Come si manipola la storia attraverso le immagini: il #GiornodelRicordo e i falsi fotografici sulle #foibe

di Piero Purini / Purich*
con la collaborazione del gruppo di lavoro «Nicoletta Bourbaki»

1. UN GIORNO A DANE, SLOVENIA, 31 LUGLIO 1942

Guardate questa foto:

La famigerata foto

Un plotone d’esecuzione in divisa, cinque fucilati di schiena che attendono la scarica.

Guardate quest’immagine:

Bastia Umbra, giorno del ricordo 2011

E quest’altra:

Signum

E questa ancora:

Fano

Ce ne sono molte altre simili nei manifesti che pubblicizzano iniziative per il Giorno del ricordo.

A questo punto vi sarete convinti: i fucilati, chiaramente, sono italiani che vengono uccisi dalle truppe jugoslave.

La foto viene messa in onda nella trasmissione Porta a porta condotta da Bruno Vespa per la giornata del ricordo del 2012. Ospiti in studio, tra gli altri, gli storici Raoul Pupo e Alessandra Kersevan.

Bruno Vespa difende l'indifendibile

In quella trasmissione però emerge, con enorme disappunto di Bruno Vespa, che la foto non mostra la fucilazione di vittime italiane da parte dei feroci partigiani titini. Tutt’altro. Alessandra Kersevan fa notare che la foto ritrae la fucilazione di cinque ostaggi sloveni da parte delle truppe italiane durante l’occupazione italiana della Slovenia (1941-1943). Bruno Vespa attacca furiosamente la signora Kersevan (non si sa perché altri ospiti vengono definiti professore o professoressa, titolo che spetterebbe di diritto anche a questa ricercatrice storica); Raoul Pupo interviene sulla questione solo quando viene interpellato direttamente dalla Kersevan e conferma che il contenuto dell’immagine è completamente opposto a quanto viene fatto passare nella trasmissione. Quando è costretto a prendere atto che la foto ritrae effettivamente ostaggi sloveni fucilati da un plotone d’esecuzione italiano, il conduttore si giustifica dicendo che l’immagine è tratta da un libro sloveno.

Bruno Vespa non porgerà mai le proprie scuse alla professoressa Kersevan per il madornale errore.

In effetti la fotografia è stata scattata nel villaggio di Dane, nella Loška Dolina, a sudest di Lubiana. Si sa anche il giorno in cui la foto fu scattata, il 31 luglio 1942, e addirittura i nomi dei fucilati:
Franc Žnidaršič
,
Janez Kranjc
,
Franc Škerbec
,
Feliks Žnidaršič
,
Edvard Škerbec
.

Come nella Wehrmacht e nelle SS, anche nell’esercito italiano si documentavano stragi e crimini, salvo tenerli nascosti negli anni successivi per confermare il (finto) cliché del «bono soldato italiano».

Il rullino di cui la fotografia faceva parte viene abbandonato dalle truppe italiane dopo l’8 settembre 1943 e finisce nelle mani dei partigiani. Nel maggio del 1946 la foto (insieme ad altro materiale che testimonia la Lotta di liberazione jugoslava ed i crimini di guerra italiani e tedeschi in Slovenia) viene pubblicata a Lubiana nel libro Mučeniška pot k svobodi («La travagliata strada verso la libertà»).
Nello stesso anno, sempre a Lubiana, viene pubblicato – stavolta in italiano  – un altro libro sullo stesso tema, Ventinove mesi di occupazione italiana nella provincia di Lubiana: considerazioni e documenti, a cura di Giuseppe Piemontese.

Da quest’ultimo libro è tratta questa pagina, che riporta la foto con la didascalia: «…e un ufficiale si diletta a fotografare…»

Foto con didascalia

…che è la continuazione del commento ad un foto pubblicata accanto: «Prima di venir fucilati devono scavarsi la fossa». Non è la stessa fucilazione ma sono gli stessi fucilatori, è un’esecuzione di ostaggi nella vicina Zavrh pri Cerknici, avvenuta quattro giorni prima.

Costretti a scavarsi la fossa

La stessa immagine però è passata sul Tg3 riferita alle vittime delle foibe:

Tg3

In un’altra pubblicazione – Tone Ferenc, La provincia “italiana” di Lubiana. Documenti 1941-1942, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, Udine 1994 – si trova la didascalia con tutte le informazioni necessarie a identificare la fucilazione di Dane:

toneferenc

Eppure non basta: si continuano a presentare i cinque ostaggi sloveni della foto come italiani vittime degli slavocomunisti.

In alcuni casi l’uso della foto nei manifesti della Giornata del ricordo scatena reazioni internazionali: a protestare contro il clamoroso errore (ammesso e non concesso che non si tratti di una bufala voluta) è addirittura il Ministero degli esteri sloveno che segnala al Comune di Bastia Umbra l’uso improprio della fonte. Altre volte lettere giungono da storici indipendenti come Alessandra Kersevan, Claudia Cernigoi e Sandi Volk. Le reazioni sono spesso di scuse (con la conseguente rimozione del materiale iconografico da siti on line), ma in alcuni casi – quali quella dell’assessore alla cultura di Bastia Umbra Rosella Aristei – si procede ad un’improbabile giustificazione dell’uso della foto come denuncia simbolica della violenza, esecrabile in tutte le sue varie forme.

La vicenda della foto di Dane ha il suo apice in una lettera di protesta spedita direttamente al presidente Napolitano da parte di Miro Mlinar, Presidente dell’Associazione dei combattenti per i valori della lotta di liberazione nazionale di Cerknica (Slovenia), offeso dal fatto che l’immagine fosse stata addirittura pubblicata impropriamente sul sito del Ministero degli interni italiano. Purtroppo non abbiamo lo screenshot del sito del Ministero, tuttavia la lettera di Mlinar è reperibile qui.
Il Presidente dell’Associazione dei combattenti slovena sostiene che è stata proprio la pubblicazione sul sito ufficiale italiano a giustificare in seguito l’uso scorretto della foto, facendola diventare uno strumento improprio per aizzare l’odio verso il popolo sloveno. Per questo suggerisce a Napolitano di spostare la data del Giorno del ricordo al 10 giugno, «data del vero inizio delle tragedie del popolo italiano.» A quanto mi risulta il primo presidente proveniente dal partito italiano che più aveva contribuito alla Resistenza non si è nemmeno degnato di rispondere a Mlinar.

Per la vicenda delle false attribuzioni della foto di Dane rimando a questo dossier  e ringrazio Ivan Serra e lo staff del sito diecifebbraio.info per la minuziosa ricostruzione della bufala e delle sue implicazioni internazionali.

In qualche modo, tuttavia, la vicenda dell’abuso della foto di Dane arriva fino ai media nazionali. Finalmente, pochi giorni fa, se ne occupa un articolo sull’Espresso, grazie ad un post pubblicato proprio qui su Giap:

L'Espresso

Si spera che con questo passaggio su un periodico a diffusione nazionale finalmente Franc Žnidaršič, Janez Kranjc, Franc Škerbec, Feliks Žnidaršič ed Edvard Škerbec possano avere la giustizia e la collocazione storica che si meritano.

2. FUCILATI MONTENEGRINI SPACCIATI PER «VITTIME DELLE FOIBE»

Le bufale legate alla giornata del ricordo non si limitano alla fucilazione degli ostaggi di Dane. Ecco qui un altro esempio:

Partigiani montenegrini spacciati per morti italiani

ed ancora un altro:

A fare il savutello si rischia la figurazza

Nell’intento di chi ha utilizzato queste foto, la prima rappresenterebbe un gruppo di italiani uccisi dai titini e la seconda un partigiano che prende a calci un povero prigioniero italiano.

Anche in questo caso invece la realtà è un’altra (già le divise dei due militari della seconda immagine non lasciano dubbi che si tratti di un soldato e di un ufficiale italiano): entrambe le foto fanno parte dello stesso rullino e documentano la fucilazione di ostaggi e partigiani in Montenegro, occupato dall’esercito italiano dall’aprile del 1941 all’8 settembre 1943. Ne esiste la sequenza completa (sul sito criminidiguerra.it ), qui le tratteremo una per una perché ogni fotogramma contiene particolari che smentiscono si tratti di italiani.

I prigionieri montenegrini sono presi a calci da un soldato italiano riconoscibile dalla divisa mentre vengono portati sul luogo della fucilazione:

calci

Poi i prigionieri sono schierati davanti al plotone d’esecuzione. Che non si tratti di italiani è intuibile dal copricapo del terzo e del quinto condannato da sinistra che indossano la tipica berretta montenegrina. Quattro ostaggi alzano il pugno chiuso, evidente testimonianza che – almeno quei quattro – sono partigiani comunisti. L’uomo al centro della foto, accanto a quello che mostra il pugno, indossa il berretto partigiano, la cosiddetta “titovka”.

ostaggipugnichiusi

Parte la scarica (italiana)…

Parte la scarica

Gli ostaggi sono morti. E’ la stessa foto che illustra la notizia del Giorno del ricordo a Cernobbio, ma ora sappiamo che sono vittime montenegrine degli italiani e non italiani vittime degli jugoslavi.

Ostaggi uccisi

L’ufficiale italiano, la cui mano si intravede in alto a sinistra, spara il colpo di grazia ai fucilati. Anche in questa foto c’è un particolare che conferma il fatto che le vittime non sono italiane: uno dei morti calza le tipiche babbucce serbo-montenegrine, le opanke.

Colpo di grazia

L’ultima foto del rullino:

ultimafotoostaggi

3. NUMERO D’INVENTARIO 8318

Altra foto che non rappresenta vittime delle foibe, ma che viene fatta passare come tale:

La follia titiana

Fin da subito di questa foto non mi hanno convinto diversi particolari: il paesaggio non è per nulla istriano o carsico, le divise non sembrano assolutamente divise “titine” o anche di partigiani non inquadrati in formazioni regolari, i cadaveri sono troppi e troppo “freschi” per essere stati estratti da una foiba. Nel caso in cui non si trattasse di vittime estratte da una foiba ma di un’esecuzione sommaria da parte degli jugoslavi, colpisce invece il fatto che i morti sembrano essere tutti maschi e che non ci sia tra loro nemmeno una persona in divisa (dal momento che, nella vulgata fascista e neofascista sulle foibe, nel 1943 sarebbero stati eliminati tutti coloro che potevano essere considerati funzionari dello Stato italiano, compresi dunque militari e pure donne).

Dopo innumerevoli supposizioni (Katyn? Stragi di ebrei nel Baltico?), grazie alla solerzia di un giapster, Tuco, troviamo l’originale. Si trova nell’archivio dell’Armata Popolare Jugoslava a Belgrado. Eccola:

Dal museo di Belgrado

Che si tratti di una stampa dal negativo è chiaro dalla pulizia e dalla definizione dell’immagine: in nessuno dei siti italiani che riportano la foto, questa è così nitida e i dettagli così visibili. Ma ciò che è più interessante è quel che c’è scritto dietro. Il sito, infatti, riporta anche il retro della foto, dove ogni archivio fotografico segnala le note e la descrizione relativa all’immagine.

Il retro della foto

La traduzione è la seguente: «Numero d’inventario 8318. Crimine degli italiani in Slovenia. Negativo siglato A-789/8. Originale: Museo dell’JNA a Belgrado»

Dunque non si tratta, nemmeno in questo caso, di vittime delle foibe, ma piuttosto del contrario: vittime slovene uccise dall’esercito italiano.

Ciò che è impressionante è la velocità con cui su internet un’immagine diventa virale (e dunque “vera”): cercando nel web il 10 febbraio alle otto di sera, quest’immagine – secondo le mie modeste conoscenze informatiche – appariva sette volte, tutte e sette associata al descrittore “foibe”. Due giorni dopo (giovedì 12 verso le 23.00) la foto era reperibile su ben 103 siti, a dimostrazione dell’incredibile potenza moltiplicativa di Internet, pur trattandosi di una bufala.

4. SI PARLA DEL «DRAMMA DEGLI INFOIBATI» E SI MOSTRA UN UFFICIALE DELLE SS MA FORSE LA STORIA E’ ANCORA PIU’ ASSURDA

Su internet si trova anche la seguente immagine:

Dal sito Ragusa Giovani

Immagine generalmente associata al massacro degli ufficiali polacchi a Katyn, alla liquidazione degli Shtetl in Polonia ed Ucraina, alle uccisioni delle foibe, addirittura ad esecuzioni da parte austro-ungarica di prigionieri catturati durante la disfatta di Caporetto nel 1917. Non ho trovato un archetipo, ma escludo tanto Katyn quanto le foibe in quanto non esistono testimonianze fotografiche delle esecuzioni ed in entrambi i casi non avrebbe avuto senso spogliare le vittime. L’attribuzione più plausibile mi sembra quella dell’eliminazione di prigionieri (russi?) in qualche villaggio dell’est o in un campo di concentramento, vista anche la divisa del boia, che sembra essere delle SS-Totenkopfverbände (Testa di morto), reparto adibito alla custodia dei campi nazisti.

Divisa SS

[N.d.R. Su questa foto, vedi la discussione qui sotto con intervento di Nicoletta Bourbaki.]

5. BRUNO VESPA CI RICASCA: I PARTIGIANI IMPICCATI A PREMARIACCO

Torniamo ora a Bruno Vespa. Oltre a non essersi mai scusato ufficialmente con Alessandra Kersevan per l’errore (?) dei fucilati di Dane, nella trasmissione dedicata alla Giornata del ricordo di quest’anno (2015), mentre sta parlando di «esecuzioni sommarie a Trieste», manda in onda questa foto:

Chiaramente lo spettatore ignaro viene indotto a pensare che si tratti di italiani impiccati dai partigiani titini. Invece non è così: come nel caso di Dane, Vespa mostra in un contesto un’immagine che è esattamente l’opposto. Si tratta infatti di partigiani friulani (più uno goriziano ed uno sloveno) impiccati a Premariacco in Friuli il 29 maggio del 1944. Anche i nomi delle vittime di questa strage sono conosciuti:
Sergio Buligan, 18 anni;
Luigi Cecutto, 19 anni;
Vinicio Comuzzo, 18 anni;
Angelo Del Degan, 18 anni;
Livio Domini, 18 anni;
Stefano Domini, 19 anni;
Alessio Feruglio, 19 anni;
Aniceto Feruglio, 17 anni;
Pietro Feruglio, 18 anni;
Ardo Martelossi, 19 anni;
Diego Mesaglio, 20 anni;
Mario Noacco, 20 anni;
Mario Paolini, 18 anni,
tutti di Feletto Umberto.
Inoltre:
Ezio Baldassi di San Giovanni al Natisone, 16 anni;
Guido Beltrame di Manzano, 60 anni;
Sergio Torossi di Corno di Rosazzo, 17 anni;
Antonio Ceccon di Dogna, 19 anni;
Luigi Cerno di Taipana, 21 anni;
Bruno Clocchiatti di Corno di Rosazzo, 17 anni;
Oreste Cotterli di Udine, 41 anni;
Agostino Fattorini di Reana del Rojale, 24 anni;
Dionisio Tauro di Chions, 41 anni;
Guerrino Zannier di Clauzetto, 25 anni;
Mario Pontarini o Pontoni;
Luigi Bon di Gorizia, 35 anni;
Jože Brunič di Novo Mesto.

Ecco la foto non deturpata dal logo della trasmissione di Vespa:

premariacco

Dal momento che in contemporanea ci fu un’esecuzione collettiva anche a San Giovanni al Natisone e non è perfettamente chiaro quali dei partigiani elencati sopra siano stati uccisi a Premariacco e quali a San Giovanni, pubblichiamo qui di seguito anche la foto dei caduti per la libertà di San Giovanni al Natisone, sperando in questo modo di evitare preventivamente che si insulti anche la loro memoria (anche considerando che l’Anpi di Udine, pochi giorni dopo la bufala di Bruno Vespa, ha tolto dal proprio sito foto e riferimenti ai martiri del 29 maggio. Speriamo si tratti di un caso.)
[N.d.R. Nei commenti a questo post viene spiegato l’arcano: «il sito dell’ANPI di Udine ha cambiato non solo server, ma anche piattaforma (da Drupal a WordPress); in ragione di ciò tutti i link interni devono essere editati a mano.»]

Caduti per la libertà di San Giovanni al Natisone

6. CHE C’ENTRA SREBRENICA CON LE FOIBE?

C’è poi l’articolo de «Il Piccolo» di Trieste che sarebbe esilarante se non trattasse di un argomento, anzi due, così macabro e doloroso.

I morti di Srebrenica spacciati per infoibati italiani

Il sottotitolo della foto reca la dicitura: «L’esumazione di una parte dei cadaveri rinvenuti in una foiba». Peccato che la foto sia a colori, gli esumatori indossino jeans e sia evidente come l’immagine sia di decenni più recente. Facendo una rapida ricerca su internet si trova l’originale: è una fossa comune nel villaggio di Kamenica in Bosnia, nel Cantone di Tuzla, in cui sono stati sepolti musulmani bosniaci dopo la deportazione da Srebrenica.

srebrenica

L’errore è così grossolano che il giornale nel giro di poche ore sostituisce la foto con questa (che si riferisce effettivamente al recupero di corpi dalla foiba di Vines, 1943):

Vines, 1943

7. LA «VERA STORIA» CON COPERTINA FALSA

Passiamo poi ad uno dei taroccamenti più evidenti dell’intera vicenda “foibe”, che richiama alcuni dei luoghi comuni più triti sulla bestialità dei partigiani, la sanguinarietà truculenta e la partecipazione delle partigiane (le terribili “drugarice”) alle azioni più violente. Si tratta della copertina del libro Una grande tragedia dimenticata. La vera storia delle foibe, di Giuseppina Mellace, edito da Newton Compton.

Il libro di Giuseppina Mellace

Nella copertina si vede un trio (ad occhio: un partigiano e due partigiane) nell’atto di sgozzare una vittima (presumibilmente un povero italiano). Anche qui però il taroccamento è palese. La foto originale infatti è questa:

cetnici

Anche in questo caso si assiste ad un totale ribaltamento del senso dell’immagine. I carnefici della foto infatti sono una Crna trojka (“Terzetto Nero”), unità četniche, cioè appartenenti all’esercito nazionalista serbo. Si trattava di una sorta di tribunale volante che aveva il compito di eliminare collaborazionisti dell’occupatore. Con l’evolversi della guerra e con l’avvicinamento di Draža Mihailović ai tedeschi, le Crne trojke si dedicarono sempre più all’esecuzione sommaria di partigiani comunisti, di simpatizzanti del movimento partigiano e dei loro familiari. Che si tratti di četnici e non di partigiani è facilmente deducibile dall’abbigliamento: anziché la bustina partigiana (la cosiddetta titovka, già citata nel caso dei fucilati montenegrini), gli individui fotografati sul libro della Mellace hanno in testa una šajkača, il tipico copricapo serbo, utilizzato dai nazionalisti serbi.

Qui di seguito la differenza tra una titovka (che peraltro è sempre ornata da una stella rossa) e una šajkača (che solitamente ha in fronte uno scudo con l’aquila serba, decisamente più grande, come si può notare dal copricapo del četniko in piedi al centro della foto).

copricapi

Il fatto poi che siano četnici esclude che le due persone in piedi siano donne: è noto che i nazionalisti serbi portavano i capelli lunghi alle spalle.

Inoltre che la vittima non sia un italiano è nuovamente intuibile dalle calzature, che sono – come nel caso di alcuni dei fucilati del Montenegro – opanke, cioè le babbucce tipiche della Serbia e del Montenegro.

8. MORTI NEI LAGER NAZISTI E FASCISTI SPACCIATI PER… INDOVINATE COSA?

Per taroccare le immagini relative alla Giornata del ricordo non si è disdegnato di utilizzare anche i campi di concentramento e sterminio nazisti.

Il Comune di Brisighella (ma a grandi linee mi pare che l’utilizzo della foto sia più diffuso) commemora le foibe con questa foto:Bergen Belsen

…che in realtà è una foto di cadaveri nel campo di Bergen-Belsen; mentre su alcuni siti e addirittura in un manifesto della Provincia di Foggia appare quest’altra foto di bambini in un campo nazista…

foggiataroccans

…spacciata – non si capisce bene in che modo – per una foto relativa alle foibe.

Sempre in tema di campi di concentramento ecco un’altra foto clamorosamente sbagliata:

Arbe / Rab

In realtà si tratta di un deportato croato nel campo di concentramento italiano dell’isola di Arbe.L’immagine è addirittura sulla copertina di un libro di Alessandra Kersevan:

Lager italiani

Ancora una volta le fotografie utilizzate per la Giornata del ricordo girano la verità storica di 180°, presentando le vittime come aguzzini e viceversa.

9. FRANCESI IN FUGA DA HITLER SPACCIATI PER ESULI ISTRIANI

Non basta, manca l’esodo. Ecco qui una foto che negli ultimi tempi ha girato parecchio su internet: una bambina e la sua famiglia scappano dall’occupazione jugoslava di una città istriana.

La foto usata dal PD

Ma ecco la sorpresa:

Fleeing Hitler

La didascalia dice: «Bambini fuggono dall’avanzata di Hitler nel 1940». Si tratta di una foto scattata nel giugno del 1940 quando le truppe del Reich invasero la Francia. Dunque sbagliata la collocazione (non Istria, ma Francia), sbagliato l’anno (non 1945-47, ma 1940), sbagliato l’invasore (non Tito, ma Hitler).

La foto si trova addirittura sulla copertina di questo libro di Hanna Diamond, storica e francesista, docente all’Università di Bath in Inghilterra, ma come ben si sa, raramente in Italia si prendono in considerazione gli studi stranieri…

Fleeing Hitler - il librp

10. BRIGANTI INFOIBATI

Appare su un sito la seguente foto di infoibati:

Briganti infoibati

Peccato che queste vittime delle foibe siano state uccise circa ottant’anni prima, e non dall’esercito jugoslavo, bensì da quello italiano. Infatti è una delle tante foto che le armate sabaude scattavano ai cadaveri dei briganti appena uccisi, nell’intento di dimostrare la semibestialità delle masse rurali meridionali, di documentarlo con scientificità lombrosiana e di assecondare il gusto morboso dell’epoca. Al di là dell’errore marchiano (ma ci siamo abituati) in questo caso è interessante vedere la genesi dell’errata attribuzione che dimostra la superficialità assoluta con cui molti scelgono la documentazione fotografica da allegare agli articoli. L’immagine, infatti, è evidentemente tratta da quest’altro sito, in cui appaiono tre foto di briganti uccisi, stigmatizzando il fatto che esista la Giornata del ricordo per gli infoibati, ma non per le vittime della lotta al brigantaggio.

11. DOVEROSE RIFLESSIONI

Colpisce il fatto che, mentre per le foibe manca una documentazione fotografica delle uccisioni e le immagini relative al recupero dei corpi sono abbastanza rare (il che potrebbe essere un ulteriore riscontro che le effettive uccisioni nelle cavità carsiche furono relativamente poche, nell’ordine di grandezza delle centinaia e non delle migliaia), immagini dell’esodo sono invece piuttosto diffuse, soprattutto di quello da Pola, ma in occasione della Giornata del ricordo non si disdegna di adoperarne di fasulle. Perché?
Una parte di responsabilità va sicuramente attribuita al fatto che spesso queste ricorrenze sono organizzate (o pubblicizzate graficamente) da persone senza una sufficiente preparazione storica, quando non del tutto estranee all’ambito. Mi pare possibile che le foto vengano selezionate in base all’impatto emotivo che possono suscitare su chi le guarda e dunque non si vada troppo per il sottile. La foto dell’esodo “francese” ha in primo piano un’adolescente dall’espressione spaventata, che sicuramente è un elemento di grande presa emotiva e ha l’effetto di rappresentare l’esodo istriano per quello che non è stato: una fuga disordinata da un invasore sanguinario (come invece lo fu quella dei profughi francesi dalla Wehrmacht) invece che un processo migratorio sviluppatosi nell’arco di un decennio abbondante, come i dati statistici permettono di rilevare.

Tuttavia ciò che colpisce di più è il fatto che la maggior parte dei falsi che siamo riusciti a smascherare presenti un totale ribaltamento del contenuto: sono foto che mostrano vittime slovene (o croate o partigiane) uccise dagli italiani, ma vengono presentate come l’opposto, italiani vittime delle violenze slavocomuniste.

Una spiegazione “tecnica” potrebbe essere quella che gli addetti al reperimento del materiale si siano limitati a digitare su Google qualcosa tipo “Jugoslavia”, “crimini” o “vittime” e “italiani” e senza accorgersi siano capitati in siti dove vengono documentate le violenze italiane in Jugoslavia: l’utilizzo di quelle immagini sarebbe dunque semplicemente un errore di superficialità. Se è vero che la cura nella corretta identificazione delle immagini fotografiche è significativamente inferiore a quella riservata ad altre tipologie documentali, nel caso delle immagini delle foibe questa pessima pratica sembra quasi essere la norma.

Non mi sento però di escludere che questa totale inversione sia invece dolosa: che si tratti di un atto volontario nato proprio per instillare on line confusione e il dubbio che le foto delle vittime della resistenza siano effettivamente tali (e rendere questo dubbio virale attraverso l’incredibile forza di replica di internet), o forse più semplicemente per provocare, offendere e screditare la memoria della Lotta di liberazione jugoslava.

Un altro aspetto che salta agli occhi ricercando in questo campo è la carenza di immagini testimonianti la repressione violenta degli italiani ad opera dell’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo, se confrontate alle foto esistenti di violenze italiane in Jugoslavia, decisamente più numerose e dettagliate. D’altra parte ciò è fisiologico: i popoli jugoslavi subirono un’invasione che provocò un numero enorme di vittime. La Jugoslavia ebbe un milione di morti su una popolazione di quindici milioni (cfr. John Keegan, Atlas of the Second World War); nella provincia di Lubiana vi furono 30.299 vittime su una popolazione totale di 336.300 abitanti (9% degli abitanti). Nella Venezia Giulia, invece, il numero delle vittime “italiane” dell’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo arriva a poche migliaia (contando anche coloro che morirono in prigionia di stenti e malnutrizione, cosa che accadeva anche nei campi di prigionia angloamericani), tra cui alcune centinaia di “infoibati”. Non lo dico io ma il rapporto della Commissione storica italo-slovena, che certo non si può accusare di “titoismo”.
A dispetto della risonanza mediatica che viene data alle foibe e alle vicende del confine orientale, si trattò di un episodio minore e periferico in quell’immane catastrofe che fu la seconda guerra mondiale.

L’attribuzione a sé da parte italiana di questo materiale iconografico potrebbe semplicemente mascherare la consapevolezza di non averne o di averne pochissimo e di volersi opportunisticamente appropriare di quello dell’avversario per colmare le proprie lacune, in un’epoca come quella odierna in cui le immagini contano di più dei concetti.

L’idea che alla base di questi errori vi sia un opportunismo di questo tipo viene in qualche modo confermata anche dall’analisi di chi sono gli autori. Se nel caso di singoli utenti di Facebook o di blogger che arricchiscono con immagini i propri commenti, l’errore in buona fede può sicuramente starci; nel caso di giornalisti, di grafici o di impiegati comunali che cercano materiale fotografico per la Giornata del ricordo l’errore mi sembra possibile, ma abbastanza più grave. Del tutto ingiustificabile invece risulta un’attribuzione sbagliata quando si tratta di media a diffusione nazionale e di opinion maker come Bruno Vespa, oppure di istituzioni pubbliche nazionali, come nel caso del sito del Ministero degli interni denunciato da Mlinar. Un ultimo caso in questo senso è stata la foto allegata ai tweet per il 10 febbraio di quest’anno della Camera dei deputati…

Il tweet della Camera dei Deputati

…e del presidente della Camera Laura Boldrini:

Il tweet di Laura Boldrini

L’originale di questa foto si trova alla Sezione storia della Biblioteca Nazionale e degli studi di Trieste (Narodna in študijska knjižnica – Odsek za zgodovino). A quanto ne so è stata pubblicata solo una volta, nel libro di Jože Pirjevec Foibe. Una storia d’Italia (Einaudi 2009). La foto completa è questa:

aidussina

Si noti la didascalia presente sotto la foto.

Non appena alcuni utenti segnalano via tweet la falsificazione, lo staff comunicazione di @montecitorio e @lauraboldrini si affretta a rimuovere la foto da twitter scusandosi per l’errore ma, considerando che quell’immagine è stata pubblicata solo ed esclusivamente con una didascalia che ne spiega con chiarezza il contesto, è difficile pensare che il suo utilizzo per raffigurare le foibe sia dovuto soltanto a un’ingenuità. Ciò che inquieta è che siano le stesse istituzioni dello Stato a prestarsi a questo gioco, ma dal momento che la Giornata del ricordo è diventata uno dei pilastri della creazione di una mitologia collettiva nazionale italiana e della memoria condivisa, non stupisce che il travisamento della realtà storica e delle immagini venga portato avanti anche ad alto livello politico.

Il materiale fotografico è documentazione storica. Dovrebbe essere utilizzato come tale, con rigore e consentendo a chi lo guarda di avere tutte le informazioni che gli permettano di utilizzarlo al meglio: che cosa mostra la foto, dove è stata scattata, quando, da chi, dov’è conservata. Dovrebbe essere uno strumento per capire meglio gli avvenimenti storici, per poter comprendere gli eventi non solo attraverso la lettura, il racconto e la riflessione, ma anche attraverso la vista. L’utilizzo che invece si è fatto del materiale fotografico che abbiamo preso in esame è l’opposto di questo. Le immagini sono state utilizzate (e manipolate) per colpire le emozioni e non la ragione, sono state usate come santini della vittima di turno, come oggetti devozionali, reliquie con le quali esprimere e consolidare la propria fede, sono state manipolate per dimostrare l’esatto opposto di ciò che rappresentano. E, come buona parte delle reliquie, si sono dimostrate false.

A noi il compito di resistere, continuando a segnalare le manipolazioni della storia e a contrastare l’omologazione e il pensiero unico.

___
* Piero Purini (Trieste, 1968) si è laureato in storia contemporanea all’Università di Trieste sotto la guida del prof. Jože Pirjevec. Ha poi frequentato corsi di perfezionamento post laurea presso l’Università di Lubiana e quindi ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università di Klagenfurt sotto la guida del prof. Karl Stuhlpfarrer. Si occupa principalmente di movimenti migratori, di spostamenti di popolazione e di questioni legate all’identità e all’appartenenza nazionale: il fatto di aver studiato in Italia, Slovenia ed Austria gli ha permesso di analizzare la storia di una regione etnicamente complessa come la Venezia Giulia in una prospettiva più internazionale ed europea. È autore dei libri Trieste 1954-1963. Dal Governo Militare Alleato alla Regione Friuli-Venezia Giulia (Trieste, Circolo per gli studi sociali Virgil Šček – Krožek za družbena vprašanja Virgil Šček, 1995) e Metamorfosi etniche. 
I cambiamenti di popolazione a Trieste, Gorizia, Fiume e in Istria. 1914-1975 (KappaVu, Udine 2010; nuova edizione: 2014). Per Giap ha scritto il saggio Quello che Cristicchi dimentica.  Magazzino 18, gli «italiani brava gente» e le vere larghe intese (febbraio 2014). Affianca all’attività di storico anche quella di musicista.

Nicoletta Bourbaki è l’eteronimo usato da un gruppo di inchiesta su Wikipedia e le manipolazioni storiche in rete, formatosi nel 2012 durante una discussione su Giap. Con questa scelta, il gruppo omaggia Nicolas Bourbaki, collettivo di matematici attivo in Francia dal 1935 al 1983.

Scarica questo articolo in formato ebook (ePub o Kindle)Scarica questo articolo in formato ebook (ePub o Kindle)

Print Friendly, PDF & Email

Altri testi che potrebbero interessarti:

52 commenti su “Come si manipola la storia attraverso le immagini: il #GiornodelRicordo e i falsi fotografici sulle #foibe

  1. Ricordiamo che usando il bottone «Print» (subito sotto il post, sulla destra) si può anche salvare questo post in PDF.

  2. Letto tutto d’un fiato! Durante l’orario di lavoro…ho rovinato alt-tab a furia di nascondere lo schermo dagli altri.
    Mi piacerebbe che fosse adottato come testo scolastico. Al di là della realtà storica che si tratta, è molto importate anche l’idea che passa:spetta a noi ricercare la verità e non adattarsi a dei preconcetti creati apposta per essere venduti.
    Siete grandi.

  3. La manipolazione dolosa e/o colposa delle foto riporta alla mente una strategia attuata dal ’45 circa, quando la Jugoslavia pretese la consegna dei criminali di guerra italiani.
    In questo post riporto documenti ufficiali dell’epoca ove emerge «che il mettere in luce le atrocità commesse dagli jugoslavi nei confronti degli italiani è uno degli scopi cui tendiamo perché in questo modo possano crearsi le premesse necessarie per rifiutare la consegna di italiani alla Jugoslavia». Ed è quello che è accaduto con una raccolta meticolosa di materiale, spesso falso,falsato, spesso senza prove di chi abbia commesso cosa e quando, accompagnato dalla propaganda mediatica e politica. Si doveva fare di tutta l’erba un fascio per dimostrare quanto gli jugoslavi fossero cattivi, quanto il comunismo fosse pericoloso, quanto i partigiani fossero pericolosi e cattivi. Poi la propaganda foibe è stata usata per la questione dei confini, ed oggi continua perché il “ritorno” in quelle terre è sempre voluto da qualcuno che conta all’interno del sistema. Il fatto che ciò avvenga attraverso menzogna, falsificazione, strumentalizzazione della morte, porcherie senza fine è la conferma che la pratica confine orientale non è chiusa come qualcuno vorrebbe fare intendere, ricorrendo spesso al concetto di folklore (e ‘sto cazzo di folklore, fascismo è folklore, razzismo è folklore, bah!) e la memoria condivisa è il vaso nazionalistico chiamato a contenere tutta questa menzogna in chiave anticomunista, antijugoslava.
    Non capisco, invece, come mai siano sparite sul sito dell’anpi come linkato sia l’informativa che la foto in merito agli impiccati di Premariacco e di San Giovanni al Natisone. Beh comunque quella foto è disponibile sul sito di quelli della Osoppo
    P.S. Ottimo, veramente ottimo post!

  4. […] Come si manipola la storia attraverso le immagini: analisi delle foto presuntamente riferite alle foibe usate nel Giorno del Ricordo: da Giap, qui. […]

  5. Girovagando in rete, mi sono imbattuto nell’ennesimo falso. Gli uomini ritratti nella foto dovrebbero essere, presumibilmente, profughi istriani nel dopoguerra…

    Invece sono sloveni internati nel campo di Gonars nel 1942, in seguito ai rastrellamenti di civili effettuati dall’ Esercito Italiano nella “provincia di Lubiana”. Infatti la foto si trova nel libro di Capogreco I campi del duce, Einaudi (2004).

    Visto che ho in mano il libro di Capogreco, ne approfitto per riportare alcuni dati: nel campo di concentramento di Gonars, nel corso di 16 mesi, furono rinchiusi fino a un massimo di 6400 internati, con una media di presenze intorno alle 4000 unità. A Gonars, a causa delle pessime condizioni sanitarie e della scarsità dell’alimentazione, morirono almeno 500 prigionieri. Qua sono elencati i nomi.

    • 1) la “ricaduta” di Vespa non è per nulla casuale. Infatti, rispetto ai fucilati di Dane, non solo la foto era falsa, ma anche la giustificazione. Il libro che Vespa ha citato – il libro di un austrotedesco contro gli “slavocomunisti” (di cui ora mi sfugge il titolo) – infatti non si occupa affatto dei crimini italiani in Slovenia o di foibe, e, soprattutto, NON CONTIENE QUELLA FOTO! Quindi Vespa mente al quadrato! E non posso credere lo faccia per dabbenaggine.

      2) per Marco Barone – se ti leggi “Italiani senza onore” di Di Sante e “ L’OCCUPAZIONE ITALIANA DEI BALCANI.CRIMINI DI GUERRA E MITO DELLA “BRAVA GENTE” 1940-1943” di Davide Conti rilevi che in realtà l’esercito iniziò a raccogliere un “controdossier” sui “crimini” jugoslavi già nel ’44, appena venuto a sapere che gli jugoslavi stavano preparando i dossier sui criminali di guerra italiani, in buona parte ufficiali dell’esercito italiano. E lo fece l’esercito “badogliano”. Da li derivano – direttamente – tutte le palle che vengono raccontate ancora oggi.

      • In realtà Vespa dice che il libro è stato scritto da uno sloveno, un certo Utmar Mori, nome che mi sembra decisamente poco plausibile per uno sloveno (al 49° minuto circa della trasmissione linkata sopra).

  6. Se dopo questo post di Purini/Bourbaki avete l’impressione che qualcosa non torni nella narrazione sulle #foibe imperversante nei media, consigliamo la lettura di:

    FOIBE O ESODO? 24 FAQ PER IL «GIORNO DEL RICORDO» – di Lorenzo Filipaz

    Dopodiché, avrete gli elementi per capire la portata delle distorsioni e manipolazioni compiute sulla Wikipedia in lingua italiana, raccontate in:

    WIKIPEDIA E LA STORIA DETURPATA: IL CASO PRESBITE – di Nicoletta Bourbaki

    E anche quale operazione ideologica sia stata fatta per il tramite di Cristicchi e del suo spettacolo Magazzino 18, come spiegato in:

    QUELLO CHE CRISTICCHI DIMENTICA. MAGAZZINO 18, GLI «ITALIANI BRAVA GENTE» E LE VERE LARGHE INTESE – di Piero Purini

    Più in generale, si tratta di capire quale velenosa funzione abbia avuto e continui ad avere il vittimismo nella formazione e nel mantenimento dell’ideologia nazionale italiana. Primi elementi di riflessione su questo li trovate in:

    TERRORISMO, MIGRANTI, FOIBE, MARO’… APPUNTI SUL VITTIMISMO ITALIANO – di Wu Ming 1

    NOTA BENE: tutti questi testi sono disponibili in ePub, in formato Mobi per Kindle, in versione ottimizzata per la stampa e in PDF. I link sono subito sotto i post: quello per l’ePub a sinistra, quello per stampa/PDF a destra.

  7. A proposito della foto dei cinque fucilati di Dane: ormai quella foto è diventata un’icona pop del “giorno del ricordo”

    http://web.archive.org/web/20150223082841/http://www.artinmovimento.com/il-10-febbraio-giorno-del-ricordo-delle-vittime-delle-foibe/

    E’ un esempio perfetto di quella che Nicoletta Bourbaki ha definito moda irredento-chic.

    • Questi di artinmovimento però sono proprio …. non saprei che dire. Hanno ripreso un dipinto di una pittrice di cui non ricordo il nome per una mostra sper il 10 febbraio realizzata dall’….. ANPI di Cervia (con Comune ecc..) alla quale è stato segnalato il fatot che quella foto è usata in maniera falsa, con successive scuse e arrampicate sugli specchi varie. E questi la ripropongono tale e quale. Una cosa interessante sarebbero le risposte di enti e istituzioni a cui sono stati segnalati questo e altri usi “inpropri” di foto ecc. Ne verrebbe fuori di tutto, ma veramente di tutto.

  8. Ecco qua un’altra delle foto della sequenza della fucilazione in Montenegro spacciata per “foto delle foibe”:

    http://web.archive.org/web/20150313191821/http://www.ecplanet.com/node/4571

  9. […] Un post assolutamente imperdibile (di Piero Purini, storico) sulla falsificazione della memoria collettiva sulle foibe attraverso la manipolazione e riattribuzione delle immagini, tra semplici sviste, sospetta malafede e plateali menzogne (in cui incappano anche Bruno Vespa e la Boldrini, tra gli altri). Veramente incredibile. […]

  10. Ancora un falso: la foto in questo “dossier” da confrontare con questa

  11. Complimenti! È un vero piacere leggere cose serie, fatte bene e soprattutto vere. Due notarelle, non come critica, ma come contributo: nel gruppo di fucilati del Montenegro, dei quattro che si vedono salutare col pugno, due poggiano il pugno sulla tempia. Si potrebbe trattare di due reduci comunisti della guerra di Spagna.
    Per quanto riguarda i quattro fucilati dai piemontesi credo che non sia giusto definirli “briganti”, nome dispregiativo dato loro dai sabaudi. Semmai sarebbe giusto chiamarli “lealisti”, anche perché in gran parte si trattava di ufficiali, sottufficiali e semplice truppa dell’esercito del Regno delle due Sicilie che non cambiarono casacca, facendo il loro dovere, a modo loro, fino in fondo; un po’ come i partigiani…

    • So per certo che il saluto con il pugno alla tempia era un saluto che si usava anche nell’esercito partigiano jugoslavo (tra l’altro è documentato anche in film come “La battaglia della Neretva” e “Sutjeska”). Può effettivamente darsi che il saluto sia passato agli jugoslavi dai reduci della guerra di Spagna, ma non necessariamente solo chi aveva combattuto per i Repubblicani spagnoli usava questo gesto.
      Quanto ai “briganti” lungi da me usare il termine con intento denigratorio: credo anzi che la “lotta al brigantaggio” sia stata la prima guerra coloniale dei Savoia e che una parte dei briganti abbiano lottato con motivazioni sociali non molto lontane da quelle dei partigiani di ottant’anni dopo.
      Ho invece i miei dubbi che i “briganti” fossero tutti lealisti: per quanto ne so (non sono un esperto in materia) ci furono sì ex ufficiali borbonici, ma anche braccianti delusi dalle promesse mai mantenute di riforma agraria, contadini soffocati dalle tasse, giovani che sfuggivano alla leva e pure banditi comuni. Interessante è anche la partecipazione femminile a questo fenomeno: ho letto di giovani donne che erano state costrette a sposarsi con matrimoni combinati che si unirono alla lotta antisavoiarda per sfuggire all’oppressione della vita familiare.

  12. per quanto riguarda la foto inserita nel paragrafo 4, io non conosco la lingua russa ma mi sembra di capire che – in modo curiosamente analogo a quello descritto da piero – l’immagine è stata impropriamente utilizzata da ‘novaya gazeta’. sempre che non abbia frainteso il significato delle discussioni che ho rinvenuto su internet a proposito di questa foto, dovrebbe trattarsi di un’esecuzione avvenuta a katyn.
    riporto il link alla pagina, tra quelle che ho trovato, che più mi sembra aver approfondito la questione:
    http://varjag-2007.livejournal.com/1444635.html
    dove è riportata anche la presunta fonte originale:
    http://ic.pics.livejournal.com/varjag_2007/14087589/48525/48525_original.jpg
    questa è invece una scansione dell’articolo pubblicato da ‘novaya gazeta’:
    http://rymin.users.photofile.ru/photo/rymin/2786520/xlarge/88319818.gif

    mi scuso in anticipo, nel caso abbia frainteso il significato della vicenda – non conoscendo la lingua.

    • Ti sbagli, è una foto che dovrebbe riguardare (viste le vicende nostrane sottolineo DOVREBBE, anche perché la divisa di quello che spara mi pare strana per un sovietico) le esecuzioni avvenute nel 1938-39 dalle parti di Voronež, attuale Federazione Russa.

      • perciò ho usato il condizionale e ho parlato di ‘presunta’ foto originale. nel frattempo ho approfondito la ricerca, con l’aiuto di un amico che conosce il russo, e la foto è davvero un jolly per qualsiasi vicenda scabrosa, da katyn alle persecuzioni sovietiche contro gli omosessuali, da voronež all’ipotesi di una foto ‘in posa’.
        un esempio qui:
        http://www.dal.by/news/174/07-11-12-8/

        • questa foto è proprio il jolly, valida per tutte le stagioni. Secondo me però la divisa è proprio quella delle SS testa di morto.
          L’unica cosa certa è che non c’entra nulla con le foibe.

        • In effetti l’ipotesi della foto in posa è plausibile. Sul sito dell’ Holocaust Education & Archive Research Team, nella sezione dedicata all’occupazione della Polonia da parte di tedeschi e sovietici, la foto viene presentata come ricostruzione (reenactment) delle esecuzioni di Katyn effettuate dai sovietici. La divisa dell’ufficiale quindi potrebbe non essere tedesca, ma sovietica, forse dell’ NKVD – in bianco e nero e di spalle difficilmente distinguibile da una delle SS. Si era escluso in prima istanza Katyn per la nota assenza di documentazione fotografica di quelle esecuzioni. L’enigma verrebbe sciolto proprio dal fatto che si tratta di una ricostruzione, tesi corroborata anche dalla mancanza di fonti certe sulla foto e dai dettagli dell’immagine (divisa di difficile attribuzione, aspetto “pasciuto” delle vittime, persino indumenti intimi che paiono elasticizzati…)

  13. Ma quali sono le ricadute pratiche del continuo lavoro di mistificazione e di rimozione dei crimini di guerra italiani in Jugoslavia, che ormai è diventato la cifra delle celebrazioni del “Giorno del Ricordo”?

    E’ presto detto. Ad esempio questa:

    Un ufficiale repubblichino collaborazionista dei nazisti (Paride Mori), caduto in combattimento contro i partigiani nel 1944, viene onorato dalla Presidenza del Consiglio quale “martire delle foibe”, chez la Presidente della Camera, Laura Boldrini.

    E non si tratta di un caso isolato. Qua sono elencati altri cinque casi di criminali di guerra italiani, che hanno ricevuto l’onorificenza da parte dello Stato quali “martiri delle foibe”.

    Particolarmente interessante il caso di Vincenzo Serrentino. Fu l’ultimo prefetto di Zara sotto l’occupazione nazista nel 1943-’44. Ma non basta. Nell’autunno del 1941 Serrentino fu membro del “Tribunale Straordinario della Dalmazia”(*). Questo tribunale doveva essere mobile, ovvero libero di spostarsi nei vari luoghi dove occorreva processare dei sospetti ribelli, in modo da svolgere i procedimenti giudiziari ed emettere le sentenze in tempi brevissimi.
    Un precedente lo si può trovare nel corso della campagna di riconquista della Cirenaica una decina di anni prima. Lo stesso gen. Graziani ricordava come “la Giustizia scende dal cielo”, quando atterrava l’aereo che trasportava il tribunale volante pronto a giudicare sommariamente i cittadini libici colpevoli di non accettare l’occupazione italiana.
    Serrentino come membro del tribunale fu corresponsabile di decine di fucilazioni di civili sospettati di fornire supporto alla guerriglia, condannati a morte in processi lampo che avevano l’unico scopo di terrorizzare la popolazione civile. Per questo motivo fu considerato dagli jugoslavi un criminale di guerra, e la stessa commissione d’inchiesta italiana nel 1946 lo inserì tra i presunti criminali di guerra. Serrentino fu catturato, processato e giustiziato in jugoslavia nel 1947. Nel 2007 Napolitano gli ha conferito l’onorificenza quale “martire delle foibe”.

    (*) Dal novembre del ’41 il tribunale divenne “Tribunale Speciale della Dalmazia” e rimase in funzione fino all’8 settembre del ’43. Le condanne a morte emesse dal tribunale furono in tutto più di 500. Migliaia furono inoltre i civili deportati nei campi di concentramento italiani. Si veda ad esempio qua, a pag. 190-91. Questa foto documenta la fucilazione di Rade Končar, segretario del Partito Comunista Croato, avvenuta il 22 maggio 1942 in seguito alla condanna emessa dal Tribunale Speciale della Dalmazia.

    • Di casi simili a quello di Mori ce n’è a bizzeffe tra coloro che sono stati insigniti del riconoscimento ufficiale nel Giorno del Ricordo. Limitandoci a coloro che sono morti tra il novembre 1943 e l’aprile 1945 (quindi non vittime della resa dei conti subito dopo l’8 settembre e subito dopo la fine della guerra, ma durante la guerra) troviamo questi casi:
      Abriani Gerolamo, caduto 15/9/1944 come appartenente alla 5^ Legione MDT ferroviaria;
      Alessio Ferdinando, milite della MDT, caduto lungo la linea ferroviaria Opicina – Prosecco il 28/2/1945;
      Antonini Antonino, che alcuni definiscono ex squadrista e componente la 41^ Brigata Nera di Trieste, catturato e soppresso dai partigiani ad Umago il 13/11/1944;
      Borroni Antonio, descritto da Papo quale milite della MDT, ex volontario fascista nella guerra di Spagna, volontario in Montenegro, ucciso in Istria il 29/9/1944;
      Brunetti Antonio, milite MDT, ucciso il 27/5/1944 presso Matulje (Mattuglie);
      Cantarutti Edoardo, sottufficiale dell’Esercito della RSI, soppresso dai partigiani a Gorizia il 7/11/1943;
      Chersicla Luigi, sergente della MDT, scomparso l’8/7/1944 a Grisignana;
      D’Aliberti Carmelo, Guardia di Finanza, catturato e probabilmente ucciso a Sicciolie il 3/8/1944;
      Del Bigallo Giuliano, vice brigadiere di PS alla Questura di Gorizia, morto il 1/2/1944 in conseguenza delle ferite riportate in un attacco di partigiani;
      Del Negro Oliviero, membro della Guardia Civica (formazione collaborazionista triestina) caduto durante un attacco partigiano ad Opicina nel dicembre del 1944;
      De Pierro Angelo, caporale della MDT, ucciso il 13/9/1944 a Gorizia;
      D’Ambrosi Antonio, milite della MDT, ucciso nel giugno 1944 in Valdarsia in Istria;
      Englaro Gastone, ex carabiniere (i nazisti sciolsero l’Arma il 7 ottobre 1943 e nella Venezia Giulia molti dei suoi componenti passarono nelle file della MDT) scomparso il 12/2/1944 a Muggia;
      Ferrara Salvatore, Guardia di Finanza, scomparso nell’attacco dei partigiani alla postazione di Matteria (Materija) il 13/1/1944 (tale postazione collaborava attivamente con i nazisti nella lotta antipartigiana, negli arresti, nei rastrellamenti…);
      Fiorentini Giovanni, componente l’11^ Legione Camicie Nere, fucilato il 29.10.1943 a Babin Potok (Croazia);
      Galante Giuseppe, milite MDT, scomparso nel settembre 1944;
      Ghersa Giulio, milite MDT, caduto nell’aprile 1944 durante un attacco partigiano in Istria;
      Ghersi Michelangelo, milite MDT, ucciso in casa a Laurana il 24/11/1944;
      Lacchiana Giovanni, milite delle Camicie Nere, caduto il 25/10/1944 a Ogulin (Croazia);
      Lottici Arnaldo, Guardia di Finanza, scomparso il 2/2/1944 durante un attacco partigiano alla caserma di Sicciolie;
      Lubiana Ettore, milite MDT, caduto durante un attacco di partigiani a una colonna nazifascista presso Rifembergo (Branik) il 2/2/1944;
      Meazzi Angelo, ex carabiniere, in servizio alla postazione di Gabrovizza a Trieste (probabilmente della MDT), scomparso il 24.2.1944;
      Musco Giuseppe, membro della formazione “Mazza di ferro” della MDT, ucciso nel 1944 a Montona;
      Olmo Giuseppe, Guardia di Finanza, scomparso nell’attacco dei partigiani alla postazione di Matteria il 13/1/1944;
      Porru Silvio, Guardia di Finanza, scomparso nell’attacco dei partigiani alla postazione di Matteria il 13/1/1944;
      Querincis Ottavio, componente del collaborazionista Battaglione Alpini “Tagliamento”, scomparso il 22/4/1944 presso Duttogliano (Dutovlje);
      Ricci Lucchi Serafino, Guardia di Finanza, disperso nel corso di uno scontro con i partigiani nei pressi di Divaccia (Divača);
      Sangrigoli Mariano, milite MDT, scomparso il 14/4/1945 a Lanischie (Lanišče);
      Stossich Libero, milite MDT, ucciso il 28/4/1945 presso Umago;
      Summa Donato, milite MDT, caduto il 14.1.1944 presso Senosecchia (Senožeče);
      Valoppi Michele, milite MDT, caduto il 13/10/1944 presso Sedegliano (UD);
      Verdelago Ervino, segretario del Partito Fascista Repubblicano di Tomadio (Tomaj), ucciso a Trieste il 26/2/1944.

      E poi c’è un sacco di gente che non si capisce cosa c’entri (perché non è chiaro da chi sarebbe stata uccisa o perché non c’entra nel contesto – morti nel ’44 in Montenegro e simili) con i casi più incredibili che sono quelli di Antonio Ruffini, insignito del riconoscimento di “infoibato” ma in realtà caduto da partigiano a Grgarske Ravne in Slovenia a fine marzo del 1944 e di Fortunato Matiussi, per il quale hanno avuto la faccia tosta di dare la seguente motivazione ufficiale “residente a Pisino, fu lì fucilato il 4 ottobre dalle truppe tedesche per rappresaglia sulla popolazione a seguito della precedente occupazione titina”. Quindi, fucilato dai nazisti, ma colpa dei titini! Una bella letterina riguardo al caso Mori e alle responsabilità della cosa la trovate qui (http://www.diecifebbraio.info/2015/03/odprto-pismo-urednistvo-primorskega-dnevnika/), mentre l’elenco parziale dei nominativi alla cui memoria sono stati attribuiti i riconoscimenti (con alcuni dati tratti da vari elenchi di infoibati) sta qui (http://www.diecifebbraio.info/wp-content/uploads/2014/03/Premiati-marzo-2014.pdf).

      • Mi scuso, MDT sta per Milizia Difesa Territoriale, formazione collaborazionista fascista italiana. E’ un po l’equivalente della Guardia Nazionale Repubblicana, solo che i nazi, che governavano in prima persona la Zona d’Operazioni Litorale Adriatico, non permisero ai fascisti nemmeno di dare alle loro formazioni i nomi che avevano nella RSI, perché quel territorio di fatto non era parte della RSI. Poterono avere i nomi che avevano nella RSI solo le formazioni del partito fascista, come le Brigate Nere, ma non quelle dello stato fascista.

  14. La foto dal libro di Pirjevec, usata dallo staff di Montecitorio per il 10 febbraio 2015, era stata già usata nel febbraio 2014 dall’Istituto Piemontese per la storia della Resistenza e società contemporanea “Giorgio Agosti” nel documentario “Il sorriso della Patria – L’esodo giuliano dalmata nei cinegiornali del tempo” e per due volte, ai minuti 7.50-7.58 ed ancora 10.30-10.32. Il video è su Youtube e sarei più propenso a pensare che il suo utilizzo alla Camera sia dovuto ad ingenuità nel fidarsi di una fonte autorevole che ad estendere all’Istituto Piemontese la condanna per “travisamento della realtà storica e dell’immagine, portato avanti anche ad alto livello politico”. Non credo che il ripetuto sospetto di manipolazioni dolose e bufale volute, “strumento improprio per aizzare l’odio verso il popolo sloveno” dia maggior peso o valore all’ammirevole lavoro di ricerca e documentazione di Piero Purini e del gruppo Nicoletta Bourbaki. A dubitare di tutto e di tutti si rischia di estendere il dubbio anche alla foto dell’esumazione degli uccisi sloveni ad Aidussina : la bara bianca richiama le bare delle riesumazioni di italiani dalle foibe e le didascalie si lasciano scrivere. come per i “briganti” post 1860. La scarsità di documentazioni fotografiche sulle violenze sugli italiani si potrebbe ricondurre più che ad un loro scarso numero alla scarsa diffusione dell’oggetto di lusso nelle bande partigiane o nell’esercito popolare : più facile trovare al collo di un druze in opanche un mitra che una macchina fotografica, con o senza flash per esecuzioni notturne, oggetto invece più diffuso tra gli ufficiale del Regio Esercito. Anche il signor Mlinar avrebbe forse avuto maggior soddisfazione se si fosse limitato ad esprimere il suo giusto sdegno senza dare improbabili suggerimenti da Presidente a Presidente aspettandosi magari che fossero recepiti o potesse ricevere risposta alla sua lunga dissertazione di storia. Ad ogni modo un ottimo lavoro sempre valido e da tenere aggiornato : anche questo anno la foto della fucilazione a Dane è circolata, stavolta sotto i portici della Università di Ancona, pacifica diffusione virale di ignoranza da web, anche tra universitari, non solo grafici o impiegati comunali. Ignoranza difficile da combattere senza un dialogo con meno sospetti o pregiudizi, per quanto giustificabili, tra opposte barricate.

    • Sul caso specifico della foto twittata dallo staff di Montecitorio sono abbastanza d’accordo. In generale, però, concederai che, se le istituzioni della Repubblica italiana (il Quirinale, Palazzo Chigi, Montecitorio) continuano imperterrite a consegnare onorificenze postume a criminali fascisti, collaborazionisti, torturatori ecc. (vedi il caso Paride Mori ieri e il commento di Tuco immediatamente sopra il tuo), tutti regolarmente presentati come “martiri delle foibe”, per quanto uno si sforzi è difficile pensare che si tratti solo di ignoranza. Manipolazione intenzionale e malafede devono pur esserci, in un qualche punto della “filiera” che culmina in tali ributtanti cerimonie.

    • Scusa Franco40 ma mi sembra molto opinabile la tesi secondo cui i partigiani non potevano permettersi macchine fotografiche da cui deriverebbe l’eseguità di scatti a documentazione delle loro presunte lugubri prodezze… mi sembra anzi un’illazione figlia della propaganda terroristica foibologica con tutti i suoi crismi (compresa la suggestione delle esecuzioni notturne per cui sarebbe stato necessario il flash…).
      Non è che i cetnici navigassero nell’oro eppure poterono permettersi una certa abbondanza di scatti celebrativi di sgozzamenti e torture. Peraltro foto scattate da partigiani ce ne sono eccome, ma generalmente erano foto di gruppo, conviviali oppure assieme a prede belliche, inquadrature connotate da una specifica semantica: volevano dire “siamo vivi”, testimoniavano vitalità e efficacia di lotta, tutto l’opposto dei “trofei” fotografici dei nazifascisti e dei loro collaborazionisti che invece testimoniavano un personale culto della violenza (peraltro notoriamente incorporato nella loro ideologia) congeniale ai loro scopi militari consistenti nel terrorizzare la popolazione per dissuaderla dal fiancheggiare i ribelli. Un culto della violenza che – checché ne dicano foibologi e altri propagandisti – era del tutto assente nelle formazioni partigiane. Anche le loro esecuzioni più ingiuste ed esecrabili rispondevano sempre ad una logica meramente “operativa”, le stesso metodo di sepoltura nelle foibe – almeno nel ’43 – denotava una volontà di occultare l’esecuzione, evitando in tal modo rappresaglie ed allarme nella popolazione il cui supporto rimaneva fondamentale.
      Mi lascia anche molto perplesso la tua frase “le didascalie si lasciano scrivere”, mischiando musei e pubblicazioni storiche con le bufale virali del web o con le manipolazioni giornalistiche degli ultimi decenni, come se si desse per scontato che tutti, storici, reporter arrivisti o cazzoni qualunque del web, si sia dei pataccari senza possibilità di verifica.
      Non è che poi qui si sostenga che gli infoibamenti furono nell’ordine della centinaia a partire dal fatto che le foto originali sono poche. I documenti ci restituiscono questo ordine di grandezza, qui non si fa altro che rilevare la corrispondenza tra quanto ci dicono le fonti verificate ed il numero di inquadrature fotografiche note. Nello specifico delle foibe istriane c’è un dato preciso rilevato dallo stesso maresciallo Harzarich per conto dell’amministrazione nazista dell’adriatisches kustenland: furono estratti e fotografati 204 corpi (di cui una ventina appartenevano a soldati tedeschi), i relativi scatti sono tutti noti.

    • la violenza dei nazi-fascisti era certamente calata dall’alto e programmata, tant’è che si fotografavano spesso per mostrare che avevano “eseguito gli ordini”. La violenza partigiana, pur avendo anch’essa i suoi aspetti di “pianificazione” era spesso se non spontanea almeno “decentrata”, non vi era una catena di comando rigida a cui render conto, ma un progetto politico di massima che si perseguiva in modo diverso a seconda degli esecutori e delle situazioni (vedi la differenza tra lo sviluppo del movimento partigiano nelle diverse aree della jugoslavia di cui parla Gobetti in “Alleati del nemico”). Di qui la mancata ostentazione della violenza, i partigiani senza dubbio avranno a volte ucciso anche loro chi magari non aveva colpe o non ne aveva abbastanza da meritarsi un proiettile in testa, ma dietro a loro non c’era un progetto di sterminio deciso a tavolino. Di qui la differenza meramente numerica tra il numero di vittime “italiane” durante l’occupazione jugoslava (poche migliaia) e il numero di vittime “jugoslave” durante l’occupazione italo-tedesca (un milione), e quindi da questo discende anche la differenza tra le cose fotografate.
      Vi è poi un’altra differenza “qualitativa” identificata da Gramsci: la violenza degli oppressori è sempre pianificata e studiata a tavolino, quella degli oppressi ha sempre elementi più o meno grandi di spontaneismo.
      In soldoni un bravo ufficiale tedesco o italiano fotografa i civili che massacra per mostrare ai superiori che ha “eseguito gli ordini”, un comandante partigiano non lo fa (per diversi motivi) principalmente perché: 1) ha ammazzato meno gente in modo “pianificato”. 2) non sta eseguendo “ordini” ma “indicazioni politiche di massima” ergo di fatto si sta assumendo la responsabilità personale di ciò che fa e quindi non ci tiene a sbandierare le sue vittime.
      Può sembrare una differenza di lana caprina (“la violenza è sempre violenza” come dicono le anime belle), ma non lo è nè dal punto di vista dei grandi numeri né da quello più “umano” e personale. Mia zia faceva la maestra in un villaggio sopra Fiume e quindi lavorava per il regime, i partigiani jugoslavi incaricati di rendere “sicuro” il villaggio scelsero di risparmiarla e la lasciarono andare. Se fosse stata una staffetta partigiana jugoslava catturata dai soldati italiani molto probabilmente sarebbe morta.

    • Da uno che invita al dialogo – ci arrivo – mi aspetterei un po meno stereotipi sui “drusi”. Che di macchine fotografiche ne avevano e come, tanto che in Slovenia c’erano diversi “fotografi partigiani” che hanno documentato la vita nelle formazioni partigiane. Figurati che c’erano anche cineoperatori (pochi), che hanno adirittura ripreso una battaglia con i nazi. Trovi foto e film negli archivi sloveni, e anni fa sui “fotografi partigiani” è uscito anche un libro di Franc Fabec. Forse non fotografavano le esecuzioni perché non avevano la morbosa volontà dei nazi e dei militari italiani di immortalare le scene di quella che LORO evidentemente consideravano un azione benemerita di estirpazione di popoli inferiori. Poi secondo te Mlinar doveva starsene zitto e magari ringraziare perché 4 suoi ex concittadini avevano l’onore di apparire adirittura in TV a milioni di italiani? Sul fatto che sia una operazione voluta ad alti livelli non è un dubbio, è una certezza, che nasce dalla lettura del testo della legge istitutiva del Giorno del Ricordo, un esempio da manuale di ambiguità, omissioni e indeterminatezze volte proprio a consentire un racconto falsato. Come pure dagli exploiyt annuali dei massimi rappresentanti delle istituzioni, a partire dal Presidente della Repubblica. Che poi ci siano episodi attribuibili a semplice ingenuità, sbadataggine, superficialità – in sostanza ignoranza – non ci piove, ma è il risultato di una operazione di diffusione di falsi fatta scientificamente. E l’ignoranza, accademica o da salumaio non fa differenza, la combatti dicendo le cose come stanno e sbugiardando le falsità, come fatto da Purini e da tanti altri. Non ci sono pregiudizi o altro, ma cose vere o cose false. E il dialogo si fa con chi ha senso farlo, non con chi si è prestato a dare copertura scientifica a balle incredibili, con chi fino a ieri ha infamato con il termine “negazionista” chi si opponeva a quelle balle e che magari oggi, quando le balle vengono “al pettine”, si affanna a chiedere il dialogo. Dialoghi con Gasparri, Casa Clown e gli altri amichetti che si è coccolato in questi anni.

      • In effetti non ha senso aspettarsi un dialogo con chi ha già la verità cristallina ed assoluta, tanto vale parlarsi allo specchio, almeno si ha sempre ragione e non si corre il rischio di incrinare le proprie certezze. Non avendo questa fortuna ho sempre cercato di mettermi nei panni degli altri: in quelli di Napolitano se qualcuno mi avesse mandato una inopportunamente prolissa lezione di storia di pagine su pagine probabilmente avrei cestinato la lettera a metà lettura, e peccato per le giuste ragioni dello scrivente. Nei panni di Mlinar mi sarebbe per lo meno venuto il dubbio di essermi forse dilungato troppo per essere efficace. Sempre a voler fare l’avvocato del diavolo, se leggiamo “Italiani senza onore. i processi negati” di Costantino Di Sante vediamo quanti indagati ben più eccellenti di Serrentino, quali Roatta, Robotti, Bastianini, Pirzio Biroli, siano stati rinviati a giudizio nel 1946-47 fino a che ” nel 1951, mentre ancora i processi attendevano di essere avviati, la questione dei presunti criminali di guerra venne archiviata” Se Serrentino. vittima a sua volta di un tribunale poco più garantista del suo, invece di restare in servizio a Trieste se ne fosse tornato in Sicilia o andato in Spagna come Roatta, sarebbe probabilmente morto di vecchiaia a casa sua, nella natìa Rosolino, amnistiato per i fatti di Sebenico ed onorato per l’encomiabile lavoro svolto da Prefetto a Zara, come è poi avvenuto 70 anni dopo. Una medaglietta non si nega a nessuno, neanche ad un “presunto” colpevole: un riconoscimento che si può considerare inopportuno ma perfettamente legale e l’Italia è la patria del diritto. La giustizia è altra cosa, una idea astratta o più spesso una opinione personale: sono stati assolti per prescrizione di reato anche i responsabili delle morti per amianto, senza neanche mandarli ai servizi sociali e sarà giusto che il caso politico del Carneade Mori riceva dalla vigile società civile tanta o più attenzione del caso di quei semplici operai senza peso politico, Questioni di priorità.

        • Ok, Franco. Qualche altro cliché? Se gli interlocutori controargomentano (tra l’altro dimostrando con esempi che almeno un tuo assunto era semplicistico e basato su stereotipi) “hanno la verità in tasca”; qualunque cosa uno prenda in esame “ci sono cose più importanti di cui occuparsi”… Ti chiedo un maggiore impegno, perché questa replica è davvero mediocre e deludente.

        • Ti ho semplicemente spiegato come la penso. Tu hai dei dati che contraddicono la mia visione? Esplicitali e posso anche cambiare opinione. In caso contrario non posso che continuare a pensarla come prima. E poi una domanda semplice: cosa intendi per dialogo e con chi andrebbe fatto? Se poi spiegassi chi sei poi tutto sarebbe più semplce. Sandi Volk (tanto per non lasciare dubbi).
          P.s: Questo è quello che QUI interessa, su amianto e altro ci vediamo in piazza (io ci sto spesso, tu non so)

          • Da studente senza pretese da studioso ma solo da parte in causa pensavo di poter avere un dialogo con storici di professione senza le esagerazioni di chi da una parte somma alle foibe dell’Istria anche i campi di Pol Pot ed i Gulag e chi dall’altra cita il numero inconfutabile degli esumati da Harzariche come il numero definitivo totale dei decessi in foiba o altrove ( è come dare il numero preciso dei morti in una anno a Trieste come totalòe dei morti in tot anni in Italia) Evidentemente sono stato frainteso anch’io come altri più famosi se è bastato dubitare di grandi disegni revisionisti dietro ogni angolo, orchestrati da qualche papa nero (erede di Rauti o di Andreotti ?) per passare automaticamente a “terrorista foibologico amichetto di Gasparri” (questo non sarebbe un clichè). Come tale mi dispiace non poter dare contributi più originali in questa sede e chiudo qui. Non avrebbe senso pretendere di raddrizzare le gambe ai cani ( battuta troppo facilmente mediocre : neanche ai lupi ) ma se Sandi Volk volesse continuare i Wu Ming hanno il mio indirizzo email e sono autorizzati a darglielo. Franco Rismondo , Ancona 2007, Convegno La frontiera orientale.

            • Scusa, Franco, ma a cosa serve il tono passivo-aggressivo e vittimistico che hai adottato da un paio di commenti a questa parte? Con tanto di accuse di “complottismo”, concetto buono per tutte le stagioni. Guarda, non lo intendo come un insulto, ma a tratti sembra di leggere Presbite… :-/

              Hai portato qui un contributo, quel contributo viene discusso.

              Su partigiani e fotografia hai fatto determinate asserzioni, alle quali Sandi Volk ha risposto con esempi che hanno illuminato un quadro e un contesto molto più ricchi e complessi di quanto apparisse nel tuo commento.

              Hai detto che la carenza di foto non basta a far ridimensionare il numero degli infoibati. Ti è stato risposto che il “ridimensionamento” – almeno rispetto ai numeri in libertà che girano nei media – è a monte. Infatti, è assodato nelle ricerche e nelle pubblicazioni degli storici (Raoul Pupo compreso). Aggiungo che *tutti* gli storici ammettono che oramai vengono impropriamente definiti “infoibati” anche i processati per crimini di guerra e poi fucilati, i morti mentre erano detenuti in campi jugoslavi per prigionieri di guerra ecc. Questo lo ammettono tutti gli storici: Pupo, Oliva… Tra gli addetti ai lavori è inteso che gli infoibati *veri e propri* sono alcune centinaia. Solo i divulgatori d’accatto di infimissimo livello parlano di migliaia o decine di migliaia di infoibati. In ogni caso, la carenza di foto non è un fondamento, ma tuttalpiù un sintomo, e come tale Piero l’ha trattata.

              Hai detto che secondo te dietro l’uso di queste foto c’è solo ignoranza. Ti è stato risposto che sì, sarà vero in molti casi, ma in altri ci sono elementi che fanno pensare alla malafede.

              Insomma, normale dialettica. Dialogo, appunto. Dia-logos, “parlare tra”.

              Ergo, cos’è successo di tanto grave da farti adottare la posa di quello che se ne va offeso sbattendo la porta?

            • Perché non presentarsi per quello che si è? Franco Rismondo risulta presidente dell’ANVGD di Ancona. La cosa rende più comprensibile lo stereotipo dei partigiani in opanke. Come pure il fatto che mi attribuisca affermazioni che non ho mai fatto – sostengo che esistono delle cifre che hanno una base, e queste sono quelle riportate da Harzarich sia per quel che riguarda gli “infoibati” del autunno ’43 che del post maggio ’45. Sostengo che è possibile arrivare ad avere nomi e cognomi e biografie di TUTTI gli “infoibati”, ma che non si vuole farlo, perché lo scopo del Giorno del Ricordo non è di appurare cosa sia accaduto, ma raccontare una VERITA’ – quella delle organizzazioni come l’ANVGD – che è assolutamente politica e con la storiografia e la comprensione di cosa sia realmente accaduto non c’entra. Sostengo che una base già esiste per tale ricerca, ed è la mastodontica ricerca dell’Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione che ha raccolto i nominativi di TUTTE le persone decedute per cause di guerra (vittime di bombardamenti, delle rappresaglie naziste, della deportazione nei lagher e anche “infoibati”) residenti nel territorio della regione Friuli Venezia Giulia, tra le quali gli “infoibati” sono poco più di 1.000. La sua organizzazione – i cui rappresentanti fanno parte della Commissione che le attribuisce – è corresponsabile (non so se il sig. Rismondo personalmente, non conosco le dialettiche interne all’ANVGD e la eventuale collocazione di Rismondo) dell’attribuzione dei riconoscimenti a Mori e alle altre persone elencate sopra. L’ANVGD ha gratificato regolarmente me e parecchi altri (quelli che non ci stanno ad avallare il racconto dell’ANVGD) del termine infamente di “negazionismo” e ha cercato in tutti i modi di tapparci la bocca. Potrei continuare, ma meglio chiuderla qui. Il suo ex presidente (Toth) continua a scrivere libricini su “Perché le foib” (Lo trovate sul sito dell’ANVGD piemontese) pieno di stereotipi sciovinisti sugli slavi e cose del genere, OGGI! Finché l’ANVGD fa questo mi spiega come è possibile dialogare?

              • Quanto a CasaClown e simili non è colpa mia se l’ANVGD si trova in loro compagnia, o suoi esponenti non abbiano problemi ad apprezzarne l’attività – http://www.ilprimatonazionale.it/cultura/speciale-foibe-3-intervista-a-sergio-vatta-5413/.

              • Premetto che sono entrato in questo dialogo a titolo esclusivamente personale indipendentemente da qualsiasi carica nella ANVGD dove a livello nazionale conto come il 2 di briscola, tanto per chiarire la mia collocazione. La ANVGD ad Ancona è invece rinata dopo 50 anni assieme al Giorno del Ricordo proprio per cercare di evitare strumentalizzazioni sia da destra che da sinistra dando la parola ai testimoni senza tessere di partito ed evitare le stucchevoli parole di circostanza sull’abusato tema foibe ed il ritornello “solo perchè italiani” per parlare invece di tutto il resto che la legge ci invita a ricordare, Placito del Risano e Dicxhiarazione di Pisino, scontri nazionalisti dell’Ottocento e violenze e rappreesaglie, Podhum, Arbe, Borovnica, esodo, rimasti, bilinguismo ed anagrafe, istriuani e dalmati nel Risorgimento e nelle due Guerre, Nazario Sauro e Carlo Ravnich, e tutti gli altri nostri in arte. lettere e scienze che non fanno audience e non nomina nessuno. Al di fuori delle poche occasioni “istituzionali”, come individuo interessato con pretese di obiettività ed un certo senso critico penso che sia più costruttivo avvicinare interlocutori anceh scomodi per aprirsi le idee pittosto che chiudersi e gasarsi a vicenda tra compagni o camerati. Nel presente dibattito ho trovato diversi aspetti positivi, almeno per me, Il primo la reazione all’assunto semplicistico del druse in opanke. Ricordo di famiglia, non stereotipo ANVGD, eravamo a Lussino quando sono arrivati i partigiani. Voleva essere una mezza boutade senza intenti denigratori per i partigiani di paese che si armavano con quanto tolto al nemico ( diversi dall’esercito regolare equipaggiato dagli alleati), ma ha portato all’interessante illuminante commento di Tom Trento su differenze qualitative e responsabilità individuali. Positivo anche il commento di Lo.Fi, anche se vedo funzionmale la distinzione tra culto di violenza congeniale per scopi militari e logica operativa per esecuzioni esecrabili, ed anche le operazioni notturne le direi più una costante nei ricordi dei familiari che una suggestione figlia del clichè della propaganda terroristica foibologica. Positiva anche la condivisione con Wu Ming sulla possibilità di casi di ignoranza generale senza obbligo di malafede. Non sono invece io io complottista e non riesco quindi a condividere l’idea di una concertazione scientificamente organizzata dall’alto dove vedo piuttosto una buona occasione di propaganda anticomunista e facile visibilità a diversi livelli cavalcando la vicenda foibe sotto lo scudo della legge. Positivo infine il dibattito con Volk, se ha portato il numero degli infoibati aventi diritto al ricordo il 10 febbraio dal paio di centinaia di Harzarich al quasi migliaio dell’IRSMLFVG.

                • Dibattito? Chiami dibattito attribuire a qualcuno quello che non afferma? Io lo chiamo in altro modo.
                  Che mi dici del piccolo e parziale elenco degli “aventi diritto al ricordo” insigniti dalla Repubblica che trovi poco sopra? Quella gente se la ricordano fin troppo bene gli abitanti di Ustje, di Matteria e di altri luoghi. Quindi,tranquillo, nessuno li aveva mai dimenticati. E che dici di mettere i soldi che utilizzate per gli opuscoli di Toth, gli spettacoli di Cristicchi e altro ancora per fare una ricerca seria che arrivi a dei numeri definitivi con relative biografie, tanto per capire se sono stati “uccisi solo perché italiani”?

  15. Anche l’Unità falsifica le foto.

    In questa fotogalleria, cliccare la foto n.3

    e poi confrontare con questa.

    Per l’Unità sono foibe, in realtà sono ustaša che uccidono civili serbi.

  16. se, dopo aver scoperchiato il vaso documentando i tanti falsi fotografici, voleste cimentarvi con i video, su youtube è disponibile il video diffuso in tutti gli istituti scolastici dalla regione veneto intitolato “le radici del ricordo”. video che in un commento su un precedente post veniva messo in evidenza per la collaborazione con il gruppo di estrema destra la compagnia dell’anello: http://www.compagniadellanello.net/dvd_regione.htm
    e che in qualche modo condensa tutti i cliché storiografici che avete analizzato negli ultimi post.

    qui la prima parte:
    https://www.youtube.com/watch?v=zyNBEu9LKC0

  17. […] il Giorno del Ricordo non è passato proprio liscio liscio. Prima, la campagna sui falsi fotografici che abbiamo lanciato su Giap è arrivata sui media mainstream sia in Italia (L’Espresso) sia […]

  18. […] Lo storico Piero Purini e il gruppo di lavoro «Nicoletta Bourbaki» hanno prodotto un documento fondamentale per capire di quali mezzi si sia servita la propaganda fascista per trasformare le conseguenze di […]

  19. […] il Giorno del Ricordo non è passato proprio liscio liscio. Prima, la campagna sui falsi fotografici che abbiamo lanciato su Giap è arrivata sui media mainstream sia in Italia (L’Espresso) sia in […]

  20. […] Come si manipola la storia attraverso le immagini: il Giorno del ricordo e i falsi fotografici sulle… (di Piero Purini) […]

  21. […] 10 febbraio 2016, Storace aveva rilanciato dal suo account twitter la foto dei fucilati di Dane, il falso fotografico sulle foibe per antonomasia, mostrando di dare credito all’infame vulgata secondo cui l’immagine […]

  22. […] un gruppo di storici (specializzato nell’analisi della storiografia sul web) che si firma col nome collettivo di Nicoletta Bourbaki, sono state individuate in queste foto vittime dei crimini dell’esercito italiano (i civili […]