Intervista a Wolf Bukowski: Eataly, Slow Food, Coop e la sinistra di facciata

La danza delle mozzarelle

[Riprendiamo dal sito di Vulcano Statale questa bella intervista a Wolf Bukowski sul suo – e un po’ di tutti noi, di tutte le giapster e i giapster – libro La danza delle mozzarelle (Alegre 2015).]

di Maria C. Mancuso

Dopo la recente pubblicazione del suo ultimo libro, La danza delle mozzarelle (Consulenza editoriale Wu Ming 1, Edizioni Alegre), Wolf Bukowski è apparso sul Corriere, Il Manifesto, Il Fatto Quotidiano, è stato ospite di Radio popolare e a Milano del Festival Statale Antifascista e Antirazzista insieme a Genuino Clandestino. Scrittore e guest blogger del sito dei Wu Ming, Giap, nel suo libro non lascia spazio a sottintesi: quello di Slow Food e Eataly è un sogno “tramutato in un incubo turbocapitalista fatto di ipermercati, gestione privatistica dei centri cittadini, precarietà per i lavoratori”.

In passato hai scritto di memoria, territorio e Grandi Opere. Com’è nata l’idea di questo libro? Qual è il messaggio che volevi veicolare e a chi è indirizzato?

L’idea nasce da una parte per un mio interesse verso le questioni del cibo – soprattutto per i suoi aspetti politici, sociali ed economici – e dall’altra per delle ricerche che avevo fatto sulla politica italiana negli anni ’80. La vicenda di cui parlo nel libro si interseca con quelle della sinistra italiana nelle sue varie accezioni. E infatti racconto la storia del Manifesto, del Gambero Rosso e i rapporti che si costruiscono tra associazioni che nascono a sinistra come Slow Food, con aziende che hanno un rapporto con la sinistra istituzionale come le Coop e infine con Eataly che adesso è quasi identificata con la sinistra del governo. Vedevo che alcune loro scelte erano sempre più orientate verso il mercato e la mistificazione.
L’occasione più prossima è stata l’idea della Disneyland del cibo, a Bologna.
Mi sembrava ci fosse un contrasto molto stridente tra questo mega evento-opera, FICO, e i mercati contadini che facevano fatica a trovare degli spazi, fatica a stare dentro nei conti.
In mezzo a tutto questo contrasto c’era un’aria di incertezza politica e un pezzo di società che emotivamente si collocava a sinistra ma che in qualche modo non riusciva a vedere la contraddizione. Lo scopo del libro è far emergere questa contraddizione: tra qualcuno che ricicla e ripropone motivi, pensieri, parole di sinistra, come fanno Slow Food, Eataly e la Coop e una realtà che invece secondo me era molto più radicale e che continuava a portare avanti istanze di trasformazione sociale, che non riusciva ad emergere e che rischiava di rimanere schiacciata da questa cosa che sembrava molto buona e giusta.
Il libro nella mia testa è rivolto a chi vive ancora in questo limbo in cui si chiede: “perché Slow Food non potrebbe essere buono, pulito e giusto come dichiara? E qual è la differenza tra un mercato contadino e invece un’istituzione come Slow Food che si propone come rivoluzionaria ma che invece ha un rapporto organico con pezzi di imprese e pezzi di economia che non hanno nulla né di rivoluzionario, né di trasformazione sociale?”

Il sottotitolo del tuo libro è “Slow Food, Eataly, Coop e la loro narrazione”: quanta presa ha secondo te l’espediente della narrazione sul consumatore comune? Petrini, come scrivi, è riuscito a far passare per buoni i nuovi padroni che partecipano ad Expo, c’è qualcuno che se la beve?

Sì, la questione della narrazione ha fatto molta presa. La narrazione non è il male in sé, nel senso che noi narriamo sempre, viviamo immersi nella narrazione, dunque è interessante parlarne. Ma se questa accompagna il chiarimento di quelli che sono i rapporti economici mi va bene, se invece li occulta e quindi narrare un prodotto alimentare significa raccontarti una storiella in cui mancano i soggetti che veramente hanno messo il lavoro, la fatica reale, hanno costruito il prodotto e non solo il suo immaginario, allora è una narrazione che depotenzia e non chiarisce.
Per esempio nella valle dell’Hudson, cioè il luogo dei prodotti “buoni, puliti e giusti” a basso chilometraggio della città di New York, c’è questa enfasi sulla figura del contadino e c’è assolutamente occultamento di chi lavora, che sono spesso immigrati messicani non in regola, mentre la grande narrazione parla del contadino con la camicia a scacchi… La stessa narrazione sul contadino diventa un simulacro di contadino che però deve fornire il prodotto su cui la grande distribuzione organizzata specula. Questa è la differenza sostanziale con i movimenti come Genuino Clandestino che pone sempre l’accento sui rapporti di lavoro.

Al tema della narrazione si ricollega quello dell’immagine: oggi i prodotti alimentari vengono fotografati come fossero modelli, si è diffuso un certo feticismo, a tal punto che si parla di food porn. Pensi che questo abbia inciso sul successo di Eataly, Slow Food e altre realtà o è un processo contrario, cioè sono queste realtà ad aver contribuito a questi fenomeni?

Nel libro faccio un’ipotesi di cui ho trovato conferma nell’ultimo libro di Andrea Segrè. Mi ero sporto dicendo che forse questa insistenza sul cibo è legata al fatto che ci stanno preparando ad avere talmente pochi soldi che quei pochi che ci restano dovremo investirli in cibo, almeno ci danno questo di più narrativo o feticista. Forse nel feticcio c’è la narrazione e nella narrazione c’è il feticcio. Questa cosa me la rileggo più o meno pari pari nell’ultimo libro di Segrè: il cibo è l’unico consumo che non si può comprimere, per cui a quel punto noi dobbiamo stare contenti, sapere che una quota sempre maggiore del reddito andrà a coprire la spesa di una cosa che è essenziale; il cibo ha un valore d’uso assolutamente imprescindibile, e invece riescono a farlo diventare un valore di scambio.
Uno dei punti d’innesto del mio libro era il mio grande fastidio per quel discorso insistito sul fatto che gli italiani spendono poco in prodotti alimentari. Lavorando su questo ho fatto riferimento a Gramsci che in maniera del tutto preveggente, rispondendo a critiche e discorsi ottocenteschi, cioè Feuerbach, dice che non è il cibo che genera le trasformazioni sociali, è la trasformazione sociale che ti spinge a cibarti in modo diverso, e questo è veramente rivoluzionario detto oggi quando ci sono libri su libri di Petrini, Segrè, Farinetti & Company che ti dicono che mangiando qualcosa di diverso cambi la società. Non è vero. Non è vero perché noi siamo incastrati in meccanismi più grandi di noi che non possono essere cambiati dall’ultimo anello del processo economico, cioè dal consumo.
Se a monte non vi aderisce tutta la produzione io posso cambiare il mondo consumando diversamente? No.

Quindi secondo te la filiera equo-solidale non è un’alternativa valida?

La filiera equo-solidale è una cosa carina a cui mi rivolgo anche volentieri, però sapendo che in buona parte, forse totalmente, non è in grado di cambiare i rapporti di dominio economico.

Nel libro facevi anche riferimento al boicottaggio, dicendo che non serve a niente…

Quando mai un boicottaggio ha funzionato veramente? Le parole d’ordine cambiano, i soggetti economici riescono a riciclarsi con grandi capacità e quindi sì il boicottaggio è una pratica da operare, ma lascia un po’ il tempo che trova.
Ti faccio un esempio: io sono un No TAV della prima ora ma io in questo momento in cui sto girando per presentare il libro devo prendere la TAV, perché non ho alternative. Come opero il mio boicottaggio quando i poteri economici in cui io sono una formica mi cambiano le carte in tavola? Oppure un’altra cosa che ci tenevo a dire nel libro, puoi pretendere che chi fa due o tre lavori e non ha neanche il tempo di respirare rincorra il contadino per fare la spesa? Oppure se alle 10 arriva e c’è la Coop aperta ci va?

E poi mentre sui boicottaggi nessuno ha fatto una piega, quando invece (nel 2013, ndr) i facchini si son messi di mezzo e hanno bloccato gli accessi della Granarolo o i magazzini della Coop, perché venivano costretti a condizioni di lavoro terribili, lì la reazione è stata crudele, un attacco diretto, una chiamata alle armi di tutti i poteri della Repubblica, dal Parlamento alla Polizia di Stato. Questo vuole dire che la cosa che ancora oggi riesce a mettere il bastone tra le ruote ai poteri forti è il conflitto col lavoro, da un lato è rivelatore, dall’altro permette di scardinare una narrativa sul tuo ruolo come consumatore, che non c’è.

Expo vuole, cito, “dare una risposta concreta a un’esigenza vitale: riuscire a garantire cibo sano, sicuro e sufficiente per tutti i popoli, nel rispetto del Pianeta e dei suoi equilibri”. E’ possibile nutrire il pianeta con il contributo delle multinazionali dell’agrobusiness?

Io credo che alle multinazionali interessi quella quota molto grossa di Paesi che si nutrono ancora con l’agricoltura di prossimità. Il 70% del pianeta si nutre di prodotti coltivati da contadini e per le multinazionali questo 70% è un pascolo da conquistare. Mi sembra che sia un’idea folle. Peraltro il controllo da parte di enormi aziende sulla riproducibilità dei semi è una cosa talmente drammatica che penso che fino a pochi decenni fa neanche la fantascienza avrebbe potuto immaginare una roba di questo tipo.

E che cosa pensi di chi sostiene la necessità delle coltivazioni OGM per contribuire alla lotta alla fame? Credi che l’Italia aprirà presto le porte a questo tipo di coltivazioni?

Credo che uno degli scopi di Expo sia proprio questo. Come dico nel libro, la cosa buffa è che Slow Food, che è dentro ad Expo, se n’è accorto benissimo di questo giochino e s’illude di avere il potere di condizionare.
Slow Food o Segrè hanno queste posizioni un po’ sfuggenti, quando gli si chiede degli OGM rispondono: “Noi non siamo contro la scienza”. Ho capito, però ci sono dei settori di sviluppo scientifico che forse non sono interessanti, non abbiamo bisogno di più cibo.
Le ricette per rallentare la sovrappopolazione mondiale sappiamo quali sono: prima di tutto la scolarizzazione femminile, si è visto ovunque. Dopodiché riducendo gli spazi per gli allevamenti e l’uso forsennato per il biofuel potremmo comunque nutrirci  a sufficienza.

Per non parlare degli sprechi…
Quello degli sprechi è un discorso che non ho affrontato ma che in realtà sta diventando anche quello un modo per giustificare le grosse aziende della distribuzione e colpevolizzare il consumatore. Segrè in tutti i suoi libri dice “lo spreco avviene nel frigorifero di casa”. È vero, lo spreco avviene a valle, ma perché i supermercati generano l’acquisto di formati e di prodotti in eccesso e quindi scaricano sull’ultimo anello questo aspetto qui. Per non dimenticare che spesso la gente spreca perché ha una vita impossibile: non riescono a ritagliarsi lo spazio per amministrare correttamente il cibo che comprano.

Il cibo sano, sostenibile e biologico sembra essere diventato il nuovo “caviale e champagne”, il cibo dei ricchi, il nuovo status symbol. E i poveri?

Sempre nel discorso che ci stanno preparando a spendere molto di più per il cibo, ma allo stesso tempo ci colpevolizzano perché spenderemmo troppo poco, che non è vero, c’è un grosso problema in vista perché con l’ingresso degli OGM in pieno nelle colture europee, si creerà un doppio binario: quello di chi potrà mangiare gli OGM-free e quello di chi mangerà tutto. Quindi, ben lungi dal combattere il problema della fame nel mondo, può creare un problema serio di nutrizione, di qualità, oltre a impoverire, com’è accaduto in India, i contadini che coltivano OGM. Questo è un problema grosso: dopo quella di apparente democraticità si va verso una fase in cui il cibo cambia nettamente rispetto alle possibilità economiche di chi lo mangia.

Hai detto più volte che a differenza di quello che dice Michele Serra in un suo famoso articolo non stiamo spendendo troppo poco per il cibo. Perché?
Perché come dice Gramsci le trasformazioni sociali generano l’abitudine. Non possiamo rimpiangere il momento in cui la gente non aveva nulla, aveva una vita ridotta al minimo e spendeva tutto per il cibo, perché non è che loro fossero più sostenibili, semplicemente avevano poco reddito e lo spendevano quasi tutto per quello. Adesso riavvolgere il nastro e dire che devi spendere di più per il cibo quando io sto spendendo molto di più per altre cose: i trasporti che prima non servivano o le telecomunicazioni… Non è che Michele Serra può dire che si può vivere senza smartphone, è lui che può vivere senza smartphone, una persona normale no. Se mi dai più reddito ragioniamo su come spenderlo, ma se invece me lo riduci, mentre ho il mutuo da pagare e le altre spese crescenti, tu non puoi chiedermi questo e soprattutto non puoi spacciarla come roba di sinistra.

eBay ha recentemente messo a punto una strategia per il commercio dell’agroalimentare made in Italy, che cosa pensi del e-commerce in campo alimentare?

L’e-commerce crea questa enorme filiera ricattabilissima di lavoratori della logistica che sono un po’ la classe operaia ipersfruttata di oggi, con nessuna garanzia. Se non cambiano i rapporti sociali non posso immaginare un e-commerce equo. Immaginerò un e-commerce equo il giorno in cui saprò che saranno retribuiti adeguatamente tutti i lavoratori della filiera.

E il piccolo produttore? Riuscirebbe a trarne vantaggio?
No. Con questo contesto di distribuzione del reddito questi soldi vanno tutti alla grande distribuzione organizzata.

A questo si ricollega il discorso sul caporalato, sulla necessità che esista lo sfruttamento dei braccianti per poter mantenere i prezzi bassi e fare in modo che il profitto sia tutto della grande distribuzione.

I caporali sono un po’ come gli scafisti, sono persone sicuramente con una quota loro di crudeltà personale, di voglia di approfittarsene, ma sono strumenti di un modello. Questo tipo di agricoltura in cui la grande distribuzione si mangia tutta la quota dei profitti non sarebbe possibile se non avesse in maniera reticolare qualcuno che comprime così tanto i braccianti da costringerli a lavorare per cifre di questo tipo.

Nell’ultimo capitolo parli dei volontari in Expo: critichi questa scelta o credi che il loro sia un ruolo necessario, un po’ come quello dei braccianti ipersfruttati dai caporali?

Al di là di qualcuno che è entusiasta di suo, non voglio fare lo speculare di Michele Serra e colpevolizzare qualcuno. Sono situazioni più grandi di noi in cui le persone si trovano, assolutamente. Non ritengo che sia una responsabilità loro, ritengo che chi ha più quote di potere avrebbe dovuto tenersi ben fuori da questi meccanismi. Poi ognuno di noi fa tutti i tentativi che può, per campare purtroppo un sacco di gente tenta solo di far curriculum, ormai ha rinunciato addirittura alle prospettive di un reddito e spera che questa roba faccia curriculum.

Scarica questo articolo in formato ebook (ePub o Kindle)Scarica questo articolo in formato ebook (ePub o Kindle)

Print Friendly, PDF & Email

Altri testi che potrebbero interessarti:

17 commenti su “Intervista a Wolf Bukowski: Eataly, Slow Food, Coop e la sinistra di facciata

  1. iL cibo “biologico” non è di per sé sano e sostenibile, questa è un’altra narrazione tossica. così come il cibo gm non è problematico di per sé. Ovviamente può essere usato per combattere la fame nel mondo, come no, è uno strumento. Dire che non è un settore scientifico interessante mi pare l’unico punto poco condivisibile.

    • Un attimo: che il cibo biologico sia di per sé “sano e sostenibile” non mi pare d’averlo detto. Basta pensare ai KM che percorre il biologico da import/export per capire che non lo è.
      Mentre che il cibo GM sia problematico in sé lo confermo e straconfermo. Non serve ed è segnato da un hybris vertiginosa (sì lo so che dicendo così mi attirerò critiche).
      Il discorso sulla fame nel mondo è la prima narrazione tossica: la fame nel mondo è dovuta all’accesso al cibo e non alla quantità di cibo; in subordine, ci fosse un problema di quantità, basta allevare meno e non gettare cibo nei motori.
      Se io ti dicessi che sto sperimentando una roba pericolosa per risolvere un probelma che non esiste tu mi diresti “ok”?
      Peraltro esiste anche una versione sx-compatibile di questa posizione, che suona tipo: “sì sugli OGM bisogna fare ricerca ma deve essere solo ricerca pubblica”
      Io respingo pure questa seconda ipotesi: la ricerca pubblica non è un oasi, ma è in continuo dialogo con la privata, e la privata ha i mezzi, e che mezzi!, per influenzarla e condizionarla.
      Sono temi tosti, ma dobbiamo trovare la forza di parlare di scienza e tecnologia in modo non del tutto subalterno.
      Mi fa piacere che sugli altri punti sei d’accordo…
      w

      • Harry Browne, «Contro la fame non serve più cibo» (PDF)
        Articolo apparso su (Nuova Rivista) Letteraria n.10, novembre 2014, numero monografico sul cibo.

      • Non lo imputavo a te :), l’ho letto nella domanda fatta a te, e lo riportavo come discorso che si sente in giro. Poi tu fai riferimento ai trasporti, che però riguardano qualsiasi coltivazione. Mentre io mi riferivo all’idea che l’agricoltura “biologica” è ammantata di “narrazioni” sulla sua qualità migliore intrinseca.

        Sulla fame nel mondo potrei essere d’accordo, tu ne fai un discorso di accesso al cibo e scelte alimentari (discorso enorme, perché al di là della questione della disuguaglianza economica, scelte alimentari diverse sono di là da venire). Ma questo della fame è comunque un argomento indiretto, che sia usato in supporto o in opposizione. Se mi dici che la fame nel mondo non è un problema che si risolve con gli ogm, questo non implica che vadano contrastati o che non bisogna produrre piante gm. Perché il punto è se sono buoni o no. Che è la stessa domanda che si fanno negli altri paesi, anche in quelli poveri. E ovviamente la ricerca pubblica non si giustifica con l’essere pubblica, ma bisogna comunque dimostrare che sia sbagliato farla. E l’argomento dell’influenza del settore privato insieme con quello sopra non sono buoni argomenti. Questa poi è forse è una questione un po’ a margine rispetto al tuo lavoro, e non mi metterò a fare il contraddittorio :), non sono uno scienziato, ti ho riportato solo letture diverse. Tu stesso dici che ti attirerai delle critiche, e poi vedrai tu che riflessioni ulteriori fare, insieme con altri.

        • Scusa però non ti seguo. La fame nel mondo è l’argomento principe per dire che ci vogliono gli ogm, non puoi dirmi che non conta. La ricerca non può essere e non è una roba platonica, astorica, che non possa essere giudicata socialmente e politicamente. Tutto il tuo ragionamento è minato da questo. Oppure dimmi che quella della fame nel mondo è una barzelletta – e lo sappiamo – ma che lo scopo vero è? Quale è?
          Secondo me è il sogno proibito e numinoso del capitalismo: rifare il mondo, produzione e ri-produzione, a propria immagine e somiglianza.
          se tu vuoi chiamarla curiosità scientifica beh, io la contrasto lo stesso

          • Non ti sto dicendo che non conta. Sono d’accordo con lo smontare quella narrazione. Ma il fatto che qualcuno usa quella narrazione per veicolare l’uso degli ogm, non implica che il loro uso sia sbagliato. la ricerca certo va giudicata come qualsiasi altra attività umana, per questo il mio unico appunto che ti ho fatto è sull’interesse scientifico in questione. Perché mi sembra che le tue critiche politiche e sociali siano viziate dall’anticapitalismo, e questo tiene in scacco il dibattito stesso, perché se altri utilizzano una narrazione tossica per i loro interessi, tu stai comunque opponendo una petizione di principio, che se è buona per tante cose, credo non lo sia per questo punto in questione della ricerca scientifica. Poi appunto non fossilizziamo la questione su pro o contro ogm, visto che come avete detto l’accento principale va posto su altre cose e non è un libro sugli ogm (il libro l’ho ordinato).

            • Sì ora capisco. La questione dell'”interesse” è forse una mia formulazione incompleta – io intendevo “non è interessante socialmente proseguire lungo quella strada/sperimentazione”. Questo volevo dire, e capisco il tuo appunto.
              Che poi l’anticapitalismo tenga in scacco alcunché, beh: magari! La verità è che addirittura il nostro immaginario è ostaggio del capitalismo. Fatichiamo a pensare un mondo che non sia quello scritto dal capitalismo. E così finiamo per discutere (mi sta capitando su twitter) se i contadini indiani si suicidino di più, o uguale a prima, dopo aver iniziato a coltivare GM.
              CHe poi uno si dà uno scossone e dice: ma davvero ha senso discutere di questo? Non abbiamo più un progetto che dica: “i contadini indiani non si devono suicidare per motivi economici e basta”, non ce l’abbiamo?
              E invece il punto è quello.
              Da quello ne discendono mille altri, certo, ma il punto è quello.

              • Basta osservare discorsi che girano per capire che è come scrive Bukowski. Quella dello strumento che può essere usato in modo buono è una trappola micidiale (fra l’altro di cui si è già fatta esperienza nella storia in altre occasioni…) esattamente per i motivi spiegati, la versione sx-compatibile purtroppo è dominante anche su un’ottima pagina fb (https://www.facebook.com/anarchistmemes.org?fref=ts). Nella foga di scagliarsi contro quell* che attaccano gli OGM dall’alto perché “poco sani” (che poi bisognerebbe vedere se non è vero ma poco importa il risultato finale, http://www.theecologist.org/News/news_analysis/2766504/there_is_no_scientific_consensus_on_gmo_safety.html) e armati della voglia di problematizzare ulteriormente spostando la discussione sui rapporti di forza si dimentica che le tecnologie possono avere contesti specifici non ripulibili. In questo caso quello che è stato ben spiegato: gli investimenti non sono infiniti neppure in the sims, bisogna fare scelte e farle consapevolmente. Lo scientismo è una brutta bestia e negli scorsi mesi sui social network abbiamo avuto un esempio eclatante, http://tetteperlascienza.com/post/101757169348/la-terra-coltivabile-non-e-infinita-la-resa-delle. E’ spuntata immediatamente fuori una valanga di persone pronta a bersi queste narrazioni (il blog ha “trattato” pure di nucleare, sperimentazione animale, etc). Non è curiosità scientifica come si è detto…

                Fine OGM.

                Per quanto riguarda invece le conseguenze su singoli soggetti. A volte sembra che ognuno sia a caccia della narrazione che lo redima senza rendersi conto della rilevanza delle pratiche che fino a lì l’hanno portato e soprattutto delle proprie limitatezze da superare o con cui convivere. A furia di “vota con i tuoi soldi” i risultati erano prevedibili e voluti. Sì tenta in tutti i modi di fare diventare il personale politico (che è fondamentale ma in tutt’altri termini, mai autoassolutori) e mai il politico personale. Come scrivi tu è sono i cambiamenti contestuali che hanno un ruolo fondamentale sulle pratiche del singolo, a una manifestazione antispecista ricordo una signora che si avvicinò ad un tavolino con delle persone che mangiavano bistecca dicendogli “state mangiando un cadavere”, non rendendosi conto che il concetto di cadavere si costruisce culturalmente non è già pronto.

                Ma tornando alle narrazioni tossiche. Slow Food già nel nome ha tutto. E’ la richiusura definitiva sul proprio orticello, in tutti i sensi. La ricerca di un’essenza mitica sia nel cambiamento sociale che nelle pratiche vitali. Un’illusione che vorrebbe imporre nelle teste che la soluzione è sempre semplice e a portata di mano. Viene anche usata come manganello ideologico contro chi critica la sostenibilità della produzione di carne in vasta scala, per fortuna si può rispondere http://freefromharm.org/agriculture-environment/can-animal-foods-be-sustainable/
                Purtroppo sul consumo di cibo si utilizzano strumenti già collaudati in altre sfere: manipolare i desideri, sottrarre strumenti critici, creare risposte senza vie di fuga, rimuovere il conflitto, isolare i soggetti etc Proprio oggi sulla mia timeline fioccavano i like per cose così… http://youmedia.fanpage.it/video/ab/VTqYU-SwGneNp1S1

                A proposito del frigorifero di casa e del rifiuto di colpevolizzare l’elemento finale di una lunga catena di decisioni e responsabilità. Recentemente ho girato, e non ancora montato, una piccola stupidaggine proprio su questo, tentando di fare raccontare alle persone la propria esperienza di consumo quotidiana alla luce dell’importanza dei contesti. Proprio l’elemento dei ritmi di vita/lavoro/studio impossibili è emerso con forza. Qualche immagine per dare l’idea, https://imgur.com/bjRQnVD,Ogppzku,cWFNlj9,enIDVmR,0Cg1OPj,8lbRIVy,uBvjdH0,AktVPfK,5IJhhCe,Nb3mvpa,VYW4rE9 , mi scuso se viene percepita dai WM come auto promozione (anche se non lo vuole essere!) :)

                P.S. Libro ordinato!

                • Sono molto curioso riguardo quella storia per immagini.E sono particolarmente soddisfatto che il mio timido tentativo di contrastare la retorica dominante “antispreco” non sia caduto nel vuoto, qui e altrove.
                  Ancora una volta (ma quasi solo per automatismo) va ripetuto che l’alternativa all’ antispreco-alla-Segrè o Caterpillar o simili non è lo spreco, ma anzi, la fine dello sfregio/spreco che i tempi di vita imposti dal capitalismo trionfante fanno della nostra vita…

                  sull’irredimibilità di certe tecnologie, poi, sono d’accordo…

  2. Tu dici “Se a monte non vi aderisce tutta la produzione io posso cambiare il mondo consumando diversamente? No.”, e siamo daccordo. Ma se a monte qualcuno prova a produrre in modo diverso, non è non solo positivo ma necessario che a valle qualcuno acquyisti i suoi prodotti in modo da permettergli di vivere di quello che fa, e magari ad allargarsi (come idea, non come ‘azienda’)?
    Poi ovvio che sono trasformazioni dai tempi lunghi, e quindi al capitalismo di oggi che ha orizzonte massimo 2-3 anni non fanno paura e quindi non reagisce, ma non sono daccordo che siano inutili

    • Sì ovviamente ci sono sfumature (che nel libro troverai). Aprire filiere in qualche misura emancipate è interessante, esemplare, prefigura l’alternativa e la rende più visibile e appetibile.
      ma l’ inversione tra mezzi e fini è sempre in agguato. E si finisce per confondere il dito che indica l ‘alternativa con la luna su cui quell’alternativa dovrebbe traghettarci.
      anche perché poi per andarci, al mercatino alternativo, ci tocca far benzina alla esso o prendere il bus privatizzato.
      Poi, lo dico ogni volta, sono il primo ad andarci, a quel mercatino

  3. Biologico era l’orto di mio nonno, nel 1950. Per necessità, mica per virtù. Così come, per necessità, faceva esperimenti di ingegneria genetica. Se fosse vivo, e sentisse parlare di agricoltura biologica gli verrebbe un coccolone: ma come, dopo settant’anni siete ancora qui? Con il rame, per di più, che lo sanno anche i bamba che il ciclo dell’azoto non riesce a smaltire. Le falde inquinate a 250 mt di profondità, e parlate di biologico…
    OGM: piante più basse, con radici più lunghe e più efficienti, più fruttifere e resistenti.
    Tutto negativo? Il biologico sfamava un pianeta popolato da 3 miliardi di persone. Prossimità o meno, sono cambiate le sementi e la resa per ettaro. Meno gente a zappare nei campi, più cereali e legumi in tavola, più mangime per gli allevamenti. Consumare meglio vuol dire consumare meno, poche palle. Chi comincia? Vai avanti tu, poi mi dici. Già, ma il PIL? Già. Il PIL

    Prodotti buoni puliti e giusti. Già? Ma giusti per chi? Il biologico ha minor resa per ettare, dunque costa di più. E viene coperto dai contributi statali. Dunque lo paghi 2 volte.
    Per me, di sinistra, è: vibo sano, buono, a buon prezzo, per tutti. Requisiti che tutti insieme non vedo nelle botteghe verdi sedicenti a km zero, nè nelle linee green farlocche di coop e carrefour, nè tampoco nei vari orti extraurbani che spingono primizie a domicilio (km tanti) con prezzi che sono accessibili ai soliti capienti, episodicamente pure all’ex middle class, ma a patto di rinunciare a quasi tutto il resto. Lasciamo stare eataly che sta al problema come miuccia prada alle famiglie che devono vestire prole in rapida crescita. Eataly è diventato parte del problema, doveva essere Caprotti a smascherare il bluff di un maneggione che 10 anni fa vendeva frigoriferi e oggi “pontifica sul food”.

    Pensieri alla rinfusa, mi scuso. Il tema esiziale, la materia immensa, troppi topoi in conflitto.
    Mi ritrovo in molte cose che dici, altre mi aprono nuovi interrogativi.

    Un’ultima cosa: sul cotone indiano si è molto disinformato. La realtà è che oggi l’80% del cotone coltivato in India è ogm. Il famoso cotone BT. E sono soprattutto i piccoli coltivatori ad aver sfruttato queste potenzialità. Prima l’India era al 20° posto, ora è al terzo. Ha superato pure gli Stati Uniti. Dubito che vogliano tornare indietro.

    • A me sembra che «OGM sì / OGM no» sia un modo di rendere astratta e quindi indecidibile (perché in balia di opposte petizioni di principio) una serie di questioni molto, molto concrete, che riguardano rapporti di proprietà, rapporti di classe, rapporti di forza.

      Io penso che il modo più sensato di porre la questione della fame e del cibo sia quello di Harry Browne nell’articolo linkato sopra. Perché i problemi sono:

      Chi controlla cosa a scapito di chi?
      Chi è proprietario di cosa escludendo chi?
      Chi registra il brevetto di cosa derubando chi?
      Chi impone cosa a chi?

      E questo *a prescindere* pressoché totalmente dalla questione (ripeto, astratta) se sia accettabile o inaccettabile la modificazione genetica industriale degli organismi.

      Se ci fosse un dibattito serio sulle vere questioni di fondo; se si demistificassero certe premesse farlocche sul problema della fame (Browne lo fa molto bene in alcune parti di «The Frontman»); se ci fosse un lavoro di educazione per rendere i termini del dibattito intelligibili ai più; se ci fossero un controllo democratico e un pubblico scrutinio delle decisioni prese in merito; se ci fosse tutto questo, non toccherebbe (fingere di) discutere lungo le linee predeterminate «OGM sì / OGM no», dove il dibattito viene soffocato sul nascere e non si va mai oltre le opposte petizioni di principio.

      In pratica, si continua a discutere della tecnologia come se fosse una forza autonoma, avulsa dai rapporti sociali.

      «Compagni, parliamo dei rapporti di proprietà!» – Bertolt Brecht, 1935.

      Detto questo, il libro di Wolf non è sugli OGM, ma su come molto di ciò che veniva proposto come soluzione sia diventato parte integrante e importante del problema. Eataly non è solo Eataly, quel modello sta per qualcosa di molto più grande. E il libro di Wolf è importante perché, come suol dirsi, “non guarda in faccia a nessuno”, e demistifica a tutto campo, smonta anche la retorica “bio”, e certe cazzate finto-nostalgiche sulla campagna tanto care ai borghesi di città e quant’altro.

    • Ricominciamo dal processo storico però. “meno gente sui campi, più cereali a tavola, più mangimi per allevamenti” sono parti di questo processo, hanno un davanti e un dietro e non possono essere buttati lì, giustapposti. E non tutto il biologico è fighetto, e non tutto è certificato, e sul discorso della resa per ettaro ci sono un bel po’ di mistificazioni.
      Ma qui il punto è, come dice più sotto WM1, in che dialettica si inseriscono questi elementi.Chi guadagna e chi perde dal brevetto dei semi.
      E non solo: chi si accolla i rischi sistemici. Se ecosistemi vanno allo sfascio il prezzo lo pagano sempre i più deboli socialmente (e i senza voce in assoluto, gli animali non-umani).
      Il fatto che non si possa tornare indietro una volta determinata la brevettabilità dei semi mi sembra un bell’argomento contro, però – non invece possibilista al modo in cui lo usi tu…

  4. L’intervista mi ha fatto venire in mente un articolo de Le Monde diplomatique di febbraio 2014, intitolato Evagélistes de Bruxelles dans les campagnes roumaines, del giornalista Pierre Souchon. Si racconta che alcuni “agenti d’europeizzazione” dell’Unione europea girano in Romania per diffondere il Programma nazionale di sviluppo rurale, che invita, a suon di filmati e finanziamenti, i contadini rumeni ad abbandonare l’agricoltura di sussistenza per lanciarsi sul mercato europeo. Si invogliano i piccoli produttori a diventare degli imprenditori di prodotti biologici, venduti in Europa occidentale, ma anche altrove nel mondo (Cile, per esempio). Chi non entra nel circuito dei finanziamenti europei, è impoverito. Ma questa nuova agricoltura rumena non riesce a soddisfare il fabbisogno rumeno perché troppo cara e fatta sostanzialmente per l’esportazione (mentre è più facile comprare in un supermercato di Bucarest prodotti provenienti dall’Europa occidentale, prodotti con finanziamenti europei più elevati…). Insomma, sono alcuni degli effetti della politica agraria europea.

    La mia impressione di “consumatore” è che il mercato del cibo si stia organizzando intorno a due fasce, di prezzo e di qualità. L’idea che si diffonde è che se si vuole mangiar bene, bisogna pagare, bisogna permettersi del buon cibo (biologico, garantito dalle varie etichette di qualità, di controllo e protezione). E intorno a questa idea si sviluppa anche un’estetica del cibo, che diventa in qualche modo elemento di distinzione sociale. Per chi non può permetterselo, c’è il “cibo”, tutto il resto del cibo, quello “normale”, non biologico, meno caro…

    Ma, come lo si spiega bene in questa intervista, questo è solo un aspetto del tema del cibo oggi, della sua centralità nei rapporti di produzione: un mercato mondiale (globalizzato, con zone del pianeta specializzate nella produzione mondiale di mangimi, multinazionali alla ricerca di nuove fette di mercato…), la ricerca di una manodopera sempre meno cara (il caporalato, ma anche situazioni legali, come nel caso delle coltivazioni di fragola in Andalusia o i contratti per stagionali in Francia), la logistica, l’ecologia, la popolazione mondiale, il consumismo, i ritmi di vita… Il tema del cibo è centrale ed è una questione pienamente politica.

    • Ti rispondo – ma c’è poco da rispondere, semmai solo da confermare quello che dici – con un passaggio de “la danza delle mozzarelle”:

      …si tratta di far ballare le mozzarelle allo stesso ritmo a cui balla il tavolo marxiano, se mi passate questa immagine da film della Pixar; e di usare quella danza per convincere i lavoratori (quelli che ancora possono permetterselo) di essere ancora consumatori. Si tratta insomma di persuaderli che:
      1)spendere più soldi per il cibo sia una conferma di non essere ancora scivolati troppo in basso; e che
      2)farlo sia anche buono, pulito e giusto e quindi possa restituire loro quella speranza nel futuro che più o meno oscuramente sentono venir meno.
      O più concisamente: il panem è il circenses.

  5. […] “…L’idea nasce da una parte per un mio interesse verso le questioni del cibo – soprattutto per i suoi aspetti politici, sociali ed economici – e dall’altra per delle ricerche che avevo fatto sulla politica italiana negli anni ’80. La vicenda di cui parlo nel libro si interseca con quelle della sinistra italiana nelle sue varie accezioni. E infatti racconto la storia del Manifesto, del Gambero Rosso e i rapporti che si costruiscono tra associazioni che nascono a sinistra come Slow Food, con aziende che hanno un rapporto con la sinistra istituzionale come le Coop e infine con Eataly che adesso è quasi identificata con la sinistra del governo. Vedevo che alcune loro scelte erano sempre più orientate verso il mercato e la mistificazione….” Continua su: Intervista a Wolf Bukowski: Eataly, Slow Food, Coop e la sinistra di facciata […]

Leave a Reply