Esce oggi, pubblicato da Tunué, il romanzo a fumetti di Andrea Sestante dedicato alla resistenza etiope, e in particolare agli avvenimenti che ruotano intorno al tentativo di uccidere il viceré Rodolfo Graziani. La data non è casuale: il 5 maggio (Meyazya 27), in Etiopia si celebra የአርበኞች ድል ቀን, la «giornata della vittoria dei patrioti», che sconfissero l’occupazione fascista e prepararono il ritorno di Haile Selassie ad Addis Abeba, cinque anni esatti dopo l’ingresso di Pietro Badoglio in città.
Wu Ming 2 ha scritto la prefazione e aveva appena rivisto le bozze quando ci è giunta la notizia che il 19 febbraio 2026 un giardino di Roma, a pochi passi dall’obelisco di Dogali, avrebbe preso il nome di Zerai Deres, patrono della guerriglia urbanistica. Non siamo riusciti a modificare il testo, ma come capirete leggendolo qui sotto, ci è sembrata una coincidenza di ottimo auspicio. E forse, molto più che una coincidenza.
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Nel 1946, al termine della Seconda guerra mondiale, il governo dell’Etiopia presentò un memorandum alla Conferenza di pace di Parigi, per chiedere il riconoscimento dei crimini italiani commessi durante l’occupazione del Paese. Alla voce «Massacro del febbraio» sono calcolate trentamila vittime.
Questo libro racconta la storia di quel massacro.
La premessa narrativa è la ricerca minuziosa che Andrea Sestante ha condotto per anni intorno all’episodio, a partire da uno spunto casuale: i nomi sulle targhe stradali di un quartiere, la Cirenaica di Bologna. Nomi che celebravano l’invasione della Libia e del Dodecaneso da parte dell’esercito del Regno d’Italia. Nel 1949, il consiglio comunale stabilì di sostituirli con quelli di partigiani come Ilio Barontini, che con l’Etiopia aveva un legame particolare. Delle vecchie intitolazioni restò soltanto via Libia, per mantenere «il significato di un nostro eventuale diritto a questa terra», come disse un consigliere del PCI. In quei giorni, infatti, la Società delle Nazioni discuteva il futuro delle ex colonie italiane.
L’indagine storica dell’autore, per quanto molto accurata, è però soltanto una leggera cornice. Accennata nel prologo, finisce subito sotto traccia, per lasciare spazio ai protagonisti della vicenda: gli uomini e le donne che furono coinvolti nell’attentato contro Rodolfo Graziani, viceré d’Etiopia, il 19 febbraio 1937, dodicesimo giorno del mese di Yekatit dell’anno millenovecentoventotto, secondo il calendario copto.
Le bombe scagliate da Abraha Deboch e Mogos Asghedom innescarono un’immane rappresaglia e divennero il pretesto per stragi e deportazioni, che a loro volta diedero un eccezionale impulso alla resistenza degli arbegnocc, i partigiani etiopi.
Senza nascondere le tensioni e le spaccature interne a quel movimento, Andrea Sestante gli assegna un posto nella memoria degli Italiani, tra coloro che contribuirono alla sconfitta del nazifascismo, ben prima che in Europa esistessero formazioni organizzate per combatterlo in armi.
Eppure, a dispetto di una conoscenza sempre più diffusa su questi avvenimenti, la guerra di liberazione dell’Etiopia non gode ancora, in Italia, della giusta considerazione. Se così fosse, il mausoleo «al soldato» di Affile, inaugurato nel 2012 per celebrare Rodolfo Graziani, non sarebbe ancora al suo posto. Né si cercherebbe di sminuirlo come un caso isolato, che riguarda giusto un buco nero della Penisola. Nel cosiddetto Belpaese centinaia di strade sono dedicate a caduti e decorati con la medaglia d’oro al valor militare nel corso delle «operazioni di polizia coloniale», cioè la repressione feroce della guerriglia degli arbegnocc e del popolo che la sosteneva.
Nella motivazione per l’onorificenza conferita a Marcello Pucci si legge che morì «in aspro combattimento contro numerosa orda ribelle», il 29 settembre 1937, a Meta, in Oromia, quando Graziani era viceré e i «ribelli» erano partigiani antifascisti. A Milano, porta il suo nome una strada tra corso Sempione e i grattacieli di City Life. A Bergamo, via Gennaro Sora è dedicata al tenente colonnello degli alpini che comandò sul campo la strage di Amategna Washa, la “grotta del ribelle”, vicino a Zeret, nell’aprile 1939. Ottocento persone fucilate dopo che si erano arrese e più di mille uccise con armi chimiche, iprite e arsine, dentro il loro rifugio nelle viscere della montagna. In gran parte si trattò di anziani, donne e bambini.
Cosa direbbe il mondo se a Jeseník, città natale di Walter Reder, ci fosse una piazza intitolata al criminale di guerra responsabile degli eccidi di Monte Sole? In Italia, un caso del genere suscita al massimo qualche polemica locale, perché all’Italia non frega nulla del mondo, e al mondo non frega nulla dell’Italia. Il quadro è ancora più ripugnante se si considera che i nomi di questi soldati non sono finiti sulle targhe stradali soltanto durante la dittatura fascista, per poi rimanerci, dimenticati, anche nella Repubblica nata dalla Resistenza. A Parma, una strada porta il nome di Bonfiglio Zanardi, che il 29 agosto 1937, a Gish Abay, «assumeva spontaneamente il comando di una mezza compagnia incaricata di un’operazione di polizia contro i ribelli». Anche in questo caso, partigiani etiopi. L’intitolazione risale al 1959, come quella, due incroci più in là, di via Emilio Maccolini, capomanipolo delle Camicie Nere, morto durante l’invasione fascista dell’Etiopia.
La vergogna aumenta se ci spostiamo dalle strade alle scuole. In questo caso, non vale nemmeno la scusa che un cambio di denominazione comporterebbe il disagio di modificare gli indirizzi di residenti, uffici e attività commerciali. Nondimeno, ogni mattina, bambini e bambine della primaria si ritrovano in edifici dedicati alla memoria di Dalmazio Birago, aviatore che bombardò l’Etiopia, o di Vasco Agosti, volontario nella riconquista fascista della Libia, nella Guerra d’Etiopia e nelle famigerate «operazioni di polizia coloniale». L’elenco potrebbe continuare con Antonio Locatelli, Ivo Oliveti, Tommaso Gulli, Giorgio Bombonati, Reginaldo Giuliani…
L’augurio è che questo libro, insieme a tanti altri, dia un contributo alla presa di coscienza dell’eredità coloniale italiana, affinché le scorie di razzismo e di militarismo che contaminano il paesaggio ricevano il giusto trattamento. Non tanto attraverso la loro estinzione, ma sfruttandole per agitare la memoria.
Come accadde il 14 giugno 1938 con la protesta di Zerai Deres, un eritreo di ventidue anni, inviato a Roma proprio dopo il massacro di Yekatit 12, in qualità di interprete dei notabili etiopi deportati in quell’occasione.
Diretto alla stazione Termini, Zerai rende omaggio alla statua del Leone di Giuda, che gli italiani hanno trafugato da Addis Abeba, per collocarla davanti a un altro monumento coloniale: l’obelisco in memoria dei cinquecento caduti nella battaglia di Dogali.
Zerai s’inginocchia, forse prega. La scena non passa inosservata. Due militari gli si avvicinano, gli ordinano di circolare. Il ragazzo si alza di scatto, sfodera una sciabola. Secondo il verbale di polizia, pronuncia «parole ingiuriose indirizzo Italia e Duce inneggiando negus». Una piccola folla gli si raduna intorno, cercano di fermarlo, qualcuno rimane lievemente ferito. Un carabiniere spara, colpisce Zerai alla coscia, quindi lo arrestano.
Rinchiuso nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto (ME), muore tra quelle mura il 6 luglio 1945. Gli Alleati hanno liberato la città due anni prima, ma nessuno s’è interessato al suo caso, nemmeno a guerra finita. Il fratello ottiene soltanto che la salma venga rimpatriata e sepolta nel villaggio natale, tra due leoni di pietra.
A chi leggerà Yekatit 12 il compito di celebrare Zerai Deres come patrono della «guerriglia urbanistica», rinnovando gesti e azioni anticoloniali per le strade e le città dello Stivale.


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