Sull’oscenità del potere a #Bologna: Al dutàur (note quasi proustiane)

Al dutàur

DOTT. – … S’a vlen per prema ricorrer ai grech antiguamént, i s’vantaven d’aver avò persòn molt notabil, cioè 7 Donn molti savi, 7 Regein molt onesti, 7 Re d’ gran virtù, 7 Capitan molt valurus, 7 notabil Zittà, 7 Edifezi sontuus e 7 Filosof d’gran Duttreina, i num di qual en questi: Talet, Solon, Chelon, Pitach, Periander, Biad e Stisicrat.
[ … Se vogliamo cominciare dai Greci antichi, si vantavano di aver avuto personaggi molto importanti, cioè 7 donne molto sagge, 7 regine molto oneste, 7 re di gran virtù, 7 capitani molto valorosi, 7 grandi città, 7 edifici sontuosi e sette filosofi di gran dottrina. Questi ultimi sono: Talete, Solone, Chelone, Pitto, Periandro, Biade e Stisicrate.]

Nel 1980 ero in piazza a vedere i Clash. C’erano i punk che contestavano i Clash, cioè il comune, cioè il Piano Giovani, il tentativo dell’amministrazione di ricucire, di pacificare dopo i carrarmati di tre anni prima. I nostri fratelli maggiori, o si erano persi nella corrente di eroina che fluiva nelle periferie e in centro, o ballavano: era il così detto riflusso. I fratelli maggiori. Ci avevano provato, ma ora rimpiangevano la Baia degli Angeli, Bob & Tom e il Philly sound. Di lì a breve, quelli che la vita non avrebbe stroncato, li avremmo veduti credere in massa alla proiezione onirica che da qui, da questo punto nel tempo, chiamiamo Anni Ottanta. Nel 1981 ero insieme ai punk, nei giardini del Baraccano, dove ora c’è una riserva per anziani, a preparare il palco dove fu registrata una parte del primo disco autoprodotto “da noi” a Bologna. Nel 1982 suonavo coi Nabat. Steno, un altro outsider, un altro bastardo inviso all’establishment delle famiglie senatorie e dello status quo “rosso”, aveva scritto Laida Bologna (potere salumiere, la sporca disciplina) due anni prima. Ho attraversato il decennio di cui quel che viviamo è diretta estensione tra la curva nord e la strada, perso nella nebbia, il sabato pomeriggio, a bere e fumare le poche lire che avevo in tasca.
Il concerto dei Clash, e la temperie che contribuì ad accendere, sono spesso citati, oggi, come esempi classici relativi a una Bologna altrettanto classica, un luogo e un tempo per molti motivo di rimpianto.

Per parte mia, da un certo punto in poi, verso la fine degli anni ’90, ho smesso di vivere “qui”, e ho cominciato a riconsiderare un passato già lungo. Le mie esperienze si erano ormai consolidate nel luogo interiore da cui ora osservo il mondo. Anche il movimento dei movimenti, a cavallo tra i millenni, l’ho vissuto ben sapendo, in realtà, di provenire da un’altra epoca, da un’altra temperie.
Cercando una pompa di metano, in macchina con Steno, ci aggiravamo mesi fa in un quartiere periferico di nuova costruzione, dominato da un centro commerciale. Che quella città fosse Bologna, niente lo testimoniava. Avremmo potuto essere ovunque. Poi, dopo una rotonda, una periferia che conoscevamo bene. Provammo un ambiguo, doloroso senso di appartenenza.
Questa città ha sempre cercato di schiacciarmi. Di schiacciare me e quelli come me, intendo. Il fatto di non essere riuscito ad allontanarmi da questi luoghi per più di troppo poco tempo è un limite che ha riflessi duri sulla mia esistenza, sulla mia consistenza di vivente, ma è allo stesso tempo una condizione che mi consente di parlare a ragion veduta. Ho assistito, come si suol dire, a tutto il processo che ha portato la città più libera e meglio governata del mondo ai giorni dell’oggi.

Sono un outsider; sono nato in Turchia e questo non è il primo cielo che ho visto. Mia madre era veneta, e mio padre viene dalla montagna bolognese. Per i veri bolognesi, è dunque tra quelli “venuti giù con la piena”. La storia della famiglia, se si rimonta all’indietro di poche generazioni, è una storia di povertà e di esclusione. In realtà, una storia di immigrazione. Essere un outsider è per me dato originario.

Bologna FC 1975-76
Quanto ho amato nell’infanzia questo luogo e i suoi simboli. Quanto ho amato, insieme ai miei dickensiani compagni, il Bologna calcio. Per dire, noi da cinni andavamo in giro in braghe corte. Negli anni ’70 l’orgoglio di noialtri era il fatto di non essere mai stati in serie B. Noi veneti, ferraresi, e montanari e terroni che andavamo a vedere i burattini al cinema parrocchiale. Era Bologna, all’inizio dei ’70.
Amavo sapere che tra le foto dei partigiani in piazza Nettuno c’era uno dei nostri, uno della mia famiglia, un montanaro come mia nonna e mio nonno. Noi ci sentivamo bolognesi, e invece eravamo bastardi nati lontano, solo gente del contado e dei monti, oppure calabresi o sardi. Avremmo scoperto molto presto chi non eravamo e come la bonaria Bologna si apprestava a considerarci.
Quando andavamo in centro, ci sentivamo a disagio. Era un avvertimento, un sentire. A mo’ di scongiuro, pensate un po’, mamma e nonna ci esortavano, in caso di viaggio fin dentro le mura, a “vestirci bene”. Là, in centro, venivamo presi per il culo, invariabilmente, gli abiti e la nostra arcaica dabbenaggine pronta a mutarsi in rabbia. Eppure nelle orecchie avevamo ancora il dialetto, piegato dalle inflessioni d’origine: bolognese ferraresizzato, terronizzato, montanarizzato.
Io non avrei cambiato quel cielo di quarant’anni fa con nessun altro cielo al mondo.

La funivia per S. Luca, Bologna, cartolina fine anni '50
Io non vivo qui. Abito un luogo mentale che è la città trascorsa, luoghi, fatti e volti che costruiscono una storia personale tra tante. Questo luogo non è il passato, sarei ingenuo a crederlo. Vivere al passato non è mai possibile.
La città trascorsa che è il mio luogo interiore è una ricostruzione che la mente produce nel presente. Oggi come oggi non ci sono particolarmente affezionato. Mi sono riservato, in questo come in altri aspetti, il ruolo di testimone. E’ una Bologna “classica”, atemporale, un’astrazione prodotta da una riflessione dell’ora, del tempo/non-tempo che Platone chiama exaiphnès, l’istante, l’attimo. Una riflessione condotta da una persona che ritiene la continuità un’illusione. La Bologna classica delle amministrazioni passate, gli autobus gratuiti, le autoblindo del 77, Beppe Savoldi, i bar dove si recitava come un mantra la formazione del Bologna dello scudetto: sono ben consapevole che la memoria è una sorta di affabulazione. Istante dopo istante, abbiamo un ricordo di noi. Questo è tutto.

Nondimeno, devo dire che le dinamiche attorno a me, quelle suppostamente contemporanee, le ho già esperite. Il riflesso della Bologna classica, mentale, del luogo che davvero abito resiste al tempo cronico di Bologna, al correre-in-avanti delle cose. I modelli interpretativi costruiti dall’esperienza a partire da una Bologna lontana risuonano con l’esterno, con la realtà. Dall’interno del mio luogo, la riproposizione è continua, ciclica, estenuante. Poiché si è evidentemente alla fine del ciclo, le dinamiche in corso recano il segno della prossimità della fine, e quindi le politiche attuali sembrano la parodia di quanto ho già veduto, e contrastato e combattuto, per quanto potevo e via via sempre più consapevolmente, fin dalla prima adolescenza.
Quando a metterle in atto erano avversari dotati di una visione, di una dottrina, di uno stile. Persone – Zangheri, Imbeni – lontane dai tristissimi epigoni di oggi.

DOTT. – …O ch’avlì un Aristotel, o ch’a vlì un Asen; s’ a vlì un Aristotel, a son me, s’a vlì un Asen a si vu; s’ a vlì un Caton a son me, s’ a vlì un Castron a si vu; … s’a vlì un Filosof a son me, s’ a vlì un Fulgnach a si vu;… s’ a vlì un Pitagora a son me, s’a vlì un Parassit a si vu… s’a vlì un’etcetera d’perfezion a son me, s’a vlì un etcetera d’obrobri a si vu.
[O volete un Aristotele, o volete un asino; se volete un Aristotele sono io, se volte un asino siete voi; se volete un Catone sono io; se volte un Castrone siete voi… Se volete un Pitagora sono io, se volete un parassita siete voi… se volete un eccetera di perfezione sono io, se volete un eccetera di obbrobrio siete voi.]

Il potere, qui a Bologna, il potere salumiere, che è un dato costitutivo, inamovibile, è incarnato nella figura del Dottore. Altrochè, se è lotta di classe la conoscenza delle cose dell’uomo contenuta nella commedia dell’arte. Il Dottore, che agisce sulla scena come un lento, tardo animale, un bue o un maiale, è bonario, in apparenza. Uno sarebbe portato, quindi, a ridere bonariamente della sua insulsa tronfiaggine e del suo buffo eloquio denso di citazioni, che è subito sproloquio. La sua rabbia, però, è cieca, cattiva. Fredda, anche se articolata in un profluvio di parole. Mortifera.
Il Dottore, che “qui da noi” si chiama Balanzone, è osceno. Come in qualsiasi altro luogo della terra, in qualsiasi altro momento della storia, il Potere è Osceno. E’ fuori dalla scena, come l’ombra iraconda del Dottore, la maggior parte delle volte in cui il Dottore (in che cosa? In legge? In medicina?) calca le scene. L’oscenità: soliloquio, dialogo interiore corrotto, piano approssimativo e mal condotto, calcolo, sufficienza, ritenersi al di sopra del conflitto e intangibili al dialogo. Il Dottore crede che la miseria degli uomini comuni non possa elevarsi fino all’olimpico status che gli è prerogativa. Il Dottore è gonfio, enfio, vacuo. E’, tecnicamente, nient’altro che un ventre. La classe digerente.
Il Dottore dunque avanza verso il proscenio, spingendo avanti a sé la pancia tesa. Ha una spiegazione per tutto, per ogni aspetto del problema sfodera un’analisi ad hoc. E ha mille soluzioni.
Non so cosa la sua comparsa sulla scena suscitasse trecento o quattrocento anni fa. Quando ero bambino, credevo che simpatico equivalesse a buffo, e che buffo volesse dire passibile di scherno, della risata che è emettere richiami ritmici, mostrare canini. Benché noi ci sentissimo tutti tanto più furbi rispetto al Dottore, e migliori, il Dottore è ancora davanti a noi, si muove lento e tronfio sulla scena, pronto a dispensare insensatezze, come sempre. E’ ancora il Dottore ad essere la voce del Potere, in questa città.

Il Dottore, oggi, non sembra più recitare a braccio. Ha piani, visioni, progetti, almeno così sostiene. Sembra attenersi fedelmente a un copione, forse perché il capocomico non gli riconosce abbastanza talento per improvvisare. Poiché il suo eloquio è via via sempre più stereotipato nel senso e nei modi – non sa più come usare la bocca, i seni paranasali o il cranio per proiettare la voce- l’effetto suona povero. La maschera, che copre solo naso e sopracciglia, lascia esposte le gote rubizze e le palle degli occhi. Egli si espone al lazzo, come tutti i Dottori prima di lui. Il lazzo, che è una sorta di ultima risorsa per la comunità sempre più impotente, e che presuppone già, in se stesso, un’arte raffinata. Lanciarlo nell’aria, simile a un giavellotto sonoro, è tutt’altro che facile.
Secondo le parole del grande attore napoletano Gino Maringola, raccolte da Roberto de Simone:

«Il lazzo era un’espressione estemporanea, una battuta al di fuori del copione, la quale doveva essere fulminante, imprevedibile e cogliere il pubblico di sorpresa. Per raggiungere il suo effetto, il lazzo si basava su un tempo, su un ritmo musicale in quattro, e necessitava di una formulazione “in levare”, affinché la risata della platea potesse cadere “in battere”. Se il lazzo non aveva efficacia e non provocava reazione negli ascoltatori, la colpa era da attribuire all’attore, che evidentemente non aveva i requisiti per recitare “a braccio”.»

L’indicazione è importante. Anche la forma basilare di resistenza al discorso del potere presuppone tempismo e talento. Basilare significa tanto “semplice”, in questo contesto, quanto “primordiale” e “originario”. La serie che si origina a partire da qui, il discorso e la pratica che consegue dal discorso dovrà contenere in sé necessariamente l’arte del controtempo.

Le ultime apparizioni del Dottore “vero”, in ambito davvero popolare, rimontano alla mia infanzia, poco prima del punk rock, dei Clash e di tutto il resto. Il Dottore agiva sulla scena del teatro dei burattini. Sganapino, Fagiolino e Sandrone cercavano il modo per sottrargli i salumi, per circuirgli la serva, per attaccarsi giù in cantina alla botte del vino buono. La loro fortuna era alterna. Alcuni, come Sandrone (in bolognese il nome di questo Zanni è divenuto un epiteto) non incontravano quasi mai la buona sorte. Ma a dispetto di tutto, farsa dopo farsa, cercavano la soddisfazione, la rivalsa, se non il riscatto.

DOTT.- … Perché me a son un compendi d’virtù, e per quest a son un etcetera d’perfezion, e vu a si un archittip d’infamità, e per quest a si un etcetera d’obrobri.
[… Perché io sono un compendio di virtù, e per questo sono un eccetera di perfezione, e voi siete un archetipo di infamità, e per questo siete un eccetera d’obbrobrio.]

Wu Ming 5

Nota. Le tirate del dottore sono tratte da: Properzio Talpi, Al Duttour Balanzon (Grafia secondo l’edizione del 1872 di un originale del 1738), in: Biblioteca Dialettale Bolognese, 1991. Un esempio ulteriore e più corposo della retorica balanzoniana è questo incipit, tratto dalla tirata quinta, Sopra Me Stesso:
«Al bisogna po ch’ognun s’inmazina che vdendum me, l’è cmod veder un Om fatt a so mod: la natura è molt in dubbi s’l’ava cuncors alla mi generazion, perché l’am ved tant dott e tant sapient e tant perfett, ch’la confessa d’en pseir far un alter par mi, e ch’al sia al ver adess a son drì a mandar alla Stampa di volum contra zert filosof natural, perché a chi pias al numer 2, chi al 3, chi al 4, chi al 5, chi al 6 e a me am pias al numer 7, per ogni rason, per’esempi e pr’autorità: s’a vlen per prema ricorrer ai grech antiguamént, i s’vantaven d’aver avò persòn molt notabil, cioè 7 Donn molti savi, 7 Regein molt onesti, 7 Re d’ gran virtù, 7 Capitan molt valurus, 7 notabil Zittà, 7 Edifezi sontuus e 7 Filosof d’gran Duttrein.»
[Dovete immaginarvi, vedendo me, di vedere un uomo fatto a modo suo: la natura è molto incerta sul proprio concorso alla mia formazione, perché mi vede così dotto, così sapiente e perfetto, che riconosce di non sapere fare un altro uguale a me; e che sia vero lo dimostra il fatto che sto mandando alle stampe dei volumi contro certi filosofi naturali, perché a qualcuno piace il numero 2, ad altri il 3, ad altri il 4, ad altri il 5, ad altri il 6, a me invece piace il 7 per molti motivi, per tanti esempi e per l’autorità d’esso stesso: se vogliamo cominciare dai greci, si vantavano di aver avuto 7 donne molto sagge, 7 regine molto oneste, 7 re di gran virtù, 7 capitani molto valorosi, 7 grandi città, 7 filosofi di gran dottrina.]

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5 commenti su “Sull’oscenità del potere a #Bologna: Al dutàur (note quasi proustiane)

  1. Il dottore non fa nulla nella commedia. Non agisce, non reagisce. Nel senso che non agisce su sé né sugli altri. Non porta avanti l’azione – ed è gergo teatrale, ma gergo che risuona bene anche fuori scena. Il dottore potrebbe sparire dalla commedia ed essa accadrebbe ugualmente. Solo si svolgerebbe più veloce. Nel tempo di un canovaccio, vorrebbe dire passare da trenta a venti minuti. In entrambi i casi gli altri personaggi non perderebbero la loro determinazione, i loro pungoli, la loro passione. Non sarebbe uno stravolgimento tale da indurli a cambiare strategia, a scappare, a rinunciare. No, non per una variazione di dieci minuti. Ma il tempo scenico è un distillato di quello delle nostre vite. E quei dieci minuti che il dottore fa perdere in commedia divengono attese canossiane di una vita, gli anni che ci hanno segnato, la stanchezza che abbiamo scacciato voltandoci altrove, la rabbia snervante che dà un disco che salta di là da una porta invariabilmente chiusa. Un disco, che è poi quello del dottore, così come vuole uno dei trucchi più frequentati dagli attori che si trovano ad interpretarlo. “Il ruolo, pensalo come un monologo che duri tutto il tempo della commedia, avulso dalle situazioni della stessa. Le tue entrate ed uscite di scena devono essere solo come un mettere le mani sulla manopola del volume, ad alzarlo e ad abbassarlo.”
    Perché il dottore non sta mai nel gioco, non si mette mai in gioco. È lì, ma parla da fuori. Incessantemente perso nel suo deliquio solitario.

    E se per caso ciò che il dottore dice risulta davvero pertinente, sarà un effetto comico – pardon, ridicolo. Il comico merita un altro rispetto.

  2. Se questo post fosse uscito ieri mattina, prima delle lacrime della Fornero, forse sarebbe stato più facile fare pensieri lineari.

    Si poteva parlare del potere nella sua più ampia accezione, ma visto che WM5 la butta sul teatro e che noi abbiamo visto la prima visione assoluta di “Mrs. Crocodile Fornero” forse è giusto partire da lì.

    Perché nel post di WM5 forse manca un passaggio: i ricchi hanno cominciato a recitare.
    Finché un normale attore veste i panni del Dottore, va bene: tutti noi vediamo cosa succede, tutti vediamo il trucco. Ma se è uno che veste il potere che inizia a recitare, allora cambia qualcosa: il trucco non lo vediamo più. Il Dottore non è più una maschera. La maschera è meno estrema della realtà. E questo, teatralmente parlando, è un problema.

    I ricchi hanno cominciato a recitare, ma non da ieri. Ieri abbiamo scoperto che non è solo Berlusconi, l’attore. E abbiamo capito che recitare ormai è un’arte del potere: si sono presi le maschere, si sono presi il grammelot, parlano lingue matematiche, economiche che nessuno capisce, ci confondono e al termine di uno sproloquio onomatopeico confusissimo dicono:
    “SPREAD”.
    Come?
    “Sacrifici”
    E ti hanno fregato.

    Ecco, capito questo si può parlare di tutto il resto: merda, farse, sangue e lazzi in controtempo.
    E se si vuole andare su Bologna basta sparare a zero.

    Ronchi (assessore alla cultura) eccolo spargere bile mentre batte i pugni sul tavolo, recitando la parte del gradasso iracondo, quando è evidentemente stretto all’angolo da un PD che non lo vuole più in Giunta. Pronto a cadere come Mercuzio gridando “peste alle vostre famiglie”.
    Nonna Amelia Frascaroli (assessore al welfare) che a differenza di Re Ubu non dice “Merdra!”, ma dice “Cristro!”. Che si cura di tutti donando biscottini, mentre le strade si riempiono di senza tetto che dormono sotto i cartoni.
    Ci sono i Merolini che parlano nei corridoi, dicono “rabarbaro” mentre nella scena succede altro, pronti allo scatto, quando ce n’è bisogno.
    Infine c’è Merola (sindaco altissimo et cofferatissimo), che poco tempo fa una maschera se l’è messa davvero. Ed era la maschera del ribelle.

    Quindi occhio perché i ricchi non solo hanno imparato a recitare, ma hanno anche una presenza scenica fin troppo forte. Il pubblico guarda solo loro.
    Il potere salumiere c’è, ma non è questo il punto.
    Il punto è che il potere salumiere è diventato un’attrattiva.
    Andiamo a Bologna, che ci sono gli assessori giovani, Andiamo a Bologna, che ci sono i week end aperti allo shopping, Andiamo a Bologna che ci sono i sindaci con le maschere, Andiamo a Bologna, che ci sono i radiohead. Andiamo in Italia, dove i ministri piangono per i propri cittadini.
    E gli attori sono così bravi che ci si convince che il prezzo del biglietto valga lo spettacolo.

  3. “Come ogni angolo del cosmo, anche il pianeta terra è percorso da forze invisibili.
    Invisibili a occhi umani, e, spesso, anche a occhi divini.
    Ma supponiamo di avere occhi capaci di vedere tutti i flussi di energia mistica che pervadono l’universo, e di trovarci a Bologna, a qualche chilometro da terra, nell’autunno del 1993.
    Allora vedremmo una gigantesca spirale, una sorta di immenso ciclone rosso avente come occhio il centro della città, il Crocevia dei Mondi in mezzo a cui sorge l’asse sghembo e attorno al quale tutto, stortamente, gira…”

    Credo di rimpiangere la Bologna dei primi anni Novanta soprattutto perché avevo 20 anni e facevo ancora l’università… ma ora che sono tornato a Parma (forse la città più borghese e provinciale dell’universo) sento tanta nostalgia : )
    Bologna non sarà più quella di una volta, ma vuoi mettere…
    Eppure negli anni Venti Parma fu l’unica città a sconfiggere militarmente il fascismo, le gloriose barricate del ’22 in Oltretorrente, che ancora oggi è un “quartiere aperto”, studenti, immigrati, circoli…
    Forse ogni città nasconde qualche sopresa, per fortuna.

  4. @ Giacomo

    Io dico piuttosto che per certi versi, quelli che attengono alla sfera che noi definiamo “il potere”, Bologna muta solo in apparenza, tanto è vero che un “archittip” della bolognesità come il dottore può funzionare, a prezzo certo di qualche forzatura, come parodia della lingua di legno del potere contemporaneo. Non c’è un filo di nostalgia in quanto scrivo, si tratta di interrogarsi sul senso di essere cresciuti a Bologna, nell’ultimo scorcio del secolo scorso. Bologna non era “migliore”, allora.
    Non so quale sopresa possa riservare questa città. La sorpresa vera dovrebbe arrivare da chi resiste alle dinamiche sempre uguali, ridicolmente uguali a se stesse, che attraversano questi luoghi. Nonostante la città, direi.

  5. @Wu Ming 5

    Chiedendo scusa per il ritardo nel commento (non è colpa mia, anche se so di voi da un po’ di tempo ho finito “54”, il mio primo libro scritto da voi, e da qualche minuto sono anche un giapster), ma finendo di leggere questo meraviglioso pezzo, credo di dover fare i complimenti a tutto il gruppo per le emozioni che mi avete dato con le letture di 54 e Q. Non c’entrera tanto con l’oscenità del potere ma non è solo questo: leggendo qua sopra mi sono innamorato di Bologna e la ho rivalutata con molte altre città italiane che ritenevo “simili”; nulla di più falso, il bello dell’Italia e che è bella perchè è varia, con differenze (culturali, culinarie, estetiche, di gente ecc. ecc.) grandi o piccole a seconda delle regioni. Pensavo fosse, come tutti i principali capoluoghi di provincia o regione con un po’ di storia un posto da vendere ai turisti, nulla più. E ora sono qui a ringraziarvi per avermi aperto gli occhi, per avermi fatto voler vivere a bologna anche se non ci sono mai stato, o perchè mi avete introdotto al leggendario Cary Grant e agli anni ’50, o per avermi fatto sentire a casa, a Genova, (poichè ne sono lontano, più mentalmente che fisicamente, anche se la distanza c’è sempre) mentre leggevo di Robespierre e soci. Grazie Wu Ming Foundation. Sul serio.