«Stazione Giorgio Marincola»? Purché il colonialismo non riposi in pace

di Antar Mohamed Marincola*, Carlo Costa**,
Lorenzo Teodonio*** e Wu Ming 2

Nella notte di giovedì 18 giugno, la Rete Restiamo Umani di Roma ha compiuto un’azione di guerriglia odonomastica in alcuni luoghi della città che celebrano gli orrori del colonialismo italiano in Africa. In particolare sono stati colpiti la via e il largo «dell’Amba Aradam», insieme alla futura stazione «Amba Aradam/Ipponio» sulla linea C della metropolitana.

Le targhe stradali sono state modificate per diventare «via George Floyd e Bilal Ben Messaud», mentre lungo le barriere che delimitano il cantiere della nuova fermata sotterranea sono comparsi grandi manifesti con scritto: «Nessuna stazione abbia il nome dell’oppressione».

Il gesto degli attivisti romani intende denunciare la rimozione, il silenzio e la censura sui crimini del colonialismo, poiché questi contribuiscono a rafforzare e legittimare il razzismo di oggi. Amba Aradam è infatti il nome di un’altura dell’Etiopia dove l’esercito italiano, guidato da Pietro Badoglio, sconfisse i soldati di Hailé Selassié, sparando anche 1367 proietti caricati ad arsine, un gas infiammabile e altamente tossico, in aperta violazione del Protocollo di Ginevra del 1925, contro l’impiego in guerra di armi chimiche.

Nei giorni successivi, l’aviazione italiana bombardò le truppe nemiche in fuga. Nella sua relazione al Ministero delle Colonie, Badoglio scrisse che: «in complesso 196 aerei sono stati impiegati per il lancio di 60 tonnellate di yprite (sic) sui passaggi obbligati e sugli itinerari percorsi dalle colonne».

La strada si chiama così dal 21 aprile 1936, quando venne inaugurata da Mussolini in persona. Il suo nome precedente era «Via della Ferratella», forse per via di una grata, nel punto in cui il canale della Marana passava sotto Porta Metronia. Per non cancellare quell’odonimo, venne ribattezzata «via della Ferratella in Laterano» una strada subito adiacente.

Palermo, 8 marzo 2020: Azione di guerriglia odonomastica dei collettivi Fare Ala e Crvena.

Negli ultimi anni, molte azioni di guerriglia odonomastica si sono ripetute nelle città italiane, dimostrando che i simboli del passato parlano al presente anche quando li si vorrebbe anestetizzare e seppellire nell’indifferenza. L’intervento di giovedì scorso ha avuto grande risonanza non perché sia il primo di questo genere, ma in quanto si collega esplicitamente alle proteste per l’assassinio di George Floyd, al movimento Black Lives Matter e al proliferare di attacchi contro statue e targhe odiose in tutto il mondo.

Tanta attenzione ha prodotto, come primo risultato, la proposta di intitolare la nuova stazione della metro Ipponio/Amba Aradam al partigiano italo-somalo Giorgio Marincola, con tanto di petizione on-line alla sindaca Raggi. Quest’idea ci rende ovviamente felici, perché da oltre dieci anni ci sforziamo di far conoscere la storia di Giorgio e di sua sorella Isabella, con libri, spettacoli, ricerche, interventi nelle scuole e progetti a più mani.

Ci sembra anche molto significativo che un luogo sotterraneo porti il nome di Giorgio Marincola, dal momento che la sua resistenza fu ancor più clandestina di quella dei suoi compagni, visto il colore molto riconoscibile della sua pelle, specie quando agiva in città, nelle file del Partito d’Azione. E d’altra parte, la miglior memoria della Resistenza è quella che si esprime dal basso, underground, senza bisogno di grandi monumenti, riflettori e alzabandiera: una memoria tuttora scomoda, conflittuale, che fatica a vedere la luce del sole.

Imola, 15 aprile 2019: La statua di Francesco Azzi colpita dal collettivo “Imola Antifascista”.

Ben venga quindi la stazione “Giorgio Marincola” della Metro C, ma ci permettiamo di suggerire che quell’intitolazione sia vincolata a un’altra proposta. Non vorremmo infatti che il nome di Giorgio facesse dimenticare quell’altro nome, Amba Aradam. Non vorremmo che intitolare la stazione a un “bravo nero italiano” finisse per mettere tra parentesi la vera questione, quella da cui nasce la protesta della Rete Restiamo Umani, ovvero la presenza di fantasmi coloniali nelle nostre città: una presenza incontestata, edulcorata e in certi casi addirittura omaggiata. Non vorremmo che uscendo dalla stazione Giorgio Marincola si continuasse a percorrere, come se niente fosse, via dell’Amba Aradam. Sarebbe davvero un controsenso.

Roberto Saviano, appoggiando l’idea della “stazione Giorgio Marincola” ha scritto: «la politica sia coraggiosa, almeno una volta». Ma che coraggio ci vuole per intitolare una fermata della metro a un italiano morto per combattere il nazifascismo? Davvero siamo arrivati a questo punto? Siamo d’accordo con Saviano, c’è bisogno di gesti coraggiosi, non di gesti  spacciati per coraggiosi che ci esimano dall’avere coraggio.

Palermo, 20 ottobre 2018: intervento in via Magliocco per il progetto “Viva Menilicchi!

Sappiamo che cambiare ufficialmente il nome a via dell’Amba Aradam sarebbe molto difficile, anche se l’esempio di Berlino dimostra che quando davvero si vuole, certe difficoltà si superano: nella capitale tedesca, tre strade intitolate a protagonisti del colonialismo in Africa sono state dedicate a combattenti della resistenza anti-coloniale contro i tedeschi.

Ci piacerebbe allora che la stazione “Giorgio Marincola” venisse inaugurata insieme a un intervento “esplicativo” su via dell’Amba Aradam, come si è fatto a Bolzano con il bassorilievo della Casa Littoria e con il Monumento alla Vittoria. Si potrebbero affiggere alle targhe stradali altri cartelli, che illustrino cosa successe in quel luogo e in quale contesto di aggressione; si potrebbe aggiungere una piccola chiosa, sul cartello stesso, sotto il nome della via: «luogo di crimini del colonialismo italiano», o qualunque altro contributo che risvegli i fantasmi, che li renda ben visibili, che non ci lasci tranquilli e pacificati, convinti che l’ambaradan sia solo un ammasso di idee confuse.

* Antar Mohamed Marincola, educatore e mediatore culturale, è il nipote di Giorgio Marincola. Insieme a Wu Ming 2 ha scritto il romanzo Timira (Einaudi 2012), dove si racconta la storia di sua madre, Isabella, e del fratello Giorgio.

** Carlo Costa, storico, ha collaborato con l’Insmli e con il Museo Storico  della Liberazione di Roma. Con Lorenzo Teodonio ha scritto Razza Partigiana (Iacobelli 2008), la prima ricostruzione approfondita della vita di Giorgio Marincola.

*** Lorenzo Teodonio, fisico, si occupa di conservazione e restauro di libri. Con Carlo Costa ha scritto Razza Partigiana, (vedi sopra).

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3 commenti su “«Stazione Giorgio Marincola»? Purché il colonialismo non riposi in pace

  1. “Nessuna stazione abbia il nome dell’oppressione”, con questo cartello gli attivisti hanno posto il problema del nome della stazione della Metro C di prossima apertura, che richiama uno degli episodi più sanguinosi e brutali della repressione della resistenza etiope all’occupazione italiana.Intanto in rete ha cominciato a circolare una proposta: perché non intitolarla al partigiano Giorgio Marincola? Giorgio Marincola non è stato solo una partigiano, ma la vicenda della sua famiglia già dagli anni ’20 del secolo pone la questione dell’esistenza di un’Italia multietnica misconosciuta e negata.
    La storia di Giorgio e Isabella Marincola è la storia di un’Italia meticcia.
    Alla sua storia è stato dedicato un libro “Razza Partigiana”, scritto da Carlo Costa e Lorenzo Teodoni. Anche la storia della sorella di Giorgio, Isabella Marincola, è entrata in un libro scritto dal figlio Antar Mohamed e dallo scrittore Wu Ming 2, è intitolato “Timira. Romanzo Meticcio” e indaga attraverso il caleidoscopio biografico di Isabella e di Antar la storia coloniale italiana e il suo presente di rimozione, una storia che attraversa tutto il Novecento e l’inizio del nuovo secolo attraverso la vicenda a tratti incredibile di una “italiana multietnica”. Come si evince qui di seguito dal comunicato di Adnkronos :
    https://www.adnkronos.com/fatti/pa-informa/politica/2015/05/01/partigiano-nero-campidoglio-ricordo-giorgio-marincola_EMKYdL0l8xiWbtWRyVZJ5J.html?refresh_ce
    L’incontro è stato organizzato dal Mauro Caruso Presidente dall’A.N.C.I.S., Associazione Nazionale Comunità Italo-Somala, con il patrocinio dell’intergruppo parlamentare Immigrazione e cittadinanza e la collaborazione di Roma Capitale.”

    E’ il momento di prendere coraggio di formare una società di inclusione e non esclusione, Il Governo Italiano prenda coraggio per fare questo. Dopo tante manifestazioni contro le discriminazioni razziale, sarebbe giusto che l’Amministrazione Italiana si esponesse con un gesto simbolico per far capire che non è razzista.
    I nostri giovani sono scesi in piazza contro ogni forma di razzismo e di esclusione, a favore dei diritti e delle uguaglianze per tuti gli esseri umani, perché a quello apparteniamo, ad un’unica razza, la razza umana.
    Mauro Caruso Presidente A.N.C.I.S.

  2. Come Cantieri Meticci conosciamo bene la storia di Giorgio Marincola. Più volte abbiamo letto in pubblico pagine di Razza partigiana. Quando abbiamo saputo della proposta di dare il suo nome ad una stazione della metropolitana, un’immagine ci ha attraversato: è quella del corpo senza nome di un ragazzo morto a venti anni. Significativo dare il nome di chi per anni fu senza nome. Per decenni non si sapeva a chi appartenesse quel corpo morto sotto i colpi delle SS. Ad un medico sudafricano? Ad un afroamericano? Era anonimo. Uno dei caduti. Un numero. Significativo dare un nome in tempi come questi in cui anche i morti per Covid sono divenuti o rischiano di diventare soltanto numeri. Come del resto, da anni, sono soltanto numeri i migranti morti nel Mediterraneo. Numeri. Dati. Disumani. Senza storia. Muti. Muti. Muti. Provo a immaginare – e me lo immagino come l’accensione di un fiammifero che trasforma uno spazio angusto, senza sbocchi, oscuro, in qualcosa di completamente diverso, molto più vasto di come ce lo si immaginava al buio – provo a immaginare -dicevo – il momento in cui, grazie al lavoro di Lorenzo Teodonio e Carlo Costa il corpo senza nome acquista il nome. L’istante in cui quel nome accende la luce. E improvvisamente ci si trova dentro ad uno scenario completamente diverso. Era italiano. Però nato in Somalia… che improvviso ribaltamento di orizzonte. Di paradigma. Che rete di connessioni, di domande, di significati innesca quell’atto di dare un nome.
    Diamo un nome, e qualcosa di muto incomincia a parlarci. A interrogarci. A significare. Anche a noi che si tratti di un sotterraneo pare molto significativo, come se ci si immergesse dentro l’underground della storia, come se si scavasse un tunnel dentro una materia-tempo fatta di decenni che la mancanza di nome ha reso stolidi, muti. Ma improvvisamente si accende un nome, e quel tempo sotterraneo, segretato in “armadi della vergogna”, si scuote, si riconfigura, incominci a parlare. All’oggi, ma anche dell’oggi. Fiammifero nel buio. Anzi, parafrasando Benjamin, lampo di memoria nel momento pericolo, che salva il passato a rischio, perché neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince. E questo nemico non ha smesso di vincere.

  3. Nel corso dei miei studi di Storia e Istituzioni dell’Africa,grazie alla mia relatrice,la Professoressa Karin Pallaver,ho conosciuto Antar Marincola.Gli chiesi delle informazioni sui dubat (truppe coloniali operanti con gli italiani durante il periodo fascista)somali visti dai somali,nel secondo dopoguerra.Avevo lavorato infatti per anni sulle fonti fasciste,e mi premeva conoscere il punto di vista somalo su questi combattenti.Con Antar vennero fuori interessanti conversazioni,e mi parlò molto della storia di Giorgio,che invece scelse di combattere contro il nazismo e contro il fascismo.Di tutta la sua straordinaria vicenda,culminata purtroppo con la sua morte nel 1945.Una volta catturato e costretto dalle SS a screditare la sua lotta alla filonazista Radio Baita,lui dimostrò,per l’ennesima volta,un coraggio immenso.Ma non solo.Elaborò e dichiarò un messaggio estremamente rivoluzionario e attuale,in un mondo che,anche dopo la fine del nazismo,continua a vedere nuove forme di colonialismo,razzismo e continui attacchi alla società multietnica.Egli infatti dichiarò:
    “Sento la patria come una cultura e un sentimento di libertà, non come un colore qualsiasi sulla carta geografica. La patria non è identificabile con dittature simili a quella fascista. Patria significa libertà e giustizia per i popoli del mondo. Per questo combatto gli oppressori”.

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