Per Bradley Manning. Su #wikileaks e altro

[Ieri è circolata la notizia: Bradley Manning rischia la pena capitale. Tre settimane fa abbiamo scritto un articolo su di lui, è appena uscito su GQ, lo proponiamo anche qui. Dopo gli asterischi, altre segnalazioni e notizie.]
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Mentre scriviamo queste righe, i giornalisti di tutto il mondo attendono che un pugno di giudici londinesi si esprimano sull’estradizione in Svezia di Julian Paul Assange, fondatore di Wikileaks. Nel frattempo, la casa editrice Feltrinelli si è aggiudicata per una cifra stellare i diritti di traduzione della sua autobiografia.
Assange è senza dubbio un uomo affascinante, ma l’enfasi dei media sul suo personaggio rischia di mettere in ombra un aspetto essenziale del progetto Wikileaks: la sua natura collettiva. Migliaia di documenti riservati sono stati messi sotto gli occhi dell’opinione pubblica grazie al lavoro di individui anonimi, che il più della volte hanno deciso di disobbedire alla consegna del silenzio, convinti che certe informazioni non dovessero restare segrete. L’identità di queste gole profonde è protetta dal fatto che nemmeno Wikileaks è in grado di rintracciarle, ma almeno in un caso qualcosa è andato storto.
E’ il caso di Bradley Manning, il soldato americano che ha permesso la più devastante fuga di notizie nella storia dell’esercito statunitense. E mentre gli editori si contendono le parole di Julian Assange, pochi sanno che il soldato Bradley ha compiuto 23 anni in un carcere militare, dov’è tenuto in isolamento dal 29 luglio scorso. Ogni giorno, la sua unica ora d’aria fuori dalla cella consiste nel farsi una passeggiata in un’altra stanza vuota, solo un po’ più grande. Quando sta nella sua scatola di due metri per quattro, Bradley non può fare nulla, nemmeno un paio di flessioni. Se dorme, deve farlo con la luce accesa e senza lenzuola. Se per caso scompare sotto la coperta, lo svegliano, perché ha l’obbligo di restare sempre visibile. In poche parole, Manning è sotto tortura da sette mesi di fila, senza che nessun tribunale lo abbia mai condannato. La prova che dovrebbe inchiodarlo è una chat privata, dove un certo Bradass87 dichiara di aver passato migliaia di documenti sensibili sulla guerra in Iraq a un pazzo australiano coi capelli bianchi. Ovvero, Julian Assange.
Ma andiamo con ordine.
Bradley Manning non è il classico palestrato in mimetica visto e rivisto in diecimila film. Biondino, faccia da cupido, è alto un metro e cinquantasette, pesa quarantotto chili ed è pure gay. Entra nell’esercito a vent’anni e nell’ottobre del 2009 arriva a Bagdad, come specialista di intelligence e informatica.
Un giorno, Manning viene consultato a proposito di quindici sospetti, arrestati dalla polizia irachena con l’accusa di aver distribuito letteratura sovversiva. Ma il pericoloso pamphlet, una volta tradotto, risulta essere un saggio critico contro il premier Al Maliki e i funzionari corrotti del suo governo. Bradley lo legge, corre a informare il suo superiore e si sente rispondere di starsene zitto, perché gli Stati Uniti vogliono aiutare la polizia irachena ad arrestare più sospetti, non meno.
Da quel momento, Bradley Manning comincia a dubitare di essersi schierato dalla parte dei buoni.
Il 21 maggio 2010, sulla rivista Wired, compare un pezzo dedicato al caso di Adrian Lamo, un hacker di ventinove anni, colpevole di aver violato i computer di Yahoo!, Microsoft e New York Times. L’articolo racconta che Lamo, fermato dalla polizia per “comportamenti sospetti”, è stato ricoverato in una clinica psichiatrica contro la sua volontà. Dopo nove giorni di trattamento, gli strizzacervelli gli hanno diagnosticato la sindrome di Asperger, la forma di autismo di cui si dice soffrissero Michelangelo, Mozart, Newton e Lisbeth Salander, la hacker inventata da Stieg Larsson nella trilogia Millennium.
Il soldato Bradley legge l’articolo a Bagdad e il caso di Lamo gli ispira simpatia, sembra preso di pacca da un romanzo cyberpunk, con l’hacker nei panni del pirata informatico, genio ribelle, Robin Hood al silicio.
Bradley si mette in contatto con Lamo e gli fa una domanda imbarazzante: “Tu che faresti, se avessi accesso a un mezzo milione di documenti segreti, cose incredibili, che potrebbero avere un impatto su sei miliardi di persone?”
Lamo prova a rispondere, poi si spaventa, e alla faccia dei pirati, di Capitan Harlock e Robin Hood, va dritto dritto all’FBI e racconta la storia di questo Bradass87, che gli ha scritto dall’Iraq, sostenendo di essersi scaricato un paio di CD, non con le ultime canzoni di Lady Gaga, ma con un intero archivio di dispacci militari, cablo d’ambasciata e filmati top secret. Tra questi, il video che diventerà noto come Collateral Murder: due elicotteri Apache dell’esercito statunitense che attaccano e uccidono un gruppo di civili inermi in un sobborgo di Bagdad.
Il 26 maggio 2010 Bradley Manning viene arrestato e rinchiuso nella prigione militare di Camp Arifjan, in Kuwait. Per sei settimane se ne sta là, senza ricevere uno straccio di accusa formale.
Il 29 luglio viene trasferito a Quantico, Virginia, per aver violato gli articoli 92 e 134 del Codice Militare statunitense, “trasferendo materiale secretato sul suo computer personale” e “comunicando informazioni sulla sicurezza nazionale a un soggetto non autorizzato”.
Così, mentre Bradley Manning viene torturato con l’isolamento da sette mesi (tanto per far vedere a chi volesse imitarlo che cosa lo aspetta), l’America si interroga se quel suo soldato sia un traditore o un eroe ribelle, un eroe ribelle o un vero patriota.
Forse in un mondo migliore di questo il soldato Bradley riceverebbe una medaglia, ma nel nostro mondo gli uomini in divisa vengono addestrati all’obbedienza e allo spirito di corpo. In nessuna democrazia del pianeta Terra uno come Bradley Manning potrebbe diventare un eroe nazionale. E questo ci dice qualcosa di molto, molto indigesto su che cos’è la democrazia nel secondo millennio.

Bradley Manning Support Network

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MACCHINE MITOLOGICHE E CULTURA DI DESTRA: IL RITORNO DI FURIO JESI

Audio della presentazione del numero della rivista Riga dedicato a Furio Jesi. Con Enrico Manera (curatore del volume insieme a Marco Belpoliti) e Wu Ming 1. Bartleby, Bologna, 18 febbraio 2011. La registrazione dura un’ora e trentadue minuti. L’intervento introduttivo di WM1 patisce alcuni problemi di microfono, poi l’audio si stabilizza.

Macchine mitologiche e cultura di destra. Il ritorno di Furio Jesi
(1h 32′ 58″)
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Scarica l’mp3 (88 mega)
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UNA VIDEOINCHIESTA SUL #ROGODILIBRI

Realizzata da Acmos, e molto buona. Ci sono scene della manifestazione di Preganziol,  con interventi di  Lello Voce, Stefano Tassinari, Serge Quadruppani e Wu Ming 1. C’è persino la Donazzan che si dà malata! Ma la chicca è l’intervista finale a Speranzon, che fa la figura del cooked pear vendor.
A proposito di costui: scommettiamo che a metà anni Ottanta era un paninaro. C’è qualche mestrino che può darcene conferma?
E a proposito di Donazzan: nelle ultime settimane era in salute, e se l’è presa prima con  l’ANPI e con gli insegnanti che il 10 febbraio non hanno parlato delle foibe ai loro alunni; poi con quelli che volevano parlare in classe della manifestazione “Se non ora quando”; poi con quelli che hanno osservato un minuto di silenzio in difesa della scuola pubblica.
A un certo punto, forse durante una ricaduta febbricitante, ha persino proposto la castrazione chimica.
Intanto a Preganziol le autorità locali si impegnano in nuove (ridicole ma gravi) manovre liberticide.
Ultimo link sull’argomento, almeno per oggi: Biblioteche venete contro il #rogodilibri.

ALTAI. SKINSHOUT E XABIER IRIONDO AL LEONCAVALLO

Francesco Cusa sta “salvando il salvabile” delle riprese di sabato 26 e ha montato una sintesi/showcase del concerto, lunga 14 minuti. L’audio è di cattiva qualità. Dal rimbombo della sala si salvano solo le frequenze alte, quindi la chitarra da tavolo di Xabier Iriondo e, soprattutto, la voce di Gaia Mattiuzzi risaltano e fanno un’ottima figura, mentre batteria e recitato formano un marasma che spacca anche un po’ i maroni. Del recitato si distingue qualcosa giusto ascoltando con gli auricolari. Ma anche solo per quel che si sente, vale la pena.
L’album Altai è pubblicato da Improvvisatore Involontario.

ANATRA ALL’ARANCIA MECCANICA…

…nei primi 5 giorni di presenza in libreria (22-26 febbraio 2011) è stato il 23°  (ventitreesimo) libro più venduto nelle Feltrinelli di tutta Italia. Il 9° (nono) contando solo la narrativa italiana.
Nelle Feltrinelli il libro (come tutti gli Einaudi nel mese di febbraio) era venduto con lo sconto del 25%, quindi il dato è sicuramente sovradimensionato. Altrove avremo venduto meno. Ma è un buon inizio, grazie a tutt*.

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17 commenti su “Per Bradley Manning. Su #wikileaks e altro

  1. talvolta, procedere per sineddoche, cioè nominare la parte per il tutto (in questo caso Assange per Weakileaks), fa dimenticare tutte le altre parti che compongono quel tutto…
    Grazie quindi per averci fatto conoscere Bradley.

    Sono in ritardo su tutto: “Il libro dei bambini”, che langue sul mio comodino, ma purtroppo non si trasferisce nei miei neuroni per osmosi mentre dormo (sono incredibilmente incapace, in questo periodo, di concludere la “passeggiata non passeggiata” in quel meraviglioso labirinto), “Anatra all’arancia meccanica”, che addirittura non ho avuto ancora il tempo di comprare (ma questo significa che contribuirò a far salire le vendite dei prossimi giorni… :-) ), i classici sulle barricate, però conto di recuperare presto!

  2. Ho terminato di ascoltare la registrazione della serata al Bartleby dedicata a Jesi. È bellissima. Interventi lunghi e articolati eppure comprensibili. Siete stati limpidi e accessibili.
    Insomma, un’ora e trenta minuti colma di spunti e suggerimenti.
    Un toccasana per le sinapsi: grazie, davvero.

  3. Sulla presentazione di Riga.

    Per prima cosa, complimenti e ringraziamenti – anche se in ritardo – a WM1, Enrico Manera e Bartleby per la bellissima serata. Di Jesi ho letto, qualche anno fa, “Cultura di destra”, ma al di là di questo non lo conoscevo affatto. Per cui davvero grazie!

    Poi ho una domanda in sospeso per WM1 da quella sera – per esigenze di scaletta il rituale delle “domande dal pubblico” saltò.

    Più che una domanda, è una riflessione… un esempio di impiego in forma non tecnicizzata del materiale mitologico può essere ritrovato forse in alcune manifestazioni della cultura e della musica afroamericana?

    Penso al “frullato” di esoterismo, utopia salvifica, tradizione jazzistica e science fiction che si trova nei concerti-performance della Sun Ra Arkestra – il cui messaggio fu infatti sistematicamente frainteso e ridicolizzato da molti redivivi “moldy figs” della critica musicale.

    O, ancora, all’africanismo “militante” dell’Art Ensemble of Chicago (a proposito, bellissima la digressione su Illistrum e Odwalla che si trova ancora da qualche parte in internet!).

    In fondo, tutto il processo di formazione dell’identità culturale afroamericana si è basato sul riciclo, la ricontestualizzazione e la sintesi di elementi di provenienze molto diverse… personalmente, credo che in quel processo ci sia un fondo di universalità che potrebbe essere istruttivo per un “sano” decorso delle pratiche mitopoietiche individuali e collettive, capace di evitare la tecnicizzazione.

    Cosa ne pensi/ate?

  4. @ Don Cave

    la questione e l’esempio che proponi sono importantissimi, io ci rifletto sopra da anni, costituiscono uno dei principali sotto-testi di New Thing.

    Tenuto conto che in realtà *qualunque* uso di materiali mitologici è in una certa misura “tecnicizzante”, perché con la cesura rappresentata dalla modernità le nostre società non possono che rapportarsi al mito in modo diverso da come lo facevano gli antichi, direi che la cultura afro-americana ha proposto esempi di ricombinazione mitologica feconda e di approccio per quanto possibile (e paradossalmente!) “genuino”, partendo proprio dalla *mancanza* di tradizione, dal vuoto dello sradicamento.

    L’esempio più icastico è la “X” nel cognome di molti attivisti neri, il più celebre dei quali è ovviamente Malcolm. La “X” evidenzia lo sradicamento e allude a una genealogia irrimediabilmente perduta. Nella “X” non c’è rimpianto, ma volontà di ripartenza:
    “Qui comincia una nuova vita, che mi vedrà privo del cognome assegnato ai miei antenati dai loro padroni schiavisti.”
    Per usare un’espressione ricorrente negli scambi su Jesi tra me ed Enrico Manera, la “X” è un “mostrare la cesura”. La “X” dichiara che ci sono lavori in corso sui materiali mitologici, che c’è una ricombinazione creativa, che il Mito non viene preso presuntamente in quanto tale, ma nella consapevolezza che certe “epifanie” sono impossibili, inattingibili.

    Il lavoro iconografico e mitopoietico di Sun Ra è un caso molto peculiare, per motivi che magari spiegherò in altra sede, ma certo Jesi è utile per analizzare il filone del cosiddetto “afrocentrismo” culturale, della “négritude“, dei riferimenti a un “Atlantico nero” come luogo mitico-storico di attraversamenti e conflitti.

    Del resto, Jesi è molto meno “eurocentrico” di quanto i suoi studi sulla Germania porterebbero a pensare. Ricordiamoci che parte come egittologo, quindi occupandosi di Africa.

    Comunque, su questa tematica prima o poi vorrei scrivere un post, un testo più coeso di un commento en passant.

    Grazie per aver richiamato i miei articoletti “mitografici” usciti qualche anno fa su Musica Jazz. Per chi non li avesse letti e avesse curiosità al riguardo, sono qui:

    http://www.wumingfoundation.com/ourbooks/news.php?cat.6

    Riporto anche una risposta che diedi tempo fa a Simona Frasca di Alias, il supplemento settimanale del “Manifesto” (le cui pagine letterarie sono languidamente flatulente, ma quelle musicali sono molto valide):

    «Io credo che si possa ancora “andare a lezione” da Coltrane e dai jazzisti free degli anni Sessanta, anzi, oggi hanno più cose da insegnarci, e noi posteri siamo più in grado di capirle di quanto lo fossero i loro contemporanei. Abbiamo questo grande tesoro del “senno di poi”, abbiamo la prospettiva, e abbiamo problemi di grandissima urgenza proprio sul terreno che la “new thing” esplorò e dove s’insediò (per poco tempo) da pioniera. L’integrazione della tradizione in una cultura innovativa, la necessaria “sintesi” tra vecchio e nuovo, tra passato e presente per ottenere il futuro… Quella generazione di musicisti si spinse in avanti ad oltranza, eppure non perse mai di vista (anzi, “di udito”) la tradizione da cui veniva, continuò a voltarsi per gettarle un’occhiata, occhiata che nei momenti critici fu rigeneratrice. Anziché contemplarla passivamente o riproporla tale e quale, scelse di metterla in gioco nel modo più audace possibile. Pensiamo a quell’insieme di tradizioni e di pratiche da cui veniamo e in cui abitiamo, insieme per il quale oggi non abbiamo più nemmeno un nome (“sinistra rivoluzionaria”? “Sinistra radicale”? “Movimento antagonista”?). Ora più che mai abbiamo bisogno di mettere in gioco la tradizione, di spingerci in avanti senza però mai perderla di vista.»

    L’intervista completa è qui:

    http://www.wumingfoundation.com/ourbooks/news.php?extend.71

  5. @ WM1

    Grazie per la risposta e gli approfondimenti!!! New Thing è un libro che ho amato molto, sia per l’argomento di cui parla (la musica afroamericana è una delle mie passioni imprescindibili), sia per la forma narrativa che adotti. Per cui colgo l’occasione per ringraziarti e complimentarmi anche per quel bellissimo lavoro.

    A proposito di jazz, “mitodinamiche” afroamericane e proiezione utopica, conosci “Blutopia” di Graham Lock (http://www.amazon.com/Blutopia-Visions-Revisions-Ellington-Anthony/dp/0822324407)? Lo sto leggendo in questo periodo, e offre parecchi spunti interessanti.

  6. @don cave

    innanzitutto grazie per l’attenzione

    le questioni che poni sono cruciali e sono quelle che più mi interessano in questo periodo, mi dispiace farmi pubblicità ma ho buttato giù le prime riflessione nate anche grazie all’incontro con WM1 e ai forum precedenti in un articolo che esce su alfabeta2 di questo mese (e che poco dopo posterò in rete).
    Detto questo c’è un libro che ho avuto appena il tempo di sfogliare e iniziare e che bisognerebbe tradurre:

    Yves Citton, Mythocratie. Storytelling et imaginaire de gauche, Paris, Éditions Amsterdam, 2010 (ISBN 978-2-35480-067-3).

    http://www.fabula.org/actualites/y-citton-mythocratie-storytelling-et-imaginaire-de-gauche_35261.php

    che cerca di fare il punto della situazione da Eschilo a Sun Ra per l’appunto, aggiornando il discorso sull'”interruzione del mito”, sul finzionalismo ontologico e sul “comunismo estetico” che Nancy aveva lanciato nei novanta, tradotto da Cronopio con ‘La comunità inoperosa’,

    appena avrò il tempo ci lavorerò sopra un modo un po’ sistematico, e ne riparleremo assolutamente.
    In questi giorno il mio focus si sta spostando sul mondo della scuola e sono partite un po’ di cose che devo seguire ora…

    a presto

  7. e ovviamente il grazie era rivolto a tutti/e,
    essere comprensibili, limpidi e accessibili è il complimento migliore che si possa ricevere; Jesi a volte è trattato in modi che lo rendono ancora più tortuoso di quello che è, la sua poca chiarezza in certi libri e un modo di celebrare il suo culto arcano e astruso hanno impedito che lo si conoscesse davvero per lungo tempo.

  8. @ arrigo malera

    Grazie a te per le preziose segnalazioni! E mannaggia a me che non so il francese… il libro sembra davvero interessante!

  9. non c’entra con questo post, ma e’ nell’ aria. vorrei segnalare questo pezzo di faryd adly sulla libia,

    http://www.globalproject.info/it/mondi/Dalla-Libia-arriva-un-grido-di-liberta/7681

    perche’ certe prese di posizione che ho letto qua e la’ in questi giorni mi hanno, come dire, turbato. sono d’ accordo sul fatto che quel che sta accadendo in libia non e’ chiaro, che l’ informazione e’ manipolata e che vari avvoltoi svolazzano sopra il golfo della sirte. ma leggere valentino parlato che si dichiara estimatore di gheddafi mi ha fatto male. l’ altro giorno, quando sembrava che gheddafi fosse sul punto di cadere, un mio amico senegalese (che per la libia ci e’ passato) aveva le lacrime agli occhi dalla felicita’.

  10. @ Tuco,

    sì, in questo thread siamo piuttosto OT, integro il tuo commento però invito a non proseguire qui, non è la discussione adatta.

    Concordo, le prese di posizione pro-Gheddafi sono assurde e inaccettabili. Gheddafi è un rivoltante pezzo di merda e il suo è stato (ed è tuttora) un regime autoritario, sanguinario, corrotto e nepotista al limite del neo-feudale. Punto.
    Un conto è dire che quel che accade in Libia è peculiare e piuttosto diverso da quanto accaduto in Tunisia ed Egitto, e analizzare le forze in gioco, gli interessi economici, le ingerenze delle grandi potenze etc. Altro paio di maniche è il giustificazionismo che striscia e si allarga in certi blog, lento ma costante, come una pozzanghera di liquame fetido.

    Su questo, segnalo Evangelisti su Carmilla l’altro giorno:
    http://www.carmillaonline.com/archives/2011/03/003812.html

    E segnalo American Leftist sulle demenziali prese di posizione e mosse politiche di Chavez in questo frangente:

    Chavez and the Arab revolution: A Political débacle
    http://bit.ly/hAjJb9

    Nelle settimane scorse ci sono state buone discussioni su Militant (link nella colonnina qui a fianco).

  11. Gheddafi è andato al potere nel ’69, pochi mesi prima di un altro “socialista africano”: jaalle Maxamed Siyad Barre, in Somalia. E pochi mesi prima che Siyad Barre cadesse, nel gennaio ’91, c’era chi ancora lo sosteneva, in nome della sua rivoluzione senza spargimento di sangue e delle conquiste sociali dei primissimi anni ’70. Costoro si chiamavano Craxi e Pillitteri, non so se a Parlato piacerebbe il parallelismo… Forse aveva ragione, visti gli sviluppi, chi sosteneva che Barre fosse l’unica soluzione possibile, l’unico capace di tenere insieme il paese, ecc. Ma non si può chiedere a un popolo affamato e umiliato di adottare la logica del male minore. Barre, come Gheddafi, iniziò a puzzare molto, molto presto. L’Italia, come sempre, preferì tapparsi il naso fino all’ultimo.

  12. New Statesman
    “Bradley Manning, the unknown soldier”
    http://bit.ly/gfWtXa

  13. Ho sentito a pezzi la registrazione della serata al Bartleby causa caos miei vari ed eventuali, ma alla fine ce l’ho fatta. E mi unisco ai complimenti: interessante, significativa, ma assolutamente accessibile, chiara, limpida, e coinvolgente anche da ascoltare solo, come diceva anche @Anna Luisa sopra.

    Quando a Manning e all’affaire Wikileaks non conoscevo, e personalmente, ringrazio e faccio girare nelle realtà di attivismo (collettivo & associazioneculturale) di cui faccio parte. Per il resto, io personalmente, di Wikileaks non mi fido troppo. Sarà che la mia fissazione patologica per X-Files mi rende patologicamente complottista, ammalata di “Sindrome-di-Fox-Mulder” (Alieni a parte), ma mi chiedo se la diffusione di determinati contenuti non sia essa stessa pilotata. (Esempio: la questione del “pilotaggio” americano delle rivolte in Tunisia ed Egitto che era spuntata qualche settimana fa, mi sa tanto di manovra per screditare la spontaneità delle lotte e simili). Ma mi autocensuro sull’argomento, che rischio di andare troppo OT, pardon.

    Bisous, e grazieancora. :-*

  14. @EveB

    beh, almeno nel caso specifico, l’orrorifica rappresaglia che Manning sta subendo da parte del governo e delle forze armate americane dimostra che, quando sono usciti i “leaks” sull’Iraq, gli USA la botta l’hanno sentita. E adesso tortureranno e faranno impazzire un ragazzo di 23 anni, e magari uno di questi giorni monteranno una bella scenetta per farlo fuori, modello George Jackson. E serva da esempio a tutti noi: certe cose non si devono sapere, mai.

  15. Nove pagine di telegrammi segreto degli americani
    da Tripoli, Libia.

    http://www.wikileaks.ch/origin/22_0.html