Nicoletta Bourbaki: un epilogo e un commiato

di Nicoletta Bourbaki

Nei quindici anni di attività del gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki, più volte ci siamo sentite dire che i nostri scritti erano lunghi. Non lo neghiamo: abbiamo più volte rivendicato la necessità di prenderci il tempo per capire, leggere, conoscere. Di conseguenza, abbiamo occupato lo spazio e il tempo necessari a offrire contributi approfonditi, liberi dall’imperativo della sinteticità passata per incisività.

In questo comunicato riteniamo però utile andare dritto al punto: il gruppo di lavoro si è sciolto.

A riassumerlo in una frase, il lavoro di Nicoletta Bourbaki è consistito in questo: metodo storico e sforzo collettivo.

Il metodo storico è quello che, andando a lezione dal Partigiano Marc Bloch, abbiamo raccontato a nostro modo in una guida didattica, Questo chi lo dice? E perché?, datata marzo 2018.

Lo sforzo collettivo, beh, è lo sforzo collettivo.

Per fare tutto ciò che abbiamo fatto in questi anni, non una sola persona, ma un drappello di cinque o sei persone avrebbe dovuto dedicarcisi a tempo pieno, giorno e notte, feriali e festivi. Anzi, si potrebbe dire che Nicoletta Bourbaki è esistita appunto perché, se non proprio nessuno, senz’altro pochissimi, in Italia, hanno fatto per mestiere quello che noi abbiamo fatto prima di tutto per militanza culturale.

Ma cos’abbiamo fatto, esattamente? Abbiamo applicato il metodo storico a fonti poco frequentate dalla storiografia laureata: voci di Wikipedia sulla storia italiana contemporanea, cold case del dopoguerra raccontati in articoli di cronaca sui giornali per bene, post della fasciosfera con tanti like, filmacci a tesi filonazista trasmessi dal Servizio pubblico, libri di giornalisti in cerca di scoop storici e libri di ex storici in cerca di alta classifica.

Lavorare su questo materiale, che fa opinione o quantomeno ambisce a farla, ci ha portato anche a condurre ricerche storiche più convenzionali. Il «caso Ghersi» ne è l’esempio: partita come il più classico debunking di un articolo del «Corriere della sera», la nostra controinchiesta si è trasformata in un libro di microstoria, che ci ha portato in giro per l’Italia – e non solo per l’Italia – ben oltre i termini di un canonico tour di presentazioni.

Se abbiamo potuto fare l’una e l’altra cosa, collezionare le leggende antipartigiane circolanti nella fasciosfera e studiare le fonti versate all’Archivio di Stato, è perché le due cose sono in realtà una cosa sola: cioè l’applicazione della critica delle fonti a tutto ciò che è idoneo a diventare fonte storica, non solo a ciò che è canonicamente fonte storica.

Ma lo abbiamo potuto fare, questo è il punto, perché il gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki è stato per molto tempo un gruppo di lavoro numeroso.

La sua vicenda ha attraversato fasi differenti, ad animare le discussioni sono passate per la fucina di Nicoletta Bourbaki tante compagne e compagni che, per periodi più o meno lunghi, hanno contribuito alle discussioni, alle ricerche e alla scrittura collettiva delle inchieste.

Alla fine del 2018 la mailing list in cui ci coordinavamo contava una cinquantina di iscritte e iscritti.

Siamo state per anni decine, e il numero ci ha permesso di dividerci i compiti, di lavorare contemporaneamente su più fronti, di creare sottogruppi che si sono presi in carico un tema o un’inchiesta. Di dare ciascuno secondo i propri mezzi.

Garantire la tenuta del gruppo – nel procedere mettendo a punto, raffinando e affilando (anche, sì!) gli attrezzi da usare, mentre c’era da conquistare e poi conservare l’autonomia del proprio (del gruppo) punto di vista – è stata un’impresa collettiva di grande importanza come di grande profusione di energie e risorse. Una lunga camminata dove a ogni passo andava mantenuto il punto di equilibrio, come è insito nello stesso atto del camminare, ma dove corpo-mente mutavano in continuazione; ed è capitato di inciampare, financo di cadere e sbattere il muso a terra e, quindi, di dovere, una volta rimessa in piedi Nicoletta, riprendere il cammino ritarando la postura e il ritmo, sempre rincorrendo il nostro punto di equilibrio dinamico.

Ecco, non abbiamo mai rinunciato – ed è questo che rappresenta il nostro punto di equilibrio – ad avere il lavoro collettivo come senso primo e ultimo, oltreché motore stesso, dell’esistenza del gruppo.

E però dalle decine che eravamo, ci siamo ritrovati a essere una sola decina. Il che avrebbe reso impossibile a chiunque lavorare con il nostro metodo. Ovviamente, l’ha reso impossibile anche a noi. Continuare a studiare, a fare inchiesta e a scrivere al ritmo e con la costanza di quando eravamo decine – mantenendo lo standard del confronto collettivo e dell’editing senza sosta che hanno dato fisionomia all’approccio di Nicoletta Bourbaki – richiederebbe a tutti e ciascuna di noi un sacrificio molto superiore alle nostre forze, individuali e collettive.

Negli ultimi tre anni abbiamo provato a darci metodi di lavoro diversi, scadenze diverse. Con fatica abbiamo organizzato due riunioni nazionali, confluendo dalle dimore di ciascuno nei luoghi sulle cui storie stavamo lavorando.

Abbiamo fatto molto e bene, finché ci è riuscito di farlo. Ci siamo divertiti e divertite, abbiamo fatto incazzare e messo in difficoltà fascisti e non solo, abbiamo imparato tanto, nel metodo e nel merito.

Chiudiamo la fucina con tanti rimpianti – per quello che abbiamo imbastito e mai concluso, per le piste di ricerca intuite e poi mai battute – ma nessun rimorso.

A voi, infinitamente grazie: di avere letto e commentato le nostre inchieste, discusso la nostra guida didattica, presentato il nostro libro. Di averci invitato in centri sociali gelidi, in librerie indipendenti, nelle scuole, in corsi universitari, in biblioteche comunali, in centri sociali roventi, e anche a Lisbona a parlare di Resistenza italiana, perché la Resistenza italiana non è che una parte della Resistenza mondiale al nazifascismo.

È capitato moltissime volte che ci venisse chiesto di occuparci di un qualche caso simile a quelli su cui Nicoletta Bourbaki è intervenuta: qualche altra leggenda antipartigiana, qualche altra foiba in terreno non carsico. Abbiamo sempre risposto che noi, attraverso lo studio di un caso, davamo l’esempio di un metodo disponibile a tutti e replicabile da chiunque. Non avremmo potuto occuparci di tutto, né avremmo voluto: meglio sarebbe stato moltiplicare gli attacchi al senso comune anti-antifascista, al sonno della ragione storica, all’accettazione abulica della barbarie. Lo ripetiamo a maggior ragione ora che Nicoletta Bourbaki è arrivata al termine del suo tratto di strada, e passa il testimone. Ma anche noi che siamo state e stati Nicoletta, direbbe una band che amiamo, «per indole o dovere / abbiamo ancora miglia da percorrere / promesse da mantenere».

Un miglio in più e una promessa mantenuta a noi stessi sono nell’ultimo atto pubblico e politico di questo gruppo di lavoro.

Avevamo in cassa circa tremila euro. Fondo costituito prevalentemente dagli introiti della pubblicazione di La morte, la fanciulla e l’orco rosso e che serviva a finanziare viaggi e pernottamenti necessari alle ricerche, acquisti o prestiti interbibliotecari di libri introvabili e quant’altro. Soldi che abbiamo donato, equamente suddivisi, alla Biblioteca Franco Serantini e alla Freedom Flotilla Italia.

E ora, in alto i calici.

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