Non c’è lotta al negazionismo climatico senza lotta contro le «grandi opere» – Wu Ming 1 su Jacobin Italia

24 giugno 2019, il partito trasversale del capitale. Lega, PD e lobby di riferimento festeggiano l’assegnazione a Milano e Cortina delle Olimpiadi invernali 2026. Fuori dall’inquadratura festeggia anche il M5S. Per capire come mai riproponiamo questa foto, cliccaci sopra.

Esistono varie forme di negazionismo climatico. La più pericolosa la mette in campo chi finge di occuparsi della crisi in corso ma, anziché affrontarla per quel che è – ovvero la crisi che contiene tutte le altre – la riduce a uno dei tanti temi su cui fare promesse a vuoto, mentre va avanti con le politiche e le scelte di sempre.

Scelte che tutelano gli interessi dei capitalisti che ci stanno spingendo nel baratro, dunque sono negazionismo climatico applicato. E nulla incarna il concetto meglio delle grandi opere inutili e imposte. Soprattutto in Italia.

Quella contro le grandi opere è da decenni la lotta più avanzata dentro la crisi ambientale. Non solo la più avanzata, ma la più sovversiva: i movimenti contro le grandi opere mettono le dita nelle piaghe giuste, per questo il potere si impegna a diffamarli e reprimerli, ma nessuna bufala o calunnia, nessuna denuncia o arresto può far cessare un conflitto endemico e inestirpabile.

Se il nuovo e giovane attivismo sul clima, che da mesi riempie le piazze, incrociasse la strada dei movimenti contro le grandi opere, che da anni mettono bastoni tra le ruote del sistema, entrambe le mobilitazioni farebbero un grande salto di qualità, e darebbero al potere negazionista serissimi grattacapi.

Ne parla Wu Ming 1 in → un articolo appena uscito su Jacobin Italia. Buona lettura.

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24 commenti su “Non c’è lotta al negazionismo climatico senza lotta contro le «grandi opere» – Wu Ming 1 su Jacobin Italia

  1. Questo è un punto cruciale della riflessione. Bisogna togliere la “fog of war” dal quadro generale. Anche perché l’attivismo sul clima è giovane, e questa è una dote non trascurabile.

  2. […] Nel riproporvi questo vecchio – ma, ahinoi, attualissimo – racconto, rinnoviamo l’impegno a occuparci, da narratori, delle immani devastazioni che il capitalismo sta causando al pianeta, e anticipiamo che nei prossimi giorni uscirà su Jacobin Italia un articolo di Wu Ming 1 intitolato: «Non c’è lotta al negazionismo climatico senza lotta contro le grandi opere.» [Aggiornamento 28/08/2019: l’articolo è uscito.] […]

  3. Due cose mi colpiscono particolarmente: quanto sia incredibile ma vero che i cambiamenti climatici siano percepiti come rinchiusi nella cornice della “notizia” e quindi ancora come “poco preoccupanti”, e quanto il legame climate change-grandi opere sia solitamente pressoché ignorato.

    Venendo alla prima, mi sorge naturale uno sguardo al mio territorio, la valsusa, e ancora più nel dettaglio al Rocciamelone e alle sue pendici, che reputo tout court casa mia.
    Già nel 1968 un articolo de La Stampa – che trattava di una crisi idrica locale – scriveva che i ghiacciai della valle si stavano ritirando; 30 anni fa è nato un lago sul Rocciamelone, proprio dallo scioglimento del ghiacciaio del monte, un lago di dimensioni notevoli (600 metri per 50, ne ha scritto Luca Mercalli su Repubblica anni fa, l’articolo è consultabile qui), infine quest’estate si è creato un vero e proprio fiume di acqua disciolta in mezzo al ghiacciaio. Quindi le “notizie” in merito non sono nuove, il problema è appunto che sono state percepite come “notizie” e non come sintomi. Anche qui, dove solo 2 anni fa un incendio (uno dei cosiddetti “nuovi incendi”, pressoché indomabili e di dimensioni notevolissime, ebbi modo di scriverne su questo blog) ha distrutto chilometri e chilometri quadrati di boschi, baite e montagne divampando per più di una settimana e mettendo a rischio diverse vite; anche qui dove la microfauna sta continuamente cambiando perché l’inverno non porta abbastanza giornate di gelo e gli insetti non muoiono, così in primavera ci troviamo processionaria, calabroni, zanzare e svariati parassiti come mai si erano visti, a discapito dell’agricoltura e del sereno vivere rurale; anche qui, dove la fauna alpina d’estate scende a valle a cercare acqua come mai era avvenuto nel recente passato… Anche qui, il cambiamento climatico resta più un argomento di cui accennare al bar, giusto d’accenno, prima di dedicarsi a argomenti *piu seri*. E se anche in luogo come questo – dove la natura è più visibilmente presente – si fatica a comprendere l’impellenza del problema, immagino che per chi viva una vita cittadina sia ancora più arduo: “fa più caldo ultimamente”, forse è l’unica roba universalmente percepita. Per ora. Molti segni purtroppo sembrano indicare che presto le conseguenze del climate change saranno ben visibili, percepibili e pesanti per la popolazione tutta. Il ché non è di per sé un bel segno, in quanto indica che le dinamiche stanno velocemente accelerando, ma il problema è quello e prima lo si capisce tutt*, prima si riuscirà a tentare di far qualcosa. E quel qualcosa non può certo limitarsi a salvare le balene spiaggiate (non che c’è l’abbia con loro, sia chiaro) o fare la raccolta differenziata: stiamo parlando di un vicino futuro con carenze idriche diffuse, parti importanti di costa che spariranno, desertificazione… Occorrerebbe -oltre a prepararsi, nel piccolo, ad una decente resilienza, come più volte auspicato da Mercalli – imporre un cambio totale di gestione economica e produttiva su scala globale. Pare utopia, lo so che siamo al giogo del capitale, ma come dicono i *nuovi verdi* “there is no B PLANet”.

    Sul legame climate change-grandi opere, credo non sia a tutti lapalissiano perché è anch’esso fortemente un fatto di politica, di quella con la P maiuscola. É l’impianto su cui funziona la nostra società che vuole, ha bisogno del sistema delle grandi opere, così come lo ha descritto Wu Ming 1 nell’articolo; é impensabile metterlo in discussione, anche solo parlarne é un tabù. La mia valle notav paga da anni non perché vuole fermare la costruzione di una ferrovia – spero sia ormai chiaro – ma perché mette in dubbio, rifiuta, sabota il meccanismo delle grandi opere. E lo fa per preservare il proprio territorio. In scala ridotta quella del tav è la medesima dinamica di cui si accennava prima. Preservare il territorio dovrebbe essere uno dei fini prìncipi della gestione della cosa pubblica, parrebbe superfluo dirlo, ma l’ottica dello spendere subito lo spendibile e guadagnare subito il guadagnabile, nell’immediato e senza un minimo sguardo al futuro pare ancora la dinamica preferita dall’establishment. Ma ciò che si distrugge oggi spesso non si può rimettere a posto domani, o dopodomani. “C’è l’amianto? Tanto la malattia arriva tra trent’anni” (intercettazione di un dirigente del Cociv riguardo al terzo valico) é l’epigrafe di questo modo criminale di pensare la società, il lavoro, il profitto, la vita.

  4. Dal mio punto di vista la questione è complessa e non si può limitare solo su un aspetto, come il capitalismo delle grandi opere.
    Senza voler cadere nella critica vuota al sistema, lo dico perché ci sono effetti secondari, che sono tutt’altro che tali a livello climatico, anche perché entrano in una dinamica globale di effetti ambientali e capitalistici.

    Soprattutto perché la “carenza d’infrastrutture” come argomento utilizzato per giustificarle porta alla domanda: a che servono? A chi servono?
    In una società sempre più globalizzata la questione non è da meno, perché la mia sensazione non è mai quella della necessità d’infrastrutture per la produzione o sviluppo interno, ma per un vuoto, che viene spesso riempito da qualcos’altro. E dal mio punto di vista, quello che riempe questo vuoto è il turismo.

    Expo, le olimpiadi invernali, il BelPaese, il cibo come elemento nazionale culturale aggregativo (Non a caso c’è chi si è fatto selfie mangiando come campagna elettorale), diventano elementi basici per un prodotto che è fine di un mercato concreto: quello turistico. Oltretutto, basato nel trasporto aereo, quello più inquinante.

    Il capitalismo delle grandi opere è comunque un fenomeno che alimenta e spinge in maniera sinergica il settore turistico, che colpisce tanto le città come gli spazi rurali, e si vede tanto in Italia come nel resto del mondo (basta guardare il caso del Everest che si sta scoprendo come in realtà è una immensa discarica a cielo aperto). Ma qui inizia il punto duro: diventa accettabile mettere in dubbio il diritto a spostarsi, a viaggiare, dopo tanti anni di “il razzismo si cura viaggiando”, di erasmus, di intercambio anche internazionalista rispetto a realtà di altri paesi? Anche nel caso delle grandi opere che dovrebbero avvicinare sempre di piú le distanze.

    E anche su questa questione entra il “greenwashing” da quattro soldi che si sviluppa nella retorica attuale:”meglio non generare plastica, quindi beviamo da bottiglie di plastica”. Un piccolo gesto che poi non serve a nulla se ti spari un paio di fine settimana a Berlino o Barcellona, prendendo due aerei in 3 giorni che produrrà piú inquinamento e gas serra di quello che si possa immaginare. Un responsabilità individuale, che paradossalmente, poi viene negato dai punti reali del capitalismo in cui maggiormente si arricchisce e danneggia le risorse prime.

    • Non tutte le grandi opere inutili e imposte sono infrastrutture di trasporto: ci sono le grandi dighe, ad esempio; c’è il MOSE, che è tra le più magniloquenti e irrazionali degli ultimi decenni. Però nei casi frequenti in cui le grandi opere inutili sono nuove infrastrutture di trasporto, bisogna spiegare che quella del «diritto a spostarsi» è vuota retorica giustificativa, è spettacolo, è ideologia.

      Quelle grandi opere, infatti, non faranno viaggiare meglio più persone, e anzi lederanno la libertà di spostarsi di gran parte di noi.

      Primo esempio: costruire sempre più strade aumenta la congestione, il tempo trascorso incolonnati, lo stress;

      Secondo esempio: l’alta velocità ferroviaria ha stornato risorse preziose dal resto della rete, quindi ha peggiorato l’esperienza di viaggiare in treno per chi non la usa (la maggioranza dei viaggiatori, in gran parte costituita da pendolari su brevi e medie distanze) e, limitando drasticamente le opzioni alternative, ha costretto chi deve spostarsi lungo le principali direttrici a usare un servizio molto costoso.

      Il modo in cui è stata realizzata l’AV in Italia, poi, oltre ad avere devastato territori ha anche generato un enorme debito pubblico, che viene “curato” con tagli al welfare, il quale include il trasporto pubblico.

      Dietro la facciata del viaggiare meglio e in modo cool, in realtà viaggiamo quasi tutti peggio e spendendo di più. Oltre al fatto che la sovrainfrastrutturazione del territorio peggiora la qualità della vita in generale.

      • “Il modo in cui è stata realizzata l’AV in Italia, poi, oltre ad avere devastato territori ha anche generato un enorme debito pubblico, che viene “curato” con tagli al welfare, il quale include il trasporto pubblico.

        Dietro la facciata del viaggiare meglio e in modo cool, in realtà viaggiamo quasi tutti peggio e spendendo di più. Oltre al fatto che la sovrainfrastrutturazione del territorio peggiora la qualità della vita in generale.” condivido pienamente.

        Ma sul MOSE, per me la componente turistica è importante, soprattutto considerando gli effetti che hanno trasformato Venezia. Per il resto è vero, che non tutto è trasporto, solo volevo dire che credo sia importante mostrare anche l’utilità capitalista delle grandi opere, al di là del guadagno per chi li costruisce, ma sugli effetti piú globali che ne sono le cause.

        • Certo, e sono utili al capitale anche per via della shock economy che segue al fallimento di un megaprogetto. A qualcuno sono utili, è chiaro. Ma nell’espressione «grandi opere inutili», con quell’«inutili» si intende dire che non servono davvero allo scopo propagandato, dunque sono inutili per la maggior parte delle persone. L’espressione nasce in area francese: «Grands Projets Inutiles et Imposés» (GPII).

  5. Quando andavo a scuola, alle medie in particolare, mi veniva raccontata l’Italia dei grandi talenti, degli artisti, dei sognatori. Italia, terra di fantasia. Una favola, come quella di Adamo ed Eva. A scuola raccontano storie meglio che a Disney world. La storia a scuola finisce con la seconda guerra mondiale. Il dopo non esiste. Nessuno ti racconta dove vivi. Nessuno ti aiuta a capire la società di oggi. Ci si sofferma sulla divisione dei continenti con, se va bene, un accenno allo scioglimento dei ghiacciai. Forse meglio così visto la classe insegnanti che ci ritroviamo, difficile aver fiducia in chi, in percentuale allarmante, non capisce (o non vuole capire) come usare un bonus cultura, sul quale non intendo soffermarmi anche se ci sarebbe molto da dire.
    Cosa pretendiamo dalle nuove generazioni? Mancano gli strumenti. Cosa pretendiamo dalle vecchie generazioni? Non vedono aldilà di ciò che li ha fatti “ben campare” fino ad ora.
    Se davvero l’Italia fosse paese di arte e ingegno forse sapremmo immaginare qualcosa di diverso, invece siamo delle cozze ancorate al proprio scoglio. Non saranno certo due o tre notizie sul clima e qualche povero pazzo fanatico a strappare il bisso. La speranza è ancora la crescita. Ancora il guadagno scavando una buca per poi farla riempire di nuovo. La speranza sono le grandi opere. Le olimpiadi. Il futuro in Italia viaggia dietro di noi. Il problema è così radicato che è difficile trovare un varco. La classe politica fa propaganda solo su ciò che la gente vuol sentire, non su ciò di cui la gente ha bisogno. La classe dirigente spinge perché tutto torni come prima, come se fosse possibile. E i media? Il sistema non conosce servi migliori. l’Amazzonia brucia. Uh che peccato. Guarda che occhi pieni di gratitudine ha quel leopardo salvato, sembra il tuo gatto. Che dolcezza.
    Credo che ci estingueremo poco dopo le giraffe se non cambia qualcosa.
    Sono convinta che non gli scienziati, non i politici e non i giornalisti siano la possibile salvezza. Forse nemmeno gli attivisti. Lo sono la categoria che ho criticato di più, perché la più importante: gli insegnanti. Il mio appello va a loro, ai nuovi docenti. Ai nuovi istruttori. A coloro che più di tutti si prendono cura del futuro. Se i maestri e i professori sono dalla nostra parte possiamo farcela. Se l’insegnamento diventa qualcosa di più delle nozioni. Se a scuola si va oltre qualcosa accaduto 74 anni fa. Se la nuova classe politica e dirigenziale avrà quegli strumenti che solo la scuola può fornire allora forse abbiamo una speranza.
    Probabilmente la mia è un auspicio vecchio, tardivo. Forse le prossime generazioni saranno preparatissime ma vivranno su un isolotto sperduto. Ma da qualche parte bisogna pur cominciare.

    • Concordo dalla A alla Z

    • Non so se sia consolatorio o meno, ma almeno nella scuola dell’obbligo si parla tantissimo di inquinamento, di pratiche quotidiane sbagliate, di materiali e di riciclo.
      Il problema, a mio avviso, è che parlarne non basta. E su questo punto, diverse scuola in Italia si sono mosse facendo anche cose interessanti.
      Mi si dirà che questa è la tipica strategia capitalista che come vede spuntare una “moda” la ingurgita e la fa sua. Può darsi, però il fenomeno è comunque attivo e genera buone prassi.

      • Intanto grazie per aver letto e preso in considerazione il mio commento. Sono felice che a scuola i bambini e ragazzi imparino la raccolta differenziata, è importante. È grazie a questo che a volte nelle case siano proprio i bambini a dire al papà dove buttare la lattina di pelati. E i circoli virtuosi fanno sempre bene. Solo che non mi consola. Non mi consola perché a scuola, a mio avviso, si dovrebbe imparare a non aver paura di pensare. A scuola si dovrebbe imparare che prima di parlare bisogna conoscere. Si dovrebbe imparare la curiosità. A scuola si dovrebbe imparare a capire perché non è sufficiente fidarsi di ciò che si sente in televisione o si legge sui giornali. Sì dovrebbe anche imparare a leggerli i giornali e avere però sempre un pensiero critico. La scuola dovrebbe darti i mezzi per non ripostare sul profilo Facebook le peggiori fake news senza nemmeno chiedersi “ma sarà poi vero?”. La scuola dovrebbe insegnare a guardare oltre, a scavare più a fondo. Mamma e papà dicono che fa bene Salvini ad andare con le ruspe sui campi rom, quelli sono tutti ladri. Avranno ragione mamma e papà? Chi sono i rom? Perché vivono nelle roulotte? La scuola ha il dovere di insinuare il dubbio. Perché oggi, purtroppo, la raccolta differenziata non basta più. Serve il gioco delle associazioni, quello che si fa da piccolissimi con le carte disegnate. Ci sono un peperone, una zucchina, un pomodoro, un automobile e un tavolo. Quali carte vanno insieme?
        Ci sono l’Amazzonia che brucia, le olimpiadi, il tav, un accendino. Chi è il grande escluso? Se a scuola hai imparato il ragionamento saprai escludere l’accendino, che si, accende il fuoco, ma non quel fuoco. Quel fuoco lo ha acceso qualcosa di più subdolo, di più profondo, di più difficile. La salvezza è avere gli strumenti per capirlo.

    • Ileana, te lo dico da insegnante: il tuo commento è un accumulo di sciocchezze prive di fondamento. Sei stata (quando? dove?) a scuola, *dunque* sai cos’è *la scuola*, più o meno come chi ha dato due calci a un pallone da ragazz@, *dunque* ne sa abbastanza da dire a Mancini quale dev’essere la formazione della nazionale. A te è capitato di non studiare la contemporaneità, *dunque* *la scuola italiana* (tutta) non insegna la contemporaneità: non serve che tu fornisca un dato, una statistica, un’analisi dei POF delle scuole, basta la tua parola e il tuo ragonamento che fa vergognare l’induzione aristotelica. Idem per l’uso del bonus cultura: hai preso per buona l’interrogazione di una senatrice pentastellata (presente alla sagra della famiglia di Verona, fatti una domanda e datti una risposta), che non cita un dato o un numero, parla di generiche “diverese criticità” (quante?), di “alcuni casi” (quanti?), la butta in caciara e chede l’abolizione del bonus (ammesso che tu sappia di quale senatrice si tratta, e che tu l’abbia letta, l’interrogazione). Poi, che negli ultimi anni agli insegnanti di storia siano state diminuite le ore e allungati i programmi (ne hai sentito parlare?), poco importa: tutta colpa della categoria degli insegnanti, ne bastano due per fare il totale. Da qualche parte bisogna pur cominciare, dici: cominciamo dai dati, e non dalle bufale, dalle cose imparate da mio cugino o dalla portinaia che l’ha sentito dire dal parrucchiere. In ogni caso, buona estinzione, io sto con le giraffe.

      • Non intendevo insultare nessuno.
        Per quanto riguarda il bonus cultura (sul quale non sono stata effettivamente esaustiva visto che non era quello l’argomento) parlo per esperienza, lavoro in un teatro e ho spiegato e rispiegato come funziona, come si scarica, come si stampa centinaia di volte. Mi sono sentita dire più volte che non capisco nulla (anche meno carinamente di così) poiché cercavo di fare comprendere che era per uso personale e non per regalare il biglietto di Brignano al figlio, marito, cugino. Quindi certamente non posso parlare di “tutti”, ma chi può? Posso dire cosa ho visto e sentito.
        Per quanto riguarda la scuola, sì, ci sono stata come quasi tutti. E mio marito è stato per anni insegnante in un liceo. Posso parlare per tutte le scuole? No. Per tutti gli insegnanti? No. Posso dire che non ci siano enormi difficoltà nel provare a fare quanto ho scritto? Ovviamente no. Posso dire che io farei meglio? No e poi no.
        Posso provare a dire come vorrei che fosse la scuola? Ritengo di sì. Ho un’opinione anche sulle carceri e non ci sono (per ora) mai stata.
        Quello che avrei voluto arrivasse con il mio commento, e certamente non sono stata brava in questo, è l’enorme importanza del ruolo dell’insegnante, che dovrebbe dare gli strumenti per poter in futuro fare scelte consapevoli. Con questo non intendo che nella scuola come è oggi questo sia facile o anche solo possibile. Dico solo che auspico una scuola in cui “come affrontare la vita” sia importante almeno quanto il programma.

  6. C’è stato un tempo in cui il lemma “greenwashing” identificava le campagne con cui l’impresa privata comprava una nuova immagine, a fronte di una percezione pubblica negativa del suo business.
    Oggi, l’articolo lo segnala, questa prassi è un ingrediente standard (tra una spolverata di csr, un pizzico di marketing e abbondanti pubbliche relazioni) della ricetta con cui soggetti pubblici e privati si ritagliano un preciso posizionamento valoriale. Il campo della crisi ecologica è uno dei terreni oggi meno divisivi e quindi privilegiati per questo genere di attività.

    Un esempio ulteriore rispetto all’episodio olimpico proposto da Wu Ming 1 è la recentissima campagna per la forestazione urbana della città di Milano. Si comincia da un acquarello, una vision sfumata e socialmente desiderabile, un piano necessariamente scollegato dalla complessità dello spazio urbano. Nella fase successiva, quella dell’insistenza mediatica, politica, scientifica, la campagna diventa vera prima di essere alcunché di reale. Quando lo scontro con le possibilità e gli ostacoli evidenzia crepe e bufale l’attenzione sarà inevitabilmente altrove. Se volete dare uno sguardo all’articolazione nel breve tempo di una di queste campagne potete sbirciare questo breve thread https://twitter.com/abuzzo3/status/1166702938284331008

    • Grazie, Abo, questa è davvero da manuale: il primo annuncio, che è l’unico amplificato dai media, parla di «tre milioni di nuovi alberi entro il 2030 a Milano», col che uno si immagina il comune di Milano; poi, mentre i media smettono di occuparsene, il tutto si sfuffa e si ridimensiona di trenta volte, anzi, di trecento, perché ci si assesta sull’ipotesi di centomila nuovi alberi nell’intera città metropolitana, un’area che è il decuplo di quella del comune.

      Ma non è finita, perché si chiarisce (per modo di dire) che verrà piantato «l’equivalente di» centomila alberi. Infatti, dice il chief-qualcosa nell’intervista linkata, «può risultare molto più efficace piantumare 10 alberi [nei pressi della stazione centrale] che 10mila al Parco Nord.»

      Se tanto mi dà tanto, potrebbero decidere che piantarne cento in pieno centro «equivalga» a piantarne centomila in tutta l’area metropolitana.

      A conti fatti, nessuno sembra avere la minima idea di quanti alberi verranno piantati. La cosa si risolve in un generico «pianteremo nuovi alberi». Ma tutto questo viene detto borbottando, se non sussurrando, mentre i «tre milioni di alberi» li avevano gridati a piena voce, e quella è l’immagine che tutti ricordano.

      Purissimo greenwashing.

  7. […] Discutere i cambiamenti climatici senza mettere in discussione questo tipo di modello economico, il suo contesto politico, le relazioni di potere e i rapporti di forza su cui si basa, non ha senso (come ottimamente spiegato qui e qui, per esempio).
    Con l’aggravante che, in realtà come quella sarda, l’ideologia dei grandi interventi di “modernizzazione” ha sempre (SEMPRE!) un significato coloniale. […]

  8. Il commento più buffo visto in rete all’articolo uscito su Jacobin cominciava così (corsivo nostro):

    «Ciò che gli sfugge è che il loro stipendio deriva da alberi abbattuti e acqua usata per creare pagine, camion che trasportano libri in giro per le autostrade e idrocarburi bruciati per produrre e alimentare industrie e sale server.»

    A questo fulmine di guerra del benaltrismo dedichiamo questo link.

  9. Anche nell’ultimo video di Oliver Thorne si parla di “Lutto da cambio climatico” e grandi opere (la North Dakota pipeline): https://www.youtube.com/watch?v=CqCx9xU_-Fw. Tra le tante buone spiegazioni, nel video si segnala che un punto di speranza viene dall’analisi di come le comunitá indigene della zona abbiano montato nella protesta un sistema socio-economico differente basato sul distinto rapporto che hanno con la natura: un parallelo diretto con ció che accade con il movimento No-TAV.

    Tutto questo mentre il greenwashing tardocapitalista ha deciso di spostare la colpa sui consumatori, con tutto il mantra del “riduci, riusa, ricicla” che, anche se rimane una buona norma di comportamento generale, non puó evitare la crisi climatica dato che questa ha come causa principale un modello di sviluppo industriale palesemente incompatibile con la vita sul pianeta Terra.

    Per dire quanto sia impreparato il capitale ad affrontare il cambio climatico: in questo articolo de la.voce si criticava la famosa analisi costi-benefici TAV perché assumeva una provita media delle gallerie di 60 anni, quando le gallerie attualmente in funzione hanno piú di un secolo. E ció “compromette in modo grave l’analisi”… Quasi come l’ignorare che in meno di 40 anni metá della Pianura Padana sará sott’acqua.

  10. Uno degli aspetti ben chiaro a noi di Re:Common e ad alcune componenti della resistenza contro le grandi opere inutili e imposte, è proprio la dimensione sistemica delle grandi opere.

    Sistemica perché sono strutturali al sistema estrattivista, e svolgono funzioni molto varie, spesso diverse da quella dichiarata, come dice WM1. Se prendiamo il caso MOSE – uno tra i tanti su cui si è innestato però un processo per corruzione non da poco – nessuno, neanche chi lo costruisce pensa che funzionerà mai, l’inutilità dell’opera è conclamata da decenni, come anche il buco nero nelle casse dello stato.
    Ma il MOSE serve ad altro, è perno strutturale del “sistema Veneto” e del “sistema Italia” che usa le grandi opere per estrarre ricchezza dai territori e dalla società in senso più ampio. E quindi va completato.

    Sono strutturali anche la corruzione e il malaffare che accompagnano il sistema delle grandi opere: non sono poche mele marce, non sono singoli che abusano di una posizione di potere, o meglio gli abusi ci sono, ma non solo quelli. È la politica – come attore sistemico – che usa le grandi opere per generare nero che serve alla politica, e qui il “trickle down effect” si vede non come ricaduta di benessere sui territori interessati (la narrazione evergreen della Banca Mondiale) ma in un sistema di professionisti, consulenti, piccole e medie imprese che partecipano al sistema estrattivo aspettando sotto al tavolo che cada qualche briciola, nella speranza un giorno di arrivare all’agognato banchetto che si consuma sempre “più in alto”.

    Proprio per questa dimensione sistemica delle grandi opere, la lettura di molti è che non esistano resistenze “locali”. Chi resiste alle grandi opere resiste a un sistema organizzato e strutturato, che parla di potere e di spazi decisionali in cui non è previsto istituzionalmente che qualcuno metta in discussione l’utilità della grande opera, magari alla luce di una critica di più ampio respiro di quella “solamente” ambientale. Un sistema che usa la violenza per reprimere dove non riesce a comprare e controllare.

    Le proteste per il clima che chiedono un cambio del sistema si incontrano con la resistenza alle grandi opere proprio nel respiro ampio della critica del sistema estrattivista. Anche noi siamo convinti che il cambiamento climatico non possa essere affrontato senza mettere in discussione il sistema delle grandi opere e la devastazione climatica, sociale, ambientale che questo genera.

  11. Le bugie “verdi” di Conte e del suo governo

    Importante articolo pubblicato su Dinamo Press.

  12. A proposito dell’incontro/confronto – ineludibile – tra nuovo attivismo climatico e lotta contro le grandi opere inutili, con le relative contraddizioni – ineludibili anch’esse –, ecco cos’è accaduto l’altro giorno a #Empoli e a #Firenze.

  13. L’assemblea nazionale di Fridays For Future si è espressa in modo netto e inequivocabile contro il sistema delle grandi opere inutili e imposte e si è schierata accanto ai movimenti territoriali che quel sistema contestano:

    «[…] Ci dichiariamo contrari a ogni grande opera inutile e dannosa, intesa come infrastruttura, industria e progetto che devasta ambientalmente, economicamente e politicamente i territori senza coinvolgere gli abitanti nella propria autodeterminazione. Sosteniamo ogni battaglia territoriale portata avanti dai tanti comitati locali, come No-TAV per Val di Susa, No-Grandi navi per Venezia, no Muos per Catania e Siracusa, no TAP per Lecce e Stopbiocidio per Napoli e la terra dei fuochi, Bagnoli Libera contro il commissariamento, la lotta all’Enel per Civitavecchia, la Snam per l’Abruzzo, il Terzo Valico per Alessandria. Rifiutiamo ogni speculazione sullo smaltimento dei rifiuti, sul consumo del suolo e quelle infrastrutture che causano dissesto idrogeologico.»

    Il report completo è qui.

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