È ufficiale: la «foiba volante del Friuli» non esiste. E, a proposito di #foibe, una lettera aperta a Internazionale

La foiba volante non c'è

Non dite che non ve l’avevamo detto, eh!

di Nicoletta Bourbaki *

Ricordate la foiba volante del Friuli orientale, l’inesistente fenditura che per mesi, alla fine dello scorso inverno, tenne in ostaggio ben 800 cadaveri di cui nessuno aveva notato la mancanza?

Ebbene, contrariamente alla nostra pessimistica previsione di allora per cui «al di là del bailamme sulla stampa di questi giorni, possiamo stare certi che la smentita non ci sarà», la smentita è ora arrivata nientepopodimeno che da Tito!

Raffaele Tito

Raffaele Tito, procuratore aggiunto a Udine.

È infatti il procuratore Raffaele Tito a chiedere al GIP l’archiviazione del procedimento scaturito dal bailamme intorno al documento rinvenuto a Roma dal presidente della Lega Nazionale di Gorizia Luca Urizio, dacché nulla a sostegno dell’esistenza della millantata foiba è emerso dalle indagini.

Riteniamo che con la liquidazione del procedimento legale attorno alla foiba-che-non-c’è la vicenda si possa ritenere chiusa una volta per tutte.

Era del resto evidente che dai «sette anfratti» di cui parlava il dott. prof. Ivan Buttignon, nonostante la primavera e l’estate passate a frugar cavità, non fosse emerso alcunché.
Per questo la foiba volante, nonostante la generosa copertura mediatica offerta dal Messaggero Veneto – diretto (allora) da Tommaso Cerno – a colpi di presunti scoop susseguitisi un giorno sì e l’altro pure, aveva già da tempo interrotto l’appassionante tour che l’aveva portata a visitare una decina di località friulane.

Il popolo del web vuole la verità sulla foiba!!11!!

Nella foto, Marco Lesizza, più volte presentato dal Messaggero Veneto come «il testimone» e accompagnato da cronisti e troupes in giro per i boschi. Memorabili le dichiarazioni riportate acriticamente negli articoli: «Andavamo nei campi a raccogliere le pannocchie e mio padre spesso mi parlava di quanto era successo qui dal ’45 al ’47» (quindi la testimonianza è come minimo di seconda mano); «Centinaia di morti. Li uccidevano con il martello e il piccone, tutti lo sapevano, tutti!» (centinaia di morti di cui, benché «tutti» sapessero, nessuno ha mai denunciato la mancanza?); «sono quasi convinto che ci siano tante fosse» (apprezziamo il quasi); «una volta mia sorella giocando ha trovato un piede umano» (qui il giornalista Vicedomini si guarda bene dal fare la proverbiale “seconda domanda”, per non dire di quelle logicamente successive: e poi? Avete chiamato i carabinieri? Si è scoperto di chi era il piede? Niente.) Si è andati avanti così per mesi, inventando addirittura una mobilitazione del fantomatico «popolo del web».

E ora è lo stesso Messaggero Veneto a chiudere – si spera – la discussione a mezzo stampa su questa assurda vicenda.

Quanto alla credibilità del terzetto BUS (dai cognomi dei tre ricercatori: Buttignon, Urizio, Salimbeni), valgano le parole del presidente dell’ANPI regionale del Friuli Venezia Giulia Elvio Ruffino, per cui si tratterebbe di « storici sprovveduti» .

Alessandro Maran

Il senatore del PD Alessandro Maran

Alcuni forse ricorderanno che il Senatore Alessandro Maran del Partito Democratico minacciò il collettivo Wu Ming di adire le vie legali per il fatto che, in una prima stesura del post, si era ipotizzato che avesse fornito un contributo economico alla ricerca del BUS.

Nonostante l’errore fosse stato prontamente corretto con relativa comunicazione su Twitter pubblicamente rivolta al diretto interessato – il che equivale a una rettifica con le caratteristiche di tempestività e pubblicità previste dalle normative vigenti –, due giorni dopo Maran, ritenendo che «anche l’odierna versione del post insinua (subdolamente) nel lettore una attività illecita posta in essere dallo scrivente, avendo di fatto favorito due ricercatori, a discapito di altri. Anche tali affermazioni ledono gravemente la mia reputazione ed il mio onore», inviò una mail al collettivo Wu Ming invitandolo formalmente

«entro e non oltre 24 ore dal ricevimento della presente ad eliminare dall’articolo pubblicato qualsivoglia riferimento al sottoscritto, precisando che qualora la presente comunicazione non dovesse trovare integrale accoglimento, sarò costretto a tutelare i miei diritti in ogni opportuna sede».

Ovviamente al Senatore Maran si rispose NO, spiegando il perché.

Al momento la minaccia di adire le vie legali non risulta aver avuto alcun seguito, sicché, in assenza di un procedimento legale atto ad acclarare le dinamiche della vicenda, è stato lo storico e politologo, dottore di ricerca in marketing Prof. Dott. Coach Ivan Buttignon, come sempre assai ciarliero, a fornirci, nell’ennesimo intervento autoapologetico e autopromozionale, informazioni più precise sia sull’origine della ricerca che sulla natura del «supporto organizzativo» fornito dai buoni uffici del Senatore Maran.

Il coach della risposta pronta

Il saggista e “coach” Ivan Buttignon, già coordinatore del Comitato Pro Renzi di Gorizia. Iscritto al tempo stesso all’ANPI e alla Lega Nazionale, collaboratore del controverso ricercatore Lorenzo Salimbeni (la S del BUS), Buttignon ha più volte presentato propri libri in sedi neofasciste, salvo poi prendere le distanze da se stesso. Un’antropomorfosi del Partito della Nazione. Dopo aver fornito l’iniziale al BUS e aver sventolato insieme a Luca Urizio il mistificante «documento della Farnesina», dando così avvio alla catena di non-eventi grotteschi nota come «la ricerca della foiba volante», Buttignon ha preso le distanze da Urizio e dichiarato il documento inattendibile. Urizio, vedendosi scaricato, ha denunciato la tendenza di Buttignon a «destreggiarsi tra due fazioni tra loro quasi incompatibili o contrastanti per non inimicarsi nessuna delle due in vista di possibili futuri vantaggi, oppure in attesa di scegliere la parte che si rivelerà più forte o vantaggiosa». Meglio di così non avremmo saputo dirlo.

In una lettera al trimestrale Isonzo-Soča (n. 110, marzo-maggio 2016), Buttignon scrive:

«Alla base sta una ricerca, cui partecipò anche il sottoscritto, svolta nell’ottobre 2015 grazie all’interessamento del Senatore Alessandro Maran e del gruppo del PD al senato nonché a un’idea di Luca Urizio […]
Per tornare alla ricerca: i fondi consultati furono quelli degli Archivi centrali di Stato (soprattutto Ministero dell’Interno e Presidenza del Consiglio dei Ministri) e quello della Farnesina (Ministero degli Affari Esteri) [le ridondanze sono nel testo originale, NdR].
Rispetto ai primi, trovammo buste e fascicoli già pronti, così come richiesto dal Gruppo del PD al Senato alle funzionarie archivistiche.»

Il tassello di informazione fornito dal Prof. Dott. Coach Buttignon, unico elemento di un certo interesse della lettera, offre ulteriori elementi utili a chiarire un’azione, quella del Senatore Maran, che lo stesso interessato aveva nell’atto di minacciar querela chiarito nei seguenti termini:

«Un mio collaboratore ha girato la loro richiesta all’Archivio, ha preannunciato l’oggetto della ricerca e, una volta giunti nella capitale, ha indicato ai ricercatori la strada per raggiungere l’Archivio centrale. Punto.»

Confidiamo nel fatto che in futuro Maran e Buttignon possano offrire all’opinione pubblica una versione dei fatti in grado di tenere insieme:
– l’intervento di Maran presso il suo collaboratore;
– l’azione intrapresa dal gruppo del PD al Senato;
– l’evidenza che pure alla Farnesina (Ministero degli Affari Esteri) risulta il BUS abbia visionato «migliaia di documenti», la qual cosa sembra contravvenire al regolamento dell’archivio per cui, all’Articolo 12, «Lo studioso può richiedere un numero massimo di tre buste (o registri) al giorno».

Tenuto conto degli elementi di contrasto tra le differenti versioni diffuse a mezzo stampa, viene da chiedersi, e infatti ce lo chiediamo, in che cosa sia consistito l’interessamento del Senatore Maran che Buttignon pone «alla base della ricerca» e perché nell’atto di minacciare di adire le vie legali il Senatore non ne parli, concentrandosi invece su indicazioni stradali che avrebbe fornito a chiunque. Questo perché qualcuno potrebbe pensare che un simile «interessamento» costituirebbe sì «(l’)ave(r) di fatto favorito due ricercatori, a discapito di altri».

Non è infatti prassi che i ricercatori si rivolgano ai Senatori della Repubblica eletti in quota del principale partito di maggioranza per corrispondere con archivi fruibili da ogni privato cittadino né per ottenere indicazioni stradali, e comunque, in ogni caso, se Maran si fosse astenuto dall’offrire un aiuto irrituale al trio del BUS si sarebbe se non altro risparmiato di veder il proprio nome associato alla ricerca del Nulla.

Luca Urizio

Luca Urizio, già tra gli animatori del comitato Pro Renzi di Gorizia. Alcune sue esternazioni si possono leggere al capitolo 4 di quest’inchiesta. A forza di «memoria condivisa» (prima) e «Partito della Nazione» (poi), il PD ha assorbito e riproposto senza filtri sempre più elementi di cultura «nazional-patriottica» e di destra. Le documentate contiguità (quando non osmosi) sul “confine orientale” tra il renzismo e l’ideologia della Lega Nazionale ne sono una perfetta dimostrazione. Nell’inchiesta linkata dimostriamo che, sul piano delle frequentazioni e iniziative comuni, persino questo limite è stato frequentemente superato a destra.

Maran, in uno dei numerosi articoli che hanno alimentato la bubbola mediatica della foiba-che-non-c’è, dice: «Li ho solo aiutati ad entrare negli archivi perché, anche se non sono uno storico, credo che più si fa luce su certe vicende, meglio è per tutti», il che sembra risuonare con l’affermazione di Urizio secondo cui alla Farnesina «ci vogliono almeno sei mesi di richieste in anticipo e poi serve l’approvazione. Ci sono andato grazie alla collaborazione dello staff del Pd, di Alessandro Maran. Queste cose non hanno colore politico».
Come dev’essere intesa tale dichiarazione? Si potrebbe pensare che senza l’interessamento di Maran la ricerca non si sarebbe svolta in tempi così brevi – per non dire affrettati.

Al di là delle considerazioni espresse con il senno di poi, c’è tutta una serie di motivi per cui, oltre al rispetto per chi segue le regole e per chi non dispone di armi speciali al di fuori del proprio ingegno personale, saltare la fila non è mai una cosa buona.

C’è una mala prassi, anche  politica, che tende a individuare nelle regole e nella «burocrazia» un ostacolo da abbattere sempre e comunque, senza andare troppo per il sottile. L’istituzione viene descritta come necessariamente nemica, un’entità arcigna che non mette a disposizione il prezioso contenuto da cui dipende invariabilmente «l’interesse comune».

Ora, se questo «interesse comune» esiste nelle favole, dal misero esito della ricerca del BUS si può comunque trarre un insegnamento di cui possono giovarsi in molti, e cioè che le regole di accesso agli archivi, al di là della frustrazione che a volte ne deriva, hanno un senso e una loro importanza.

Come gli ostacoli rendono il viaggiatore più consapevole delle proprie intenzioni, così l’anticipo per prenotare il posto in archivio, la richiesta di presentare titoli personali e finalità della ricerca e i limiti nell’erogazione dei materiali non sono solo altrettanti dispositivi per proteggere i documenti da chi ne fa lo spoglio, ma spingono i ricercatori a orientarsi sempre meglio nella sovrabbondanza e/o impenetrabilità delle fonti.

Il primo ingrediente per fare ricerca non sono infatti i materiali ma l’interrogativo di ricerca stesso, strutturato anche attraverso la conoscenza della letteratura già disponibile sull’argomento.

Sapendo che cosa chiedere alle fonti e dopo mesi di preparazione è dunque possibile iniziare a lavorare sui documenti, con una modalità, la possibilità di ottenere un certo quantitativo di materiali al giorno, che dipende semplicemente dalla necessità di impiegare il tempo necessario a valutare i materiali stessi.

Il preavviso, il tempo da impiegare sul campo, l’investimento anche economico che il ricercatore assume si possono descrivere come rituali di preparazione ad un’attività particolarissima che per portare a qualche frutto richiede soprattutto pazienza e disciplina.
Rimuovendo questi sigilli l’archivio, profanato, non può che rimanere muto o, peggio, subire il saccheggio di «migliaia di documenti» che vengono tritati nelle rotative della stampa di provincia per finire in pasto alle bettole, com’è successo al BUS.

Un semplice avverbio di negazione, e questo titolo toccò l’apice del non-giornalismo.

Come ha scritto recentemente David Bidussa in occasione della scomparsa di Claudio Pavone, il grande storico ha sempre pensato che

Claudio Pavone

Claudio Pavone

«il problema dei documenti, dei manoscritti non era mai il documento singolare, ma era la serie, era il luogo o il mazzo di carte dove si trovava, dove era stato conservato e in che modo. E che uno storico, a differenza di un detective deve chiedersi dove ha trovato il documento che sta citando o utilizzando, come lo ha trovato. Soprattutto chiedersi, spesso, perché non si trovasse dove sarebbe stato logico trovarlo. Perché il documento non è la scoperta della verità che rovescia il senso comune, è una traccia per riflettere su un uso, su una consuetudine, su come pensa un’istituzione. È una finestra che si apre su un mondo.»

Sono parole, queste, che sembrano applicarsi al caso specifico di una ricerca basata su di un documento inattendibile, redatto da ambienti di intelligence e rinvenuto nell’archivio della Farnesina senza che nessuno, salvo Alberto Buvoli, Presidente dell’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, ci abbia trovato qualcosa di strano.

Diversamente dal BUS, che l’ha frettolosamente evocata e cavalcata, gli inquirenti hanno escluso l’esistenza della foiba del Friuli orientale incrociando materiali d’archivio e testimonianze – «Nulla né dalle ricerche sul campo, propedeutiche a una significativa attività di scavo, né dall’esame del materiale cartaceo acquisito negli uffici ministeriali, né dalla testimonianza di chi avrebbe potuto o dovuto sapere» – e arrivando a formulare un’ipotesi sulla fondatezza del documento citato da Urizio, il cui autore avrebbe «esagerato o ingigantito fatti». Anche secondo la magistratura, dunque, la «foiba volante» non esiste.

Dal punto di vista dei rilievi storiografici, su cui gli storici sono i più titolati per compiere ricerche d’archivio e verificare gli eventuali riscontri sull’effettivo svolgimento di un fatto storico, i rumors sulla «foiba volante» non avrebbero mai potuto ricevere credito.

Ancora «il testimone». «Tutti lo sapevano»… I racconti dei suoi genitori… Sugli incredibili errori di metodo – chiamiamoli così per gentilezza – accumulatisi mentre si cercava la «foiba volante», vedi il nostro vademecum La storia fatta coi piedi (mozzati), scritto per una conferenza stampa di Resistenza Storica.

Rimane, per inciso, da sottolineare come l’attività di ricerca di riscontri fattuali a questi rumors abbia comportato lo sperpero di soldi pubblici per i sopralluoghi dei carabinieri  e per l’impegno che la magistratura, già oberata di lavoro, ha dovuto sostenere per quelle che, a questo punto, possono essere indicate come fisime, interessate o meno, del BUS.

Ma torniamo al ruolo di Maran.

Se è vero quanto racconta Buttignon, il senatore ha agito discrezionalmente in favore di tre ricercatori e non altri. Non solo: si è pure prestato ad un’attività che contravviene ai presupposti essenziali della ricerca scientifica, come le parole di David Bidussa mostrano perfettamente, ovvero nel caso specifico la ricerca all’ingrosso di spunti pruriginosi da offrire all’opinione pubblica senza alcun controllo delle fonti.

Paolo Garlant

Tra i personaggi che il Messaggero Veneto – all’epoca diretto da Tommaso Cerno – intervistò e accreditò come «esperti» nella ricerca di foibe, a un certo punto apparve tale Paolo Garlant, presentato come leader dell’associazione «I Recuperanti del Nord Italia». Sul suo profilo Facebook, aperto a tutti, trovammo e diffondemmo alcune sue foto in divisa delle SS. Nel tatuaggio sulla sua spalla sinistra riconoscemmo il simbolo della 3. SS-Panzerdivision “Totenkopf”. A Cerno chiedemmo pubblicamente: «Gentile direttore, chi verrà intervistato nelle prossime puntate di questa farsa?» Dopo la nostra entrata a gamba tesa, Cerno si scusò e parlò di una «svista» del giornale. Il Messaggero Veneto modificò la versione on line dell’articolo che aveva dedicato a Garlant, diede (parziale) notizia dei nostri rinvenimenti e pubblicò una nostra lettera. La pubblicò con alcuni tagli, ma in buona sostanza il punto era segnato, e per la ricerca della «foiba volante» fu l’inizio del declino. Quanto a Garlant, nelle 48 ore successive scrisse furibondi commenti sul sito del giornale, in una lingua pressoché priva di sintassi e crivellata di errori, dove riproponeva tutti i clichés a cui siamo abituati: «non sono di destra né di sinistra», «sono apolitico», «sono solo un collezionista» ecc. Un altro utente smontò quella linea di difesa citando e linkando diversi post di Garlant su FB dove si compiaceva di essere chiamato dagli amici «nazista» e «SS», omaggiava il criminale nazista Joachim Piper (alto ufficiale SS, braccio destro di Himmler), usava il numero 88 (nel codice cifrato neonazista significa «Heil Hitler»), inneggiava al ritorno della X Mas e quant’altro. A breve giro, Garlant chiuse ai non-amici il proprio profilo FB. Di lui non abbiamo più sentito parlare.

La vicinanza con il potere è una delle cifre degli ambienti come quello in cui è maturata la ricerca del BUS, ovvero un’associazione nazionalista che si reca a Roma con il contributo economico di un’amministrazione comunale di destra e il supporto operativo offerto dal gruppo al Senato e da un Senatore di un partito di centrosinistra.

Al di là dell’entità dei favori effettivamente concessi al personale della Lega Nazionale, Maran ha in qualche modo finito per prestarsi ad una specie di patrocinio, da cui gli abbondanti riferimenti apparsi sulla stampa in merito al suo «supporto operativo» alla ricerca. Dispiace che il Senatore, anziché minacciare querele, non abbia ritenuto di intervenire per precisare la sua posizione ai tempi delle prime rivelazioni del BUS.

Il confine orientale d’Italia (in Slovenia è il «confine occidentale»). Cartina in parte corretta dopo la segnalazione di Nicoletta Bourbaki (vedi la lettera aperta linkata)

Dal 2005, dopo che nel marzo dell’anno precedente venne istituito il Giorno del ricordo, ci siamo abituati a riscontrare nei discorsi che ogni 10 febbraio accompagnano le celebrazioni, così come nei resoconti sui media, un appiattimento della narrazione sul «confine orientale».

Tale narrazione ha messo in moto una dinamica di feedback positivo che ne ha intensificato di anno in anno, e autoriprodotto, la visione semplificatoria.

Ciò non stupisce, dato che nella logica delle celebrazioni ufficiali la storia può solo fare da ancella alla «memoria» e sono escluse a priori – spesso tacciate tout court di revisionismo – le voci critiche e chiunque ribadisca la necessità di affrontare, al fine di una corretta comprensione storica, la complessità della questione.

In pratica, si conserva e rinnova «la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra», come recita la legge istitutiva del Giorno del ricordo, ma della stessa legge si dimentica l’indicazione a mettere in relazione questa memoria con «la più complessa vicenda del confine orientale».

Lo scorso 10 febbraio anche sulla rivista Internazionale, nella versione on-line, è stata pubblicato un articolo/scheda dal titolo Cosa sono le foibe. Purtroppo e diversamente da quello che in questo caso ci si poteva aspettare – essendo Internazionale una rivista diretta con competenza, obiettività e indipendenza – nell’articolo abbiamo riscontrato imprecisioni e il ricorso a dati che, non entrando nello specifico di ciò che viene contabilizzato, non solo inficiano la possibilità di inquadrare la questione, ma indirizzano il lettore verso una data interpretazione.

Vista la reputazione positiva riconosciuta a Internazionale, Nicoletta Bourbaki ha scritto una lettera aperta alla redazione, poi sottoscritta da altri soggetti individuali e collettivi, dove si segnalano punto per punto le criticità riscontrate nell’articolo pubblicato e chiedendo, nella conclusione della lettera aperta, che «la rivista, coinvolgendo una pluralità di voci e firme, prepari sul sito uno speciale che dia conto della complessità del tema, in primis reinserendo nel quadro le responsabilità dello stato italiano sul confine orientale a partire dal 1915».

Martedì 20 dicembre la Lettera aperta sul giorno del ricordo è stata pubblicata sul sito di Internazionale. Buona lettura.

* Nicoletta Bourbaki è il nome usato da un gruppo di inchiesta sul revisionismo storiografico e le false notizie storiche in rete, con particolare riferimento alle manipolazioni su Wikipedia, formatosi nel 2012 durante una discussione su Giap. Con questa scelta, il gruppo omaggia Nicolas Bourbaki, collettivo di matematici attivo in Francia dal 1935 al 1983. Questa è la sua pagina su Facebook.

LEGGI ANCHE L’INCHIESTA A PUNTATE:

Viaggio nelle nuove foibe

1. Chi sogna una foiba in Maremma? Il caso Roccastrada – di Alberto Prunetti

2. La foiba volante del Friuli orientale – di Nicoletta Bourbaki

3a. Le nuove foibe, 3a puntata | Viaggio d’andata al Bus de la Lum – di Lorenzo Filipaz e Nicoletta Bourbaki

3b. Le nuove foibe, 3a puntata | Ritorno dal Bus de la Lum in compagnia della Xa Mas

Per la vicenda della foiba volante vedi anche:

Sulla patacca della non-foiba di Rosazzo
Materiali e documenti sul sito diecifebbraio.info

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3 commenti su “È ufficiale: la «foiba volante del Friuli» non esiste. E, a proposito di #foibe, una lettera aperta a Internazionale

  1. Un’integrazione. Nel post di Nicoletta Bourbaki un debito rimane implicito, perché interamente affidato ai link, ma è doveroso ricordarlo a chiare lettere: tra chi ha contrastato la bufala della “foiba volante” – fin dai primi giorni e addirittura, per certi versi, prevenendola – spiccano le ricercatrici storiche Alessandra Kersevan e Claudia Cernigoi, anime del collettivo Resistenza Storica, che è anche una collana delle edizioni KappaVu.

    Le edizioni KappaVu hanno pubblicato saggi storici di importanza capitale, da noi recensiti, discussi, segnalati e/o più volte citati nel corso degli anni, su questo blog o sul sito “storico”, come Operazione «foibe». Tra storia e mito di Claudia Cernigoi, Metamorfosi etniche. I cambiamenti di popolazione a Trieste, Gorizia, Fiume e in Istria. 1914-1975 di Piero Purini, La foiba dei miracoli. Indagine sul mito dei «sopravvissuti» di Pol Vice, Esuli a Trieste. Bonifica nazionale e rafforzamento dell’italianità sul confine orientale di Sandi Volk e Fenomenologia di un martirologio mediatico. Le foibe nella rappresentazione pubblica dagli anni Novanta ad oggi di Federico Tenca Montini.

  2. […] È ufficiale: la «foiba volante del Friuli» non esiste. E, a proposito di #foibe, una lettera aper… di Nicoletta Bourbaki, 23.12.2016 … la foiba volante, nonostante la generosa copertura mediatica offerta dal Messaggero Veneto – diretto (allora) da Tommaso Cerno – a colpi di presunti scoop susseguitisi un giorno sì e l’altro pure, aveva già da tempo interrotto l’appassionante tour che l’aveva portata a visitare una decina di località friulane… […]

  3. […] italiana e sui falsi storici in tema di foibe. Tra i vari risultati, ha contribuito a smontare la bufala della cosiddetta «foiba di Rosazzo», altrimenti detta «foiba volante». Per l’edizione on line della rivista Internazionale, in […]

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