Perché è necessario e urgente liberarsi di Google – e come cominciare a farlo

[Riprendiamo il discorso aperto con L’amore è fortissimo, il corpo no: quello sul capitalismo delle grandi piattaforme, sui comportamenti indotti dagli algoritmi dei social media, sull’estrazione di big data dalle nostre vite e sulla sorveglianza pervasiva che ne deriva.
Farlo è quantomai appropriato, nei giorni dell’emergenza Covid19.
Tra i poteri e soggetti economici che stanno approfittando dell’epidemia – o meglio, delle misure di «distanziamento sociale» e nuovo disciplinamento del corpo sociale – ci sono soprattutto le multinazionali del Big Tech. Ne approfittano per rafforzare la loro presa sulla società, il loro monopolio di fatto su molte attività oggi imprescindibili. Ne approfittano per intensificare processi di privatizzazione della sfera pubblica.
Una privatizzazione soffice, implicita e non percepita perché non è rapida e “molare”, non c’è uno scontro pubblico tra istanze (privatizzazione sì vs. privatizzazione no); è invece graduale e “molecolare”, avviene grazie all’infittirsi di reticoli fatti di piccole pratiche e automatismi quotidiani.
Google, di cui ci occupiamo nel post a seguire, ha offerto al nostro ministero dell’istruzione (MIUR), come a quelli di altri paesi, la «soluzione alla chiusura delle scuole»: il colosso di Mountain View fornisce ai docenti mail con spazio illimitato e piattaforme per l’istruzione telematica (G Suite for Education). Già prima di quest’annuncio, diverse scuole stavano spingendo i docenti a farsi la casella Gmail e l’account su Hangouts Meet e/o Google Classroom. Di più: svariati insegnanti, esasperati dall’incertezza e dall’impossibilità di fare lezioni, per non lasciare allo sbando i loro scolari e studenti hanno fatto ricorso a questi strumenti di propria iniziativa, per avviare la didattica a distanza.
Se da un lato ammiriamo l’intento e – come si dice oggi – la resilienza di quest* insegnanti, dall’altro constatiamo che manca la consapevolezza su cosa facciano davvero quegli strumenti, del cui funzionamento non vediamo che l’idiomatica punta dell’iceberg.
In pratica, la scuola pubblica privatizza il rapporto stesso docente-studente, incentivando entrambi a usare piattaforme private e lesive della privacy, che immagazzineranno nuovi dati per poi venderli a vari soggetti, i quali li useranno a scopi non solo commerciali ma anche politici, in tutte le accezioni possibili del termine. E in tutto questo, Google/Alphabet passerà pure come benefattrice: l’azienda che ha «salvato la scuola».
Google trova in quest’emergenza – che peraltro contribuisce ad alimentare in vari modi – l’opportunità di innervarsi in sempre più gangli della vita associata, rendendosi indispensabile anche se le alternative ci sono. Ci sono eccome, e sarebbero pure facili da usare.
Chiunque non ritenga la parola «democrazia» un semplice involucro contenente solo retorica, una volta ben informat* su cosa sia Google e su come faccia profitti, non può trarne che una conclusione: Google è una minaccia per la democrazia.
L’emergenza – non l’epidemia in sé, ma l’emergenza come metodo di governo basato sull’epidemia – ci sta facendo arretrare su così tanti terreni che non si sa da dove cominciare a denunciarne le conseguenze, a spiegare chi e come sta cogliendo la palla al balzo.
Alla fine, un punto d’inizio vale l’altro. Da genitori, cominciamo dalla scuola, dalla didattica a distanza e, in particolare, da Google.
Già prima del virus avevamo chiesto al giapster Ca_Gi di scrivere un pezzo per Giap sul fenomeno del degoogling, che a fine 2019 si stava diffondendo rapidamente. Con l’emergenza coronavirus la strada si è fatta più in salita, ma a maggior ragione va percorsa.
Buona lettura. WM]

di Ca_Gi.*

1. A day in your life (Google lo sa)

Ti svegli dopo un sonno di sei ore. Hai dormito male, sonno leggero e agitato. Google lo sa: lo ha rilevato dall’accelerometro e dal microfono nel tuo smartphone.
Dall’analisi della rete a cui sei connessa sa pure che non eri a casa tua, ma in un appartamento dall’altra parte della città e, dal registro dei tuoi spostamenti, sa pure che da circa un mese ti ci rechi almeno un paio di volte a settimana.

Google sa chi vive in quella casa, perché il GPS del suo smartphone indica giornalmente la sua presenza lì. Conosce bene quella persona, come conosce te. Sa che non fa parte della tua cerchia di amici ristretti, perché il suo numero non è nelle loro rubriche e molto raramente si trova negli stessi posti che loro frequentano. Sa che vi siete registrati a vicenda in rubrica qualche mese fa, ma solo negli ultimi tre avete iniziato a chiamarvi spesso.

Ieri sera avete visto un film sulla Chromecast. Ovviamente Google sa qual era il film e poiché i dati GPS indicavano che eravate entrambi in casa e non vi siete mossi, deduce che probabilmente eravate in salotto.
Sa pure che all’altra persona il film non doveva interessare molto, perché mentre lo stavate guardando non faceva che giocare con un videogame sul suo smartphone Android.

Grazie al DNS Google sa che, appena alzata, come ogni mattina, hai controllato le news sul solito sito. Android e Chrome glielo confermano.
Dall’archivio delle tue abitudini di lettura degli ultimi anni, Google sa che le notizie relative alle occupazioni abitative sono di tuo interesse, ma che leggi in dettaglio solo quelle che parlano di sgomberi. Dall’analisi dei testi delle tue email sa che ne parli anche con amici e conoscenti e che manifesti crescente preoccupazione per le dichiarazioni di un certo assessore. Dall’analisi dei movimenti del tuo dito sullo schermo sa quali titoli di notizie hanno attirato la tua attenzione anche se poi non li hai letti, e ritiene che se in questi titoli fossero state presenti determinate parole la probabilità che tu li aprissi sarebbe stata maggiore.

Alle otto hai percorso un certo tragitto in città. Google lo sa, sempre grazie al GPS e per via del distacco dal wi-fi dell’appartamento.
Dall’analisi di percorso e velocità Google deduce che lo spostamento sia avvenuto in bicicletta. Sa che poi sei entrata in un certo bar, probabilmente a fare colazione, dato che ti sei trattenuta mezz’ora, e che lì ti sei connessa al Wifi sbagliando il captcha tre volte, deducendone che forse sei ancora un po’ addormentata, poiché di solito li becchi al primo colpo.

Google rileva che poi ti sei agganciata alla rete della biblioteca e hai cercato un certo oggetto che ritiene ti debba interessare molto, poiché la ricerca ti ha portato a girar diversi siti, finendo per trovarlo su quello di un certo negozio online dove l’hai acquistato fornendo la tua solita carta di credito. Ritiene statisticamente probabile che possa trattarsi di un regalo per una delle tue migliori amiche, quella che compirà gli anni tra un paio di settimane e che a sua volta acquista spesso oggetti dallo stile simile.

Poi scrivi un testo su un’app che hai scaricato dal Play Store e anche se non è un’app di Google, l’azienda ha accesso alla tastiera di Android e quindi è comunque in grado di comprendere cosa hai digitato, incluse le parti cancellate. Il testo contiene passaggi in inglese e dalla velocità con cui le hai digitate capisce che è una lingua che pensi di padroneggiare bene, anche se in realtà nota che ripeti sempre gli stessi errori di grammatica.

A quel punto ricevi una chiamata da una persona che nella tua rubrica è registrata come «Mamma», e parlate per cinque minuti. Google rileva una certa ansia nella tua voce e ciò gli conferma quel che aveva già presunto: c’è tensione tra te e tua madre.
Lo aveva dedotto da diversi fattori, tra cui il gran numero di volte che non rispondi alle sue chiamate anche se sei a casa, e dal fatto che durante le feste sei lontana da lei e non la chiami.

Più tardi ti scatti un selfie con alcuni amici e dai metadati della foto Google può sapere dove e quando è stata scattata. Analizzando l’immagine può identificare le persone ritratte così come il tipo d’abbigliamento, dal quale può dedurre gusti e marche, dato utile per confermare cose che già sa sul tuo e loro livello economico.

Arriva la sera e fai una corsa nel parco ascoltando musica e indossando un braccialetto elettronico che registra le tue attività come il tipo di andatura, il battito cardiaco ecc. Non ci hai mai fatto caso, ma sia l’app per la musica in streaming sia quella del braccialetto avvisavano da qualche parte che i dati sarebbero stati condivisi con «terze parti», ossia partner commerciali. Ciò che non potevi sapere è che tra questi vi è pure Google, che quindi conosce anche i tuoi dati fisiologici, le tue abitudini sportive, oltre ovviamente ai tuoi gusti musicali.

Google sa anche che sei una persona romantica e riflessiva, perché traspare da ciò che cerchi online nei momenti liberi; sa che fai letture impegnate, e che hai un debole per i panda.

Non possiamo affermare con certezza quali rilevazioni Google faccia costantemente, quali una tantum a scopo “sperimentale” e quali invece siano rilevazioni che tecnicamente potrebbe fare ma in realtà non esegue. Non possiamo dirlo, perché quel che accade nei server di Google lo può sapere solo Google, e perché i suoi strumenti sono spesso chiusi e non permettono una verifica trasparente.

Quali che siano le rilevazioni effettivamente fatte, sappiamo che Google ci osserva attraverso innumerevoli canali, e registra le nostre attività. La mole  dati a cui Google ha accesso gli permette di ricostruire la vita delle persone in modi che nemmeno un social network potente e pervasivo come Facebook può sognare.

2. Siamo un terreno di conquista commerciale

Quando si parla di Big Tech, ossia delle principali multinazionali tecnologiche, la prima constatazione è che mai, nella storia, poche aziende commerciali private di dimensioni tanto colossali erano riuscite a diventare parte inestricabile della vita di miliardi di persone, e in modo così diffuso e capillare.

Lo scenario, già problematico, di poche grandi aziende che detengono il potere su tecnologie ritenute ormai indispensabili risulta ancor più inquietante invertendo i fattori della constatazione: mai prima d’ora ogni minimo dettaglio della vita di miliardi di persone era stato portato a un tale livello di mercificazione, fino ad annoverarlo fra i terreni di conquista di poche colossali aziende private.

Parliamo dunque di big data, ossia dell’estrazione di informazioni dettagliate dalle nostre attività, dalle nostre vite, a fini – non solo – commerciali.

Quello dei big data è un circuito che si autoalimenta per allargare costantemente i propri margini. C’è uno scambio impari tra noi persone/utenti e le aziende che grazie ai dati che forniamo sviluppano tecniche e strumenti atti a legarci maggiormente ad esse, per estrarci ancor più informazioni.

Ciò avviene attraverso soluzioni tecniche e psicologiche note e meno note, scelte di design applicate a software che sfruttano la gamification per indurci a interagire maggiormente o attraverso l’imposizione di standard de facto cui risulta assai difficile sfuggire. La ricerca di gratificazione data dai like o l’impossibilità di rinunciare a Whatsapp, per esempio.

Qui possiamo osservare il circuito che si autoalimenta: abbracciare acriticamente servizi e strumenti imposti dall’industria tecnologica si rivela sempre più una scelta obbligata, poiché più questi vengono adottati, meno spazio vien dato alle alternative libere: i documenti di testo sono quasi sempre realizzati in Word; per condividere i file di lavoro nella maggioranza dei casi la scelta cade quasi sempre su Google Drive, Dropbox e poco altro; per conoscere le attività di un’associazione è necessario stare su Facebook; se si vuol creare un account email la scelta dei provider è indirizzata verso un ristretto numero di colossi (Google su tutti), e così via.

Con l’«Internet of things» (d’ora in poi IoT), ossia col sempre maggior numero di oggetti costantemente connessi, non si farà che estendere i campi d’estrazione: automobili elettriche che comunicano costantemente una miriade di dati, lampadine di cui l’azienda saprà se sono accese o spente, asciugacapelli, televisori, frigoriferi, biciclette, attrezzi da cucina, orologi da polso ecc. È facile prospettare lo sviluppo di innumerevoli tecnologie IoT da parte di aziende anche medio-piccole che verranno poi assorbite dai grandi colossi, e non è fantascienza immaginare un futuro prossimo in cui sarà difficile, se non impossibile, procurarsi oggetti che non trasmettano informazioni alle Big Tech.

Questo è il primo problema: più strumenti e piattaforme commerciali utilizziamo, più ci precludiamo un’indipendenza da essi.

Tra le maggiori aziende che ruotano attorno a questa massiccia estrazione di dati, quella più imponente è sicuramente Google. Non è certo l’unica azienda-vampiro, e molte delle osservazioni presenti in quest’articolo potrebbero essere applicate anche ad altre, le più note delle quali sono parte dell’acronimo GAFAM: Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft. Tuttavia, se ognuna di queste aziende si è evoluta a partire da settori specifici non necessariamente incentrati sull’estrazione dati, Google nasce fin dal principio come puro recettore di informazioni, ed è quella che nel tempo ha ampliato le proprie capacità estrattive nei modi più diffusi e capillari.


3. “Sappiamo” ma non sappiamo

Che «Google ci guarda» è un sentire comune, ma a ben vedere si tratta di una mera conoscenza latente: sappiamo che certi banner pubblicitari appaiono solo dopo che abbiamo fatto determinate ricerche, e ci viene costantemente ricordato che i cookie per accedere a diversi siti sono usati per profilarci, ma al di fuori di questi pochi esempi e del concetto generale, ci sfuggono la varietà e il funzionamento dei meccanismi con cui avviene l’ estrazione di dati.

Questo è il secondo problema: in una società sempre più dipendente da tecnologie informatiche, la scarsa conoscenza del funzionamento di tali strumenti ci pone più o meno nella posizione di analfabeti che devono muoversi in un mondo sempre più basato sulla lingua scritta.

A differenza dell’alfabetizzazione, però, l’informatizzazione può avvenire a livelli molto più diversificati, e lo dimostra il fatto che sia possibile esser al tempo stesso utenti smaliziati che si muovono agilmente tra mail, fogli elettronici, sistemi di chat, impostazioni dello smartphone e applicazioni di ogni tipo, ma non esser in grado di scrivere una sola riga di codice e non aver la minima idea di come facciano questi strumenti a funzionare.

Il fatto è che essere utenti che sanno utilizzare gli strumenti non basta, perché la mancanza di comprensione del loro funzionamento profondo ci relega nella condizione passiva di semplici utilizzatori finali, privi delle conoscenze necessarie a sviluppare un approccio critico per non farci sopraffare.

Periodicamente appaiono notizie su fughe di dati personali, applicazioni malevole, problemi legati alla privacy e preoccupanti episodi di censura e abuso di potere da parte delle Big Tech. Eppure, nonostante tutti questi segnali concordino nel prospettare scenari preoccupanti, l’adozione di strumenti alternativi non è ancora diventata un fenomeno diffuso. Questo a causa delle due problematiche qui esposte: da un lato la posizione di dominio dei prodotti delle Big Tech e dall’altro il fatto che l’insufficiente conoscenza di tali strumenti impedisce di comprendere davvero i pericoli che quel dominio comporta.

Tuttavia, il dominio delle Big Tech non è affatto ineluttabile, ma non sarà possibile limitare le derive oppressive delle tecnologie informatiche senza uno sforzo di apprendimento il più collettivo possibile su come queste funzionano.

Non si può certo pretendere che si diventi tutti programmatori, e nemmeno che si abbandonino in modo drastico e immediato strumenti e piattaforme conosciute a favore di strumenti liberi con cui non si ha (ancora) dimestichezza, ma è comunque necessario correre al più presto ai ripari e avviare subito un processo di apprendimento ed adozione di tecnologie libere.

4. Come è potuto succedere

È utile riassumere brevemente come si sia arrivati alla situazione attuale. Negli anni Novanta l’arrivo di Internet e del web fu accolto da un vento di cyber-utopismo trasversale e generalizzato, spesso tanto entusiasta da convincersi che l’estendersi della rete avrebbe portato automaticamente a un’informatizzazione spontanea delle masse, e conseguentemente a forme di democratizzazione planetaria per via tecnologica. Tale entusiasmo nasceva dall’incontro tra le visioni utopistiche e anarchiche diffuse tra informatici, hacker e attivisti e l’ingenua curiosità della maggioranza delle persone verso tecnologie dal sapore vagamente fantascientifico.

Negli stessi anni la contrapposizione tra Microsoft e i sistemi operativi liberi GNU/Linux già conteneva tutti i conflitti futuri tra grandi aziende e software libero: grazie ad accordi commerciali stretti da Microsoft coi maggiori produttori di computer mondiali, quando si acquistava un nuovo PC, come sistema operativo vi si trovava preinstallato Windows (e come ben sappiamo, questa situazione si è protratta fino ad oggi). Fu così che la potenza di fuoco dell’azienda di Redmond minò in modo drammatico l’adozione di sistemi operativi GNU/Linux per uso personale. Oggi Windows è di fatto lo standard principale per i computer domestici.

A cavallo del 2000, l’entusiasmo per le nuove tecnologie portò alla nascita di esperienze come quella di Indymedia, ma pure all’esplosione della bolla speculativa delle dot-com, che fece fallire innumerevoli imprese digitali. Se gli anni Novanta erano stati caratterizzati da un alto tasso di sperimentazione che riguardava sistemi operativi, piattaforme online di comunicazione, formati digitali e siti di diverso tipo capaci di nascere e morire in tempi rapidissimi, gli anni Zero portarono a maturazione l’esperienza precedente con la nascita di un gran numero di strumenti e piattaforme commerciali la cui fortuna continua ancor oggi.

Giusto per far qualche esempio noto, oltre a riconfermare le realtà già esistenti più solide**, come Amazon (1994) e Google (1998), gli anni Zero videro la nascita di iTunes (2001), Wikipedia (2001), Skype (2003), Facebook (2004), Gmail (2004), Yelp (2004), YouTube (2005), Google Maps (2005), Twitter (2006), Google Docs (2006), Spotify (2006), lo Smartphone (2007 – primo iPhone), DropBox (2007), Chrome (2008), AirBnB (2008), Zalando (2008) WhatsApp (2009), Uber (2009), Pinterest (2009), Instagram (2010), Tablet (2010 – primo iPad).

Grazie alla sempre maggiore diffusione di Internet e al continuo aumento di servizi online, in quegli anni l’accesso al web iniziò a diventare esperienza quotidiana anche al di fuori dell’ambito lavorativo per molte persone che non provenivano dal mondo dell’informatica o dell’hacking.

Se gli ambienti hacktivisti prospettavano un futuro di utenti con un approccio all’informatica critico e attivo, le nuove piattaforme commerciali compresero che il vero affare era l’estrazione di informazioni dagli utenti, e che ciò poteva essere ottenuto fornendo strumenti gratuiti e subito funzionanti, che richiedessero pochissimo impegno per capire come usarli. La maggior parte degli utenti, dunque, si approcciò al web in quegli anni trovando la disponibilità di applicazioni e piattaforme gratuite realizzate con grandi capitali, ampiamente pubblicizzate, esteticamente piacevoli e molto facili da usare. Se negli anni ’90 era considerato normale dover pagare per servizi come l’email, ora un’intera generazione di utenti veniva educata ad abbracciare strumenti e servizi gratuiti, e a ritenere inevitabile il dover dare in cambio l’accesso ai propri dati.

Il software libero realizzato da una galassia eterogenea di realtà prive di grandi capitali, che richiedeva uno sforzo di comprensione maggiore e in alcuni casi era a pagamento, risultava decisamente meno attraente.

Il risultato è che col tempo, a parte poche meritevoli eccezioni ascrivibili al mondo dell’hacking vero e proprio, anche gli ambienti inizialmente più critici e attenti hanno finito con l’adottare gli stessi strumenti commerciali che avrebbero dovuto avversare. Ci siamo dunque trovati con realtà anticapitaliste che comunicano le proprie iniziative su Facebook, si scambiano le email con Gmail, comunicano con Whatsapp e si scambiano documenti con Google Drive.

In modo altrettanto preoccupante, diversi enti pubblici hanno affidato le proprie comunicazioni (anche interne!) agli strumenti delle Big Tech. Oltre a consolidare queste preoccupanti situazioni di monopolio privato ed a contribuire alla diffusione del data mining nelle nostre vite, l’adozione acritica di questi mezzi ha contribuito a consolidare la falsa idea che questo modello  – grande azienda di capitali che fornisce strumenti centralizzati su scala globale – sia l’unico possibile.

5. Software libero

Uno degli aspetti frustranti di quest’abbandonarsi in massa alle tecnologie traccianti è che le alternative non mancano affatto. Non solo non si è mai smesso di realizzare software libero ma anzi, quest’ultimo copre una grande percentuale del software prodotto su scala mondiale.

Non è certo possibile condensare in poche righe la natura, filosofia e storia del software libero, del movimento internazionale che lo supporta e men che meno esporne le diverse sfaccettature, ma giusto per illustrarne i tratti essenziali basterà dire che si tratta di programmi il cui codice-sorgente è aperto e distribuito liberamente. Questo permette a chiunque ne abbia la capacità di verificarne il funzionamento, collaborare a migliorarlo, modificarlo e crearne versioni alternative.

Si tratta di una differenza notevole rispetto al software commerciale, che invece è chiuso, intoccabile e protetto da copyright. Volendo fare un paragone automobilistico, il software libero è come un’automobile di cui si può aprire il cofano, vedere il motore, ripararlo, modificarlo o addirittura assemblarne uno nuovo, mentre il software chiuso è come un’automobile il cui cofano è sigillato e si può solo tentar di dedurre come funzioni esattamente, senza averne mai la certezza.

Se il software commerciale è sempre controllato dall’azienda che lo produce, il software libero è realizzato e mantenuto da un ventaglio di realtà che spaziano dal singolo programmatore che lavora in autonomia all’azienda etica che mette a disposizione gratuita il software che ha creato guadagnando invece dalla vendita di servizi o tramite donazioni, fino a intere community dedite allo sviluppo collettivo di un intero sistema operativo.

La filosofia stessa con cui viene realizzato il software libero stimola costanti revisioni da parte di intere comunità globali e fa sì che questo sia spesso molto più efficiente di quello commerciale, tanto che anche molti strumenti commerciali che utilizziamo quotidianamente contengono, sotto i propri cofani, ampie porzioni di software libero.

Se da un lato le aziende commerciali hanno imposto il proprio dominio tramite una potenza di fuoco difficile da contrastare, dall’altro lato è pur vero che si sono imposte anche grazie ad un certo tipo d’attenzione all’utente medio, in termini di semplicità e immediatezza di utilizzo, che il mondo del software libero non sempre è stato in grado di fornire.

Si tratta tuttavia, anche in questo caso, di una classica situazione ricorsiva: la minor adozione di strumenti liberi da parte della maggioranza degli utenti è al tempo stesso causa e conseguenza del loro insufficiente adattamento alle esigenze del grande pubblico.

Un esempio su tutti può essere il caso di Jabber/XMPP, tecnologia di chat che esiste dal 1999. Non ha nulla da invidiare ai vari Whatsapp, iChat e simili, ma non è mai stata in grado di imporsi. Molto probabilmente una maggior adozione iniziale avrebbe contribuito non poco a consolidarne la diffusione e spronare un maggior numero di persone ad attivarsi per levigarne alcune caratteristiche che ancor oggi ne rallentano la diffusione.

Va però tenuto conto che alla base di certe caratteristiche che possono rendere meno immediato l’utilizzo del software libero vi sono spesso ragioni tecnico-etiche che devono essere mantenute tali. Prendiamo ancora l’esempio di Jabber/XMPP: per usare Whatsapp, Viber o Telegram bastano pochi click sullo smartphone e questi, dopo aver preso possesso del nostro numero di telefono e di quello di tutti i nostri contatti, funzionano immediatamente. Al contrario Jabber/XMPP richiede la creazione di un account e poi i contatti vanno inseriti manualmente. Se nel primo caso regaliamo i dati di tutti i nostri conoscenti e tutti i nostri dialoghi in cambio di uno strumento subito funzionante, nell’altro abbiamo uno strumento che richiede sì alcuni settaggi iniziali, ma in cambio non invade la privacy di nessuno.

Ad ogni modo, il mondo del software libero non è mai stato a guardare ed ha costantemente maturato e migliorato la propria attenzione verso l’utenza media. Mastodon è uno degli esempi di software libero che, mirando ad equilibrare le proprie caratteristiche complesse e un utilizzo il più possibile semplificato, riesce ad attrarre numeri importanti.

6. I mille tentacoli di Google

Di solito chi utilizza un certo strumento vuole solamente che sia facile e pratico nel fare ciò che deve. Questo atteggiamento può certo bastare nel caso di strumenti che per loro natura sono finiti in sé stessi, come un martello, una bici o una macchina da scrivere, ma non è più sufficiente quando si ha a che fare con strumenti informatici, perché questi ultimi, sotto la loro parte visibile, possono comportarsi in modi che non approviamo e che contribuiscono a ingabbiarci sempre più.

Nel caso di Google, ad esempio, le informazioni che inseriamo attivamente nei suoi strumenti sono la parte visibile di ciò che stiamo consegnando: i testi che digitiamo: una parola cercata sul motore di ricerca, il contenuto di un’email, gli appuntamenti inseriti sul calendario, una città cercata su Google Earth, ma anche i pdf caricati su Google Drive, le foto ed i tracciati GPS… Sono dati che grossomodo chiunque si rende conto di consegnare all’azienda.

Ma è la parte invisibile quella più consistente, composta da miriadi di informazioni personali che Google carpisce anche quando non ci rendiamo nemmeno conto che stiamo inviando dati, anzi, anche quando non ci rendiamo nemmeno conto che stiamo usando Google.

Per esempio: quando si naviga su un qualunque sito internet è molto probabile che questo contenga componenti che trasmettono informazioni a Google. Un’estensione per il browser Firefox chiamato Cloud Firewall permette di bloccare questi elementi. È particolarmente istruttivo navigare sui siti che si frequentano regolarmente ma con Cloud Firewall impostato per bloccare tutti gli elementi traccianti o anche solo quelli di Google: da alcuni siti scompaiono i banner pubblicitari, in altri non appaiono più i commenti, oppure possono scomparire i video e le immagini, o non ci sono più i soliti font né gli sfondi; diversi pulsanti scompaiono o smettono di funzionare; certe pagine non sono nemmeno più navigabili, perché basate completamente sui servizi delle Big Tech. Basta un pomeriggio di navigazione con Cloud Firewall attivato per rendersi immediatamente conto di quanta parte di Internet sia materialmente in mano a queste poche aziende.

Ma non finisce qui: Google mette a disposizione di programmatori, web designer e professionisti vari una lunga serie di servizi tecnici  – un elenco è disponibile su Wikipedia – a cui solitamente non si presta molta attenzione e con cui abbiamo a che fare quotidianamente, come i captcha (verifica in due passaggi per entrare in un sito web), il login con l’account di Google, oppure Google Analytics. Sono tutti strumenti (tentacoli) con cui Google estende le proprie capacità di estrazione dati. Chi usa Android molto probabilmente sincronizza i propri contatti tramite Google e quindi gli consegna tutta la propria rubrica. Ci sono app di notizie che si appoggiano su Google News e dunque gli forniscono informazioni sugli argomenti che ci interessano ecc. Alcuni di questi strumenti, addirittura, possono essere essenziali al funzionamento stesso di Internet, come il Google Public DNS sul quale vale la pena spendere qualche parola.

7. Il Google public DNS

Ogni sito internet è identificato da un proprio codice univoco chiamato indirizzo IP che funziona più o meno come un numero di telefono: inserisci il codice IP nel browser e questo si connette alla pagina desiderata. Per esempio, questo post si trova su Giap, il cui indirizzo IP è 136.243.238.37. Se si inserisce tale indirizzo nella barra del proprio browser, premendo invio si aprirà proprio Giap.

Gli indirizzi IP però sono scomodi da ricordare: «Ho letto un gran bell’articolo su 136.243.238.37» non suona granché bene… Per questo fin dai primordi del web è stata sviluppata una rete di server chiamati DNS, Domain Name System, ognuno dei quali contiene una sorta di rubrica indirizzi pubblica che collega gli indirizzi IP a nomi più semplici da memorizzare, i nomi di dominio, ossia gli URL a cui siamo abituati che iniziano con www e finiscono con punto qualcosa. È grazie al DNS che possiamo usare www.wumingfoundation.com al posto di una scomoda sequenza di numeri.

Qui arriva la parte che ci interessa: quando digitiamo un URL o clicchiamo un link il nostro device non fa altro che interrogare uno o più server DNS chiedendo loro l’indirizzo IP corrispondente e permettendo la connessione. È evidente che chi gestisce un server DNS saprà sempre che un dato computer o smartphone ha cercato un certo sito, e ciò indifferentemente dal computer o modello di telefono usato, dal sistema operativo, browser e motore di ricerca. Ebbene, il servizio DNS più grande e usato al mondo e che facilmente troviamo impostato di default nei nostri device appartiene proprio a Google.

Google dichiara di cancellare parte dei dati di navigazione di cui viene a conoscenza entro 48 ore, ma che un’altra parte la conserva a tempo indefinito. In sostanza siamo di fronte a un’azienda che oltre a possedere un quasi-monopolio sulle ricerche online detiene pure il controllo di grandissima parte dei dati sulla navigazione anche di chi non usa il suo motore di ricerca.

Ebbene, ci vuol poco a cambiare il server DNS che il nostro device interroga di default.

8. Fonti differenti ma analisi unica

Ricerche online, traffico DNS, movimenti del mouse, posizioni GPS, reti a cui ci si connette, rubriche telefoniche, tasti digitati sulla tastiera: sono informazioni di natura diversissima, e prese singolarmente possono avere un’importanza relativa, ma tutti insieme e in mano ad un’unica azienda possono essere incrociati fra loro ed è a questo punto che divengono estremamente importanti (per l’azienda) e pericolosi (per noi).

Per esempio, durante una banale navigazione in Internet le diverse fonti a cui Google attinge permettono di ricostruire ogni minimo dettaglio della nostra navigazione: possiamo fare una ricerca su Google (1) che ci rimanda a un sito che contiene componenti di Google (2), banner pubblicitari di Google (3) e un video di YouTube (4). Per accedere al sito potremmo doverci loggare con l’account di Google (5) e passare per il suo captcha (6). All’interno poi troveremo un link ad un secondo sito e cliccandoci useremo il DNS di Google (7). Tutto questo potrebbe esser stato fatto con Chrome (8) da un cellulare Android (9) della linea Pixel (10), prodotta dallo stesso Google. Più sono gli strumenti di Google che utilizziamo e più dettagliata sarà la sua conoscenza delle nostre attività.

È inevitabile che alcune attività online vengano tracciate dai fornitori di servizi; ecco perché oltre alla comprensione degli strumenti e all’utilizzo delle alternative libere, anche recidere i diversi tentacoli è di importanza fondamentale, poiché l’accumulazione centralizzata di una grande mole di dati non permette solamente di ricostruire reti di contatti, abitudini e spostamenti ma, come si è già accennato, può spingersi ancor più a fondo permettendo una schedatura sociale, economica, psicologica e politica di ogni soggetto.

Qui si apre un campo di discussione vastissimo in cui l’analisi dei dati va a toccare aspetti tecnici, semantici, psicologici, comportamentali, sociali e in cui strumenti e formule vengono continuamente sperimentati, scartati, modificati ed affinati. Le modalità e i criteri con cui questi dati vengono analizzati non sono di pubblico dominio e al massimo possiamo presumerli o dedurli.

Chi presta attenzione alle notizie tecnologiche sa bene che negli anni Google ha continuamente sviluppato – e acquistato aziende che producono –strumenti di vario genere utili ad acquisire più informazioni o analizzarle con maggior dettaglio, e che tra il personale di Google vi sono psicologi, sociologi, esperti di statistica e di altri campi grazie ai quali vengono sviluppati algoritmi di analisi sempre più raffinati, capaci di dedurre statisticamente tendenze sopite e debolezze psicologiche di ogni singolo utente arrivando a stilarne un ritratto completo e dedurne la forma mentis. E non solo la nostra: anche quelle di chi fa parte della nostra rete sociale.

Ciò significa che liberarsi dagli strumenti di Google non è sufficiente se viene fatto da un singolo utente, senza coinvolgere anche gli altri componenti delle nostre cerchie sociali: Google saprebbe comunque chi ti ha inserito in rubrica e chi ti chiama dal proprio telefono Android, saprebbe il tuo compleanno perché altri lo hanno inserito nei loro calendari e saprebbe quando la tua solita compagnia si trova tutta assieme nel vostro locale preferito grazie ai loro GPS ecc.

Google potrebbe anche condurre esperimenti mirati, come far funzionare appositamente male l’assistente vocale in determinati momenti solo per misurare l’ansia e nervosismo che questo genera in noi, analizzando la nostra voce, oppure esponendo gli abitanti di regioni diverse a versioni differenti di una stessa notizia per studiarne le reazioni. Le tecnologie dell’informazione in mano a società di capitali, dunque, non si limitano a trasformare il mondo in una rete di sorveglianza a cielo aperto, ma trasformano ogni persona in una cavia per esperimenti psicologici e sociali e rendono amici, parenti e vicini delatori involontari, fonti di informazioni su di noi.

9. Il problema non sono necessariamente i dati, ma chi li detiene e ciò che vuol farne

Google guadagna dalla vendita dei nostri dati. O meglio: vende aggregazioni e analisi dei nostri dati. Quali siano i dati che vende dipende da scelte commerciali e, almeno in teoria, da limiti legali. In teoria, non può vendere dati sensibili capaci di ricondurre gli acquirenti alla singola persona, ma quali siano esattamente questi limiti è argomento tecnico-giuridico assai complesso: ad esempio, vendere anonimi tracciati GPS di percorsi fatti al mattino in bicicletta da attiviste napoletane di sinistra tra i 25 e 30 anni con un debole per i panda, potrebbe essere perfettamente legale.

Che siano venduti o no, tuttavia, questi dati sono comunque informazioni presenti nei database di un’azienda privata che in futuro potrebbe analizzarli con nuovi strumenti, venderli legalmente, farseli rubare o essere obbligata a comunicarli a governi e agenzie di intelligence. Già ci sono segnali in questo senso: il governo degli Stati Uniti ha tentato di imporre ad Apple di fornirgli gli strumenti per poter accedere a qualunque iPhone, generando l’assurda situazione in cui una multinazionale si è atteggiata a paladina “buona” della privacy.

La cessione di questi dati e analisi ad aziende private o enti di sorveglianza può portare a scenari che non è esagerato definire distopici. Solitamente, chi difende questo stato delle cose o minimizza il problema se ne esce con la massima fascistoide secondo cui «chi non ha nulla da nascondere non dovrebbe preoccuparsi», non facendo altro che deviare il discorso dal punto della questione: il problema non è necessariamente il contenuto dei dati di per sé, ma chi li detiene e ciò che vuol farne!

La consegna di tutti i nostri dati permette di redigere profilazioni che per quanto raffinate esse siano, non escludono mai i bias di chi li realizza. In sostanza, chi ritiene di «non aver nulla da nascondere» non fa che affidare il giudizio sulla propria intimità a  multinazionali e poteri governativi, che ovviamente la giudicheranno coi propri parametri culturali e in base ai loro interessi.

Tu che leggi sei una persona “irreprensibile”? Poco importa: gli scenari che potresti incontrare in un futuro caratterizzato da un uso ancor più massiccio dei big data sono comunque tremendi. Le scuole migliori (privatizzate) potrebbero rifiutare l’iscrizione dei tuoi figli perché in base alle analisi preventive effettuate tramite big data non rientrano nei loro standard; enti di polizia potrebbero metterti in una lista di “attenzionati” perché  classificano come pericoloso chiunque legga un determinato sito nonostante contenga contenuti legittimi; la tua compagnia di assicurazioni potrebbero aumentarti la polizza in base ai dati fisiologici ottenuti dai tuoi attrezzi sportivi; aziende potrebbero negarti l’assunzione perché nella tua rete di contatti vi sono sindacalisti a loro non graditi, e così via.

Sono scenari potenziali, si, ma che si trovano dietro l’angolo: a dividerci da loro ci sono forse alcune reticenze e barriere legali, ma è in questa direzione che il capitalismo spinge con forza, ed è un futuro che può tentare di realizzarsi in diversi modi: abituando le persone a consegnare volontariamente i propri dati, oppure per vie legali o in altre forme ancora, pertanto ogni segnale che punti in quella direzione va tenuto sott’occhio. In quest’emergenza coronavirus, ne abbiamo notati parecchi.

10. Decentrare, federare, adottare standard aperti

Liberarsi dalle maglie di Google e limitarne lo strapotere è un processo che può essere attuato solo adottando software libero, ma sostituire strumenti su cui non abbiamo il controllo con strumenti trasparenti non basta ad evitare la formazione di nuovi enti accentratori. Questo perché numerosi strumenti si appoggiano a servizi forniti da terzi: allo stato attuale, è irrealistico prospettare uno scenario in cui ogni singola persona/utente gestisce da sé un proprio server casalingo su cui girino chat, email o quant’altro.

Parimenti, lo scenario – non meno irrealistico – in cui diversi servizi globali siano sostituiti da una moltitudine di alternative indipendenti farebbe venir meno diversi dei vantaggi che offrono alcune piattaforme globali.

La soluzione prospettata da diverse piattaforme libere per fornire al tempo stesso i vantaggi delle reti autonome e la comodità delle grandi piattaforme consiste nell’applicazione di due concetti: decentralizzazione e federazione, con cui si intende la creazione di reti interconnesse tra loro («federate») di diversi fornitori di servizio indipendenti («decentralizzati») attraverso una tecnologia di comunicazione comune.

Un esempio di strumento federato e decentralizzato già noto e usato da anni è l’email: gli indirizzi di qualsiasi provider difatti possono dialogare con tutti gli altri indirizzi mail esistenti.

Il concetto di fondo consiste nel dare la priorità non a singoli strumenti alternativi ma a protocolli aperti che possano a loro volta essere utilizzati tramite strumenti liberi, ossia consolidare standard diffusi e utilizzabili da chiunque senza obbligare nessuno a legarsi ad un certo fornitore di servizi specifico

Per fare un paragone: Whatsapp è uno strumento chiuso che può essere usato esclusivamente passando da Whatsapp stesso (se ti togli da Whatsapp perdi tutte le chat Whatsapp); al contrario Mastodon è uno strumento aperto privo di un “centro di comando”, che permette a chiunque di crearsi il proprio server con le regole che preferisce.

Lo stesso concetto può essere applicato in diverse forme: scegliere ad esempio di sostituire Google Drive passando in massa a Dropbox aiuterebbe ben poco. Al contrario si può scegliere uno dei numerosi provider che usano il software libero Nextcloud: anche qui, lo stesso software, ma messo a disposizione da realtà diverse e indipendenti fra loro.

La preferenza per gli standard aperti può essere declinata anche sui singoli file: ognuno, ad esempio, può scegliere l’editor di testi che preferisce ma se ci si impone di usare solo editor che possano lavorare in formato .odt (Opendocument, l’alternativa libera dei file .doc) ecco che ciò porterebbe pure diverse aziende commerciali ad adottare standard aperti.

È dunque possibile passare da una situazione che vede un servizio di Google impostosi come riferimento unico globale, tipo Google Maps, ad una situazione con applicazioni diversissime e indipendenti che hanno come riferimento comune le ricche mappe di OpenStreetMap.

Si tenga anche conto che in alcuni casi ciò può richiedere un acquisto o una donazione, perché realizzare e mantenere certi servizi può avere un certo costo.

11. Propaganda invisibile e mirata

Il banner “targetizzato” che appare dopo che abbiamo fatto una certa ricerca, per quanto fastidiosissimo, è solo la forma più grossolana e visibile di utilizzo dei nostri dati a scopo propagandistico-commerciale.

Le cose diventano molto più ambigue quando la propaganda si manifesta in modi meno espliciti. Già adesso, per intenderci, Google cambia da utente a utente l’ordine dei risultati che mostra sul suo motore di ricerca, ma è nei possibili sviluppi futuri delle tecnologie che coinvolgono le intelligenze artificiali (IA) che il quadro si fa più inquietante. I testi scritti automaticamente dalle IA. si stanno facendo sempre più indistinguibili da quelli realizzati da esseri umani ed è dunque possibile prospettare che dei crawler – programmi automatizzati che scrutano i contenuti presenti in rete – collegati ai database di Google e a IA specializzate in scrittura, potranno di fatto essere utilizzati come giornalisti-robot capaci di generare in tempi rapidissimi articoli di news altamente targetizzati, coi quali sarebbe possibile propagandare una stessa informazione in modi differenziati, per far passare un medesimo concetto a persone di orientamenti totalmente opposti, differenziando gli articoli in forme adatte ad essere maggiormente accettate da ciascun singolo utente.

Se il concetto da far passare fosse che «il soggetto politico X è inaffidabile», a una stessa ricerca le persone già ostili a tale soggetto potrebbero vedere notizie che rafforzano la loro avversione, mentre alle persone simpatizzanti le stesse notizie potrebbero essere mostrate in forme più ambigue e sfumate, in modo da scavalcare le difese e generare comunque sospetti e dubbi.

La colonizzazione dei quotidiani da parte delle aziende di data mining potrebbe avvenire in forme non dissimili da quelle già applicate dalla gig economy in altri settori: così come AirBnB non “possiede” gli appartamenti che affitta, Google potrebbe non possedere mai i quotidiani, ma legandoli irrimediabilmente a sé attraverso i propri servizi e detenendo il potere sulle piattaforme utilizzati, controllarli di fatto. Attualmente Google avvantaggia i siti di news che adottano un suo formato di pubblicazione chiamato AMP, legando così a sé queste testate, spingendoci a preferirle rispetto ad altre. Se cerchi una notizia su Google vengono mostrate prima le testate che usano AMP, mentre articoli forse più completi e documentati vengono relegati alla pagina 3, che raramente viene aperta.

Nel caso di Cambridge Analytica, che ha riguardato la Brexit e le presidenziali statunitensi del 2016, è stato osservato che il massiccio uso di news dal taglio personalizzato e distribuite nei feed personali di Facebook può aver influenzato l’opinione pubblica in maniera rilevante ma non controllabile, mostrando contenuti di propaganda mirata di cui non è stato possibile tenere traccia, dato che scomparivano poco dopo esser stati letti (Facebook non registra la cronologia di quali annunci vengono mostrati ad un utente). In quel caso si è trattato perlopiù di post a pagamento che gli utenti più sgamati avrebbero potuto identificare per ciò che erano, ma cosa succederà quando non sarà più possibile comprendere se una data notizia è targetizzata su di me o no?

Oggi la cosa viene ancora svolta con un alto tasso di intervento umano, tramite persone che si occupano materialmente di scrivere materiale di propaganda in seguito trasmesso da bot o pubblicato come annuncio a pagamento ma non è così distante il futuro in cui potremmo interagire con bot indistinguibili da utenti reali, con tanto di voce e immagine video generata artificialmente, che dialogheranno con noi esponendoci le loro “opinioni” utilizzando sottigliezze discorsive e psicologiche tagliate apposta per far breccia nella nostra psiche, grazie al fatto che, a nostra insaputa, ci conoscono perfettamente.

Propaganda commerciale e propaganda politica si rivelano di fatto indistinguibili e ciò non è un mero accidente causato dalla tecnologia: si tratta della naturale evoluzione delle logiche capitalistiche, che vedono nell’estrazione di valore dalle attività umane la premessa per manifestarsi appieno nella loro evoluzione successiva, ossia il capitalismo della sorveglianza.

12. Capitalismo della sorveglianza

Il capitalismo della sorveglianza è già realtà. Semplicemente, le forme in cui si realizza  non si sono ancora espresse al massimo. E se le sue manifestazioni materiali più evidenti sono quelle legate all’IoT, è soprattutto agli aspetti sociali derivanti dalla loro implementazione che bisogna prestare attenzione, e soprattutto alla domanda di sicurezza che oggi viene costantemente alimentata (c’è sempre un’emergenza utile alla bisogna).

Basta solo ipotizzare che le reti di telecamere già esistenti nelle nostre città vengano implementate – come sta avvenendo in altre parti del mondo – con tecnologie di riconoscimento facciale a loro volta connesse con profilazioni ottenute da fonti come Google, per rendersi conto del potenziale livello di controllo a cui andiamo incontro.

Tutto ciò può già essere osservato in Cina, dove le tecnologie per la sorveglianza sono utilizzate in maniera massiccia: a Shanghai, megaschermi collegati a sistemi di riconoscimento facciale posti nei pressi di passaggi pedonali, mostrano il documento d’identità di chi attraversa con il rosso. Una forma moderna di gogna pubblica.

Le stesse tecnologie vengono impiegate in banche, aeroporti, alberghi e bagni pubblici. Se ne vedono le applicazioni più estreme nello Xinjiang, dove tra sistemi di riconoscimento facciale, scansioni biometriche e sistemi di sorveglianza a terra ed aerea (coi droni) la regione abitata dalla minoranza uigura è diventata un vero e proprio carcere a cielo aperto in cui i movimenti di ogni persona sono monitorati, registrati e analizzati.

La domanda di sicurezza di cui sopra, che da tempo plasma la vita nelle nostre città, tra richieste di installazione di videocamere ovunque, militari impegnati nell’operazione «Strade sicure», controlli di vicinato, droni che sorvolano le manifestazioni, sistemi di riconoscimento veicolare e accessi monitorati mostra tendenze che potrebbero evolversi in scenari non dissimili da quello appena descritto per lo Xinjiang. L’esempio più recente cui abbiamo assistito è stato quello dei lockdown imposti per il Covid-19, di dubbia utilità per lo scopo esplicito (contenere la diffusione del virus) ma utili a quello implicito, ossia far avanzare di qualche passo l’accettazione di controlli autoritari e sospensione delle libertà.

Non si tratta di scenari unilateralmente calati dall’alto: sono accolti e addirittura auspicati da una fetta della popolazione intrisa di ideologia securitaria o, più spesso, auspicati parzialmente, senza rendersi conto dello scenario nel suo complesso.

Ciò avviene nella presunzione che un monitoraggio costante di ogni attività umana e sociale serva a renderci non solo più sicuri ma pure più efficienti, in una continua ricerca di «ottimizzazione» tramite sorveglianza e punizione.

Basta pensare al livello di controllo che diverse aziende applicano sui propri dipendenti, sempre più spesso obbligati a registrare ogni loro minima attività, a strisciare il badge all’entrata e all’uscita del gabinetto perché qualcuno possa stilare statistiche sui tempi della nostra pisciata media ecc.

Ecco, in soldoni, la peggior deriva a cui stiamo andando incontro: un futuro che è già qui, in cui raccolta di dati, profilazione, monitoraggio e sorveglianza senza limite sono legati a doppio filo con l’ideologia legalitario-securitaria diffusa nella società social-mediatizzata.

13. Degooglizziamo le nostre vite

È in riferimento a tutto questo che risulta interessante, utile e preziosa la campagna di degooglizzazione, che invita a non consegnare più a Google nessun momento delle nostre vite. Si tratta di una campagna informale portata avanti in modo spontaneo, singolarmente o in gruppo, da un gran numero di hacktivist in tutto il mondo.

Rispetto ad altri processi simili e altrettanto importanti ma più semplici da avviare – come l’adozione di piattaforme alternative a Facebook, Instagram, Twitter e Whatsapp – la rimozione di Google, per via della vastità e varietà di campi informatici che tocca, è una pratica da svolgersi in più fasi, toccando ogni volta con mano e imparando tutti gli aspetti tecnici che è necessario conoscere.

La degooglizzazione, in sostanza, aiuta ad allenarsi per portare avanti l’impegno, sempre più necessario, a sviluppare una maggior consapevolezza informatica.

Una fonte consigliabile è Framasoft, associazione francese nata per diffondere l’adozione di software libero. Da alcuni anni Framasoft porta avanti un progetto di degooglizzazione offrendo molti strumenti alternativi e suggerimenti utili.

Leggi: Cosa puoi fare nel 2020 insieme a Framasoft.

Conclusione

Siamo già in ritardo e bisogna recuperare il tempo perduto. Si tratta di un percorso a volte scomodo – «la degooglizzazione non è un pranzo di gala», ha scritto Wu Ming su Bida tempo fa – ma la cui necessità è sempre più impellente.

L’impegno dev’essere il più attivo, diffuso e collettivo possibile: esistono decine di hacklab e migliaia di persone capaci di aiutare in questo percorso, che ha perlomeno il vantaggio di poter essere effettuato a scaglioni:
■ sostituire il motore di ricerca di Google con DuckDuckGo e SearX è operazione che si fa in un attimo;
■ sostituire Google Maps con OsmAnd o Pocket Earth pure;
■ stessa cosa per passare da Chrome a Firefox;
■ per aprire una nuova casella email con Autistici o Tutanota è gradita una donazione, nel primo caso, o richiesto un piccolo pagamento, nel secondo;
per cose più complesse, come passare da Windows a una distribuzione GNU/Linux o altro, ci vuole un po di più tempo, via via fino a cose più complesse come sostituire il sistema operativo del cellulare.

Seguire le news tecnologiche e i forum di informatica dovrebbe diventare un’attività costante. Inevitabilmente ci saranno scazzi, si sbatterà il muso sul bisogno di cambiare abitudini, imparare l’uso di strumenti nuovi, aver a che fare con le diverse opinioni degli “smanettoni” su quale sia lo strumento alternativo migliore, ma il punto è tirarsi su le maniche e cominciare a lavorarci.

Subito.

_

* Ca_Gi collabora a vari progetti della Wu Ming Foundation, tra i quali il gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki. Ha un blog dove pubblica tutorial tecnologici e controinchieste su vari temi, e un account sull’istanza Bida di Mastodon. Da mesi lavora indefessamente al proprio degoogling. Diamogli una mano, degooglizzandoci anche noi.

ALTRE LETTURE

■ Il 7 febbraio scorso Bruce Hahne, ingegnere e manager presso Google, si è dimesso dall’azienda con una dettagliata lettera aperta e l’avvio di una campagna rivolta tanto agli altri lavoratori di Alphabet quanto all’utenza. L’accusa, documentata, è di complicità nel disastro climatico e nel business della guerra. Per capirci, il precedente storico che cita è il ruolo che ebbe l’IBM nello sterminio nazista. Parla anche delle ritorsioni contro dipendenti gay e transgender, licenziat* per il loro attivismo dentro l’azienda.

** Si noti che la maggior parte delle aziende nate negli anni ’90 inizieranno a diventare economicamente rilevanti solo dopo diversi anni dalla fondazione, a riprova dell’impegno economico-finanziario di chi, in anticipo sui tempi, aveva intuito la necessità di conquistare posizioni dominanti in questo settore. Il caso più noto è quello di Amazon che, sopravvissuta alla bolla delle dot-com, operò in perdita fino al 2001.

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148 commenti su “Perché è necessario e urgente liberarsi di Google – e come cominciare a farlo

  1. Pecunia non olet: perché l’etica “hacker” e “open” non é anche “free”?

    • No, per carità, no. Non di nuovo la querelle anni ’90 su «free as in free beer or free as in free speech?». Questo è un post sul degoogling.

    • Ti riporto due pezzi del libro di Jaron Lanier.

      (1)

      FREGATURE in conflitto

      Negli anni precedenti alla nascita di Google, la prima grande FREGATURA-company, gli informatici hippie erano feroci sostenitori dell’idea di rendere libere e gratuite le informazioni e la tecnologia, ma non era il loro unico ideale.

      Gli informatici adoravano gli eroi dell’imprenditoria come Steve Jobs. I leader delle aziende informatiche potevano non essere intelligenti quanto gli hacker, dal punto di vista degli hacker, ma erano ancora considerati dei visionari. Quando sono diventati ricchi, siamo stati contenti. Nessuno voleva un futuro progettato da un tedioso governo o da un comitato istituzionale. E invece, com’erano belli ed eleganti i computer di Steve Jobs!

      Quindi, due passioni sono entrate in conflitto. Tutto doveva essere libero, però adoravamo gli eroi fondatori dei colossi tecnologici.

      Ecco la contraddizione. Tutto doveva essere libero, ma anche legato agli eroi-imprenditori, che dovevano arricchirsi. Come si potevano riconciliare queste due direttive?

      Alla fine del secolo su questo punto si cercava di confondere le acque. Alla fine, si è individuato un solo metodo di riconciliazione: il modello di business basato sulla pubblicità, che avrebbe consentito ai motori di ricerca, alla musica e all’informazione di essere gratuiti. (Ciò non implicava che musicisti o giornalisti ricevessero un pezzo di quella torta, perché gli informatici li consideravano rimpiazzabili.) La pubblicità sarebbe diventata l’attività dominante dell’era dell’informazione.

      All’inizio non sembrava una prospettiva distopica. Le prime inserzioni su Google erano simpatiche e innocue. Ma man mano che Internet, i dispositivi e gli algoritmi si facevano più avanzati, la pubblicità si trasformava inevitabilmente in uno strumento di modificazione comportamentale di massa.

      È così che è nata la FREGATURA. Come succede spesso a noi umani, ci siamo dimenticati di aver fatto una scelta. Ora ci sentiamo impotenti. Ma possiamo fare un’altra scelta.

      —————————————–

      Sostanzialmente non puoi fare le cose gratis se non hai i cash e in passato un modello considerato inizialmente “innocuo” come quello free+pubblicità si è dimostrato essere l’inizio di quello che viviamo oggi e non è una cosa fatta da qualche cattivone volontariamente, é semplicemente un modello che si è imposto al di là delle intenzioni di quelli che l’hanno inaugurato.

  2. Segnalo anche https://ethical.net/ e il subreddit https://www.reddit.com/r/degoogle/ che sono stati utilissimi nel mio de-googling

    Inoltre segnalo anche il progetto pi-hole https://pi-hole.net/ per utenti un po’ più avvezzi allo smanettamento, che è un semplice programma che si può far girare su un piccolo computer come un RaspberryPi Zero W, che consente molto semplicemente di bloccare sulla rete domestica, per tutti i dispositivi, almeno una parte dei domini e dei tracker strettamente connessi a Google e a qualunque altra big company con cui non si voglia aver a che fare.

  3. Ma quindi si può cambiare il sistema operativo sul cellulare?

  4. Vorrei ricordare anche che Google ha sviluppato un nuovo protocollo chiamato DOH (DNS Over Https), con lo scopo dichiarato di evitare il monitoraggio degli utenti e, in particolare, fare in modo che terze parti non possano più “mettere il naso” sui siti visitati dagli utenti. In realtà in questo modo solo google potrebbe mettere il naso sui siti visitati dagli utenti, e infatti anche enti governativi hanno protestato contro google, perchè a quanto ho capito in questo modo neanche i fornitori di servizi internet potrebbero più bloccare alcuni siti.
    Lascio un url dove viene spiegato un po’ meglio, ma cercando ovviamente si trova molto materiale.

    https://www.ilsoftware.it/articoli.asp?tag=Attivare-o-non-attivare-DNS-over-HTTPS–DoH–questo-e-il-problema_20102

  5. È un pezzo molto importante, da far girare, che collega percorsi personali e collettivi di presa di coscienza sugli strumenti digitali che usiamo ogni giorno. Ammetto di essere uno di quelli che negli anni ha abbassato la guardia, prima forse per curiosità – nei primi anni 2000 tutto era nuovo e interessante – e poi per pigrizia, per abitudine.

    Nonostante da anni usi Linux e le alternative libere ai principali programmi di uso quotidiano, per i miei telefoni non ho mai davvero pensato ad alternative fino a poco tempo fa. Credo infatti che la svolta grossa e di massa sia stato l’arrivo degli smartphone sul mercato: oggetti nuovi, chiusi e facilissimi da usare, che hanno portato moltissime persone – anche con un minimo di competenze in campo informatico e sicuramente critiche verso il capitale – a dirsi che in fondo non valeva troppo la pena preoccuparsi della difesa della privacy e della pluralità di opzioni quando la comodità che si riceveva in cambio era così grande.

    Credo che questo sia un punto chiave, in questa epoca in cui viviamo vite sempre più incasinate: penso a Mark Fisher quando dice che le necessità di sopravvivenza – guadagnare abbastanza per pagare tutte le spese, i labirinti burocratici da affrontare, la salute… – occupano una parte sempre più grande del nostro tempo da non lasciarci spazio per altro, a cominciare dalla cultura, dall’elaborazione di un pensiero critico…

    Quante persone sono disposte a usare tempo ed energie per (ri)appropriarsi delle macchine che usano? Ho il dubbio che siano poche, oltre alla cerchia di chi è già sensibile al tema. Non solo, e qui penso all’Italia nello specifico, un paese dove l’analfabetismo funzionale è molto diffuso, dove spesso mancano le capacità di base per decifrare una realtà sempre più complessa, in quanti si metterebbero a “ciappinare” (perdonate il bolognesismo) con sistemi operativi, programmi e compagnia?

    Per non essere solo “utilizzatori finali”, non in grado di comprendere il funzionamento profondo degli strumenti che usiamo, l’educazione è fondamentale. Ma dove e come questa educazione può avvenire? Mi viene da pensare che dovrebbero essere le scuole a iniziare gli studenti a queste conoscenze, sin dalle elementari – ma ho la sensazione che al momento sia lasciata alla buona volontà e alle conoscenze di singoli. E una educazione popolare, dal basso? Come si arriva a diffondere questo approccio critico (che è solo un primo passo) e a condividere strumenti e alfabetizzazione insieme?

    Perdonate la lunghezza e i tanti punti interrogativi, ma sono cose su cui sto ragionando da un po’ e che, nonostante le mie competenze tecniche limitate, ritengo davvero necessarie.

    • Nei commenti mi presenta come Roberto ma sono /anche/ kappazeta (che magari in molti mi ri-conoscono meglio così).

    • Il punto che tocchi è proprio il nocciolo del discorso: come organizzarsi per diffondere maggiormente conoscenze informatiche, aumentare la capacità critica ad esso e diffondere l’utilizzo degli strumenti liberi? Personalmente ritengo che sia necessario mettere in campo tutti i mezzi possibili. Molte informazioni sui software open sono in lingua straniera: chi vuole può scrivere articoli sui propri blog per spiegare come usare certi strumenti, o aiutare Framasoft nel tradurre dal francese all’italiano i suoi articoli. I centri sociali potrebbero organizzare un maggior numero di corsi organizzati da chi sa smanettare almeno un po per insegnare ad usare certi strumenti. Gli hacklab andrebbero incentivati. Ci si può imporre di comunicare tramite una app di chat libera anzichè usare tuttx Whatsapp. Organizzare dei corsi da portare nelle scuole. Insomma: iniziare a muoversi facendo ognunx quello che può.

      • La conoscenza informatica, come dici tu giustamente, serve ad aumentare la capacità critica. Ma non basta per “degooglizzarsi”. (degoogling inteso nel senso più esteso del termine, perchè è tutto un cazzo se io me degooglo e poi uso whatsapp).
        L’esperienza degli hacklab (parlo degli ultimi 20 anni, di quello che ho vissuto personalmente) ha aumentato la capacità critica? Oggettivamente no, negli hacklab dicevamo le stesse cose nei primi anni del 2000 ed eccoci qui, nella situazione in cui tutti quelli che venivano all’hacklab hanno l’account gmail, wa e messenger nel telefono “perchè sennò resto fuori dal mondo”. Per una certa sottocultura il problema del controllo è sempre stato centrale, per il resto del mondo (e parlo del “nostro” resto del mondo) il problema è diventato attuale oggi – vuoi perchè si è manifestato in tutta la sua devastante potenza, vuoi perchè c’era bisogno di sbatterci la testa contro – e con forza.
        Ok, adesso possiamo tirarci tutti fuori dai social, spostare i nostri dati altrove, accumulare conoscenza tecnica (critica) e cambiare tutto: gli smanettoni ci diranno cosa fare e prendendo coscienza ne verremo fuori. Ma la verità è che questa roba qui è fottutamente complicata, ci sono una moltitudine di piani di conoscenza ed è praticamente impossibile capire tutto per una persona, figuriamoci governarlo.
        Se vuoi avere un’immagine di quello che succede quando mandi un messaggio ad un tuo amico, devi pensare ad un frattale; così come lo vedi è un qualcosa che ha una sua forma e puoi pensare che quella forma rappresenta quello che sta succedendo in quel momento. Poi però ti ci avvicini un attimo e scopri che ogni dettaglio di quella forma è fatto di una moltitudine di altri dettagli e così via per ognuno di essi; in pratica l’infinito.
        La forma della tecnologia che possiamo capire è quella al livello più alto. Non è la conoscenza tecnica, ma la conoscenza delle piattaforme che su quella tecnica si basano. Leggo qui (e altrove) che è possibile installare il sistema operativo xyz sul proprio android in modo di fottere google e campare felici. Benissimo, io so farlo – posso dedicare il mio tempo (e un know-how sterminato che ho accumulato in decenni) a questo ed avere un telefono che fa pure le polpette alla faccia di google facebook e l’nsa. Poi però mando un messaggio a mia zia, che non sa installarsi xyz, lo faccio ovviamente usando la rete cellulare e voilà, ho solo perso tempo. Anche ammesso che mando il messaggio a mia zia con il più avanzato protocollo di crittazione end-to-end, intanto sul suo telefono ci gira whatsapp (o qualsiasi altro software che spalanca le porte della percezione a soggetti “autorizzati” e non) e secondariamente l’operatore telefonico che uso per spostare questi dati supercriptati sa dove sono solo per il fatto che ho il telefono acceso. In un colpo solo, io che rappresento l’avanguardia dell’hacking di questo paese ho semplicemente buttato la vita a impararmi tutta sta roba e a installarmi xyz sul telefono
        Il problema non sono io, è mia zia.

        Cerchiamo quindi di rifocalizzarci sul fatto che finchè l’ultimo device dell’ultima persona con cui hai a che fare è sicuro come il tuo e, sopratutto, finchè non governi l’infrastruttura che usi, spiegarti come si installa xyz è onanismo. Avevano ragioni i compagni che ci classificavano come nerd ai tempi. Perdevamo tempo a spiegare (male) cose che pochi potevano capire e che a nessuno sarebbero servite veramente a qualcosa – sicuramente, col senno di poi, neanche a tenersi lontano da facebook twitter e compagnia bella.

        La forma del frattale di prima, quello che possiamo capire tutti a prima vista della tecnologia che usiamo, è l’infrastruttura. Chiamiamola rete, chiamiamolo sistema operativo, chiamiamolo software – quello è il campo dove si combatte questa battaglia. Sono tutte cose che costano soldi; sono tutte cose che non possiamo pretendere dai volenterosi e sono tutte cose che gli smanettoni non possono fornirci gratis, perchè servono risorse. Quello che succede nella realtà è che gli smanettoni ti scrivono linux, poi google ci mette sopra il capitale, ci costruisce sopra android e te lo mette nel telefono di tua zia.
        Non so cosa ci direbbe marx in merito a questa dinamica del capitale se fosse qui di fronte al pc; quello di cui sono certo però è che non possiamo fare cherrypicking di quello che ci va bene e di quello che non ci va bene all’interno di questa infrastruttura. Prendercene anche solo un pezzetto vuol dire prendercela tutta, pretendere che installarci xyz ci liberi dalle catene del capitale è, secondo me, una strada che prima o poi ci riporta al punto di partenza.
        Dovremmo cominciare a pensare a come trovare, impiegare e mantenere le risorse per far funzionare tutta questa roba qui fuori dalla logica del mercato. Ed è una questione sociale che diventa tecnica solo in seconda battuta.

        Just my two cents, e spero di non aver offeso nessuno che partecipa al dibattito – molto bello – che leggo qui. Niente di personale, davvero.

        • Però qui nessuno ha mai detto che «installando xyz ci liberiamo dalle catene del capitale», né che il problema è solo Google, tant’è che le “puntate precedenti” erano dedicate ad altre corporation che formano GAFAM (e non solo, perchè Twitter in quell’acronimo non c’è ma l’abbiamo sviscerato lo stesso).

          A noi interessa dare il nostro contributo ad avviare un percorso, un percorso di sempre maggiore informazione e consapevolezza su come funzioni il capitalismo dei big data e della sorveglianza. Che non significa conoscere i recessi di ogni più minuto meccanismo e groviglio di algoritmi, ma capire la logica di fondo di questo capitalismo, cioè l’economia politica dei dati, il modo in cui si estrae valore e si trae profitto oggi.

          Il degoogling, in questo senso, è un fare inchiesta attraverso delle pratiche, dei tentativi, non uno sventolare di bacchetta magica. È un processo, non un evento.

          Se ad esempio alcuni insegnanti, dopo aver letto questo post (che non è scritto per nerd né è solo per militanti), solleveranno il problema sulla troppa faciloneria con cui le istituzioni scolastiche abbracciano i prodotti Alphabet, magari facendolo in collegio docenti o in consiglio d’istituto, già così si sarà portato il problema molto fuori della cerchia dei nerd.

          • Probabilmente mi sono spiegato di merda, perchè il mio punto era proprio portare il problema fuori dalla cerchia dei nerd, fuori dall’installarsi xyz che è un privilegio di “quelli che smanettano” e dalla dinamica in cui questi ultimi, depositari di un sapere elitario, debbano fungere da avanguardia tecnologica per l’insegnante che deve risolvere un problema del tutto terreno (e faccio riferimento all’emergenza covid, ottimamente affrontata nell’altro post).
            L’idea è proprio quella del processo (anche qui, nel momento in cui ho dato l’idea di riferirmi ad un evento mi rendo conto di essermi spiegato di merda – ma sappiate perdonarmi, sono uno smanettone e la penna non è il mio forte); ragionando sul punto di partenza di questo processo io vedo l’infrastruttura più che il mezzo, perchè di mezzi ne ho visti cambiare a decine ma l’infrastruttura è rimasta sempre quella.
            Per rimanere nel merito, vorrei prendere i prodotti alphabet per l’education a titolo di esempio; quali sono le alternative concrete a dare il culo di studenti e docenti a google (o alla corporation x)? Esiste un analogo OSS, alla portata di tutti, gratuito e funzionante che non preveda la “prodottizzazione dell’individuo” (nel senso, “se non vogliono soldi, il prodotto sei tu”)?
            Diciamo che dovendo indicare al nostro insegnante una piattaforma del genere, potremmo considerare tre fattori: semplicità d’uso, gratuità e affidabilità. Tutte le soluzioni che conosco soddisfano solo due dei fattori per volta (semplice e affidabile ma lo paghi, gratuito e affidabile ma non è semplice da usare, semplice e gratuito ma funziona quando gli pare). Quando ci sono tutti e tre i fattori, il prodotto sei tu (alphabet).
            Ecco, l’infrastruttura tecnologica che abbiamo adottato ha una variabile nascosta, la “prodottizzazione dell’individuo” e niente mi vede più d’accordo del degloogling e dell’inchiesta su questa variabile nascosta; proprio in questo senso, e spero così di elaborare meglio il mio intervento, nel momento in cui questa variabile è manifesta (e sicuramente qui lo è), immaginare una alternativa sistemica è strategia da contrapporre (affiancare?) alla tattica dell’alternativa tecnica che da sola non è un alternativa, ma come diciamo noi acari è un “workaround”.

          • A proposito di fornire strumenti per iniziare processi, non avevo neanche finito di leggere l’articolo ed ecco arrivare in chat (rigorosamente Whatsapp) della classe di mia figlia (elementari Bologna) le linee guida per continuare le lezioni a distanza, e indovinate un pò la piattaforma scelta?
            Esatto.
            Forte della lettura ancora fumante ho scritto subito un messaggio in chat esprimendo perplessità e linkando l’articolo su giap, a cui è seguito un rigoroso silenzio. Solo al terzo messaggio, quando ho detto che se non interessava a nessuno mi sarei mosso da solo chiedendo chiarimenti alla dirigente scolastica è partita la levata di scudi che, come temevo e immaginavo, insisteva sul fatto che in questo momento così difficile non era il caso di sollevare tali questioni, che avevamo altre cose a cui pensare, che l’emergenza era un’altra e (udite udite) che non potevo intasare di messaggi i telefoni già sovraccaricati dal lavoro a distanza (!). Potevamo quindi farci un gruppo ‘noi contro google’ e smettere di rompere le balle (notare che erano già girati decine di messaggi inutili di audio e video sul coronavirus e affini).
            Per fortuna l’infamia serve pure a qualcosa e ha smosso un pò di genitori silenti che hanno espresso qualche disappunto sull’adesione di GSuite.
            Dopo qualche ora ci ha contattato una maestra spiegandoci che GSuite è uno dei tanti strumenti che useranno per la didattica, che rispettano e capiscono le nostre perplessità ma che è una indicazione del MIUR e soprattutto che è tanto comoda.
            Ma dove sono finiti i principi? Neanche quando ci sono di mezzo i bambini si riesce a scardinare il ragionamento puramente funzionale e utilitaristico.
            Comunque, poco fa è arrivato il modello di liberatoria da firmare per utilizzare GSuite ed ho appena mandato una mail alla maestre spiegando perché non la firmeremo. Obiettivo? Non saprei, probabilmente ci accontenteremmo che qualche altro genitore faccia come noi o che, come diceva Wu Ming 1, una delle maestre ne parli in collegio docenti. E poi chissà, ma in questa cappa da coronavirus mi basterebbe anche così poco ;)
            In ogni caso, grazie degli spunti che ci avete dato!

            • Grazie a te, sei stato grande!

            • Sì, in questo momento ovviamente l’emergenza viene utilizzata per impedire un dibattito di questo tipo (nel senso che gli appelli cadono nel vuoto, come il tuo), ma c’è anche una dinamica più profonda. Dalle mie impressioni (sono insegnante alle medie), che sono e rimangono impressioni, di fronte alla richiesta della “tele-didattica” le reazioni sono state polarizzate in due macro-categorie: gli entusiasti e i timorosi, i primi che ritenevano Google Hangout un’opportunità straordinaria (è SEMPLICE ed è GRATIS, questa seconda parola apre tutte le porte nel triste momento scolastico attuale), i secondi che non avendo dimestichezza con alcun sw da video chiamata, si sentivano poco in grado di usarlo per fare lezione, mentre i primi li incoraggiavano a colpi di “è facilissimo! ti spiego io! ti mando un tutorial, ma vedrai, è una sciocchezza!”.

              In questo contesto ovviamente una discussione sull’opportunità di usare mezzi che operano a fini commerciali, e sulla necessità di degooglizzare, di fronte a un Ministero che ti suggerisce PROPRIO questo mezzo, è ovviamente destinata a trovare pochissimi proseliti e cade probabilmente nell’oblio.

              Ma questo ovviamente non significa che non sia un dovere degli insegnanti mettere in guardia i ragazzi su tutti i rischi connessi all’uso di un certo tipo di piattaforme, anche perché allo stato attuale ci dobbiamo smazzolare tutti gli anni gli incontri su “bullismoEcyberbullismo”, e poi non si dice una mazza su tutte le questioni uscite da questo post, che sono per altro molto più quotidiane.

              Il problema però è profondo, nel senso che io credo che molti insegnanti si sentano già poco a loro agio con un certo tipo di mezzi, figuriamoci sull’uso critico di questi (che spaventa chiunque non ci ragioni e smanetti quotidianamente).

              Quindi, secondo me, una delle priorità del prossimo futuro, per quanto riguarda la scuola, è organizzare momenti di formazione dove invece da questi discorsi si parta, e quantomeno si punti ad aumentare la consapevolezza dell’uso del web da parte del corpo insegnante, visto che poi dovremmo anche spiegare tutto questo ai ragazzi, oltre a dirgli che se mettono le loro foto mezzi nudi sul web poi ci sono i pedofili che se le scaricano.

              E lo dico perché sono il primo che ha bisogno di fare questo tipo di formazione.

              • Si in effetti anche la mia impressione è stata questa, di impossibilità e timore di aprire una questione e di tutte le difficoltà che ne nascerebbero. Ho avuto un altro lungo colloquio telefonico con questa maestra che ha detto di essere individualmente interessata ad altri metodi e piattaforme ma che sostanzialmente in questo momento non ha voglia di mettersi in evidenza perché sarebbe aprire una “battaglia contro i mulini a vento”. Certo se hai il MIUR che ti dà le linee guida è difficile poi per un docente isolato deragliare anche un minimo senza farsi dare del visionario o del boicottatore dell’emergenza (perenne). Segnalo che stasera è arrivata una nota della coordinatrice scolastica che precisa “che la nostra scuola sta seguendo le linee guida del MIUR (…) ed è uno di quegli istituti che muove i propri passi solo in maniera coordinata e condivisa con enti e organismi sovraordinati”.
                In poche parole che obbedisce e si accoda. Ecco mi pare questo il senso profondo di questa vicenda: dal genitore, al singolo docente, dalle classi agli istituti al ministero ci si accoda. Si sceglie quello perché c’è quello e basta, quello è stato raccomandato, perché perdere tempo a provare altro quando si può delegare anche questo ennesimo aspetto della nostra vita. Funziona, va bene, è gratis, nessuno vede il motivo per provare altro o anche solo pensare che altro esista. Ma mi chiedo come fate a sapere che non c’è qualcosa che funziona meglio se non lo provate mai, se esiste solo l’esistente?
                Sempre la scuola stasera, guardacaso, ha mandato una lettera ai genitori con “informazioni in materia di privacy e sicurezza sulla piattaforma Gsuite”.
                http://www.ic13bo.edu.it/blog/circolari/circ-n-196/
                Fatto sta che ora noi siamo di fronte ad un ricatto bello e buono: o ci turiamo il naso e accettiamo di usare GSuite o nostra figlia verrà esclusa dalle lezioni a distanza.

                • Piccola aggiunta scusate. Non so se è campato in aria, ma quello che vorrei proporre alla scuola a questo punto, se proprio ormai si sono venduti a Google, sarebbe il diritto di avere garantita una alternativa libera, di veder garantito il diritto a non accettare che un soggetto privato (e che soggetto privato!) si interponga nel rapporto tra i docenti e gli alunni.
                  Questo vorremmo chiedere, purtroppo loro intanto hanno già deciso, partiranno queste lezioni con GSuite, o ci stai o niente, che ormai hanno fatto la formazione, che c’è fretta, che si è già perso troppo tempo, come se ci avessero coinvolto nella scelta, che invece è stata presentata bella e pronta, al solito.
                  E quindi si, sono daccordo con te Enrico, che bisognerebbe fare un lavoro continuativo, a lunga scadenza, magari organizzando incontri sul tema nelle scuole e conquistando terreno piano piano, scuola per scuola, in modo che alla prossima occasione si possa partire avvantaggiati nel proporre le proprie soluzioni.

                • Scusate ancora il link sopra non corrisponde più alla lettera che citavo, ma ad un’altra circolare. La lettera è sparita

            • Piccolo aggiornamento sulla questione Gsuite a scuola perché è davvero significativo nelle reazioni suscitate. Dopo aver trovato il muro delle maestre impotenti (ma anche non troppo volenti) nell’usare alternative a Google, abbiamo pensato con qualche altro genitore di andare a suonare al piano superiore, cioè di scrivere una lettera alla dirigente scolastica, firmata “genitori per l’inclusione scolastica”, per chiedere di non essere esclusi e di avere almeno una alternativa, e l’abbiamo fatta girare nel gruppo di un comitato genitori della scuola. Apriti cielo! A parte la solita motivazione “non è il momento” (ma se inizia ora la didattica a distanza, se non ora quando?), oppure “così rischiate di farci togliere questo strumento prezioso” (ecco, paura autoinflitta a priori), la principale reazione è stata: dovete firmarla con i VOSTRI nomi, e poi: “vogliamo sapere nome e cognome di chi ha fatto questa proposta”. Ci sono stati almeno 10-15 commenti con questa richiesta.
              Mi sembrava significativo segnalare questo automatismo, anche alla luce dei ragionamenti fatti su “L’amore è fortissimo, il corpo no”

        • Fino a qualche anno fa solo hacker e smanettoni comprendevano i possibili sviluppi negativi del potere delle big tech e certi messaggi proprio non passavano, mentre oggi tale pericolo è sentito certamente in maniera più ampia e quindi c’è più gente disposta ad ascoltare.
          Però è necessario che questo processo faccia tesoro degli insuccessi passati: molto spesso l’approccio di molti hacklab è del tipo “impariamo tutti a smanettare col codice” e la maggior parte delle persone lo rifugge.

          Hai fatto l’esempio dell’avere un’immagine di quello che succede quando mandi un messaggio. Ecco, a mio avviso non è necessario ed anzi, è controproducente puntare ad un livello di conoscenza diffusa tanto dettagliata: un’infarinatura più generale già basta a far comprendere quel che serve per iniziare a liberarsi di Google.

          Per intenderci: non serve che si diventi tuttx dei meccanici, ma perlomeno che si imparino i rudimenti per poter dialogare con un meccanico che ne sa più di noi e comprendere la differenza tra cambiare le pastiglie dei freni e sostituire l’asse di trasmissione.

          Comunichi con la zia con un sistema di comunicazione sicuro ma lei continua a usare anche Whatsapp? VA BENE: intanto ha installato anche l’app sicura. Oggi la usa per dialogare solo con te, poi magari coinvolgerai una cugina, poi qualcun’altro.. é un inizio!

          Non possiamo abbattere le big tech dall’oggi al domani ma possiamo e dobbiamo consolidare le alternative libere per permettere di abbatterle domani. Se non ci si muove non si andrà mai da nessuna parte.

          Ci sono forme di collaborazione spuria tra software libero e big tech? Si, è vero! Firefox ne è un esempio (la società che sviluppa Firefox è finanziata da Google).

          Purtroppo in ambito tecnologico è uno scenario che si può riscontrare e che pur essendo ben lontano dall’essere l’ideale, facendo una certa attenzione può esser usato a favore della liberazione dalle big tech: è una contraddizione intrinseca al modello economico attuale.

          Riguardo alle alternative alla suite Google per la scuola, un ottimo punto di riferimento è questo: https:://it.m.wikibooks.org/wiki/Software_libero_a_scuola

          • Esatto.
            Non serve il dettaglio, serve uno sguardo di insieme su cosa è know-how diffuso (il come si fa) e quale è il modello economico reale dell’internet che usi tutti i giorni (il come funziona). L’esempio di jitsi che indichi è perfetto a questo scopo; solo in italia ci stanno circa 17 mila istituti pubblici di istruzione secondaria: facciamo l’ipotesi che – causa corona virus – queste moltitudini si trovino a dover streammare lezioni tutte insieme ed essendo jitsi l’unica soluzione di videoconferencing nel listone del deglooging appoggiamo tutti i flussi audio video che ne risultano sui server free che stanno nella lista al link che mi hai mandato. Quanti _minuti_ regge questa cosa? (hint: quei server smettono di funzionare dopo poche centinaia di utenti concorrenti).
            Insomma, chi dovrebbe supportare questi costi giganteschi e perchè dovrebbe farlo?
            Se non troviamo una risposta a questa domanda, non esiste alternativa ai soliti noti che hanno le giustificazioni che conosciamo benissimo per coprire i costi e fornire tutto questo ben di dio “gratuitamente”.
            Quando parlo di infrastruttura parlo di questo, non di smanettare sul codice (codice che esiste già, non va reinventanto e manco capito dall’utente finale, non è mai stato questo il mio punto).

            p.s.: per amore di sintesi non entro nel merito dello scenario in cui ogni scuola si installa il suo streaming server, perchè sennò rientro nel frattale del mio primo post – mi limito a dire solo che senza un risposta sistemica è quasi impossibile fare questa operazione senza tornare tra le braccia di amazon, azure e soci.

            p.p.s: perdonami, ti giuro che non voglio risultare antipatico. Quello che scrivi e quello che fai vedono tutto il mio appoggio e la mia condivisione. Sto soltanto cercando di far emergere una contraddizione che vedo grossa come una casa e lo faccio per far succedere qualcosa di concreto, non per sminuire quello che finalmente sta iniziando a succedere.

            • Al momento l’infrastruttura che supporta Jitsi non è certo in grado di reggere al peso dell’intero mondo scolastico, questo è chiaro. Ma se questo vale per Jitsi il discorso è diverso per LibreOffice ed i files .odt o l’uso di app per mappe mentali o altri strumenti ancora.

              Certo che servirà una risposta sistemica (il ministero dell’Istruzione che imbastisce i suoi server così come esistono i server per i servizi sanitari? Ogni istituto che si crea il proprio server? Il punto è che attualmente c’è poco o nulla, ma perchè qualcosa si muovi in qualunque direzione che non sia -questa- (zero infrastruttura e affidamento totale a Google) è necessario che vi sia sufficiente massa critica

              • Non stai parlando dell'”infrastruttura che supporta jitsi” (che in realtà non esiste di per sè, essendo jitsi un’insieme di tecnologie oss), ma di alcuni soggetti che stanno pagando qualcosa per te, e lo fanno finchè ne hanno possibilità o convenienza. Ho preso il primo server della lista, meet.jit.si: la banda e la capacità di calcolo la offre 8×8.com e, per dire, tra il “milione di clienti che gli danno fiducia worldwide”, il primo della lista è mcdonalds.
                Come detto altrove, anche autistici ha bisogno di una donazione per darti la posta e non lo fanno perchè sono dei poveracci che devono pagare le bollette, ma perchè si è capito che senza risorse il servizio non può stare in piedi.
                Oggi non riesco a immaginare ministeri pronti a pagare tutti i servizi di cui abbiamo bisogno, nè sono sicuro di volere che tutti i dati che costituiscono la mia vita digitale si spostino dal controllo di google al controllo di un ministero (o di una corporate benefattrice) che in un qualche momento storico potrebbe non rappresentarmi e non essere mio amico. Mcdonalds di sicuro non lo è, e sappiamo bene che l’8×8.com di turno non può resistere alle pressioni di Mcdonalds se sul server meet.jit.si si sta coordinando un gruppo critico nei suoi confronti.
                Continuiamo a mandare un messaggio incompleto e contraddittorio se facciamo pensare a chi legge che dogooglizzarsi consista nel cambiare il layer software e basta (installare libreoffice); esiste un altro problema da risolvere che non si esaurisce nel nostro pc o nel server di qualcuno che ci dà un servizio in best effort e per il quale dobbiamo trovare un percorso di risoluzione se vogliamo che oltre a iniziare a muoversi qualcosa, esista anche una destinazione materiale verso cui muoversi.

                • Quello che scrivi è in linea di massima condivisibile ed è anche comprensibile l’urgenza con cui lo scrivi, visto il ritardo accumulato. È vero, occorrerebbe anche una discussione/indagine, qui o magari altrove, riguardo ai modelli economici che rendono sostenibili le soluzioni free/open. Avrebbe anche quella una funzione divulgativa.
                  Però quei modelli economici esistono, hanno già storie importanti, e anche complesse, non sono fumo che si può diradare alla prima folata di vento. I servizi che vengono offerti gratuitamente, in realtà qualcuno li paga già, attraverso contribuzioni volontarie e spesso si tratta di tanti piccoli sostenitori. Altre realtà, che stanno sul mercato, sono finanziate dai colossi dell’IT che ovviamente tentano di fagocitarle, ma grazie alle solide fondamenta di cui si sono dotate riescono ad opporre molta resistenza. Penso ad esempio al caso MySql (per chi non lo sapesse, uno dei database che gira sotto Mastodon, e sta alla base di moltissimi altri siti web) che finita nelle mani di Oracle (che produce un database proprietario) pur avendo subito negli ultimi dieci anni molte torsioni verso la privatizzazione del codice, resiste ancora in forma libera. In più, il suo autore originale, nonostante avesse ceduto la società, grazie alla licenza GNU LGPL con cui aveva rilasciato il software, che garantisce a chiunque l’accesso al codice e vieta la conversione in forma proprietaria, non soddisfatto delle sorti di MySql, ne ha derivato un nuovo database, MariaDB, senza dover ripartire da zero.

                  Riguardo alla questione degli istituti scolastici, non ci sono reali difficoltà nel dotarsi dei server per gestire in proprio i servizi necessari. Se si ritiene che la centralizzazione offra maggiori garanzie e affidabilità, allora a livello ministeriale esiste già la SOGEI, l’azienda del Ministero delle Finanze che gestisce in proprio la fatturazione elettronica dell’intero paese, che ha già il know how necessario a gestire il processo. In alternativa si può acquistare l’infrastruttura e dare in appalto la produzione del software imponendo che venga rilasciato con licenza libera, in modo che questa rimanga nella disponibilità del Ministero dell’Istruzione. L’eventuale problema di garantire l’autonomia dell’insegnante si può risolvere con la crittografia.

                  Si tratta ovviamente solo di spunti di riflessione e lo stato dell’arte offre il fianco a molte obiezioni. Ma è un inizio, non si esaurisce certo qui la questione.

            • Credo che Ca_Gi abbia ragione quando dice che il punto è
              “come organizzarsi per”:

              1) “diffondere maggiormente conoscenze informatiche”;
              2) “aumentare la capacità critica”;
              3) “diffondere l’utilizzo degli strumenti liberi”.

              A me sembra che queste tre intenzioni siano già realizzate,
              ma restano isolate in comunità di specialisti.
              Non so se è un effetto bolla, ma negli ultimi anni ho visto
              crescere ottime interazioni tra informatici/smanettoni
              e giornalisti/intellettuali/ricercatori.
              I primi offrono capacità tecniche pazzesche,
              i secondi il senso critico necessario a “mantenere la barra dritta”.

              Due esempi, off-topic rispetto al degoogling,
              ma che mostrano come questa dinamica possa portare a risultati fruttuosi:
              https://www.hermescenter.org/
              https://decodeproject.eu/

              Questo per dire che secondo me, lo sviluppo di alternative
              a Big Tech è già realizzabile (ed in parte realizzata, nei commenti
              ci sono tantissime alternative proposte).
              Vedo però due grossi problemi.
              Come gia diceva glida, uno è l’infrastruttura.
              Il secondo è la consapevolezza dei non addetti ai lavori

              Credo anche che, ampliando la platea di persone che si preoccupano
              di questi temi e la loro consapevolezza, si possa creare
              una massa critica per lo sviluppo o la riappropriazione delle
              infrastrutture.

              Anche qui, vi posto due progetti che mostrano molto bene
              la complessità e le criticità dietro Big Tech e Big Data
              e che si prestano perfettamente allo sviluppo di un sapere informatico critico:
              https://anatomyof.ai/
              https://www.careof.org/progetti/2019/eva-franco-mattes-my-little-big-data

          • Salve Ca_Gi,

            hai visto questa “Miniguida alla Protezione dei Dati Personali”,
            disponibile su miniguide.minifox.fr ?
            E’ una brochure (in pdf è un A4 fronte/retro), pensata per un pubblico vasto (semplice, breve, referenziata), dall’introduzione al problema ad alcune soluzioni.
            Sicuramente può essere migliorata, ma il formato mi sembra adatto allo scopo.

            Se hai tempo, gli daresti un’occhiata?
            Sto cercando feedbacks per migliorarla e diffonderla.

            • Che dire? Sei riuscito a riassumere tante cose in solo quattro pagine: bravo! Forse l’unico passaggio che penso potrebbe risultare poco chiaro é quello sui metadati (“dati di contesto” non dice molto a chi è neofita.

              • grazie!

                per “metadati” suggerisci un altra definizione?

                ci sono altre cose importati che secondo te mancano? quali?

                • Proporrei:

                  Oltre ai dati visibili, viene raccolta anche una gran quantità di dati solitamente invisibili agli utenti (“metadati”). Questi non sono il messaggio che abbiamo inviato o le foto, ma informazioni che comunichiamo anche senza rendercene conto.

                  (Se ti va contattami su Mastodon che continuiamo lì, così non deviamo il thread sull’editing del testo)

                  Comunque ottima iniziativa. Ottima l’idea dei volantini da lasciare in giro!

              • Questo formato ha anche lo scopo di poter essere distribuito a basso costo in luoghi trasversali (es. nei bar).

                Nella versione online pensavo di collegare alle diverse parole chiave presentate degli approfondimenti, in modo che dall’infarinatura iniziale si possa passare a conoscenze via via maggiori.

                Se hai voglia di dare una mano sei più che benvenuto (è da un po’ che cerco una mano).
                Tra l’altro non ci tengo che resti la mia firma (può esserci anche un acronimo, una sigla, boh…), tengo solo al fatto che l’argomento penetri in maniera utile e onesta nella società

    • “Credo infatti che la svolta grossa e di massa sia stato l’arrivo degli smartphone sul mercato”. Sì, ma non dimentichiamo che la responsabilità è solo parzialmente del popolo bue (in cui comprendo anche me stesso, eh! ho resistito fino al 2014 ma poi anch’io ho ingollato Android).

      Come racconta persino Stiglitz ricordando i tempi in cui lavorava per Bill Clinton, Microsoft è cresciuta negli anni 1990 col muscolare appoggio di tutte le burocrazie statali USA e UE, che erano felici di vedere il mondo soggiogato a un imperatore tecnologico in sella a WIPO e WTO, perché si aspettavano dividendi per i capitalisti delle province dell’impero sotto forma di “proprietà intellettuale” (illusori pezzi di carta pagati dalla popolazione più povera)

      Allo stesso modo oggi tutte le burocrazie sono impegnate a puntellare i monopoli sui cellulari e sui servizi internet. Nel 2019 abbiamo visto la direttiva copyright, che assicura l’eterno dominio di Google e Facebook (più compari) finché pagano qualche pizzo ai politici tramite le varie SIAE e AIE europee. Nel 2020 dovrebbe essere finalizzato il regolamento sugli apparecchi radio programmabili, che sotto una patina di apparente tedio rischia di rendere illegale qualsiasi cellulare che osi usare software libero o comunque non approvato dai vari Google, Apple, Intel, Qualcomm. https://fsfe.org/activities/radiodirective/radiodirective.en.html

      Le ridicole scuse con cui si cerca di eliminare la concorrenza di Huawei sono schermaglie d’avvertimento.

    • A proposito di far girare: vivendo in Francia, le persone che conosco che potrebbero essere più recettive a questo articolo sono francesi e hanno il cattivo gusto di non parlare italiano (nonostante la quantità di italiani in Francia :-)). Se l’autore me ne dà il permesso, posso tradurlo (non so quanto ci metterò, essendo un articolo piuttosto lungo). Potrebbe essere messo sul blog nella sezione multilingue e potrei linkarlo direttamente. Che dite?

      • A me sta bene: più la discussione s’allarga meglio è!

      • Ciao @herato. Anche io sono in Francia, e la questione della traduzione dei post di Giap mi sta a cuore, faccio parte del collettivo Frayage ‘colpevole’ delle traduzioni di alcuni dei post. Tutt* ovviamente sono benvenut* nel collettivo :-)

        Pero’, per quanto riguarda questo post, non so se lo sforzo di traduzione vale la pena. Certo, il post è ottimo, ben costruito, ricco di spunti: la mia non è una critica a @Ca_Gi, anzi!

        Il fatto è che anche in Francia movimenti simili esistono già, e puoi trovare materiale di vario tipo sulla questione della degooglizzazione delle nostre vite.

        Per esempio, Framasoft (di cui si parla in 13.) è un’associazione francese. Anzi, dopo aver lanciato una serie di servizi alternativi, si sono resi conto del rischio di centralizzazione. Non volendo sostituirsi a Google, hanno lanciato un nuovo programma di ‘deframasoftizzazione’ che spinge per una decentralizzazione di servizi (Ca_Gi lo spiega bene in 10.):
        https://framablog.org/2019/09/24/deframasoftisons-internet/

        Il sito di Framasoft (già linkato nel testo del post) è molto ricco di link e informazioni ‘tecniche’:
        https://degooglisons-internet.org/fr/

        Anche per quanto riguarda un approccio più politico (come in 12.), non mancano i riferimenti. Per esempio su lundi matin, due articoli (del 2015!) parlano esplicitamente di Google e la critica al capitalismo di sorveglianza è forte e sempre presente.
        https://lundi.am/Il-est-venu-le-temps-de-la-deconnexion
        https://lundi.am/Google-nous-veut-du-bien

        Spero che i link siano utili e interessanti per te, i/le tu* compagn* e per tutt* i/le Giapster francofon*. Se poi ti vuoi lanciare nella traduzione, ne possiamo discutere nella mailing list del collettivo: you are more than welcome to Frayage :-)

        • In Francia il discorso sul -degooglisons Internet- è certamente più avanzato che qui da noi ed anzi, di certo varrebbe la pena tradurre in italiano alcuni testi e articoli diffusi oltralpe.
          Riguardo alla traduzione di questo post, se si ritiene che aggiunga o esponga l’argomento in modi che possano risultare interessanti/utili anche per i francofoni allora ne potrebbe valer la pena; in caso contrario tanto meglio: andrebbe a conferma del fatto che là il discorso può esser portato più avanti ancora.

  6. Grazie, articolo molto utile. Mi è capitato spesso di rimandare a https://cagizero.wordpress.com/ per informazioni accessibili in italiano sull’argomento. Ci sarebbe molto da fare anche solo traducendo i materiali di Framasoft e altri ed espandendo opere come https://it.wikibooks.org/wiki/Software_libero_a_scuola che in questi giorni ha ricevuto notevole attenzione.

    Mi piace la parte iniziale in forma di storia, penso sia più comprensibile dei tanti ragionamenti astratti/tecnici che smanettoni come me cercano di propinare alla gente. ;-) Analogo racconto si potrebbe fare per Apple, Facebook, l’industria pubblicitari-editoriale alla IAB e le telco.

    Concordo ovviamente su DuckDuckGo, Firefox, OsmAnd, Wikimedia e OSM, Mastodon e via dicendo. (Aggiungerei come minimo Thunderbird e https://fsfe.org/campaigns/android/liberate.it.html perché sono primi passi facilissimi per stare più sicuri facendo *meno* fatica.) Segnalo solo due punti sui protocolli.

    1) XMPP fino al 2015 era piuttosto universale. Non era forse popolarissimo, ma sia Facebook Messenger sia Google Talk ne garantivano l’uso. Si poteva tranquillamente parlare con amici che insistessero ad avere solo un’utenza Google o Facebook, senza mai dover visitare i siti rispettivi (salvo che per la registrazione iniziale) né installare applicazioni proprietarie infarcite di meccanismi di sorveglianza. È una (dis)evoluzione recente l’accentramento totale nelle mani delle applicazioni proprietarie di ciascuna piattaforma. https://news.ycombinator.com/item?id=9266769

    2) È leggermente contraddittorio consigliare Tutanota che (come Protonmail) non adotta protocolli aperti (IMAP e POP3/SMTP) ed è quindi intrinsecamente accentratore. È vero che pare essere tutto software libero, quindi più trasparente, e che il rischio di accentramento per la posta elettronica è minore, ma bisognerebbe come minimo fare un ragionamento di portabilità e interoperabilità. (So che non poteva starci in questo articolo!)

    Altre due iniziative in questo spazio sono:
    a) “Protocols not platforms” https://www.techdirt.com/articles/20200205/22152943869/talking-about-protocols-not-platforms-sf.shtml
    b) Deliverability/Gmail is Eating Email https://lightmeter.io/fosdem-2020-meetup/

    • Si, vero, consigliare strumenti non liberi o non del tutto liberi non è il massimo. Il fatto è che proporre una degooglization immediata, totale e di massa è abbastanza irrealistico e quindi, visto il panorama attuale, in diversi casi può essere necessario aver a che fare anche con realtà commerciali (che potrebbero benissimo essere acquisite da Google domani). L’importante è dar via ad un processo critico ed avviare un processo di distacco dalle aziende di data mining e la discussione su quali strumenti sia meglio usare, quali diano maggiori garanzie di trasparenza e sicurezza ne saran immediata conseguenza. La scelta del provider email a questo proposito offre un buon esempio: al di là dei vari Gmail, Hotmail, Yahoo ecc. le alternative esenti da data mining come Autistici sono ormai abbastanza ridotte e spesso richiedono passaggi non sempre immediati per utenti alle prime armi. Per avere una casella email su Autistici, per esempio, é necessario contattarli, spiegare di cosa si ha bisogno, versare un piccolo contributo ed impostarsela sul proprio client. Poca cosa si, ma già sufficiente a bloccare un’innumerevole quantità di persone. Per questo, quindi, ritengo che se su alcune cose è possibile suggerire un passaggio immediato (da Google a DuckDuckGo, da Office a LibreOffice), per altre il passaggio dai servizi di Google a quelli di un’ente/azienda minore che primette il rispetto dei dati è una misura nei fatti insufficiente ma che perlomeno può contribuire all’idea del distacco dalle big tech ed a una maggior attenzione a non consegnare tutti i propri dati ad un’unica entità accentratrice.

      • Personalmente non sono contrario ai servizi commerciali, anzi sono contento se qualcuno fa un po’ di soldi vendendo software libero. https://www.gnu.org/philosophy/selling.html

        Per la posta non ci sono gran soluzioni perché Gmail manda nello spam la posta dei concorrenti (con varie scuse anche giuste) col simpatico effetto collaterale di spingere sempre più enti verso Gmail. In Italia qualcuno consiglia Kolst https://blog.quintarelli.it/2019/10/living-without-google-and-the-rest-vivere-senza-google.html oppure c’è mailbox.org che è decoroso.

        • Concordo con Ca Gi sulla necessità di diffondere la conoscenza degli strumenti digitali (è fondamentale, non solo per le generazioni più giovani) e, in parallelo, di stimolare un approccio critico che porti all’abbandono dei grandi monopolisti; concordo anche con quanto scrivono Wu Ming 1, glida e altri sul «degoogling come processo», e credo che in quanto processo possa passare per degli step intermedi che non sono necessariamente l’optimum, ma che in qualche modo aiutano e danno una spinta.

          Lo dico anche per esperienza. Se escludo la suite per l’ufficio e il browser (mai usati o quasi i google docs, mai usato chrome), ho iniziato il processo di degoogling nel 2015 con la migrazione da blogspot a wordpress, ho proseguito a fine 2016 con l’adozione di duckduckgo come motore di ricerca e, dopo l’iscrizione a Bida nel 2018, con la migrazione dell’email, l’installazione di f-droid, la sostituzione e poi la rimozione/disattivazione delle app google dal cellulare android, terminata all’inizio di quest’anno con la disattivazione del play store. Oggi, *cinque anni dopo*, a volte uso ancora youtube, in casi disperati riattivo google maps, e ovviamente ho un cellulare android.

          In questo lungo processo, l’immediatezza con cui ho potuto ottenere un account su protonmail e scaricare la relativa app, e così sostituire gmail con un servizio incentrato sulla privacy, è stato per me fon-da-men-ta-le (perché, parliamoci chiaro, la sostituzione dell’email è Il Grande Passo). Più tardi ho aperto account su disroot e autistici, ma senza quella prima mossa forse non ci sarei mai arrivato.

          Poi, è vero quel che dici sulle tendenze accentratrici di tutanota e protonmail, ma entrambi i servizi sono ugualmente spinti da tendenze alla decentralizzazione. Le app web, android e ios di tutanota sono open source. Protonmail, dal canto suo, ha recentemente rilasciato il codice sorgente dell’app web, di quella ios e di quelle per le vpn. Manca solo quella la app android.

          Insomma, tutto questo pippone era per dire che secondo me sono entrambe una buona idea. Rendono facile e indolore il primo vaffanculo al monopolista :-)

          (grazie Ca Gi per questo lungo articolo, che spero spingerà molti sulla strada del degoogling, e grazie anche al collettivo Wu Ming per questo bel luogo di dibattito. Vi seguo da quasi vent’anni ma per qualche ragione non avevo mai scritto su Giap: questo è il mio primo commento. Dai, ora ciao, buona vita)

          • Evidenzio questo tuo passaggio che a mio avviso è centrale riguardo l’intero discorso, quello in cui ricordi di esser prima passato da Gmail a Protonmail per poi passare ad Autistici e Disroot:

            “senza quella prima mossa forse non ci sarei mai arrivato.”

            Il primo stem non era forse l’optimum ma ha permesso di comprendere che si poteva fare di più e ti ha fatto maturare quella minima esperienza necessaria per convincertene.

            Per questo motivo ritengo positivi anche certi passaggi spuri, perchè ognuno di essi corrisponde al primo colpo d’accetta su uno dei tentacoli che ci avviluppano ed una volta inferto capisci meglio con che forza e con che angolo sferrare il colpo che poi ne reciderà un trancio maggiore, fino a tagliarlo alla base

  7. Free beer é software del 2004..faccio notare … Free speech ritorniamo al capitalismo linguistico, si?

  8. La storia su IBM e l’ olocausto, quando ci sono gli archivi di Pacelli open e in digitalizzazione quelli del vicariato in Argentina , piuttosto che tutti sto tecnicismi fatti di add- ons e pacchetti dati e cattedrali infrastrutturali ! Scusate la curiositå bavosetta di un vecio umarel della storiografia .

  9. Grazie! Post necessario che aspettavo da un po’ (fate salire l’hype con gli annunci!) ringrazio Ca_Gi anche per le dritte che dà su Mastodon, grazie al quale sto imparando qualcosa pure io, da vecchia utente microsoft che non è mai riuscita a passare definitivamente a Linux ma che ciclicamente ci riprova (sarà la volta buona?). Intanto ho iniziato il degoogling anch’io dopo aver iniziato il 2020 liberandomi da Facebook (prima o poi scriverò del tempo liberato: riesco a leggere tanti blog, molto più di prima e questo è comunque un bene). Ho iniziato dalla mail, avevo già mollato Google come motore di ricerca e Chrome come browser. Ci vuole tempo, questo è sicuro, ma fortunatamente come dice l’articolo si può fare gradualmente. A proposito di Mastodon lì ho scoperto anche un’altra versione di telefono non-android, Pinephone, che al momento è rilasciato solo per gli smanettoni, con OS da installare, ma a breve dovrebbe uscire una versione per gli utenti base. Quando muore il mio attuale smartphone sicuramente la scelta sarà tra le alternative che per fortuna sembrano aumentare!
    Trovo molto importante il discorso sull’alfabetizzazione digitale, purtroppo siamo davvero indietro e nella società così informatizzata questo è un gravissimo problema. Le risposte come sempre sono collettive, anche se nel nostro piccolo anche singolarmente possiamo muovere i primi passi.

  10. Mi sento tremendamente in colpa. Sono uno di quelli che se tuffato a bomba nel mondo Google. Mi fa impazzire la convergenza di tutti quanti dispositivi situazioni eccetera. Adesso per esempio sono in procinto di usare Google suite educational per la scuola. Voglio trovare un’alternativa. Ma non è semplice. Soprattutto perché ho a che fare con persone che non sanno niente di informatica. Quindi la piattaforma alternativa, se esiste, deve essere a portata di utente medio. Avete per caso suggerimenti?

    • Ciao, per prima cosa non è il caso di sentirsi in colpa, nessuno è “senza peccato”, il mondo Google ha talmente pervaso le vite di tutti noi che è pressoché impossibile non ritrovarsi a usare un suo prodotto.

      Per quanto riguarda G Suite for Education, a quanto mi consta non c’è un solo servizio Google incluso nella suite per il quale – restando al link più importante proposto nell’articolo di Ca_Gi – Framasoft non indichi e metta a disposizione un’alternativa:
      https://degooglisons-internet.org/en/list
      E i prodotti Framasoft sono alquanto user-friendly.

      In buona sostanza, la G Suite non è altro che un insieme di email, condivisione di file, calendario, videochiamate, forum… Per ciascuno di questi prodotti esistono decine di alternative. Ne trovi anche nella lista di ethical.net già linkata da _xenwan:
      https://ethical.net/resources/

    • L’ho già linkato in un altro commento, ma lo riporto anche qui perchè è attinente: questo è un ottimo punto di riferimento sulle alternative alla suite Google per la scuola: https:://it.m.wikibooks.org/wiki/Software_libero_a_scuola

  11. Volevo segnalare due cose:

    1) se premo sul link di “Framasort” chi mi dice che Google non possa usare questa informazione per targettizzarmi come individuo particolarmente attento alla privacy che legge sto sito con questo orientamento politico e quindi, estendendo questo ragionamento a migliaia/milioni di persone nel mondo, mettere a punto una strategia (come esempio estremamente grossolano, fare sviluppare una startup fino a quando molti si servono dei suoi servizi e poi acquistarla di colpo. E la maggior parte delle persone non è che seguono quotidianamente le vicende delle acquisizioni delle aziende e quindi lo scoprirebbero molto dopo…e così via, una volta scoperto il trucco ricominciare con qualche altra startup) per contrastare sta cosa? Già il fatto che sto scrivendo sto commendo da un cellulare Android con Google chrome la dice lunga, ma passerà inosservato (solo come caso singolo) per la semplice ragione che non sono nessuno di importante.

    2) posto articolo di critica a questo articolo: https://keinpfusch.net/neanche-a-copiare-sapete-fare-cit/
    Lasciate perdere i commenti e leggetelo. Sostanzialmente la tesi è che a Google non gliene frega niente del singolo ed è interessata più che altro al tracciamento delle persone “a gruppi”. Se vedete l’immagine delle relazioni tra i vari gruppi (con la metafora dei gruppi nella rivoluzione russa) si capisce molto bene una cosa.

    Sto per dire una cosa che potrebbe risultare difficile da capire e sto scrivendo da cani anche perché sono brillo. Volevo dire che se tutti iniziassero ad usare google o servizi ricondotti ad esso 10 VOLTE MENO CHE ADESSO, Google semplicemente potrebbe “rifare” l’immagine della relazione tra i gruppi in maniera diversa, tenendo conto del cambiato contesto della abitudini online della popolazione. Cioè, mi spiego meglio. Non è importante quante volte mi collego a Google e navigo su determinati siti riconducibili a determinate idee politiche. Se sono stato messo nel gruppo, ad esempio, delle persone sovraniste che però sono deluse da Salvini e strizzano l’occhiolino sia a CasaPound che al partito comunista, anche se mi connetto 10 volte di meno, se ogni volta che mi connetto cerco determinate cose allora Google capisce che 1) c’è stato un cambio di abitudini (individuali o collettive) tali per cui la gente si connette di meno 2) OGNI VOLTA CHE UNO SI CONNETTE CERCA DETERMINATE COSE.
    In questo modo cambierebbe poco, i diagrammi di interazioni tra i gruppi sarebbero ancora facilmente costruibili.

    LA MIA TEORIA È CHE, oltre a procedere alla sacrosante degooglizzazione, SI DOVREBBE AUMENTARE A CAZZO LE INTERAZIONI CON DIVERSI GRUPPI SOCIALI IN MODO TALE CHE NESSUNO CAPISCE SE SEI LIBERALE, FASCISTA, COMUNISTA ECC. Chiaramente i limiti di sto approccio è che se si scopre che questa strategia è adottata SOLO da attivisti di una certa parte politica, allora è facile smascherarli. Bisognerebbe che tutta la società, o comunque una seria di persone riconducibili a più gruppi politico ideologici possibili, adotti questa strategia. In maniera un po’maldestra tempo fa provavo ad aprire sia un sacco di articoli del fatto Quotidiano o del manifesto e sia del giornale o libero. Avrebbe potuto funzionare ma ho smesso perché ora sarei semplicemente classificato come rossobruno o grilloleghista. Ciauuuuuu

    • Ubriachezza a parte :-))), faccio notare che nell’articolo di Ca_Gi si dice che Google traccia singoli, sì, ma per tracciare reti sociali. Si chiamano «big data», non «little data», e si chiamano così perché sono grandissimi agglomerati di dati su comportamenti collettivi. Servono a riconoscere comportamenti collettivi per poi indirizzare comportamenti collettivi. Tutti gli esempi “individuali” fatti da Ca_Gi servono a far capire al singolo lettore o alla singola lettrice del post che tipo di dati sta generando ogni volta che fa qualcosa, qualunque cosa, ma ogni esempio sfocia in un allargamento: ti fai un selfie con gli amici e Google usa quei dati per fare un’analisi del ceto e del tenore di vita di tutta la tua rete sociale ecc.
      Detto questo, il post che hai linkato è privo della minima affidabilità fin dalla prima riga, visto che parte sbagliando l’attribuzione dell’articolo. Con una partenza così, non c’è da sorprendersi che poi l’abbia letto male. Se l’ha letto.

  12. Rispetto a questa montagna di questioni, la gestione dell’emergenza nella scuola può davvero rappresentare un’accelerazione inquietante.
    È vero quanto dite in introduzione: diversi docenti stanno usando Drive per condividere materiali con studenti. Ma anche il meccanismo per cui il ministero suggerisce e le dirigenze recepiscono immediatamente è dato un po’ troppo per scontato. Su altre questioni i passaggi di solito sono (possono essere) più dialettici.

    L’accelerazione che vedo però è questa: si stanno convocando collegi docenti (diciamo, le assemblee generali degli insegnanti dell’istituto) usando questo strumento; chi anche non sta usando G Suite, DEVE farsi un account perché la partecipazione ad un organo collegiale è richiesta da contratto.
    Il problema non è più nella relazione docente-studente, ma siamo entrati nel luogo in cui si prendono le decisioni.
    Ironia della sorte, le prime decisioni prese riguarderanno proprio l’uso di questi strumenti.

    Dico questo, al di fuori della questione “digital divide” (sono precario, potrei non avere una linea o dati a disposizione per partecipare) che comunque è secondo me l’altro lato del problema fin qui affrontato: ho meno possibilità, quindi ho meno accesso, quindi il mio accesso dipende da altri, quindi dura meno tempo, quindi ho meno possibilità di informarmi, devo adattarmi, uso quel che c’è…
    Che nella scuola non è esattamente un problema da poco.

    • La questione scuola trovo che sia una delle più inquietanti di tutta la faccenda.
      Sia dal punto di vista deglx insegnantx che deglx studentx.

      Non so se è già stato segnalato nei commenti al doppio post “l’amore è fortissimo…” perché non li ho ancora letti tutti, ma volevo segnalare questa notizia di 2 settimane fa, che verte proprio sulla googlizzazione della scuola:

      https://www.consumerreports.org/privacy/new-mexico-lawsuit-highlights-googles-deep-involvement-with-student-data/

      All’osso, in New Mexico è stato aperto un caso giudiziario contro Google, proprio a causa del fatto che a scuola i bambini non possono che usare prodotti google e questi prodotti assumono informazioni di ogni tipo senza il consenso né della scuola né dei genitori.

      Portare alla luce la questione in un’aula giudiziaria può anche essere rischioso se la causa la vince google, però la notizia è interessante per vari aspetti.

      Intanto potrebbe smuovere qualche coscienza.
      Poi è interessante vedere come si difende google: scarica la responsabilità sulle scuole, dicendo che sono loro che devono avvisare i genitori e ottenere il loro consenso.
      Che è come dire che un pedofilo ai giardini dà la colpa ai genitori se il figlio ha accettato di dirgli dove abita.

      L’altro aspetto interessante sono i numeri in gioco: negli USA Google è riuscita a diffondere abbastanza portatili chromebook da raggiungere un’utenza di 25 milioni di studenti. E 80 milioni di bambini e insegnanti usano G Suite for Education.
      Se la direzione è questa in tutto il mondo, siamo già ad una schedatura di massa di minorenni senza precedenti.

      Infatti in Europa la Norvegia sta facendo indagini in tal senso e la Germania dallo scorso luglio ha bandito nelle scuole l’uso di servizi cloud forniti da Google, Microsoft e Apple: https://nakedsecurity.sophos.com/2019/07/17/germany-bans-schools-from-using-tech-giants-clouds/

      • Grazie a entrambi, aggiunte e segnalazioni preziosissime!

      • Anche Whatsapp può essere usato, da contratto, solo dal compimento del sedicesimo anno d’età. Oltre a genitori che mettono lo smartphone con Whatsapp in mano ai figli già alle elementari, di fatto in questo momento gran parte dei contatti tra insegnanti e studenti di tutte le età passano proprio da Whatsapp.

    • «[C]hi anche non sta usando G Suite, DEVE farsi un account perché la partecipazione ad un organo collegiale è richiesta da contratto». `E scritto a contratto che bisogna usare G Suite e accettare tutti i suoi termini di servizio in accordo alle leggi californiane?

      Se davvero si hanno dubbi: la possibilità di rivolgersi a un sindacato vero c’è? A un avvocato? Davvero in Italia nessuno ha sollevato la questione? Stiamo inguaiatx, perciò organizziamoci.

  13. A proposito suggerisco la “Miniguida alla Protezione dei Dati Personali”
    https://miniguide.minifox.fr

    Vi trovate anche una versione pdf per la stampa(brochure A4 frote/retro), distribuibile in giro.

    E’ un work in progress e sono aperto a collaborazioni!

  14. Le polizie di alcuni paesi si appoggiano a Google per fare «geofencing» [geo-recinzioni digitali] e tracciare i dispositivi di chiunque si trovi all’interno del perimetro. In questo modo, capita che vengano collegate a un reato persone che, semplicemente, si trovavano nei pressi. La polizia si fissa su un utente e chiede a Google ulteriori informazioni sul suo conto. Google comunica all’utente che gliele darà di default, a meno che lui o lei non si opponga alla cosa per vie legali. Leggete questa storia, riguarda un caso in Florida. Un tizio andava in bicicletta e intanto usava un’app molto diffusa, Run Keeper…
    Grazie a Void per la segnalazione.

  15. Domanda tecnica, spero di non andare OT. Nel caso mi sposto volentieri a parlarne in altri luoghi.

    Non esistono ROM alternative per il mio telefono. Al momento mi comporto in questo modo e vorrei capire quanto è efficace come approccio:
    – non ho un google account sempre connesso, la maggior parte delle app le installo via f-droid. Per l’unica che mi serve che è solo sul play store (PosteID per Spid) ho un account fasullo col quale mi connetto, scarico o aggiorno quel che mi serve e poi elimino l’account dallo smartphone. È l’unico utilizzo che faccio di questo account. Chiaramente quando lo connetto non autorizzo il backup dei dati su Drive.
    – Ho disinstallato/disattivato tutte le app che non ritengo fondamentali (es. youtube, Maps) l’unica che non si può disattivare è Google Play Services a cui ho negato tutte le autorizzazioni. Restano alcune app di default sul telefono (es. contatti, galleria) che non so se collegate a Google.
    – In ogni caso nella sezione “Google” ho disattivato tutte le funzioni per tracciamento e personalizzazione degli annunci.

    • Guarda, sembra pari pari la descrizione del mio telefono :-D Più che una questione di “efficacia” (come si diceva, basta che tua madre o tuo fratello ti chiami e in qualche modo sei tracciato da Google), io ne faccio una questione di sperimentazione, di riduzione graduale della mia impronta informatica, e di avvicinamento progressivo a un telefono completamente google-free. Ci arriverò installando un nuovo OS se mi sarà possibile, o direttamente comprandone un altro con un OS Gnu/Linux (sto tenendo d’occhio Pinephone, che costa pure poco). La roba multimediale (musica, video, foto ecc.) che voglio trasbordare è già tutta nella scheda SD, mi basterà spostarla nel nuovo apparecchio.

      • Ah, io ho sostituito anche la galleria, ne uso una che ho scaricato da F-Droid.

        • Guarda, sembra pari pari la descrizione del mio telefono :-D

          :)

          Io però vorrei capire se o quanto è efficace, altrimenti in questo modo ci prendiamo solo gli svantaggi dell’essere fuori dal mondo google e poi siamo tracciati lo stesso in modo massiccio. Sulle chiamate entranti, beh ci possiamo far poco. :)

          Mi viene in mente di migliorare l’approccio per esempio creando un nuovo google account ogni volta che ho bisogno del playstore o ottenere la root sul telefono e disinstallare completamente tutte le GApps, ma in quest’ultimo modo perderei la possibilità di usare il playstore per quelle app che mi servono.

          • Sicuramente facendo così si riduce la propria scia di dati, e questo da obiettivo individuale deve diventare obiettivo sociale e pratica diffusa. Io poi non sono mai stato su Facebook, al momento non sono su nessun social a parte Bida, non sto usando prodotti google, insomma la mia “impronta informatica” è già molto più bassa della media.

            Come scrive Ca_Gi qui sopra, è un processo lungo, si andrà a tentoni. Quando alla scomodità, «la degooglizzazione non è un pranzo di gala» :-)

          • Ciao,

            dei messaggi e le chiamate che effettui, sicuramente buona parte sono dirette a un numero modesto di persone (solitamente familiari e amici stretti e qualche collaboratore di lavoro).
            Un modo per ridurre (alla grande) l’ingerenza di google & co. è convincere quelle persone a usare, al posto delle chiamate normali o whatsapp, un software come Signal. Stesso dicasi per le emails.

            Talvolta è necessario essere un po’ insistenti, ma poi paga: un paio di ani fa ero il primo tra i miei amici con signal, adesso siamo più di una 50ina.

            Per il OS, su lineageos si trovano versioni di android completamente google-free, ma non sono adattate a tutti i dispositivi smartphone presenti in commercio, quindi vedi un po’ se c’è il tuo. Se supportato, l’istallazione non dovrebbe essere complicata.

            Una serie di soluzioni sono indicate anche qui:
            miniguide.minifox.fr

          • Guardando non solo al degoogling ma anche al contrasto più generale al data mining, le tue attenzioni, pur essendo effettivamente, almeno in prima battuta, lontane dall’essere incisive, sono tutt’altro che inutili. Se scarichi le applicazioni da F-Droid, stai favorendo lo sviluppo di software libero. Se devi sbatterti a creare un nuovo account ogni volta che devi scaricare un’applicazione da Play Store è molto probabile che tu ti chieda se quell’applicazione ti serva davvero. Mentre oggi i meccanismi di diffusione della maggior parte delle applicazioni sono: semplicità di installazione/noia/cazzeggio, stai sostanzialmente cambiando le regole del gioco, non è poco.

            Va da sè che il degoogling va inquadrato nel contesto più ampio del contrasto al data mining e che questo con buona approssimazione coincide con il contrasto alle applicazioni non libere.

            • …per non dire che quando installi un software non libero/open source, non sai se quello in realtà non ti stia anche infettando il telefono con qualcosa che non se ne va al momento della disinstallazione….

          • «Mi viene in mente di migliorare l’approccio per esempio creando un nuovo google account ogni volta che ho bisogno del playstore».

            In realtà non c’è bisogno, tramite l’app store Aurora puoi/potete accedere a tutte le app del play store per aggiornare le esistenti e installarne di nuove senza avere un account google e senza essere tracciati.

            https://f-droid.org/en/packages/com.aurora.store/

  16. Articolo perfetto, complimenti a @CA_GI per essere riuscito a esporre concetti tutt’altro che semplici in termini comprensibili anche ai non addetti ai lavori: degne di nota anche le riflessioni dei docenti (di informatica e non) che stanno intervenendo, sulle cui spalle grava la responsabilità di dover diffondere la cultura del software libero in una società sempre più predata dalle GAFAM a tutti i livelli: mi riferisco ai PC con Windows, alle app per LIM su tablet Android/iOS, agli accordi stretti tra Google e MS con i manager scolastici per utilizzare i software Education (e “costringere” intere classi a farsi i relativi account), e così via.

    In questi giorni sto aiutando alcuni docenti della scuola di mia figlia a testare Jitsi Meet, un software open source per videoconferenze che è citato anche nel Wikibook riportato in un paio di commenti relativo agli strumenti alternativi alla GSuite per la scuola (https://it.m.wikibooks.org/wiki/Software_libero_a_scuola).

    Si tratta di un’ottima alternativa a Skype e Hangouts, anche se non è esente da una serie di problemi non banali (prima tra tutte la presenza degli script di Google Analytics) che è opportuno “fixare” nel modo corretto prima di poterne proporre l’adozione.

    Durante questo weekend mi dedicherò all’installazione di uno o due server Jitsi Meet su appliance Debian dedicata per vedere se è possibile e realistico ipotizzare dei server alternativi da mettere a disposizione delle scuole: se l’esperimento riesce, l’idea è quella di presentare un progetto di collaborazione a qualche hosting provider italiano interessato a collaborare a titolo no-profit, così da poter fornire qualche alternativa ai server già messi a disposizione dai devs. Se poi il MIUR fosse interessato ad adottare una soluzione di questo tipo sarebbe perfetto: del resto, se non ora quando?

  17. Ottimo articolo, grazie!

    Non sono molto d’accordo, tuttavia, con il paragrafo in cui si imputa il grande successo di Microsoft alla sua distribuzione capillare, in combutta con i produttori.
    Per installare Windows, si infilava il CD e si premeva “acconsento” fino allo sfinimento. Ancora nei primi anni dieci, per installare una minimale Red Hat bisognava fornire tutte le specifiche dell’harwdare e delle periferiche…non mi vergogno di dire che la mia prima installazione di successo è stata con Ubuntu 9 (e adesso mi direte che anche ubuntu….ma non credo sarei capace di cimentarmi con altre distribuzioni, francamente)

    Quando poi si usa linux (come io mi ostino a fare), spesso ci sono piccoli problemi tecnici che bisogna risolvere, o attendere che siano risolti (se per esempio sono dei driver che non sono stati ancora creati per linux, etc etc).

    Tutta questa pappardella per dirvi che c’è una difficoltà *oggettiva* che non dipende solo dall’avere maggiore o minore dimestichezza con un certo tipo di prodotto. Io, per esempio, come motore di ricerca uso QWANT. È meno efficace di google; accetto una minore efficienza per la causa, ma, appunto, qualcosa perdo.

    Infine: ho iniziato ad usare linux per pigrizia :-), cioè perché all’università la sala computer era sotto linux, io ho imparato a destreggiarmi con quello, e ho pensato che ripassare a windows mi avrebbe richiesto più sforzo. Non so se ha funzionato così anche per i miei compagni (so che alcuni sono tornati a windows – e, tra i ricercatori, impazza il Mac), ma forse se iniziassero le università – e poi le scuole – ad adottare software libero, questo renderebbe la de-googleizzazione più soft.

    My two cents, of course.

    • Sono d’accordo con le tue considerazioni. L’articolo è interessante ma un po’ velleitario. Per molti aspetti potrebbe essere stato scritto dieci o vent’anni fa. In realtà la prospettiva dell’open source è sostanzialmente fallita sia perché per la pervasività di windows che ha superato indenne anche i suoi fallimenti sia per il masochismo anarchico del mondo linux che ha solo creato confusione tra gli utenti normali. La battaglia per il software libero nella scuola è ormai persa da tempo, anche se già esiste una norma che lo imporrebbe in caso di alternativa al software proprietario. Nella scuola dove lavoravo ho installato linux su una quarantina di macchine destinate alla discarica. Dopo cinque anni sono ancora lì che lavorano. Pensate che qualcuno mi abbia ringraziato per il risparmio che l’istituzione ha avuto? E pensate che qualcuno tra colleghi e alunni si sia avvicinato al mondo linux? Al contrario tutti imploravano msoffice e windows10! Un discorso a parte meriterebbe poi il caso di quelle istituzioni che hanno adottato linux, ad esempio la città di Monaco o lo stato brasiliano. Non mi pare sia stato propriamente un successo. .

      • Vent’anni fa non esistevano i social network, non esisteva il modello di business dei big data, non esistevano il capitalismo delle piattaforme e la gig economy e l’Internet of Things e rispetto a oggi in rete eravamo quattro gatti. Google era solo un motore di ricerca. Quindi, scusami, ma dire che l’articolo sembra scritto vent’anni fa – ma anche dieci anni fa – è una superficiale e frettolosa stupidaggine. Guardate che questa parte da vecchio bluesman demotivato che scuote il capo e fa “tsk”, questa retorica dell’hacker-vecchia-guardia-che-c’era-arrivato-ben-prima-e-ormai-è-disilluso-nulla-si-può-fare-baby non serve a niente e a nessuno. Se per te e per altri questa discussione è inutile, nessuno vi obbliga a commentare.

        • Mi stupisce l’arroganza della tua risposta. Io sono solo uno che usa il pc, non sono cero esperto, diciamo un utente medio che si è liberato da windows. Ho solo presentato la mia esperienza.

          • No.
            Hai dato un giudizio infondato e – questo sì – arrogante sul lavoro di sintesi che ha fatto Ca_Gi. La tua esperienza l’hai usata come pezza d’appoggio, oltre ad averla generalizzata al mondo intero del software e alla fase storica. Interventi così sono sfoghi che fanno solo cadere le braccia e non danno alcun vero contributo alla discussione.

            • Scusate, ma vi rendete conto che, come in tutte le discussioni che seguono i post su Giap, sostanzialmente cestinate, bollandola come insensata, qualsiasi opinione che non combaci con quella espressa dall’articolo? Lo fate sempre con grande cognizione di causa e senza mai essere volgari, ma il concetto rimane (e, secondo me, non incoraggia lo scambio di idee). Siete come dei “panzer dialettici” che non lasciano scampo, e questo atteggiamento scoraggia i lettori più dubbiosi e meno esperti (per lo meno questo è l’effetto che ha su di me).

              • Scusa, però questa è una caricatura. Scoraggiamo a tal punto la partecipazione che su Giap molte discussioni hanno centinaia di commenti e nel complesso hanno lasciato commenti oltre 12.000 utenti iscritt*. Lo stesso ayler, dopo lo scambio un po’ secco, sta discutendo normalmente.

                All’osso, noi cerchiamo di sconsigliare o arginare un solo approccio, quello basato sull’asserzione (esplicita o implicita, consapevolmente enunciata o meno) «È tempo perso occuparsi di questo». Se ce ne occupiamo, se ci sbattiamo per occuparcene, è evidente che pensiamo ne valga la pena. Chi è convinto sia tempo perso, ebbene, non lo perda a sua volta dicendoci che dovremmo parlare d’altro.Non parlate di biopolitica mentre c’è un’epidemia in corso, ecc.

                Spesso l’asserzione ha come premessa il sentimento del “non c’è niente da fare, sono sforzi vani, il potere è troppo forte, la gente è pecorona, siamo stati sconfitti”. Ma allora, se non c’è niente da fare, non c’è nemmeno da commentare qui, dove invece tutto il nostro lavoro parte dalla convinzione che qualcosa si possa e si debba fare.

                • Vero che i vostri post hanno sempre tantissimi commenti, ma sono tutti d’accordo con voi! È tutto un darsi ragione addosso. Le opinioni contrarie vengono sempre, o quasi, respinte e archiviate, perché fuori tema o per mille altri motivi, sempre molto validi ed espressi con grande dettaglio. Questo atteggiamento rende la lettura di Giap un po’ frustrante. Possibile che tra tutti i vostri lettori non ce ne sia uno che non sia d’accordo con voi?

                  • 1) alle opinioni critiche, purché argomentate, noi rispondiamo, argomentando a nostra volta; altrimenti a cosa serve uno spazio di discussione, se non per discutere? O dobbiamo limitarci a un «Visto, grazie»? Se riteniamo che un commento contenga una fallacia logica, una pseudo-argomentazione, una verità parziale generalizzata indebitamente, lo diciamo. Poi nel merito potremmo anche avere torto noi, ma appunto, il merito va discusso.

                    2) spesso chi è in radicale disaccordo con noi non viene a discutere qui ma rimane sui social, o perché non vuole discutere con noi (visto che argomentiamo a nostra volta, facendo analisi critiche delle critiche), o perché vuole restare al livello dell’epiteto e del giudizio tranchant, o perché è troppo indolente per fare lo sbattimento di iscriversi al blog, o per altri motivi.

                  • Ultimo punto che mi ero dimenticato e che mi sembra centrale, poi giuro che la smetto: non vi ho mai visti tornare sui vostri passi, ammettere che forse vi siete sbagliati o almeno espressi male. Tenete la posizione e la difendete sempre e comunque, come una trincea. Non so. Capisco che ad avere sempre dubbi si rischia la paralisi (e anzi a volte può essere anche proprio una scusa per non fare niente). Forse esiste una via di mezzo?

                    Saluti e buon lavoro.

                    • Sarebbe difficile stare qui a fare un elenco delle autocritiche che abbiamo fatto in tanti anni di riflessioni pubbliche. Forse due possono bastare a rendere l’idea. La prima è il post in due puntate che abbiamo pubblicato poco tempo fa, sul nostro uso di Twitter. Mi pare che contenga molti esempi di quel che dici non facciamo mai. La seconda è “Spettri di Münzter all’alba” – dove facciamo i conti con gli errori da noi commessi all’inizio del millennio, a partire dal nostro primo romanzo e da una certa idea di “mitopoiesi”: https://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/giap6_IXa.htm
                      Sono solo due esempi, ma per portata e profondità, mi sembrano davvero importanti.

                    • Boh, non so se serve ricordargliele, ormai ha in testa la caricatura che si era fatto di noi, chissà se su questo lo vedremo fare autocritica, tornare sui suoi passi ecc.

      • Che la prospettiva dell’open source sia sostanzialmente fallita è un’affermazione totalmente priva di fondamento. Da quando si è diffusa l’idea del software proprietario, non è mai stata così in salute come ora. Ricordiamo che prima il software libero era la norma. È tanto in salute che perfino gli araldi del software proprietario, come Microsoft, ora sembrano appoggiare l’idea, almeno per un ritorno d’immagine.

    • Tuttavia, leggendo gli esempi di magagne su Linux, non posso non notare che in entrambi i casi citi problemi derivanti dal fatto che i produttori di hardware non rilasciano le specifiche dei propri prodotti, nè sviluppano driver linux per gli stessi.

      Indubbiamente ciò comporta un problema e contribuisce ad una minor diffusione e concordo sul fatto che ciò si traduce in uno sforzo per gli utenti. Tuttavia si tratta di sforzi che, se si ha ben a mente il problema, è più facile che si maturi la voglia di affrontare, no?

    • Scusate ma io sono un po’ stanco di sentire questa cosa che windows è
      “piu’ comodo” di linux. Più comodo per chi?

      Mia madre ha iniziato ad usare il pc a 50 anni passati,
      come primo sysop aveva Slackware, sono passati 10 anni ed ora usa Fedora.
      Lo configura e lo installa lei? No.
      Ma lo farebbe con windows? No.
      Installo e configuro io, ma ho scelto di insegnarle ad usare linux,
      non perchè devo imporre le mie scelte idelogiche a tutti,
      ma perchè è estremamente più comodo di windows.

      Non devo preoccuparmi di virus/trojan, di installare antivirus
      pesantissimi, o di cambiare hardware, oggi usa un computer vecchio di almeno 10 anni.
      Naviga e legge la posta, archivia foto.
      Firefox e thunderbird sono più che sufficienti per le sue esigenze.

      L’utilizzo di windows prima e di altri software ora avviene
      più per peer-pressure (whatsapp) o imposizioni verticistiche (ms office),
      che per una scelta razionale ponderata sulle esigenze dell’utente.

      L’altro giorno ho aiutato un’amica insegnante a configurare/installare office365,
      domanda: perchè office? risposta: perchè lo usano tutti i colleghi.

      • Posso chiederti se hai provato o se hai suggerimenti su come affrontare peer-pressure o imposizioni verticistiche?

        • Ciao,
          purtroppo non ho strategie da suggerire

          Ti posso però raccontare la mia esperienza.
          Nel 2014 ho dovuto trasferirmi all’estero per lavoro,
          la famiglia ha cominiciato a far pressione per avere mezzi
          di comunicazioni più efficaci di sms ed email.
          Avevano tutti whatsapp, mi sono rifiutato di usarlo
          ed ho imposto telegram.
          Da allora, chiunque ho incontrato ha installato telegram ed a sua volta
          ha fatto installare telegram ad altri,
          ora ho anche piccole chat di gruppo per coordinare attività di lavoro.

          Spesso basta far vedere che esiste un’alternativa percorribile.

          Per quanto riguarda le imposizioni dall’alto, io ho avuto la fortuna
          di lavorare in ambienti che mi hanno sempre lasciato autonomia nella
          scelta dei mezzi da utilizzare, ma parenti ed amici no.
          E lì è difficile, da soli si può fare ben poco.
          Un po’ come il discorso sui software proprietari utilizzati
          per la didattica a distanza negli altri thread.
          Il singolo insegnante o la singola scuola può mettere in campo
          qualche iniziativa virtuosa, ma non verrà mai adottata su larga
          scala se il ministero non ci mette le risorse per diffonderla.
          Credo che l’unico vero modo sia organizzarsi (anche sindacalmente)
          per spostare i rapporti di forza.

      • Ma infatti Linux non è affatto “più scomodo di Windows”, anzi! In diverse occasioni ho riscontrato che persone con nessuna competenza informatica si son trovate meglio con delle distro Linux che con Windows.

        La “scomodità” è solamente percepita a causa della mancanza di competenze: giusto un paio di giorni fa parlavo con una persona che mi ha detto, testualmente: “Prima avevo Ubuntu e mi ci trovavo bene ma non benissimo, invece adesso uso KDE”. Pur usandolo, non capiva la differenza tra sistema operativo e ambiente grafico e credeva di aver cambiato sistema operativo.
        E’ in QUESTI aspetti che Linux -appare- scomodo all’utenza media e non si tratta di cose risolvibili semplicemente semplificando il software, ma richiedono uno sforzo per diffondere meglio quelle conoscenze base minime che permettano perlomeno di capire cosa si sta usando

        • Sono d’accordo.

          Aggiungo anche che era più facile diffondere queste conoscenze base,
          quando le persone erano abituate ai pc.

          Ora tutti hanno uno smartcoso, ma sempre meno persone hanno un pc.

          Telefonini e tablet sono architetturalmente più chiusi dei pc
          ed è anche su questo che si fonda il potere di Big Tech
          (già qualcuno aveva sottolineato quest’aspetto, forse Nemo).

          Quindi, svelare i meccanismi di funzionamento di questo potere, come
          nel tuo post, è utilissimo per dare una motivazione alle persone
          tecnicamente meno smaliziate a trovare quelle conoscenze.

          • Sono rimasto un po’ basito proprio oggi, quando per necessità di passaggio da W 7, stavo valutando delle soluzioni: emergendo che ho visto sul sito specializzato nel recupero e nel riutilizzo di computer vecchi o dismessi tramite l’impiego di Software Libero che la Cooperativa e Impresa Sociale, “priva di scopo di lucro, che contribuisce alla tutela ambientale prevenendo la produzione di rifiuti elettronici, riqualificando computer dismessi con l’uso di Linux che permette di utilizzarli più a lungo”, commercializza ad oggi solo prodotti W pro.

  18. Scusate, una domanda, anzi due: che ruolo giocano i microprocessori nel “data mining”, ovvero, possiamo considerare hardware e software completamente indipendenti l’unoo dall’altro e neutrali? Inoltre avreste qualche suggerimento riguardo a letture, in rete o non, anche in inglese per tenersi aggiornati su questi temi? Grazie.

  19. …scusate preciso…hardware e software indipendenti l’uno dall’altro e l’hardware come essenzialmente neutrale?

    • L’hardware non è intrinsecamente neutrale, ma l’argomento è vastissimo e meriterebbe a sua volta un post specifico, maggiormente incentrato soprattutto su problemi di sfruttamento, inquinamento e solo in secondo luogo sulla trasparenza dei suoi componenti.
      A questo proposito val la pena citare il caso di Fairphone, uno smartphone che promette di esser realizzato con un occhio di riguardo alla provenienza dei materiali (“promette”, ma non so se qualcunx abbia mai verificato) e componibile (puoi ordinare pezzi di ricambio come la tastiera e la fotocamera per ripararlo anzichè buttarlo via per un danno parziale).

      • Capisco, e condivido: parlando di sfruttamento/inquinamneto si andrebbe off-topic. Aggiungo solo, e spero di non farla troppo tecnica, che parlando di BIG data il volume e la varieta’ dei dati e’, appunto, BIG, enorme e la velocita’ diventa essenziale oltre che rappresentare un vantaggio. Questo presuppone che non molti anzi, pochissimi possono permettersi di investire in hardware adeguato, il che potrebbe portare nel medio corso, ad un monopolio quasi assoluto del “mercato” (di dati) da parte di uno o due compagnie. Per esempio chi altro potrebbe permettersi di investire 10 miliardi di dollari in nuovi centri raccolta dati? https://www.blog.google/inside-google/company-announcements/continuing-grow-invest-across-america-2020/

  20. L’emergenza attuale ha messo in evidenza un aspetto inquietante, vale a dire come la scuola italiana (la scuola mondiale?) si sia consegnata nelle mani di google che ora la tiene in ostaggio grazie alla sua piattaforma educational. La scuola è da anni terreno di conquista degli operatori privati. I vari piani informatici hanno distribuito denaro a pioggia su piccoli e grandi operatori del settore. Le nostre aule sono ormai tutte dotate di lim in genere sovradimensionate e spesso già obsolete e mal funzionanti zeppe di software proprietario. Sui pc installati nelle scuole windows domina, ma la cosa sorprendente è che si porta dietro ogni genere di porcheria. Basta accendere un qualsiasi pc e ci si trova davanti a una schermata zeppa di servizi a pagamento che con la scuola non c’entrano nulla. Ci manca solo Meetic o Tinder! Ma con molta pazienza questa spazzatura può essere rimossa. E magari si riesce anche a non installare MSoffice optando per Libreoffice. Ma la suite di google è pressoché inestirpabile, E anche se ci fosse un provvedimento dall’alto sono sicuro che la maggior parte dei docenti lo vedrebbe come un sopruso. Probabilmente troverebbero il modo di utilizzarlo ugualmente, come quando si installava windows o office senza licenza, alla faccia dell’educazione alla legalità!
    Ecco, un obiettivo da perseguire potrebbe essere proprio segnalare questo stato di cose. La scuola è un ambito con cui tutti hanno a che fare, segnalare i gravi problemi che comporta la situazione che stiamo vivendo potrebbe avere ripercussioni positive sull’intero corpo sociale.

    • Concordo in riguardo all’emergenza scuola. Direi inoltre che al momento, causa emergenza virus, pare si stiano by-passando leggi e regolamenti in riguardo all’uso di piattaforme digitali nelle scuole. Ad esempio nella classe di mia nipote, in inghilterra, dalla scorsa settimana i ragazzi stanno ricevendo lezioni online tramite l’uso della piattaforma Skype,da un insegnante che, di ritorno da una vacanza, ha deciso autonomamente di restare a casa in quarantena. La scuola ha autorizzato l’uso della piattafrma senza nessuna discussione ne con gli alunni ne con i genitori; mi pare abbastanza surreale. Segnalo inoltre, a scopo di puro intrattenimento, in questi giorni di isolamento culturale e se se ne ha la possibilita’, l’episodio Smithereen, della quinta stagione di Black Mirror. Non oglio fare spoilers ma il confronto telefonico tra la polizia e i manager della piattaforma e’ di particolare attinenza con il discorso che si sta’ facendo qui.

    • Le piattaforme di Google sono state “impiantate” in moltissime scuole italiane, a pagamento. E difficilmente si tornerà indietro perché qualche volontario di buone intenzioni si metterà ad installare software opensource.
      L’unica, per come la vedo io, è mettersi a girare scuola per scuola con un team di esperti che spieghi:
      1) perché Google fa male
      2) quali sono le alternative
      3) come funzionano le alternative

      Proprio com’è stato fatto da privati in modo capillare negli anni scorsi per, ad esempio, mostrare i programmi per le LIM.
      Altrimenti, beh, c’è la speranza che molti docenti italiani seguano Giap!, ma non ci conterei…

  21. Personalmente ho trovato molto utile anche un post di Giuseppe Genna, qualche tempo fa sul suo blog dove dice: “si deve andare a referendum sul sistea scolastico” in quanto “…l’educazione e’ ben piu’ di un servizio”. E’ uno dei pezzi che mi ha colpito di piu’ perche’ collega benissimo la scuola al “disagio psichico” attuale. Qui: https://giugenna.com/2019/11/20/sciogliere-la-scuola-italiana/

  22. Sul forum di linuxiani che seguo si è parlato di come estromettere google da un dispositivo android. È al di sopra delle mie possibilità, ma se a qualcuno interessase
    https://www.linuxminditalia.org/index.php?topic=25311.0

  23. Se posso permettermi vorrei proporre di integrare nella discussione un concetto fondamentale legato all’inesorabile progresso nel campo dell’intelligenza artificiale: la singolarita’ tecnologica (https://www.doppiozero.com/materiali/singolarita-tecnologica) e cioe’ quel momento in cui le macchine diverrano interlocutori diretti e verso i quali l’empatia umana diverra’ “naturale”, isitintiva. Informarsi ed educare il maggior numero di persone riguardo a qualcosa che per molti, in primis L.Page, rappresenta una meta inevitabile del futuro prossimo di tutti mi sembra fondamentale in particolar modo nelle scuole e tra i docenti. No avendo figli e non insegnando non ho esperienza diretta a riguardo ed e’ per questo che mi chiedo e vi chiedo se tra i piu’ giovani c’e’ consapevolezza a proposito di questo particolare concetto?

  24. Aggiungo alcune risposte a dubbi ed osservazioni sul post arrivate per mail e chat.

    Chi ha più competenze tecniche a volte osserva che alcuni passaggi/termini/concetti sono semplificati. Vero: il post è stato scritto per rendere maggiormente noti problemi esistenti e potenziali derivati da strumenti tecnici abbastanza complessi usando una forma comprensibile a chiunque.

    1) Google offre ottimi servizi e le alternative libere non sono sempre allo stesso livello.
    Vero: i servizi che Google mette a disposizione sono certamente molto validi (il motore di ricerca trova tutto, Gmail è estremamente comodo ecc.). Non si mette in discussione la qualità dei servizi ma i pericoli derivanti dalla concentrazione di dati in possesso ad un’unica azienda e, al contempo, si ragiona sullo stato delle cose avanzando alcune proposte per incentivare l’interesse ed il conseguente miglioramento delle alternative libere.

    2) La raccolta e analisi dei miei dati va a mio vantaggio.
    Indubbiamente l’accumulo di dati viene utilizzato -anche- per fornirci servizi utili. Se così non fosse sarebbe assai semplice evidenziare che i big data sono un pericolo. Il punto è che i big data possono essere utilizzati -anche- in modi che non ci piacciono affatto ma poichè tali dati non sono in mano nostra, non siamo più noi a decidere come saranno interpretati ed usati.

    3) Google non ha interesse a diventare il Grande Fratello orwelliano.
    Può ben darsi che no, Google non abbia interesse diretto e immediato a far ciò, ma possiamo dire lo stesso di chi amministrerà i big data tra vent’anni? O di chi acquisisce i nostri dati da Google? Se Google fosse esistita negli anni ’30 ed avesse avuto sede in Germania… possiamo ben immaginare. Abbiamo la garanzia che uno scenario paragonabile non si riproponga in futuro? In un ipotetico scenario futuro con gli Stati Uniti in guerra con l’Europa, ci sentiremo davvero così tranquilli ad aver affidato tutti i nostri dati ad un’azienda statunitense? O ancora: se un domani gli archivi di Google venissero trafugati e finissero in mano ad entità a noi ostili?

    4) Passando da software proprietario a software libero non risolve alcunchè.
    Ovvio che non basta, ma qui si tratta di avviare un processo critico riguardo a tecnologie dominanti ed enti che accumulano dati e trattandosi di un processo che deve immancabilmente passare dall’adozione di strumenti aperti è da lì che si suggerisce di partire. Ci sono strade migliori e più efficienti per diffondere maggiormente pratiche e conoscenze oggi sempre più necessarie? Ben venga che si percorrano tutte le strade percorribili!

    5) Lasciamo le questioni tecniche agli informatici perchè gli utenti fan solo casino.
    Citando il post: “Non si può certo pretendere che si diventi tutti programmatori […]”. E’ovviamente insensato e irrealistico che le conoscenze tecniche diventino sapere comune trasformando ogni abitante del pianeta in un analista di software, ma è comunque evidente che la nostra sempre maggior dipendenza dagli strumenti informatici richiede un innalzamento delle conoscenze diffuse su questi strumenti. Riprendendo un esempio citato nel post, non serve che si diventi tutti meccanici ma almeno che si capisca la differenza che c’è tra le ruote e il volante di un’automobile.

    6) Servono interventi statali e non iniziative singole.
    Magari servono entrambe. Giusto per fare un esempio attuale: se il ministero dell’istruzione avesse creato o incentivato la creazione di infrastrutture telematiche proprie per gestire le lezioni in remoto oggi non dovrebbe affidare i dati dell’intero sistema scolastico della penisola ad una multinazionale che vive sul data mining. L’evidenza però dimostra che tali interventi attualmente non ci sono e continueranno a non esserci fintanto che il problema non venga sentito e tra i modi che noi tutti abbiamo per far sì che ciò avvenga, quello principale consiste nell’esporlo, discuterne e diffondere maggior consapevolezza. Attendere che magicamente si svegli qualcuno al governo non mi pare una strada fruttuosa.

    7) Mancano alternative a diversi servizi/piattaforme proprietari
    E’vero solo in parte: le alternative ci sarebbero ma il mancato interesse a supportarle fa sì che queste non vengano sviluppate come potrebbero (vedi risposta precedente). Amazon e Google sono state per anni delle aziende in perdita e son potute crescere grazie al supporto di finanziatori privati che han scommesso su di loro affinchè maturassero una posizione dominante e ci sono riuscite. Per paragone, come siamo messi con il supporto allo sviluppo di piattaforme informatiche in Italia? Quando Microsoft bussa per stringere contratti milionari con le amministrazioni pubbliche viene accolta a braccia aperte quando invece le stesse cifre avrebbero potuto essere investite su sviluppatori italiani per realizzare infrastrutture in proprio e distribuzioni di sistemi operativi open specifiche per le esigenze delle nostre amministrazioni.

    8)I Big data non han mai fatto male a nessunx.
    Di certo han tutte le potenzialità per farlo e ci sono molte realtà che hanno interesse ad usarli in tal senso. Gli esempi su come vengono utilizzati in Cina sono abbastanza esplicativi. A difenderci da tali scenari dev’essere chi dirige Google?

    9) Google non può essere eliminato
    Mica è necessario eliminarlo: ridurne e contenerne il potere potrebbe anche bastare, vuoi grazie all’adozione di strumenti alternativi e, almeno ipoteticamente, con un ridimensionamento per intervento antitrust (illudiamoci, và). Anche in questo caso non si risolverebbe tutto e non sarebbe LA risposta ma sarebbe comunque già molto (difatti non esiste alcuna soluzione unica ma diversi interventi ognuno dei quali dotato di una maggiore o minore incisività).

    10) Il GDPR ci protegge
    Il GDPR copre alcuni dei dati in questione ma non è questo il punto, poichè si tratta pur sempre di una norma che che tenta di impedire un qualcosa di tecnicamente possibile (per intenderci: non è che non ci siano più reati solo perchè vi sono leggi a riguardo).

    11) Gli stessi software che ci tracciano possono essere settati per non tracciarci più.
    Anche questo è vero solo in parte: se non si concedono le autorizzazioni al tracciamento molti software sono sostanzialmente inutilizzabili. Detto ciò, il problema è anche qui culturale: gli utenti -non si rendono conto del problema- e quindi tali settaggi, manco li toccano. Portare all’attenzione su questi problemi serve anche a far sì che più persone si pongano qualche domanda in più prima di cliccare “accetto” su tutto

    • «I Big data non han mai fatto male a nessunx.»

      Chi dice boiate del genere non sa cosa siano i big data. Che vengono usati anche dall’industria militare, da stati autoritari, da agenzie di spionaggio, vengono usati per rendere più precisi gli attacchi coi droni, per sfruttare di più i lavoratori, per reprimere il dissenso, per riconoscere e arrestare manifestanti grazie alle smar cam col riconoscimento facciale (che si è affinato come tecnologia grazie allo studio dei selfie scattati da milioni di persone) ecc. ecc.

  25. […] consentiva una vastissima speculazione finanziaria. Dall’emergenza estraevano valore le grandi piattaforme, come Google che ne approfittava per prendersi sempre più pezzi di scuola pubblica. Dell’emergenza […]

  26. Salve,
    ho letto solo una parte dell’articolo e concordo con quanto letto, mi premeva scrivere prima di completare la lettura poiché ho notato (e sono sicuro che si tratti solo di una svista) che wumingfoundation.com serve il font Merriweather utilizzando Google: guardando il sorgente di questa pagina, alla riga 29, abbiamo

    Per evitare di utilizzarlo potreste:
    1. servirlo localmente (ahimè sì a discapito del throughput complessivo del sito);
    2. cercare un altro CDN (e non saprei cosa consigliare in questo caso);
    3. non utilizzare del tutto uno specifico font (del resto in Cina, ad esempio, il CDN di
    Google è bloccato, quindi non viene usato il font specificato).

    • Ciao, grazie di cuore, di quell’elemento ci eravamo dimenticati, tempo fa abbiamo avviato un graduale repulisti (e degoogling) del blog, tuttora in corso, poi però siamo stati travolti da varie cose, ultima delle quali quest’emergenza… La risolviamo al più presto. Avevamo tolto il plugin delle Google Libraries già a dicembre, eliminato la newsletter spedita via Feedburner ecc.

    • Pardon, giustamente wordpress fa la validazione dell’input nei commenti e rimuove ciò che può sempbrare html Il link nel sorgente della pagina a cui mi riferivo prima è (l’ho spezzettato solo per non farlo rimuovere nuovamente):

      https:// fonts.googleapis.com/css? family=Merriweather: 400,700,300,300italic,400 italic,700italic &subset=latin,latin-ext,cyrillic

  27. Scusate se “riaccendo” i commenti, solo per fare una domanda alla comunita’ di carateere tecnico/etico: volevo cominciare ad usare Mastodon su Firefox + Cloud Firewall che pero’ mi ha bloccato l’accesso perche’ pare che Mastodon sia su Cloudflare. Cercando in giro mi sono imbattuto in questo: https://www.wired.com/story/free-speech-issue-cloudflare/ e mi pare abbastanza grave. Mi sento come se dovessi votare PD…

  28. […] È un caso di privatizzazione soft, come ben spiegato in questo articolo. […]

  29. Segnaliamo:

    Scuola e insegnamento a distanza ai tempi dell’emergenza

    Marco Meotto su Doppiozero.

    «Se passasse davvero una resa senza condizioni a questo processo di privatizzazione molecolare della scuola, ciò che da anni, finanziando progetti pilota detti “di eccellenza”, hanno fatto le Fondazioni Bancarie – cioè promuovere una didattica funzionale ad assecondare l’ordine del discorso dominante – decollerebbe in modo massiccio su tutto il territorio. Non è un’allarmistica esagerazione. È l’abbandono dell’uso pubblico della ragione a vantaggio dell’interesse privato. Tutto questo potrebbe avvenire senza annunci eclatanti, ma scuola per scuola, oggi con in testa l’elmetto dell’emergenza, domani cantando il peana dell’innovazione.

    Viene da chiedersi se, superata la cornice dell’eccezionalità, gli insegnanti riusciranno a riappropriarsi delle prerogative di autonomia, libertà e funzione sociale indispensabili per essere protagonisti delle trasformazioni che ci attendono.»

  30. Ciao

    io “lotto” contro questo stato di cose da molto, ma ho purtroppo smesso di fare proselitismo sostanzialmente per sfinimento per abuso (altrui, e a mio carico) del termine “talebano”. Che fatica. Mi bastano le occhiatacce quando dico che non ho Whatsapp o che non posso installare la app XYZ perché non ho lo store Google (solo app da F-droid), o lo sconforto di quando mi propongono Telegram come alternativa “Open”.

    Sono oltretutto in prima linea in questo momento di COVID-19, facendo da consulente a realtà scolastiche che sono nel panico, e questo le spinge verso G suite for education & co.

    Dove ho potuto, ho spinto su Jitsi, Nextcloud Riot e altro, ma con molta fatica e sempre con un subdolo senso di colpa nel momento in cui qualcosa non funzionava. Se la sessione con Jitsi non va benissimo, cosa che capita, presto tutti su Google Meet o Hangout o altro. Tanto non è mai colpa dei grandi, se non va allora è proprio un problema insormontabile, se non va Jisti eh va beh è gratis, che vuoi…

    [ Se non l’avete mai provato, Riot è un ottimo strumento, tra l’altro.

    E se non conoscete ai progetti Hubzilla e Zot, ragazzi (quelli un po’ smanettoni di voi) date un’occhiata. Friendica anche per i non smanettoni. ]

    Ma il vero motivo del successo di molti degli strumenti è la loro natura centralizzata, così come la difficoltà di adozione dei sistemi alternativi è la natura decentralizzata. Figo avere il proprio server, ma quanti possono e sono in grado di gestirlo, tenerlo aggiornato, sicuro ecc?

    Non so come questo problema possa essere risolto, anzi mi sono un po’ risposto che non potrà mai esserlo, ma magari pecco di pessimismo.

    Comunque grazie di questi articoli, mi fanno sentire meno solo.

  31. Autistici non è un provider per tutti: per iscriversi bisogna compilare una domanda che spieghi il progetto che si vuole portare avanti usando i loro servizi. La “degooglizzazione” non la considerano un progetto valido. Lo so perché ci sono passata e m’hanno fatta sputare sangue prima di darmi un account

    Come provider e-mail poi non me la sento di consigliarlo, perché la googlizzazione ha infettato anche i protocolli liberi delle e-mail, aggiungendo tutta una burocrazia di certificazioni “anti-spam”: provateci, a mettere su il vostro server. Provate a vedere quanti accettano le vostre e-mail senza scartarle immediatamente come spam. Provate a riceverle! Purtroppo Autistici, per me, si è rivelato inutilizzabile, nonostante gli sforzi dello staff tecnico, e l’ho sostituito con un account su Protonmail che fila liscissimo

  32. Cari ragazzi grazie davvero per il post e l’attenzione a certe cose. Sto cercando di pulire l’uso che faccio del web seguendo le dritte uscite fuori dal post e dai commenti. domanda da pivello forse fuori tempo massimo, come regolarsi con i DNS? Quali i più sicuri? Mi sembra non siano uscite indicazioni al riguardo o sbaglio?

    • da mettere su in proprio un server casalingo, con cui interfacciarsi al web, evitando i DNS commerciali ; al modificare direttamente dal router questi parametri :sul piano di competenze e hardware per gestire i servizi,ad esempio ,per un’ istanza Mastodon, bisogna essere “freak” ?

    • Su Android ho fatto lo switch dal noto Cloudflare, 1,1,1,1: che parebbe avere dei conflitti di interesse, tanto da essere nelle bad company del addon suggerito da Cagi sopra(Cloud Firewall); passando a una sorta di VPN gratuita che promette di proteggere la sicurezza del DomainName system impostato, per cui la medesima app suggerisce alcuni provider server DNS, descrivendone brevemente le caratteristiche.
      al momento quindi ho utilizzato il seguente server DNS – over-HTTPS : doh.powerdns.or , che opera nei Paesi bassi, gestito da un’ azienda produttrice di software DNS open source.

  33. Il governo vergognosamente ha messo 0 euro per agevolare con l ‘acquisto di un PC il divario digitale nel lavoro agile.
    Un pacchetto di sigarette a chi invece continua a lavorare fuori casa.
    Pagare per lavorare, art. 1.

  34. Un aspetto da tenere in considerazione è l’accesso alla tecnologia.
    Se lo smartphone è un vero e proprio infiltrato nelle nostre vite, come spiega bene Ca_Gi, è anche vero che operare un degoogling totale (o almeno “profondo”) non è alla portata di tutti, e non solo per gli aspetti tecnici, ma soprattutto per quelli economici. Le tecnologie più economiche non garantiscono né permettono una vera salvaguardia della propria privacy. Non è un caso che i telefoni orientati verso una maggiore sicurezza e protezione dei dati siano anche i più costosi – iPhone in primis.
    Il caso analizzato da Privacy International qui: https://privacyinternational.org/node/3226 ( e qui https://www.vox.com/recode/2020/1/17/21069417/privacy-international-bloatware-android-google da Vox) è secondo me piuttosto chiaro. Ma penso anche alle operazioni come lineage che, per necessità tecniche, non si rivolgono a tutti i telefoni, ma soprattutto a quelli da una certa fascia – di prezzo – in su.
    Dunque credo che il discorso porti anche verso una “democratizzazione” della tecnologia. Privacy shouldn’t be a luxury.

  35. […] sistema di sorveglianza digitale su tutti i livelli, anche quello didattico. Accadrebbe quello che grandi aziende come Google e Facebook già fanno: in cambio di servizi gratuiti, acquisiscono dati su ciò che acquistiamo, leggiamo, guardiamo per […]

  36. Oggi la newsletter di Casey Newton è dedicata a come le grandi piattaforme stanno cogliendo tutte le opportunità offerte dall’emergenza Covid-19 per rafforzare la propria presa sulla società e superare una fase in cui si era cominciato a criticarne lo strapotere.

    Will COVID-19 end the Big Tech backlash?

    È interessante la conclusione:

    «Detto questo, è possibile che persino una risposta perfetta alla crisi Covid-19 possa piantare i semi di un futuro contraccolpo. Negli ultimi anni, molta della frustrazione nei confronti di Big Tech derivava dal loro essere dappertutto, ineludili. La dipendenza fa crescere il risentimento, e meno alternative hanno i consumatori, più probabilità ci sono che in futuro covino risentimento verso questi giganti. È anche possibile – e persino probabile – che le compagnie del big tech facciano errori significativi nel gestire questa crisi, errori che potrebbero annullare i passi avanti fatti.

    Ma tutto questo può attendere un altro giorno. Nel bene e nel male, gli americani si stanno affidando a queste compagnie per superare i prossimi mesi. Se c’è mai stato un momento in cui possono provare di valere qualcosa, è adesso.»

  37. […] ma corriamo fortissimo, come la DeLorean, lanciati a tutta velocità verso il futuro. Perché, come anche in altri ambiti, il cortocircuito in cui ci troviamo sta accelerando processi già in […]

  38. segnalo questi contributi usciti su ROARS su tematiche collegate.

    https://www.roars.it/online/vqr-teledidattica-e-open-access-lettera-aperta-a-conte-manfredi-e-azzolina/
    Un appello dove si chiede anche di “Promuovere e finanziare lo sviluppo di piattaforme teledidattiche basate su software libero, sullo sviluppo di competenze informatiche locali e sulla custodia attenta dei dati di studenti e docenti.”

    https://www.roars.it/online/scuola-e-valutazione-ai-tempi-del-covid-tra-fondazione-agnelli-e-invalsi/
    Le conclusioni: “Tempi duri, quelli che la scuola sta vivendo. In cui c’è chi è pronto a fare della crisi un’opportunità e dell’emergenza una risorsa di potere. Vigileremo, anche online.”

  39. arrivo tardi a scoprire questa discussione (anzi, tutto il blog…), ma vorrei comunque portare il mio contributo (scusate, è venuto un po’ lungo). A fine 2005, stufo di dover passare da una versione di Win$ all’altra (con necessari ricambi di hardware, data la richiesta di risorse sempre maggiori) e connesso rischio di virus (soltanto informatici, all’epoca), opto per installare la distro Fedora (si chiamava Fedora Core, mi pare fosse arrivata al n° 5) buttando via tutto quello che avevo utilizzato sino a quel momento.
    Adesso lavoro con la versione n° 31 (e sono in attesa che esca la 32 a giorni) e non mi sono MAI pentito del passaggio (epocale per me, posso scriverlo?). Sono stato fortunato: a differenza di molte altre distro (che ho provato variamente, soprattutto i primi tempi, a partire da Ubuntu in varie declinazioni), Fedora si è rivelata stabile (nel tempo) e molto solida (come sistema operativo autonomo, forse anche grazie al rapporto privilegiato con la versione a pagamento Red Hat, nel 2018 acquisita da Ibm e da ancora prima collaboratrice con Micro$oft sul codice di alcuni programmi); inoltre un sito italiano di appassionati mi è servito a risolvere parecchie magagne tecniche, delle quali confesso che non sarei riuscito a venire a capo da solo.
    ADESSO: il sito appena menzionato è molto meno seguito, e credo che dipenda dal fatto che ora si adoperano molto più gli smartphone (una volta non c’erano proprio) e i portatili (laptop), che non è facile acquistare, rispettivamente, SENZA Windows e Google-apps preinstallati.
    Io stesso sono dovuto scendere a compromessi: per correggere con un programma proprietario le bozze in PDF di un libro da me tradotto ho appena dovuto aggiungere al PC (desktop) un SSD con W10 (che mi ha sminchiato tutto il resto, ma non voglio entrare in dettagli tecnici). Però quando ho dovuto creare un gruppo di lavoro con alcuni colleghi (meno di 10), sono riuscito a convincerli a utilizzarne uno che avevo creato appositamente su groups.io :-D
    Le cose vanno un po’ peggio sul cellulare: cerco di limitare la roba relativa a Google (dato che dopotutto è stata quell’azienda a creare Android), ma non sono in grado di renderlo del tutto indipendente. Mio figlio (nativo digitale, o quasi) ci provò con un suo smartphome, ma ha lasciato perdere perché non è agevole lavorarci quotidianamente (neanche lui è un informatico stricto sensu).
    CONCLUSIONI: Nonostante quanto scritto nelle mie ultime righe qua sopra, confermo che passare a Linux È una liberazione e NON è troppo difficile, se ci si affida a una distro buona (per chi non ha una preparazione specificamente informatica e non è portato a fare sperimentazioni, ma necessita di uno strumento-di-lavoro-e-basta; questo forse dovrebbe essere il senso e il fine di maneggiare gli strumenti digitali?).
    Vi ringrazio dunque per avermi confermato di essere sulla strada giusta; difatti il problema che avverto ogni tanto sta soprattutto nella sensazione di essere lasciati soli, o come ha scritto qualcuno, di (s)battersi contro mulini a vento – che, come dimostrato in questo articolo, portano scritto “dietro” GAFAM&T(witter). Il difficile è dimostrare che le cose stanno al contrario, ossia rovesciare il punto di vista dominante.
    Grazie a voi (e in particolare a Ca_Gi) di farlo, sono contento di avervi “scoperto”; da oggi vi seguirò con molta attenzione.

  40. Per legge, “ciascuna istituzione scolastica individua una piattaforma che risponda ai necessari requisiti di sicurezza dei dati a garanzia della privacy, tenendo anche conto delle opportunità di gestione di tale forma di didattica che sono all’interno delle funzionalità del registro elettronico” (“Linee guida per la Didattica digitale integrata”, pag. 4). Secondo il Garante della Privacy, 26 marzo 2020, “non è richiesta la valutazione di impatto per il trattamento effettuato da una singola scuola (non, quindi, su larga scala) nell’ambito dell’utilizzo di un servizio on line di videoconferenza o di una piattaforma che non consente il monitoraggio sistematico degli utenti”. Come se una prassi (quella di usare GSuite) adottata praticamente da tutte le scuole non fosse “su larga scala”. E non si può dire che Google non monitori gli utenti… “Se la piattaforma prescelta comporta il trattamento di dati personali di studenti, alunni o dei rispettivi genitori per conto della scuola o dell’università, il rapporto con il fornitore dovrà essere regolato con contratto o altro atto giuridico”. Ma non c’è un contratto fra il Ministero (o le singole scuole) e Google. Molti presidi obbligano a usare Google Meet per le videolezioni. Ma l’uso di prodotti Google per la didattica non pare neppure legale. Assurdo che sia addirittura obbligatorio. Tutte le operazioni legate all’insegnamento possono essere compiute attraverso il registro elettronico o alternative libere a GSuite. Resta il problema di Meet, necessario per le videolezioni. Io non trovo una valida alternativa a Meet. Se c’è, per favore indicatemela.

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