Messer Holbytla. L’eroe, il giardiniere e il perfetto gentilhobbit – di WM4

Audio del seminario di Wu Ming 4 a LuccaComics 2012 (Lucca, 2 novembre 2012), che rielabora parecchio materiale frutto di discussioni avvenute su Giap. Con i link alle immagini commentate da WM4. Cliccare sull’icona “>” per ascoltare restando su questa pagina e seguire l’esposizione aprendo le immagini. Il testo integrale della conferenza è disponibile in formato pdf (illustrato) sul sito dell’Associazione Romana Studi Tolkieniani, cioè QUI.

0. INTRO DI ROBERTO ARDUINI – 8’35”
0. INTRO DI ROBERTO ARDUINI – 8′ 35″


1. PASOLINI TRA GLI HOBBIT – 15’53”
1. PASOLINI TRA GLI HOBBIT – 15′ 53″

Pasolini in pineta. Pseudo-identità e pseudo-contrapposizioni: progresso/sviluppo, passato/futuro – La nascita e l’importanza degli Hobbit – Lo Hobbit e “Il Silmarillion” – Il punto di vista basso e periferico.

Foto satellitare dell’area a nord-est di Ravenna

2. ETOLOGIA DELLA CONTEA – 16’29”
2. ETOLOGIA DELLA CONTEA – 16′ 29″

La società e il carattere degli Hobbit – 1914 e 1939 – Ideologia del paesaggio moderno – Rovine e campi arati.

J. Constable – Hadleigh Castle, The Mouth of the Thames – Morning After a Stormy Night (1829)

J.M.W. Turner – Caligula’s Palace and Bridge (1831)

J.M.W. Turner – Tintern Abbey, West Front (1794)

J. Constable – Brightwell Church and Village (1815)

J. Constable – The Stour Valley with the Church of Dedham (1814)

J.M.W. Turner – Fall of the Trees, Yorkshire (1826)

J.M.W. Turner – The Chancel and Crossing of Tintern Abbey, Looking towards the East Window (1794)

J. Constable – The Hay Wain (1821)

J. Constable – Parham Mill, Gillingham (1826)

Derbyshire

3. CAMPAGNA E CITTA’ – 9’12”
3. CAMPAGNA E CITTA’

Caos metropolitano e cosmo rurale – The Country and the City – “James” Cameron (sic!), no! David, quello Tory… – Il lato oscuro del piccolo mondo antico – La nostalgia di casa – Pastorale bellica: i War Poets.

4. MEDIOEVO MODERNO – 15’47”
4. MEDIOEVO MODERNO – 15′ 47″

Ned Ludd – Robert Owen, Friedrich Engels, Karl Marx – John Ruskin e i Preraffaeliti – William Morris was a giant – industrialismo vs cooperativismo “Arts & Crafts” – Useful and beautiful – Lavoro artigiano vs alienazione industriale – Il recupero del legame con la natura.

J.M.W. Turner – The Fighting Temeraire (1839)

J.E. Millais – Portrait of a Girl (1857)

E. Burne-Jones, The Baleful Head (1887)

J.W. Waterhouse – Jealous Circe (1892)

D.G. Rossetti – Astarte Syriaca (1875-1877)

E. Blair Leighton – The Accolade (1901)

J.W. Waterhouse – The Lady of Shalott (1888)

J.W. Waterhouse – Lamia (1905)

J.W. Waterhouse – The sorceress (1911)

J.E. Millais – Mariana (1851)

D.G. Rossetti – The Day Dream (1880)

J.W. Waterhouse – The Crystal Ball (1902)

J.W. Waterhouse – Destiny (1900)

E. Burne-Jones, The Doom Fulfilled, Perseus Cycle n. 7 (1888)

H.G. Murphy (1910)

H.G. Murphy (1905)

J.P. Cooper (1908)

H.G. Murphy (1900)

Biglietto di un’esposizione di artigianato A&C, realizzato da Walter Crane (1890)

W. Morris – wallpaper 1

W. Morris – wallpaper 2

W. Morris – wallpaper 3

5. LA CONTEA COME LUOGO COMUNE – 8’55”
5. LA CONTEA COME LUOGO COMUNE – 8′ 55″

Morris e Tolkien: utopismo sociale e pessimismo storico – “Draghitudine” – La Contea indifesa e l’editto di Re Elessar – Gli Hobbit come uomini comuni moderni… – …messi alle strette.

6. LA TANA, IL GIARDINO, LA NATURA – 27’05”
6. LA TANA, IL GIARDINO, LA NATURA – 27′ 05″

Bilbo sulla soglia… della condizione umana – Interno/esterno: le case-tane della letteratura per l’infanzia inglese – Beatrix Potter, Kenneth Grahame, James M. Barrie – Andata e ritorno: perdita e guadagno – Il giardino come luogo dell’infanzia e della mente – La rivolta dei cottage gardens – Il Giardino Segreto – La natura selvaggia e omicida – Alberi che camminano: MacDonald, Hardy, Barrie, Nesbit – La foresta di Birnam e i bambini della ferrovia – Barbalbero e il Vecchio Uomo Salice – L’equilibrio paradossale dell’ecologia hobbit.

B. Potter – Peter Rabbit (1902)

I. Moore – The Wind in the Willows (1996)

I. Moore – The Wind in the Willows (1996)

Cottage Garden 1

Cottage Garden 2

7. HOBBIT ED ETHOS – 28′ 39″
7. HOBBIT ED ETHOS – 28′ 39″

Gli Hobbit come “frattempo” – Incontro e attrito etico con l’altro – La via di Valinor – La via di Mordor – La via del Guerriero – La via dello Hobbit.

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23 commenti su “Messer Holbytla. L’eroe, il giardiniere e il perfetto gentilhobbit – di WM4

  1. WM4, i tuoi interventi su Tolkien sono sempre entusiasmanti, ma stavolta ti sei superato.
    Mi manca ancora l’ultima mezzora, però vorrei dire ugualmente che se tutte le lezioni di letteratura fossero così, le facoltà umanistiche si riempirebbero di nuovo.

  2. Bellissima conferenza, beati i signori con la spada che se la sono ascoltata live e quoto ogni singola parola di Ekerot.
    Scusate la ridondanza, ma il bello di Tolkien è davvero che riesce a parlare degli immensi problemi del suo tempo – a volte delle immense tragedie – senza esserne intrappolato. Affronta temi come la guerra moderna (con tanto di nemici che arrivano dal cielo, industria bellica e via dicendo) e la dicotomia tra città e campagna, e ne esce, in modo problematico certo, ma ne esce. E porta i lettori con sé.
    Mi viene in mente Pavese, che affrontò gli stessi temi, ma ne fu sconfitto. Guarda caso, anche lui volle usare la materia del mito.
    Gli Hobbit furono la risposta di Tolkien, ed è la loro la strada che occorre percorrere per vincere non solo la guerra, ma per vincere contro la guerra. Il conflitto c’è, e “non può sempre succedere agli altri” (tuo figlio è davvero un saggio), ma gli Hobbit fanno la loro parte senza finire per dissolversi in esso. Nell’epoca delle nazioni la guerra frulla tutte le differenze e le schiaccia su un unico modello, nel quale non c’è posto per la scelta né per ciò che non è omogeneo. E allora le donne devono starsene a casa, per esempio. Gli uomini del SdA sono una nazione, e infatti quella guerra così moderna tocca a loro, e loro abboccano in pieno a tutte le sue trappole quando non c’è qualcuno (Hobbit, donna, stregone o ramingo) a cercare di sabotare il meccanismo.
    La dicotomia tra città e campagna è un tema evidente, credo, ovunque siano arrivati i grandi cambiamenti dell’industrializzazione e ovunque ci si sia ritrovati ad avere a che fare con un’idea di nazione. In quella che ormai mi sembra essere una vita precedente studiai la rivoluzione iraniana, il suo rapporto con la guerra contro l’Iraq e in particolare come l’arte formulò questo rapporto. La costruzione della Repubblica Islamica fu la costruzione di uno stato nazionale, in un paese in cui grandi masse si spostavano nelle città e finivano a vivere negli slum, in cui nelle città c’erano i comunisti, le università, le donne in minigonna, e in cui chi alla fine riuscì a prendere il potere ci riuscì da destra, attivando proprio l’idea della tradizione (una tradizione reinventata, tecnicizzata), della terra sacra e così via. E ci riuscì proprio grazie alla guerra, che materializzò queste idee, ad esempio, in concretissimi massacri di ragazzini che applicarono il rifiuto della macchina (opposta al vero eroismo) semplicemente utilizzando i loro corpi per sminare i campi. Nell’arte nazionalista dell’Iran di quel periodo il roseto, il giardino, i fiori, sono leit motiv. La simbologia del giardino, che nell’Islam genericamente rappresenta il paradiso, slitta con il nazionalismo e finisce per descrivere la purezza della comunità, la sua aderenza ad un modello che si vorrebbe naturale contrapposto al mondo delle macchine. Un modello in cui la morte del singolo non esiste, perché tutto il sangue versato si rigenera nella nazione.
    Tutto questo pippone per dire che Tolkien riesce a prendere questa materia così velenosa e potente (tanto potente che nessuno di noi può ignorarne il fascino) e a trasformarla, come dice benissimo la conferenza, in un racconto pieno di persone che riescono a trovare un loro eroismo gentile, spurio, attaccato alla vita.

  3. Quanto ben di Dio. Il finale a sorpresa poi mi ha quasi commosso… ottima conferenza, di una completezza ammirevole.

  4. @ Ekerot
    Grazie per l’apprezzamento. Troppo buono. In una facoltà umanistica forse dovrebbero pagarmi. Invece è tutto alla maggior gloria di Tolkien… :-)

    @ Adrianaaaa
    Incredibile come certe cose possano rimbalzare da un contesto all’altro… Certi critici letterari delle facoltà umanistiche sostengono che Tolkien muova poche sinapsi. Bah.

    @ dovic
    Eh, pure io mi sono quasi commosso. E’ più completo il testo integrale, comunque.

  5. semplicemente grazie per la fantastica storia :-)

  6. La via degli Hobbit è la via che salva il mondo e che torna a casa.
    E penso che se è vero che gli Hobbit sono stati l’elemento che ha permesso il grande successo del SDA è altrettanto vero che hanno segnato la differenza “letteraria” del fantasy tolkieniano. Difatti per trovare dei “simili” dobbiamo ricorrere alle fiabe (mi viene in mente Pollicino), non ai grandi poemi epico fantastici che precedettero e poi seguirono il SDA.
    C’è voluto grandissimo coraggio per compiere questo passo, da parte dell’autore. Un motivo in più per amarlo.
    Potremmo in qualche modo dire che esiste una via di Tolkien, una strada letteraria che pochi, anzi pochissimi, hanno l’ardire di seguire. Perché creare quel mondo lì, con tutte le sfaccettature e le sfumature e i dettagli possibili, una nuova teogonia, e poi decidere che i protagonisti saranno dei mezzi uomini privi di magia e di speciali talenti “osservabili”, beh è un gesto rivoluzionario. E’ come se la Quinta di Beethoven fosse risolta da un ottavino…

    Che aggiungere? E’ stata una lectio fantastica, con mille mila spunti. Rivela la grandezza di un romanzo “minore”, ma solo per numero di pagine, quale “Lo Hobbit” – che ho peraltro riletto di recente in lingua originale e ho trovato di una perfezione cristallina, oltre ad esprimere uno humour che negli altri testi di Tolkien si perde un po’.
    E soprattutto è una lettura che spalanca ulteriori porte sul mondo del fantasy e oltre, perché la figura dell’eroe e del suo viaggio sono archetipi aldilà di qualsiasi “genere”.
    Mi auguro che sempre di più in Italia possa riaprirsi e svilupparsi il dibattito su Tolkien, congelato per 40 anni. Ci sono segnali sicuramente positivi, e sapere di poter contare su certe guide fa bene all’animo e alla speranza.

  7. Wu Ming 4, “Messer Holbytla” tutto di fila in un unico mp3.

  8. Mi associo a tutti i complimenti e alle felicitazioni, un discorso davvero notevole questo di WM4 sul SdA.
    Metto sul tavolo due cose che mi sono venute in mente.
    La prima è una proposta di riflessione elaborata stamattina per le scale, mentre portavo mobili al sesto piano:
    WM4 traccia una via di Valinor, una via di Mordor, una via del Guerriero, una via dello Hobbit. Mi sembra di capire che per “via” intenda un Do (bushiDo, aikiDo, juDo) , un Tao. Mi veniva da chiedermi stamattina: “E Gandalf? Qualè la via di Gandalf? Esiste una via dei Mayar?”
    Tolkien di ogni via ci dà molteplici possibilità di percorso: Boromir, Theoden e Éomer percorrono la stessa via, ma ognuno dei tre ha un suo passo particolare.
    Nel SdA incontriamo Saruman, Radagast e Gandalf, c’è qualcosa che li accomuna? Che cosa? Possiamo dire che quella dei Mayar è la via dei sapienti, degli intellettuali? Possiamo dire che Gandalf è un intellettuale militante? Possiamo dire che Saruman negli anni ’70 è di Lotta Continua e negli anni ’90 scrive sui giornali di Berlusconi? E Radagast – una figura che fin dalla prima lettura ha suscitato in me grande curiosità – chi è? Uno stoico fricchettone?
    Il gioco piattamente allegorico può essere riduttivo, lo so, ma – lo dico perché ignoro molto della letteratura critica su Tolkien – sento che anche su queste figure bisogna andare oltre le menate evoliane della banda di De Turris.
    La seconda roba sul tavolo è una considerazione: ieri sera sono stato invitato a intervenire canoramente a una serata NoTav in Valle di Susa*. L’incontro – nonostante la mia presenza – era particolarmente interessante: Michele Roccato, uno psicologo sociale, illustrava i risultati di alcune sue ricerche** sui movimenti “Nimby” – ha anche spiegato che solo in Italia si continua a utilizzare questo acronimo dispregiativo per parlare dei movimenti che localmente si oppongono alle grandi opere*. A un certo punto della serata Roccato ha raccontato questo aneddoto: una attivista canadese di un movimento che si opponeva alla costruzione di una discarica, rispondendo a un giornalista, dice: “Voi dite che io sono mossa dalla sindrome nimby, che io sono mossa solo dalla preoccupazione per il mio giardino, ma se non me ne occupo io del mio giardino, chi se ne deve occupare?”
    Credo che una affermazione così cristallina, che dribbla abilmente l’accusa, Tolkien avrebbe potuto tranquillamente metterla in bocca a Samvise.

    * Vai giù fino al 5 dicembre: http://grandecortile.blogspot.it/2012/11/programma-2012-2013.html
    ** http://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:1591

    • @ filosottile

      Riguardo alla prima considerazione, scusami ma non ti seguo sulla via dell’allegoria che proponi. La trovo davvero poco accattivante. L’unica cosa certa è che gli stregoni sono dei sapienti, sì, se non altro perché sono Maiar, cioè essenze angeliche, e le loro vite incarnate sono lunghissime. In quanto esseri potenti inviati nella Terra di Mezzo, come aiutanti dei Valar, sono facilmente suscettibili a perdersi dietro le proprie passioni e ossessioni. Tutti noi abbiamo in mente Gandalf, che è un personaggio assolutamente positivo, il quale forse si salva per il suo stile di vita “gipsy”, da traveller che si interessa di tutte le culture e popolazioni, le frequenta, le conosce, condivide le loro storie.
      Tutti gli altri Maiar inviati nella Terra di Mezzo si perdono, chi per un motivo chi per l’altro: da Sauron e i Balrog, agli stregoni Saruman, Radagast, Alatar e Pallando. Si salva solo Gandalf (e una Maia femmina, Melian, ma questo molto tempo prima).
      A me sembra che queste figure rientrino nel discorso tolkieniano della grande potenza che facilmente viene corrotta perché indulge troppo in se stessa e perde il senso del limite.
      I vecchi commentatori italiani di Tolkien si soffermano sempre sulla figura di Gandalf e la esaltano come quella di un grande sapiente/sacerdote/guida, ma andrebbe pure detto che si tratta di un’eccezione in una categoria di soggetti tutto sommato poco raccomandabili (per quanto molto affascinanti), e che lui stesso va molto vicino a fallire la sua missione, che è quella di neutralizzare Sauron. Anzi diciamo proprio che fallisce, e che – stando alle sue parole – viene rimandato indietro dai Valar per riprovare (del resto tutti gli altri “agenti sul campo” sono ormai bruciati).
      Tenendo conto di queste cose, forse si può iniziare a guardare anche a Gandalf sotto una luce un po’ diversa.

      Riguardo alla seconda considerazione, concordo con quello che dici. L’affermazione dell’attivista canadese è molto “in stile Sam”. Il punto è anche che coltivare un giardino, in senso letterale e metaforico, è una forma di resistenza. Lo era già tra Ottocento e Novecento, come dico nel seminario, nella consapevolezza di chi lo faceva. Mantenere un rapporto con la natura, ovvero con terra, piante, animali, con l’ambiente vivo, anziché spostarsi automaticamente da un punto all’altro dello spazio senza viverlo, senza interagire davvero con esso, ma solo fruendolo, come accade spesso nelle città, era qualcosa che veniva teorizzato e praticato. Ma ancora oggi, chi pratica il guerrilla gardening non fa esattamente la stessa cosa? E’ passato un secolo, ma la questione è ancora sul piatto e forse oggi è più evidente di allora.
      “Difendere il proprio orto” è un’espressione negativa, in italiano. Ma forse dovrebbe farci riflettere. Si dà per scontato che se uno difende il proprio orto, non farà lo stesso per quello altrui. Nella Contea in effetti succede un po’ questo all’arrivo di Sharkey/Saruman, ognuno pensa ai propri affari e nessuno si coalizza per impedire che la terra venga rovinata e gli alberi abbattuti. Ma poi arriva Sam, che ha conosciuto gli Elfi, ha visto il mondo, si è fatto le ossa, etc. e cosa fa? Tira fuori la polvere elfica di Galadriel e insieme a Frodo fa una considerazione…

      Ma sono certo che la Dama non gradirebbe che io tenga tutta questa polvere per il mio giardino, ora che tanta gente ha sofferto gli stessi danni – disse Sam.
      – Usa il tuo intuito e le tue cognizioni, Sam -, disse Frodo, – e fa’ tesoro di quel che hai imparato lavorando il tuo giardino; il dono ti potrà servire anche per aiutare gli altri nel loro lavoro…

      Mi sembra chiaro che Tolkien non vedeva poi tutta questa contraddizione tra coltivare il proprio giardino e coltivare la Contea, sia in senso letterale sia in senso metaforico.
      Chiudo anch’io con un aneddoto. Lo racconta uno studioso di Tolkien anglo-canadese, Patrick Curry, che è un ecologista militante. All’inizio degli anni Novanta, rispose all’appello di un piccolo gruppo ambientalista di non so quale località inglese, che cercava di impedire che venissero abbattuti degli alberi secolari per fare uno svincolo autostradale. Le persone che risposero erano di provenienza piuttosto eterogenea, ma chiacchierando al presidio si accorsero di avere una cosa in comune: avevano tutti letto Il Signore degli Anelli e lo consideravano uno dei loro romanzi preferiti.
      Di conseguenza nessuno di loro si stupì troppo quando, poche ore dopo, da un’automobile di passaggio sulla strada limitrofa, qualcuno (evidentemente favorevole all’abbattimento degli alberi) gridò loro: “Maledetti Hobbit!”.

  9. Non so da dove iniziare per commentare questa meraviglia.
    Innanzitutto grazie per aver fatto (ri)scoprire il SdA a me, Tolkien-scettica; ho iniziato a leggerlo anni e anni fa e l’ho mollato dopo il primo libro. I film anche mi avevano lasciato freddina, a parte per i paesaggi meravigliosi e le scene di guerra a Minas Tirith che viste al cinema in effetti tolgono il fiato. Poi ho letto “L’eroe imperfetto” e l’ho trovato talmente stimolante che ho deciso che dovevo riprovarci. Però stavolta l’ho letto in inglese e, sebbene difficile perché non è esattamente un inglese contemporaneo, l’ho trovato più scorrevole e divertente della traduzione (e va beh confesso anche di aver saltato a pié pari i canti elfici e le poesiole…). Casualmente l’ho finito in questi giorni e presa dall’entusiasmo mi stavo leggendo tutti i vecchi post su Tolkien, quindi questa registrazione è stata una bellissima sorpresa.
    Due cose mi hanno particolamente interessato, una è il tema del coraggio, che a me sembra scontato non possa esistere se non c’è una paura da affrontare; se non si ha paura di fronte a una situazione pericolosa, si è incoscienti, non coraggiosi. Mi viene in mente la scena de Il cacciatore in cui Robert De Niro sfida il suo amico che è diventato un professionista della roulette russa; i due fanno la stessa cosa e rischiano la vita allo stesso modo, ma solo uno in quel momento è coraggioso e compie un’azione eroica; l’altro è ormai solo indifferente e disperato. Non mi sono mai affezionata a una storia in cui l’eroe è *senza macchia e senza paura* (senz’anima praticamente) e mi dà una certa soddisfazione che Tolkien tenda anche un po’ a ridicolizzare la “via del Guerriero”; la mia scena preferita infatti è quando Aragorn e gli altri arrivano stremati a Isengard e trovano Merry e Pippin in pieno relax a fumare l’erba-pipa…
    E poi questi temi ricorrenti nel romanzo inglese, di cui non sapevo l’esistenza ma che a quanto pare continuano a ripresentarsi ancora oggi dato che sono tutti presenti ad esempio in Harry Potter, dai luoghi della serenità, la casa dei Weasley (The Burrow, la tana) e la capanna di Hagrid con l’orto che confina con la Foresta Proibita, il luogo della paura e dell’angoscia, agli alberi dotati di vita propria (il Platano Picchiatore, che in originale è un Whomping Willow, di nuovo il salice) o che forniscono legno da bacchetta, ognuna con un “carattere” diverso a seconda del tipo di albero.
    Grazie ancora e tanti auguri di pronta guarigione al piccolo guerriero gentile :-)

    • @ punto_fra

      La Rowling è una delle allieve più disciplinate di Tolkien… :-)
      A parte gli scherzi, sono d’accordo con te: la saga di Harry Potter è un concentrato di citazioni tolkieniane, alcune proprio esplicite. A quelle che elenchi tu, aggiungerei: l’inconsistenza corporea di Voldemort; gli horcrux e l’effetto che hanno sui “portatori”; il ruolo gandalfiano di Silente/Dumbledoor; la co-veggenza di Harry e Voldemort (che a me ricorda i Palantir); la spada di Grifondoro che ritorna come Anduril/Narsil; la profezia che deve essere interpretata… Altre citazioni invece sono implicite e hanno ricadute più generali, come ad esempio l’inaffidabilità o indecisione di certe figure adulte/regali…
      Ovviamente ci sono anche macroscopiche divergenze tra i due autori, quanto alla visione delle cose, e si potrebbe dire che Tolkien è meno consolatorio e meno “borghese” della Rowling. Ma l’influenza di Tolkien sulla più celebre saga per ragazzi dei nostri tempi mi sembra davvero evidente.

      Last but not least… La scena di cui parli, è davvero significativa. Si è consumata una battaglia furiosa, Isengard è caduta, Saruman è prigioniero nella torre, arrivano i reduci della Battaglia del Fosso di Helm, con re Theoden in testa, e i due hobbit che fanno? Si mettono a raccontargli la storia dell’erba-pipa. E deve essere Gandalf a salvare Theoden dal loro logorroico fancazzismo.

      • Non volevo andare troppo off topic ma se mi dai corda allora :-)) io vedo un’analogia anche tra i Dementors e i Nazgul, sia nell’apparenza sia nel potere malefico che hanno sulle persone.
        Per quanto riguarda la visione della Rowling sicuramente è più consolatoria (più borghese non ne sono sicura), d’altronde a differenza di Tolkien non ha vissuto la guerra. I temi che tratta sono quelli più vicini alla società contemporanea che tutti conosciamo da vicino e per esperienza diretta, come il razzismo, la corruzione della politica, la manipolazione dell’informazione… quando si avventura nel parallelo tra il regime di Voldemort e il nazismo infatti il risultato secondo me è un po’ stereotipato e forzato

        • Vero! Dimenticavo i Dissennatori: sono gli Spettri dell’Anello sputati, sia per le reazioni che suscitano sia per l’aspetto.

          Sulla visione consolatoria, ti dirò… Come ho fatto notare in altre occasioni, il problema secondo me non sono le stereotipizzazioni. La Rowling è abbastanza brava a giocare con esse, a riproporle in una veste adeguata ai tempi. Il guaio sono quelle maledette ultime due righe, le ultime parole famose:

          “La cicatrice non gli faceva male da diciannove anni. Andava tutto bene”.

          A questo punto il professor Tolkien avrebbe chiuso il libro e lo avrebbe gettato fuori dalla finestra sui suoi cespugli di rose. Forse no, era troppo ammodo (e forse teneva anche alle sue rose), però avrebbe comunque trovato inaccettabile un finale del genere. L’incarnazione del male, ovvero il suo manifestarsi nella storia, non può essere davvero ridotta a un singolo individuo identificato come super-cattivo: sia esso Hitler, Sauron, Voldemort… o Berlusconi. Il male è un problema (letteralmente qualcosa che ti si presenta davanti, che ti si piazza in mezzo alla strada) la cui soluzione non si dà una volta per tutte tramite una singola vittoria. Dopodiché cosa resterebbe? Un’infinita tranquillità borghese? Vent’anni a letto presto come Noodles in “C’era una volta in America”? No, il quieto professore di Oxford non avrebbe mai accettato una visione del genere, questa sì prodotta dalla semplificazione etica dei tempi moderni.

          • Off Topic: con questo non vorrei essere sembrato denigratorio nei confronti della signora Rowling. Sono un suo lettore e un fan. Tanto per dire: tre mesi fa, insieme al “piccolo guerriero gentile” mi trovavo in visita agli Harry Potter Studios di Leavesden, a fare foto sul sidecar di Hagrid. Ehm ehm…

            • OT Lo dici a me che senza neanche la scusa dei figli l’altra sera son tornata a casa alle 11 se no mi scadeva la Pozione Polisucco su pottermore… :-/

  10. E c’è un ulteriore punto, ritornando a parlare degli Hobbit, che resta sempre un po’ sullo sfondo.
    Gli Hobbit, all’interno della Compagnia, sono l’unica razza rappresentata da un gruppo di amici. Aragorn e Boromir non possono certo definirsi tali.
    Tolkien addirittura ne inserisce quattro. E certo non perché sono piccoli. All’interno di tutto il romanzo, questo legame amicale segna probabilmente la salvezza della Terra di Mezzo. Perché gli Hobbit, pur nelle incredibili e tragiche avventure nelle quali sono coinvolti, hanno sempre un obiettivo più grande della missione stessa: ritrovare i propri compagni. Ed anche questo, nella via del nuovo eroe tratteggiata da Tolkien, è un passo fondamentale (pensiamo a quanto la solitudine e il solipsismo siano caratteristiche dell’eroe classicamente inteso, e quanto male soffra il povero Frodo nel momento in cui viene anch’egli imprigionato da questa condanna).

    • @ Ekerot
      Acuta osservazione. Tanto più valida se si tiene conto che anche le riproposizioni moderne nella cultura popolare dell’eroe mantengono la connotazione classica:
      l’eroe è solitario, solipsistico e un po’ border-line (vedi Rambo, Callaghan, Doctor House, etc. etc.).
      Gli Hobbit invece vivono tra amici e muoiono tra amici. Si pensi alle parole di Frodo a Monte Fato, dopo che si è sbarazzato dell’Anello, quando crede che ormai sia tutto perduto e dice: “Sono contento che tu sia qui con me. Qui alla fine di ogni cosa, Sam”.
      Anche il numero di quattro non è casuale, credo, perché questo consente di divederli in due coppie, ovvero di non lasciare da solo nessun amico. Quattro poi erano i membri della Tea Club Barrovian Society (il gruppo di amici della King Edward’s School) di cui Tolkien fece parte. La Grande Guerra spezzò quella compagnia, e due di loro non tornarono indietro. Non ci fu eucatastrofe per loro, come invece c’è per i nostri hobbit.

      • Sulla solitudine dell’eroe: beh, il finale di Doctor House però ribalta completamente la situazione, non credi?

        • @ Anna Luisa

          Non so, a me pare che il ribaltamento/redenzione finale non modifichi la caratterizzazione, la tipizzazione, del personaggio. Diciamo che gli sceneggiatori si sono sforzati di fare un passetto in più, ma ormai il personaggio era stato costruito e proposto per anni in un certo modo.

          • a me è parso comunque un ottimo finale (SPOILER lui che decide di accompagnare l’amico Wilson nel suo ultimo viaggio..) che comunque non snatura il personaggio.
            E non credo che gli sceneggiatori avessero l’intenzione di “redimerlo” da qualcosa. Scusate l’OT

  11. Mi è venuta in mente un’altra cosa: è interessante come Tolkien riprende l’idea della casa nel bosco, che si trova in una quantità di fiabe, e come la declina in Lo Hobbit e nel SdA.
    Quello che i personaggi delle fiabe incontrano nel bosco è sempre qualcuno più potente della norma, e può esserlo in positivo o in negativo. Può trattarsi di un mago, di una strega, di un orco, di una fata, di un maestro jedi persino e via dicendo. Sono eremiti che hanno scelto l’isolamento, oppure esseri banditi dalla società umana.
    In Lo Hobbit invece la spedizione in cui si trova Bilbo finisce…in una fattoria, perché è questo la casa di Beorn. Una fattoria circondata da un giardino di fiori in cui ronzano le api. Un luogo in cui si produce ogni ben di Dio e non si vive certo in modo frugale, ascetico, ma anzi c’è una piccola comunità di animali che si nutre di miele e panna. Il padrone di casa è un essere dalle origini misteriose di cui Gandalf sa di per certo solo che “non è soggetto a nessun potere magico tranne che al suo”. Esattamente come Tom Bombadil, l’abitante della casa nel bosco del SdA. Anche Tom Bombadil vive in una casa bellissima, piena di calore, un luogo deputato alla vita. Anche lui è circondato dai fiori, anzi ha come sposa una creatura collegata proprio alla fioritura, alla crescita del mondo vegetale, all’acqua. Anche lui, come Beorn, è una specie di artigiano, è un “Mastro” della natura e degli animali, una figura che non è un “allevatore” (Beorn sarebbe un allevatore di cavalli, a prima vista) perché chi alleva animali piega la natura alle sue necessità e alle sue volontà, ponendosi all’esterno di essa. Beorn e Tom Bombadil invece sono parte di quello che “allevano” e “producono”, e anche nelle loro due figure mi pare che l’influenza del movimento Arts and Crafts sia stata grande.
    Però, come nelle fiabe, anche Tom Bombadil e Beorn sono due personaggi più potenti del normale, proprio perché non sono soggetti ad alcuna magia. Sono esseri che non hanno alle spalle alcun fallimento, e che non potranno mai fallire in futuro. Tolkien ama mostrare la complessità appunto, e nella complessità ci stanno anche le figure così. Però le mette nel bosco e le lega indissolubilmente a un luogo, che amano e da cui non possono allontanarsi. Beorn e Tom Bombadil non potrebbero mai mettersi in cammino insieme agli Hobbit, anche se intervengono, in modo indispensabile ma brevemente, nelle loro grandi vicende. Ne rimangono però sempre esterni, e non per ascetismo, ma perché hanno dei boschi e delle creature da crescere, che amano al di sopra di qualunque cosa.
    Scusate se dico delle cose che sono già state dette in qualche altro thread su Tolkien.

  12. Ci ho messo un po’ ad ascoltare e leggere tutto, e meno male che è chiaro, visto che raccoglie veramente tanto – grazie!

    Due considerazioni, due cent: l’Inghilterra era tutta costruita col legno – cioè con gli alberi. Le grandi querce solitarie venivano fatte crescere apposta così, perché fornissero un certo tipo di legname, diverso da quello fornito dai querceti a boschetto, che crescevano alti ed esili. L’inglese (e i popoli nordici) dipendeva dal legno, cioè dagli alberi e dalle foreste, per le navi, per le costruzioni, e per tanto di tutto il resto. Da sempre.
    Fino all’industrializzazione artigiani, carpentieri, maestranze, architetti, dovevano conoscere e scegliere gli alberi uno per uno, non andavano a comprare legname in fabbrica. Per millenni insomma, alberi e lavoro degli uomini (produzione artigiana) sono stati legatissimi.
    Noi non sappiamo più cosa era veramente questo legame, ma le prime generazioni dopo la rivoluzione industriale hanno avuto per forza più memoria del vincolo con la natura e con gli alberi (cioè non solo il pezzetto di legno da lavorare), e non avevano bisogno di andare a zonzo nei boschi per ricordarselo.

    Invece, nel forte rapporto con i giardini che hanno gli inglesi, non c’è tradizione millenaria, ma una storia più recente (si fa per dire!), e i fiori che resero famosi i cottage gardens…prima non esistevano. A metà del ‘700 furono importate migliaia di piantine e di semi di alberi, fiori e cespugli, dalle colonie americane (e non solo), che attecchirono e crebbero felici. Passione, e poi diffusione commerciale, e il paesaggio si riempì e si colorò con essenze mai viste prima (fra cui i rododendri)! Fu uno sforzo notevole, partito da proprietari terrieri e aristocratici-botanici, che poi però fece nascere i primi vivaisti piccoli e improvvisati, che distribuirono (ormai nell’800) soprattutto nuove piantine e cespugli, da fiore, molto più alla portata delle classi emergenti. Il cottage garden, quello abbellito dai fiori insomma, costava realmente molta fatica – ed era per nulla spontaneo. L’Inghilterra in breve, non si appoggiò su alcunché di ‘naturale’, ma riuscì a diventare la patria del giardino fiorito con sudore e partecipazione collettiva. E non avrebbe potuto accadere in un’altra epoca, per mancanza totale di materia prima! E anche di questo ci sarà stata memoria. (E forse la produzione artistica dai Preraffaelliti in poi, non sarebbe stata così ‘fiorita’).

    Tutta questa storia per dire che dal mio punto di vista Tolkien sembra aver ben presente l’antico e il nuovo anche nella natura…

  13. […] Un regalo prezioso, un vero tesoro. Non sarà un Silmaril, ma il seminario intitolato Aspettando Lo Hobbit: l’eroe e il perfetto gentilhobbit, tenuto da Wu Ming 4 è quasi altrettanto prezioso per chi sa leggere con attenzione. Scrittore, traduttore e saggista, membro del collettivo che ha scritto capolavori come Q, Manituana e Altaj, autore in solitario di Stella del mattino, in cui compaiono J.R.R. Tolkien e C.S. Lewis, con il suo intervento Wu Ming 4 ha letteralemente incantato il pubblico lo scorso 2 novembre a Lucca Comics and Games2012. Dopo quei giorni, abbiamo ricevuto un numero talmente alto di richieste, che non potevamo deludere i nostri lettori. Così, insieme a lui, ci siamo messi di buzzo buono e in un tempo accettabile possiamo ora presentare il testo rielaborato di quell’intervento. Sperando di accontentare chi non presente, ancora una volta cogliamo l’occasione per ringraziare dell’impegno e del lavoro l’autore, che una volta di più dimostra di saper leggere Tolkien da un punto di vista meramente letterario, come meritano solo i grandi classici della letteratura. Sul sito del collettivo Wu Ming potete, invece, trovare l’audio originale del seminario, che è possibile ascoltare andando qui. […]