320 e poi la peste nera di metà secolo), ma la Modernità nasce (secondo le partizioni un po’ rigide della storiografia) solo intorno al 1500 (anno più anno meno). Alcuni elementi strutturali della Modernità tuttavia erano già nati nel corso del Duecento e, reciprocamente, sappiamo che alcuni paradigmi tipicamente medievali svaniranno definitivamente dallo scenario economico/sociale/culturale/politico solo con la Grande Transizione Demografica tra fine Settecento e primo Novecento.

    Con ciò non voglio fare la lezioncina storica a chi non ne ha bisogno, ma solo richiamare la complessità dei fenomeni in cui siamo immersi ed evocare nel dicorso quella intima ineludibilità che certi processi possiedono. Dico ineludibilità senza alcuna apertura di credito verso tesi deterministiche. Quando Gramsci parlava di “necessità storica” si guardava bene dall’affibbiare a questa locuzione qualsiasi denotazione semplicistica. È che ci troviamo dentro un sistema, un campo di forze, in cui le possibilità non sono infinite e gli sbocchi teoricamente possibili poi si incanalano concretamente in una o l’altra dinamica storica per ragioni difficili da discernere, per il sommarsi di fattori strutturali e cause contingenti.

    Noi proiettiamo facilmente il presente nel futuro che immaginiamo, come se questo fosse un segmento cronologico che si aggiunge a un altro segmento cronologico. Ma la storia non va dritta. Fa un saco di curve e la direzione che prenderà probabilmente sarà una bella svolta tangente al segmento che ipotizzavamo noi, una svolta lunga, tortuosa, magari spiraleggiante.

    Insomma, è davvero difficile sfuggire alla tentazione da un lato di ingigantire il contingente, dall’altro di perdersi in teoremi astratti.

    Il “che fare?” è d’obbligo, certo, ma bisogna anche tener presente che non è affatto detto che noi vedremo la fine di qualcosa. Di sicuro siamo dentro l’inizio, questo sì. E non è improbabile che alcuni dei paradgmi alternativi a quelli dominanti, che già esistono e di cui stiamo discutendo, tra cento o centocinquant’anni diventino a loro volta elementi strutturali di una nuova forma di civiltà.

    Posto che non avvenga prima il Grande Disastro (per la nostra specie). Perché una delle variabili di cui dobbiamo tenere conto adesso è che siamo arrivati o siamo vicini ai limiti delle possibilità materiali del sistema “pianeta Terra”.

    Per affrontare questo scenario senza cadere nella vertigine dell’impotenza, occorrerebbe produrre un nuovo sogno praticabile, una nuova utopia, darsi un obiettivo storico, così com’era il comunismo.
    Io sono convinto che la lotta di classe (con tutte le sue complessità segnalate da WM1) sia ancora ben presente tra noi (la guerra il capitale l’ha iniziata, o inasprita in modo decisivo, dagli anni Settanta, caso mai non ce ne fossimo resi conto, nel momento in cui è stato chiaro che la parentesi magica del post II Guerra mondiale era finita). Il problema che mi pongo è se la risposta possa essere il riciclo o la riformulazione di qualcosa di simile al socialismo di matrice marxiana, ovvero ci sia bisogno di qualcosa di diverso.

    In fondo, alla fine, il socialismo mirava sì alla dissoluzione delle classi sociali, al benessere diffuso e alla pace, ma passando per gli stessi meccanismi strutturali del capitalismo. Storicamente – tradendo inevitabilmente lo stesso Marx, almeno per certi versi – il socialismo reale è stato un capitalismo di stato. Ancora oggi la Cina si definisce comunista, ha al potere il partito così denominato e ciò non le impedisce di essere un paese pienamente capitalista.

    Uscire dalla trappola, deve essere il nostro scopo. Le teorie dello sviluppo su scala umana (Manfred Max-Neef) o della decrescita felice (denominazione che mi dà l’orticaria, ma è per capirci) suggeriscono qualche strada percorribile. Ma la domanda è: come si fa a trasformare tutto ciò in obiettivi politici attraenti per una massa critica di cittadini (specie in condizioni di “liquidità” sociale come le attuali), nonché collegare ad essi una strategia, delle forme organizzative e una modalità di azione a partire da noi, dal nostro vicinato, dalla nostra città, dalla nostra collettività nazionale?

  112. Provo una strana impressione, uno schiacciamento prospettico. E’ in effetti interessante, insolito, che una scena così minoritaria e lontana come quella del punk italiano di trent’anni fa abbia ancora un significato oggi, per i kids di oggi intendo. Un significato magari traslato, spostato di segno, reinterpretato. Ma insomma, si tratta ancora di materia vivente.

  113. @Wu Ming 5
    Secondo me è che per ora rimane l’unica scena con un po’ di sprint che sappia dire in modo chiaro concetti “base” (e volendo pure gli altri). Un dato interessante ad esempio è stato il passaggio di molte persone dalla scena punk a quella rave, che riprendeva alcuni concetti (ad esempio il diy) e la ripresa di spazi e li traslava nelle fabbriche al suono dei bassi. Finita quell’esperienza però credo ci sia stato un parziale ritorno al punk, ad esempio io ho scoperto l’hard core e poi l’oi! quando ho smesso di apprezzare le albe con gli zombie. Qualcun altro avrà smesso di voler fare lo zombie all’alba etc…Insomma tra la mia generazione e quelli poco più grandi c’è stato un avanti e indietro tra una e l’altra scena molto interessante.

    Comunque prima mi sa che stavi rispondendo a eveblisset :)

    @luca
    C’è anche da dire che volontariato significa anche un bel po’ di riciclaggio sporco di soldi tra Stato e Chiesa. Questo almeno dalle esperienze che conosco perché appunto ci ho fatto la volontaria. Poi in questo tipo di luoghi conosci persone bellissime, forse tra le migliori che abbia incontrato, ma alla fine domandarsi quanto con la tua volontarietà sostieni quel sistema di falsi di bilancio e via dicendo che lo porta avanti è una bella contraddizione che mi sono vissuta varie volte e a cui ho risposto facendo altro in vari modi. Per questo chiedevo del volontariato antagonista… e condivido con Roberto G la roba della Valsusa, che avevo già scritto prima insieme ad esempio a food not bombs e altre belle storie.

  114. A me l’idea di volontariato antagonista proposta da Luca piace perché suggerisce due ipotesi.
    La prima é che dobbiamo recuperare e promuovere relazioni basate sulla solidarietà, presupposto centrale nella pratica del volontariato, provando a tessere e potenziare reti di relazioni umane e cercando di ricomporre i cocci di una società disgregata in mille pezzi. Questo significa anche varcare soglie, uscire dalle isole ghetto in cui ci stanno/stiamo relegando, superare false opposizioni. Mi sembra che troppo spesso rischiamo di cadere nell’errore di difendere “l’identità” a qualunque costo, come se fosse un’isola di purezza che altrimenti rischia di infangarsi, sottraendoci a processi e metamorfosi vitali, necessarie, inevitabili… perché cmq, volenti o nolenti, facciamo già parte del paesaggio di “periferie informi e sorde mancanti di spazi significativi, di spazi dove coltivare socialità” descritto da Polpettide. Quel magma pervasivo sta assorbendo anche noi che lo rigettiamo.
    La seconda é che dobbiamo prendere le distanze dalla deriva “professionalizzante” del volontariato. Questo non significa escludere o rinnegare esperienze preziose da cui poter apprendere, ma dichiarare apertamente che il fine del nostro impegno non é quello di assistere o soccorrere vittime, tappare buchi, ma lottare contro un sistema che vorrebbe indurci a calpestarci l’uno con l’altro pur di avere accesso alla nostra misera porzione di profitto, mentre ci sta espropriando di tutto. Aiutarci a vicenda per trasformare noi stessi e la realtà che ci circonda e per questo essere disposti a praticare l’illegalità é già antagonismo.
    Solidarietà e illegalità (e coraggio, che ne avremo bisogno)
    Occupy Everything

  115. Io credo che l’idea di un volontariato antagonista dovrebbe essere ispirata dalla massima trontiana del “Pensare estremo, agire accorto”.
    Ad esempio: anch’io penso, come @elettra, che il volontariato oggi nasconda giri sporchi di soldi tra Stato e Chiesa (e privato sociale, e cooperative di ogni colore…). Eppure, quando lavoravo “nel settore”, non di rado mi è capitato di trovare un tetto per un disperato grazie a strutture di accoglienza vicine alla Chiesa. E questo poi significa che con chi le gestiva mi ci dovevo rapportare, discutere, collaborare, mettere in piedi progetti (e risultati concreti).
    E certo “tappare i buchi” non può essere il fine, ma è altrettanto certo che ti toccherà tapparne a decine, se tieni davvero “il culo in strada”.
    Se vuoi intervenire su un bisogno reale, non puoi fare a meno di confrontarti con chi sul campo c’è già e magari ci sta con buone pratiche, al di là delle divergenze sulle estremità del pensiero.
    Qui a BO, ad es., il Laboratorio Antiproibizionista nato dal c.s. Livello 57, partecipa ai tavoli regionali delle Unità di Strada, dà una mano nella formazione degli educatori, mette in rete conoscenze di riduzione del danno, e senza perdere la sua identità molto precisa, si mescola a soggetti diversi, crecando di elaborare strategie condivise. Nel frattempo, continua ad agire anche “in proprio”, e in quel caso lo fa con interventi più radicali, che certo non pretende siano cultura comune di tutti i soggetti con cui collabora.

  116. Scusate la rozzezza del mio commento. Prendiamo almeno atto che il 15 è stato un fallimento causato da scelte errate, dalla composizione del corteo (provinciale come al solito!) e da comportamenti inqualificabili di grandi e piccini che hanno lasciato uno strascico pesante di arresti, di rabbia gli uni verso gli altri, di delazioni, di vittimismi, paranoie e divisioni che compromettono l’esistenza e la natura dello stesso movimento. Non ammettere gli errori è il modo migliore per ripeterli.

  117. @ EmmiKI

    a dire il vero, quella che esponi era la *premessa* di tutto quanto il discorso, fin da quando gli scontri erano ancora in corso. E per quanto riguarda le “scelte errate”, noi ci eravamo espressi già nei giorni precedenti il corteo.
    Non c’è nessuno che, intervenendo su Giap, a proposito del 15 non abbia usato parole come “fallimento”, “débacle” (la uso anch’io nell’intervista qui sopra) etc., o acconsentito all’uso di tali parole.
    Delazioni, vittimismi, paranoie etc. è tutta roba di cui si discute a iosa da ormai due settimane.

  118. Sul volontariato Stato/Chiesa mi rapportavo alla situazione romana in cui è forse più pressate, sarà per vicinanza al Vaticano, anche se le zozzerie si allargano anche ad altre situazioni (così come non tutto ciò che proviene dalla Chiesa specula)…
    L’esempio del lavoro sull’antipro è in effetti un buon esempio su come agire su più livelli (per il metodo) e forse la perdita del discorso su riduzione del danno, consumo e produzione che c’è stata dopo il momento emergenziale di approvazione della Fini-Giovanardi è stato deleterio per molto movimento (per il caso concreto).

    @chiara
    Mi sembra che troppo spesso rischiamo di cadere nell’errore di difendere “l’identità” a qualunque costo, come se fosse un’isola di purezza che altrimenti rischia di infangarsi, sottraendoci a processi e metamorfosi vitali, necessarie, inevitabili… perché cmq, volenti o nolenti, facciamo già parte del paesaggio di “periferie informi e sorde mancanti di spazi significativi, di spazi dove coltivare socialità” descritto da Polpettide. Quel magma pervasivo sta assorbendo anche noi che lo rigettiamo.

    Bello, anche se ogni tanto le identità servono. Penso a me che mi muovo schizofrenicamente tra la differenza e il queer (e tanto altro) e mi sento male, ma a volte ho bisogno di stabilire alleanze di gruppo, altre invece ho bisogno di lasciarmi contaminare e performarmi in ogni modo possibile.
    A proposito di alleanze, io ho trovato interessante questo: http://figliefemmine.noblogs.org/post/2011/10/22/da-alcune-cane-sciolte-safety-autogestione-e-resistenza-una-comunicazione-femminista-sul-15-ottobre/
    anche se non sono sicura di condividere tutto sulla data specifica, perché non c’ero.

    – La seconda é che dobbiamo prendere le distanze dalla deriva “professionalizzante” del volontariato. –

    Questo è vero quando alcune situazioni (che per ora però ho incontrato poco) diventano solo professione…Proprio oggi leggevo questo,
    http://vitadicristina.wordpress.com/2011/10/07/preferisco-mio-marito-al-centro-antiviolenza/
    e mi venivano i brividi. Certe cose non possono diventare lavoro (che significa fatica). Al tempo stesso, senza renderle lavoro sarebbe impossibile portarle avanti…Qual è la via d’uscita?

  119. Il dibattitto lanciato sul concetto di “volontariato antogonista” è molto interessante anche se non sono certo che utilizzare la parola volontariato sia la scelta corretta. Il termine no-profit potrebbe essere più adatta a definire quello di cuis triamo parlando e ciò che potrebbe aiutare a tessere società nei prossimi anni.

    Personalmente sono impegnato da tanti anni sia sul fronte del volontariato/no-profit che su quello politico ed ho spesso visto e praticato il concetto qui identificato come “volontariato antagonista” (che come esperienza non è un concetto particolamente originale, ma che sarebbe opportuno elevare ad approccio collettivo). Spesso mi è stato detto che con il volontariato non si può generare il conflitto. Sebbene questo ragionamento parta da posizioni ragionevoli me sopo le mie esperienze mi sento di dire che non lo condivido. Il volontariato può infatti essere uno strumento di educazione sociale e politica fondamentale. Il volontariato è uno dei migliori strumenti per stimolare la partecipazione attiva e sociale. Il mondo del no-profit è potentissimo quando si tratta di concretizzare obiettivi e discorsi politici e sociali. E’ chiaro che il volontariato può diventare metadone per il conflitto ma la mia epserienza mi dice che può diventarne anche un catalizzatore, il punto è come ci si rapporta a questo mondo e se dietro c’è un generico ideale di aiutare il prossimo o un ‘idea di società più specifica.

    Inoltre come già detto il mondo del volontariato e del no-profit è centrale per tessere società ed è qualcosa che in realtà il mondo dei movimenti e anche settori più politico-partitici hanno sperimentato. L’idea di metterein rete queste esperienze e, finalmente, dargli leggittimità in termini di forma Politica e conflittuale è a mio avviso un’ottima idea e un approccio assolutamente necessario.

    Infine mentre il processo di professionalizzazione del volontariato è qualcosa di molto ambiguo che evoca derive potenzialmente molto negative la professionalizzazione del mondo del no-profit è qualcosa di assolutamente positivo ed anche necessario. Il caso citato da Elettra sul Centro Antiviolenza è dal mio punto di vista un chiaro esempio di mancanza di professionalità. Il mondo delle ONG, del no-profit e anche quello del “social business” è un terreno molto più complesso di quello delle OdV (Organizzazioni di Volontariato) e dove spesso ci si scontra con cose che fanno davvero schifo. Nondimeno, e proprio per non lasciare in pasto a squali questo campo, che considivendo con l’analisi di WM2 è a mio avviso cruciale per i prossimi anni, è fondamentale l’impegno di persone con ideali e che aspirano a costruire un mondo basato su valori e ideali differenti.

  120. Il volontariato si può rivolgere all’interno del nostro tessuto sociale oppure all’esterno (vedi ad esempio le ONG che portano avanti politiche di sviluppo presso paesi di economie emergenti oppure PVS o paesi al di sotto della soglia di povertà). Per quanto riguarda il volontariato rivolto all’interno del proprio tessuto sociale, sono d’accordo sulla necessità di cercare di opporre alle classiche associazioni cattoliche esistenti una sorta di volontariato antagonista che nasca dal basso, occupandosi magari di dare assistenza a determinati individui che, per la loro particolare condizione, non possono rivolgersi presso le strutture classiche; quando dico questo penso, ad esempio, agli sportelli di aiuto ai migranti, aiuto che va dai corsi di lingua italiana gratuiti, all’assistenza legale per permessi di soggiorno e cose varie. Oppure sportelli gratuiti di assistenza legale a ragazzi e ragazze con problemi giudiziari legati agli stupefacenti. Oppure, semplicemente, penso al Legal Team, che da tempo si occupa di dare sostegno legale agli arrestati durante le manifestazioni, dando il loro incondizionato appoggio professionale. Per me questo è puro volontariato antagonista perchè rompe lo schema classico associazione/finanziamenti/Stato, visto che il più delle volte sono pratiche attuate da strutture che possono essere definite vere e proprie associazioni in senso giuridico, formalmente, ma i cui componenti sono legati da un vincolo di solidarietà e comunanza di intenti, senza scopo di lucro alcuno, senza torte da spartire.
    Per quanto riguarda il volontariato rivolto all’esterno, certamente il discorso si complica. Ovviamente si tratta per lo più di progetti per la cui realizzazione occorre un certo budget iniziale, magari anche una formazione particolare dei volontari, soprattutto se si esplica in aiuti sanitari, in soccorso nelle zone di guerra, scolarizzazione ecc. E’ qui che nascono i problemi. E’ qui che il rischio di trasformazione in mero “assistenzialismo” o “paternalismo” diventa più alto e tangibile. Cosa si fa? Si cerca di tappare i buchi, come dice WM2, e dico che all’inizio può anche essere giusto, un primo passaggio da non trascurare. Ma poi? Una volta che i primi buchi sono stati tappati cosa si fa?
    A mio avviso la questione pregnante è quella della trasmissione del know how ai soggetti cui si tende la propria mano. Esso diviene fondamentale per la vera riuscita delle azioni di volontariato perchè implica un affrancamento di tali soggetti dalla necessità di essere soccorsi. Oltretutto, e questo è un dibattito che in socio-antropologia va avanti da molto, se questo passaggio di conoscenze non avviene, i soggetti beneficiari degli aiuti non potranno fare altro che aspettare nuovi aiuti. E questo li renderà sempre schivi e bisognosi di questo volontariato occidentale, che serve agli occidentali per lavarsi la coscienza dalla consapevolezza dei mali prodotti dal colonialismo. Ma senza trasmissione di conoscenze, non si fa altro che creare nuove dipendenze, un colonialismo più strisciane e quindi più pericoloso.

  121. Ho scoperto ora questo forum; molto interessante. Leggendo i primi commenti si cita il Movimento No Tav; molto brevemente vorrei fare un’osservazione. E’ vero quanto si dice sulle sue capacità tattiche, sui fondamenti che tengono unito il movimento (la condivisione di un obiettivo forte), sulla capacità di fare “sintesi”, sul darsi di un “intellettuale collettivo”. Sarebbe sbagliato però non vederci anche la compresenza di diverse anime e un movimento che di volta in volta sposta il suo baricentro sulla base delle pressioni contingenti. La “giornata romana” ha avuto ricadute che hanno messo in forte difficoltà le componenti antagoniste del movimento. La manifestazione di domenica scorsa e l’ultima assemblea preparatoria sono state egemonizzate da quelle componenti (numericamente maggioritarie peraltro) che hanno imposto (nei fatti) una linea gandhiana. Siamo in presenza di un forte arretramento rispetto al 3 luglio; l’impostazione e le pratiche degli ultimi 10 giorni sono del tutto compatibili
    con Casarini & co….purtroppo

  122. @tutti
    vorrei porre una semplice domanda. qual’è davvero l’obiettivo a cui mirare? a cosa dobbiamo puntare per formulare i nostri ragionamenti e le nostre idee? vogliamo semplicemente resistere, o vogliamo ribaltare tutto? credo sia una cosa da non sottovalutare.

  123. Io faccio un esempio, tutto torinese, che secondo me funziona e può diventare una occasione di confronto costruttivo.
    A Torino esiste un museo a mio parere degno di essere salvato a ogni costo: è il museo diffuso della resistenza.
    http://www.museodiffusotorino.it/
    Ovviamente i tagli hanno colpito anche e soprattutto questa struttura, e le attività del 2012 sono in forte dubbio. Occuparlo e farlo diventare un luogo vivo sarebbe fantastico, almeno a parer mio.
    In generale occupare qualunque spazio a rischio chiusura e farlo vivere è una estensione del modello Valle.
    Qualunque teatro, museo, biblioteca, centro incontri è un granaio. Lì si fanno attività che mettono in contatto le persone, che non le isolano a casa. Ogni volta che un posto così chiude, qualcuno si convincerà che un centro commerciale è necessario per incontrarsi.
    @eveblissett
    Scusa ma secondo me sbagli l’impostazione.
    Il fatto che alcuni spazi comuni siano venuti meno ha contribuito a generare la diaspora dei collettivi, delle comunità politiche in generale.
    Inoltre: io sono un 28enne e devo occuparmi degli spazi che vivo. Non posso occuparmi dei collettivi studenteschi o universitari, sono vecchio per certe cose (grazie al cielo), e non lo possono fare manco i wuminghi (che di anni ne hanno un paio di più sul groppone).
    Mettere una contro l’altra queste istanze è ridicolo. La lotta non si fa solo fino ai 25, ma anche a 50. E a 50 sai cosa significhi l’importanza di un asilo nido, mentre a venti te ne freghi, di solito. Ciò non toglie che io non guardai interessato ai medi, che ci sono nella mia comunità politica, assieme agli universitari, però occuparsi solo di quello è, a mio avviso, riduttivo.

  124. Ciao a tutti, questo e’ il mio primo commento qui.

    @luca dice “Ci vogliono scuole, mense, palestre e ambulatori e biblioteche e teatri. E bisogna pagarsele, pure.”

    Mi sembra un ottimo punto: pagarsele come? Accettando solo soldi da privati cittadini? O andando a fare la fila da assessori & arcivescovi?
    Secondo me questa non e’ solo una questione venale, ma e’ in parte l’origine di tanti scazzi: la penuria di risorse per soggetti che vogliano rimanere autonomi.
    Il litigarsi spazi, persone, spiccioli.
    La questione delle risorse si riflette anche nel rapporto con le istituzioni:
    e’ evidente che taluni considerano accettabile “l’intrallazzo” con i politici di professione, perche’ risolve in parte il problema di come reperire fondi & spazi.
    Altri invece vedono come il fumo negli occhi chi cerca di ritagliarsi una carriera politica.
    Sara’ mica anche questo che rende il movimento in Italia, come dice @Corrini:
    “una cloaca di contraddizioni incompatibili”?

    Mi rendo conto che tiro fuori una cosa odiosa da discutere in un blog letterario, ma Luca ha stilato un programma ambizioso, e vorrei sapere se ha anche un solido Business Plan ;-)

  125. @Add3r
    Capisco le tue perplessità. Ma ti racconto una cosa.

    Ti parlo di circa quindici anni fa, forse di più. Ero in strada con WM1, non avevamo una lira e abbastanza fame. Con pochi spiccioli ci siamo comprati degli snack in un tabacchi, perché «Servono glucidi, servono glucidi…» – ripeteva.
    Non avevamo un soldo in tasca, letteralmente.

    Stavamo andando in Grafton a fotocomporre una rivista. Di lì a poche ore saremmo andati in radio a fare una trasmissione, un format radiofonico che poi ci è stato richiesto per la televisione. Contemporaneamente stavamo scrivendo un libello di guerra psichica. E partecipavamo a dibattiti accesi e pittoreschi sulle BBS. E andavamo in giro con i Cavalla Cavalla per suonare cose assurde tra un dibattito su Debord e un bicchiere di vino in Valdobbiadene.
    Nel frattempo attorno a noi c’erano compagni, quasi tutti squattrinati, che mettevano su ponti radio, improvvisavano asili indie, incidevano seminali dischi hip hop, allestivano improbabili laboratori teatrali, condividevano un modem e un PC e assemblavano reti, costruivano piste da skateboard, producevano grafica strafica, mettevano su i primi eventi techno-cyber, sperimentavano con il Web e lo streaming ASCII, proiettavano film, s’inventavano case editrici, organizzavano migliaia di concerti e campionati del mondo tra DJ, partecipavano a progetti di riduzione del danno con i SERT.

    Com’era possibile?
    Erano forse bei tempi?
    No. I bei tempi non sono mai esistiti.
    Eravamo tutti con il “culo per strada”.

    E no, non ce l’avevamo un business plan.

    C_

  126. @ Christiano

    Così non vale, però, cazzo. Così mi commuovo.
    E però vi voglio bene, gente… :-)

  127. Christiano: “E no, non ce l’avevamo un business plan.”

    E infatti stai parlando al passato!

    (scusatemi, era troppa la tentazione di distruggere il momento commovente con un commento cinico :-P )

  128. Però siamo tutti ancora qui, e qualcosina abbiamo costruito. Partendo con molti meno mezzi di quelli che oggi chiunque ha a disposizione grazie alla rete :-)

  129. @WM1: Son di sfuggita ma il discorso mi pare troppo interessante per non esprimere un mini-appuntino autobiografico.
    Sul fatto che adesso vi siano molti più mezzi, pur avendo vent’anni, condivido in pieno. Tuttavia ciò denota tutto uno spettro di problemi della nostra gioventù: l’incapacità. Sono appena uscito dal liceo in brianza e, insieme a qualche amico particolarmente caro, stiamo tirando in piedi un bel lavoro sia di tipo pratico [artistico] che, più genericamente filosofico. Ma questo in modo molto ristretto, in maniera autonoma, senza grandissimi contatti con l’esterno. E ciò non perchè manchi la volontà di far qualcosa, ma proprio perchè mancano i fondamentali rudimenti della condivisione sociale: conosco tanti ragazzi molto intelligenti, molti dei quali vivono cmq in una condizione di disagio [spesso più psichico che materiale, ma non mancano condizioni limite da entrambi i punti di vista] che vorrebbero far qualcosa, ma, per qualche strana ragione, di cui, sinceramente, non riesco a capacitarmi fino in fondo, nel momento in cui ci si siede intorno a un tavolo -con una birra, magari- i buoni propositi scemano completamente.
    Questo aspetto, che meglio non saprei definire in 2 min, ha portato a un’eremitismo culturale: gli interlocutori sono pochi, persone disposte ad ascoltare ancora meno, e trovare qualche volontario pronto a “sporcarsi le mani”, rasenta il miracolo.
    Credo che di ciò si debba tener conto in un discorso più ampio: siamo infanti con dei lanciafiamme.

    ps: se ho scritto troppe ovvietà mi scuso, passavo di qui rapidamente e non ho ancora letto tutti i commenti ^ ^.

  130. “E partecipavamo a dibattiti accesi e pittoreschi sulle BBS”, scrive Christiano.

    A questo punto, è d’uopo riproporre questa reliquia del ’93 ripescata qualche mese fa da un vetusto Cd-rom.

    http://www.wumingfoundation.com/ULTRRAT8.txt

    “Entità” è Sandrone Dazieri. Tutti gli altri siamo noi.

  131. @Christiano @WM1

    vediamo se indovino: il “libello di guerra psichica” è Mind Invaders?
    (cosa ho vinto? ;-)

  132. @ VecioBaeordo

    esatto. Tra l’altro, Christiano ne scrisse il capitolo più vaneggiante in assoluto :-)

  133. @Christiano @WM*
    Bene, allora ve lo racconto.
    Tanti anni fa al salone del libro qui a Torino trovai la bancarella della Castelvecchi. Comprai due o tre libri (ricordo un “Manuale di disinformazione” che all’epoca mi piacque) e chiesi anche Mind Invaders perché quella cosa di fottere i media mi attizzava troppo. Non c’era più, me lo disse il signor Castelvecchi in persona e aggiunse con tono amaro e un po’ sdegnoso qualcosa riguardo alla (sua) delusione per il fatto che alcuni dei Luther Blissett stessero per pubblicare “per conto loro” un romanzo per Einaudi. Dimenticai per un po’ di anni la faccenda, comprai Mind Invaders altrove, poi lo prestai e non è più tornato.
    Anni dopo, quando un’amica mi passò Q, mi tornò in mente il commento acidulo di Castelvecchi e sulle prime questo non mi dispose al meglio per la lettura. Invece dopo averlo divorato e restituito ne regalai in varie occasioni ad amici che non ne sapevano nulla, seminando “oh” e “ah” e tirandomela poco onestamente da figo che legge le cose d’avanguardia; invece una copia che avevo comprato per poterla prestare, a furia di prestarla non è più tornata nemmeno lei, almeno finora.
    Tre settimane fa trovo una copia recente di Q sulla scrivania di mia figlia terza superiore. Toh! E questo da dove arriva? Ah, me l’ha prestato taldeitali (coetanea impegnata), dice che devo leggerlo assolutamente. Attimo di gelosia: CHI dunque si permette di usurpare il MIO diritto a passare a MIA figlia il libro che IO ho passato a tutti? E poi ho sempre pensato che a sedici anni il libro WM “giusto” fosse Manituana! e adesso tutto per aria…
    Morale 1: i libri che escono dalla porta rientrano dalla finestra.
    Morale 2: il signor Castelvecchi aveva torto.
    Morale 3: anch’io avevo torto.
    Morale 4: ma dunque i meglio piskels si ispirano a Gert Dal Pozzo!

    Scusate la lunghezza, prima o poi ve lo dovevo dire :-)

  134. …poi dice perché questi snobbano il salone del libro di Torino :)

  135. @ Christiano

    grazie per la “cosa” che ci hai raccontato.
    È da ieri sera che continuo a ripensarci e – nonostante non vi conosca personalmente – faccio fatica a trattenere qualche lacrimuccia.
    Una storia come questa, in un’epoca di business plan e di cinismo commercializzato, è come una sorgente di acqua pulita che sgorga in mezzo ad una palude imputridita.
    Mi auguro che in mezzo ai ventenni che hanno partecipato a questa discussione ve ne sia qualcuno in grado di capire da quale delle due convenga abbeverarsi.
    Ma sono pronto a scommettere di sì :)
    Un saluto.

    F.

  136. @ WM1
    Se la memoria ancora mi assiste si trattava del lisergico capitolo finale: “Ipocalisse”. O sbaglio?

    @ VecioBaeordo
    Molto bello l’aneddoto. E incoraggiante pure per noi altri. Valli a capire poi i piskels… Ad ogni modo, dando un’occhiata a “Mind Invaders” dopo tanti anni, mi rendo conto che nella sua sconclusionatezza (venne assemblato da me e WM1 facendo i turni di notte, ma i contributi erano di molte menti e mani) forse ha un valore “storico” da non trascurare. E’ una specie di calderone di spunti, sputi, roba seria e cazzate, che restituisce un certo stile dell’undeground anni Novanta. Al di là dell’interesse archeologico, viene da chiedersi cosa ne penserebbero i piskels di oggi…

  137. La macchina del fango

    Circa tre mesi fa a Bologna si è verificato un violento temporale e, in conseguenza di esso, alcune cantine di via Mascarella si sono allagate di fanghiglia risalita dalle fogne. Ahimè, in una di queste cantine erano conservate scatole contenti una parte dei miei libri e, con essi, numerosi manifesti, volantini e altri gadget (tra cui gli adesivi di Piermario Ciani).
    La scena del disastro era nauseabonda a ogni livello sensoriale.
    Durante lo sgombero, tra i cartoni laceri ho trovato una copia maleodorante di Mind Invaders impasticciato di merda. Con i guanti ho iniziato a sfogliarlo, ho pure letto parte dell’“Ipocalisse”. Dunque:

    @WM1
    Ha ragione: è vaneggiante.

    @WM4
    Ha ragione: è lisergico.

    @VecioBaeordo
    Meglio Q.
    E ottimo aneddoto circolare che prima si fa un po’ amaro e poi si chiude in elenco gradevole.
    Ed educatissimo nel presentare lo sdegno del signor C., che immagino contrito e piccato.

    @franzecke
    Grazie a te.
    Ma ricordo che la “palude impudrita” era vasta e mefitica già allora. Non dobbiamo pensare o concedere che non si possa fare di più e meglio. I tempi mutano e – mi si perdoni il greve calembour – le mutande con essi.
    «Dai dai dai!» (cit. René Ferretti).

    In ogni caso mi dissocio da WM1, WM4 e Christiano.
    È ora di bastare la macchina del fango della casta dei dossier.

    C_

  138. Prima di tutto, l’ho già fatto su Twitter, ma lo rifaccio qua, ringrazio Christiano per il suo intervento, per la sua testimonianza, incoraggiantissima. L’80% delle volte dai “compagni con più esperienza” mi sento dire solo cose come “Non si può, ci abbiamo già provato”, “Non abbiamo le forze” ecc ecc ecc e mi scendono le ovaie nei calzini. Di cose così, invece, se ne sentono poche e se ne sente il bisogno.

    Poi. Ho un dubbio che m’attanaglia. Da un po’ di articoli post genova (agosto 2001) si capisce che la questione violenti/non violenti, il dualismo, la scissione eccetera eccetera e tutte queste cose belle che stiamo vivendo del post 15 ottobre, erano forti anche allora.

    Perchè certi ci sono arrivati solo adesso al fatto che questa cosa era ed è una puttanata e che gli individui che la sostenevano allora e che la sostengono adesso stronzi erano allora e stronzi sono adesso?

  139. Pure io ringrazio, nonostante abbia fatto le ore piccole leggendo dei SituazionautI, mi sento già Trans-maniaca.

    eveblisset io mi chiedo perché non riesco a spiegarlo a mia madre perché quel dualismo non funziona. Credo che risolto l’arcano capirò molte cose :)

  140. quoto elettra

    “Pure io ringrazio, nonostante abbia fatto le ore piccole leggendo dei SituazionautI, mi sento già Trans-maniaca.”

    Adoro questo blog :)

    Buone scoperte a tutti, ragazzi

    F.

  141. Vorrei chiedere lumi: perchè è concesso ad un vecchio comico a libro paga del premier di diffondere un video così:

    http://www.youtube.com/watch?v=Dwk5IiBpros&feature=player_embedded

    mentre sarebbe ritenuto pericoloso se il vaffan.. e l’esortazione ad incazzarsi fosse pronunciato da un ragazzino con piercing.
    Vorrei anche chiedervi di aiutarmi a rispondere quando nelle scuole mi chiedono perchè la “sinsitra ufficilale” accetta che simili individui si definiscano compagni. grazie

  142. Campane
    Nelle prime pagine di Vent’anni dopo di Dumas, Mazarino, travestito da moschettiere, si fa accompagnare nottetempo da D’Artagnan per le vie di una Parigi in rivolta.

    “L’aspetto della città presentava tutti i caratteri di una grande agitazione: numerosi gruppi percorrevano le strade, […] i borghesi avevano momentaneamente deposto l’abituale mansuetudine ed erano animati da spiriti più bellicosi. Di tanto in tanto si udivano rumori provenienti dal quartiere delle Halles. Crepitavano fucilate verso Rue Saint-Denis e, a volte, improvvisamente, senza che si sapesse perché, qualche campana si metteva a suonare, mossa dal popolare capriccio.”
    A. Dumas, Vent’anni dopo, Bur, 2009, p. 17

    Le campane, appunto.
    Fino a pochi anni fa le campane assolvevano una molteplicità di importanti compiti.
    Marcavano il tempo, non solo battendo le ore, ma differenziando il tempo festivo da quello ordinario: abbiamo tutti presente le allegre scampanate domenicali, o pasquali.
    Inoltre segnalavano pericoli – le adunate anti incendio erano convocate da un codificato scampanio – e i decessi, le campane a morto, appunto. Ma non si dava – e non si dà – nessun caso in cui le campane suonino “senza che si sapesse il perché” o “mosse dal popolare capriccio”
    Ecco, io credo che una chiave per dar respiro oggi alle rivolte sia questa: occupy the bells!
    Proviamo a occupare i marcatori di tempo e a farne saltare gli automatismi, sabotiamo i meccanismi a tempo, i congegni a orologeria, abbiamo tutta la vita davanti. Un meccanismo a tempo è una previsione del futuro: finché non ci prenderemo “il tempo” per metterli fuori uso vivremo in un tempo pre-ordinato, in cui vincitori e vinti sono già scritti.

    http://bit.ly/sccmSJ
    http://bit.ly/sC6AyL

  143. I riot piskels:
    http://www.c6.tv/video/12532
    E la polizia carica anche senza caschi e felpe nere.

  144. x Blicero
    composizione di classe?
    strati proletari che, per il ruolo che occupano nella produzione sociale di plusvalore dovrebbero essere i più incazzati.
    E poi oltre la rilevazione sociologica, qual’è la soggettività che li organizza per la lotta?
    Le nuove soggettività post Genova2001, abborriscono l’idea di battere i marciapiedi del lavoro salariato, pensano ancora di affrancarsi dal conflitto, “conquistando visibilità mediatica” o elemosinando leggine dal centro sinistra,
    in opposizione al novecento, quando non si fanno protagonisti dei giovani contro i vecchi.
    E ora crisi!
    Che dire?,
    che fare?
    Dobbiamo ringraziare i ragazzi di piazza S.Giovanni che hanno svelato la noia e il parassitismo del ceto politico-sindacale a sinistra del PD, pronto per un’altro giro di giostra, dopo Caruso-Bertinotti, Casarini-Vendola &c.
    Grazie ragazzi del 15 ottobre anche se il culo, anche questa volta, ce lo avete messo voi.

  145. […] manifestazione del 15 ottobre a Roma. L’unico luogo dove questo è stato possibile è stato Giap, il blog di Wu Ming Foundation, che ha operato una supplenza rispetto ad un’impossibilità reale nei movimenti e nella […]