#Proletkult, capitolo 1: Denni entra in scena

Proletkult

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[Ci siamo. Domani, 23 ottobre, Proletkult arriva in libreria. Nei prossimi giorni lo presenteremo a Belluno, Trieste, Roma, Bologna, Verona, Macerata… Il calendario autunnale completo è qui. Abbiamo già anche quello invernale ed è quasi pronto quello primaverile. Stiamo già fissando date a maggio, per dire. Faremo del nostro meglio, ma lo sapete, non riusciremo ad andare dappertutto. Siamo umani.
Il romanzo si apre con un prologo.
Dopo il prologo, entra in scena Denni.
Ecco l’entrata in scena.
Buona lettura.]

Proletkult. Capitolo 1

Le tenebre fuggono davanti all’aurora, il cielo pulsa di rosa e violetto. Contro la massa cupa degli alberi si staglia una figura umana. L’individuo indugia nel silenzio, spezzato
dai primi cinguettii, come se cercasse di cogliere un suono più lontano o un dettaglio muto all’orizzonte. D’un tratto abbandona il bosco e avanza sul prato, le gambe incerte, il respiro affannoso. Cammina curvo, le mani lontane dai fianchi, quasi a tenersi in equilibrio.
La casa dista meno di trecento passi, un edificio di tronchi e assi di legno, con piccole finestre buie, un porcile e un granaio poco distanti.
L’individuo raggiunge l’aia, sotto gli sguardi in tralice delle galline che chiocciano infastidite. Il ringhio del cane non lo spaventa; al contrario, punta l’animale con la mano protesa, come per offrire una carezza, mentre quello mostra i denti e strattona la catena.
Rumore di un chiavistello che gira. Sull’uscio appare una donna robusta, col fazzoletto in testa, annodato sul collo. Dice due parole al cane, che si ritira accanto al muro, però all’erta, il muso rivolto contro l’estraneo.
La contadina lo squadra. Un ragazzo giovane e magro, i capelli tagliati corti, così biondi da sembrare bianchi. Gli occhi sono grandi e chiari, gli zigomi alti. Indossa un abito logoro, di semplice fattura.
– Cosa volete?
Il ragazzo apre la bocca, ma non emette suono. Riprova e ne esce un sibilo, poi un colpo di tosse. Prende fiato a fatica. Una mano sul ventre, si piega in avanti e crolla per terra.
La donna si volta nella penombra di casa e chiama qualcuno.
Compare un uomo, baffi neri su gote rubizze. Tocca a lui avvicinarsi al ragazzo svenuto.
Si china. Lo scuote, gli dà un leggero schiaffo sul viso.
– Non lasciarlo lì.
L’uomo esita, quindi solleva il corpo minuto e lo porta in casa.
L’interno ha poca luce, per via delle finestre piccole e delle tendine ricamate, unico vezzo nell’ambiente austero.
Mobilio semplice, utensili di uso quotidiano, un paio di foto alle pareti. L’uomo passa in camera da letto e depone il ragazzo con una smorfia.
– Puzza da vomitare. Dev’essersela fatta sotto.
La donna lo scosta.
– Vai a riempire la tinozza.
Lui ubbidisce controvoglia. Torna nell’altra stanza e trascina un grande catino di legno fino al focolare, sul quale fuma un paiolo. Versa l’acqua calda scuotendo la testa. È quella con cui avrebbe voluto lavarsi.
Dalla soglia della camera, la donna lo fissa a braccia incrociate.
– È una ragazza.
Il contadino ascolta la notizia senza battere ciglio, come se la mente non l’accettasse.
– Hai guardato se ha dei documenti?
– Soltanto questi.
La donna porge al marito una busta rigonfia. Alla vista del contenuto, l’uomo si rabbuia. Troppe stranezze in una volta. Il grosso pollice scivola sul mazzo di banconote.
– Mandiamola via. Se è una ladra, non voglio averci a che fare.
La moglie lo scaccia con un gesto.
– Vai via tu. Voglio lavarla.
L’uomo esce sull’aia e si rifugia nei gesti di ogni mattina. Sfamare gli animali, raccogliere il letame.
Nel frattempo, la donna immerge la ragazza nell’acqua fumante. Le appoggia la testa al bordo della tinozza, le piega le gambe, si mette a sedere su uno sgabello basso.
Il seno è appena accennato, i capezzoli piccoli, il pube glabro come quello di una bambina, i fianchi stretti. Più di tutto, colpisce il candore della carnagione. Porta al collo un ciondolo circolare, una specie di anello di ferro, appeso a un laccio di cuoio.
Appena la ragazza riapre gli occhi, la donna mostra i palmi delle mani.
– Non abbiate paura.
Sorride, come non le capita ormai da sei anni.
La ragazza si abbraccia le ginocchia. Sembra più curiosa che spaventata. Muove l’acqua con le dita.
– Mi chiamo Pavlina Borisovna, – continua la donna. – Voi?
– Io sono Denni, – risponde la ragazza, mentre ammira l’acqua e l’annusa.
L’altra si sforza di ripetere il nome, ma il suono non le è familiare.
– Come vi sentite… Danya?
– Molto pesante, però migliora.
Un accento strano, che Pavlina non riconosce.
– Da dove venite?
La ragazza passa la mano bagnata sui capelli color platino e si accarezza il volto.
– Da molto lontano –. Tocca ancora l’acqua. – Ne avete anche da bere?
La donna tuffa un mestolo in un secchio di rame e la ragazza beve, gustando ogni sorsata.
– Siete venuta a piedi? – insiste Pavlina. – È per questo che siete così debole? Da quanto non mangiate?
La ragazza china il capo.
– È faticoso. L’aria, il caldo, le gambe… Mi dispiace.
– Non dovete dispiacervi, – la rassicura la donna. – Laverò i vostri vestiti. E vi preparerò una zuppa. Ve la sentite di alzarvi?
Pavlina le porge un telo grigio per asciugarsi. La aiuta a rientrare in camera, dove apre un baule, sceglie i vestiti e li appoggia sul letto: biancheria, pantaloni, camicia e giubba.
– I miei vi sono larghi di sicuro. Questi erano del mio povero Lev. Avete più o meno la stessa taglia.
Si avvicina a una fotografia incorniciata sulla parete e la tocca con le dita. Un giovane soldato posa con espressione compiaciuta.
– È morto sei anni fa. Nella guerra contro i Bianchi. Altri figli non ne abbiamo avuti.
La donna rimpicciolisce sotto il peso rinnovato della perdita.
– Vado a prepararvi da mangiare.
Rimasta sola, Denni indossa i vestiti, appena un po’ larghi. Infila le scarpe, ma fatica ad allacciarle. Quando infine si tira su, si trova faccia a faccia con il ragazzo morto.
Sotto la fotografia c’è una vecchia cassa coi manici di ferro. La ragazza la esamina per capire come aprirla. Solleva il coperchio e rovista nel poco che contiene. Una lettera dell’esercito attesta la morte di Lev Aleksievič Koldomasov il 15 agosto 1921. Qualche fotografia. Un arnese affilato. Una collana di grani neri, con una croce nel pendaglio. Un foglio, dove si dice che Lev è nato nel 1902. Un quaderno di ventiquattro pagine, zeppo di firme, tabelle, marchi e  sigilli. «Libro di lavoro», recita la scritta al centro della copertina. E sull’angolo sinistro, in caratteri più piccoli: «Chi non lavora, non mangia!» Senza perder tempo, Denni infila in tasca entrambi i documenti. Richiude la cassa e lascia la stanza.
Pavlina sta rimescolando la zuppa sulla stufa, mentre l’uomo sistema ciocchi di legno accanto al camino.
– Questo è mio marito, si affretta a dire la donna, – Aleksej Viktorovič.
Un buongiorno mugugnato controvoglia.
Denni saluta e si guarda attorno. Molti attrezzi appesi al muro le sono alieni. Non saprebbe nemmeno dire a cosa servano. Sopra un mobile, alto metà della parete, sta acquattato un animale. Simile al cane là fuori, ma più piccolo e rosso di pelo. La ragazza gli va incontro a passi lenti, come per non spaventarlo. Allunga la mano e gli sfiora il dorso, accarezzandolo con prudenza.
La volpe impagliata rimane immobile, anche quando Denni le picchietta il muso con due dita.
– Danya…
La ragazza si gira di scatto. Il dito della contadina punta la busta al centro del tavolo.
– Se cercate quella…
Denni la raccoglie, tasta le banconote con aria inquieta.
– Ci sono tutte, – la rassicura l’uomo. – Ma non ci andrete lontano.
– Cosa intendi dire? – domanda Denni.
Pavlina versa la zuppa in una scodella e fa segno di sedere. Dopo anni che non si prende cura di un figlio, prova una certa premura per quest’essere sperduto, arrivato da chissà dove.
– Sono soldi vecchi, – precisa Aleksej. – Di prima della rivoluzione.
Denni soppesa le ultime parole.
– Prima… Quindi l’avete fatta?
Marito e moglie si scambiano un’occhiata perplessa.
– Che cosa?
– La rivoluzione! – esclama Denni eccitata, cercando conferma nei loro volti.
– È stato dieci anni fa… – mormora la donna.
Sulla bocca sottile della ragazza sboccia un largo sorriso. Stringe le mani della contadina tra le sue.
– Questa è davvero una grande notizia.
La donna, per quanto incredula, resta contagiata dall’entusiasmo della straniera e sorride a sua volta.
– La zuppa si raffredda, – la riscuote il marito.
Pavlina invita l’ospite ad accomodarsi davanti alla ciotola di legno.
– Che cos’è? – domanda la ragazza.
– Minestra di verdure.
Denni la porta alla bocca e beve, ignorando il cucchiaio.
– Buona. Anche meglio dell’acqua.
I due contadini, dal lato opposto del tavolo, siedono uno di fianco all’altra. Se non fossero troppo vecchi e induriti dalla vita, di certo si prenderebbero per mano, per fronteggiare l’assurdo.
– Voi, Danya, da dove venite? – domanda ancora la donna.
– Nacun, – risponde la ragazza.
I due continuano a fissarla.
Con un gesto vago Denni indica un punto imprecisato oltre le pareti e il soffitto.
– Non lo conoscete. È troppo lontano.

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