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Lo specchio nero. A caccia di neofascisti sugli schermi d’Italia.

[WM2: Poco prima dell’estate, la casa editrice Dots ha pubblicato Lo specchio nero, un saggio del collettivo Dikotomiko* dedicato alla presenza/assenza dei neofascisti sugli schermi italiani e planetari. L’analisi dei due autori ha svariati punti in comune con articoli e riflessioni che abbiamo pubblicato su Giap, a proposito delle amnesie del cinema nostrano, della riluttanza a pronunciare «la parola con la F», dei format giornalistici e televisivi utilizzati per raccontare (e ignorare) la violenza fascista. Letto e apprezzato il libro, abbiamo contattato Massimiliano Martiradonna e Mirco Moretti per sviscerare con loro le questioni che più ci stavano a cuore. Ecco la chiacchierata telematica che ne è venuta fuori.]

Il vostro libro è un viaggio molto approfondito nella rappresentazione in video di neofascisti e neonazisti. Prima di discutere i risultati  della vostra ricerca, vorrei porre una domanda di metodo. Anzi due, che però riguardano la stessa questione, quella di come avete circoscritto il terreno da esplorare. E quindi: che periodo avete considerato? E perché, invece di limitarvi al cinema, avete deciso di spaziare dai videoclip musicali ai documentari, dalle serie TV ai lungometraggi?

Nell’accelerazione compulsiva impressa dalle nuove tecnologie, il cinema ha dovuto adeguarsi a nuove forme di fruizione. Altro che falso movimento, tutto il cinema di oggi è una corsa verso nuovi linguaggi, nuovi formati. Non ha più senso parlare, solo, di film in quanto lungometraggi: se si parla di rappresentazione, occorre parlare, anche, di documentari, videoclip musicali, video disponibili per lo streaming su piattaforme planetarie. Un insieme non omogeneo di schegge impazzite. Una cluster bomb.
Per ovvie ragioni di analisi e di sintesi, abbiamo dovuto circoscrivere il nostro periodo di interesse, individuando una fondamentale discontinuità storica, il nostro “da quel momento nulla è stato più come prima”. Parliamo dell’anno 2001, che ha deviato in modo traumatico e definitivo una traiettoria di futuro possibile – e plausibile. Prosegui la lettura ›

Il Varco. Un film di Federico Ferrone e Michele Manzolini, scritto insieme a Wu Ming 2.

Giovedì 7 settembre, centinaia di attiviste e attivisti da tutta Europa si sono aperti un varco nei controlli di sicurezza e hanno occupato il red carpet della Mostra del Cinema di Venezia, per chiedere giustizia climatica e sociale. Quattro giorni prima, un altro varco si era spalancato pochi metri più in là, davanti alle poltrone della Sala Giardino, dove quasi seicento persone avevano assistito alla prima del nuovo film di Federico Ferrone e Michele Manzolini, scritto iniseme a Wu Ming 2 e intitolato appunto Il Varco. Un lungometraggio di finzione, costruito con materiale d’archivio, per mettere in comunicazione passato e presente, storia e racconto, mito e realtà. Un oggetto narrativo non identificato che arricchisce la ricognizione di Wu Ming 2 ai confini tra cinema, immagini di repertorio e pellicole amatoriali. La terza tappa di un percorso iniziato con 51 – episodio del film collettivo Formato Ridotto – e proseguito con la sceneggiatura de L’Uomo con la Lanterna, di Francesca Lixi.

«Un progetto ambizioso solo a considerare la portata del lavoro di documentazione, di ricerca, di mixaggio e montaggio di centinaia di ore di materiale video. Il tutto per raccontare “solo” una storia nuova. La storia di un soldato italiano, nato da madre russa, spedito verso la patria materna  perché ne parla la lingua.»
(Andrea Giovalé su La rivista del cinematografo) Prosegui la lettura ›

Gli incontrollati fantasy su Norma Cossetto, 1a parte | Una kolossale foiba nell’acqua: il film Rosso Istria

Avvertenza per i naviganti: questo è il sequel di… «uno dei più grandi kolossal mai girati».

[WM: In vista del Giorno del Ricordo 2019, con questo post inauguriamo una miniserie scritta dal gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki, dedicata alla figura che più di ogni altra è divenuta l’icona della questione «foibe»: Norma Cossetto.
Nicoletta Bourbaki ha esaminato minuziosamente il recente film Red Land / Rosso Istria e il libro di Frediano Sessi Foibe rosse. Vita di Norma Cossetto uccisa in Istria nel ’43. Due opere accomunate da una scelta: di fronte alla scarsità di fonti sulla vicenda della ragazza istriana, entrambe “sopperiscono” a incongruenze e lacune iniettando nella ricostruzione robuste dosi di fiction.
Al lavoro di riscontro sulle fonti si accompagna un’analisi di quali siano i committenti politici, le finalità propagandistiche e gli agganci economici di certe produzioni sulle «foibe», che sono prive del minimo valore storico. La loro funzione è infatti un’altra: creare un immaginario collettivo nazionale, tassello di quella che fu chiamata la «memoria condivisa», sempre più cemento bipartisan per solidificare una versione della storia d’Italia reazionaria, edulcorata, vittimistica e omertosa (e stiamo usando eufemismi), alla quale ora si aggiunge un retrogusto «sovranista» molto à la page.
Questo e soltanto questo è il senso di trasmettere in prima serata un film come Red Land / Rosso Istria. Lo farà Rai 3 il prossimo 8 febbraio. Buon «Giorno del Ricordo».
Ma prima, buona lettura.]

di Nicoletta Bourbaki *

INDICE DELLA PRIMA PUNTATA

1. RedLands: «Talk about a dream, try to make it real…»

2. Genealogia di un desiderio

3. La pista veneta: la lunga gestazione di Rosso Istria

4. Le foibe secondo il sovranismo: un’analisi dei contenuti del film Prosegui la lettura ›

Nuove ibridazioni nel cinema working class: The Harvest

The Harvest

Clicca per scaricare The Harvest (offerta libera).

Pochi giorni fa, recensendo i film Ride di Valerio Mastandrea e In guerra di Stéphane Brizé, Wu Ming 4 ha scritto:

«È bello ipotizzare – bogdanovianamente – che sarà il fantastico proletario a liberarci dalla visione sacrificale e vittimaria della classe, portandoci fuori dal vicolo cieco, verso nuovi cieli e nuove terre. Quelli che bisogna essere capaci di immaginare per poter lottare qui e ora.»

Di quel possibile «fantastico proletario» – che trova una messa in pratica anche nello stesso Ride – Wu Ming 4 ha fornito alcuni esempi, presi dalla letteratura e dal cinema. Ebbene, eccone un altro: The Harvest – regia di Andrea “Paco” Mariani, produzione di SMK Videofactory, scaricabile a offerta libera qui – racconta la vita quotidiana, lo sfruttamento e le lotte degli operai agricoli nell’Agro Pontino. Dei braccianti, insomma. Di quelli di oggi, che in quella zona sono di origine indiana e in larghissima parte di religione Sikh.

Come raccontare in un film la lotta di una classe operaia sempre più multietnica? Come raccontare una comunità operaia che contribuisce a creolizzare la classe e l’ambiente intorno, a cominciare da associazioni e sindacati? Creolizzando il film stesso, ibridando, intrecciando fili imprevisti nell’ordito del documentario d’inchiesta. Il risultato è, come lo chiama SMK, «un docu-musical».

Il 4 maggio 2018 The Harvest è stato proiettato al Vag61 di Bologna. In quell’occasione, Paco e tutta la crew hanno chiesto a Wu Ming 1 di introdurre la visione. Quello che segue è l’intervento di quella sera, trascritto dalla registrazione, sistemato nella forma e integrato da alcune note. Buona lettura, e poi buona visione. Prosegui la lettura ›

Ride… in guerra. Note proletkultiste sul cinema working class

Ride in guerra


di Wu Ming 4

[Venerdì 7 dicembre a Bologna dialogheremo con Valerio Mastandrea sul tema: «Ride e Proletkult. Come comporre le storie affinché il nostro fare vada a buon fine». L’incontro si terrà alle h.18 al Cinema Lumière, Piazzetta Pasolini, entrata da via Azzo Gardino 65/b. Dopo l’evento, Valerio presenterà il suo film Ride alle h.21 al Cinema Arlecchino, via Lame 59/A. Anticipiamo qui alcuni appunti di (doppia) visione su Ride e In guerra di Stéphane Brizé.]

Ridere per non piangere

La prima prova di regia di Valerio Mastandrea è innanzi tutto un film su un blocco emotivo davanti alla morte. Un’assenza che si verifica come un fulmine a ciel sereno lascia spiazzati, shockati e incazzati. Ci vuole tempo perché il dolore esploda, bisogna prima rendersi conto di ciò che è successo, e così capita che la disperazione e le condoglianze altrui circondino chi resta, mettendolo in imbarazzo per un dolore che non ce la fa a uscire. Ma se questo è il problema di Carolina, la protagonista del film interpretata da Chiara Martegiani, e di suo figlio Bruno, si staglia su un contesto nient’affatto casuale. La morte è una delle tante «sul lavoro». È la morte di un operaio figlio d’operaio. Perché questo è Ride, una storia operaia, ambientata tra il proletariato urbano di Nettuno, una delle città-satellite di Roma. E se anche è difficile riconoscere nella protagonista una casalinga moglie di metalmeccanico, proprio per questo è il personaggio che serve a questa storia, una sorta di aliena – riminese emigrata al contrario – che improvvisamente si trova a dover affrontare la gestione sociale del lutto, prima ancora che la mancanza privata. Prosegui la lettura ›

In attesa del «romanzo russo» | La Corazzata Potëmkin in Italia: 10 punti sul caso Fantozzi

[Stiamo per finire il nostro «romanzo russo». Consegna all’editore: giugno 2018. Uscita: ottobre 2018. Mentre corre verso di noi, inesorabile, il termine della stesura, fantasmagorie di cultura russa e rivoluzioni l’accompagnano, esplodendo davanti agli occhi, e ovviamente tra gli spettri ballonzolanti non può mancare il buon vecchio Sergej Michajlovič.
Una decina di mesi fa, il corto-circuito tra il ritorno sugli schermi della corazzata di Ejzenštejn (in versione integrale e restaurata), gli appunti di visione di Wu Ming 1 e la morte di Paolo Villaggio innescò una querelle sulla memoria del film del 1925 e su quella che è probabilmente la sequenza cinematografica più fraintesa della storia del cinema italiano: la sequenza del cineforum aziendale in Il secondo tragico Fantozzi (1976).
Qualche tempo dopo, il direttore della Cineteca di Bologna Gian Luca Farinelli chiese a WM1 di rifinire il suo post, integrandovi alcuni spunti emersi nella discussione, come contributo per il libro allegato al DVD, accanto ad altri testi storici e critici.
Il DVD è uscito nel dicembre 2017, e nei mesi scorsi la nostra nave da guerra preferita è approdata in molte città italiane, sempre con grande successo popolare. Perché La Corazzata Potëmkin è un grande, esaltante film popolare. E il capitale lo sa bene, tanto che il 22 gennaio scorso Google (nientemeno) ha celebrato il 120esimo anniversario della  nascita di Ejzenštejn, dedicando al regista il suo doodle.
E così, mentre le librerie ricevono la scheda di prenotazione del nostro romanzo («La rivoluzione russa vista da un altro pianeta», c’è scritto), vi invitiamo a ri-sintonizzarvi con quella grande temperie, e proponiamo anche qui il testo di Wu Ming 1.
Ignorate i nuovi Guidobaldo Maria Riccardelli. Non fatevi dettare i gusti culturali dalle nuove contesse Serbelloni Mazzanti, che per non essere dette radical-chic fanno le gare di alitosi nei rutti. Compatite lo snobismo di chi sa solo ripetere la battuta sulla «cagata pazzesca». La loro stessa risata li seppellirà.
Oggi in tutto il mondo la Corazzata conquista le giovani generazioni, navigando nelle vaste acque delle nuove lotte sociali. Prima o poi succederà anche da noi. Siate pronti. Tutto il potere ai consigli di operai e SoldatiWM]
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The Darkest Hour. Supplemento di riflessione su dove ci troviamo, alla luce del film di Joe Wright

Gary Oldman interpreta Winston Churchill nel film The Darkest Hour.

Il film agiografico di Joe Wright su Churchill sembra lo specchio ribaltato del Dunkirk di Christopher Nolan. Sia perché racconta più o meno lo stesso arco temporale, ma dall’altra sponda della Manica, sia perché lo racconta dalle stanze del potere, anziché dal basso dei ranghi militari.

Al di là della bravura del regista e soprattutto di quella di un superlativo Oldman, il film risulta pesantemente apologetico, raccontando il personaggio più per le sue idiosincrasie e difetti di carattere che per il proprio essere un cinico avventuriero politico e un esponente di spicco dell’imperialismo britannico. Nondimeno cade a proposito per rafforzare la riflessione nata dal film di Nolan, all’indomani della tentata strage di Macerata. Prosegui la lettura ›

L’avventura di adattare #Q per il cinema

La più recente edizione tedesca di Q.

[Dopo il contributo di Giaime Alonge pubblicato il 9 ottobre scorso, prosegue e si conclude il racconto di quando, una manciata di anni fa, due sceneggiatori adattarono Q per un film poi rimasto nel cassetto.]

di Alessandro Scippa *

È stata un’opportunità straordinaria quella di poter lavorare all’adattamento di un romanzo di culto come Q. Io e Giaime sapevamo sin dall’inizio che non sarebbe stata un’impresa da prendere sottogamba: per le attese che da subito abbiamo sentito sulle spalle, per la difficoltà di adattare un romanzo fiume e ridurlo in un film di un paio d’ore, come ha già ben raccontato da Giaime, lavorando per di più senza un regista accanto, come invece eravamo abituati.

Quello che non sapevamo era che il film non si sarebbe fatto e il nostro sarebbe stato l’ennesimo tentativo non andato in porto, sulla scia di quanto raccontato dai Wu Ming in Benvenuti a ‘sti frocioni 3 [Scarica il racconto in pdf]. Prosegui la lettura ›

Sceneggiare #Q. Pagine da un adattamento cinematografico non realizzato

di Giaime Alonge *

La storia del cinema è piena di opere rimaste nel cassetto, molto di più della storia della letteratura. Fare un film costa, a volte costa molto; ma anche quando costa poco, costa comunque assai di più della pubblicazione di qualunque romanzo. E dunque, accanto all’universo dei film che sono stati realizzati, c’è una specie di universo parallelo popolato dagli abbozzi dei film che non sono andati oltre la fase della sceneggiatura. È un universo di stelle e pianeti morti, alcuni di sorprendente bellezza e ambizione, come ad esempio il Napoleon di Stanley Kubrick. In una delle galassie di questo universo, c’è anche l’adattamento di Q che il sottoscritto e Alessandro Scippa – che firma un intervento gemello di prossima uscita – hanno scritto alcuni anni fa. Prosegui la lettura ›

It’s Not Fair. Note su #Dunkirk di Christopher Nolan e su dove siamo adesso

L'Europa sulla spiaggia di Dunkirk

L’Europa sulla spiaggia di Dunkirk.

di Wu Ming 4

Christopher Nolan non ha bisogno che si esalti per l’ennesima volta la sua straordinaria capacità di rileggere i generi – in questo caso il war movie sul secondo conflitto mondiale. Non ha bisogno che si parli ancora della sua maestria nel raccontare storie sfasando i piani temporali, blindandone la tenuta narrativa con meccanismi a orologeria. Tanto meno ha bisogno che si esaltino le sue doti puramente registiche, capaci di rendere claustrofobico un film che si svolge su tre livelli – terra, mare, aria – raccontandoti la stessa storia dalle tre angolazioni con un andamento diacronico, e con un uso dirompente del contrasto tra silenzio e rumore, tra gesto e parola.

Sotto questi aspetti Dunkirk è l’ennesimo film di Nolan indimenticabile, nel senso letterale di impossibile da dimenticare, che resta impresso a fuoco nell’immaginario cinematografico, e costringe i successori a un confronto diretto.

Ma c’è dell’altro che colpisce, e spinge a una riflessione su quello che accade oggi in Europa e perfino quaggiù nella sua propaggine meridionale. Prosegui la lettura ›