Basta uno sparo

Sabato 18 settembre, al festival Marina Café Noir di Cagliari, Wu Ming 2 ha presentato in anteprima Basta uno sparo – storia di un partigiano italo somalo nella Resistenza italiana, pubblicato dalla collana Inaudita delle edizioni Transeuropa. Si tratta di un libro + CD, contenente i testi del reading Razza Partigiana e l’audio dello spettacolo registrato in studio insieme a Egle Sommacal (chitarre), Paul Pieretto (basso, tastiere ed elettronica), Federico Oppi (batteria e percussioni) e Stefano Pilia (chitarra). Il CD che accompagna il libro è lo stesso che prima dell’estate uscì in allegato con la rivista Loop.

Il tutto sarà nelle librerie a partire da questa settimana, e speriamo possa restituire anche a chi non c’era la grande emozione della serata di Cagliari, dentro una piazza San Sepolcro stracolma di gente, in un silenzio inedito per quello che in fondo è un concerto rock, ancorché parlato: solo gli applausi rompevano il filo tra una lettura e l’altra.

Di seguito riportiamo due brani dal testo di WM2 che introduce il volume, subito dopo la prefazione di Carlo Costa e Lorenzo Teodonio, autori del saggio Razza Partigiana – storia di Giorgio Marincola, senza il quale questo spettacolo non avrebbe mai visto la luce.

«Ho conosciuto Antar Mohamed a Villa Baruzziana, una vecchia clinica per malattie nervose, sul fianco di un colle che guarda Bologna. Frequentavamo lo stesso matto: lui come assistente, io come amico. Era l’estate del 2003, lo avevano ricoverato dopo una crisi e noi facevamo i turni per stargli vicino.

Una sera, mentre l’afa del pomeriggio colpisce ancora, Antar viene a darmi il cambio con una cartelletta sotto braccio. Dentro ci sono pochi fogli e una grande storia: quella di suo zio, Giorgio Marincola, partigiano di origine somala, ucciso dai nazisti in Val di Fiemme.
In una mezz’ora scarsa, di fretta, raccolgo schegge di racconto, le guardo schizzare attorno e ancora non immagino che mi resteranno conficcate addosso per sempre.
Più tardi, sdraiato sul pavimento di casa in cerca di fresco, leggo i documenti della cartelletta. Un paio di articoli, scritti dallo stesso Antar per piccole riviste locali, e qualche fotocopia sottolineata, dove si parla di “un mulatto” nelle file della Resistenza: a Roma, a Biella, in Trentino.
Butto qualche parola chiave in un motore di ricerca e ottengo un solo risultato: sul sito del Quirinale, il nome Giorgio Marincola compare tra i decorati con la Medaglia d’Oro al Valor Militare:

Giovane studente universitario, subito dopo l’armistizio partecipava alla lotta di Liberazione, molto distinguendosi nelle formazioni clandestine romane per decisione, per capacità, per ardimento. Dopo la liberazione della Capitale, desideroso di continuare la lotta, entrava a far parte di una missione militare e nell’agosto 1944 veniva paracadutato nel Biellese. Rendeva preziosi servizi nel campo organizzativo e in quello informativo ed in numerosi scontri a fuoco dimostrava ferma decisione e leggendario coraggio, riportando ferite. Caduto in mani nemiche e costretto a parlare per propaganda alla radio, per quanto dovesse aspettarsi rappresaglie estreme, con fermo cuore coglieva occasione per esaltare la fedeltà al legittimo governo. Dopo dura prigionia, liberato da una missione alleata, rifiutava di porsi in salvo attraverso la Svizzera e preferiva impugnare ancora le armi, insieme ai partigiani trentini. Cadeva da prode in uno scontro con le SS germaniche, quando la lotta per la libertà era ormai vittoriosamente conclusa.

“Giovane studente universitario”, “rendeva preziosi servizi”, “cadeva da prode”… La lingua di ferro delle onorificenze non fa cenno alle origini africane di Giorgio, né tanto meno al colore della pelle, che certo non gli fu d’aiuto nella vita clandestina.
Mi domando il motivo di una simile rimozione e subito la attribuisco a un egualitarismo insipido. Gli eroi son tutti giovani e belli, canterebbe Guccini. Cosa importa se questo Marincola era bianco o nero, comunista o liberale, somalo o italiano? I partigiani, nella retorica degli alzabandiera, sono patrioti dal leggendario coraggio, punto e basta. Epiteti lisci come un cippo di marmo, pieno di ettolitri di aria fritta. Perché il coraggio è parola vuota – altro che leggenda – se non si dice cosa lo alimentava e in quali vene si mescolava col sangue.

La medaglia venne conferita nel 1953, con un decreto firmato da Alcide De Gasperi. Era il tempo dell’AFIS, l’Amministrazione Fiduciaria Italiana in Somalia, un decennio durante il quale l’Italia, su incarico delle Nazioni Unite, doveva aiutare l’ex-colonia a diventare una democrazia. Giorgio Marincola, in un contesto del genere, poteva essere il simbolo dei nuovi rapporti tra i due paesi, un eroe perfetto per l’età postcoloniale. Invece De Gasperi & soci non seppero che farsene e in fondo non c’è da sorprendersi. I soliti malpensanti sostengono che la sigla AFIS alludesse a un obiettivo ben diverso dalla democrazia: Ancora Fascisti Italiani in Somalia.
L’unica via intitolata a Marincola, in un quartiere di Biella, è stata battezzata così solo negli anni Sessanta.
Una medaglia postuma, un po’ di retorica e una targa stradale in cima a un palo. Nient’altro.
Possibile che un individuo così particolare abbia lasciato una traccia tanto esile?
Quale damnatio memoriae si è abbattuta sul partigiano nero di Mahadaay Weyn?

[…]

Torniamo a casa e trovo in mailbox un messaggio sibillino di Lorenzo Teodonio. Oggetto: “Gianfranco Fini scopre Giorgio Marincola”. Nel testo, in caratteri blu, soltanto il link a un articolo sul magazine on-line di FareFuturo.
Titolo: “Giorgio Marincola, la libertà non ha colore.” Occhiello: “Il partigiano italo-somalo che combatté per la terra dove non era nato.”
Inizio la lettura, curioso di scoprire cosa piace, alla destra italiana postfascista, del nostro partigiano nero.
Di sicuro, il fatto che non fosse comunista, ma questo già lo so e mi sforzo di cogliere tra le righe altri elementi.
Azzurra Provenzale, l’autrice del pezzo, parla del “dramma della sua doppia identità, di un destino difficile in una società dove i “meticci” non venivano riconosciuti, seguita con scelte di appartenenza molto nette: la militanza antifascista in quanto giovane italiano”
L’impressione è che chi scrive abbia in testa un modello per gli immigrati di oggi, la ricetta per farsi accettare e non essere più fattori di disturbo. Crisi d’identità, spaesamento e problemi di integrazione si risolvono con l’appartenenza netta, il patriottismo, la militanza italiana.
Ma io davvero non direi che Giorgio Marincola era in guerra col fascismo “in quanto giovane italiano”. Quando i nazisti lo catturarono dalle parti di Biella e lo costrinsero a parlare alla radio, gli chiesero perché avesse deciso di combattere a fianco di inglesi e italiani, cioè i colonialisti che opprimevano la sua Patria. A quella domanda, Giorgio rispose che la Patria non è un colore sulla mappa, ma un ideale di libertà. Non disse: “Quale Patria? La Somalia? Io sono italiano”. Piuttosto, si dichiarò cittadino del mondo, nemico del colonialismo non come negazione di una Patria, ma come rifiuto di una libera cittadinanza, dispositivo che genera individui di seconda categoria.
Rivendicò in poche parole il suo essere un cittadino senza Stato, come gli apolidi di cui parla Agamben nel suo saggio del 1996, Al di là dei diritti dell’uomo. Persone che fanno parte di una nazione ma che non le appartengono. Cittadini perché partecipi di una comunità allargata, al di là delle carte e della burocrazia. Giorgio Marincola, figlio di un militare di carriera, fu esentato dal servizio di leva perché meticcio, eppure imbracciò un fucile per combattere i fascisti. Isabella Marincola, sua sorella, venne cacciata di casa a vent’anni e si ritrovò sempre fuori posto: in Italia fino al 1960, poi per trent’anni a Mogadiscio, poi di nuovo in Italia, dopo la caduta di Siad Barre, come rifugiata e profuga. Antar Mohamed, suo figlio, scelse a diciott’anni di essere cittadino somalo, poi straniero col permesso di soggiorno in Italia, poi cittadino italiano nato in Somalia, ma che in Somalia non può tornare. Apolidi, esiliati, profughi, clandestini: uomini e donne che preparano il futuro, con la loro capacità di stare insieme oltre l’appartenenza, di essere cittadini senza Stato, di fare politica oltre la polis.
Sorrido. Ecco di cosa ci parla, oggi, l’anomalia normale di Giorgio Marincola e della sua resistenza. Ecco perché la sua storia smette di essere un’eccezione e diventa esemplare. E io l’ho scoperto, alla fine, grazie a un articolo di FareFuturo.»

P.S. In questo post avremmo voluto parlare di un’altra uscita imminente, sempre in formato libro + CD, sempre per una piccola – in questo caso neonata – casa editrice. Al momento, però, non sappiamo con precisione quando arriverà in libreria e preferiamo attendere notizie più sicure.

Giorno di pioggia alle fosse
(Testo di Lia Albertelli, moglie di Pilo Albertelli, professore di Giorgio Marincola
al Liceo Umberto I di Roma, trucidato
alle Fosse Ardeatine)
3:04
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15 commenti su “Basta uno sparo

  1. Nota tecnica: chi è iscritto a Giap via e-mail e ha un indirizzo gmail potrebbe non avere ricevuto questo post.
    Infatti, stranamente e per la prima volta, ad alcuni è finito nella cartella “Spam”.
    Bisogna aprire la cartella, aprire il messaggio e, sulla barra del menu, cliccare “No spam”, così la prossima volta non succede.
    Dato che questo servizio è di Feedburner, cioè di Google, e l’iscrizione è volontaria, è quantomeno bizzarro che l’antispam di gmail si sia comportato in questo modo.

  2. […] uno sparo. Storia di un partigiano italo somalo nella Resistenza italiana“, il libro + CD di Wu Ming 2, è in libreria. Il libro contiene i testi di “Razza Partigiana. Il reading”, una […]

  3. @Wu Ming: Ho il sospetto che il titolo, per una delle due formule che contiene («Basta + X», sparo/shot), sia stato preso per una traduzione automatica ingl/ita di quelle email di spam che propagandano farmaci. Chiaro che poi uno non può farsi questo genere di s3ghe mentali quando sceglie i titoli…

  4. @ Taliesin,
    sì, forse ci hai visto giusto :-)

  5. Cari WuMing, che dire…sempre un piacere leggervi ed ascoltarvi. Specie dopo che si leggono notizie come queste.

    Grazie sentitamente del vostro lavoro.

  6. Cosa piace alla destra di Giorgio Marincola?
    Forse niente in realtà. La vera domanda secondo me dovrebbe essere: Perchè la destra usa la figura di Marincola? Che vantaggio ne ha?
    Le mosse politiche di Fini sono calcolate, velenose e spregiudicate di questi tempi. Forse sfruttare l’immagine di un eroe “italiano” di colore era solo uno spot promozionale per la proposta di dare la cittadinanza agli immigrati avanzata da Fini. Che di per sè è pure una buona cosa, senz’altro derivata da sondaggi e raffinati calcoli politici. E in questo quadro farei rientrare la “scoperta” di Marincola da parte di Fini.

  7. @superpu: è chiaro che la domanda “cosa piace” è retorica, e significa invece “perché Fare Futuro si interessa a Marincola e ce lo propone come figura esemplare?”. A me sembra chiaro che il significato dell’operazione non è semplicemente promozionale, come sospetti tu. La strategia, piuttosto, è culturale e politica. Si vuole presentare Giorgio Marincola come modello di “negro ben integrato”, talmente integrato da combattere il fascismo “in quanto giovane italiano”. Al contrario, la sua resistenza non nasce dal senso, o dalla volontà, di appartenere a una Patria, ma da motivazioni ideali, senza bandiera, unite al suo essere discriminato per legge. Marincola non trovò, e non cercò, la sua identità in un vago patriottismo. La trovò, piuttosto, nel suo essere partigiano.

  8. Mi sto sentendo Manu Chao con il manifesto del Che davanti agli occhi. Icone pop? Sicuramente. Ma il cavallo (il Problema) si muove in direzioni strane, mangia i pedoni, si nutre di alfieri: gli alfieri della Liberta’, della Giustizia e del Rosso Avvenire…Per questo quei paracul* di Fare Futuro provano a prendersi anche Giorgetto (“sussumere” dicono i colti), ma noi glielo impediamo. Giorno e notte, treni e bus, ritardi e scazzi, ma siamo qua.

  9. Ultimamente, questi tempi di ibridazioni (obtorto collo) e di sconquassi generano territori sconosciuti e si fa fatica a dar retta alle bussole. Se anche sul web magazine di Fare Futuro si parla di neo-lingua e si tracciano esplicitamente le coordinate di una strategia culturale e lessicale (citando Orwell) con lo scopo del controllo sociale…

    Non dico che stiano aprendo gli occhi in questi giorni, figuriamoci.

    Ma quando si parla di “trasformazione storica” e di indagine su figure storiche di secondo o terzo piano credo di cogliere degli “armonici” anche con il vostro lavoro. Di certo non con i medesimi scopi. So che il vostro approccio è totalmente all’opposto, tuttavia nello svolgersi di un metodo (o di alcune prassi) sembra quasi che corriate il rischio di incontrarvi negli stessi archivi.

    Però cosa va a capitare? Che di un medesimo nome (sconosciuto ma evidentemente carico di connotati significativi) si traccino interpretazioni dissonanti fra loro: era un italiano, no era un apolide. Sta qui il senso di una battaglia che contrasti la riscrittura della Storia? E dove sono i limiti di un archivio?

  10. @Sir Robin. Prima di tutto un chiarimento importante: Giorgio Marincola era cittadino italiano e italosomalo di origine, questo è un fatto. L’interpretazione è piuttosto sui motivi che lo spinsero a scegliere una Resistenza ostinatissima, senza quartiere. Il confronto con quelli di Fare Futuro è sul senso per noi, oggi, delle sue motivazioni. Marincola è un’eccezione che diventa esemplare, che si scrolla di dosso la sua stessa unicità, scavalca il passato e ci parla del futuro. Perché? La nostra sfida è trovare una risposta che non chiuda a chiave l’icona, trasformandola in santino. La battaglia che conduciamo dentro gli archivi consiste nel mostrare le mille storie alternative che vengono messe in ombra da monumenti e cenotafi. La vicenda di Marincola ci interessa proprio perché è incontenibile, rifiuta i confini, è una continua anomalia.
    “Italo-somalo con la cittadinanza italiana, condizione rarissima, se ancora negli anni Cinquanta, durante il periodo AFIS, i neonati meticci venivano rinnegati dai padri, tolti alle madri e allevati in orfanotrofio.
    Partigiano del Partito d’Azione, in un paese dove i partigiani, negli insulti e nei peana, sono quasi sempre gli altri, i comunisti delle Brigate Garibaldi.
    Agente segreto nelle Special Operations Executive inglesi, paracadutato nel biellese insieme a Edgardo Sogno, figura assai controversa di partigiano, patriota e golpista.
    Internato a Bolzano in uno dei pochi – e spesso dimenticati – lager italiani.
    Di nuovo attivo, a guerra finita, in Val di Fiemme, in una terra dove i tedeschi si erano presentati come liberatori, antifascisti, favorevoli alla nascita di una regione autonoma.
    Infine, morto nell’ultima strage nazista sul territorio italiano, unico cadavere nero in mezzo a ventuno cadaveri bianchi.”
    Ripeto: il nostro obiettivo non sta nel contrapporre un’interpretazione eretica all’interpretazione ortodossa del potere. Non siamo storici, siamo narratori. Il nostro compito è seminare piante diverse, laddove altri vorrebbero imporre la monocultura.

  11. @ Wu Ming 2: la mia voleva essere più che altro una riflessione. Mi rendo conto che sto scoprendo l’acqua calda nel constatare che, probabilmente, all’interno degli archivi ci si attrezza per la costruzione di impalcature narrative strumentali ad un disegno (eventualmente) politico di un qualche respiro. Anche qui chiariamoci, non sto certo parlando di voi, sto cercando di elaborare alcune suggestioni, si parva licet, al vostro consiglio.

    Dunque, certamente mi viene da pensare se, per dire, Fini, qualche anno fa, nell’argomentare le sue scelte e nel collocare all’interno di una riflessione ampia la condanna dell’antisemitismo citi Giorgio Perlasca, Giovanni Palatucci e Guelfo Zamboni: chi li conosce? Però, potendo contare sugli strumenti giusti è facile “comunicarli”. Del primo è stata fatta una fiction con gli ingredienti del successo.
    Credo che concettualmente si tratti di uno snodo importante anche rispetto al vostro lavoro.
    Cioè: la Storia è un incredibile serbatoio si storie, sottolinearlo è una banalità, ma di queste oggi abbiamo un grande bisogno. Narrativamente può aiutare questa sorta di certificazione di realtà: è una storia vera. Alcune di queste storie vere diventano fiction: nel vostro caso su carta (più o meno) in altri casi sullo schermo televisivo. Dunque è fondamentale il lavoro che viene svolto in sede di archivio: semplificando, può essere che si vadano a rintracciare i contorni di, poniamo, un proto-finiano o comunque di un proto modello applicabile ad una impalcatura di senso che oggi si ha la volontà di far stare in piedi.

    “Marincola è un’eccezione che diventa esemplare, che si scrolla di dosso la sua stessa unicità, scavalca il passato e ci parla del futuro.”

    Infatti: ecco il proto modello. Può essere una figura storicamente esistita (benché sconosciuta) utilissima in una riflessione che aspiri ad essere condivisa per la condanna delle scelte di razzismo del regime fascista (“la piaga del meticciato”), per esempio.
    Tuttavia penso di poter dire che la Storia potrebbe fornire (a posteriori) modelli adatti ad attagliarsi ad un qualsiasi pensiero.
    Dunque il limite dell’archivio sta in chi poi questo archivio ce lo “traduce”?

  12. @Sir Robin. La critica dell’archivio è stata fatta già da Agamben (Quel che resta di Auschwitz. L’archivio e il testimone.). Il testo e la tematica sono interessanti e bisognerebbe metterci le mani. In tempi poi di storia orale e di sovraesposizione mediatica del Testimone la faccenda si fa complessa e politicamente intrigante. La mediazione fra la fonte e lo storico è fatta dall’archvio e/o archivista (il suo limite?). Ma, nell’ambito della storia orale, tale mediazione non c’è. Questa cosa porta a distorsioni, incomprensioni, noia (intesa come “vuota ripetizione”). Noia è infatti il termine usato da tutti quei ragazzi portati a vedere i lager nazisti prima, le foibe poi dai vari sindaci di Roma.

  13. @Sir Robin. Interveniamo in questa discussione da autori di “Razza partigiana. Storia di Giorgio Marincola”, ossia il libro che ha costituito prima fase (la ricostruzione storica) di quel lo che negli anni si è strutturato come un progetto di più ampia portata, insieme al reading ed ora a “Basta uno sparo”.
    Sì, il limite sta in “chi traduce l’archivio”, non è tanto un limite degli archivi quanto il limite della storiografia. Scrivere di storia vuol dire scrivere la verità delle fonti disponibili. Quindi certamente esiste una mediazione a monte, che nasce al momento della produzione dei documenti e si concretizza nel momento in cui il ricercatore prende i faldoni dalle mani dell’archivista. Tuttavia la mediazione che ci sembra interessi nel tuo discorso è un’altra, e risiede nell’onestà intellettuale di chi produce storiografia o narrazioni di soggetto storico. Risiede in quello che Habermas ha definito uso pubblico (o politico o mediatico) della storia e che sviluppò un dibattito molto importante dalla seconda metà degli anni Ottanta. Purtroppo il grosso di quel dibattito è rimasto tutto interno al mondo della storiografia ed anche lì, soprattutto in Italia, ha finito per sfumare. Scrivere di storia è di per sé farne un uso pubblico, quello che mette un po’ di briglia agli storici è il minimo sindacale di deontologia richiesta, ma sono briglie che un articolista non ha. Dall’uscita di “Razza partigiana” nel maggio 2008, l’articolo di FareFuturo non è stato l’unico episodio di lettura strumentale della storia di Giorgio Marincola, soltanto il più lampante, di sicuro quello che lascia più spazio a domande di ordine politico. Ma, almeno stando alla nostra esperienza “pubblica” degli ultimi due anni e mezzo, il “fronte dei santini” è molto più vasto, politicamente trasversale e decisamente radicato a livello politico-culturale. Giorgio è stato eroe, vittima, martire, immigrato, extracomunitario, italiano, costituente, combattente per la libertà, morto per il futuro della nazione; questi gli attributi più frequenti che abbiamo sentito; la nostra ipotesi, che è appunto basato sulle fonti disponibili, è quella riassunta da Wu Ming 2 qua sopra, cioè che sia stato un partigiano perché nell’essere partigiano definì la sua identità, non riuscendo a farlo nel contesto culturale degli anni ’30 che lo definiva sempre come metà di qualcosa.
    In sintesi, la mediazione archivistico-storiografica, seppure è una mediazione, è più affidabile di altre per arrivare ad interpretazioni convincenti. Gli archivi non sono templi frequentati da vestali e adepti, ma luoghi pubblici, quindi direi di non farsi troppo spaventare da loro.

  14. Sir Robin scrive: “Penso di poter dire che la Storia potrebbe fornire (a posteriori) modelli adatti ad attagliarsi ad un qualsiasi pensiero.” E infatti vediamo i fascisti di Casa Pound baloccarsi con l’icona del Che, i radicali d’antan piazzare Gandhi nel simbolo del partito e Peppe Garibaldi tirato a destra e a sinistra per la manica rossa della camicia.
    Per questo ritengo che un narratore dovrebbe rifuggere proprio la costruzione di modelli, per ragioni etiche ed estetiche al tempo stesso. I personaggi più credibili e più riusciti hanno caratteri spuri.
    Le “mille storie alternative” vanno trovate “dentro” e “contro” ogni singolo individuo che emerge dagli archivi. Poi è chiaro che raccontare significa sempre selezionare, e tutto sta nel tipo di filtro che si usa, nel controllarlo spesso, nel mantenerlo pulito. E’ un pessimo cantastorie quello che si dichiara neutrale, immune dall’interpretazione, perché non si può raccontare senza un punto di vista, un’angolatura precisa. Ma possedere uno sguardo sul mondo non significa occultarne un pezzo, manipolare l’archivio per imporre la propria visuale. Significa mettere tutti i pezzi in una certa prospettiva, lasciando a chi ascolta la libertà di osservarli con i propri occhi, di interrogarsi ancora, di prolungare la ricerca.

  15. […] di Giorgio Marincola scritta da Carlo Costa e Lorenzo Teodonio – è nato prima il libro con cd Basta uno sparo e poi, dopo lo spostamento del focus da Giorgio a sua sorella Isabella, il romanzo meticcio Timira. […]