Me a sån Ciarliebdò, ovvero: Miseria dell’ateneo e della città di Bologna

Religious censorship. Protecting you from reality.

Accade all’Università di Bologna, la più antica del mondo, quella che non perde occasione di vantare i suoi nove secoli di vita. Chi oggi la governa intima a un’associazione studentesca di ritirare dalla circolazione il numero della rivista che redige (si chiama Fornofilia e Filatelia) e di cambiare stile editoriale, lasciando intendere che in caso contrario ci saranno ripercussioni. Dato che l’associazione riceve finanziamenti dall’università per il suo progetto culturale, le ripercussioni consisterebbero nel ritiro dei finanziamenti stessi.
Il motivo dell’ingiunzione? Sull’ultimo numero della rivista compare una vignetta ritenuta blasfema e oscena, ovvero lesiva dell’immagine dell’ateneo. [scarica il pdf e guarda la vignetta nel contesto per cui è stata pensata]

Il prorettore dell'Alma Mater Roberto Nicoletti

Roberto Nicoletti, prorettore per gli studenti e la comunicazione istituzionale dell’Alma Mater

L’inverno è passato, è arrivata la primavera e i «Je suis Charlie Hebdo» ed nuèter hanno dismesso il lutto al braccio per rimettersi la cravatta. E’ bastato che la componente ciellina dentro l’università abbaiasse contro una vignetta perché il prorettore Roberto Nicoletti inviasse una raccomandata minacciosa: ritirate la rivista e non azzardatevi più a pubblicare niente del genere. Questo perché, fa sapere il prorettore, siamo in un paese cattolico e una bestemmia in una vignetta non ci può stare: offende gli studenti cattolici. La medesima vignetta potenzialmente offende anche islamici ed ebrei, ma evidentemente non sono lobbies che contano dentro il senato accademico.

L’aspetto più grottesco di questa vicenda è che la vignetta incriminata si accompagna a un articolo nel quale si fa notare come la solidarietà a Charlie Hebdo in Italia, fin dal giorno dopo l’attentato, si sia riempita di se e di ma, malcelando una reale volontà di censura, nonché di repressione antislamica e xenofoba. La censura di Nicoletti e del senato accademico diventa quindi una sorta di verifica di quanto sostenuto nell’articolo: le radici illiberali di questo paese non smettono di dare i loro frutti nemmeno mentre ci si stringe in difesa della libertà di satira. È evidente che i censori non hanno letto l’articolo, altrimenti forse avrebbero saputo contestualizzare la vignetta o almeno si sarebbero sentiti un po’ ridicoli.

A proposito di ridicolaggini, lo sforzo di leggere se lo sono risparmiato anche alcuni commentatori della vicenda. Dalle pagine di Repubblica di sabato scorso, Michele Smargiassi – in altre occasioni acuto osservatore di quanto accade in città – ha voluto rifilare agli studenti censurati una lezioncina di antagonismo: non potete pretendere di rivoltare il mondo con i finanziamenti pubblici, dovete praticare il conflitto sociale, non capite che essere censurati è la vostra vera vittoria.
Non è passato per la mente di Smargiassi che gli intenti dei soggetti in questione possano essere diversi dal sovvertimento dell’ordine costituito; che Fornofilia e Filatelia non è Battaglia Comunista; che forse quei ragazzi non sono proprio tanto ingenui da pensare di cambiare il mondo con una vignetta; che magari volevano soltanto scrivere un pezzo su Charlie Hebdo, accompagnandolo con una meta-vignetta che citasse lo stile di Charlie Hebdo, e adesso a buon diritto stentano a credere di essere censurati per questo; che riesumare la vetusta diatriba tra apocalittici e integrati in questo frangente c’entra più o meno come i cavoli a merenda.

Il palmarès delle figuracce però spetta alla cronista Brunella Torresin, anche lei di Repubblica, che si lancia in una critica femminista alla vignetta incriminata, ancora una volta senza contestualizzarla, addirittura scambiandola per humour goliardico, dando degli «idioti» e degli «sfigati» ai redattori della rivista. Parafrasando la chiosa della Torresin, si può dire che raramente abbiamo letto qualcosa di più ignorante.

Certo, spiegare una vignetta è terribile come spiegare una barzelletta, ma davanti a tanto spreco di sacro furore – antisessista, per giunta – non si può non richiamare l’attenzione sulla scritta che campeggia in alto:

«Charb era un ingenuo, bastava spiegare tutto con dei cartelli».

La vignetta prende in giro la pretesa di applicare alla satira i principi del politicamente corretto, come se appunto si potesse disinnescare il potenziale offensivo della satira specificando con cartelli che il papa ritratto non è l’attuale pontefice, che l’uomo con il turbante non è Maometto, che la donna non è Anna Frank, ma soltanto una che le somiglia, che la bestemmia non è una bestemmia ma un’insulto a Louise Veronica Ciccone in arte Madonna.

Certamente ognuno è libero di pensare che la vignetta in questione sia stupida. Resta il fatto che in quel disegno la satira di Charlie Hebdo non viene né imitata, né ripresa, ma semmai citata, messa tra virgolette. Ritenerla blasfema è come giudicare blasfema la frase: «”Dio boia” è una bestemmia molto usata in Emilia-Romagna».

Un caso come questo farebbe soltanto cascare le braccia se non fosse che allude alla miseria intellettuale e politica nella quale versa la città in cui viviamo. Miseria che è ben rappresentata dalle polemiche innescate dalle compagini più retrograde, sempre attive nel distogliere l’attenzione dai problemi concreti e reali: povertà, precarietà, disoccupazione, emergenza scolastica e abitativa.

Pochi giorni fa gli ambienti curiali chiedevano al comune di sospendere la convenzione con il circolo «Il Cassero», storicamente gestito dall’Arcigay, a causa di una festa blasfema a tema pasquale, le cui immagini hanno scandalizzato anche molti difensori dei diritti civili all’acqua di rose. Gli attacchi all’Arcigay sono arrivati da tutta la destra cittadina e dal PD.
Lo stesso PD che sostiene a spada tratta i finanziamenti comunali (un milione di euro all’anno delle nostre tasse) alle scuole materne paritarie private, tutte di ispirazione confessionale, anche contro il parere espresso dalla cittadinanza attraverso il referendum consultivo di due anni fa.
Lo stesso PD la cui classe dirigente ha permesso ai clericali di dedicare per una sera Piazza Maggiore alla condanna dell’adulterio.
Lo stesso PD, guidato da bersaniani saliti di corsa sul carro di Renzi, che alle ultime elezioni regionali ha subito un’emorragia di consensi impressionante, tanto che alcuni suoi esponenti hanno parlato di «sciopero del voto».
Lo stesso PD dove in questi giorni volano gli stracci in seguito al nuovo scandalo su cooperative e malaffare.

E adesso – ma forse non proprio da adesso – i vertici dell’ateneo prendono la linea dallo Student Office, il potente braccio universitario di CL, gente che forse dovrebbe riservare lo spirito crociato alle magagne di casa propria, come il caso di don Mauro Inzoli (ex-presidente del Banco Alimentare e vicepresidente della Compagnia delle Opere condannato dalla chiesa stessa per abusi su minori), anziché farvi ricorso per sbranare una piccola associazione studentesca.

Insomma, a Bologna le libertà civili e la laicità si enunciano, riempiono bocche e ganasce (tra una forchettata di tagliatelle e l’altra), ma a conti fatti rompono i coglioni. L’Università non fa eccezione, tanto meno fa eccellenza. Lo sappiamo tutti che dietro la retorica e le fanfaronate con il tocco in testa c’è un ateneo che da tempo ha perso il suo smalto, ampiamente provincializzato, trasformato in laureificio per allocchi. Basta farsi un giro per il centro in questa stagione e ascoltare gli usignoli:

«Dottooore, dottooore, dottore del buco del cul!».

Bologna, 30 gennaio 2012. A destra, Giorgio Napolitano. A destra pure lui, Ivano Dionigi.

Bologna, 30 gennaio 2012. A destra, Giorgio Napolitano. A destra pure lui, Ivano Dionigi, rettore dell’ateneo.

Quelli che governano il mondo accademico hanno le loro belle responsabilità nel togliere spazio e aria a chi va in controtendenza. Sono gli stessi che qualche anno fa non rinnovarono la convenzione a una delle rare realtà culturalmente interessanti nate nel mondo studentesco bolognese e la scacciarono dai locali di via San Petronio Vecchio. Si chiamava Bartleby, era un posto dove si faceva e si fruiva cultura gratis, frequentato da centinaia di studenti, scrittori, docenti, musicisti. A quella realtà venne offerto di spostarsi in periferia, oltre la tangenziale, lontano dalla vita universitaria e cittadina, oppure di affrontare i manganelli della polizia.

Ecco, la stessa gente, lo stesso rettore e prorettore che fecero chiudere Bartleby a manganellate, oggi si propongono alla città nella veste di censori contro chi avrebbe leso l’immagine dell’Università di Bologna con una vignetta. E oggi come allora minacciano di chiudere una convenzione con un collettivo studentesco in nome del quieto vivere accademico.

Quale immagine dell’ateneo emerge da vicende come queste?
Quella di un luogo chiuso, che vuole mantenersi impermeabile ai conflitti, schivare gli attriti, soprattutto con le forze clericali e con le lobbies politiche. Anche a costo di ricorrere alla censura.
Viene da chiedersi se non sia proprio l’azione del prorettore Nicoletti e del senato accademico a ledere la reputazione dell’ateneo, in violazione degli articoli 15 (comma 1 e 4) e 19 (comma 1) del Codice Etico Unibo, improntato alla tutela delle libertà costituzionali e alla salvaguardia dell’immagine dell’Università:

«Art. 15:
1. L’Università richiede a tutti i componenti della comunità di rispettare il nome e il prestigio dell’Istituzione e di astenersi da comportamenti suscettibili di lederne l’immagine […]
4. L’Università richiede a tutti i componenti della comunità di mantenere un comportamento rispettoso delle libertà costituzionali, del prestigio e dell’immagine dell’Istituzione, anche nell’utilizzo dei “social media.»

«Art. 19:
1. L’Università promuove un contesto favorevole alle occasioni di confronto e riconosce le libertà di pensiero, di opinione ed espressione, anche in forma critica, al fine di garantire la piena esplicazione della persona, fatti salvi i limiti previsti dall’articolo 15 del presente Codice.»

Di un ceto politico-accademico tanto mediocre, pavido e insipiente non si può che auspicare la rovina. Ma non c’è da farsi illusioni, soprattutto se si guarda al contesto. La città è messa com’è messa, ampiamente ridimensionata nelle sue aspirazioni, dietro la spocchia balanzonesca, abbarbicata intorno a una farlocca mitopoiesi della magnazza. Senza il manifestarsi di una dialettica sociale e politica reale – al netto di ogni evocativa rappresentazione o messa in scena del conflitto – non potrà profilarsi nulla di nuovo sotto il sole delle elezioni accademiche e amministrative. Tuttavia, il pessimismo non è mai stato un buon motivo per voltarsi dall’altra parte.

Scarica questo articolo in formato ebook (ePub o Kindle)Scarica questo articolo in formato ebook (ePub o Kindle)

Print Friendly, PDF & Email

Altri testi che potrebbero interessarti:

30 commenti su “Me a sån Ciarliebdò, ovvero: Miseria dell’ateneo e della città di Bologna

  1. Carissimi WM, vi ringrazio per l’attenzione e per l’apprezzamento condizionato (possiamo anche non essere d’accordo ogni tanto, ci fa bene…). Penso di aver letto con attenzione l’articolo che poi ho commentato, e anche quelli relativi, non credo di aver scambiato quell’associazione per un covo di sovversivi, del resto non li conosco, mi sono limitato a restare nella dedinizione che loro stessi, in quegli articoli, dallo della satira, ovvero di una forma di eepressione delle opinioni i cui limiti “sono molto semplici, banali: la satira informa, deforma e fa quel cazzo che le pare”. Penso che sia vero. Penso che la satira sia il Bertoldo della modernità, e il suo bersaglio sia inevitabilmente il potere (la satira su chi non ha il potere, su chi è vittima del potere, è un’altra cosa). Quindi, chi rivendica i panni del Bertoldo deve mettere in conto, addirittura prevedere, la pedata del re nel sedere. In un certo senso, far perdere la pazienza al potere è l’obiettivo della satira, che come dite giustamente voi, non fa rivoluzioni, fa solo beffarde rivelazioni. Accetto il rimprovero di un atteggiamento un po’ da maestrino: del resto i corsivi, come la satira, hanno un loro stile. Con la solita immutata amicizia, Michele Smargiassi

    • Michele, proviamo a stare ai fatti:

      per compiacere una potente lobby clerico-imprenditoriale, il prorettore Nicoletti dell’Università di Bologna intima a un’associazione studentesca riconosciuta di ritirare dalla circolazione il suo giornalino, pena il ritiro dei finanziamenti.

      La motivazione? Una vignetta giudicata “blasfema”.

      Nicoletti non sembra aver fatto alcuno sforzo per comprendere il significato della vignetta, non sembra averla letta (come si dice dei bambini piccoli, ha “guardato le figure”), né sembra aver letto l’articolo che l’accompagnava. Prende per indiscutibile il giudizio dei ciellini e si muove a mo’ di schiacciasassi. Episodio piuttosto grave.

      Sul caso intervengono, tra gli altri, due firme di “Repubblica”.

      Brunella Torresin scrive che la vignetta era sessista e insulta l’associazione studentesca, chiamando i suoi membri “idioti” e “sfigati”. Quest’ultimo, tra l’altro, vuol dire “carenti di figa” e quindi è un insulto di matrice sessista.

      Michele Smargiassi scrive, in soldoni, che “chi la fa l’aspetti”. O, se vogliamo metterla giù meno dura, “cos’altro si aspettavano?”

      Già il fatto che ci si allontani in questo modo dal nocciolo della questione, io lo trovo a dir poco sconsolante. Ma questo è solo l’inizio, purtroppo. Ci sono altre cose che vale la pena far notare.

      La prima è che, di fronte a un sopruso o abuso di potere, “cos’altro si aspettavano” è un pessimo commento, a dir poco qualunquista.

      La seconda è che la vignetta non chiamava in causa l’università, tantomeno Nicoletti, e se è per questo non chiamava in causa nemmeno CL. Stupirsi dello zelo censorio di un’istituzione che avrebbe problemi più gravi da affrontare e del “fallo da reazione” di un giocatore che non era nemmeno in partita non è poi così peregrino.

      La terza è che quella vignetta non è affatto un esempio di “satira che sbertuccia il potere”, ma un commento sulla satira in generale, su quella di Charlie Hebdo in particolare e su un dibattito che l’autore della vignetta ritiene viziato, distorto.

      La vignetta ha un contenuto apparente, quello composto dalle immagini, che viene subito – come abbiamo scritto qui sopra – “messo tra virgolette”, perché il contenuto reale è quello composto dalla frase posta a premessa e dalle didascalie.

      I ciellini e Nicoletti si sono mossi in base al contenuto apparente, ignorando – io credo a bella posta – quello reale.

      Anche tu e Brunella Torresin avete commentato il contenuto apparente, ignorando – io credo senza rendervene conto – quello reale. Lei in modo più arrogante e grave; tu con la signorilità che tutti ti riconoscono, noi per primi; ma entrambi avete scritto in fretta, commettendo errori di interpretazione, e contribuendo ad allontanare il dibattito dal nocciolo di cui sopra, cioè dalla gravità dell’intervento di Nicoletti e della dinamica che lo ha generato.

  2. Carissimo WM1, non voglio aprire un botta-e-risposta forse inutile, perché quel che ho scritto si legge. Ma riassumerlo nella frase “chi la fa l’aspetti” e poi polemizzare solo con quella frase non mia mi sembra un modo di abbassare il bersaglio in modo da poterlo colpire meglio.
    Sicuramente era una meta-vignetta, ma il suo oggetto, come l’articolo che l’accompagnava, era comunque la libertà di satira e il suo diritto di “fare quel cazzo che le pare” (diritto che le riconosco). E io quell’oggetto ho discusso. Del resto, forse anche tu non hai letto bene gli articoli di F&F, l’associazione studentesca dopo il “fatatccio” ci ha invitati tutti a partecipare a una discussione su cosa sia la satira, non sulle lobby clericali-imprenditoriali. Bene, quello è stato il mio contributo. Pronto a proseguire il dialogo. Sempre con stima, m.s.

    • Quello è stato il tuo contributo, e fa parte del nostro contributo dire che riteniamo il tuo contributo fuori fuoco rispetto al nocciolo della questione. Del resto, anche l’invito di F&F dice così:

      “Per questo abbiamo deciso di affermare pubblicamente la nostra volontà di non censurarci, anche a costo di perdere il sostegno economico dell’università, non con una semplice vignetta ma aprendo un dibattito pubblico su quanto avvenuto volto tanto alla componente universitaria quanto a quella cittadina sul ruolo delle istituzioni e sulla libertà personale, di opinione e di espressione.”

      Dibattito non genericamente sulla libertà d’espressione, dunque, ma anche sul ruolo delle istituzioni, in ateneo e in città, alla luce di quanto avvenuto.
      Quanto avvenuto è che l’istituzione universitaria si è mossa in senso repressivo su imbeccata di un ben noto gruppo di potere confessional-economico. Questo a noi continua ad apparire grave. Magari meno sorprendente di quanto è sembrato ad altri, ma comunque grave. Dopodiché, ciascuno è libero di parlare d’altro, ci mancherebbe.
      Sempre con stima anche da parte mia.

  3. Caro Michele, ogni commentatore è libero di mettere l’accento su un aspetto della vicenda. Tu hai voluto metterlo sul fatto che tra satira e censura c’è un certo quale rapporto di causa-effetto in buona sostanza ineludibile, e dunque non ci sarebbe tanto da lagnarsi, poiché proprio la censura sancirebbe l’efficacia della satira. Noi riteniamo invece che questa vicenda racconti qualcos’altro rispetto alla realtà che viviamo oggi a Bologna. E l’abbiamo scritto. Del focus che hai scelto, in tutta onestà, non saprei davvero cosa farmene, mi sembra vagamente lapalissiano e consolatorio rispetto a una vicenda che rivela una disarmante pochezza, pavidità e limitatezza di vedute da parte dei vertici dell’ateneo.

  4. Be’, ma certo, diciamo che la meta-vignetta di F&F ha dimostrato qualcosa, cioè che se sbeffeggi un potere (religioso), poi magari chi ti censura è un altro potere (accademmico), e quindi ecco svelata qualche relazione fra i poteri, mi sembra un buon risultato, no? Se non ci fosse stata reazione dell’università, non ne avremmo la prova, no?
    Bertoldo mangia nella ciotola del re, ma è diverso dagli altri serventi solo perché fa incazzare il re e lo costringe a tirar calci scomposti, e così facendo a mostrare le mutande. Bertoldo ovviamente spera che gli altri cafoni come lui capiscano e lo difendano. E’ la sua scommessa. Però lo deve sapere, che i calci nel culo fanno male… Se ha paura dei calci nel culo, vada a fare lo stalliere e non il satiro.
    Ecco, tutto qui, ovviamente se quel che dico è scontato e lapaìlissiano, basta smettere di leggerlo… Sempre con stima, m.s.

    • “ecco svelata qualche relazione fra i poteri, mi sembra un buon risultato, no?”

      Sì, ma poi quel risultato bisogna usarlo, non “normalizzarlo”.

      “Se non ci fosse stata reazione dell’università, non ne avremmo la prova, no?”

      Ma una volta che ne abbiamo la prova, il passo successivo è criticare la reazione, non darla per scontata. Altrimenti, mi spiace, ma suona proprio come un “chi la fa l’aspetti”.

  5. “Bertoldo ovviamente spera che gli altri cafoni come lui capiscano e lo difendano”. Ecco: appunto. Invece lei, Smargiassi, interpreta qui la parte di quello che dice a Bertoldo: “I calci fanno male”. Anzi peggio di così: nel suo articolo dice: “Il ruolo del re è distribuire calci, il ruolo del satiro è prenderli”.
    Le battute in cui difende Bertoldo, in cui si schiera dalla sua parte accusando il potere non sono pervenute.

    Tra l’altro: ma dove sta scritto che il potere debba per forza essere reazionario, retrivo, ignorante e repressivo?

  6. Ho detto che non voglio fare un botta-e-risposta e bisogna che mantenga la parola. Per quel che può contare: sono contro il reato d’opinione, anche per le opinioni che non condivido e perfino detesto; penso che dentro quel limite invalicabile la satira debba assumersi (coi suoi modi, ovviamente: cioè continuando a far satira) il conflitto che apre, mettendosi in gioco e anche a rischio (prevengo la solita pistola ad acqua dialettica: tra le “pedate del re” che vanno messe in conto non possono esserci, ovviamente, le pallottole dei califfi).
    Ma questo non mi obbliga ad apprezzare e ad appoggiare per forza qualsiasi cosa si metta l’etichetta di satira. Ho scritto e confermo che le stanche rielaborazioni delle vignette di Charlie Hebdo, al Cassero come sulla rivista di cui parliamo, le trovo (la libertà d’opinione varrà pure anche per me) ripetitive, noiose e implicitamente un po’ paracule (“Je suis Charlie!” Non puoi farmi nulla!”), quindi agli antipodi della mia idea di satira. Difendo il diritto di Bertoldo di prendere per il culo qualsiasi re. Ma se vuole che gli dia anche ragione, deve convincermi.
    Con questo, credo di essermi spiegato a sufficienza. Anche io non vorrei diventare stanco e ripetitivo. Sempre con tutta la mia stima, m.s.

    • Michele, sai, se è per questo posso dirti che a me non piace già la satira dell’originale Charlie Hebdo, però non mi sembra proprio questo il punto della questione. Inoltre a noi pare che la vignetta di F&F sia una citazione e non uno scimmiottamento o una stanca ripetizione. Se però tu la interpreti diversamente, liberissimo… Sempre viva la stima reciproca.

      • Anche a me gran parte delle vignette di Charlie Hebdo facevano pena, per vari motivi. Aggiungo pure che secondo me:

        1) sulle scelte di un autore satirico si possono esprimere pareri anche duri, nessun autore dovrebbe avere un salvacondotto all-inclusive che lo preservi dal confronto pubblico sul proprio lavoro. Come ogni altra manifestazione del pensiero,la satira può e deve essere sottoposta ad analisi e critiche.

        2) non tutte le vignette sono satira. Ad esempio, le vignette contro gli ebrei che pubblicavano Interlandi e Almirante non erano satira, ma propaganda razzista di stato. Analogamente, non è satira la vignetta di propaganda bellica.

        Detto ciò, nessuno di questi punti è il punto della questione.

        Infatti, qui nessuno ha chiesto a nessuno di “apprezzare” la vignetta di F&F, che comunque non è una “rielaborazione” né una “ripetizione” della satira di Charlie Hebdo ma uno spunto di riflessione sulla (complemento di argomento) satira di Charlie Hebdo.

        F&F chiede di discutere di cosa sta succedendo in ateneo e della realtà che la vicenda della loro vignetta fotografa. Gli si risponde che sono “idioti” e “sfigati”, quando va male, e che le pedate del re sono normali, quando va bene. Questo, ai nostri occhi, è parte del problema.

        • WM1: visto che siamo assolutamente d’accordo su 1 e 2, forse discutendo con un po’ di disponibilità potremmo anche trovarci d’accordo sul resto. Sempre con stima.

  7. io credo che sul punto della blasfemia, al di là delle motivazioni, ci sia un errore. Nel caso della bestemmia non vale l’uso dell’ironia, o delle virgolette, non c’è contenuto apparente e reale. Oltretutto non credo abbia senso per un ateo stabilire cosa è blasfemo e cosa no, poiché nulla è blasfemo. Se chi è credente giudica blasfemo nominare il nome di Dio quella vignetta è blasfema, qui vale solo il punto di vista di un credente.

    • “Vale” per il credente medesimo, e siamo sul piano della sensibilità individuale connessa alla fede. Se per la sensibilità di qualcuno una bestemmia non può nemmeno essere citata, chiaro che riterrà blasfemi anche gli studi di linguistica sull’argomento (che non mancano). Nessuno potrà farci niente, amen (è il caso di dirlo).
      Ma in Italia la blasfemia non è (più) reato, e quando la sensibilità di un credente giunge nell’arena pubblica, va ricordato che tale arena è laica. La sensibilità di un credente non può giustificare interventi censori da parte di istituzioni laiche, chiusure di riviste, mancate erogazioni di fondi ecc.

    • Una precisazione per @jackie.brown Quando un ateo bestemmia, non parla di teologia. Quando un ateo bestemmia, sta sottoponendo a critica i rapporti di potere all’interno della comunità in cui vive. In particolare, sta sottoponendo a critica il potere esercitato dal clero.

      • D’accordo, ma non sempre. Sul piano politico già dichiararsi atei (che è anche peggio di bestemmiare) è un modo sufficiente per disconoscere ogni credibilità al clero nell’esercizio del suo potere. Nel caso della bestemmia invece questa produce a volte una semplice offesa agli altri. Dipende penso dalle occasioni e dall’opportunità.

        • La bestemmia in questione non produce un’offesa ad altri. La bestemmia accomuna qualità dispregiative verso un personaggio immaginario. Simbolicamente, come dice @tuco, può avere valenza di critica sociale. Ma resta il fatto che c’è alcuna offesa.

          Sono i credenti in quel particolare personaggio immaginario ad offendersi. Si sentono magari offesi allo stesso modo da chi abortisce o dalle unioni omosessuali, ma non è che qualcuno “fa il gay” per offendere qualcun’altro. Il diritto all’aborto o all’identità sessuale non possono essere messi in discussione perché producono a volte una semplice offesa; quindi perché dovrebbe esserlo la libertà di parola ed espressione?

          • Io non mi sono espresso circa la libertà di parola, e neanche circa l’opportunità della vignetta. Nemmeno sulle intenzioni di chi ha scritto la vignetta. Circa la tua domanda sono infatti d’accordo, ci sono valori più importanti di altri, quali il diritto all’aborto, l’autodeterminazione, la libertà d’espressione, ecc.

            Ho detto un’altra cosa, che è la stesa che dici tu, se ammetti che c’è chi si può sentire offeso. Non significa condividere il terreno culturale altrui, significa comprendere la sensibilità altrui. Il punto che ho espresso, giusto o meno, è che non può essere il nostro punto di vista a stabilire cosa è blasfemo, che è un concetto diverso da quello di liceità; e che nel caso in questione, l’operazione concettuale delle virgolette, il discorso “meta-“, non vale. Non vale perché non è un modo di pensare che appartiene a tutti.

            • Perdonami ma quello che ho scritto voleva essere un’aggiunta al tuo commento, non un tirare contro a cose che infatti non hai postato. Purtroppo mi sono espresso male, siamo d’accordo infatti su molte cose :)

              Ma riguardo la blasfemia la penso diversamente, e questo si ricollega all’offesa che i credenti sentono di aver ricevuto.
              Ciò che è blasfemo lo è sempre in relazione ad un credo specifico. Negare la natura divina di Gesù lo è per il cristianesimo, almeno per alcune confessioni. Ma non ovviamente per altre religioni come l’ebraismo.

              È blasfemo ad esempio il Mosè sordo e mezzo rincoglionito di Benigni nel suo Giudizio Universale, almeno per ebrei, cristiani e forse musulmani. Non sentendo una sega sbaglia a scrivere la Genesi sotto dettatura. Cristiani ed ebrei seguono un libro il cui incipit è stato scritto da un misogino sordo. Ma nessuno ha chiesto conto a Benigni della sua blasfemia. Nessuno si è offeso. La blasfemia è in questo caso legittima, è culturale.

              Non esiste la ‘blasfemia universale’, ogni fede ha il suo kit per decretare o meno la blasfemia di una vignetta, di un blogger eccetera. Conoscendo il kit, anche un ateo può ben definire cosa sia blasfemo e cosa no, come fa un credente.
              La differenza forse è che chi non crede anzitutto non dà alla parola ‘blasfemia’ una connotazione puramente negativa, cosa che sembra invece fare la maggioranza del mondo; inoltre è solito aggiungere anche *per chi* tal cosa è blasfema. Non per tutti, ma per questi, questi e quest’altri. Si è certamente consapevoli che la blasfemia arrechi fastidio e urti sensibilità (spesso pavloviane), ma il problema sono le orecchie che si offendono, non le bocche che parlano.

              Quindi l’offesa prodotta dalla blasfemia per me non è ‘recata’ bensì ‘ricevuta’. Mi verrebbe quasi da dire ‘inventata’ visto che non tocca affetti personali reali.

              Tornando al caso specifico penso che a far rodere il culo ai ciellini sia stata l’idea che giri impunemente un foglio con su scritto in stampatello maiuscolo un bel bestemmione. Sono cose, per loro, che manco nei cessi dovrebbero stare (ricordo le gnagnere sul film Caos Calmo, per la stessa frase).

              Questo mi offende, perciò deve sparire. In fondo la blasfemia è brutta sempre, senza se e senza ma.

              Ecco: no.
              La blasfemia non è negativa. È critica del potere e nella maggior parte dei casi denuncia del falso. Se invece condanniamo a priori qualunque cosa sia offensiva in quanto blasfema allora quando la blasfemia viene *usata come mezzo* (che è quello che hanno fatto i ragazzi di F&F) per argomentare qualcosa di più grande e complesso, i soliti noti hanno gioco facile nel fare fuori voci scomode con questi pretesti.
              Ora, non conosco appieno la posizione di F&F all’interno dell’ateneo di Bologna, magari prima di febbraio manco erano ‘voci scomode’, però visto che la rivista è circolata con quella bestemmia si devono fare minacce. Non possono certo lasciarli impuniti, l’offesa c’è stata e vanno presi provvedimenti ecc… E tutto questo modo di fare si basa sul pretesto che la blasfemia non è tollerata in quanto offende le/alcune persone. Se invece si cambiasse l’idea con “le/alcune persone possono anche offendersi per esternazioni non personali, dallo JuveMerda alle bestemmie, ma sono problemi loro” i prepotenti avrebbero un’arma in meno.

              Anche perché se F&F sono stati accusati di sessismo, possono benissimo difendersi invitando a leggere bene e contestualizzare le pagine. Ma se sono accusati di blasfemia, c’è poco da fare: nella vignetta compare una frase blasfema. Compare come mezzo per spiegare un concetto. Non devono difendersi da tale accusa, la risposta è un “Embè?”.

              In soldoni: sdoganare la blasfemia per togliere pretesti ai prepotenti :D

              (Oh, di nuovo: sono aggiunte alle riflessioni, non risposte a determinate affermazioni tue o di altri, sono in Reply per non inquinare il resto del thread, che parla d’altro :) )

              • ci mancherebbe :) ……………………………………………………………………………………………………………………………………………

              • A proposito di blasfemia, credo che quello che sta capitando a Torino in questi giorni rappresenti limpidamente i concetti discussi fino adesso:

                http://www.huffingtonpost.it/2015/05/14/gesu-torino_n_7282962.html?ncid=fcbklnkithpmg00000001

                …. Ma quale legge sto violando?” chiedo. ”Quella del buon senso”, rispondono …

                • “He’s not the Messiah. He’s a very naughty boy.”

                  Questa storia contiene così tante cose sbagliate che mi viene sia da ridere che da preoccuparmi.

                  Poliziotti che operano in difesa di una “legge del buon senso”.

                  Minacce di TSO per aver “offeso la sensibilità di qualcuno”.

                  Un commissario che si vede arrivare 5 volte in questura un tizio vestito da Gesù. Sembra davvero uno sketch dei Python.

                  Situazioni che rievocano l’identificazione del mitico nazista dell’Illinois solidale con le Sentinelle in piedi.

                  Nel frattempo, gente che fa lo stesso mestiere protegge e scorta manifestazioni razziste. Quelli non abbracciano, menano.

                  Un miscredente abbraccio al Jesus di Torin

  8. Da quello che leggo, mi pare di capire che gli autori della vignetta volessero esplicitamente una tale reazione da parte degli organi di governo universitari. WM1 cita una loro affermazione piuttosto chiara: “Per questo abbiamo deciso di affermare pubblicamente la nostra volontà di non censurarci, anche a costo di perdere il sostegno economico dell’università”. Sarebbe da ingenui pensare che una bestemmia (o “meta-bestemmia”, se basta mettere un cartello) passasse liscia in un foglio finanziato dall’Ateneo; e gli autori, che ingenui non sembrano affatto, hanno agito ben sapendo di generare una reazione simile. Loro stessi si dicono “pronti a perdere il sostegno economico”. Mi sembra quindi che abbiano ottenuto ciò che si erano prefissi con questa vignetta.
    Lo stesso Wolinski diceva che “se facciamo così gli stronzi, qualcuno ce la farà pagare prima o poi”.
    Quello che intendo dire è che la vignetta mi sembra una trappola coscientemente tesa da F&F all’Ateneo, che ha reagito con la triste prevedibilità che è lecito aspettarsi da un organismo così malmesso.
    Poi, personalmente penso che la provocazione sia abbastanza vacua da un punto di vista “artistico-religioso” mentre ha ottenuto un forte effetto dal punto di vista accademico-istituzionale, e sono convinto che quest’ultimo aspetto fosse il più importante nell’economia di tutta questa vicenda.

    • Carlo, la frase che ho citato tra virgolette è presa dall’invito al dibattito pubblicato sul sito di F&F il 3 aprile, cioè pochi giorni fa.

      La vignetta è stata pubblicata a febbraio, due mesi prima.

      In mezzo ci sono stati l’ultimatum di Nicoletti (3 marzo), la pressione dei ciellini sul senato accademico (17 marzo), il “processo” in absentia, i vari articoli usciti sulla stampa locale, gli insulti ecc.

      Tu parli di “trappola tesa all’ateneo”. Cioè alcune persone avrebbero fatto tutto lo sbattimento burocratico per essere riconosciuti associazione studentesca e ottenere finanziamenti, al mero scopo di vedere l’associazione decadere e i finanziamenti svanire. Il mezzo per ottenere questo sarebbe stato un giornalino di poche pagine, con articoletti e poesie, da far uscire per 20 numeri prima di quello fatidico.

      Per carità, tutto è possibile…

      • Attenzione, non penso affatto che TUTTO il progetto FeF sia una trappola contro l’Ateneo! Non sono un complottista :) usando la parola “trappola” mi riferivo unicamente al fatto di scegliere deliberatamente di pubblicare una bestemmia su un foglio finanziato da Unibo, attendendosi reazioni poi puntualmente giunte.

        Evidentemente il termine “trappola” è impreciso, meglio dire una “burla” o ancora meglio “provocazione”; non per niente, nel commento sotto FeF dice che “sapevamo di offendere qualcuno” , e ci mancherebbe che una vignetta satirica non debba essere provocatoria.

        Quello che voglio dire è che senza l’attentato a Charlie Hebdo, questa vignetta e la conseguente polemica non ci sarebbero mai state; a caldo, gli autori hanno deciso di “essere Charlie” (“Charlie è chi lo Charlie fa”) citando Voltaire, e per farlo hanno usato la provocazione estrema tipica del giornale francese.

        Nel numero di FeF in questione si “cita senza citare” Daniele Luttazzi, che immagino gli autori conoscano bene. Luttazzi parla del valore del contesto, e una vignetta del genere pubblicata con finanziamenti dell’Ateneo ha tutto un altro valore rispetto alla stessa vignetta disegnata su qualsiasi altro foglio.

        Come ricorderete, nei giorni successivi alla strage i social network e i discorsi delle persone si riempirono di bestemmie. contro Maometto, contro i musulmani e contro il credo cristiano. Una blasfemia di massa che si è esaurita in meno di una settimana.

        Ecco, questa vignetta (come migliaia di altre) è chiaramente figlia di quel preciso momento di riflessione collettiva (o del “cicaleccio orripilante” come scrive FeF), e leggerla a febbraio ha avuto un valore totalmente diverso dal leggerla oggi. Oggi la cosa che risalta è solo la bestemmia.

        Ma la cosa squallida non è certamente la vignetta in sé.

        Lo squallore è (stando a Repubblica) che un politichetto universitario faccia parlare di sè andando contro FeF. Immagino il contesto: bassa politica giovanile, col consigliere astuto che parla di “offesa alla morale e alla religione” ma il cui vero obbiettivo è unicamente quello di dirottare i fondi destinati a FeF verso altri (più pii) progetti. Insomma, siamo molto lontani dai discorsi su libertà di espressione e diritto alla blasfemia, siamo nel pantano delle piccole beghe tortellinesche che regolano la vita delle istituzioni universitarie. Questo Davide Leardini ha certamente la stoffa per farsi strada nel mondo della politica.

        Spero di aver chiarito, e concludo con un giudizio personale sulla vignetta in sè.
        Non mi piace perché, secondo il mio modesto parere, se vuoi provocare devi farlo come è di giusto: perché quel papa così lontano? dovrebbe essere in primo piano, magari eiaculando copiosamente sul volto di Anna Frank. E poi, Anna Frank morì da bambina: perché disegnarla (o implicarla) con un corpo da donna? Forse perché un uomo col turbante che penetra una bambina sarebbe stato TROPPO anche per la liberté volterriana propugnata da FeF?

        • <>

          E’ una buona visione di ciò che è successo, un’ottima apertura alle dinamiche associative che gli organi universitari “così gentilmente” ospitano. Se tutti la pensassero così ci sarebbe meno tolleranza verso questi baronetti junior, che già si vedono futura classe dirigente, dai modi quanto meno discutibili.
          Ma le stesse strutture hanno parte fondamentale in questa recitina omertosa che si voleva mettere a tacere. Un normale Prorettore agli studenti, conscio della sua posizione di mediatore e paciere, consapevole di quanto possono pesare le parole, soprattutto se trasposte su carta e di così perentorio tono, avrebbe dovuto moderare la rappresentanza “detta infastidita”.
          Ad esempio, la pubblicità di Student Office è super invasiva in Ateneo, ma non mi azzarderei ad andare dal Prorettore agli studenti per fargli notare il mio disappunto, e non lo costringerei mai a minacciarne i responsabili a mezzo carta.
          Tra l’altro, leggendo le parole del Prorettore, si capisce che si tratta proprio di una questione di rappresentanza e (è) potere, o, meglio, rappresentanza e(è) favori. E si sa che fino a quando c’è un sistema che va avanti così, favore dopo favore, Pinot dopo Pinot, Rolex dopo Rolex, anche in un ambiente, già poco limpido, come quello universitario, chi chiede semplicemente che i diritti vengano rispettati di sicuro non avrà la vita facile.

          Giovanni G., di Fornofilia a Filatelia

        • «Lo squallore è (stando a Repubblica) che un politichetto universitario faccia parlare di sé andando contro FeF. […] Questo Davide Leardini ha certamente la stoffa per farsi strada nel mondo della politica». Non conosco questo Leardini, anche se l’immagino con la faccia adeguata alla battuta “sei mai stato giovane, o sei nato già vecchio?”. Però ne ricordo un altro, di “politichetti universitari”, ai tempi in cui CL attaccò per tre giorni di fila un datsebao nel quale Salvo Lima era ricordato come “vittima della mafia”. Col senno di poi, saremmo dovuti andare dal rettore, o chi per lui, a chiedere la sospensione dei finanziamenti allo Student Office per quel manifesto nel quale nella stessa riga si nominavano Falcone, Borsellino e Lima, invece di strapparglielo finché hanno smesso di riscriverlo. Il dirigente di CL è adesso ministro, e mi si dice autocandidato a sindaco di Bologna, io invece non ho fatto carriera: ma sono ancora contento di avergli strappato quel manifesto, e di essermi svegliato presto per toglierlo dalla mia facoltà il prima possibile.

          • Mi hai ricordato quando durante la pantera i cattolici popolari (braccio romano di cl, truppe cammellate andreottiane di obbedienza sbardelliana) fecero un’affissione diffusa di un manifesto contro l’occupazione dell’università e tutte le affissioni vennero corrette con una fascia “vogliamo continuare a rubare”.

  9. Innanzitutto ringraziamo i Wu Ming per aver posto l’accento sul nucleo centrale dell’episodio. Giusto per contestualizzare, Fornofilia e Filatelia è un’associazione che viene finanziata per diversi progetti, di cui la rivista è quello centrale, preesistente all’associazione.
    La vignetta in questione fa parte di un numero dedicato principalmente all’attentato alla redazione di Charlie Hebdo e alle reazioni che ci sono state in Italia. Infatti oltre alla vignetta sono stati pubblicati un articolo, una poesia e un aforisma di Voltaire: “le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle”
    Certo, sapevamo che la vignetta avrebbe potuto offendere qualcuno, ma quello che non ci aspettavamo, e che ci ha sinceramente stupito, è stata proprio la reazione dell’università. Non ci sorprende che alcuni rappresentanti di Student Office si siano risentiti, ma che il fastidio si sia così rapidamente trasformata nella minaccia del decadimento dell’associazione. Non si tratta solo di mettere a tacere un vignettista, ma di eliminare un’associazione dall’albo e di toglierle i finanziamenti già approvati per la realizzazione di progetti che evidentemente l’università ha riconosciuto. Una vignetta è una vignetta e resta tale anche se non piace. E anche se la vignetta non piace ci si può trovare concordi nell’affermare che la reazione dell’università sia stata palesemente sproporzionata. Reazione grave proprio perché sintomatica dei rapporti di potere presenti all’interno dell’Ateneo. Per chiarire, non c’è stata una polemica sulla vignetta, chi si è sentito offeso (il presidente del consiglio studentesco Davide Leardini, da quanto afferma Repubblica), conscio del suo potere, ha mobilitato il prorettore.
    A Michele Smargiassi assicuriamo che siamo pronti a prendere calci nel culo, ma forse più che il culo bisognerebbe, ogni tanto, anche guardare le porcate del re.

  10. Riesco a rimanere sempre allibito da questo tipo di situazioni, anche solo per il fatto che a sollevare il punto su questioni universitarie siano ancora una volta i Wu Ming e non chi è proposto a farlo: ricercatori, docenti, nonché giornalisti.
    L’articolo di Wu Ming tocca un bel po’ di punti, ma ne isolo un paio che sono diventati tabù:
    – un codice etico evidentemente censorio
    – l’asservimento dell’università alle gerarchie (oltre alla laurea a Napolitano c’è quella a Trichet) invece che una critica, anche solo costruttiva, rispetto ad esse.
    – La morte del conflitto in università.
    Tutti punti che in qualche modo coinvolgono la questione della vignetta, ma che mostrano uno scenario drammatico che va ben al di là della singola vicenda.
    Nulla da dire su questo?
    È mai possibile che su tutto questo non si spenda una critica, un editoriale, un commento, ma che ci si soffermi su una vignetta stampata su degli a3 in bianco e nero?
    È mai possibile che nessuno ponga come problema il fatto che nell’università italiana (con Bologna, prima sostenitrice delle ultime riforme, in una posizione d’avanguardia) il senso critico sia stato posto sotto attacco, ostracizzato, isolato, zittito, condannato e che questo sia diventato normale?
    Forse sbaglio, ma a me i problemi principali sembrano questi e dimenticarseli o metterli in secondo piano fa prendere degli svarioni incredibili in qualunque tipo di analisi. E non mettere l’accento su questi temi mi sembra francamente un atteggiamento complice dello status quo, tanto più si è aperta la campagna elettorale per il rettorato.

Leave a Reply