Mugello Sottosopra. WM2 intervista Simona Baldanzi

Cantieri dell'Alta Velocità

«Uno può vivere tutta una vita senza sentir parlare dei minatori, una maggioranza preferirebbe addirittura non sentirne parlare. La stessa cosa avviene con tutte le specie di lavori manuali, ci tengono in vita e noi ci dimentichiamo che esistono.»

Sono passati quasi ottant’anni da quando George Orwell scrisse queste parole nel suo reportage sulla classe operaia dell’Inghilterra settentrionale, La strada di Wigan Pier I tempi sono cambiati, gli operai sono cambiati, eppure i minatori conservano il primato dell’invisibilità. Condannati, con facile metafora, a rimanere sotterranei, oscuri, avvolti nelle tenebre.
Tanto più oscuri e dimenticati, quanto più il loro lavoro ci è vicino: è più probabile incappare in un reportage fotografico sulle miniere a cielo aperto della Cina, che in un servizio su chi scava i tunnel dell’autostrada dietro casa nostra. Tutti ricordiamo i 33 minatori di San José – salvati dalla nostra voglia di reality – ma difficilmente pensiamo, guardando una galleria ferroviaria, che lì dentro morirà un lavoratore ogni quattro chilometri di avanzamento.
E non c’è dubbio che il meno diffuso di tutti i saperi collettivi promossi e messi in campo dal movimento No Tav, sia proprio quello che riguarda le tute arancioni. Così i seguaci dell’Alta Velocità hanno buon gioco a usare gli operai dei cantieri come “utili eroi”, che i contestatori priverebbero di un’opportunità di lavoro.

Mugello sottosopra (Ediesse, settembre 2011, € 10) è un ottimo antidoto a queste carenze. Simona Baldanzi analizza e racconta l’impatto della TAV in provincia di Firenze, proprio a partire dal bianco prefabbricato dei campi base, dal nero delle gallerie, dal giallo degli elmetti protettivi. Lo fa con competenza scientifica, perché il suo primo contatto con le tute arancioni è nato da un progetto di ricerca dell’Università; lo fa con passione, perché in Mugello ci abita e ci lotta, e lo fa con le parole giuste, perché di operai, cantieri e Mugello si occupava anche il suo primo romanzo, Figlia di una vestaglia blu, che consiglio di leggere in tandem con questo nuovo lavoro.

Venerdì 16 marzo, alle 19, al Bartleby di Bologna, Simona verrà a presentare il suo libro insieme a WM2. Per l’occasione, abbiamo pensato di rivolgerle alcune domande.

WM2: Mugello Sottosopra mescola narrativa, reportage, relazioni da convegno, tabelle, fotografie, interviste, articoli di giornale. Si sforza di raccontare con ogni mezzo necessario il mondo delle Tute Arancioni nei cantieri delle Grandi Opere che affliggono il Mugello: TAV, Variante di Valico, Terza Corsia. Eppure a un certo punto, nonostante tutti questi materiali e tutta questa passione, tu scrivi che «l’intelligenza di chi racconta è mutilata», e che il lavoro manuale rimane un tema difficilissimo da mettere sulla pagina. In cosa consiste questa difficoltà?

SB: Ho letto il saggio di Richard Sennett sull’uomo artigiano, sul lavoro manuale, e ho riportato nel mio libro il suo concetto di intelligenza mutilata. È  la distanza che si crea fra chi descrive le cose e chi le sa fare. Spesso chi sa fare un mestiere non sa descrivere così minuziosamente cosa fa, oppure usa un linguaggio comprensibile solo a chi sa fare quel lavoro. Diderot, per la sua famosa enciclopedia, volendo descrivere il lavoro dovette provare a fare certi mestieri. Ho ascoltato i lavoratori e mi sono sentita incapace di narrare in pieno il loro mestiere. Quando si discute di lavoro dovremmo tenere presente – noi intellettuali, ma anche politici e sindacalisti – che non siamo completamente capaci di capire, proprio perchè questa lacuna di linguaggio è anche una lacuna di comprensione. Dovremmo ammettere di essere mutilati anziché saccenti.

WM2. Anche perché, se è vero che ogni lavoro ha le sue peculiarità, quello delle tute arancioni presenta alcune caratteristiche molto specifiche. Quali sono i “segni particolari” dei lavoratori delle grandi opere, rispetto a un “normale” operaio di fabbrica?

SB: La tuta blu ha avuto tutta un’altra storia sociale rispetto alle tute arancioni. Non è un caso che ci sia molta più narrazione e studi sulla classe operaia di fabbrica, rispetto a tutto il resto dei lavoratori manuali. Il luogo di lavoro è centrale. Il cantiere non è la fabbrica. La tuta arancione è un trasfertista, gira l’Italia, il mondo. Non tesse dunque molti legami nè col territorio nè con gli altri colleghi. Questo ostacola il creare appartenenza, comunità. La tuta blu fuori dalla fabbrica ha una vita sociale legata al territorio e agli affetti. L’operaio delle grandi opere è uno sradicato.

Posto letto al campo base del Carlone

Posto letto al campo base del Carlone

WM2: Sradicati dalla società locale, tutti uomini, senza famiglia al seguito: nel libro descrivi molto bene l’atmosfera “da caserma” che si respira al campo base e il tuo imbarazzo di studentessa in un ambiente al 100% maschile.  Un’altra caratteristica importante del ritratto che dipingi è quella della provenienza geografica: la maggior parte delle tute arancioni che hanno lavorato in Mugello vengono da Campania, Basilicata, Sicilia e soprattutto Calabria. Là ci sono paesi dove la stragrande maggioranza degli uomini fa il minatore ed è figlia di minatori. Tu li hai visitati e racconti il tuo viaggio in queste strane “zone di produzione” della forza lavoro da galleria.  Come si spiega una vocazione territoriale così precisa?

SB: Fame di lavoro e questione meridionale mai risolta in Italia. Il Sud emigra per fare le grandi opere a Nord. La T della TAV si ferma a Napoli. E poi l’immobilità sociale, tu figlio del figlio farai il lavoro di tuo nonno, perchè è il canale più semplice per trovare un posto, per andare avanti. C’è anche il discorso del familismo, così tipico italiano. Padri, figli, ma anche zii, nipoti. Sono tanti i parenti che lavorano nei cantieri, fa parte della forma del reclutamento. Così nel corso degli anni certi paesi sono diventati vere e proprie fucine di manodopera specializzata. In Calabria ho trovato un distretto della miniera, se così lo possiamo chiamare.

WM2: Ti giro la domanda che mi sono sentito fare più spesso a proposito del Mugello: come mai in quel territorio non s’è sviluppato nulla di simile al movimento No Tav della Val di Susa?

SB: Amo il Mugello e questa domanda mi fa sempre un po’ male. Sono cresciuta col mito della Linea Gotica, di Bella Ciao, della terra rossa e dei principi di sinistra. Poi? Bisogna ricordare che proprio nella circoscrizione del Mugello hanno candidato Di Pietro nei DS, si è sdoganato un uomo di destra, facendolo votare, con un plebiscito, dalla sinistra. Sono elettori devoti, forse legati alla vecchia concezione del PCI, dove il partito non sbaglia mai e gli si da una fiducia incondizionata. Da lì ho pensato spesso che il Mugello fosse un laboratorio, un territorio cavia, dove si può sperimentare cosa gli elettori a sinistra sono capaci di sopportare. Per ora, devo dire, tutto. Per la TAV, all’inzio si era creato un embrione NOTAV, ero giovane, ma lo ricordo bene. Erano le mie prime manifestazioni sul territorio. I consigli comunali erano tutti contrari (tranne Firenzuola) e pure i sindaci. Poi questi si recarono a Roma con Chiti, l’allora presidente della Regione Toscana, e pur non avendo mandato dai consigli comunali, firmarono per il sì. Questo fu un grave atto di lesa democrazia, ma il Mugello ha digerito anche quello. Ora stanno costruendo una mega area di sosta pari a 25 campi da calcio, quasi 3 milioni di metri cubi di materiale di risulta. L’utilità? L’interesse generale? Sicuramente il vantaggio è di chi fa i lavori perchè creando l’area di sosta si evita di pagare una discarica. E il Mugello tace.

WM2: Tra le ultime notizie che sei riuscita a  commentare nel libro, ormai in fase di chiusura, c’è quella che riguarda il processo a Cavet per i danni ambientali. Tutti assolti in secondo grado, proprio nei giorni in cui i lacrimogeni annebbiavano la Val Susa e ricorreva l’anniversario dell’ “incidente” ferroviario di Viareggio. In primo grado, il giudice aveva condannato Cavet a pagare un risarcimento intorno ai 150 milioni di euro. Secondo te è possibile “risarcire” un danno ambientale? E come si può fare davvero giustizia, in casi come questo?

SB: Non si può “risarcire” l’ambiente, come non si può “risarcire” un morto sul lavoro. Ma se le condanne non ci sono, si continuerà a danneggiare uomini e ambiente. L’impunità in casi come questi è intollerabile. Si ammette che si può fare. E poi non tollero certe ipocrisie legate all’ambiente. Sono cresciuta in una famiglia di cacciatori. Se mio babbo lascia una cartuccia nel bosco prende 500 euro di multa ed è giusto, perchè inquina. Ma tutto quello che hanno fatto al Mugello? Le basi per una giustizia le crei prima. Il danno non ci deve essere e se c’è, anzichè nasconderlo con studi e valutazioni truccate, mi dici la verità: “questa opera la voglio fare anche se c’è questo danno così grave”. E così dài modo alla gente di capire cosa sta sulla bilancia.

WM2: Un capitolo del libro è dedicato ai morti nei cantieri Tav del Mugello. Li nomini uno per uno,  come ho provato a fare anch’io ne Il Sentiero degli Dei, ma trovarli è stata una faticaccia. Mi stupisce sempre pensare che il fascismo, ai tempi della Direttissima, fece almeno un monumento per i minatori morti nel costruirla. Ad Airolo, in Ticino c’è il bassorilievo di Vincenzo Vela per i caduti del San Gottardo. Oggi invece queste morti vengono occultate, non sono buone nemmeno per la retorica e il marmo: come te lo spieghi?

SB: È un dato che danneggia l’immagine della grande opera, moderna e progressista. Ogni dato negativo su ambiente o lavoro va minimizzato perchè c’è ancora troppa opposizione a certe grandi opere. E poi sai, c’è chi, pure fra i sindacalisti, ha tirato fuori statistiche e ha detto che prima, per realizzare i tunnel ferroviari, c’era un morto a kilometro e allora fra Firenze e Bologna, con 79 kilometri di cui 73 in galleria, è pure andata bene.

Pietro Mirabelli

Pietro Mirabelli

WM2: Addirittura, di un minatore come Pietro Mirabelli – da sempre impegnato sul fronte della sicurezza – si arriva a dire che è morto in galleria perché era troppo esperto, troppo bravo a leggere le rocce e quindi colto di sorpresa dal comportamento imprevedibile di un masso che non avrebbe dovuto staccarsi.  La sua mi pare una storia esemplare, anche di come tra tute arancioni e società locale si possa creare un rapporto: grazie a Mirabelli è nato un legame tra i comuni del Mugello e quelli del “distretto minerario” calabrese, una specie di gemellaggio, uno scambio vero, non solo istituzionale.

SB: Si è sentito parlare spesso della macchina del fango per i grandi personaggi. Non si pensa mai alla macchina del fango che continuamente investe chi muore sul lavoro e le loro famiglie. Quasi mai c’è una condanna per le morti sul lavoro e se leggiamo le relazioni dei PM, sono strapiene di supposizioni che additano il lavoratore come colpevole. Basti pensare che la prima cosa che si fa a un lavoratore morto è capire se ha bevuto o si è drogato. Quando ho letto quella su Pietro, ho provato una rabbia infinita e mi sono immedesimata in ogni famiglia che legge certe cose. Pietro non aveva bevuto, ma aveva in corpo una sostanza associabile agli psicofarmaci. Cosa volevano insinuare? Solo dopo l’hanno collegata alla puntura di antidolorifico che gli hanno somministrato subito in galleria, dopo che aveva preso un masso sulla schiena. Pietro è morto in Svizzera. Ci sono tanti cervelli in fuga, ma anche tante braccia in fuga. Lui se ne era andato deluso da politica e sindacato, che non ha mai colto l’essenza e la particolarità delle sue battaglie.

WM2: Oggi il Mugello viene usato come esempio negativo anche da molti pro Tav: abbiamo fatto degli errori, quindi non li rifaremo. Sbagliando si impara. Mi pare che la tua esperienza dica piuttosto il contrario, che in certi errori non si fa che perseverare.

SB: Il Mugello non ha imparato neanche da se stesso, figuriamoci se puo’ fare esempio per altri. Dopo la TAV, ha altre grandi opere ancora attive, la Variante di Valico e la Terza Corsia e le cose non sono migliorate, anzi, per gli aspetti legati ai cantieri e alle condizioni di lavoro sono pure peggiorate.

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20 commenti su “Mugello Sottosopra. WM2 intervista Simona Baldanzi

  1. è vero, gli operai di fabbrica sono stati e forse sono ancora gli eroi di un’industrializzazione ‘umana’: socializzata, conflittuale, potenzialmente rivoluzionaria.
    mentre i minatori sono ancora delle creature fantastiche e spaventose, prive di linguaggio, sub-umane, invisibili, nascoste e da nascondere, come le “elemental creatures, weird and distorted, of the mineral world” di lawrence in lady chatterley’s lover: i portatori di corpi mostruosi, artificialmente deformati da un’industrializzazione e da un ‘progresso’ delle conseguanze del quale non ci si assume la responsabilità (o, se lo si fa, troppo spesso è solo per sostituirla con un un’utopia agricola pre-industriale, come in lawrence), o addirittura del quale si scarica su di loro l’orrore, come nella statistica delle morti fatta dal sindacalista che citate.
    coraggio simona! e bravi tutti.

  2. Ricordo benissimo l’assoluta “distanza” fra noi ragazzi che andavamo a giocare nei campetti da calcio dei campi base e gli operai che dormivano nei container dieci metri più in là. Solo una volta (in anni e anni) avemmo un contatto, quando uno di loro uscì a rimproverarci perchè urlavamo troppo.
    L’unico appunto, che, da ignorante, mi vien da fare è che se forse allora il poco di protesta che ci fu fosse stato condotto meno su falsi miti (rimarremo senz’acqua per sempre! si seccherà tutto!) poi rivelatisi tutti falsi, forse sarebbe stato meglio.

    • “rivelatisi tutti falsi” mi pare spararla un po’ grossa.
      Se è vero che “rimarremo senz’acqua” si è rivelato falso, il dissesto idrogeologico causato dall’opera è devastante, con un intero paese che sta scivolando.
      Quindi se l’obiezione puntuale è stata fatta male, la contestazione generale del danno irreversibile alle sorgenti e all’assetto delle acque si è rivelata purtroppo esatta.
      Si fosse contestato con “ci crolleranno le case” sarebbe stato etichettato come folklore al pari di “rimarremo senz’acqua” eppure sarebbe stato giusto.
      Da che protesta è protesta gli slogan sono riassuntivi e simbolici, e compito della politica sarebbe rispondere non allo slogan ma all’obiezione generale che sottintende.

    • In che senso falsi? Ho letto da più parti che si sono seccati diversi corsi d’acqua, pozzi e bacini idrici, e interi comuni sono rimasti senz’acqua, con la cittadinanza che prima si è dovuta approvvigionare alle autobotti e in seguito si è ritrovata a pagare più cara acqua portata da più lontano, a sostituire quella che veniva dai bacini sottocasa. Oltre alle cose che racconta il mio socio WM2 ne Il sentiero degli dei, in rete si trovano diverse inchieste. Con un rapido giro su google, ho trovato questo elenco di risorse idriche kaputt: “il fiume Carza, il torrente Carzola, il Fosso Ceretana, la sorgente Sala, quelle di Case Carzola di Sopra, due pozzi in località Casaccia, il pozzo Cerreto Maggio 1, l’acquedotto privato di Ceppeto-Starniano che copriva i bisogni di 135 famiglie, regolarmente autorizzato.” (da Linkiesta).

      • Per un riassunto-cronistoria dei danni causati dall’AV alle sorgenti del Mugello, consiglio le 10 paginette di G. Rodolfi, Tav in Mugello. Causa, cronistoria e conseguenze dei danni alle risorse idriche , ottobre 2008.
        http://bit.ly/AEIGdM

  3. Ho ascoltato la lunga confessione di Mirabelli (http://www.youtube.com/watch?v=0Vb7ot8t-SI). Che differenza con i politici che impazzano in tv. Che dignità, quanta verità. E quale amarezza nel ricordo del suo matrimonio non consumato, o dell’amico incontrato al paese a ferragosto e mai più rivisto se non a bordo dell’ennesimo feretro. Quando tornava a casa per i tre giorni di riposo dopo tre mesi di galleria avvertiva subito la voglia di tornare al buio, ma l’idea di trasferirsi al nord, nonostante i mafiosi, la disoccupazione e l’assenza dei servizi più elementari conservava il sapore della sconfitta che la grande dirittura morale gli impedisce di prendere in considerazione. Grazie per l’ennesima lezione di resistenza.

  4. Si, qualche torrente secco, vero, ma l’acqua mancava prima dei lavori, paradossalmente ora il servizio idrico è più continuo (anche più caro, vero).
    Autobotti mai viste.
    L’acqua, come per tutta l’area di Firenze, credo venga dall’invaso di Bilancino, nel comune di Barberino del Mugello, adiacente a quelli interessati dai lavori.

    • un conto è l’acqua, i fiumi, le sorgenti, i corsi naturali, un conto è “portare” l’acqua. se aprire il rubinetto e vedere l’acqua è dire, non è cambiato niente, adesso, posso darti ragione. ma non lo è per l’ambiente, per il territorio, e neanche per quello stesso rubinetto. non solo costa di più, si spendono anche altre risorse, altra energia. l’acqua dell’invaso di Bilancino è a Valle, non serve i comuni del Mugello, ma la città. quell’invaso lì, è alimentato da affluenti che adesso sono attraversati dai lavori della variante di valico.

    • Non mi sembra il caso di aprire un lungo off-topic sulla questione delle risorse idriche, ma davvero quello che scrivi non ha riscontri nella realtà. Prova a farti un giro sul sito dell’Associazione Idra, ci trovi tutti i documenti che servono per farsi un’idea più chiara della situazione: numeri, dati, cifre, analisi.

      http://associazioni.comune.fi.it/idra/inizio.html

      L’acqua mancava già prima dei lavori? A me risulta che il torrente Carzola non si fosse mai seccato a memoria d’uomo, per fare solo un esempio. L’invaso di Bilancino copre tutto il fabbisogno? Falso, ci sono frazioni che usano direttamente l’acqua delle sorgenti o dei pozzi e sono rimaste all’asciutto. In diversi casi ci sono volute le pompe per riportare i flussi alla normalità. Pompe alimentate da generatori elettrici, quindi acqua gratuita sostituita con acqua costosa e inquinante. Inoltre, la gestione dei materiali di smarino pare abbia inquinato anche le acque del Bilancino, credo sia ancora in corso un’indagine della magistratura.

    • “Autobotti mai viste.”

      A Scarperia le hanno viste eccome, per fare un solo esempio.

      Sulla devastazione del Mugello a opera dei cantieri TAV fece un servizio anche Paolo Rumiz:
      http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/ambiente/tav-torrenti/tav-torrenti/tav-torrenti.html?ref=search

  5. Simona Baldanzi, insieme ai minatori del Mugello, si può vedere e ascoltare anche in questo video http://bit.ly/xEkGWg (Fratelli di TAV, che già ho linkato nel thread precedente), dal minuto 33:54. Di lavoro e TAV (precario, in subappalto camorrista, senza sicurezze) si parla anche al minuto 17:53, per quanto riguarda la tratta Napoli-Roma.

  6. Suggerisco il sito http://www.pietromirabelli.it
    lì abbiamo raccolto molto materiale sulla sua storia. e via, via cerchiamo di aggiornare le info che abbiamo sul processo in Svizzera, attualmente in corso.

  7. Promemoria #notav | Stasera a Bologna presentazione di Mugello Sottosopra di Simona Baldanzi, Bartleby, via S. Petronio vecchio 30/a, h. 19 http://www.bartleby.info/content/presentazione-di-mugello-sottosopra-eusebio-martinelli-gipsy-abarth-orchestra

  8. Il cantiere della quadrilatero, l’opera viaria per completare il collegamento Ancona- Perugia, Macerata – Foligno, finora ha ucciso

    58 anni, Rosario Lo Russo (Nello stesso cantiere, a poca distanza dall’incidente, stava lavorando anche il figlio 31enne dell’uomo)
    55 anni, Vito Gentile
    29 anni, Costantin Caprus,

    http://www.umbrialeft.it/notizie/morte-nel-cantiere-della-quadrilatero-operaio-travolto-camion

    e soprattutto vorrei ricordare Mario, lavorava nel cantiere di Colfiorito e mi raccontò della straziante morte di Rosario Lo Russo.

    Mario non è morto nel cantiere, si è suicidato poco meno di un anno fa a causa di una vita difficile, dell’alcol e di un lavoro di merda lontano da casa in un cantiere ostile

    è l’unica persona che mi abbia mai regalato un libro di poesie (Ungaretti), un paio di scarponi e un paio di scarpe antinfortunistica.

    Lunedì andrò al lavoro al ministero con le scarpe antinfortunistica,

    Ciao Mario

  9. A proposito di devastazioni, ecco lo stupro della Val Rosandra (video):
    http://ilpiccolo.gelocal.it/cronaca/2012/03/30/news/val-rosandra-violata-strage-di-alberi-1.3750606
    Guardatelo tutto, sei minuti che lasciano attoniti.
    Qui il reportage di Paolo Rumiz per il piccolo:
    http://ilpiccolo.gelocal.it/cronaca/2012/03/31/news/la-valle-violata-il-dissesto-1.3754959
    Quel bosco era un luogo importante per tutti, non solo per triestini, goriziani, sloveni… E’ stato deturpato con crudele accanimento, in un raid avvenuto all’insaputa dei più, da quello che dai segni che ha lasciato può tranquillamente essere definito uno “squadrone della morte”. Centocinquanta “volontari da tutta la regione” che hanno travolto tutto, il naturalistico e lo storico, danneggiando strutture antiche e recenti, abbattendo senza alcun criterio sensato alberi di alto fusto.
    Qualcuno deve pagare, deve pagarla, e pagarla cara. Deve pagarla chi ha deciso, deve pagarla chi ha approvato, deve pagarla chi ha eseguito. Io spero che i fantasmi tormentino i sonni di questa accolita finché campa: lo spettro di Emilio Comici, lo spettro di Julius Kugy, lo spettro di Klement Jug, lo spettro di Virgilio Zecchini…
    In Val Rosandra erano riusciti a fermare il TAV. Un complottista direbbe che il raid dell’altro giorno sembra una vendetta per quelle ambizioni frustrate.

  10. Il bosco è dei cittadini, basta con le amministrazioni che commettono illeciti : se è stata una operazione fatta dentro un SIC (sito di interesse comunitario) vuol dire che è stato leso un interesse comunitario, che va risarcito – una class action dei cittadini? Intanto c’è la manifestazione domenica 1 aprile.
    Comunque la dovranno pagare.
    L’importante è sollevare l’indignazione pubblica e capire che si è trattato di un’azione che ha delegittimato la vita democratica di quella comunità e non solo, di tutti: la legge comunitaria europea impone all’Italia di individuare questi siti (SIC) e tutelarli. Non è uno scherzo.

  11. In Mugello, comune di Firenzuola, sul fianco di una montagna SIC – il Sasso di Castro – hanno aperto la cava più grande di tutti i cantieri Cavet, ora utilizzata pure dalla Variante di Valico.
    http://bit.ly/HawhKv

    Forse ci stiamo sbagliando, e SIC non significa Sito di Interesse Comunitario, ma Sticazzi, Impattiamo Comunque.

  12. Sul massacro della Val Rosandra e la Protezione inCivile pubblicheremo a stretto giro un post di Tuco (nelle vesti di “guest blogger” per Giap) intitolato: ROSANDRA CROSSING. IL VIRUS LETALE DELLA “PROTEZIONE CIVILE”.