Appunti diseguali sulla frase «Né destra, né sinistra»

[Proponiamo su Giap, in una versione leggermente diversa, l'articolo di WM1 apparso sull'ultimo numero di Nuova Rivista Letteraria con il titolo "Il senso della non-appartenenza". Grazie a Tuco, Giuliano Santoro, Don Cave, Uomoinpolvere, i compagni della rivista "Plebe" di Foggia, Valerio Evangelisti, Nadie Enparticular e non pochi altri.]
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Ho preso questi appunti nel corso del tumultuoso, convulso 2011, anno di insurrezioni, detronizzazioni, disvelamenti e nuove confusioni. Per la precisione, sono note scritte nel periodo aprile-settembre 2011.
Alla bruta materia di queste frasi annotate live, nel pieno degli eventi, non ho saputo imporre alcuna struttura solida e coerente. La numerazione di paragrafi e capoversi è il residuo di un tentativo in tal senso, sostanzialmente fallito.

1. CHI DICHIARA COSA?

1.a. Negli ultimi tempi si sente sempre più spesso la frase: «Non siamo di destra né di sinistra». Talvolta, l’ordine dei fattori è invertito: «Non siamo di sinistra né di destra».
Non è certo una frase nuova, l’abbiamo udita tante volte. Eppure, tendendo l’orecchio, possiamo registrare una prima, piccola novità: il soggetto plurale ricorre più spesso di quello singolare. Il noi sta scalzando l’io. Fino a qualche anno fa, questa “dichiarazione di non-appartenenza” era il più delle volte a titolo personale. Oggi, invece, è sempre più sovente l’enunciazione di soggetti collettivi.

1.b. Se continuiamo ad ascoltare e intanto ci guardiamo intorno, possiamo comprendere il perché della coniugazione plurale: se ieri, nella stragrande maggioranza dei casi, la frase era espressione di qualunquismo destrorso (ovvero, chi premetteva di «non essere di destra né di sinistra», novanta volte su cento era in procinto di attaccare politiche o personaggi di sinistra), di recente la questione si è ingarbugliata: in giro per l’Europa, nuovi movimenti, anche molto diversi tra loro, si fanno un punto d’onore di dichiararsi non-appartenenti ad alcuno dei due campi politici. Si va dal nostrano Movimento 5 Stelle, si passa per i «Partiti dei Pirati» che hanno ottenuto buoni risultati elettorali in Germania e altri paesi, e si giunge ai cosiddetti «Indignati», movimento transnazionale che ha i suoi miti delle origini nelle rivolte nordafricane e nelle mobilitazioni spagnole partite il 15 maggio 2011.

1.c. La mia convinzione è che, a seconda del soggetto che la dice, del contesto in cui viene usata e delle pratiche a cui si accompagna, il significato della frase di cui al punto 1.a. si trasformi in maniera radicale.

2. IL PARADOSSO DI QUADRUPPANI

2.a. Una volta ho sentito lo scrittore francese Serge Quadruppani dichiarare: «Ci sono due modi di non essere né di destra né di sinistra: un modo di destra e uno di sinistra».
L’apparente paradosso spaziale – quasi da disegno di Escher – può aiutarci a trovare l’orientamento nel territorio dei nuovi movimenti. In parole povere: la frase «Non sono di destra né di sinistra» è un velo che possiamo e dobbiamo lacerare, per capire quali tra i nuovi movimenti appartengano al composito phylum (ma è una vera e propria treccia composta di tanti fili) che per comodità o richiamo a una tradizione chiamiamo «Sinistra», e quali invece al phylum che chiamiamo «Destra».

2.b. Per capirci: io credo che gli Indignados spagnoli siano di sinistra. Si tratta di un movimento egualitario, anticapitalista, non privo di interlocutori a sinistra e indubbiamente ostile a ogni destra politica e sociale.
Di contro, il «grillismo» mi appare sempre più come un movimento di destra: diversivo, poujadista, sovente forcaiolo, indifferente a ogni tradizione (anche recente) culturale e di lotta, noncurante di ogni provenienza politica.

Alain Badiou

2.c. Esistono discorsi e circostanze in cui il concetto di “Sinistra” è messo in discussione «da sinistra», in quanto insufficiente, inadeguato, eccessivamente inscritto in una rappresentazione parlamentare o para-parlamentare.
Il filosofo Alain Badiou, in una celebre conferenza sulla Comune di Parigi, ha proposto di chiamare «sinistra»

«l’insieme del personale politico parlamentare che si dichiara il solo capace di assumere le conseguenze generali di un movimento politico popolare singolare. O, in un lessico più contemporaneo, il solo capace di fornire un ‘esito politico’ ai ‘movimenti sociali’.»

In questo senso, secondo Badiou, la Comune di Parigi fu una rottura con la sinistra, poiché «non rimise il proprio destino nelle mani dei politici competenti» per poi, come sempre accade, lamentarsi del loro «tradimento». Per Badiou «questa volta, quest’unica volta, il tradimento fu invocato come uno stato di cose al quale ci si doveva finalmente sottrarre, e non come una conseguenza disgraziata di quanto si era scelto».

2.d. Il linguista cognitivista George Lakoff (esponente della sinistra “liberal” statunitense) ha più volte criticato la rappresentazione destra-sinistra, perché fa pensare che le persone siano allineate l’una l’accanto all’altra su un piano bidimensionale, e che si possa procedere con continuità da “quello più a destra” a “quello più a sinistra”. Invece, dice Lakoff, la realtà è multilineare e multidimensionale, il modo in cui si formano le nostre idee è complesso ed esistono molte persone «biconcettuali», ovvero progressiste su alcuni temi e conservatrici su altri.
La coppia antitetica progressista/conservatore mi suona ben più problematica e insoddisfacente di destra/sinistra, ma non mi interessa criticarla in questa sede. Quello di Lakoff è un discorso che in Italia possiamo capire senza sforzi: una grossa fetta di «popolo cattolico» è composta da biconcettuali: «di sinistra» su molte questioni sociali ed economiche, «di destra» in materia di questioni di genere, sessualità, diritti civili.

2.e. La rottura prodotta dagli Indignados nei confronti della sinistra spagnola mi sembra sintetizzare – in modo precario, transitorio – queste due impostazioni: il 15 maggio 2011 si è trattato di sottrarsi al «tradimento come stato di cose», e al tempo stesso di parlare al maggior numero di persone possibile, di raggiungere le parti «progressiste» dei cervelli biconcettuali, e di farlo non a colpi di mediazioni al ribasso, bensì scompigliando l’antinomia: «Non siamo di destra né di sinistra: siamo los de abajo», ovvero quelli di sotto, quelli che vengono dal basso.

3. «STORICIZZARE AL MASSIMO»

3.a. Il difetto del discorso di Lakoff è che non sembra esserci posto per la storia. In questo, Lakoff è molto americano, il suo mondo è tutto sincronico, schiacciato sull’adesso.
«Storicizzare sempre!», intimava Fredric Jameson, con tanto di punto esclamativo, all’inizio del suo capolavoro L’inconscio politico (1981). «Storicizzare al massimo, per lasciare meno spazio possibile al trascendentale», disse Michel Foucault in un dibattito del 1972.
La sostanza del concetto di «Sinistra» può essere capita solo con un approccio diacronico che ne ripercorra la genealogia e le trasformazioni. «Sinistra» è qualcosa che discende i fili del tempo in un certo modo, a partire dalla Rivoluzione francese, e si evolve attraversando due secoli di lotte.

3.b. Io stesso penso che «Sinistra» non basti a descrivere le mie posizioni, e trovo utile aggiungere precisazioni e qualificazioni. Io non sono semplicemente di sinistra: io mi riconosco in un phylum di idee rivoluzionarie e lotte per l’uguaglianza che attraversa i secoli; penso che la specie umana – previa una rottura radicale nella temporalità in cui siamo immersi – debba avviare la fuoriuscita dal capitalismo; penso che l’obiettivo da realizzare sia la società senza classi etc. Un mio amico usava dire: «Io non sono di sinistra: sono comunista!»
Tuttavia, è chiaro che se devo semplificare ed evitare di aprire troppe parentesi, non mi faccio problemi a dire che sono di sinistra.

3.c. Ricapitolando: in certi casi il concetto di «Sinistra» è criticato per la sua insufficienza da punti di vista che si sono formati nel phylum della sinistra rivoluzionaria. A questo proposito, si possono citare gli anarchici, ma anche gli zapatisti.
Di solito, in questi casi, la dichiarazione di «non-appartenenza lineare» si accompagna a pratiche egualitarie, alla presenza di interlocutori «privilegiati» a sinistra e all’ostilità verso qualunque destra. A diverse latitudini e in diverse fasi del loro percorso, nonostante i problemi, tanto gli anarchici quanto gli zapatisti hanno cooperato con diverse correnti della sinistra.

3.d. Certo, può anche succedere che movimenti originariamente di sinistra cerchino interlocutori a destra, o meglio, tra i fascisti. Nella storia del nostro phylum ricorrono confusionismi e infiltrazioni, orridi esperimenti «rosso-bruni», «nazi-maoisti», «terze posizioni» etc.
Il fascismo stesso, fin dalla nascita, si presenta come una «terza posizione». Il fascismo è un prodotto dello spavento, sorge e si diffonde per reazione alle lotte del movimento operaio e bracciantile. L’ascesa del fascismo è l’oscillare del pendolo a destra dopo l’oscillazione a sinistra del Biennio Rosso. Il Nemico n.1 è la Bestia Proletaria che ha osato alzare la testa. La cattiva coscienza del fascismo nei confronti della sinistra (dalla quale il suo Duce e molti suoi dirigenti provengono) e dell’arditismo (dal quale provengono svariati squadristi, benché in minor numero di quanto si pensi, e nel cui alveo si è formato l’unica formazione che ha opposto resistenza armata allo squadrismo, ovvero gli Arditi del Popolo) si manifesta nell’adozione di simboli e nell’imitazione di retoriche degli avversari. La stessa parola «fascio» viene prelevata nel phylum della sinistra (i «fasci operai», i «fasci siciliani dei lavoratori»), e resa inutilizzabile.
Il fascismo vince e la memoria degli avversari diviene bottino di guerra: il vincitore si presenta come unica forza popolare e unico nemico del capitalismo che ha appena salvato (o meglio, di una più vaga e comodamente denunciabile “plutocrazia”). Facendosi regime, il fascismo carpisce lo spirito vitale dei nemici che ha sconfitto.

4. GRILLISMO E FALSI EVENTI

Louis Antoine Léon de Saint-Just (1767-1794), santo persecutore di troll e affini

[Avviso preliminare alle "truppe cammellate" dei seguaci dell'ex-comico genovese, usi a intervenire en masse ingiuriando / sbraitando / sgrammaticando ogni volta che in rete si tocca il loro Leader: qui è fatica sprecata. Su Giap, il primo commento di qualunque utente finisce in moderazione e lo sblocchiamo solo se pensiamo ne valga la pena. Non pubblichiamo qualunque cagata venga deposta fumigante da Tizio o Caio, ma applichiamo una precisa politica redazionale, sovente riassunta nel motto: "Saint-Just vigila sulle nostre discussioni". La vedete quella? Ecco, ci siamo capiti.]
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4.a. C’è un modo più «normalizzante» e di destra (nonché largamente maggioritario) di dichiararsi né di destra né di sinistra. Qui l’attitudine è: «rossi e neri sono tutti uguali» (cfr. la celeberrima scena di Ecce Bombo in cui Nanni Moretti attribuisce a generici «film di Alberto Sordi» la responsabilità di tale cliché). Si afferma l’equivalenza e l’indistinguibilità tra diversi percorsi e storie. Si getta tutto nel mucchio, occultando il conflitto primario – quello a cui i concetti di «Destra» e «Sinistra» continuano ad alludere, anche se più flebilmente che in passato, ossia la lotta di classe – in nome di surrogati, diversivi, conflitti sostitutivi come quello tra la «gente» e i «politici», la «casta» etc.

4.b. Il grillismo non è solo un «caso di studio»: è un’urgenza, un problema da affrontare quanto prima. In uno spazio «né di destra né di sinistra», retoriche e pratiche in apparenza vicine a quelle dei movimenti euroamericani di cui sopra vengono «risemantizzate» e messe al servizio di discorsi ben diversi. Le energie di molti benintenzionati, in maggioranza giovani o addirittura giovanissimi, sono incanalate in un discorso in cui sono rinvenibili elementi di criptofascismo.
Non mi riferisco solo allo spettacolare Führerprinzip che il movimento mette in mostra durante le sue adunate pubbliche con ex-cabarettista sbraitante, fin dal celebre «V-Day» dell’8 settembre 2007. E’ senz’altro l’elemento più appariscente, ma da solo non giustificherebbe l’uso dell’espressione «criptofascismo».

4.c. Il prefisso «cripto» deriva dal greco, e lo si usa per qualcuno che nasconde (di solito male) la sua vera natura. «Criptofascista» allude a un discorso cifrato, decrittando il quale si trova un animus fascistoide. Di solito tale «cifratura» si riscontra nei movimenti di impronta qualunquista / poujadista / destrorso-populista etc. Tra questi ultimi si può annoverare la Lega Nord.
La cifratura del grillismo è molto peculiare. Il nocciolo criptofascista è avvolto da fitti banchi di nebbia e fuffa. Il modo in cui il movimento descrive se stesso trasuda di quella retorica dei «processi dal basso» che il grillismo ha avuto in dote dai movimenti altermondialisti di inizio secolo e si è adoperato a ricontestualizzare. Per molti versi, il grillismo è un prodotto della sconfitta dei movimenti altermondialisti: ha occupato lo spazio lasciato vuoto da quel riflusso. Per citare Žižek che parafrasa Benjamin: «Ogni fascismo è testimonianza di una rivoluzione fallita».

Giovanni Favia, leader del Movimento 5 Stelle in Emilia-Romagna

4.d. Il dirigente grillino Giovanni Favia, per descrivere il «Movimento 5 Stelle», ha usato il concetto deleuzo-guattariano di «rizoma». Metafora botanica, il «rizoma» indica una distribuzione di messaggi e/o produzione di concetti non-gerarchica né lineare, che può passare da un punto qualsiasi a un altro punto qualsiasi, muovendosi potenzialmente in qualunque direzione. Deleuze e Guattari contrapposero il rizoma all’albero, metafora che indica l’esatto opposto: una struttura verticale e gerarchica, funzionante per passaggi obbligati da un centro alle sue periferie.
Tuttavia, Beppe Grillo è proprietario unico del logo e del nome «Movimento 5 Stelle», ed è lui a decidere insindacabilmente chi possa usarlo. Percorso obbligato tipico di una struttura arborescente, cioè l’opposto del rizoma.

4.e. La retorica autoreferenziale e auto-elogiativa del grillismo è mistificante. Non è su di essa che dobbiamo concentrarci, ma sui modi in cui il movimento addita e descrive i propri nemici.
Presso il grillismo, l’individuazione del nemico è sempre diversiva. In questo, è in «buona» compagnia: in Italia, negli ultimi anni, abbiamo visto movimenti tutti focalizzati sulla «disonestà dei politicanti», sui privilegi della «casta» etc. Sono problemi veri, e al contempo falsi bersagli: le decisioni importanti sull’economia non vengono prese a Roma, perché il potere capitalistico sovranazionale non autorizza la politica in tal senso.
Diceva tempo fa un compagno: «’Ce lo chiedono i mercati’ è il nuovo ‘Sento le voci nella testa’. Puoi fare le peggiori cose e nessuno ti riterrà responsabile!» «Ce lo chiedono i mercati» è il tormentone di un’epoca in cui la politica è esautorata. Qualunque discorso sulla «Casta», anche quando basato su dati di fatto reali, alimenta una strategia di depistaggio e impedisce di individuare e attaccare i nemici veri.

L'economista Eugenio Benetazzo in posa con Roberto Fiore, fondatore e leader di Forza Nuova. Cliccando sulla foto, lo si vede in compagnia di Borghezio.

4.f. Certo, anche il grillismo si occupa di economia e, seppure disordinatamente, denuncia la subalternità a essa della politica. Tuttavia, nel farlo, non può fare a meno di introdurre ulteriori diversivi e simulacri. Ad esempio, incanala la critica ai meccanismi finanziari in un discorso paranoide contro il cosiddetto «signoraggio», cavallo di battaglia di vari complottismi destrorsi. A lungo il grillismo si è valso della consulenza di Eugenio Benetazzo, bizzarra figura di economista che si definisce «fuori dal coro», più volte ospite di iniziative del partito neofascista Forza Nuova.

4.g. I movimenti che si concentrano a lungo su falsi bersagli diventano, per dirla con Badiou, «fedeli a falsi eventi».
Falso evento è anche la «rivoluzione di Internet» come la descrive il grillismo: processo unilateralmente positivo, salvifico, che promette la risposta a ogni problema. L’approccio alla rete è all’insegna di un feticismo digitale e di una sorta di «animismo» che vede nella tecnologia una forza autonoma, trascendente le relazioni sociali e le strutture che invece la plasmano, determinandone sviluppo e adozione. La Rete diventa una sorta di divinità, protagonista di una narrazione escatologica in cui scompaiono i partiti (nel senso originario di fazioni, differenze organizzate) per lasciare il posto a una società mondiale armonica, organicista. L’utopia di un uomo è la distopia di un altro.
A chi pensa che stia esagerando, consiglio il video «Gaia. Il futuro della politica», realizzato nel 2008 dalla Casaleggio & Associati, agenzia di pubblicità e web-marketing organica al grillismo. Guardandolo, mi è tornato alla mente il concetto coniato dallo storico americano Jeffrey Herf per descrivere il tecno-entusiasmo delle destre tedesche tra le due guerre mondiali: «modernismo reazionario».

Va ricordato che non più di una decina di anni fa Beppe Grillo demonizzava i computer e li sfasciava sul palco durante i suoi spettacoli. Adesso li osanna ed esalta la rete libera e bella, il «popolo della rete» etc.

5. DOVE L’ASINO CASCA: GRILLISMO E IMMIGRAZIONE

5.a. E’ la tematica dell’immigrazione quella in cui il discorso grillino si fa più decifrabile e lascia trasparire l’animus fascistoide. Il blog di Grillo offre non poche «perle» in tal senso. Ecco un’arringa contro romeni e zingari risalente all’ottobre 2007:

Beppe Grillo«Un Paese non può SCARICARE SUI SUOI CITTADINI i problemi causati da decine di migliaia di rom della Romania che arrivano in Italia. L’obiezione di Valium [Romano Prodi, N.d.R.] è sempre la stessa: la Romania è in Europa. Ma cosa vuol dire Europa? MIGRAZIONI SELVAGGE di persone senza lavoro da un Paese all’altro? Senza la conoscenza della lingua, senza possibilità di accoglienza? Ricevo ogni giorno centinaia di lettere sui rom. E’ un vulcano, una BOMBA A TEMPO. Va disinnescata. Si poteva fare una MORATORIA per la Romania, è stata applicata in altri Paesi europei. Si poteva fare un serio controllo degli ingressi. Ma non è stato fatto nulla. Un governo che non garantisce la sicurezza dei suoi cittadini a cosa serve, cosa governa? CHI PAGA per questa insicurezza sono i più deboli, gli anziani, chi vive nelle periferie, nelle case popolari.
Una volta i confini della Patria erano sacri, i politici li hanno sconsacrati.»

5.b. Non esiste quasi più discorso razzista che non sia fatto… in nome dell’antirazzismo. E’ in nome dell’antirazzismo che il grillismo fomenta l’odio. Cito da un altro articolo del blog di Beppe Grillo, pubblicato nel maggio 2011 e intitolato «Un clandestino è per sempre»:

Beppe Grillo«In Italia sono entrati 20.000 TUNISINI, della maggior parte di loro non si sa più nulla, che fine abbiano fatto. Pochi sono riusciti ad arrivare in Francia. Vagano per la penisola senza sapere una parola di italiano. In nessuno Stato del mondo questo è permesso con una tale SERENITÀ D’ANIMO, da noi si. Il motivo è semplice, sono utili ai profitti delle aziende, ai partiti, alle mafie. Il clandestino è MULTIUSO come un coltellino svizzero. Per ricevere qualcuno a casa tua devi disporre delle risorse per farlo. Dargli un lavoro dignitoso, un letto, organizzare l’integrazione. Altrimenti devi interrogarti se stai giocando con la DINAMITE e con il futuro della tua nazione.»

Si parte dalla denuncia dello sfruttamento di cui sono vittime i clandestini, e si arriva alla conclusione che bisogna impegnarsi a respingerli, in nome della nazione. Una premessa umanitaria, capace di blandire la parte progressista ed egualitaria di un cervello «biconcettuale», apre la via a un discorso che ne vellica la parte conservatrice e razzista.

5.c. Grillo alza un polverone sensazionalistico ed eccezionalistico («Solo in Italia!») per un numero irrisorio di tunisini sbarcati nella primavera 2011. E’ la stessa impostazione truffaldina dell’allora ministro degli interni Maroni, il quale parlò di inesistenti «maree di immigrati» e reclamò un aiuto da parte dell’UE, che gli rispose con un misto di disprezzo e commiserazione.
Parlare di lassismo e «serenità d’animo» in tema di immigrazione equivale a occultare leggi criminali e criminogene come la Turco-Napolitano, la Bossi-Fini e i vari «pacchetti sicurezza». A produrre clandestinità non sono presunte politiche lassiste, bensì, all’opposto, politiche troppo restrittive e vessatorie, in parte disfunzionali anche dal punto di vista capitalistico, concepite per soddisfare una parte di elettorato il cui razzismo eccede quello strutturale e «sistemico» necessario a regolare il mercato del lavoro.
Una mistificazione presente in molti testi prodotti da Grillo e del suo movimento consiste nel dire che l’accoglienza ai migranti favorirebbe la Lega Nord. Al contrario, è la mancata accoglienza a favorirla. La Lega ha sempre avuto interesse a mantenere una situazione criminogena che producesse clandestinità e quindi disagio da additare e stigmatizzare.
A seguire, si capovolge la realtà: Grillo, in pratica, sostiene che l’Italia non avrebbe le risorse per mantenere gli immigrati. Ma secondo il «Sole 24 Ore», si dovrebbe proprio agli immigrati (l’8% della popolazione italiana) il 10% del nostro PIL. Gli immigrati lavorano, pagano contributi all’INPS e permettono all’ente di erogare le pensioni ai nostri anziani. Ammesso che abbia senso distinguere tra «noi» e «loro», sono loro a produrre le risorse per mantenere molti di noi.

5.d. Una volta dispersa la fuffa, del discorso grillino sui migranti non resta che il nocciolo razzista e fascistoide.

Wu Ming 1

***

OTTO MESI DOPO, UNA POSTILLA (NON NE SEGUIRANNO ALTRE)

Nella lunga e battagliata discussione leggibile qui sotto, avvenuta nel gennaio-febbraio 2012, intervennero diversi attivisti e simpatizzanti del M5S. Tutti si produssero in rassicurazioni (ma forse erano autorassicurazioni) sulla natura “orizzontale”, democratica, non leaderistica del loro movimento: “Uno vale uno”, la proprietà del logo non significa niente, certe “sparate” non sono rappresentative, non confondiamo le cose dette a titolo personale con la linea del movimento… Inoltre, tutti cercarono di sminuire o comunqe ridimensionare il ruolo di Gianroberto Casaleggio (nonché quello di Ricci come apripista e manganellatore mediatico degli avversari)… salvo cadere dalle nuvole quando gli interlocutori mostravano di essersi documentati e citavano/linkavano documenti, testimonianze, episodi.

Io e altri WM scrivemmo che, con questo mettere la testa sotto la sabbia e stanti le ambiguità di fondo (proprietà, furba vaghezza del non-statuto, impreparazione culturale etc.), ben presto le contraddizioni interne si sarebbero acuite e sarebbero esplose. Poi la discussione divenne ripetitiva, si sfilacciò progressivamente e decidemmo di porvi termine, salutando tutti ad maiora, o più probabilmente ad maloram.

Bene, la “malora” sembra essere rintoccata.

Nei mesi che seguirono, soprattutto in Emilia-Romagna, dietro la facciata appariscente di più che lusinghieri risultati elettorali, nel M5S cominciarono a moltiplicarsi scontri interni ed espulsioni calate dall’alto. Proprio Giovanni Favia, che avevo citato nel post qui sopra a proposito di una sua supercazzola “deleuziana” (il M5S come rizoma), si trovò in mezzo alla tempesta, tirato per le braccia dal capo che lo richiamava all’ordine (e non sto parlando di Grillo, che ci mette solo faccia e sbraitamenti) e per le gambe dai dissidenti ed “epurati” sempre più incolleriti. E’ di pochi giorni fa la notizia che alcuni di loro hanno presentato un esposto all’Agcom per pratica commerciale scorretta e pubblicità non trasparente: secondo loro – ma anche secondo noi, e lo abbiamo scritto a suo tempo – il M5S è un’azienda privata presentata come movimento politico, che grazie a tale “packaging” realizza ingenti profitti.

In questi mesi, Favia ha sempre difeso il suo movimento. Ieri, grazie a un fuorionda trasmesso da La7 (forse concordato per far finalmente scoppiare il bubbone), abbiamo scoperto dalla sua viva voce che tali difese erano d’ufficio e insincere. Abbiamo scoperto che su Casaleggio, sul verticismo dell’organizzazione, sulle ambiguità dell’organizzazione e sull’inevitabilità di sempre nuove spaccature la dicevamo giusta noi e sbagliata i “grillini” intervenuti.

Servirà a qualcosa, questa tardiva ma radicale confessione? Forse no, perché già gli adepti del culto grillino riempiono i social network di accuse di tradimento… rivolte a Favia. Quando qualcuno infrange una scintillante Verità, smontando un “mito tecnicizzato”, la risposta più comoda è sempre l’infamante domanda: “Chi ti paga?”

Almeno in questo caso, la risposta è facile: Favia lo paghiamo noi. Non noi Wu Ming, ma noi contribuenti, noi cittadini. Del resto, paghiamo anche l’imbarazzante neosindaco di Parma Pizzarotti e tutta la compagnia di giro che l’azienda di Casaleggio è riuscita a infilare nelle istituzioni. Intendiamoci: se non avessimo pagato loro, avremmo pagato altri, anche peggiori. Ma questi si presentavano come i paladini dell’unico movimento autenticamente democratico e basato su logiche nuove. Si presentavano come il vaccino che poteva curare la democrazia malata. Un sacco di gente ci crede ancora, e continuerà a crederci.

Ad ogni modo, a meno di imbarazzanti voltafaccia con genuflessione sui ceci, certe difese d’ufficio e panzane apologetiche non le sentiremo più da questo (ormai ex?) golden boy del grillismo, che ha avuto enormi responsabilità, ha diffuso a piene mani enunciati confusionisti e qualunquisti, ha fatto fino all’ultimo la cheerleader di una macchina politico-pubblicitaria di cui conosceva benissimo ambiguità, secondi fini e magagne.

Il fine di questa postilla è ribadire che un movimento politico non va giudicato frettolosamente in base a quel che dice di se stesso, ma analizzato partendo dalle contraddizioni che l’autoelogio si sforza di occultare.

Speriamo vivamente che dalle spaccature in seno al M5S, dall’inevitabile fracking che aprirà varchi tra le rocce, si sprigionino energie positive. Che la rinuncia alle illusioni su questo movimento diventi rinuncia a ogni movimento fondato sull’illusione, o meglio: sull’illusionismo. [WM1, 7 settembre 2012]

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618 commenti Scrivi un commento
  1. dzzz says:

    ciao.
    leggo giap da due mesi, e è la prima volta che scrivo. l’uso è di presentarsi, mi pare, quindi provo a farlo. vi ho scoperti dopo il 15 ottobre, quando cercavo voci di ragione senza trovarne, perche’ vivo fuori (da 15 anni e molte città, in francia, poi svezia) e da tempo non ho amici che cercano di capire cosa succede in italia. non vi ho mai letti ancora, perché per molti anni non sono riuscita a leggere letteratura in italiano, per una sorta di stress post-traumatico, immagino: dopo alcuni anni di attivismo anarchico-antifa (romano) sono partita a studiare, sempre più lontano, in gran parte ‘en cata’ perché il che fare pareva inafferrabile, e peggio, informulabile; in piccola parte perché ero burn out da anni di relativo culo per terra e nel culo per terra abbastanza sola. partire non ha aiutato a capire, anzi. poi ho fatto un po’ di attivismo, ma mai più col culo per terra.‘tornare’ è un pensiero complicato (e una ragnatela). agire, qui, ora, dove vivo adesso, pare impossibile, perché non c’è gruppo rosso a me visibile che non sia rossobruno: il vänsterpartiet è nazionalista, le femministe che conosco vivono in un femminismo parallelo che non esiste che in svezia (e che neanche in svezia ha senso rivoluzionario), e il partito pirata, nato qui, è una ‘terza posizione’, ancora di sinistra, io credo, ma che non storicizza e non si storicizza granché, e che rischia grave quindi di lasciarsi riassorbire dalla grossa piega qualunquista destrorsa che sta prendendo (che ha sempre avuto?) la società svedese, che si vive e descrive come una società di uguali ‘né di destra nè di sinistra’ (molti trovano che per loro questo modello non ha senso, altri che la svezia l’ha superato). le pratiche e i discorsi razzisti e nazionalisti stanno diventando un tratto di senso comune qui, fra gli svedesi coi nomi che finiscono in ‘sson’ (o gli scandinavi – utoya non è stato un incidente), progressisti-socialisti (i’sossarna’), che sempre più e più apertamente si lamentano di essere stati ‘traditi’ dai loro governi socialisti quando questi hanno deciso e poi ‘imposto’ una politica di immigrazione ‘troppo generosa’, come la chiamano i molti qui ‘che hanno una posizione critica sull’immigrazione’ (‘ma che non sono razzisti’, ovviamente), prendendo quindi lo stesso abbaglio ‘né di destra nè di sinistra’ che prendono fascisti nazionalisti e criptofascisti o ‘biconcettuali’ ovunque probabilmente, quando non siano in malafede. e poi la guerra delle lingue non aiuta: lo svedese veicolare e la cultura da cui per molti svedesi è indissociabile è quindi neanche troppo sottilmente brandito come un’ascia assimilazionista (per il terrore del meticciato), e la maggior parte dei pochi ‘col culo per terra’ che ho conosciuto vede pragmaticamente le difficoltà che questo comporta, ma politicamente proprio non vede il problema, anzi (e le lingue ‘degli altri’ di certo non le impara).
    insomma, questo il mio chicco di sale, scritto male e caoticamente, così male che è quasi razzista (e nella mia lingua come in una lingua straniera, in senso deteriore), e senza link, mi dispiace (da technodummy, e timida delle 4 di notte).
    grazie per questo post, e per almeno un’altra dozzina, e per le migliaia di commenti (tutti letti bulimicamente in questi due mesi), perché sono pieni di voci che per me credevo perdute, di popolo ‘che manca’, e che i vostri post chiamano. me mi avete trovata.
    un grosso abbraccio.

  2. ramananda says:

    Buongiorno,
    trovo molto illuminante la nozione dei differenti modi d’essere “nè di destra né di sinistra”, in effetti utilizzata come incipit, questa locuzione è diventata un modo per evitare ai propri pregiudizi la gogna dell’essere dichiarati frutto di un’ideologia.

    E questa vergogna di possedere un’ideologia è, a mio parere, il doppio frutto de “l’ideologia post-ideologica” (per citare il vostro stesso articolo “ce lo hanno chiesto i mercati, di superare le ideologie!”) e del semplice tele-populismo aggressivo di matrice berlusconiana (ve lo ricordate Corrado Guzzanti nel pezzo “allora rivolete il comunismo!”? http://www.youtube.com/watch?v=LUGX9_2qLSk ).

    Avanzo una critica alla vostra analisi che è più una proposta di discussione.
    A mio parere, l’invadenza della figura e della visibilità di Grillo rende omogeneo una situazione magmatica del movimento che sta incubando al suo interno anime politiche e civiche assolutamente eterogenee.

    Il Movimento 5 Stelle è effettivamente un “rizoma”, proprio perché scendendo nella galassia dei suoi aderenti vi si trova come unico comune denominatore una forte spinta alla partecipazione e dunque, insomma, è un rizoma nella sua dimensione cellulare “totipotente”:
    “Oltre che delle cellule staminali (quindi animali), la totipotenza è propria anche e soprattutto delle cellule vegetali; una singola cellula vegetale infatti ha la capacità di rigenerare un intero individuo”.
    http://it.wikipedia.org/wiki/Totipotenza

    Analizzato dalla “testa”, il movimento è indubbiamente arborescente e cripto-fascistoide, e questo per motivi puramente di povertà culturale dei riferimenti e della capacità di analisi. Come avete scritto bene, non storicizza nulla.

    Analizzato dai “piedi” però, nelle sue pratiche di soggettivizzazione più ancora che di azione politica, mi pare che abbia svolto e stia svolgendo un’azione incubatrice che dalla minuscola partecipazione da tastiera porti molte persone a una partecipazione più personale, più reale.

    Che spesso questa partecipazione concretizzi i limiti culturali della persona, è inevitabile. Ma preferisco un fascistoide attivo, che si confronti nella pratica della realtà, che un progressista passivo seduto alla tastiera.

    Sarò ottimista, ma l’approccio fascistoide è molto spesso frutto (come per Grillo) della semplice ignoranza e impazienza.
    Agire nel reale, nel quotidiano, incontrandone la complessità, spesso può ripulire le parti più degradanti di questa ignoranza (nel cultura e ignoranza nel senso di ciò che costituisce una “immagine mentale del mondo”).

    Grillo, nel bizzarro ammucchiarsi di idee lucide e confuse che lo caratterizza, un paio di anni fa disse che il nascente movimento era qualcosa “destinato a dissolversi” nella società civile e nell’alveo di una vita politica sana. Una sorta di azione maieutica.
    Mi colpì molto, favorevolmente, perché non era un pensiero tipico di chi sta iniziando una “rivoluzione”, cioè genericamente volto a “costruire” qualcosa. Da questo punto di vista, non ho altro che ammirazione per un movimento culturale e civico che ha scrollato l’Italia proprio negli anni del suo sonno più profondo, dal 2005 in poi.

    Purtroppo, temo molto l’ingresso nella politica nazionale annunciato per le prossime elezioni. Temo il successo, quasi inevitabile, che probabilmente sarà l’inizio della fine.

    Sperando che almeno questa non-rivoluzione, fallendo non dia origine a un nuovo fascismo. Ma il momento è propizio ai fascismi, purtroppo.
    Dunque incrocio le dita…e stringo le chiappe.
    Un abbraccio
    Damiano

  3. cicciput86 says:

    Sul punto 5b è un classico su cui si concentra sempre Zizek. Per combattere il razzismo occorre sempre usare “un po’” di razzismo. Zizek ne parla sull’anti-semitismo durante Hitler: che per combattere l’antisemitismo nazista alcuni esponenti “anti-nazisti” proponevano un antisemitismo “light”.

  4. cicciput86 says:

    E comunque complimenti per l’analisi sempre puntuale! Davvero un post interessantissimo. Consiglio a chi non lo avesse già fatto, la lettura di “Dalla Tragedia alla Farsa” di Zizek. Libro di piccole dimensioni ma molto denso di contenuti e riflessioni!

  5. mazzetta says:

    C’è un altro aspetto che mi pare poco indagato ed è quello dell’assenza di dirigenti o figure di spicco femminili nel movimento. Che ha anche riscontro nell’assoluta mancanza di dibattito sulle tematiche di genere o più propriamente femminili.

  6. Ponyf88 says:

    @Damiano

    Seguo da un bel po’ il M5S e concordo sostanzialmente con te: il problema dell’ingresso sullo scenario politico nazionale è molto concreto.
    Per quanto riguarda Grillo, devo dire che sulla questione dell’immigrazione, pur sbagliando, faccio fatica a ritenerlo ‘razzista’ tout court: sul suo blog ha spesso parlato di integrazione o pubblicato commenti sul tema, criticando il linguaggio usato sui media o nella società ‘civile’. Sbaglia a mio avviso a pensare all’immigrazione come ‘emergenza’ e ‘costo’, probabilmente perchè, come lui stesso ammette, dà troppo credito alla vulgata popolare che negli ultimi anni ha ammantato il paese a rapidità straordinaria.
    Per quello che riguarda il movimento però, ad ora non si vedono per fortuna problematiche di questo tipo, per esempio l’assessore regionale emiliano ha posto il problema delle borse di studio Ergo tolte agli stranieri.
    Che poi il movimento stesso debba trovare una direzione politica e culturale più precisa è ovvio e lo ammettono gli stessi che ne fanno parte, persino Grillo: credo però ad ora si tratta a mio avviso dell’unica istanza politica di un certo peso passibile di un certo apporto dalla società civile.

  7. Wu Ming 1 says:

    @ Ramananda / Damiano

    io non sono sicuro che un fascistoide attivo sia preferibile a uno di sinistra inattivo. L’agire di un fascistoide alimenta odio e pregiudizi.

    Detto questo, lo spero anch’io, che molta gente passi dal confusionismo grillino a un attivismo più mirato e lucido, e che “agire nel reale, nel quotidiano, incontrandone la complessità, possa ripulire le parti più degradanti di questa ignoranza”. Solo che l’ignoranza e il pregiudizio non si curano da soli, i “frame” non si disattivano da soli. Lasciato da solo, questo blob non farà che autoalimentarsi e crescere.
    Infatti, io vedo che col passare del tempo la deriva un-tanto-al-chilo e razzista non solo prosegue, ma accelera il passo. La crisi genera guerra tra poveri: la scelta è tra cercare di disinnescarla, indicando i veri nemici, e assecondarla o addirittura incitarla, accettandone la natura diversiva, evitando di contestare le verità ufficiali, scegliendo di non scardinare clichés, semplicismi e narrazioni dominanti.
    E’ in quest’ambito di discorso e intervento che risulta parecchio difficile distinguere tra “testa” e “piedi”. Proviene dalla testa o dai piedi il “benaltrismo” ipocrita e gonfio di stereotipi venuto a galla nel M5S torinese dopo l’attacco razzista ai Rom della Continassa?
    “Non sono razzista ma…” + richiamo ai sanguigni umori del popolo + spostamento dell’attenzione sulle colpe delle vittime = giustificazione del razzismo.

    Invito anche alla prudenza nei confronti di certe dichiarazioni d’intenti: non c’è movimento qualunquista, poujadista, criptofascista “né-né” che al suo inizio non si sia dichiarato transitorio e “maieutico” e non abbia annunciato l’intento di dissolversi nella società una volta raggiunto il proprio fine (ergo, infondere alla società stessa la coscienza dei pericoli che corre etc.)

  8. Wu Ming 4 says:

    @ ramananda

    Non ci sono dubbi che se analizzi il grillismo “dai piedi” trovi voglia di partecipazione, di superamento della lamentazione per il tradimento dei partiti, etc. etc. Sono sentimenti genuini. Aggiungo che, almeno per quello che posso vedere in Emilia, i grillini sono in maggioranza giovani che vengono da una cultura genericamente di sinistra, delusi, e forse anche confusi, “biconcettuali” finché si vuole (com’è sempre stata la sinistra storica in questa regione e in Italia, del resto), ma non certo equiparabili ai leghisti.
    Così come è vero che anche alcune delle idee enunciate “dalla testa” appaiono giuste (basta pensare alle tematiche energetiche ed ecologiche).
    Il problema è che tanto la voglia di partecipazione dal basso quanto le giuste idee non vengono intrecciate, coordinate, in una critica sistemica e quindi rimangono esposte alla confusione o addirittura vengono meno quando si materializzano conflitti più netti. Ad esempio il M5S non ha una posizione netta sul caso Fiat che ha rappresentato uno spartiacque e un salto di qualità importante della controriforma in corso; né sulle lotte studentesche dell’anno trascorso; e nemmeno – come ha appena fatto notare mazzetta qui sopra – sull’emergenza di genere che affligge il paese (di sicuro è un problema che per i grillini non si pone sul piano della rappresentanza, appunto).

  9. blicero says:

    Gran pezzo. E gran dibattito per il 2012 (anno di elezioni prima ancora che di fine-di-monto, ma soprattutto anno in cui vedremo la non esistenza della famosa fase 2). Non l’unico però. Perché bisognerà capire anche che cazzo fare, non solo che cazzo non fare.

    Con immensa come sempre stima e amicizia, vi saluto per ora che vengo reclamato da doveri famigliari :)

  10. blicero says:

    Ah, dimenticavo. Saint Just protettore dei blog dai troll è una chicca che mi segno e perpetuerò nei secoli dei secoli :)

  11. Lavrentij says:

    E’ un argomento che trovo molto interessante e su cui sto attraversando un momento di blocco sia nei confronti della “componente politico-culturale” a cui ritenevo di far appartenere fino ad un mesetto fa, sia – più genericamente – alla realtà politica della quale faccio parte.

    Parto con alcune analisi in ordine sparso, il lavoro notturno che svolgo, non mi aiuta particolarmente nel fare discorsi di senso particolarmente compiuto, specie a quest’ora del giorno.

    Visto il contesto politico-ideologico, ammetto “da sinistra” di aver fatto e di fare uso di questa frase per marcare una sorta di distinzione sia da posizioni settario-velletarie, ma sopratutto da posizioni tardoriformiste. Non mi faccio alcun problema ad utilizzare questa formula anche con persone che si dichiarano apertamente di destra.

    Sono giunto ad una conclusione un po’ diversa da quella proposta.

    Il riferimento destra/sinistra mi risulta abbastanza superfluo se escluso da un’analisi del contesto internazionale.
    C’è una sinistra (o comunque – un ampio segmento della stessa) che viene utilizzata sistematicamente per giustificare ai propri militanti, in modo diretto indiretto, qualsiasi tipo di intervento Nato a spasso per il pianeta. Penso al Manifesto, penso ad altre cariatidi e ad altri interpreti di questa sinistra, che un giorno sono a manifestare a braccetto con Giuliano Ferrara contro il tiranno di turno e il giorno dopo propongono inutili pantomime come sit in o flash mob, giusto per inseguire quei due o tre consensi che può portare la frase “sono contro tutte le guerre”.
    Per quanto mi riguarda, chi crea il clima politico-culturale favorevole a un qualsiasi tipo di intervento imperialista, è responsabile al pari di chi lo porta avanti, perchè lo copre.
    L’antimperialismo non risolve comunque la questione, perchè abbiamo soggetti come quello di Fiore che difendono la causa palestinese, sebbene su una folkloristica base sostanzialmente xenofoba.
    Per quanto concerne il l’esempio specifico degli indignati, ho qualche dubbio.
    Chi ha i fondi per lanciare una manifestazione a livello internazionale come quella degli indignados? La “sinistra”?
    Ho qualche dubbio e perplessità in merito. Anche l’anticapitalismo in se non è un fattore sufficiente: è anticapitalista è anche chi auspica un ritorno al medioevo (e a questo filone collocherei tutto quel segmento di teorie strampalate, presenti anche “a sinistra” sulla decrescita che – come dimostra l’attuale contesto politico economico è tuttaltro che felice). Il fatto che in Grecia parte dei manifestanti sia stata usata contro il partito che, di fatto, guida le mobilitazioni dimostra che una piattaforma semplicemente anticapitalista non è di per se un fattore sufficiente.
    C’è un elemento che viene troppo spesso sottovalutato a “sinistra” ed è quello della sovranità nazionale (sia politica che economica).
    Guardando il contesto del dopo voto in Russia la situazione si fa ancora più complicata. Da un lato c’è Putin che rispetto
    a Eltsin è un passo avanti per qualsiasi degli aspetti sopraelencati. Dall’altro c’è una “sinistra” che va a braccetto con i neozaristi, nazionalbolscevichi di Limonov (che Repubblica considera uno “scittore dissidente”), pattume radicale vario. Nel mezzo a sto casino c’è il Partito Comunista che da un lato denuncia l’irregolarità delle elezioni e dall’altro denuncia le altre opposizioni di tentare di dar vita all’ennesimo tentativo di rivoluzione colorata.

    Per quanto concerne la questione dell’immigrazione, l’unico modo intelligente di dare una risposta alle contraddizioni che tale esodo dalle realtà devastate dal capitalismo è a mio avviso quello che propone la Cina: aiuti e supporto economico ai paesi del Terzo mondo, non interferenza sulle questioni politiche interne, formazione a fondo perduto della probabile classe dirigente di domani.

    Grande è la confusione sotto al sole; chi riuscirà a portare avanti lotta di classe, lotta all’imperialismo, rispetto delle sovranità nazionali nella prospettiva di creare un mondo unipolare avrà la mia stima e il mio supporto.
    A livello mondiale vedo 3-4 soggetti politici che hanno chiara questa prospettiva ed – ovviamente – sono continuamente attaccati da sinistra perchè di destra e da destra perchè di sinistra.

    un saluto, sperando che il tempo speso sia gradito a Saint-Just.

  12. ramananda says:

    @WuMing 1 e 4

    Sono stato stringato e le semplificazioni portano rogne, come sempre!
    La contrapposizione “fascistoide attivo / progressista passivo” ovviamente è centrata sul metodo, non sulla posizione.
    Voglio dire, il fascistoide omofobo e “non razzista ma..” non si ripulisce certamente volantinando in giro. Niente da dire.
    “Quel” frame non si auto-ripulisce.

    Ma a parer mio spesso esiste una dimensione embrionale della comprensione della realtà negli individui e questa comprensione parziale e nebulosa tende a produrre nella costruzione di un immagine del reale delle semplificazioni e delle “risposte d’uso” ai problemi di una realtà complessa.

    Il cripto-fascista può essere, e nella mia esperienza spesso è, un individuo semplicemente superficiale che costruisce le sue posizioni in analogia al discorso comune e pubblico (che è sempre fascistoide grazie al ricorso alla “ragion di stato” alias “bene comune” come scriveva Foucault).
    In questo senso, incontrare sul serio la gente e i suoi problemi può produrre il lievito e la spinta sufficiente a maturare in una persona con opinioni approfondite. Magari di destra, ma non fascistoide.

    Invece, un progressista pigro e inerte è una persona che non incide e che, alla prova dei fatti (magari quando è la realtà ad andarlo a disturbare nel portafoglio o negli affetti) può dimostrarsi cripto-fascista pure lui. Anzi, grazie alla coscienza sbiancata dall’appartenenza politica ai “buoni” spesso sono proprio questi i cripto-fascisti più disgustosi.

    Quanto alle dichiarazioni d’intenti, siamo d’accordo. C’è poco altro da dire. Ma ero comunque rimasto colpito da una visione lucida in una persona generalmente più enfatica che lungimirante. Non penso ci fosse doppiezza.

    Io penso che il M5S sia un segnale vitale in un paese anestetizzato culturalmente e politicamente, un segnale che proprio in virtù della sua nebulosità raccoglie e stimola persone di provenienze estremamente disparate. Apprezzo e ammiro Grillo per la determinazione a “fare qualcosa”, se pure non è il meglio di ciò che si potrebbe sperare.

    Ma proprio poiché apprezzo la sua determinazione, sono contento che NON produca una critica sistemica o una posizione precisa su ogni controversia ma che proceda per “schiaffoni”.
    Le critiche sistemiche tendono a imporre o a sollecitare l’adesione ed io detesto aderire. Detesto anche che la gente “aderisca”.

    Gli schiaffoni di Grillo, proprio perchè sconclusionati, lasciano il tempo che trovano e non costituiscono una “dottrina” ne un pensiero ortodosso.
    Temo l’ortodossia, sopra ogni altra cosa. In Italia soprattutto.

    Non mi aspetto che questo movimento produca delle politiche coerenti ed efficaci, quali che siano i suoi annunci. Mi aspetto invece che sia una sorta di palestra civica in cui individui relativamente sani facciano per la prima volta pratica di partecipazione e di discussione.
    Pur con tutte le aberrazioni che la partecipazione e la discussione possono produrre, come sa chiunque abbia mai partecipato ad un’assemblea che deve produrre un documento o una posizione su qualunque cosa.

    Purtroppo l’Italia è un paese di persone mediamente assai ignoranti, come mostrava Tullio De Mauro, privo di una cultura civica forte e dominato da segmenti culturali tribali e locali, un paese in cui l’impatto del tecnofascismo degli ultimi 30-40 anni ha prodotto dei guasti orribili.
    Pasolini se ne lamentava nel 1975! Che avrebbe detto dell’Italia del 2005?

    Ma non c’è altra strada per lo “svezzamento” che non sia la partecipazione. L’educazione civica non basta leggerla sui libri. Bisogna viverla.
    Spero che una volta passata l’onda, si possa dire che ha portato più benefici che guasti.

    Lo spero senza ottimismo, ad occhi aperti.

  13. tuco says:

    una considerazione a proposito del documento del M5S torinese linkato da wm1:

    ho appena finito di leggere “cultura di destra” di furio jesi. in appendice c’e’ un saggio intitolato “lo sporco selvaggio”, che parte dall’ analisi di una lettera pubblicata su “la stampa” nel 1973. l’ autrice della lettera si lamentava della sporcizia e della confusione portate a torino dagli immigrati meridionali, ecc. ecc.. (sembra di leggere uno dei mille interventi che compaiono oggi in rete a proposito di rom e/o immigrati). da li’, jesi parte per un’ analisi comparata di quella lettera e della descrizione che de amicis fece del ghetto ebraico di amsterdam un secolo prima. jesi nota come sia per l’ autrice della lettera, sia per de amicis, la sporcizia in se’ non fosse riprovevole: ad esempio de amicis esaltava le mani dei muratori sporche di calcina o il viso del macchinista sporco di fuligine. quel che invece de amicis (con tono e argomenti genuinamente razzisti) esecrava nella sporcizia degli ebrei di amsterdam era il fatto che essa non derivasse dall’ “onesto lavoro”, ma dalla marginalita’ sociale. marginalita’ che lui riteneva dovuta a qualche tara congenita degli ebrei, e non all’ assetto complessivo dell’ ordinamento sociale.

    jesi conclude cosi’:

    “dai due documenti che stiamo esaminando risulta dunque che il *diverso* e’ colui che, con la sua sporcizia dovuta all’ ordinamento sociale cui e’ sottoposto, rappresenta un inciampo per quanti ritengono giusto e gradito quell’ ordinamento”.

    ecco quindi dimostrato (a mio avviso) che il razzismo latente, e a volte patente, che si trova in molti interventi “grillini” appartiene in realta’ a un phylum che, ammesso e non concesso che non sia “di destra”, sicuramente e’ “residuo culturale di destra” (l’ espressione e’ sempre di jesi). ed ecco dimostrato (a mio avviso) che anche i discorsi “politically correct” del tipo “gli immigrati sono una risorsa”, oppure “bisogna distinguere tra regolari e clandestini”, e cosi’ via, che rappresentano gli unici timidi distinguo del mainstream piddino rispetto al razzismo violento di lega e fascisti, sono in realta’ “residuo culturale di destra”.

  14. Appunti diseguali sulla frase «Né destra, né sinistra» « ComunistiMogliano says:

    [...] per intero un intervento di Wu Ming 1 sul già più volte citato GIAP che, malgrado si tratti di appunti sparsi, offre come sempre un’analisi lucidissima, [...]

  15. Wu Ming 1 says:

    @ Lavrentji

    la conosco bene quest’impostazione, su Giap l’abbiamo sviscerata tante volte, e il minimo che si possa dire è non ci convince per niente.

    Non ci convince in alcun modo questa fissa «geopolitica», questo troppo confortevole ragionare principalmente per nazioni – in realtà: per capitalismi nazionali con cui allearsi o di cui essere nemici. E’ un’impostazione che sostituisce le fatiche dell’analisi di classe. In nome di una confusione descritta come oggettiva (ovvero esterna a sé), si giustifica la ricerca di scorciatoie per non affrontare in modo rigoroso la propria confusione soggettiva, e quindi via coi discorsi (impliciti o espliciti) sullo stare con la Russia, sullo stare con la Cina, sullo stare con Gheddafi o Lucashenko… Insomma, sull’appoggiare tout court questa o quella borghesia nazionale, questo o quel regime corrotto e forcaiolo, in quanto… «nemici dell’imperialismo».

    Tale inimicizia, ovviamente, esiste solo nell’immaginazione di chi porta avanti simili discorsi (es. quel pagliaccio di Gheddafi era da un pezzo che si era venduto al business internazionale del petrolio, e comunque il nemico del mio nemico non è per forza mio amico).
    Per poter attribuire tale patente di anti-imperialismo, è necessario avere un’idea semplicistica e tutta geopolitica dell’imperialismo, ovvero bisogna farlo corrispondere sempre e solo all’interesse atlantista (e ovviamente «mondialista»). E così si parla di USA e Cina come se questi due capitalismi avessero solo interessi contrapposti e zero interessi comuni, quando invece sono innervati e simbiotici, con le multinazionali americane (Apple, Amazon etc.) che sistematicamente si affidano a multinazionali cinesi (es. Foxconn) per sfruttare a basso costo il proletariato cinese, etc.

    Alla base di tutto mi sembra esserci una visione neo-organicistica della nazione come Uno, come se in una società nazionale non ci fossero interessi e bisogni *opposti e inconciliabili*. Quindi si parla genericamente della «Cina» come se in Cina non ci fossero i padroni, lo sfruttamento, l’accaparramento dei beni comuni, la prostituzione alle multinazionali, la negazione delle libertà sindacali, la repressione selvaggia etc. ed esistesse un fantomatico “interesse cinese”, aclassista, indifferenziato.

    Ecco, se si parla della Cina, io sto con gli operai che scioperano, e penso che il loro non sia in primis un interesse «nazionale», ma di classe; penso che il loro nemico sia in primis interno alla loro società nazionale, che è divisa in classi. Allo stesso modo, sto con la Comune di Wukan contro la privatizzazione delle terre.

    Che poi la colonizzazione economica da parte delle multinazionali cinesi e l’espropriazione di ricchezza – con tanto di massiccio «land grab» in Africa – sia descritta come «aiuti al Terzo Mondo», mi sembra grottesco. Le multinazionali cinesi stanno comprando tre milioni di ettari di terra soltanto nella Repubblica Democratica del Congo, e tra le cause della carestia nel Corno d’Africa, secondo alcuni osservatori, c’è anche il «land grab» cinese. Sveglia! Qui il capitalismo più pulito c’ha la rogna! Vanno combattuti tutti quanti, analisi, critica e azione devono essere *sistemiche*.

    A quest’impostazione, si aggiungono oggi – a volte solo accennati, altre volte esplicitati – vari complottismi su «chi c’è dietro» movimenti come Occupy Wall Street o gli Indignados. Chiaramente, la natura transnazionale di questi movimenti non può che risultare sospetta a chi è arrivato a ragionare solo in termini di geopolitica e blocchi nazionali. Per forza dietro un movimento transnazionale ci saranno chissà quali oscure lobby mondialiste etc.
    E così, mentre questi movimenti hanno un’evoluzione sempre più esplicitamente anticapitalista, e negli USA si alleano con settori di classe operaia (vedi a Oakland la lotta comune tra Occupiers e portuali), e mentre il più importante spin doctor della destra americana si dichiara «spaventato a morte» dal sentimento anticapitalista ravvivato nella società USA da Occupy Wall Street, intuisce che un frame è in crisi e propone contromisure retoriche, da noi c’è chi in cerca di alleanze guarda all’amico russo del Berlusca o al capitalismo cinese, quello che ha svuotato di ogni senso residuo la falce e il martello e la parola «comunismo», trasformandoli in logo e nome del «capitalismo con valori asiatici».

    Quest’impostazione è l’anticamera di ogni esperimentaccio “rossobruno”. In tutta sincerità: vada retro.

  16. Wu Ming 4 says:

    @ ramananda

    Capisco cosa intendi dire. Sono anch’io dell’idea che una palestra di partecipazione – se è tale e non un meccanismo di delega tutto verticistico come è quello leghista – debba essere visto come un segnale di vitalità, o se non altro di esistenza in vita. Il punto infatti non è affatto demonizzare il grillismo, ma comprenderlo, osservarlo.
    Detto questo però, una critica sistemica non coincide necessariamente con l’appartenenza ideologica o politica a cui alludi tu. Significa soltanto mettere in relazione il problema specifico con il contesto che lo circonda e che lo produce. Ed è un passaggio necessario se non si vuole rimanere bloccati nel “né né” o nel “ma anche”. Non capire che lo strappo di un Marchionne apre una via, un’uscita “di classe” dalla crisi, è grave. Ti mette, per intenderci, sullo stesso piano dei vari Fassino che vorresti criticare, ma con un livello di consapevolezza minore (!).
    Non spendere mezza parola sull’emergenza di genere in Italia e non preoccuparsi di promuovere la rappresentanza in questo senso, in un paese dove una donna su due non ha un impiego, significa non distanziarsi affatto dalle dinamiche che si vorrebbero superare.
    Avere una posizione ambigua – come sono le dichiarazioni di Grillo e di altri esponenti del M5S – sull’immigrazione, è un cerchiobottismo non molto diverso da quello che di volta in volta assumono i vari rappresentanti (di destra, centro o sinistra) della tanto vituperata “casta”.
    Essere radicali non significa essere “estremi” o aderire alla più incazzata compagine politica, ma semplicemente andare alla radice delle cose. Fosse anche un “rizoma”… ;-)

  17. Danilostocchino says:

    Ritengoche definire Grillo e il M5S criptofascista/razzista sia sbagliato.
    Grillo ha detto riferendosi alla rivoluzione araba dell’anno scorso : “In Tunisia, Libia, Egitto la rivoluzione è stata fatta da ragazzi di 20 anni, una rivoluzione partita dalla rete che ha rovesciato dei regimi dittatoriali!”
    Inoltre sugli immigrati dice :” l’immigrato fa comodo a tutti: fa comodo alla Destra che vuole mandarli a casa, alla Sinistra che vuole accoglierli e a Confindustria così sono possono abbassare le paghe degli operai”.
    Io queste frasi le interpreto come un uomo che si vuole differenziare dall’anacronistica differenza tra Sinistra e Destra (cosa di per sè non “made in Grillo” in quanto lo stesso Gaber si chiedeva cosa fosse destra e sinistra”) e auspica a un’Italia governata dal popolo e dai ragazzi.

  18. ramananda says:

    @Wu Ming 4
    “una critica sistemica non coincide necessariamente con l’appartenenza ideologica o politica a cui alludi tu. Significa soltanto mettere in relazione il problema specifico con il contesto che lo circonda e che lo produce. Ed è un passaggio necessario se non si vuole rimanere bloccati nel “né né” o nel “ma anche”.”

    Perfettamente espresso, mi trova perfettamente d’accordo.

    Temo però, con un po’ d’amarezza, che solamente una frazione minuscola della popolazione adulta sia in grado di comprendere un discorso che correli un problema al suo contesto, soprattutto quando il contesto sia al tempo stesso storico, sociologico ed economico.

    (qui un’intervista a Tullio de Mauro che riporta alcuni dati spaventosi sull’alfabetizzazione degli italiani: http://damianorama.wordpress.com/2008/11/01/intervista-a-tullio-de-mauro-alfabetizzazione-e-democrazia/ )

    Certo, non è una scusa per evitare di farle, queste analisi. Ma non possiamo nemmeno fingere che sia solo perché i “leaders” non fanno certe analisi che la gente non comprende il mondo.

    Se c’è un aspetto dell’esperienza zapatista che mi ha sempre lasciato attonito, è la capacità incredibile di Marcos nel divulgare narrativamente e semplicemente concetti e contesti problematici davvero complessi.

    Ma forse l’oppressione violenta che la gente subiva nel Chiapas e dintorni era una “motivazione” a comprendere più forte che i processi e le minorenni di Berlusconi…
    Chissà se, in questo senso, l’impoverimento materiale cui andiamo incontro non possa indicare in nuce una via di riscatto per l’intelligenza e l’immaginazione della gente, più ancora che per la vita politica.

    (tra l’altro è una cosa che avrei voluto chiedere da tanto:
    so che alcuni di voi sono stati proprio là, in Chiapas con Marcos, con le tute bianche.
    Le persone comuni, aldifuori dei responsabili e dei dirigenti, erano effettivamente consapevoli? La “mitopoiesi” di Marcos era il frutto estemporaneo del suo straordinario talento e della sua cultura o attingeva anche a una base di consapevolezza diffusa tra la gente?)

  19. RobertoG says:

    @Danilostocchino
    Il fatto che tu riporti queste frasi, che di per se non sono razziste, non vedo cosa cambi rispetto agli stralci, ben più corposi, riportati nel post. Anche Borghezio, a volte, riesce a completare una frase senza parlar male degli immigrati.
    Inoltre direi che “….una rivoluzione partita dalla rete…” è una gran bella forzatura, fatta per sostenere la sua visione della tecnologia che ci salva, come detto nel post. Nella realtà, nessuno di quegli eventi è partito dalla rete, ci sono passati dopo.

    Inoltre, rispetto alle cose che dici tu
    “…anacronistica differenza tra Sinistra e Destra…” a me sembra una distinzione attualissima. Se vuoi si può puntualizzare che sinistra è una cosa radicalmente diversa dal PD, però credo che lo si desse per scontato. Che poi non sia made in Grillo sono daccordo, ma cambia qualcosa?
    “auspica a un’Italia governata dal popolo e dai ragazzi” è una delle migliori definizioni di populismo che io ricordi

  20. Wu Ming 1 says:

    @ Danilo

    mettendole sui due piatti della bilancia, perché l’estemporanea frase che riporti dovrebbe pesare più delle svariate e ripetute invettive e prese di posizione che abbiamo linkato e analizzato noi? L’argomento “non c’è razzismo in quel movimento perché Tizio una volta ha detto” è troppo labile.
    Aggiungo: “un’Italia governata dal popolo e dai ragazzi” è una frase che a me risulta priva di significato. Chi è il popolo? Ed essere “ragazzi” è forse una garanzia di qualcosa? Cerchiamo di andare oltre questi slogan.

    Sulla canzone qualunquista del tardo Gaber (senz’altro una delle sue cose peggiori), io so che è impopolare toccare quest’argomento (e infatti nessuno lo tocca mai), ma ogni tanto conviene ricordare che quando la scrisse e incise, Gaber era da anni marito e sostenitore di una deputata – oggi senatrice – di Forza Italia prima e del PDL poi. Cioè questa signora che nel video (e non certo per la prima volta) inveisce contro le “Zingaropoli”, le moschee e le città piene di immigrati potenziali stupratori:
    http://youtu.be/d_C7BXTcX-s
    L’amore è cieco, ok, ma se l’oggetto del tuo amore ha un ruolo pubblico, semina odio e tu, pur avendo un ruolo altrettanto pubblico, non prendi le distanze, io ti considero complice. L’amore in casa tua è senz’altro affar tuo, l’odio che circola nel mondo è affare anche mio.
    Ai pochissimi che gli fecero notare questa contraddizione, Gaber rispose indirettamente con la canzonetta di cui sopra, contenente “perle” tipo: “Una donna emancipata è di sinistra / Riservata è già un po’ più di destra, / Ma un figone resta sempre un’attrazione / Che va bene per sinistra e destra.
    Insomma, per ripetere il monito di Jameson: “Storicizzare sempre!”. Non recepiamo nulla acriticamente, nemmeno una canzone che tutti citano senza chiedersi mai niente.

  21. PaoloR says:

    @ WuMing1

    Commento laterale su Cina e Africa: stiamo attenti a sovrapporre capitale cinese e stato cinese. Lo ricorda Breslin in un suo recente paper sui rapporti Sud-Sud della Cina: troppo spesso si semplificano gli attori cinesi come se tutto fosse riconducibile a quello che viene deciso da un ministro di Beijing, come se governo centrale, governi locali, imprese a capitale misto, le grosse imprese private, gli individui emigrati siano la stessa cosa, perseguano gli stessi scopi, seguano gli stessi principi.
    E’ tanto vero che ci sono i capitalisti cinesi che fanno land grabbing quanto è vero che la più grande vittoria degli ultimi 10 anni, il fallimento del Doha Round, è stato possibile grazie all’alleanza tra cinesi, indiani, sudamericani e africani.

    Che questa cosa sia recepita in Italia dal rossobrunismo a-là-Eurasia è vero, però è un peccato di provincialismo del dibattito interno alla sinistra italiana. Il dibattito sull’argomento Cina tra Arrighi e Harvey ha terremotato metà degli analisti mondiali, in Italia ne abbiamo sentito qualche eco. Il fatto stesso che queste cose siano ampiamente discusse, per fare esempi diversissimi, sulla New Left Review o su http://www.chinastudygroup.net dimostra che si può affrontare la questione senza cedere nulla ai pazzi nazi-maoisti.

    Prima di andare definitivamente off-topic, vorrei cercare di agganciare questo alla prima parte dell’articolo. Esistono oggi in Europa movimenti chiaramente emancipatori che si dichiarano nè di destra nè di sinistra. Oltre agli indignados basta pensare al referendum sull’acqua che, pur promuovendo degli obiettivi chiaramente “di sinistra” come la proprietà e la gestione pubblica del servizio idrico, aveva tra i suoi attivisti molti nè-nè.
    Il motivo di questo rifiuto di riconoscersi nella sinistra, va “storicizzato” nella vicenda della sinistra degli ultimi 30 anni. Gli “eredi legittimi del fù movimento operaio italiano” si sono auto inoculati il “virus liberale”, come lo chiamerebbe Samir Amin, hanno portato la dissociazione tra la parola “sinistra” e i suoi significati fino alla rottura totale.
    In questo processo di dissociazione le questioni internazionali sono spesso delle spie, basta vedere il muro che nel discorso pubblico separa chi sostiene la causa palestinese da chi sostiene Israle. Per di più: muro eretto dalla “sinistra” stessa, con noti esponenti del fu-PCI che manifestano con Fiamma Nierenstein…
    Quello su cui divergo pesantemente con Lauvrentij è che se c’è questa dissociazione, se c’è il sorgere di movimenti reali che si dichiarano né-né, allora non bisogna ritirarsi dal campo della sinistra ma riprenderselo. Altrimenti si ha lo scivolamento verso il grillismo da una parte o verso il “causserismo” del 15 ottobre dall’altra.

  22. Wu Ming 1 says:

    @ PaoloR

    accolgo volentieri ogni esortazione a guardarsi dall’Uno in agguato e restare in ogni modo aperti alla molteplicità. Anche perché la tua precisazione va nella stessa direzione mia, cioè verso un discorso “anti-organicista”: non ha senso dire “la Cina”. E anche perché Adam Smith a Pechino è un libro utilissimo.

  23. jumpinshark says:

    Ho appena dato un occhio al sito beppegrillo.it per veder se rispondevano lì (qui tutti commenti impegnati e seri, noia!) e ho letto un post, Micatutti http://bit.ly/rPBgN7, che contiene ognuna delle ambiguità rilevate e qualcuna in più (ne “consiglio” la lettura integrale, e sì la vecchia talpa in fondo non c’entra un c…o).
    Cito brevemente l’incipit: ” Se ti azzardi a dire “I politici rubano”, la risposta è “Mica tutti”. Se ricordi che gli automobilisti non rispettano le strisce pedonali (e qualcuno ammazza un pedone), la risposta è “Mica tutti”. ”
    Ora c’è qualcuno che vuole argomentare come gli automobilisti che non rispettano le strisce siano il secondo problema del nostro Paese (il primo ovviamente sono “i politici”)? Si tirano colpi ad minchiam, andando a prendere tutto quello che in un dato momento alimenta al meglio il “siamo stufi” o costituisce ossessione personale del leader.
    E ancora: ” Chi risponde “Mica tutti” non fa mai nomi, non ti dice chi sono gli esclusi. Fa quel sorriso che spiega e non spiega e ti guarda come dire “Sei proprio un populista del cazzo! Uno che fa di tutta l’erba un fascio!”. Rimani lì, smarrito, e non riesci a replicare. Ma ci provi ancora e dici “Chi vive vicino agli inceneritori muore di cancro”, sai già che lui risponderà “Mica tutti” e gli auguri la patologia più letale che ti viene in mente. ”
    Si noti la logica, a botta di populista si rilancia sul populismo più facile e strappapplauso. Speculando retoricamente sulle morti di cancro dei residenti vicino agli inceneritori. Ma ad es. conoscete qualcuno che, senza avere ragioni di portafoglio, non sia convinto del legame tra cancro e petrolchimico di Porto Marghera http://bit.ly/rSAIRG ? E si noti ancora la logica, se io dico che è una ca..ata scrivere “tutti gli automobilisti non rispettano le strisce” sono automaticamente anche a favore di chi avvelena e causa il cancro… E se dico “populisti” lo faccio per tutelare la “casta”. E se…
    E’ poi notevole come proprio il concetto di discrimine e la valutazione delle singole componenti del “grillismo” vengano considerati inammissibili. Un movimento in cui si deve prendere tutto, un movimento in cui l’autorità del leader non è considerata antidemocratica solo perché posta in dimensione sopra la normale democrazia (il carisma del fondatore ecc.), un movimento dai legami non sempre trasparenti con imprese commerciali che condanna ogni indagine in questa direzione come “atto di intimidazione a cui non ci piegheremo” e rafforza i legami di adesione proprio nel conflitto con il resto della società separata, non vi dico a cosa somiglia…
    In conclusione voglio notare che anch’io come WM4 conosco molti “grillini in maggioranza giovani che vengono da una cultura genericamente di sinistra, delusi, e forse anche confusi, ma non certo equiparabili ai leghisti” e spero possano emanciparsi dal culto (non riconosciuto e quindi ancora più forte) al più presto. Sono energie imho importanti e “meglio indirizzabili”.

  24. Danilostocchino says:

    Scusate se mi sono espresso a slogan cercherò di farmi spiegare.
    Ritengo che discutere su “Grillo di destra” o “Grillo di sinistra” o “Grillo qualunquista” sia troppo propagandistico e quindi eccessivamente riduttivo. Nella fase storico-politica attuale non esiste più non soltanto un partito di sinistra o di destra ( chiunque di noi pensa che PD e PDL siano la faccia della stessa medaglia) ma adirittura un solo partito che rappresenti una qualche ideologia , un manifesto o qualche semplice cosa. Ogni scelta del partito dipende dallo slogan o dalla trovata dei media. Un esempio può essere il caso dei referendum, prima dei quali Bersani era pronucleare e durante i referendum era contro per il grande consenso dell’opinione pubblica come dimostrato dai vari sondaggi.
    Ora mi chiederete cosa c’entra tutta questo? In seguito a questo “bordello ideologico” era inevitabile che nascessero nuovi movimenti partitici e non come “gli indignados” , il M5S o altri piccoli partiti come “Democrazia Atea”. Per tale motivo ripeto è riduttivo parlare di destra o sinistra.
    Sulla questione razzista o non razzista io ritengo che non lo sia, e non solo per stralci di frasi ma dopo aver sentito varie interviste, seguito il suo blog e visto suoi spettacoli e la sua carriera non assomiglia a quello di un fascistoide. Il problema è che in Italia parlare contro la casta politica è visto come populismo o qualunquismo e non come normalita, cioè quello che è.

  25. petrov says:

    Ciao WM1.
    Ho riportato il tuo articolo sulla pagina del Movimento 5 Stelle Matera con il titolo “Dicono di noi”, facendo una breve premessa che si può leggere qui
    http://www.beppegrillo.it/listeciviche/liste/matera/blog/

    Seguo Giap da molti anni, fin da quando vederne apparire le sembianze reali al di sotto della Linea Gotica era pura immaginazione.
    In diverse occasioni ho anche “sfruttato” scritti di Wu Ming facendomi aiutare da essi a superare momenti complicati della mia esistenza.
    Ricordo come fosse ieri quando in un nuovo ambiente di lavoro, a Potenza, città fredda in tutti i sensi, mi sono servito di “Pantegane e sangue” e di “Canard à l’orange mécanique” per socializzare con i miei nuovi colleghi di lavoro, inviando loro un capitolo al giorno per posta elettronica e arrivando a sghignazzarne durante il turno di lavoro.
    Sono felice di leggere un approfondimento scritto da WM1 (e ne ho letti tanti in questi mesi, di ogni tipo…..) a cui rispondo per ora solo con la convinzione che il M5S, quello che io conosco, è aperto ad ogni confronto, è altresì nella mia città aperto ad ogni contributo, anche il mio, io che non sono di sinistra, ma che come un tuo amico ragiono, agisco e progetto da comunista.
    Ti abbraccio.
    petrov

  26. Danilostocchino says:

    Inoltre vorrei aggiungere che non voglio difendere a principio Beppe Grillo in quanto avvolte ho delle opinioni contrarie alla sua come ad esempio la legalizazzione delle droghe leggere per il quale non sono d’accordo. Un altro punto per il quale non mi sembra un uomo di destra o fascistoide.

  27. Menocchi0 says:

    Su Grillismo di destra o di sinistra, e sulla dichiarazione “né di destra né di sinistra” apprezzo molto la cautela e l’attenzione al contesto di WM1, perché è davvero importante. Tra l’altro, mi sembra vada nella stesa suggestione di una breve nota di Foucault su “pensiero di destra” e “pensiero di sinistra”. In sostanza Foucault stava rispondendo a chi lo criticava dicendo: tu usi Nietzsche, Nietzsche era usato dai Nazisti, quindi tu sei dalla stessa parte dei Nazisti. Altra questione era quella di Heidegger, che nonostante la “grandezza” del suo pensiero era comunque caduto vittima della sirena hitleriana. Foucault rispondeva a queste critiche dicendo che non bisognava tanto guardare al modo in cui una teoria proteggeva o meno dal pericolo politico, ma alle connessioni reali e concrete tra una teoria e un insieme di pratiche. Per esempio, è difficile dire che il pensiero di Nietzsche è di destra se lo usano coloro che combattono la psichiatrizzazione della devianza sociale.

    Ora, io non credo che il discorso di Foucault, che qui ho schematizzato alla buona, sia esente da rischi, anzi tutt’altro (per esempio, nella nostra “congiuntura” attuale, la critica foucaultiana è sicuramente troppo poco sistemica). Ma la cosa interessante è l’accento che mette sulla connessione tra teoria e pratica: tornando a noi, il M5S è sicuramente animato da un pensiero composito, contiene elementi “di destra” e “di sinistra”, ma forse bisognerebbe chiedersi per cosa effettivamente si mobilita, dove agisce, dove è presente e dove assente. La mia sensazione, ma conosco poco il M5S, è che sia presente dove c’è una “casta” da moralizzare e assente dove c’è conflitto reale (per esempio, come è stato giustamente ricordato, sulle urgentissime questioni di genere, oppure, non ricordo di aver mai sentito di un grillino in un CIE). Insomma, mi pare che gli elementi “di sinistra” del M5S restino più spesso un richiamo “teorico”, e quelli “di destra” siano più sentiti, siano quelli per cui ci si mobilita, e che sia questa connessione tra teoria e pratica a essere sbilanciata.

  28. Kigen says:

    Un momento, anche la frase di Grillo “l’immigrato fa comodo a tutti: fa comodo alla Destra che vuole mandarli a casa, alla Sinistra che vuole accoglierli e a Confindustria così sono possono abbassare le paghe degli operai” mi sembra assai ambigua e non risolve per niente il problema sviscerato da WM1. Cosa vorrebbe dire che “la Sinistra” come Ente generale generico onnicomprensivo vorrebbe accogliere gli immigrati per un intento recondito subdolo, per cui le “fa comodo”? Io vorrei capire bene questo punto. Ci sarebbe un disegno per “avere i voti degli immigrati”, come dice la Lega? Il problema sta alla radice, nel disegnare i “sacri confini della Patria” e distinguere “noi e loro”. Diciamolo con chiarezza, come bene ha fatto il post di WM1, le posizioni di Grillo sull’immigrazione sono intollerabili e razziste.

  29. Wu Ming 1 says:

    @ Danilo
    @ Petrov

    apprezzo i toni e la disponibilità, però al di là dell’apertura al dialogo, delle impressioni personali (che possono essere falsanti, es. sulla carriera di Grillo che “non somiglia a quella di un fascistoide”, quando invece diversi leader di movimenti qualunquisti, a cominciare dall’eponimo Guglielmo Giannini, provenivano dal mondo dello spettacolo) o esperienze personali in contesti specifici, io vorrei sentire che ne pensate degli esempi circostanziati fatti da me e da altri nel post e nella discussione. Posizioni tanto raffazzonate quanto gravi sui migranti e sui Rom; teorie economiche prese in prestito dal peggior cospirazionismo d’estrema destra, tramite rapporti continuati e organici con personaggi ambigui come Benetazzo; una visione del tecno-futuro raggelante espressa in un video dal “marketing guru” del movimento; un leader miliardario che sceglie a suo insindacabile giudizio chi sta nel “movimento” e chi no perché… detiene personalmente il copyright di ciò che identifica il movimento (il logo di un movimento è proprietà privata di qualcuno, provate a raccontarla agli spagnoli del movimento 15 de Mayo una cosa del genere); eclatante assenza del M5S da lotte nel mondo del lavoro (come ricordava WM4, il silenzio grillino nei giorni dei referendum di Pomigliano e Mirafiori è stato assordante), etc. etc.

  30. Danilostocchino says:

    @kigen ritengo che quando Grillo dice l’immigrato faccia comodo alla Sinistra si possa collegare alla definizione di attività sostitutiva teorizzata all’inizio del 1900 e poi ripresa più recentemente da Unabomber. Unabomber è conosciuto da tutti come terrorista ma fu anche un grande matematica e sopratutto scrisse il suo manifesto che è uno dei testi più belli che io abbia mai letto. Nel suo manifesto critica fortemente il movimento di sinistra il quale ha come attività sostitutiva ( in breve un’attività che viene compiuta dagli uomini non per soddisfare necessità primarie ma per soddisfare piaceri artificiali con lo stesso impegno che avrebbero impiegato per i primi) la difesa di minoranze sociali (omosessuali, immigrati etc ) ai quali non appartiene. Questo ragionamento può sembrare sciovinista ma non lo è, in quanto non si sta dicendo che tali gruppi sociali non debbano essere difesi ma si sta affermando che tale difesa ha un’origine sostitutiva ( per dirla con le parole di Unabomber) oppure per comodità politica ( per dirla alla Grillo)

  31. Wu Ming 4 says:

    @ Menocchio

    Io ho la tua stessa impressione. Non ho visto i grillini accanto alla Fiom, né accanto agli studenti, tanto meno accanto agli immigrati. Quando si muove un movimento reale, che parte da un conflitto concreto, sociale, il M5S non sa che pesci pigliare, non sa come porsi, perché quelle questioni non ha gli strumenti per affrontarle. Mentre invece ha da dire la sua sullo sfruttamento delle risorse energetiche, sul malaffare politico, sui privilegi della “casta”, etc. Tutte questioni reali, ovviamente, e non necessariamente “di destra”, ma che facilmente verranno travolte dalla crisi sociale in corso, le cui dimensioni per ora vengono a malapena accennate. Ma arriva, arriva…

  32. mattpumpkin says:

    Scrive Ramananda:

    Io penso che il M5S sia un segnale vitale in un paese anestetizzato culturalmente e politicamente, un segnale che proprio in virtù della sua nebulosità raccoglie e stimola persone di provenienze estremamente disparate. [...] Gli schiaffoni di Grillo, proprio perchè sconclusionati, lasciano il tempo che trovano e non costituiscono una “dottrina” ne un pensiero ortodosso.

    Per un breve periodo, anch’io mi sono trovato d’accordo con questa affermazione, questa particolare visione del problema, come credo molti.
    Vivendo in prima persona a confronto col segmento di popolazione cui Grillo sembra spesso riferirsi, frustrati trentenni che si percepiscono come orfani ideologici, prigionieri di un deserto elettorale privo di riferimenti chiari (troppo giovani per avere un chiaro ricordo di un prima con cui confrontarsi, e troppo impazienti per avere il tempo di ricollocare un dopo entro nuovi riferimenti), mi sembrava che un certo attivismo potesse perlomeno scuotere le coscienze, portarle a confrontarsi con la società civile, farle finalmente uscire da un mondo chiuso su se stesso.

    Quello su cui ho, forse troppo a lungo, evitato di confrontarmi leggendo il blog di Grillo, era proprio l’aspetto evidenziato nel pezzo di WuMing1, che tendevo colpevolmente a lasciare sullo sfondo.
    Perchè è facile, in effetti, non vedere dietro l’efficace (per me un tempo irresistibile) armamentario retorico del non-del-tutto-ex-comico, quasi-farsesco-capopopolo, gli effetti che un così macroscopico misunderstanding (non so fino a che livello consapevole) può nascondere.
    Beppe Grillo rimane, nei modi e nei toni quello che, in fondo, è sempre stato: un comico capace di giocare, grazie alla sua presenza scenica, col paradosso e con l’iperbole come pochi altri in Italia, sul palcoscenico.

    Il problema comincia quando Grillo scende dal palcoscenico e scrive sul blog, o quando vi sale con l’obiettivo di fare comizi, oscillando di continuo tra scena e informazione.
    E’ questo l’errore di fondo che molti, io per primo, rischiano di fare: accettare il passaggio di un livello linguistico iperbolico per esigenze artistiche in veicolo di idee, spesso prive di fondamento, che rischiano di subordinare un qualsiasi tentativo di confronto alla loro efficacia retorica.
    E’ facile (lo è stato anche per me) non accorgersi del problema, fingere che i due stadi rimangano separati: da un lato un confronto serio e argomentato, politico, e dall’altro lo spettacolo-comizio del comico che fa da catalizzatore per l’opinione pubblica.
    Ma è altrettanto pericoloso, lo ammetto.

    Le derive fascistoidi sono dietro ogni angolo, così come la confusione tra politica come *spazio di confronto* e politica come *trincea della ragione* come sembrano interpretarla molti dei cosiddetti grillini.
    Alla base del movimento Movimento 5 Stelle, che si professa a-ideologico, nella più fulgida tradizione qualunquista di destra, c’è una vera e propria diseducazione culturale latente, che non può venir sciacquata con qualche facile slogan “voi siete i leader di voi stessi – io non sono un cazzo” postata a cadenze fisse da parte di Grillo, e che rischia di avere, a lungo termine, conseguenze più gravi dei vantaggi che offre la partecipazione alla vita civile di persone che, altrimenti, sarebbero rimaste fuori dalla stessa.

    Ribaltando la frase scritta sopra: meglio un fascistoide passivo, che non trovi modo di confrontarsi politicamente con la realtà, che un fascistoide attivo, che finisca per esacerbare le proprie idee incanalandole in un estremismo neo-ambientalista o simili semplificanti derive. Nel primo caso potrà esserci almeno un ravvedimento personale prima che venga compiuto un passo sbagliato nella direzione sbagliata.

    Una diseducazione, quella alla base della fondazione del Movimento dei grillini, che probabilmente si inscrive già nella fase in cui ci si professa al di sopra di ogni ideologia, irretendo ogni anima *candida* che pensa davvero che la realtà si possa analizzare e gestire con strumenti da tecnocrate, senza un’analisi storicizzante che vi stia alla base.
    Come se davvero il fallimento storico delle ideologie potesse venir confuso con la loro falsificazione tout-court.

    Il “nè di destra, nè di sinistra” risolve con un’equazione da 4 soldi quella che è una contrapposizione tra popolo ed esercizio del potere democratico tutta contingente, che poco ha a che fare con la Politica (con la maiuscola), e che ha mietuto un sacco di vittime nella mia generazione.

    Grillo, appropriandosene, ha commesso una furbizia che è, al tempo stesso, un’ingenuità.
    Come il tale che al bar se ne esce con lo slogan per farsi ascoltare o capire, e si ritrova circondato dai peggiori idioti che lo prendono in simpatia perchè lo capiscono *fin troppo bene*, meglio di quanto faccia lui, con conseguenze fin troppo esplicite: la comparsa di Benetazzo con un livello di analisi catastrofista da 3a media, i deliri della Casaleggio con l’inquietante ruolo simbolico della guerra *igiene del mondo* (si noti nel video la semplificazione del passaggio post bellico con risoluzione del problema della popolazione mondiale, conflitti socio-economici e impiego di risorse), le uscite sugli immigrati che sembrano scritte apposta per venire fraintese.

    Il continuo tentativo di esorcizzare, da parte di Beppe Grillo, il rischio dell’arrivo dell’uomo forte, con le allusioni all’italiano medio che ne subirebbe la fascinazione, il ripetuto “i-ta-liani!” sul palco prima di ogni discorso, il paventare la comparsa del guru dalle cui labbra tutti pendono, potrebbe rivelare quello che per Grillo è forse un’ossessione, forse una proiezione.
    Probabilmente entrambe.

    ciao, m.

  33. tuco says:

    @danilo

    allora, io sono di sinistra (non sono iscritto a nessun partito, ma sono di sinistra). e ritengo che la lotta per i diritti sociali e politici degli immigrati sia fondamentale perche’:

    a) gli immigrati sono la parte piu’ debole e sfruttata del proletariato.

    b) estendere agli immigrati quel poco di diritti sociali di cui ancora godono i lavoratori autoctoni e’ la “condicio sine qua non” per difendere anche i diritti sociali dei lavoratori autoctoni. e’ proprio la differenza di diritti tra immigrati e autoctoni che permette al padronato di ricattare gli uni e gli altri.

    c) il razzismo mi ripugna. fin da quando, alle medie, ho dovuto sopportare per tre anni il professore di ginnastica che prendeva di mira i ragazzini meridionali, chiamandoli piedi neri, e quelli col cognome sloveno, chiamandoli s’ciavi.

    d) tanti anni fa, ho visto da vicino le lame con cui tre fascisti hanno tentato di colpire un venditore ambulante senegalese (e me, che stavo parlando con lui)

    piacere sostitutivo? sara’. mah. buh.

  34. Wu Ming 1 says:

    @ Danilo

    non credo che Unabomber sia un grande puntello di lucidità e rigore analitico, e infatti questo dell’attività sostitutiva è un argomento destrorso e squinternato, basato su clichés, che poteva nascere solo in un contesto come quello della provincia profonda USA, dove il phylum storico della sinistra è stato interrotto con la forza decenni fa e del concetto storico di “sinistra” si ha un’idea di massima, priva di esperienza diretta e molto reazionaria. La sinistra sarebbe quella che, con il culo al caldo e in nome del politically correct, “difende i neri e i finocchi” etc. Roba da Fox News, insomma. Questo è ciarpame.

    Quella che secondo Kaczinsky è “attività sostitutiva”, non è altro che solidarietà con gli oppressi e internazionalismo degli sfruttati, contro ogni discorso e attività che fomenti la guerra tra poveri. E’ un’impostazione che nasce nel movimento operaio europeo e arriva a noi passando per cicli di lotte durissime, costate fatica, sangue, morti. C’è un punto da tenere fermo, e cioè che non debbano esistere esseri umani di serie B. I diritti conquistati dai lavoratori devono valere per tutti i lavoratori, indipendentemente dal continente in cui sono nati, dal colore della pelle, dalla lingua materna, dalla divinità in cui credono. Contro ogni ideologia che fomenta la guerra tra poveri, unità degli sfruttati contro gli sfruttatori. In questo non c’è nulla di “sostitutivo”, perché questo è il fronte di conflitto *primario*, e non solo in tempi di crisi.

    A essere sostitutivo, nel senso di diversivo, è invece il discorso incentrato sulla “casta”, sui politicanti etc. Un bersaglio del tutto secondario ma sempre comodo, che continua a essere proposto anche in tempi di governo tecnico, con tutto il ritornello sui “costi della politica”. Anziché analizzare cause, composizione e fondatezza del “debito” che il Paese dovrebbe pagare, quindi chiamare in cause le politiche monetariste e liberiste degli ultimi trent’anni, quindi contestare ogni “manovra” che ne riproponga assiomi e dogmi, si accetta la narrazione dominante e ci si trastulla parlando dei “costi della Casta”, tagliando i quali dovrebbe accadere chissà quale miracolo, mentre a paragone di quanto i sacri “mercati” inghiottono e divorano ogni giorno, si tratta di pochi spiccioli accaparrati da quattro buffoni molto facili da odiare.
    Tempo fa, a proposito di questo, c’è stata una bella discussione sul blog di Giuliano Santoro:
    http://suduepiedi.net/2011/11/perche-il-discorso-su-la-casta-e-di-destra/

  35. Ponyf88 says:

    @Wu Ming 1

    Personalmente le trovo critiche solide, in particolare per quanto riguarda il problema del logo: un movimento che si professa nuovo ed aperto dovrebbe auto-regolarsi per quanto concerne la creazione di liste civiche, anche se il ruolo ufficialmente è solo quello di garante, sarebbe corretto farlo svolgere a chi milita e non ad un “Guru”.
    Credo però che le posizioni sull’immigrazione non siano generalmente le stesse di Grillo, almeno da quello che ho potuto vedere in Emilia, senza contare diverse iniziative positive nei confronti dei collettivi LGBT.
    Per quanto riguarda le posizioni sull’economia la questione è un po’ complessa, però Benetazzo non è propriamente un fascista (anche se si, è razzista) , scrive spesso su voglioscendere.it e generalmente mi pare scriva cose condivisibili, come anche il signoraggio di per sè non è propriamente un tema ‘di destra’ ma uno dei tanti argomenti presi dai ‘rossobruni’ per propagandare la loro ‘anima sociale’ (come anche le menate del mutuo sociale ecc..). Comunque anche per queste cose il movimento per ora non ha dato segni di avere recepito influenze strane, del resto sull’argomento anche Grillo non torna più da tempo.
    Sul mondo del lavoro in realtà qualcosa si muove, a livello locale: forse ci si aspetterebbe più partecipazione alle manifestazioni sindacali,ma diverse cose sulla fiat sono state dette, sia dai consiglieri regionali del Piemonte, che da quelli dell’Emilia per il caso Ferrari: credo che comunque le scelte importanti le si vedranno al passaggio al Parlamento nazionale.
    Mi auguro che i metodi partecipativi che (con molte lacune) il movimento usa possano avere l’effetto di portare alcuni a notare punti di vista più radicali sulla società che ci circonda e che il movimento funga davvero da ‘palestra civica’…
    Ma riguardo a questo davvero non so fare previsioni; credo comunque che più che una deriva fascistoide il rischio sia di non riuscire a diventare un soggetto politico completo e di essere una specie di lega nord ecologista.

  36. Danilostocchino says:

    @ wu ming
    non è assolutamente vero che Grillo non ha appoggiato la rivolta studentesca(http://www.corriere.it/cronache/08_ottobre_29/grillo_parlamento_d7a73c50-a5b0-11dd-8fd0-00144f02aabc.shtml) ma se per aderire alla protesta ti riferisci a salire sui tetti allora non lo ha fatto.
    Scusate ma mi sembra limitativo affermare che Grillo si sia appoggiato a Eugenio Benetazzo per l’economia. Ok che quell’uomo è disprezzabile ma per amor del vero si deve ricordare che Grillo ha invitato più volte premi nobel per l’Economia

  37. Wu Ming 1 says:

    Scusate tutti, ma io leggendo i commenti di chi sta dentro il M5S o simpatizza per esso, provo una strana sensazione:

    “Sì, nel movimento c’è razzismo e ignoranza, ma”,

    “Sì, molti temi sono affrontati in maniera superficiale e confusa, ma”

    “Sì, Benetazzo è disprezzabile, ma”,

    “Sì, Grillo sull’immigrazione si appiattisce sulla vulgata dominante, ma”,

    “Sì, c’è il rischio di diventare una Lega Nord ecologista, ma”,

    “Sì, c’è un problema di verticismo, ma”

    Io mi domando e vi domando: contano di più i “sì” o i “ma”?
    Quando si concede così tanto e su temi così delicati e cruciali, il “ma” che segue ha davvero un peso?
    Boh.

  38. Danilostocchino says:

    @wu ming 1
    Scusa ma mi hai frainteso.
    1 Unabomber non è assolutamente poco lucido. La sua tesi di laurea è comprensibile a meno di 200 persone in tutto il mondo. Inoltre il suo manifesto è lucidissimo: è anticapitalista ma non comunista, e vi consiglio vivamente di leggerlo.
    2 Dire che la difesa delle minoranze sia un’attività sostitutiva non significa che nonsia giusta. Di certo non sono razzista, omofobo, filoisraeliano etc e anzi sostengo che tutti siamo uguali, che non si possa parlare di razze umane e che la Palestina debba essere liberata dall’occupazione israeliana. Ciò non toglie che questa sia un’attività sostitutiva.
    3 Il discorso di Unabomber non certamente provinciale ma rientra in quella tradizione primitivista che vede come rappresentante principale Jhon Zerzan ma si rifà a più di 200 anni di ideologia letteraria e filosofica.
    4 E’ vero che il discorso anti-casta è sostitutivo come lo sono gli altri. Tuttavia non si deve dimenticare che Grillo non parla solo della casta politica in sè ma di tutto il periodo storico-economico che ha portato ad essa. Più volte ha affermato che i capi di un’azienda/fabbrica/multinazionale… non debbano avere uno stipendio troppo alto rispetto a quello degli operai etc.
    Non vorrei ridurre i discorsi di Unabomber e Grillo( che nel mio discorso sono accuminati ma non credo che Grillo si ispiri al primo) solamente a questo ma volevo fare le dovute precisazioni

  39. Danilostocchino says:

    Precisado che non un militante di M5S ma solamente un simpatizzante ritengo che :
    1 “No, nel movimento NON c’è razzismo e ignoranza”,

    2 Non credo che alcuni temi siano affrontati in maniera superficiale almeno per quanto riguarda politica/economia/ambiente ed ecologia

    3“Sì, Benetazzo è disprezzabile, ma”, si è fatto aiutare da diversi premi nobel e vari economisti.

    4“No, Grillo sull’immigrazione NON si appiattisce sulla vulgata dominante”

    5“No, NON c’è il rischio di diventare una Lega Nord ecologista”. Non riesco a capire quali collegamente ci siano tra un partito completamente cieco e razzista con Grillo.

    6 Sul verticismo la discussione non si può certamente banalizzare. E’ vero che in qualche modo si fa capo a Beppe Grillo ma esclusivamente per pubblicità e visibilità in quanto gli attivisti di M5S agiscono individualmente. Il problema è che in Italia senza media non si fa un cazzo, quindi non riesco a capire come delle persone come gli WuMing non riescano a capire la novità e la bellezza di un movimento politico come quello di Grillo che riesce a farsi sentire ed è riuscito a crescere esclusivamente con la rete e con un blog.

  40. Wu Ming 1 says:

    @ Danilo

    tranquillo, del mondo “anarco-primitivista” mi sono occupato a lungo e, come suol dirsi, in tempi non sospetti. Di Zerzan e altri mi sono occupato in diversi capitoli della mia tesi. In buona sostanza, non li ritengo stupidi, il loro punto di vista mi serve “a contrasto”, però mi sono sempre sembrati banalizzatori di Camatte.
    Il manifesto di Unabomber lo lessi “in tempo reale”, quando uscì all’epoca. C’è una visione della tecnologia non meno feticistica – anche se in maniera specularmente opposta – di quella dei tecno-adoratori acritici.
    Manca totalmente una visione dei rapporti di classe e di produzione che plasmano e indirizzano lo sviluppo tecnologico, la tecnologia è descritta come una forza a sé stante, e criticata in nome di “bei vecchi tempi” mitizzati (nel caso di Zerzan, un paleolitico riscritto pro domo sua). Un giorno bisognerà dire qualcosa su quest’apparente contraddizione in termini, il mito tecnicizzato della natura. Inoltre, come disse Foucault, bisogna diffidare di qualunque cosa si presenti come un “ritorno a qualcosa”, compreso il “ritorno alla ferinità”, il ritorno spirituale alla preistoria etc.
    Su questo preciso argomento, Wu Ming 2 ci ha scritto un romanzo, Guerra agli Umani (Einaudi, 2004).

    Sul fatto che la solidarietà di classe non sia in alcun modo attività “sostitutiva” (e men che meno una semplice “difesa di minoranze”), ma sia parte fondamentale del conflitto primario, ho già scritto.

  41. Wu Ming 1 says:

    @ Danilo

    se ti limiti a prendere un enunciato e aggiungerci un “NON”, non convincerai nessuno. Ma mi sembra che, con tutta la buona volontà, siamo arrivati al punto in cui si riconosce serenamente l’inconciliabilità delle rispettive opinioni, e ciascuno accetta il fatto di non aver convinto l’altro. Amen.

  42. PaoloR says:

    Durante l’ultimo autunno di mobilitazioni universitarie mi sono “divertito” a chiedere ai grillini quali fossero le posizioni del M5S sull’università. Loro, in buona fede, rispondevano che il M5S e il movimento studentesco erano in sintonia (appoggiandosi anche sullo slogan “non ci rappresenta nessuno”, eterogenesi del toninegrismo…). Poi andando a mostrare il programma del M5S (http://bit.ly/tDR5eg) si trovava “integrazione università/aziende”. In pratica, il programma di Grillo sull’università è applicare il Processo di Bologna.

  43. Danilostocchino says:

    A… scusa credevo che non conoscessi il filone anarco-primitivista, d’altronde è un mondo ideologico che non avuto grande pubblicità. Personalmente credo che Unabomber non sia mitizzante in quanto egli afferma che non si può teorizzare una rivoluzione e non si può avere la certezza di cosa succederà dopo tale rivoluzione, inoltre egli afferma che il mondo pre-industriale e pre-agricolo non sia un mondo felice e disneyano. Mentre Zerzan è troppo mitizzante e su questo hai ragione.

  44. Ponyf88 says:

    @Danilo

    Beh Danilo che non ci siano razzismo ed ignoranza in un movimento politico è impossibile: il punto è ovviamente se quel movimento manifesti volontà pubblica ed agisca per combatterlo, questo istinto maledetto.
    Dato che le posizioni politiche non sono ancora ben definite e formate (e non è detto sia un male) i rischi esistono: sta ai militanti ed a chi partecipa fare in modo che non si concretizzi.

    @Wu Ming 1

    Capisco bene il problema dei troppi ‘ma’: per questo non so fare previsioni per il futuro.
    Ma la situazione è in generale abbastanza nera ed alcuni segnali buoni dal versante cinque stelle sono arrivati, in particolare per quanto riguarda il ‘come’ fare politica: vedere consiglieri regionali che ritirano ODG a seguito di commenti negativi è un buon esempio, così come il marketing Casaleggio non è neanche lontanamente paragonabile agli infiniti ‘inciuci’ di interessi (anche a livello locale) tra aziende e partiti.
    Francamente, all’orizzonte vedo poco altro.
    Il mio timore più grande comunque, è che ogni discorso politico davvero organizzato e votato al ‘bene comune’ sia irrimediabilmente deviato da lacune etiche prima ancora che culturali e politiche, come già è accaduto.
    Ma qui si va OT e lascio perdere.

  45. giacomo87 says:

    Premesso che non conosco a fondo la storia del M5S e che do uno sguardo solo occasionale al blog di Beppe Grillo (non avrei le competenze per “storicizzare”, in sostanza). Premesso che ho apprezzato svariati post nel suddetto blog (v. Base Dal Molin, Val di Susa, Acqua Bene Comune) ma, grazie ai link postati in una discussione avvenuta proprio in questo sito qualche tempo fa, ho scoperto con orrore le posizioni di Grillo e/o del M5S sulle tematiche dell’immigrazione.
    Vorrei sentire un po’ di pareri su un tema che mi sembra emerga anche in alcuni dei post che ho letto (che è un modo carino per dire che forse sto andando un po’ fuori tema). Io penso che la questione del populismo di Beppe Grillo ponga ora più che mai (come ci ricordava blicero anno di probabili elezioni) la questione della rappresentanza. Faccio giusto un esempio che per me è stato significativo:
    All’ultima assemblea del Comitato Acqua Bene Comune in cui sono andato (anche se era stata convocata in un piccolo paesino di 3000 anime la sala era strapiena) ho incontrato un conoscente che è iscritto al PD, il quale mi ha detto che nell’assemblea provinciale del suo partito “al massimo facciamo un quarto della gente che c’è oggi” (mi ha garantito che la stessa cosa vale gli altri partiti presenti in Provincia). Però poi, aggiungo io, sono loro che decidono tutto. E va bene che l’azione politica non è certo fare una croce su un foglio ogni 3-4 anni. Va bene anche che i modi più belli, e più “veri”, di fare politica sono sicuramente fuori dalle sedi istituzionali. Con tutti questi “va bene”, con una raccolta firme imponente, con un referendum vinto e con tutti i bei discorsi su “ora l’acqua torna pubblica” se poi si vanno a contare i casi in cui è stata tolta la rimuneratività del capitale non è che venga voglia di tirar fuori lo champagne. E almeno nel caso della mia provincia la società GSP (in cui i sindaci sono i soci dell’azienda) ha una gestione talmente lobbistica che forse era meglio fosse una SPA (così almeno c’era la responsabilità penale).
    Io non conosco personalmente nessun iscritto al M5S e spero davvero che sia “una palestra di partecipazione”. Però secondo me il vero problema che il M5S, e il suo grande successo elettorale, pone è quello della rappresentanza di tutte quei comitati/organizzazioni/associazioni/gruppi di persone ecc. ecc. che altrimenti rischiano di venire risucchiati dal populismo di Grillo.

  46. efraim says:

    Non ho mai commentato, pur seguendovi in svariati modi e avendovi talvolta incrociati (a proposito, vorrei accennare al fatto che nelle basi d’appoggio zapatiste – in particolare quelle relativamente raggiunte dalla scolarizzazione autonoma perseguita ma certamente non ovunque ai livelli di Oventic – si possono incontrare fenomeni troppo incommensurabili rispetto ai nostri parametri per poter rispondere alle domande sul Chiapas Insurgente – è un contesto dove la popolazione, anche zapatista ma meno, può chiedere all’interlocutore europeo quante ore di pullman disti l’Europa, ma in cui la comprensione delle dinamiche strutturali, nonché la prudenza nell’esprimersi, è dal mio punto di vista sconvolgente in un connubio di fattori che forse solo un – peraltro probabilmente impossibile – libro di Wu Ming potrebbe offrire il “marco de la ventana” per un lettore italiano…).

    Ma veniamo all’oggetto della questione. Partirei da una battuta: l’intervento di petrov, senz’altro per l’atteggiamento, può dare una risposta al quesito: i grillini sono populisti/criptofascisti? Micatutti, per ribaltare l’articolo grillino saviamente ripreso in un altro commento. Lo è anche il “grillismo”? Forse si può rispondere, ma andrebbe molto articolata, “mica del tutto”.
    Storicizzando, ci si può anche chiedere che cosa avrebbe potuto fare un comico di fronte alla realtà che ha incontrato e fare tutta una serie di discorsi sulla genuinità/sincerità di Grillo che però è giusto tralasciare.

    Ancor più che la matrice ideologica (è innegabile che nel “grillismo” convivano una mole immensa di temi altermondialisti e altri di matrice populista e anche criptofascista) vorrei riprendere un tema centrale nello zapatismo, la “palabra verdadera” (che il non a torto citatissimo Foucault chiamava Parresia): secondo me è questo il discrimine ed è tanto il motivo del successo di Grillo e del M5S che quello di mia maggior perplessità nei suoi confronti (si veda la bufala del “muoia signora” attribuito alla Bresso da un video tagliato riportato dal sito e mai smentito a ridosso delle elezioni in ossequio a un gioco di alleanze con quella che è forse la lotta più “di sinistra” e conflittuale assunta dal M5S…. ma anche l’atteggiamento generale del blog di Grillo di fronte alle numerose cantonate che – magari, diciamo pure senz’altro, per animo puro, entusiasmo, eccesso di fiducia nel prossimo, mancanza di metodo, difficoltà a storicizzare etc. – l’ex comico ha preso). Del resto questo non è certo un tema su cui alcuna “sinistra storica” da queste parti abbia mai preso una posizione netta, ma per me è determinante. Più ancora che per discutere dell’orientamento politico soggiacente del M5S, per capire le ragioni del proliferare della autodefinizione, magari collettiva, quali “né, né”.

    Troppo facile definirsi per opposizione a una realtà data, in effetti – esiste parecchia destra in qualche modo anti-”questosistema” – e da un punto di vista logico, non storicizzando, è alquanto problematico, per esempio, definire Ron Paul più distante da molte posizioni di “autentica sinistra” di molti partiti e movimenti o realtà politiche che vengono qualificati (e/o si considerano) come tali. Certo, le provenienze e gli stilemi sono ben differenti, ma si confondono al venir meno di un orizzonte strutturale che faccia da impalcatura scheletrica a essi (concordo appieno sul riferimento alla Colli riguardo a Gaber, ma ciò non toglie l’elemento critico valido per molta “sinistra”, ovvero quello di essere tale per “vuote apparenze”, per sintetizzare).

    Sono solo spunti, non posso andar oltre qui, ma per andare al punto per me centrale la questione è quella delle tesi che oggi mi sembrano aliene prima di tutto a qualunque posizione che si definisce di sinistra dando così agio al gioco che può parer paraculo del dirsi “né, né”.

    Perché mica è chiaro, da quel che mi risulta, a nessuno, cosa significa essere “di sinistra” oggi, in senso (pro)positivo. Prima di tutto alla persona comune, ma anche all’intellettuale raffinato, mi pare che una risposta coerente, magari condivisa e con qualche speranza di risultare condivisibile, manchi; che non sia quella della semplice antitesi in cui ci si differenzia dai fasci solo in base ad alcune antitesi peculiari, senz’altro qualificanti, ma comunque sterili finché non trovano il modo di produrre almeno dei percorsi da camminare per pervenire a (sin)tesi desiderabili. Facciamo un passo indietro: fino agli anni ’70, per certi versi (sociologicamente soprattutto) fino all’89, si poteva essere “comunisti” (nel senso di credere come qualcuno ancora fa senza ascolto o tralasciando di comunicarlo a chi “egemonizza” a una “dittatura del proletariato” egemonizzata da un potere partitico che avrebbe dovuto portare anch’esso – ricordiamocelo – all’autosoppressione per realizzare il comunismo). Oppure, convinti con quel simpatico bollitone Bakunin che “ogni forma di potere, anche la più rivoluzionaria, finisce sempre per tradire gli ideali da cui è partita e agire solo per perseverare se stessa” (catechismo del rivoluzionario, cito a braccio), essere anarchici e pensare di poter organizzare spontaneamente ma efficacemente società complesse. Oppure, in mezzo, essere “autonomi”, “dal basso” (anche sovietici in qualche senso originario e poi pervertito del termine), magari socialforumisti (…) o propositori di uno zapatismo universale estendibile a società complesse, eterogenee, prive delle “basi culturali” assolutamente particolari in cui sono sorte le comunità zapatiste (ragion per cui, fra l’altro storicizzando, nessuno zapatista messicano ha mai sostenuto che il modello delle comunità autonome in resistenza sia esportabile o applicabile altrove). (Lasciamo del tutto fra parentesi il discorso sulle velleità egemoniche intrinseche storicamente a tutte queste “narrazioni”)
    Oggi queste prospettive sono tutte largamente screditate nell’opinione pubblica, non senza argomenti solidi e basi empiriche a sostegno di tale sfiducia, senza che chi si dichiara intellettuale “di sinistra” abbia minimamente saputo o voluto assolvere al compito di renderne qualcuna credibile o di evolverla o di trovarne di nuove capaci almeno ipoteticamente di offrire risposte credibili alle istanze indiscutibilmente valide da cui prendono le mosse.

    Da un lato dunque si assiste a una rimozione “camusiana”, che rende attualissimo l’uomo in rivolta in tutti i suoi limiti, tale per cui chi dieci anni fa (magari giustamente controvoglia, per il “blando riformismo” della cosa vi aderiva nel solo intento di dare una qualche prospettiva concreta, per quanto “utopistica”) chiedeva la Tobin Tax oggi, quando Germania, Francia e recentemente Italia si dichiarano favorevoli alla Tobin Tax, invece che passare all’incasso e far valere l’evidenza logica delle sue ragioni (a maggior ragione sulla globalizzazione o mondializzazione) e dire “Allora? Visto? Levatevi dai coglioni che non capite un cazzo e sappiamo come fare…”, animato da una “coazione a riperdere” si mobilita o cerca di farlo per il diritto all’insolvenza (ben sapendo che in un sistema liberista/capitalista/… o anche solo in un contesto mondiale che resta tale ottenerlo equivarrebbe a suicidarsi, altro che decrescita)… Almeno in teoria la Tobin Tax – o altro – aveva una sua plausibilità incommensurabile…
    Dall’altro lato, altri che magari ben comprendono l’intrinseca patologia e patogenicità del sistema vigente (e magari di ogni sistema con certe caratteristiche), nell’afflato di sbattersi almeno per qualcosa che possa dare qualche frutto vi scendono più o meno a patti, rinunciano a discuterlo strutturalmente, puntano a obiettivi più o meno raggiungibili (il referendum sull’acqua – non è un caso credo il sovrapporsi di persone che vi si son dedicate con quelle che hanno dato luogo alla campagna sulla Tobin Tax -o il no alla TAV, magari col contributo “grillino”), anche se spesso più o meno col retrogusto amaro di non fare di più che imbiancare le pareti o al limite lasciare aperto uno spiraglio per i passeggeri di seconda e magari (troppa grazia) terza classe sul Titanic di cui si comprende il prossimo, anzi, già attuale impatto sull’iceberg.

    Tutto ciò, si badi, senza avere alcuna idea di se e come poter cambiare la rotta al piroscafo, tantomeno trasformarlo o sostituirlo con qualche altro mezzo/fine, anzi: rifiutando sistematicamente di porsi il problema!

    Non che non si possa: non si vuole (ma ora plausibilmente non c’è tempo se non di dare una virata che possa ritardare un po’ l’impatto, nel migliore ma quasi utopico dei casi abbastanza per gettare i semi di qualcosa che possa costituire uno spazio comune migliore).

    In questo contesto il dirsi “né, né”, ha un suo fascino e persino un suo senso ipotetico (per quanto a mio avviso bislacco e sostanzialmente, ma non retoricamente, irrealistico). Certo, chi lo fa butta il bambino con l’acqua sporca, precludendosi sostanzialmente ogni speranza facendosi magari addirittura forte della debolezza dell’ignoranza, ma ciò che ha significato nel complesso, storicamente, “sinistra” (o destra) per molti assomiglia più a una palude di sabbie mobili in cui impedirsi di muoversi se non per dire no al sì che ti schiaccerà e aliena senz’Altro, ma tanto per dire.

    Insomma, non mi pare che abbia ragione chi si dice “né, né”, (né tantomeno Grillo, che non è qui, né per quel che mi compete né interessa da nessuna parte da giudicare in quanto sincero o animato da “buone e sinistre” o meno intenzioni), ma capisco il bisogno diffuso di dire sì a qualcosa che non sia un semplice no e che, quindi, stando al panorama attuale, facilmente si configura purtroppo nel migliore dei casi come un “né”.
    Per non ricadere nello stesso errore che imputo ad altri e per inciso chiudo dicendo che a mio avviso esistono possibilità di produrre percorsi, progetti, orizzonti, proposte organiche e vincenti e pure che, in questo frangente, storicizzando, non ce ne è il tempo senza trovare e produrne di particolari, contestuali, mirate (tipo il referendum sull’acqua, ma più incisive e determinanti e in grado di darci tempo per arrivare alle prime)… Ma questo è già un altro discorso, quello che per come la vedo chiunque si dica di sinistra dovrebbe affrontare per esserlo.

  47. masaccio says:

    L’articolo è interessante, ma manca un punto fondamentale: come mai il grillismo è tanto diffuso a sinistra (sempre nell’accezione vaga e generica di “sinistra” che giustamente WM1 critica ma utilizza per semplicità)?

    Che sia così mi pare un fatto, altrimenti non ce ne staremmo occupando. Non ci occuperemo di chiarire che il grillismo è reazionario, se non ci fosse qualcuno che lo ritiene rivoluzionario o almeno progressista.

    In che senso il grillismo è diffuso a sinistra?
    Si tratta a mio parere di due fenomeni:
    1) un sacco di gente “di sinistra” segue Grillo, partecipa alle sue iniziative e vota per le liste del M5S;
    2) alcuni topos grillini si diffondono anche tra chi, a sinistra, non segue Grillo, non partecipa alle sue iniziativa, non vota per le liste del M5S.

    Com’è successo?
    Abbozzo qui alcuni nuclei interpretativi:
    1) la fase 2006-2008 è caratterizzata dalla scomparsa dalla scena pubblica di attori sociali e politici “di sinistra”, portatori di un punto di vista anticapitalista nei confronti di vari aspetti della realtà contemporanea. Prima il riflusso del movimento altermondialista, poi lo spettacolo degradante del governo Prodi, poi il veltronismo e la sparizione della sinistra dal parlamento. Un determinato discorso critico nei confronti del neoliberismo, nel giro di poco tempo, sparisce dalla scena pubblica, ma al contempo restando aperte nella società le vertenze reali che quel discorso critico aveva interpretato e simbolicamente costruito (Tav, Dal Molin, inceneritori, privatizzazione dell’acqua, democrazia partecipata, ecc.).
    Grillo si inserisce in questo vuoto, riprende, in maniera riveduta e corretta quel discorso, e così facendo finisce inevitabilmente per coinvolgere anche alcuni compagni. Di fatto Grillo prende pari pari elaborazioni e proposte del movimento altermondialista (vedi il tema dell’acqua pubblica), alleggerendone le connessioni con una critica generale del modello di sviluppo, e in questo modo da una parte le rende appetibili anche a chi non si considera “di sinistra”, dall’altra ne nasconde l’origine facendole passare per proprie.

    2) Non si può capire il grillismo, però, se non si tiene conto di un topos storicamente presente nel campo politico italiano, cioè quello della corruzione e incapacità della classe dirigente. È un modello che ci portiamo dietro dallo stato liberale, da Salvemini contro Giolitti, e che il PCI ha cavalcato per decenni. Capiamoci, è un luogo comune dotato di consistenti basi di fondatezza, lungi da me smentirlo, e però provoca dei danni, perché restringe la legittimità del dibattito politico e del pluralismo.
    Se c’è una classe dirigente mafiosa, infatti, ecco che tutti i mali del paese deriveranno da questa, e quindi basterà eliminarla e sostituirla con una onesta e capace e tutto andrà a posto. In questo modo da una parte si è analizzato il berlusconismo solo come fenomeno di occupazione delinquenziale delle istituzioni da parte di un clan affaristico e non anche come declinazione italiana di una tendenza neoliberista internazionale (non per niente a sinistra ha spopolato in questi anni l’eccezionalismo, “solo in Italia succedono queste cose”, rendendo molto difficile un’analisi inserita nel quadro internazionale), dall’altra si è squalificata l’ipotesi che esistano diversi interessi nella società e diversi obiettivi nella politica, avallando l’idea che basta avere una classe dirigente capace, non importa se di destra o di sinistra, e ogni problema sarà risolto.
    Sono evidente le assonanze tra questa critica del berlusconismo e la critica del PCI al pentapartito, e non per niente da Tangentopoli sono usciti i governi tecnici e B., e dalla fine di B. è uscito un altro governo critico e vedremo chi uscirà.
    Ciò rende difficilissmo (davvero difficilissimo, chiunque abbia fatto un’assemblea, parlato con un po’ di gente, pubblicato qualcosa di commentabile su web nelle ultime settimane se n’è reso conto) esercitare una critica del governo Monti, perché questa è la classe dirigenti onesta e capace. Inutile che Grillo ora tiri fuori il suo cospirazionismo contro il governo dei banchieri. La legittimazione di Monti è stata prodotta anche e soprattutto dalla sua retorica.

  48. masaccio says:

    ehm, errata corrige: non “occuperemo” ma “occuperemmo”, non “restando” ma “restano” soprattutto non “un altro governo critico” ma “un altro governo tecnico”.

  49. mgcgio says:

    Il problema è che molti non sanno cosa sia la Sinistra e la Destra. O meglio, associano la sinistra al pd, e la destra al pdl. E siccome le differenze tra i due partiti non sono molte, sinistra e destra sono uguali, “non esistono partiti di sinistra”, ecc.
    Non esistono partiti di sinistra? E la Federazione di sinistra cos’è? Ed anche Sinistra, ecologia e libertà, cos’è? Può non piacere Vendola (a me non piace per niente), ma indubbiamente Sel è un partito di sinistra (moderata, ma naturalmente Sinistra è un concetto vasto, di varie gradazioni, non è il sinonimo di comunismo, come giustamente evidenziato nel vostro post, un’altra cosa che per molti è difficile da capire).
    Inoltre, si identifica la Sinistra con le persone che in teoria dovrebbero rappresentarla: per cui D’alema si definisce di sinistra, D’alema è stronzo, ergo la “sinistra” è merda… un concetto del tutto privo di senso, ma vi assicuro che ragionamenti simili li ho sentiti svariate volte.
    A parte Grillo, la frase “Non sono di destra, nè di sinistra” la dicono svariati personaggi pubblici, e Luttazzi in un suo spettacolo aveva criticato questo qualunquismo, il chè non gli ha aiutato molto a farsi degli “amici”… e infatti, dov’è finito Luttazzi?
    Tra l’altro, parlando di Luttazzi, mi è venuto in mente una piccola “polemica” che dimostra come non ci sia molta distanza tra grillismo e berlusconismo. Luttazzi nel suo blog aveva criticato (in modo piuttosto soft e tutto sommato “cordiale” rispetto al suo solito) Grillo e le sue proposte al V-day. In giro per i forum, ho letto molti commenti di sostenitori di Grillo, che rispondevano alla critica luttazziana con uno degli “argomenti” principali del berlusconismo più becero: “Luttazzi critica Grillo perchè è invidioso”, che è la stessa cosa che i berlusconiani dicevano a chi criticava B.
    I populismi si assomigliano sempre così tanto….
    Ed ecco che mi viene in mente un’altro elemento in comune tra Grillo e Berlusconi: la completa mancanza di accettazione delle critiche. Come ben sappiamo, chi critica Berlusconi è un “comunistamangiabambiniinvidioso”. B. e i suoi hanno sempre attaccato chiunque lo criticasse, a volte censurandolo.
    Grillo fa lo stesso: chiunque lo critica, è un “servo”. Ricordo che una volta andò nel programma della D’amico, fece un monologo e se ne andò non appena la conduttrice provò a fargli una domanda. Dopo che il comico se ne era andato, la D’amico espresse il suo disappunto, in maniera piuttosto timida. Bene, Grillo nel suo blog la insultò pesantemente, senza una reale giustificazione (che aveva fatto di male la D’amico?) e con una veemenza del tutto sproporzionata.
    E’ stato uno degli episodi che mi ha fatto aprire gli occhi sul comico genovese.

    (chiedo scusa per il post poco interessante e un po’ sconclusionato, ho scritto di getto)

  50. Wu Ming 1 says:

    @ Masaccio

    come puoi ben immaginare, trovo più che plausibili tanto le ipotesi del punto 1 quanto quelle del punto 2.
    Nell’ordine, si tratta del problema del “quando la rivoluzione arretra, tutta la merda ricomincia daccapo” (è una frase apocrifa di Marx), e del problema dello schemino “onesti/disonesti” come sostituto della critica dell’economia politica, sostituzione che in questo Paese ha causato danni inenarrabili, e non cessa di causarli.

  51. paolinopoggi says:

    Bella discussione. Provo a entrarci, in punta di piedi. Trovo sensato il discorso di storicizzazione. Sensato e reale: è vero, al movimento manca un background culturale di appartenenza, un’ideologia nel senso classico, quantomeno un’aderenza evidente a un qualche percorso. Ed è pur vero che questo vuoto è pericoloso e può costringerlo a dover affrontare, in futuro, derive di ogni genere. Soprattutto se il suo logo è un comico, un personaggio dello spettacolo, abituato per indole e mestiere a esasperare i toni per poter affondare come un coltello nel burro.

    Apprezzo il discorso di ramananda e nel suo piccolo trovo che abbia detto una grande verità: è un movimento che ha smosso qualcosa e qualcuno e non mi sembra poco. Anche se, ripeto, alla luce di un manifesto un po’ raffazzonato, in cui non mancano ombre e buchi. Personalmente vedo il movimento a 5 stelle come uno strumento, un buon strumento; credo che il pregio di Grillo sia stato quello di averci suggerito un nuovo modo di partecipare alla politica (o forse sarebbe meglio dire un nuovo modo di percepirla) ; certo un po’ farsesco ed esibizionista, ma non privo di buona sostanza. E pazienza se alcuni slogan non hanno l’appeal del rimando storico o il fascino iconoclastico di un Alberto da Giussano con la spada sguainata. Però, per quanto verosimile, mi piace l’idea di un progetto fatto dai cittadini (e qui arrivo a uno dei punti: molti domandano criticamente quale sia il progetto del movimento senza capire che il progetto si svilupperà con il movimento stesso) e mi piace l’idea di sfruttare tutti i mezzi necessari per far sentire la mia pressione (che va letta come competenza, se capite cosa intendo) a chi decide. Mi sembra un modo per ricalibrare entrambe le mire, quelle dei governanti e quelle dei governati. Certo Internet non è il Paradiso che i grillini descrivono, ma è comunque – come avete detto voi – un campo di battaglia e quindi penso che sia un’ascia di guerra che potrà tornare utile. Insomma, la regola numero uno è: non farsi prendere per i fondelli. La logica è un po’ riduttiva, me ne rendo conto, ma non è male in attesa di evoluzioni. Il mondo è cambiato in maniera impressionante, l’ultimo secolo è stato sconvolgente sotto tanti punti di vista: non mi piace ammetterlo ma siamo in una fase di transizione epperciò bisogna fare di necessità virtù. Che non vuol dire abbassare la guardia, chiaro. Per quel che riguarda Beppe, capisco che non abbia le qualità del vostro eroe preferito e sinceramente è diventato ridondante in tante cose, ma la sua leadership è destinata a terminare, anche solo per una questione biologica. A quel punto il movimento dovrà fare i conti con se stesso. Vedremo quanto saranno cresciuti.

    Butto lì anche una sorta di domanda: a me pare che uno dei principali fili che tiene legate le persone che aderiscono a questo movimento sia quello dell’ecologia, intesa come sostenibilità (e come mondo migliore?). Un tema attuale, volenti o nolenti, a prima vista trasversale e quindi a disposizione di tutti. Una mina vagante, in parole povere. Non riesco a immaginarlo collocato a destra o a sinistra – storicizzato, ecco -, ma forse è un mio limite.

    Vi seguo sempre, ragazzi.

  52. FouCangBach says:

    Prima volta che intervengo su Giap.

    Mi sembra che nessuno abbia ancora commentato la retorica giovanilistica che ricorre spessissimo nei discorsi di grillo e dei grillini. Non ci ho ancora riflettuto abbastanza ma mi sembra che sia composta da almeno tre aspetti fondamentali.
    1. Una tendenza all’elogio dei giovani e del vigore giovanile, contro la vecchia casta che, tramite una gestione mafiosa delle istituzioni, ne impedisce il giusto sviluppo. In genere il potere è sempre rappresentato dai “vecchi” che ignorano sistematicamente le potenzialità di una gioventù più capace, soprattutto per quanto riguarda la capacità di padroneggiare le nuove tecnologie. Una sorta di nuova versione del mito fascista della gioventù e dei figli della nazione, che in questo caso si incrocia e si ibrida con la visione utopica di internet e della tecnologia.
    2. Un altro aspetto è la tripletta giovane/nuovo/progresso. Il concetto di giovane si fonde anche con quello di nuovo, e a questo punto il vecchio e i vecchi diventano ” i morti viventi”, gli ostacoli da spazzare via in nome della necessità storica di far trionfare i giovani e la loro tecnologia.
    3. La retorica del nuovo e del giovane è anche uno dei principali argomenti che Grillo e i grillini utilizzano contro il marxismo, scartato a priori, in quanto ideologia vecchia e mito del passato.
    In tutto questo Grillo non assume direttamente la figura del leader, ma quella del padre bonario e comprensivo, del nonno che lascia ai nipoti lo spazio per esprimere tutte le loro potenzialità.

    Si tratta solo di un abbozzo, ma credo che sia un punto importante per comprendere la retorica e l’ideologia che anima il movimento 5 stelle.

  53. furiacervelli says:

    si potrebbe aggiungere un sottotitolo, come divertissement: “… ma sono di centro-destra o di centro-sinistra”, chi lo dice potrebbe condividere il né né che cancella le estreme, perché anche lui converge al centro per elevarsi all’universale, grillo lo fa con toni profetico-poujadisti, questi altri con l’aspirazione ad essere democristiani, miglioristi, presidenziali, tecno-consulenti, e via sdottorando e sbaronando. ad essere in crisi, in fondo, non è solo l’economia, ma anche la misura – meson – da dare alla “politica”. puoi essere tutto e nulla, di centro sinistra o destra, il risultato di questa moltiplicazione di sfumature sempre più grige, fa sempre zero. esito preoccupante, in un momento in cui le cose si fanno, e hanno effetti, eccome se hanno effetti… l’impossibilità di catturare in una definizione l’inesistenza di una politica è il modo più ricorrente per istituire nuovi trascendentali, nuove strutture arborescenti, insomma distillare micromacchinette fasciste nella stessa frase. non so se l’alternativa stia proprio nella teoria dell’evento di Badiou che ha ragione sulla comune, un pò meno condivisibile – credo – nella sua ipotesi comunista dove l’evento è simile all’idea platonica. storicizzabile anch’essa perchè no…

  54. Wu Ming 1 says:

    Compagn*, io riparto. Sarò praticamente off line sino alla Befana. Fate i bravi e le brave.

  55. franzecke says:

    Non che abbia molto da dire, ma non posso resistere.

    Trovo che questa discussione sia fantastica – nonché emblematica.
    Da una parte si difende il diritto dei *cittadini* a farsi abbindolare da un megalomane sociopatico (indovinate: sto parlando di Grillo, di Berlusconi o di Hitler?) tenendo Unabomber come punto di riferimento, dall’altra si citano misteriosi *apocrifi* in cui Marx direbbe addirittura le parolacce.
    Quel che si dice un dialogo tra sordi.
    Nel frattempo, “the real nazis run your school”.

    ‘sto 2012 lo vedo proprio bene, regà.

    Scusate l’intrusione, continuate pure.

  56. Wu Ming 1 says:

    @ franzecke

    al volo: guarda che Marx era scurrilissimo :-) Le sue lettere a Engels sono piene di parolacce. La frase che ho citato era apocrifa nella forma (è una parafrasi che circolava anni fa), non nel contenuto e nemmeno nell’uso della parola “Scheisse”.

  57. amaryllide says:

    “il nemico del mio nemico non è per forza mio amico”
    se volete fare accademia, no. Se volete sconfiggerlo, il nemico, assolutamente sì, la storia non fa sconti agli schizzinosi. Meglio ancora, non li manda nemmeno al potere.

    “Qui il capitalismo più pulito c’ha la rogna!”
    falso. Solo UN capitalismo spende in armi quanto il resto del pianeta messo assieme. Ergo dire che i capitalismi sono tutti uguali è qualunquismo esattamente come dire che destra e sinistra sono la stessa cosa.

  58. franzecke says:

    @ Wu Ming 1

    Dai, scherzavo… ;)

    Buon anno.

  59. Wu Ming 1 says:

    Beh, se uno punta ad andare al potere per poi usare contro gli operai i metodi del “capitalismo con valori asiatici”, o contro i movimenti i metodi di Putin, certo che è mio nemico, non ci piove. Sarò schizzinoso, non lo nego… Dopodiché, siccome ribadisco il mio pensiero che la realtà sia molteplice, di certo non credo che tutti i capitalismi siano “uguali”. Però hanno in comune il fatto di essere capitalismi, quindi di accaparrare, sfruttare, rapinare, impoverire. Chi si accontenta di sceglierne uno “buono” contro un altro “cattivo”, non venga poi a dirmi che la sua impostazione è anticapitalistica.

  60. amaryllide says:

    ” Chi si accontenta di sceglierne uno “buono” contro un altro “cattivo”, non venga poi a dirmi che la sua impostazione è anticapitalistica.”
    insomma, i partigiani comunisti che prendevano le armi dagli angloamericani non erano anticapitalisti. Ribadisco, la realtà è più seria dei discorsi di principio, se si vogliono fare discorsi seri (e per seri intendo che abbiano una minima possibilità di incidere sul reale), bisogna riconoscere la realtà che si conta meno di zero, e chi conta meno di zero non può porre condizioni. Oppure può farlo, ma si condanna all’inutilità perenne

  61. Wu Ming 4 says:

    @ amaryllide

    Il mio socio ha scritto: “Il nemico del mio nemico non è per forza mio amico”. C’è quel “per forza” che dà un senso preciso alla frase e che tu dimentichi nella tua parafrasi.
    S’intende dire, cioè, che non basta avere un nemico in comune per essere dalla stessa parte. Ciò non toglie che in certi casi invece questo accada.
    In effetti il CLN è stato una dimostrazione di tale possibilità. E però in quel frangente ha anche sancito l’irrealizzabilità della rivoluzione anticapitalistica, perché i partigiani comunisti – che erano senz’altro anticapitalisti – avendo preso quelle armi dagli angloamericani, ed essendo l’Italia rientrata nel blocco occidentale, il capitalismo se lo sono dovuto tenere eccome. Questa appunto è la dura realtà dei fatti, con la quale nessuno di noi pensa di non dover fare i conti.

  62. Wu Ming 1 says:

    @ amaryllide

    se si vogliono fare discorsi seri, bisogna distinguere casi e contesti. E per fare questo, bisogna essere precisi nello scrivere e nel leggere. Le parole sono importanti.
    Ho scritto che “il nemico del mio nemico non è per forza mio amico“. E questa frase era inserita in una risposta in cui spiegavo che sovente il “nemico del mio nemico” non è davvero tale. Di certo è semplicistico e disinformante dire che il capitalismo cinese è “nemico” di quello americano, o che Gheddafi era anti-imperialista e contro le Sette Sorelle. Quel “non per forza” significa che nella storia a volte sono possibili alleanze (che in ogni caso non sono “amicizie”), a volte no. E se è per questo, a volte si possono mettere due forze l’una contro l’altra anche senza essere amici di nessuna delle due. E prima di tutto ciò, aggiungo, è importante che io abbia ben chiaro chi è il mio nemico.

    Me la prendo con chi “si accontenta” della lavagnetta dei blocchi nazionali presuntamente buoni o cattivi, prendendo scorciatoie che eludono le analisi di classe e – di questo ne sono stra-convinto – ostacolano pure l’internazionalismo. Se la Cina è “buona”, dunque gli operai e le popolazioni che scioperando e ribellandosi “tradiscono la stabilità, la concordia e l’interesse nazionale” (cit. PCC su Wukan) sarebbero “cattivi”. Sostituendo le nazioni alle classi, si arriva a questi paradossi. Ho già scritto che preferisco non perdere di vista le contraddizioni e le forze anticapitaliste operanti dentro ciascuna società nazionale, vedere quali lotte reali siano in corso. Rimango un internazionalista, e sono convinto che l’alleanza principale debba essere orizzontale e attraversare i confini.

    Aggiungo che la parte più avanzata delle resistenze europee non si “accontentò” affatto di appoggiare gli Alleati contro l’Asse. La Resistenza ebbe un ruolo attivo (in alcuni paesi da ben prima dello sbarco in Normandia) e un suo programma sociale, e addirittura creò zone liberate con una loro legislazione, repubbliche autonome effimere finché si vuole ma indicative delle spinte egualitarie che stavano alla base di quel movimento. Alcune resistenze, come quella jugoslava, vinsero la guerra contro il nazifascismo senza quasi avvalersi dell’appoggio alleato (e nemmeno sovietico). E quando, dopo la guerra, l’establishment stalinista impose ovunque una spinta “normalizzatrice” e realpolitika, confilitti ve ne furono eccome. Quindi, anche in questo caso, sarebbe il caso di ragionare in termini di molteplicità, anziché ridurre “ad unum”.

    E ora fatemi spegnere ‘sto cazzo di computer, please, ché devo alzarmi presto per salire in montagna.

  63. Flap says:

    Ciao, primo commento anche per me anche se leggo a tratti da anni (è un mezzo lavoro seguire i “dibattiti” su internet… ;))

    Un aspetto per me fondamentale e definitivo della questione Grillo (e ripresa anche dal movimento 5 stelle) è quella della malafede o ignoranza per la quale chiunque si sia occupato di argomenti di cui tratta Grillo (o il suo movimento) semplicemente non è mai esistito.

    Mi spiego: già anni prima del movimento 5 stelle, Grillo, nei suoi spettacoli, raccontava, come se fossero farina del suo sacco, temi e lotte che appartenevano da anni a vari movimenti (da quello dell’acqua a quelli terzomondisti a quelli di Genova) senza dare minimamente alcun riferimento concreto a chi stava facendo lotte concrete su quei temi, cioè senza dare alcuna informazione o riferimento che non fosse a sè stesso.

    Ai tempi ho deciso che Grillo fosse in palese malafede, visto che ci vuole poco a informarsi sui movimenti già esistenti.
    E col senno di poi aveva perfettamente senso nella prospettiva della creazione di un suo movimento con pretese di “monopolio” sull’”opposizione” (con tutte le cose già dette su come sia in realtà un’opposizione vaga, non antisistemica, non di classe, “distraente”, populista, qualunquista e anche un po’ forcaiola).

    La cosa mi sembra poi traslata allo stesso modo nel movimento 5 stelle: a sentire Grillo il No Tav l’ha fatto solo lui (come se per anni i compagni e le compagne di Rifondazione e del resto della dispersa sinistra radicale, che erano lì ben da prima, non fossero mai esistiti), a sentire molti attivisti di base del movimento 5 stelle, prima di loro nessuno aveva mai parlato di partecipazione e cittadinanza… come se non fossero una filiazione diretta del fenomeno pluridecennale delle liste civiche o come se, anche qui, le varie sinistre radicali, partitiche e non, bilanci partecipativi e lotte democratiche comprese non fossero mai esistite.
    E se alla base l’ignoranza (nel senso di non conoscenza nè storica nè sociale) ci può stare (purtroppo), al vertice è chiaro che c’è della malafede pesantissima.

    E il fatto che la risonanza mediatica diversa porti di fatto a dire che l’ultimo decennio di movimenti e sinistra radicale possa realmente non esistere per il “cittadino medio qualunque/qualunquista” più o meno socialmente consapevole non fa che deporre in negativo per Grillo e il suo movimento, visto la cosa riconduce il tutto all’interno (come è già stato detto da altri) dello stesso sistema e delle stesse modalità di sistema contro cui ci auto-nomina (quindi sé-dicenti) “oppositori”.

    Già questa questione della malafede a me sembrerebbe esaustiva per definire e capire un movimento del genere (non intendo sociologicamente, ma dal punto di vista di una scelta consapevole).
    Se le basi sono di fatto truffaldine, le intenzioni normalmente non si discostano.

  64. luca vozza says:

    Scusate se ve lo dico ma a me sembrate un po’ paranoici e accaniti.
    Va bene essere contro Grillo il movimento ma dargli del criptofascista mi sembra esagerato .
    Davvero vi seguo da un bel po’ e mi è sempre piaciuto di voi il cosa e il come lo dicevate. Io sono un forte simpatizzante del movimento 5 stelle e nom certo per il fatto che lo critichiate che ora vi faccio io una critica a voi, ma per il COME lo criticate.
    Non ve ne potete uscire con una serie di (scusate) inesattezze e banalità. Grillo fascista? Non ha una posizione su Fiat e movimento studentesco? È come la Lega Nord ? Ragazzi me che dite? Davvero
    Il movimento NON È Grillo. Lui ha avuto il merito enorme di dare il via ad un movimento che sta e può davvero fare una rivoluzione culturale della politica , intesa come partecipazione alla gestione della nostra vita tramite impegno di noi stessi e non demandato al monarca di turno ! Si può dire ciò che si vuole ma il M5S è l’unico a spingere in qs direzione: e cacchio non è avere il nemico di turno ma tentare di far capire alle persone che di devono riappropriare della loro vita e non stare a 90 gradi ad aspettare che il politico decida! E questa per me è una cosa meravigliosa ! dire alla gente: entrate voi in politica! Fate voi! Non subite quello che altri decidono ! Non certo nel vs interesse! Fosse anche questa l’unica cosa del movimento io gli batto le mani ! Ma ci rendiamo conto? E voi lo definite fascismo? Ma scherziamo ? ! Ok è disorganizzato, ma anche un centro sociale lo è! Non ci sono organi direttivi! Vero ! Andate
    In rete a vedere i ragazzi che ogni giorno partecipano alla stesura dei programmi, che creano strumenti informatici per la democrazia diretta ( !!!! ) che si fanno il culo in discussione per arrivare a decidere ASSIEME su determinati argomenti !!! È fascismo anche questo ?
    Andate a vedere cosa fanno i consiglieri eletti nelle varie regioni !!!! Cosa propongono e hanno proposto !!!! L’altro
    giorno uno di loro ha presentato una risoluzione su cui molti in rete non sono stati d’accordo ( lo so anche Grillo e lo ha detto con un post in cui ha detto una marea di stupidaggini ed è stato massacrato anche lui )…. Beh dopo due giorni di discussioni in rete il consigliere ha ritirato la risoluzione visto che i commenti della gente erano negativi!!!! Puoi non essere d’accordo ma questo è agire in rappresentanza di altre persone e non per i cazzi propri ed è democrazia cazzo ! Ogni sei mesi rimettono il mandato…. E questa filosofia si è creata in rete !!!!!
    Il movento si è ampiamente espresso contro Marchionne!!! E anche Grillo lo ha fatto !!!! Ma che diteeee ???!
    Il movimento a volte è veri che dipende troppo da grillo che in quanto persona sbaglia e dice anche stupidaggini! MA il movimento è fatto da un sacco di persone in Italia che credono in un sogno, di cambiare il modi di fare politica, pur con me sue imprecisioni e con i suoi aspetti incompleti! Ma non sono dei ” si ok…. ma” come scrivete voi: sono mancanze fisiologiche di un movimento che non ha un Leader ma fatto di persone! Leggetevi i post nel siti: gente che partecipa e non direttive dall’alto.
    Il Movimento razzista : ma cosa dite! Grillo ( e non il M5S ) ha espresso una posizione, condivisibile o meno ma non razzista ! Vera, sua, e molti del M5S lo hanno criticato! Perché non lo riportate questi link ?
    Poi voi cominciate col definite cammelli tutti i grillino e li minacciate di non inveire “come al solito” e di non lanciassi in sgrammaticature varie ( eccone una forse ) : minchia ! E voi date del fascista a Grillo ? Complimenti : fra l’altro sul suo sito ci sono un sacco di insulti a lui e di notizie anche contro di lui.
    Sinceramente penso che la vs sia una critica un po’ affrettata e un po’ “facilona ” : dovreste documentarvi meglio sul movimenti e tutta la meravigliosa gente che c’è, e sui meccanismi che le muovono !!! Criticate Grillo e chi volete ( ci mancherebbe ) ma nom date del fascista così facilmente !!!! Il movimento 5 stelle non lo merita affatto ( secondo me )

  65. amaryllide says:

    Se la Cina è “buona”, dunque gli operai e le popolazioni che scioperando e ribellandosi “tradiscono la stabilità, la concordia e l’interesse nazionale” (cit. PCC su Wukan) sarebbero “cattivi”

    No. Io parlo del contesto geopolitico, quello nel quale la Cina non invade nessuno, ha spese militari modeste e gli USA invece sterminano, massacrano, deportano (proprio ieri di fatto Obama ha firmato la legge marziale universale) e si armano fino ai denti per farlo. Spiacente, ma io non posso considerare i dirigenti dello stato cinese miei nemici, e il soldato semplice americano, quantunque “proletario”, mio amico. Chi si fa volenteroso carnefice dell’Ubernazismo yankee è nemico dell’intera umanità, e chiunque lo combatte, persegue la sopravvivenza del genere umano

  66. luca says:

    Nenè, sardobrasiliano nero, ha giocato per una vita nel cagliari più forte di sempre. Sono quasi sicuro fosse di sinistra.
    No rossobruno. Era rossoblu. Non meritava di finire mescolato a tanta brutta gente.
    Precisazione surreal-futbollistica.

    Veniamo a noi.
    Ma non vi sembra decrepito Grillo? Lo vedete ancora in espansione?
    A me pare del tutto tagliato fuori dall’insediarsi dei tecno-poteri. E dalla recessione devastante.
    Non era un pezzo fondativo del grillismo la richiesta dei “competenti” al governo, contro i politici incapaci e ladri?
    Eccoli qua, i competenti. I tecnici, per definizione nè di destra nè di sinistra. Grillo dovrebbe appoggiare Monti più di Casini. E infatti, non lo sostiene ma balbetta, arranca, perchè un pilastro costitutivo della sua retorica è già andato a culo. Inservibile.
    E poi la recessione.
    Signori, stiamo entrando in una povertà inedita da 50 anni a questa parte. Con la piccola differenza che allora, appunto, ne stavamo uscendo.
    I dati che dalle prossime settimane cominceranno a uscire, sono spaventosi. Ben presto sarà chiaro che la contrazione non sarà inferiore ad almeno il 3-4%, tra l’altro in regime di aumento generalizzato di prezzi e tariffe. Da qui a marzo vanno in scadenza milioni e milioni di ore di cassa integrazione in deroga. E non c’è un euro per rifinanziarla.
    Altre manovre in arrivo.
    Avvitamento greco.
    Lotta di classe allo stato puro. Dall’alto, ahimè, per ora.
    Per vedere un governo più di destra di questo, credo si debba risalire a quelli ‘piemontesi’ post-unitari. Alle repressioni di Crispi, o alle fucilate di Bava Beccaris.
    Altro che nè-nè.
    Che cazzo hanno da dire Grillo e i 5stelle, mai presenti nemmeno in parola nelle lotte per il lavoro o contro il disfacimento del welfare, sulle questioni che nei prossimi mesi metteranno per strada milioni di persone?
    A dire il vero, credo che se si voterà nel 2013 nemmeno ci sarà una lista grillo nazionale, e qualora dovesse esserci avrà esiti risibili.
    Grillo è una roba consumeristica tardi anni ottanta americani. Una bizzarra via di mezzo tra Nader e i tele predicatori battisti della Bible Belt.
    Merda fossile.
    Casaleggio farà bene a cominciare a guardarsi intorno,
    ad allevare un cavallo più adatto alle corse future.
    Più interessante invece mi parrebbe rivolgere i medesimi quesiti e le riflessioni in corso proprio sul governo attuale e la retorica che lo sostiene. Nocivo come grillo non potrebbe mai essere anche se campasse trecento anni.
    Da che ho l’età della ragione non ho mai visto un governo più cieco e ideologico di questo. E non ho mai visto un paese così disarmato contro tutto questo.
    Mentre la catastrofe sociale è in corso.
    All’ordine del giorno, qui da noi, c’è il Modello Danese.
    Buon anno.
    L.

  67. Wu Ming 4 says:

    @ luca vozza

    Ho l’impressione che tu non abbia letto bene il post né la discussione che ne segue.
    Non si è detto che “Grillo è fascista” né che è “come la Lega Nord”. Si è parlato di cripto-fascismo e di populismo. Non si è nemmeno detto che “il movimento è Grillo”, anzi si è distinta la voglia di partecipazione dal basso dagli atteggiamenti del leader. Si è altresì fatto notare, che se Grillo non è un lider maximo, tuttavia possiede il logo del movimento e la sua immagine è senza dubbio strabordante, almeno per il momento, rispetto a ciò che si muove nella sua ombra.
    Insomma si sono dette cose, si sono fatti dei distinguo, si sono analizzati enunciati, che evidentemente non hai colto. Quindi ci attribuisci una posizione dozzinale e semplicistica che non abbiamo mai assunto.

    Rispetto all’agire dei consiglieri regionali e comunali del M5S posso dire quello che vedo. Nella mia città sono ragazzi molto giovani, provenienti dalla sinistra, che spesso assumono posizioni condivisibili e giuste, purtroppo a volte con sprovvedutezza (ma bisognerà che si facciano le ossa), e altre volte invece rimangono terribilmente silenti. Dall’interno le testimonianze che giungono sulle dinamiche di funzionamento del partito non sono affatto tutte rosee come vorresti tu. Ad esempio questa: http://www.facebook.com/note.php?note_id=178831895467108&id=1656882137
    Ma sappiamo che in altre realtà, come quella già menzionata di Torino in merito alla questione rom, il M5S ha assunto posizioni parecchio ambigue (e sorvolo sui commenti dei militanti nelle liste dei blog del movimento riguardo al merito del pogrom torinese).
    Quindi direi che il nostro discorso, anche mettendo da parte il personaggio Grillo, che – ribadisco – anche per me non coincide con il movimento, ha ben ragione d’essere.

    Quanto alle minacce alle truppe cammellate sia chiaro che restano in vigore e la guardia rimane ben alta, dato che tengono alla larga coloro che manderebbero in vacca questa discussione in un battibaleno. Ci vuole pochissimo: di solito si comincia attribuendo all’interlocutore cose che non ha detto, poi si alzano i toni, si riempiono i propri interventi di schiere di punti esclamativi e, dulcis in fundo, si dà degli ignoranti a quelli con cui si sta discutendo. Se si ha fortuna si trova qualcuno che si inalbera e il thread finisce in caciara. Non nobis, domine.

  68. RobertoG says:

    @luca vozza
    Io vivo a Torino, e ti posso assicurare che nessuno dei 4 eletti del movimento 5 stelle (Bertola e la Appendino in comune, Bono e Biolè in regione) al momento del referndum di Mirafiori si è degnato di fare una dichiarazione per dire che era per il no, e quando la discussione sul contratto mirafiori è arrivata in consiglio comunale l’intervento di Bertola era indistinguibile da quello del PD.
    Rispetto al razzismo, più sopra è linkata una discussione sull’incendio del campo rom della continassa. E’ una discussione, non è il parere di Grillo, e la posizione più espressa è “stronzi quelli che l’hanno bruciato, ma se gli zingari si comportassero meglio non succederebbe”. Non vedo come tu possa sostenere che questo non è razzismo.
    Di simpatizzanti/aderenti al movimento 5 stelle ne conosco una decina, dal semplice simpatizzante a due candidati al comune di Torino, e devo dirti che se a tutti riconosco la buona fede non ce n’è uno di cui mi fiderei.

  69. Wu Ming 4 says:

    @ amaryllide

    Con i compagni del Partito Comunista Cinese fino alla vittoria! (Ma non un minuto di più… grazie.)
    E non dimentichiamoci i compagni talebani, mi raccomando!
    E il grandissimo Assad!
    E Lukashenko vogliamo tenerlo fuori?
    E tutti quegli oscuri colonnelli birmani?
    Avanti, che c’è posto nel grande fronte internazionale antimperialista!

  70. RobertoG says:

    @amaryllide
    “Spiacente, ma io non posso considerare i dirigenti dello stato cinese miei nemici, e il soldato semplice americano, quantunque ‘proletario’, mio amico”
    Daccordo a metà. Non posso considerare il soldato americano mio amico (ovviamente sto generalizzando, Bradley Manning ad esempio si) perchè, che sia o no proletario, che ne sia o no consapevole. difende gli interessi dei grandi poteri economici.
    Invece considero nemici i dirigenti dello stato cinese per lo stesso motivo, solo con la certezza che non sono nè proletari nè inconsapevoli

  71. petrov says:

    @ Wu Ming 1
    @ Wu ming 4
    @ luca
    e, ultimi ma non da meno,
    @ tutti
    E’ bellissimo leggervi. Sapete, io vivo alla periferia dell’impero, in Basilicata, nella città che da questa periferia, Matera, si candida addirittura a capitale europea della cultura (di ‘sta minchia! io sostengo). Conosco/conosciamo perfettamente ogni riferimento postato in questa discussione e su questi (ed altri e molti) aspetti della dicotomia Grillo/M5S da tempo ci confrontiamo.
    Ma (ed è un “ma” inclusivo e non esclusivo), in questa periferia della periferia dell’impero, dove non c’è e non c’è mai stato un centro sociale (quindi dove l’ansia, la progettualità e l’antagonismo giovanile e non solo non hanno mai prodotto un tentativo ampio di socializzazione dal basso) devo e voglio dare priorità alle battaglie quotidiane, alle battaglie per la mia terra e per le condizioni di vita della mia comunità, della mia famiglia, dei miei figli.
    Quindi, prima che valutare Grillo e Benetazzo e Casaleggio e il signoraggio, ecc. ecc., ho dato fiducia e do fiducia ad una formazione di attivisti che qui, nella mia terra, è autenticamente popolare.
    In un ambiente devastato dal malaffare politico-economico, dove il clientelismo a tutti i livelli (professionale, politico, mediatico, educativo) impregna la vita quotidiana e condiziona pesantemente i rapporti sociali, il gruppetto di attivisti del M5S è uno dei pochi promotori delle nuove forme di lotta (di classe).
    Con tutti gli errori e le deformazioni che la “semplicità” dei sui appartenenti comporta.
    Se ne avete voglia, a corollario di quanto giustamente avete già scritto e linkato, fatevi un giro su http://www.basilicata5stelle.it/ e su http://www.beppegrillo.it/listeciviche/liste/matera/blog/.
    Sono pagine costruite per fare informazione e costruire stimolo su quello (poco) che riusciamo a seguire, dal vivo non sulla tastiera.
    C’è la campagna per il referendum dell’acqua e contro il nucleare, quella contro la devastazione del territorio per le estrazioni di gas e petrolio, quella per la chiusura del CIE di Palazzo San Gervasio…..

    http://www.basilicata5stelle.it/2011/05/07/lettera-da-palazzo-san-gervasio/
    http://www.basilicata5stelle.it/2011/05/29/aggiornamenti-da-palazzo-san-gervasio/
    http://www.beppegrillo.it/listeciviche/liste/matera/2011/05/lacqua-deve-essere-di-tutti-il-nucleare-di-nessuno.html
    http://www.beppegrillo.it/listeciviche/liste/matera/2011/12/tocca-a-noi-fare-informazione.html
    http://www.basilicata5stelle.it/2011/07/27/510/
    http://www.basilicata5stelle.it/2011/07/13/lassalto-alla-basilicata-continua/

    Non ve le segnalo per convincere chicchessia, ma solo per confermarMi che so quello che faccio (e mi piace) e confermarVi che so quello di cui si parla nei post di questa discussione.
    Buon anno a tutti.
    petrov

  72. Wu Ming 4 says:

    @ petrov

    Fai bene a segnalare il caso della tua realtà locale. Qua non si sta cercando di dare giudizi sommari, appunto, ma di valutare, con i mezzi che si hanno, un fenomeno indubbiamente sfaccettato, a sua volta legato a uno più ampio (quello della crisi della politica tradizionale). Il tuo discorso a me sembra comprensibilissimo e sono convinto che un sacco di gente si sia avvicinata al M5S per motivi analoghi ai tuoi. Come tu stesso riconosci, questo non toglie però un grammo al peso delle questioni che emergono con assoluta evidenza. Ecco, senza alcuna voglia di polemica, ma proprio per dare conto delle sfaccettature, mi permetto di ribattere a realtà locale con realtà locale, cioè con la notizia di oggi che evidenzia un problemino legato alla gestione del dissenso interno al M5S e al ruolo del leader: http://bologna.repubblica.it/cronaca/2012/01/03/news/bologna_resa_dei_conti_online_per_il_movimento_cinque_stelle-27516292/

  73. Wu Ming 4 says:

    P.S. Rispetto alla notizia locale che ho linkato sopra trovo altresì interessante il fatto che mentre il consigliere regionale grillino si fosse posto il problema del destino dei lavoratori del quotidiano in questione, per Grillo il problema fosse esclusivamente politico. Mi sembra ancora una volta una conferma di come l’ex-comico non riesca proprio a interpretare la realtà in termini di conflitto sociale: la lotta anticasta vale più della sorte dei lavoratori. Questo, credo, segnerà la sua parabola nell’immediato futuro, come ha detto bene Luca nel commento delle 9:14 am.

  74. petrov says:

    @ Wu Ming 4
    Mi sta più che bene che Repubblica ne parli.
    Ma mi sta enormemente meglio ;-) la replica ai fatti di Andrea De Franceschi. E’ di prima mano e non fa sintesi parziali come l’articolo di Repubblica.
    http://www.beppegrillo.it/listeciviche/liste/emiliaromagna/2012/01/informazionedal-fango-non-nasce-niente-dagli-errori-nascono-i-fiori-una-nuova-risoluzione-nata-dalla.html

  75. Wu Ming 4 says:

    @ petrov

    La consolazione, dal mio punto di vista, ahimé, è magra. Ti spiego perché.
    Non voglio difendere gli ambiti ristretti dei partiti tradizionali, dove pochi prendono le decisioni per molti, ma le procedure di gestione trasparente, sempre perfettibili, in qualunque organizzazione hanno un senso. Impallinare uno via web dopo che si è esposto e costringerlo a ritirare la risoluzione per riformularla non è un bel modo di fare. Quando poi si muove il leader in persona per farlo, direi che è proprio scorretto e assai poco peer-to-peer. Poi il diretto interessato ovviamente parla di pressioni dal basso e non dall’alto, ma questa è al massimo mezza verità e glielo concediamo volentieri perché la faccia dovrà pur salvarla, poveraccio.
    Ma, come sottolineavo nel secondo commento, c’è anche una ambiguità di merito.
    La nuova risoluzione dice che la giunta regionale dovrebbe

    “assicurare che gli interventi messi in campo dalla Regione nel campo dell’informazione, escludano finanziamenti pubblici e perseguano un modello d’informazione aperto alla concorrenza, senza corporazioni, che sia finanziato esclusivamente da vendita online e in edicola, abbonamenti e pubblicità”

    Questa è un’opzione puramente liberista, dove il mercato è più o meno l’unico giudice e padrone delle sorti di un quotidiano e quindi dei lavoratori che lo fanno. Se passa questa linea molto probabilmente l’obiettivo che i grillini si prefiggono, cioè quello di eliminare i quotidiani di partito sovvenzionati con soldi pubblici verrà realizzato (Liberazione ha chiuso ieri, se non sbaglio); ma se ne realizzerà anche un altro: sulla piazza rimarranno soltanto i grossi quotidiani come La Repubblica, Il Corriere, La Stampa, Il Giornale, etc. Non saprei dire a questo punto se a livello informativo il problema ne uscirà risolto o aggravato.
    Dopodiché lo so anch’io che il futuro dell’informazione non è la carta stampata, ma mi piacerebbe sapere come il consigliere regionale pensa di salvaguardare quei posti di lavoro senza qualche aiuto pubblico. Insomma la contraddizione di cui parlavo, quella tra questione politica e questione sociale mi sembra ancora tutta intera. E destinata a esplodere con l’aggravarsi della situazione.

  76. rapa says:

    Vorrei lasciare una risposta a Efreim, che mi sembra abbia capito un punto fondamentale. Il vuoto ideologico.
    Argomento:
    Io ho 22 anni. Periferia della periferia della periferia come il compagno potentino. Maledetto dai neuroni specchio che non mi lasciano dormire se penso a quello che passa la stragrande maggioranza degli esseri umani, e dagli altri neuroni che non vogliono saperne di farsi abbindolare dalla Chiesa o da Vendola. Che faccio?
    L’ideologia marxista l’ho sempre seguita con passione per i valori alla base, e per la serietà scientifica dei Nostri. Ha insegnato e ancora insegna moltissimo. Però apriamo gli occhi. Dobbiamo.
    Non ci sono santi, il socialismo HA PERSO una sfida molto materiale. Non è stato capace di dare alle persone quello che volevano e vogliono. Nell’ordine, beni e sogni dorati. E ci siamo gettati tra le braccia mortali del capitalismo senza Stato, persino spaventati da questa parola (giustamente, visti gli antefatti). Io me lo spiego con l’idea che la promessa di benessere materiale individuale tiri fuori il massimo dalla maggioranza degli esseri umani.
    E’ un’opinione, anzi gradirei smentite. (lo so, Wikipedia, ma è una rondine al polo…)
    Insomma, possiamo storicizzare fino ad Adamo ed Eva, ma lo dite voi alla mia ragazza (polacca) che la deve smettere di raccontare in giro le storie di fame e carenze che le hanno raccontato genitori e nonni? Che non deve essere contenta se adesso possono scegliere tra 15 tipi di biscotti come noi? (Io gliel’ho fatto capire, in parte, con inenarrabili sforzi di mesi e allenamento all’empatia. Non scherzo, non vi dico le barzellette su Auschwitz che raccontano gli anarchici di là, si anche quelli che menano i fascisti) [GRAZIE LUTTAZZI]
    In sostanza, come riproporre efficacemente il comunismo? Il socialismo? Ma anche solo, come parlare agli operai, se adesso quelli davvero proletari stanno in Cina e Vietnam e i nostri devono difendersi unghie e denti contro minacce giornaliere?
    Arrivo al punto.
    Io mi chiedo cosa fare: ho seguito Grillo agli inizi inizi, per poi lasciarlo disgustato. Capisco come molti possano farlo. Cioè… non c’è niente di concreto nel mondo visibile. Vuoto. Le strategie dei comunisti o detti tali, a parte la mancanza di fini credibili e visibili su scala apprezzabile, mi ricordano lo sketch di Guzzanti-Bertinotti (dividiamoci in migliaia di piccoli gruppi e attacchiamo in massa le destre come gli insetti :D ).
    Ho un’idea di cosa risponderebbero i Wu Ming: deve esserci un movimento, che crei consapevolezza, poi nella lotta si troverà ecc. ecc. Ma questo va bene per gli intellettuali, le voci critiche che ci DEVONO essere ma vivaddio ora come ora andiamo sempre più indietro e i bastardi ci cambiano la realtà sotto i piedi come diceva il cornutissimo Rove. Mi viene in mente il megadirettore galattico di Fantozzi ( -Faremo assemblee democratiche con tutti gli uomini di buona volontà, finchè… -Ma ci vorranno migliaia di anni! -Possiamo aspettare, noi) [noi che abbiamo un computer, absit iniuria verbis].

    Non mi stupisce che la gente vada da Grillo. Purtroppo mi trovo costretto a dire, meglio lui che i fascisti veri, perchè quello rischiamo. Troppo pochi hanno il tempo materiale anche solo per capire quello che sta succedendo. Solo per questo post ci ho messo 6 ore. Non posso chiederlo agli amici che studiano ingegneria, figurarsi a mio cuggino di stanza a Kabul.

    Efreim, che dire: dai un’occhiata qua, a me questa modern money theory convince. Tenendo gli occhi aperti, sempre. http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=279

  77. PaoloR says:

    Per di più, l’idea di Grillo ignora bellamente il fatto che i quotidiani che sopravviveranno alla fine dei finanziamenti pubblici non saranno “quelli che stanno sulle proprie gambe”, ma quelli che stanno sulle gambe dei grandi gruppi economici. Il Sole 24 Ore è molto più in perdita di Liberazione o del Manifesto, però Confindustria può permettersi di tenere in edicola il organo di propaganda anche al costo di perderci qualche milionata di euro.

  78. eveblissett says:

    Bonjour. Sono ancora in digestione postumi, quindi, se scrivo strafalcioni, voi non ci fate caso.

    @luca: a me ricorda più che altro Roberto da Crema! Comunque, lasciando da parte il mio lato trash nascosto, il collegamento con Nader è palesissimo ed è Michael Moore che almeno fino a una decina d’anni fa era fan accanito di Nader, adesso non ho idea.

    Ho ripreso dalla libreria Stupid White Man e la tagline made in Repubblica dice “Umorista, irriverente e irritante: il vero Grillo parlante d’America”. Grillo scritto così, con la G maiuscola, ça va sans dire. Era prima del V-Day e del Movimento5Stelle, era quando l’aggettivo “irritante” associato trasversalmente a Grillo era usato in maniera “simpatica”. Insomma, quando Grillo, come Michael Moore, era SOLO un personaggio di spettacolo.

    Il fascino (stavo per scrivere fascinazione, ma ho cancellato, atterrita dal link mentale con Tassinari, ndr) di Moore l’abbiamo subito un po’ tutti anche all’interno del movimento, o quantomeno, noi più giovani, sicuramente. Io all’epoca di Stupid White Man ero al liceo, erano gli albori della guerra in Afghanistan, era passato da poco il 2001 e ricordo che di questo tale, di Bowling a Columbine e soprattutto di questo Stupid White Man, ne parlavamo un po’ tutti. Adesso, dopo anni, alla luce del grillismo, un po’ più cresciutella, sfoglio di nuovo quel libro di Moore e mi trovo ad aggrottare spesso le sopracciglia e a pensare che si, su alcuni punti, Grillo è la degenerazione in salsa italiota di Moore (o quantomeno, Grillo PROVA ad esserlo), e se ci sarebbe stato un Movimento5Stelle, un V-Day e tutto il resto senza Moore e soprattutto senza la campagna di accostamento Grillo-Moore promossa dai media italiani all’epoca del successo di Moore.

    Comunque lascio gli If al mio adorato Philp K. e torno al presente. Nel presente il Movimento 5 Stelle esiste e i movimenti devono farci i conti, nel bene o nel male, sulla strada, non solo a parole. Qui siamo in una città piccola, i compagni militanti sono pochi, i grillini (o pseudotali) ci sono e quando ci si ritrova ad affrontare certe battaglie territoriali (es. la questione della centrale a Turbogas), ci si ritrova, in due assemblee su tre, a dividerci tra gli oltranzisti (tipo me) che se solo gli nomini i grillini iniziano a fare gli scongiuri e ad imprecare in antico sannita e quelli che “scendiamo a compromessi per la causa”. Io resto oltranzista ma onestamente non so quale delle due linee sia giusta: l’evidenza comunque è che nelle città piccole, questi qua, questi nè-nè, questi grillini e pseudotali, rischiano di spaccare i movimenti e dobbiamo farci i conti.

    (chiudo con un divertissment. C’è un compagno che ormai è ufficialmente “l’uomo-degli-slogan”, ieri gli ho chiesto “Oh, stasera alziamo un coro contro i grillini?”, e ha partorito la perla che segue: “Contro questi grilli parlanti, ci siamo noi, compagni militanti”. Ve lo giro e ve lo dedico.)

  79. Danilostocchino says:

    @Paolo R
    Mi sembra più che leggittimo che le testate giornalistiche si autofinanzino. L’Italia ormai è piena di buchi: maree di impiegati pubblici ( spesso e volentieri di origine Craxiana) ,la chiesa (http://www.icostidellachiesa.it/), giornali etc… Il problema è che questo discorso viene sempre accusato di pupulismo nel migliore dei casi. Infatti se uno fa notare che la Chiesa non paga nulla, e non soltanto l’Ici come dicono in tv, viene macchiato anche di immoralità, anticlericalismo, paganità e altro ancora.

  80. Flap says:

    Quello della contrarietà al finanziamento pubblico ai giornali di partito (e cooperativi) è un altro bell’esempio di “confusismo gridato”: i finanziamenti pubblici ai giornali vanno ridotti sì, ma chi grida contro quel finanziamento probabilmente non è ben informato e non sa che la maggior parte di quei finaziamenti vanno a giornali truffa che spesso neanche escono in edicola.

    I principi sono una bella cosa (a volte), ma quando non si confrontano con la realtà spesso servono a fini completamente opposti. Non si confrontano con la realtà, del resto, quindi sono letteralmente “cagati” (o urlati) giù in modo acontestuale e assolutamente non centrato, quindi facilmente strumentalizzabili, assolutamente inefficaci e spesso anzi usati da quella stessa “casta” che si vorrebbe combattere.

    Risultato del populismo becero sul finanziamento pubblico ai giornali liberi?
    Che i giornali liberi chiuderanno, perchè “non competitivi” e non sostenuti da potentati economici o da gruppi di interesse immafiati col potere, mentre chi rubava soldi pubblici con giornali truffa o sfruttando norme “furbette” della legge (come quella del giornale di partito se dichiarato da due parlamentari, vedi Libero organo ufficale dell’inesistente Partito Monarchico), troveranno altre scappatoie, altre leggine, altri “buchi” legislativi “furbetti” con cui rubare gli stessi soldi.

    Ma nel frattempo l’informazione in Italia sarà meno libera e pluralista (e qualche lavoratore, non tanti, ma comunque un po’), se ne andranno a spasso senza lavoro (ma questo ai moralisti pasdaran che non si confrontano con la realtà ma rimangono al livello degli slogan e dei “bei” principi interessa poco).

    Ma non c’è da stupirsi che la mancanza di un’analisi di classe della realtà porti a scambiare la propaganda con la realtà, aiutando in realtà la reazione capitalista a peggiorare le condizioni di lotta e di agibilità per tutti, M5S compreso…

    Butto lì una riflessione per i Wu-Ming (sono presuntuoso, lo so ;)): nel wrestling (rappresentazione teatrale della lotta), ci sono le gimmicks (maschere nel senso più ampio, non solo quelle dei luchadores) e le storylines, le finzioni narrative inserite nella “keyfabe”, cioè nella sospensione del reale, un livello che riguarda anche letteratura, teatro, films e telefilms.

    A me sembra che ormai la coscienza politica, sociale, e personale si faccia sempre più sulle storylines che la produzione di massa di senso costruisce e racconta che sulla realtà oltre le maschere (e la questione della “casta” ne è un buon esempio, così come tutto il sotegno e la costruzione del sostegno preparata per mesi al governo Monti).

    Tra l’altro, una caratteristica del wrestling è sempre stata quella di saper confondere bene il confine fra realtà e “keyfabe” e di giocare su quella confusione per “prendere all’amo” più facilmente i “fans/consumatori”.

    E anche questo mi sembra calzare parecchio con tutte le questioni di cui stiamo parlando: il livello della “rappresentazione”, delle “gimmicks” (caratterizzazioni) dei personaggi pubblici, o della “narrazione” (per dirla alla Vendola, un altro pifferaio/venditore di fumo) si sovrappone e si sostituisce sempre più al livello della realtà.

    Ragionamento che riguarda anche tutta la “rappresentazione” fittizia e strumentale che danno della realtà films, telefilms, programmi “d’opinione” e di intrattenimento, giornali, media, etc.

    Ragionamento su cui voi fate un gran lavoro di precisione, ma che forse manca (e non per colpa vostra, ovviamente, ma a livello più ampio di “antagonismo”) di un approccio sistemico e organizzato (orrizzontalmente, ovviamente ;)), come del resto un po’ tutta l’opposizione attuale ai poteri/ideologie/fabbriche di consensi dominanti oggi.

    (Fra parentesi: è anche difficile ragionare con la “gente” di queste cose, se la maggior parte della gente non è più abituata a ragionare perchè condizionata esattamente dall’altra parte)

  81. Wu Ming 4 says:

    @ Danilostocchino

    Stiamo dicendo una cosa diversa. Si sta facendo notare che:
    1) lasciare nelle dicole soltanto i giornali dei grossi gruppi industriali e finanziari forse non è un grosso favore alla libera informazione;
    2) le leggi di mercato non tutelano i lavoratori.
    Quello che volevo fare notare è che ancora una volta Grillo punta al bersaglio minore, la casta politica che finanzia i propri giornali di partito, quando il mercato dei quotidiani è in maggioranza occupato invece da giornali finanziati dal padronato: gruppo l’Espresso, gruppo RCS, gruppo Mondadori, etc.

  82. Danilostocchino says:

    http://www.beppegrillo.it/2008/01/la_casta_dei_giornali/index.html
    Inoltre ricordo che un giornale può vivere da solo come dimostra il Fatto Quotidiano che può piacere o non piacere ma almeno non pesa sulla casse dello Stato

  83. PaoloR says:

    @Danilo Stochino

    Questo è una tipica mossa della destra liberista: mettere in evidenza le degenerazioni dell’intervento pubblico per attaccare l’intervento pubblico in toto. Quando non ci sarà più una lira pubblica per i quotidiani, RCS, Confindustria, Fiat e Gruppo Espresso potranno tenere in edicola i loro organi di propaganda, magari stringendo ancora un po’ gli stipendi della “casta” dei giornalisti precari.
    E’ lo stesso giochino di quando si fanno i servizi sui finti invalidi per preparare il terreno al taglio delle pensioni di invalidità.

  84. Flap says:

    (Non so se sia in attivo o in passivo, come conti, ma anche il Fatto Quotidiano, comunque, ha dietro di sè un potentato di casa editrice… Chiarelettere –> Gruppo Editoriale Mauri Spagnol… http://it.wikipedia.org/wiki/Gruppo_Editoriale_Mauri_Spagnol )

  85. RobertoG says:

    @Danilostocchino
    Oggi i quotidiani ricevono (escludendo i finanziamenti pubblici) oltre il 50% degli introiti dalla pubblicità, quindi riesce a stare sul mercato non chi piace ai lettori, ma chi piace agli sponsor. Io credo che sia meglio cacciare un po’ di soldi (da distribuire meglio di come si fa oggi, indubbiamente) per non lasciar decidere alla grande industria quali notizie possono o non possono circolare.

  86. Wu Ming 4 says:

    @ tutti

    nel pomeriggio non potrò vegliare continuativamente sulla discussione, quindi faccio appello all’autodisciplina di ciascuno affinché la discussione si mantenga com’è stata finora, cioè civile.

    Colgo l’occasione per ricordare che oggi è il compleanno di John Ronald Ruel Tolkien, nato centoventi anni fa a Bloemfontain, in Sudafrica. Auguri in memoriam al professore.

  87. Flap says:

    Che poi dovrebbe essere uno degli obiettivi anche del M5S, quello di aumentare gli spazi di informazione libera (ma probabilmente a loro basta “la rete” – cioè il loro blog? – e comunque anche “la rete” non è così neutra e libera o egualmente fruibile)

    Liberazione intanto continua a uscire online… http://www.liberazione.it/

  88. sils says:

    Rispettabile WM
    Anticipatamente scusandomi per qualche sbaglio grammaticale con l’italiano, lingua che amo ma non è mia lingua madre , dico:
    Destra e sinistra, molto prima di essere differenze “ideologiche” o di concetto politico sono due modi diversi di vivere il tempo storico. Questi due modi hanno entrambi radice nel mito fondatore della nostra civiltà: la narrativa biblica, che va da una “origine” a una “fine”, dalla Genesi all’Apocalisse. Da una parte, l’antichità temporale del potere esistente (che in realtà poteva non essere così vecchio, ma appena più vecchio dei suoi nemici) cerca di conferire un’aura celeste ai suoi propositi. Il famoso “diritto divino del Re”, che di fatto era il risultato del taglio del cordone ombelicale che legava il potere reale alla autorità della chiesa, diventa la traduzione nel linguaggio Giuridico / Teologico di una percezione del tempo che identifica l’antichità relativa con l’origine assoluta.
Dall’altra parte, il giudizio finale, con i premi ai giusti e il castigo ai cattivi, faceva parte di un’immagine futura di un regno terrestre di giustizia e pace, di un regime politico che, paradossalmente, vorrebbe essere allo stesso tempo la fine e la continuazione della storia.
Questa é l’origine dei “reazionari” o “conservatori” e dei “rivoluzionari” o “progressisti”. É evidente che, nella struttura del tempo reale, non esiste l’antichità sacra e nemmeno l’apocalisse terrestre – né il diritto divino dei Re né il carisma del profeta rivoluzionario. Sono, uno e l’altro, solo dei miti. Il re non é Dio e il rivoluzionario non é un profeta. Sono solo due persone che si credono importanti, il primo perché prende la anzianità della sua famiglia come se fosse l’origine dei tempi, il secondo perché attribuisce ai suoi ideali di governo la grandezza mitica del giudizio finale.
Destra e sinistra sono passate attraverso tante variazioni e combinazioni negli ultimi secoli. Ma, quando riescono a confrontarsi con sufficiente forza per combattere nel palco della politica, questa è la distinzione che rimane l’anima dei loro discorsi: la destra é quella che si legittima in nome dell’antichità, dell’esperienza consolidata, della conoscenza conquistata, della sicurezza e della prudenza, anche se, nella pratica, dimentica l’esperienza, nega la conoscenza e, commettendo tutte le imprudenze, mette in rischio la sicurezza generale; la sinistra é quella che si attribuisce nel presente l’autorità e il prestigio di un bel mondo futuro di giustizia, pace e libertà, anche se nella pratica, distribuisce cattiverie e ingiustizie in quantità maggiore di tutte quelle accumulate nel passato. La Rivoluzione Francese ha ucciso molto di più dell’inquisizione spagnola. Cuba ha più assassinati dallo stato che tutti i regimi militari sudamericani di destra sommati fra loro.
Destra e sinistra sono politicizzazioni di simboli mitologici i cui contenuti originali si sono distaccati dall’esperienza comune. Esisteranno fin che rimarremo nel ciclo storico moderno, che ha come destino essenziale, come ha detto Napoleone Bonaparte, quello di politicizzare tutto e ignorare quello può esserci al di sopra della politica. Non esisteranno per sempre. Ma, quando finiranno di esistere, la politica avrà perso una buona fetta dello spazio che ha rubato alle altre dimensioni dell’esistenza dell’uomo. 


  89. Wu Ming 4 says:

    @ sils

    Complimenti per come padroneggi quella che non è la tua lingua madre. Direi però che il tuo commento porta la dicussione parecchio fuori pista, ovvero Off Topic, come si dice in gergo.
    Non entro nel merito della tua visione di “destra” e “sinistra”, che sicuramente potrebbe portarci molto lontano. Mi limito a farti notare un’inesattezza nella tua argomentazione un po’ iperbolica: lo stato cubano non ha ucciso più gente di tutti i regimi militari sudamericani (lo dice Amnesty International, non io).

  90. plv says:

    Credo che il discorso sulla polarità “né di destra né di sinistra” porti con sé un mare di ambiguità in cui è veramente difficile districarsi. Tanto più se si affronta il problema di petto.
    Per questo cambio zona. Vado dove non c’è Grillo, ma un discorso sul “né di destra né di sinistra” c’è.

    Rafael Chirbes è uno scrittore spagnolo che ha sempre scritto romanzi che descrivono i vari passaggi storici della Spagna contemporanea. Nel suo ultimo romanzo, Crematorio (o L’ Equatore delle Cose, in Italia), dà la voce a una serie di figure che vivono nei giorni nostri, negli anni zero.
    La vicenda si sviluppa a partire dalla morte di Matias. Matias era un vecchio attivista politico, che lottò contro il fascismo e che nella sua vita tentò di rimanere sempre fedele alle sue idee. Suo fratello, Ruben, è una delle voci principali del romanzo, lo inizia e lo conclude. Anche Ruben era un attivista, ma al giorno d’oggi è certo meno idealista di un tempo. Una volta aveva qualcosa contro cui lottare, pensava in un mondo in cui tutti potevano godere degli stessi diritti. Per questo è diventato uno dei costruttori più importanti di Spagna: costruisce case a basso costo, piccoli sogni che alla portata di tutti. Per farlo ha dovuto pagare qualche tangente, ammiccare a qualche socio mafioso, ma l’ha fatto -dice a se stesso- a fin di bene. Ha distrutto dei paradisi naturali. Lui ha tenuto la barra dritta, ha fatto il bene per gli altri. Mentre gli altri hanno fallito: PP e PSOE (partito di destra e sinistra in Spagna) sono sempre state la stessa cosa, fin dall’inizio, dalla caduta di Franco. Non ci si può affidare a loro.
    Il suo pensiero è che suo fratello non era realista, mentre la politica deve avere a che fare con la realtà, non solamente con gli ideali. Da piccoli Ruben e Matias avevano voluto distruggere il capitalismo, ma d’altronde -ragiona Ruben- era quello il mondo in cui si trovavano, non si poteva fare altro.
    Tornando con la memoria a Matias e ai vent’anni di militanza passati contro il regime di Franco, Ruben pensa: “Credo che la cosa peggiore di tutte quelle che ti sono capitate, fu scoprire che la democrazia finisce con la politica”.

    Quello che Ruben intercetta è un elemento forte: il fallimento dei partiti. Soprattutto quelli di sinistra.
    Preso atto di questo Ruben decide di fare a modo suo. Diventa un magnate. E’ il suo modo di far politica. L’unico in cui crede.
    La “politica” che si apre dopo il franchismo sarebbe un mondo succube della realtà, privo di ideali.

    Tra tutti i personaggi del libro Ruben è quello che ci arriva più vicino. Secondo la logica di Ruben, e forse la logica del libro intero, dire che la politica è succube della realtà è come dire che la politica è succube del capitalismo.
    Dimenticare questo, vuol dire che ci si può autodefinire (forse legittimamente…dipende dalla vulgata) come la persona più “di sinistra” del mondo, ma essere comunque dei padroni, dei repressori, dei nemici.
    Dimenticare questo, impostare delle discussioni, un partito che guarda alle fasce più deboli senza però porre in dubbio il sistema capitalistico in cui si è inseriti, è come guardare il dito e non la persona che c’è dietro.
    E’ fare come fa Ruben. E’ dire dire “questo è l’unico modo in cui si può fare”.
    Dire che non si è “né di destra né di sinistra” fa di te un nemico.

    Superare la dicotomia destra\sinistra, è un tentativo che può essere fatto, ma è pericoloso. Si scivola nel “neutro”. Che è la cosa più pericolosa di tutte.

    L’essere “realisti” è una delle cose che distrugge il potenziale politico, perché fa tramuta l’ “essere realista” in qualcosa di neutro. Sembra che si possa essere realisti solo in una maniera: quella concessa dal sistema. Quindi si portano avanti sempre gli stessi vizi: l’interesse individuale (o ristretto a pochi), anziché quello collettivo; l’egoismo, anziché la solidarietà; i buoni contro i cattivi.

    Facciamoci caso: il non essere “né di destra né di sinistra”, spesso si accompagna ad altre frasi tipo “è questione di buon senso”, “è la cosa più intelligente”, “basta essere realisti”.
    Buon senso, intelligenza, realismo… non sono concetti puri, neutri.
    Bisogna riempirli di significati.
    In fondo, secondo la vulgata, “né di destra né di sinistra” è quanto abbiamo adesso al governo.
    L’intelligenza (i professori) al governo sta guidando allo sfacelo sociale.
    Il buon senso è quello che ci farà fare dei sacrifici.
    Essere realisti è ciò che ci farà dire “in questo Paese non c’è lavoro per i migranti, quindi non possono entrare”.
    Se questi concetti li lasciamo neutri allora abbiamo già perso.

    Si vuole superare la dicotomia destra\sinistra? Ci si può provare. Ma gli esperimenti, giustamente, falliscono. E allora, come insegna il buon Galileo Galilei, si prenda nota e si cambino le cose che non hanno funzionato.

  91. sils says:

    @WM4
    Grazie , mi sforzo per imparare… leggendo voi.
    Amnesty International non prende in considerazione quelli che sono morti in fuga da Cuba. Fare la contabilità dei morti é cosa macabra, lo so, ma gli assassinati nel regime di Castro salgono a 100 mila …… Io ho vissuto anni di lotta contro una dittatura, quella brasiliana, e non difendo nessun regime che usurpi l’autorità, ma le ideologie si differenziano anche in questa orrenda contabilità.
    Chiedo scusa se mi sono spostato dal argomento che più vi interessa ( Grillo) ma volevo condividere idee con chi considero intelligenti
    Un abbraccio

  92. Don Cave says:

    Intanto buon anno a tutti!

    Secondo me la vera discriminante nella dicotomia destra/sinistra è, oggi come sempre, la questione di classe. Ciò vale per tutti i discorsi relativi a questioni economiche o sociali, diritti civili, rivendicazioni politiche ecc. Penso che sia la lettura in termini di classe dei conflitti che nascono in queste diverse sfere a distinguere un approccio “di destra” da un approccio “di sinistra”.

    Una delle caratteristiche del grillismo, non a caso, è il suo carattere generalmente interclassista. Non saprei dire quanto l’interclassismo del M5S sia funzionale o meno alla difesa di precisi interessi di un qualche settore delle classi al potere, e la prima risposta che mi viene in mente è: molto poco (e sarei pronto a scommettere sul fatto che questo “vuoto”, che preclude al M5S un solido radicamento sociale tanto fra i ceti popolari quanto fra la middle-class e i benestanti, prima o poi finirà per essergli fatale).

    Questo aspetto differenzia il M5S dalla Lega Nord, che invece ha una linea chiaramente poujadista che mira a difendere gli interessi di una ipotetica classe dirigente settentrionale fatta principalmente di “padroncini” e piccoli-medi proprietari soffocati dalle tasse e dal centralismo di Roma.

    L’aspetto dell’approccio di classe secondo me è fondamentale, e va ribadito ad ogni occasione; non è un caso che Loredana Lipperini, una delle voci più avanzate e illuminanti nel dibattito sulle questioni di genere, abbia detto esplicitamente che è necessario individuare nella questione di classe il cardine della questione di genere. Stessa cosa si potrebbe dire per l’antirazzismo, l’antiomofobia, l’anticapitalismo ecc.

    Ma lo stesso si potrebbe dire anche per la cosiddetta antipolitica. Basta prestare attenzione ai termini che vengono usati per contrapporre “noi” a “loro”: i *cittadini* contro la casta, il *popolo sovrano* contro i parassiti ecc. una lessicografia che secondo me denuncia il carattere tendenzialmente qualunquista di una larga fetta delle invettive contro i politici di professione.

    C’è un’ulteriore riflessione che secondo me va fatta. Quella di “cittadino”, che ricorre più di frequente in discorsi del genere, è una categoria liberale; non è né fascista né conservatrice. A questo proposito vale forse la pena ricordare che il fondatore dell’Uomo Qualunque, Guglielmo Giannini, era un convinto liberale e che la sua ambizione originaria era di creare un movimento liberale di massa che scuotesse l’immobilismo aristocratico del PLI di Benedetto Croce.

    Considerazioni simili potrebbero essere fatte per la retorica dei Tea Party negli USA. Molti di coloro che aderiscono a quel movimento si richiamano all’individualismo libertario e anarco-capitalistico di Rothbard e ad Ayn Rand, ossia alle propaggini americane della “scuola austriaca” di von Mises e von Hayek: un filone di pensiero, tutt’altro che raro negli USA, che nega l’esistenza di classi sociali a tutto vantaggio del ruolo centrale dell’individuo.

    Ora, tutte queste forme di “ultra-liberalismo di massa” (esiste già l’etichetta “liberalpopulismo”?) hanno in comune un principio: meno Stato (e quindi meno politicanti di professione, meno corruzione ecc.), più Società. Ma se si va ad analizzare a fondo, si tratta di uno slogan che non è affatto estraneo alla sinistra: l’obiettivo finale del comunismo, realizzabile soltanto una volta che il proletariato abbia rovesciato l’assetto sociale ed economico capitalistico, non è forse quello di sostituire alla politica e allo Stato l’”amministrazione delle cose”?

    Anche qui, quindi, c’è una discriminante che agisce in profondità distinguendo in modo radicale le due diverse vie (“da destra” e “da sinistra”) ad una società liberata dalla tirannia delle burocrazie e dei poteri forti liberticidi: in un caso il soggetto della rivoluzione è l’individuo (occasionalmente e strumentalmente raccolto in “popolo”, “folla” o “società civile”), nell’altro caso, invece, è la *classe lavoratrice* intesa come realtà creata dagli oggettivi rapporti di forza economici all’interno della società.

    Insomma: anche un marxista (e forse soprattutto un marxista!) può avercela a morte con la famosa “casta” senza minimamente tradire le basi della sua analisi della realtà.

  93. Wu Ming 4 says:

    @ sils
    Grazie a te per gli apprezzamenti. Ma vorrei specificare che l’argomento che ci interessa non è esclusivamente Grillo, ma il nuovo frame politico “né di destra né di sinistra”. Mi pare che il tuo proporre un’origine mitico-ontologica per la differenza destra/sinistra ci allontani di parecchio dal contesto storico-politico che invece stiamo cercando di osservare. Magari sbaglio.

  94. eveblissett says:

    Aggiungo un paio di appunti post-pranzo alla questione, in particolare sul “Paradosso di Quadruppani” e i modi di destra e di sinistra per non essere nè di destra, nè di sinistra. Prendo due questioni in particolare. La prima è l’antifascismo, la seconda è l’animalismo.

    Iniziamo dall’antifascismo. Questa riflessione nasce da una cosa bellissima che aveva scritto Uomoinpolvere da qualche parte (sul suo Tumblr, su Lipperatura, o su tutti e due, non mi ricordo). Diceva pressapoco una cosa come “Pensavo che l’antifascismo fosse una questione di coscienza. Mi sbagliavo. L’antifascismo è una questione di classe” (non sono le parole precise, poi se il diretto interessato legge e corregge con la versione originale, meglio!) . Il punto è che secondo me, genericamente parlando, l’antifascismo può sembrare una questione di coscienza, una questione “trasversale”, una questione che -in maniera apparentemente paradossale- può essere “nè di destra, nè di sinistra”. La linea di demarcazione tra l’antifascismo “di destra” e l’antifascismo “di sinistra”, poi, sta nel come si affronta la questione. L’antifascismo “di destra” è variegato (spesso le posizioni, le sfumature, tendono a convergere, ma non sempre è così): ci sono quelli del “Il fascismo è una cosa brutta, ma il comunismo non è meglio”, e menate idiote del genere declinate sia al passato, alla storia, che all’attualità (vedi sottogeneri sulla “Difesa della libertà d’opinione” e sul “Non generare altra violenza dalla violenza” e via discorrendo. Soprattutto, però, c’è un genere di “antifascismo di destra” in cui cadono spesso anche molti compagni (anche io spesso ho fatto fatica a restarne fuori): quello che passa per il costituzionalismo e il giustizialismo, quello che tira continuamente in ballo il famoso, trito, ritrito “Reato di apologia al fascismo”, quello che si bea del fatto che la figlia di Ezra Pound ha fatto causa a casaPound perchè crede che l’antifascismo passi per i tribunali (quando scrivevo “mi sono dovuta trattenere dal punto di vista politico”, commentando su Twitter il mio pezzo a riguardo, su Finzioni, mi riferivo a questa cosa qui). L’antifascismo di sinistra, invece, in una parola, passa per la lotta.

    Per l’animalismo, la questione è un po’ simile. Gli animalisti “di destra” sono gli animalisti legalitari, quelli che invocano il reato in caso di abbandono, i forcaioli che invocano la galera contro i maltrattamenti agli animali eccetera, eccetera, eccetera.

    Riassumendo, secondo me, il punto su cui questi nè-nè finiscono per cadere e per svelarsi, è il giustizialismo sfrenato. E’ quello che fa capire palesemente che Travaglio non è di sinistra e chi pende dalle sue labbra, nemmeno (e manco Di Pietro, per inciso, se c’erano ancora dei dubbi su Di Pietro).

  95. Ponyf88 says:

    @DonCave

    La tua analisi è abbastanza convincente direi, però credo sia corretto tenere conto che, nel bene e nel male, la politica del movimento 5 stelle ad ora non è definita: non ha come cardine la lotta di classe, almeno per ora anche perchè per ora l’approccio pragmatico ai problemi ha dato vita a posizioni diverse all’interno del gruppo. Però appunto per questo, bisognerà vedere se ci saranno alcuni indirizzi a prevalere o altri. MA (scritto in grande) ricordiamo che la politica non si esaurisce con la lotta di classe. i temi dell’ecologia, della sostenibilità, per quanto trasversali (ma nemmeno troppo, a ben guardare) sono comunque importanti e costringono a lottare ferocemente sia verso lobby di varia natura, sia contro la propria ignoranza (o il proprio egoismo talvolta).
    Anche altri temi, come quello della legalità sono da trattare e qui mi rivolgo a eveblissett che tira fuori l’argomento del giustizialismo. Francamente non ho mai ben capito perchè pretendere di lottare contro una corruzione endemica che favorisce sempre i più forti (ossia ricchi) sia considerato incompatibile con ideali di sinistra. Si può considerare limitato un programma che verte su quello, ma mi sembra che in un paese come il nostro favorire una cultura anti-mafiosa, rispettosa delle leggi, che per fortuna non sono quelle di uno stato fascista, vada a beneficio anche e soprattutto delle classi più disagiate. Un tribunale è un’istituzione pubblica e non una cloaca, pur con tutti i problemi che ci sono, se non ci va bene non è che dobbiamo rinunciare alle azioni penali o civili.
    Idem per quel che riguarda una classe politica perlomeno onesta: ovviamente si possono poi fare furti legalizzati, vedi l’attuale governo, però mi pare un requisito minimo che è necessario soddisfare: non ho MAI visto un governo corrotto esercitare politiche di sinistra, poco ma sicuro.
    Anche la Costituzione, che non è un testo sacro, è comunque espressione di valori ed idee democratiche ed è indubbiamente un baluardo contro il fascismo, ottenuta proprio con la lotta ed a un alto prezzo di sangue e sacrifici.

  96. Don Cave says:

    @ Ponyf88

    Né io né eveblisset abbiamo detto che la politica debba “esaurirsi” nella lotta di classe. E questo per un fatto molto semplice: perché pensiamo (io almeno penso) che la lotta di classe non sia un tema che sta accanto a tanti altri, ma sia, in un certo senso “il” tema, la chiave di interpretazione che permette di fondere insieme rivendicazioni relative a contesti diversi (sistema politico, economia, società, diritti civili, ecologia ecc.). Più che esaurirsi, quindi, la politica trova la sua ragion d’essere più profonda nella lotta di classe.

    Questo è un po’ il nocciolo dell’approccio marxista, ossia l’idea che i diversi conflitti che innervano la società siano espressione di interessi contrastanti, legati ai diversi ruoli che i soggetti rivestono nel sistema produttivo, nell’economia di quella società. Le classi sono plasmate da questi conflitti, sono il loro prodotto; e, a loro volta, i conflitti nei diversi ambiti sono innescati dalla lotta fra le classi, in una specie di processo circolare. E’ un processo complicato, non privo di sfumature, su cui retroagiscono quegli stessi fattori culturali che nascono dal conflitto fra i vari interessi e dalle strategie politiche e sociali adottate per difenderli; ma in un’interpretazione marxista il dato di fondo rimane: il conflitto di classe è il motore della storia.

    E, in un sistema capitalistico, il conflitto fondamentale è fra chi detiene la proprietà dei mezzi di produzione e chi invece non ha altra scelta che mettere sul mercato la propria manodopera.

    Alla luce di questa chiave interpretativa, tutte le istituzioni dello Stato che tu citi (partiti, potere giudiziario, Costituzione ecc.) vengono viste come il prodotto di una simile lotta fra interessi contrastanti. Prendere posizione in questo conflitto, quindi, significa prendere una posizione nei confronti di queste istituzioni.

    I rischi di una presa di posizione “forte” sono il settarismo (c’è uno ed un solo modo giusto per tradurre in pratica la propria presa di posizione) l’estremismo (il nemico, proprio perché nemico, va combattuto sempre e comunque al più alto grado di intensità, costi quel che costi). Le prese di posizioni più “deboli” e sfumate, invece, scadono di solito nell’opportunismo (con il nemico bisogna mediare in nome degli interessi comuni). Su rischi e degenerazioni, la letteratura militante abbonda; ciò non toglie che siano sempre dietro l’angolo, come dimostra la storia dei movimenti di sinistra, anche quella recentissima.

    Tutto questo per dire cosa? Per dire che le istituzioni dello stato borghese e capitalistico, in un’ottica marxista, sono o l’espressione diretta degli interessi delle classi dominanti, o, nella migliore delle ipotesi, il frutto di una conciliazione fra gli interessi contrastanti della società. Come tali, quindi, queste istituzioni non rappresentano la soluzione; e nella maggioranza dei casi, anzi, rappresentano il problema.

    Si tratta secondo me di un atto di consapevolezza. Si tratta cioè di comprendere che le istituzioni capitalistiche e borghesi possono sì, talvolta, agire a parziale tutela degli interessi dell’altra parte; ma che la loro ragion d’essere non risiede affatto in questa tutela. La lotta che i governi democratici conducono contro le mafie, l’inquinamento, l’evasione fiscale, le discriminazioni, lo sfruttamento lavorativo ecc. hanno sicuramente delle ricadute positive sul benessere della maggioranza; ma non è quello il loro obiettivo principale: l’obiettivo principale di queste iniziative benefiche è semmai quello di creare la “pace sociale”, ossia di legittimare agli occhi degli sfruttati un ordine che è diseguale in partenza, perché basato sulla disparità nel controllo dei mezzi di produzione e nella gestione della ricchezza.

    Quanto questo sia vero, lo si vede nei momenti di crisi. In queste fasi, la tutela degli interessi delle classi dominanti diventa la priorità, e la vera natura di queste istituzioni viene allo scoperto. A tal punto che, per giustificare le politiche intraprese in queste fasi, si sciorinano tutti i peggiori cliches sentimentali dell’interclassismo: salvare la Nazione, siamo tutti sulla stessa barca, tutti devono fare i sacrifici in nome del bene comune ecc. E se qualcuno continua a tenere la schiena dritta, il capitalismo non si fa nessun problema a ricorrere alla “manovalanza”; fino al caso limite in cui il potere viene direttamente ceduto nelle mani di un dittatore di destra per garantire l’ordine.

    La chiave sta tutta nel capire se, a fronte di quello che sta succedendo, vogliamo “tenerci” questo sistema riformandolo, oppure se non è il caso di cambiare sistema. La mia impressione è che il M5S non abbia affatto una posizione chiara in merito, e che si limiti a giocare a rimpiattino con gli umori della folla, mentre una dirigenza implicita di stampo quasi stalinista fa leva sulla buona volontà e la buona fede dei militanti di base per costruire un nuovo partito a tutti gli effetti.

  97. eveblissett says:

    @ponyf88

    Provo a risponderti senza tirare in ballo la filosofia, con Sin City, e la storia recente di Frank Miller col movimento Occupy, che trovo abbastanza emblematica sulla questione. Sin City (come dicevo anche da un’altra parte qui su Giap), apparentemente può sembrare di sinistra, compatibile con ideali di sinistra (tant’è che molti che teoricamente si professano “di sinistra” lo apprezzano). Insomma, Miller denuncia la corruzione delle istituzioni, la corruzione della polizia, può mai essere di destra?

    Poi succede che un mese fa Miller se ne esce con le dichiarazioni che (credo) sappiamo un po’ tutti, in cui cataloga i manifestanti di OWS come una massa di fricchettoni drogati e scansafatiche, praticamente. Succede, di conseguenza, che molti di quelli che da “sinistra” apprezzavano Miller perchè vedevano in Sin City un’emblema della lotta alla corruzione delle istituzioni e via discorrendo, leggendo queste dichiarazioni, vanno in tilt.

    La chiave di volta per capire la questione è che a quelli che sono andati “in tilt” mancava un passaggio fondamentale: Miller attacca le istituzioni e la polizia corrotta da destra proprio perchè, come del resto ci si aspetterebbe normalmente da uno di destra, se da una parte critica il modello di società che propone in Sin City, dall’altra ne propone una autoritaria, inflessibile e restrittiva dal punto di vista dei diritti (probabilmente, a Miller, per restare ai fumetti, la struttura sociale di V Per Vendetta, con qualche aggiustatina qua e là, non sarebbe dispiaciuta).

    In Italia, questa questione del giustizialismo come concetto “di destra” è zompata, è andata in tilt, negli anni ottanta o giù di lì, e poi col berlusconismo non ne parliamo. Non è un caso che anche i nè-nè, Grillo e compagnia cantante siano prodotti della fine degli anni Ottanta, secondo me.

  98. Flap says:

    @Don Cave: bisogna sempre contestualizzare, se no si fanno bei discorsi che però non hanno attinenza con la realtà: parlare di “individuo” bypassando completamente l’analisi di classe (che oggettivamente esiste e non è bypassabile se non facendo teorie su realtà inesistenti), significa di fatto (una volta di più) creare una teoria che giustifica e non cambia la realtà esistente, cioè (una volta di più), una teoria che sta dalla parte della classe dominante.
    (Non a caso anche il fascismo, oltre al “popolo” e alla “nazione” sproloquiava sull’”individuo”)
    Ecco perchè la divisione fra destra e sinistra non è solo fra individuo e classe lavoratrice ma è sempre una divisione di classe: con la classe dominante (coscienti o no) o con la classe dominata (coscienti in questo caso, per forza).

    Quanto alle “caste”, io a 36 anni mi ricordo che a criticare Craxi e la corruzione del sistema, prima dei vari qualunquisti di sistema che hanno traghettato il sistema corrotto dalla prima alla seconda repubblica, c’erano le sinistre radiocali come quella di Democrazia Proletaria.

    Mi ricordo anche che col qualunquismo anticasta, che allora era “antitangentopoli”, i poteri che avevano determinato la situazione di “tangentopoli” sono riusciti, cavalcando quel qualunquismo confuso, ad ottenere leggi elettorali maggioritarie che gli hanno permesso di poter delinquere, corrompere e rubare ancora più impunitamente e senza controllo parlamentare (riduzione del potere legislativo a valletto di quello esecutivo, caratteristica di ogni regime autoritario/fascista/capitalista-liberale, cioè di ogni regime che permetta l’intensificazione, come sta avvenendo, dello sfruttamento di classe a beneficio dei capitalisti, la vera casta che nessuno neanche addita).

    (Commesse militari, rimborsi alal sanità rivata, commesse per i grandi lavori – tav, ponte sullo stretto, autostrade varie in ampliamento o raddoppiamento – finanziamenti a pioggia e a fondo perduto a lle grandi aziende, leggi che favoriscono i grandi monopoli privati e le grandi concentrazioni finanziarie e commerciali, svendita ai privati del patrimonio produttivo e di servizi pubblico, etc: lì finiscono, rubati, i soldi delle nostre tasse – la “casta” dei politici filo-confindustria prende solo le briciole, in confronto – e sono sempre gli stessi, pochi, capitalisti, che girano nelle proprietà dei grandi potentati economico-produttivi, ormai anche multinazionali…)

    Insomma: sveglia.
    Il rischio è di ripetere l’idiozia del referendum maggioritario del ’93 (cui si oppose, guarda caso, solo Rifondazione Comunista… pur con tutte le contraddizioni che aveva ai tempi) e di aprire la strada, con l’antipolitica e il qualunquismo confuso, ma di moda, dell’indignazione più o meno fine a sè stessa, a una stagione ancora peggiore diriduzione dei diritti e di intensificazione dello sfruttamento dei lavoratori.

    Ops, anzi: col governo Monti di tecnici “per bene” (rubano ai poveri per dare ai ricchi che li stipendiano solo dopo essersi lavati le mani…) mi sa che già ci siamo, e oltre che della crisi, il consenso diffuso al governo Monti è figlio anche dell’antipolitica non sostanziata da un’analisi e da posizioni di classe.

    Il dibattito su “destra” e “sinistra” è anche deviante, in un contesto in cui alle parole sono stati sottratti i significati da decenni di revisionismo linguistico prima ancora che storico e politico.

  99. Ponyf88 says:

    Grazie della precisazione, Don Cave, il problema che io denunciavo non era appunto l’approccio marxista, che muove una visione della società nel suo complesso e che giustamente si applica ad ogni aspetto: i problemi principali riguardano l’evoluzione di questo approccio evoluti in antitesi al capitalismo moderno e l’individuazione dei nemici.
    Qui si può debordare alla grande e la domanda ‘chi sono i padroni’ è sempre valida, ma io pongo un altro interrogativo: siamo sicuri che occorra/serva combattere direttamente i ‘padroni’? Prendiamo il caso delle invettive contro la casta: da un lato è vero che si tratta in genere di attori secondari rispetto a quelli che muovono le decisioni;
    ma non è forse vero che rappresentano quelle istituzioni che si dovrebbero letteralmente possedere per poter avere una gestione politica (anche) di sinistra? Se escludiamo la via rivoluzionaria, da dove si potrebbe partire altrimenti? Io credo che la comunione di intenti ad oggi fra veri ‘riformisti’ e non ci debba essere nella misura in cui il nemico siamo…noi.
    In altre parole, non è possibile fare una rivoluzione quando allo stato attuale i vecchi padroni sarebbero semplicemente rimpiazzati da altri. Occorre rieducare letteralmente la società (uhm che sapore reazionario :P) a partire dal basso: in questo movimenti come i 5 stelle, vedi l’esempio portato prima da petrov, può fare molto, portando molte persone a toccare con mano, specie a livello locale, certe diseguaglianze che prima non si vedevano. A vedere che forse un’azienda è una super-persona giuridica e via dicendo. Partendo proprio da quelli che dovrebbero essere i primi luoghi da cui muovere azioni efficaci, ossia le istituzioni locali e poi nazionali. Sennò davvero oltre al discorso culturale non si riesce ad incidere, imo.

  100. Don Cave says:

    @ eveblissett

    Condivido in pieno la tua analisi sulle origini “eighties” del giustizialismo, dell’antipolitica e del né-né. Mi chiedo però: da che cosa è stata causata questa deriva? La corruzione è venuta allo scoperto, è caduto il Muro di Berlino e in ambito culturale si è diffuso sempre di più un sentimento “post-ideologico”, siamo d’accordo… ma non c’è dell’altro?

    Secondo me c’è un fattore che ha svolto un ruolo fondamentale: la crisi del modello del “partito di classe” incarnato per quasi cinquant’anni dal PCI. Semplificando molto, l’idea propagandata dai partiti stalinisti era quella per cui gli interessi della classe coincidevano con gli interessi geopolitici dell’URSS, al punto da giustificare l’imperialismo di quella superpotenza.

    Introducendo questo elemento, molte cose si spiegano meglio. E’ chiaro infatti che, venendo meno il riferimento geopolitico, sia venuta meno anche la ragion d’essere di chi campava su quella linea… con il risultato che le burocrazie “staliniste” sono sopravvissute e l’idea di un “partito di classe” è stata invece abbandonata. Un errore storico le cui conseguenze stiamo pagando ancora oggi e, probabilmente, pagheremo ancora a lungo…

  101. Don Cave says:

    @ Flap

    Può essere che mi sia spiegato male, ma se ci fai caso io non riconduco affatto la dicotomia destra/sinistra a quella individuo/classe. Dico invece che la retorica individualistica è utilizzata dalla propaganda di destra proprio per nascondere il carattere classista (a vantaggio delle classi dominanti) di quella parte politica. Il mio è un discorso sulla “sovrastruttura”; per quanto riguarda la “struttura” (interessi di classe contrapposti) siamo perfettamente d’accordo, credo…

    @ Ponyf88

    Il fatto è che io la via rivoluzionaria non la escludo. Anzi, la auspico! :-P

    La rigenerazione delle classi dominanti è, non a caso, uno dei mantra del riformismo mascherato che pesca negli umori di pancia della gente comune: la politica ai giovani, via questi vecchi bacucchi, uomini nuovi ecc.

    La “rieducazione” dal basso è importantissima, anzi fondamentale (magari troverei un altro termine per definirla, ecco tutto). Ma deve avere uno scopo politico. Io non penso che questo obiettivo sia quello di prendere il potere dentro le istituzioni esistenti; penso al contrario che il vero obiettivo sia quello di conquistare il potere con (e creando) nuove istituzioni: istituzioni veramente democratiche, espressione diretta degli interessi organizzati della gente comune.

    Ma fare questo significa appunto fare… una rivoluzione. :-)

  102. Ponyf88 says:

    @Flap
    rispondo solo qui perchè ho letto solo ora il tuo commento.
    Tutte le ruberie che tu citi, dalla tav ai monopoli privati, sono iniziate ben prima dell’avvento del maggioritario, semplicemente si sonoperpetuate: è chiaro che, in momenti di confusione politica possa apparire il ‘senza macchia’ più fascista dei fascisti che fa una critica di tipo legalitario e poi ne approfitta, una volta al potere, per imporre una società repressiva, ma occhio, non è la critica che è sbagliata: un sistema corrotto tende a degenerare, la storia insegna, ma non per questo non vuol dire che una critica alla corruzione endemica implichi il desiderio di instaurare una dittatura repressiva.
    Tornando ad esempi pratici, si può ritenere limitati o sprovveduti programmi politici fondati sulla legalità, ma se stiamo parlando di semplici iniziative come la non candidabilità di pregiudicati gravi, limite delle legislature, iniziative antitrust (alla ‘Di Pietro-Travaglio’) parlare di dittatura è a mio avviso è fuori luogo.

  103. Ponyf88 says:

    @Don Cave

    Ok , allora se propendi per l’approccio rivoluzionario, con tutte le problematiche che si porta appresso, ovviamente un movimento come quello dei 5 stelle che agisce per le istituzioni attuali non ti interesserà in quanto essenzialmente riformista, qui la divergenza rimane e l’unico discorso comune che si può fare riguarda appunto la…rieducazione (si è un termine brutto, ma il fascino del potere :D… ).

  104. Adrianaaaa says:

    Per quanto riguarda grillismo, questioni di genere e merda fossile:
    io penso che qualunque estremità del M5S si prenda (Casaleggio da una parte, meet-up dall’altra) ci sia la consapevolezza di quanto sia pericoloso affrontare argomenti così complessi e così fondamentali. Casaleggio vuole portare a casa il massimo del risultato nel minor tempo possibile (è un’azienda, e questo fa), e quindi spinge per le cause più facili e più in grado di aggregare consenso. E’ consapevole di quanto Grillo sia in effetti “merda fossile” e di quanto sia brutto, reazionario e fascistoide inside (tant’è che al di là degli show non parla quasi mai. Lo si sgama appena apre bocca). La base ha la sensazione di trovarsi nelle sabbie mobili, in un mondo in cui per fare politica è necessario lasciar perdere le questioni troppo grandi, che sono irraggiungibili dentro un labirinto complicato (che poi è la storia) e che sono già accaparrate da altri. C’è un pessimismo tremendo dietro questo ragionamento, una disillusione che ha funzionato bene per molti giovani incapaci di destreggiarsi in un panorama politico che spesso – anche e soprattutto nella “nostra” sinistra – è inutilmente (e grottescamente IMHO) complicato. Lo si vede benissimo nella giustificazione che i grillini utilizzano quando si parla del potere di Grillo: “lui ci serve, ci serve la sua visibilità, senza di lui non potremmo fare niente”. La sensazione di essere deboli, quasi inermi, tanto da avere bisogno di Grillo per poter portare avanti le proprie battaglie, che devono continuamente essere contrattate al ribasso, è secondo me molto presente ed è quella che, a mio parere, farà svanire i meet-up (oltre alla delusione per il comportamento di Grillo e Casaleggio,e dei loro pupilli). Di fronte a un nemico pronto a toglierti tutto, non puoi continuare a ignorare le questioni “grandi” in nome di rivendicazioni di piccola gittata, che ti permettano di far politica anche se sotto sotto pensi di non riuscire ad ottenere quasi nulla. Io tutto sto entusiasmo nei grillini non lo vedo…molta voglia di sbattersi, ok, ma entusiasmo poco.

    Confesso di non aver letto tutti i commenti e quindi mi scuso se quello che ho scritto è una ripetizione.

    PS. Buon anno ai Wuminghi e a tutti i giapsters!!

  105. Don Cave says:

    @ Ponyf88

    Infatti io sono un feroce detrattore del M5S :-P

    La divergenza, se ci fai caso, si consuma proprio sull’approccio di classe. Io non potrei mai, da marxista fresco di “conversione”, appoggiare uscite come quella di Grillo sui rom; né potrei mai sostenere le proposte anti-trust cui accenni.

    In entrambi i casi, per quel che mi riguarda, è la questione di classe a svolgere un ruolo dirimente. Io non sono antirazzista per ragioni genericamente “morali”; meglio: ci sono anche quelle, ma sono legate alla mia educazione e all’empatia umana, argomenti che difficilmente potrei spendere per diffondere posizioni antirazziste in politica. Detto altrimenti: essere antirazzisti – se si intende l’antirazzismo come posizione *politica* – non è questione di essere “buoni” o “tolleranti” ma di ragionare in termini di solidarietà di classe: un disgraziato che emigra in cerca di lavoro e di una vita dignitosa è uno sfruttato che cerca di emanciparsi dalla sua condizione, e come tale è un compagno nella lotta, a prescindere dal colore della pelle o dalla presunta “cultura” di provenienza.

    Analogo discorso per le proposte anti-trust: prima di essere *consumatori* che chiedono prezzi più bassi, siamo *produttori* che meritano di essere remunerati per il lavoro che svolgono per guadagnarsi di che vivere. E la soluzione di questo paradosso non è il libero mercato.

  106. togg says:

    Ringrazio per l’ottimo post e discussione che segue. Alle prossime elezioni si porrà anche il problema (oltre a quelli che già abbiamo…) di un partito al 5% la cui linea politica è fumosa su una quantità enorme di tematiche. Molto si giocherà con le candidature, e di mezzo c’è anche l’attuale legge elettorale.

    @Don Cave Beh no, ma l’antitrust mica si può/deve occupare degli stipendi. Il suo compito è di impedire le posizioni dominanti, i conflitti di interesse, le pratiche commerciali fraudolente. Svolge(rebbe) un ruolo fondamentale. Poi bisogna vedere cosa c’è sotto le definizioni. Nella mia idea dovrebbe essere il cane da guardia del libero mercato, che per l’appunto di libero non ha nulla.

  107. Perchè Grillo mi fa schifo | Assillo Politico says:

    [...] Grillo consiglio l’interessantissimo saggio di Wu Ming 1, la cui parte su Grillo e sul grillismo riporto qua sotto (ma è interessante tutto [...]

  108. Don Cave says:

    @ togg

    Sull’antitrust ti rispondo con una battuta: l’unico “cane” qui è proprio il libero mercato… un cane ringhioso e rabbioso per il quale anti-trust e istituzioni del genere sono né più né meno che un gustoso catenaccio di salsicce :-)

  109. togg says:

    Sono uno che apprezza le battute :-) Capisco la tua opinione, ma non sono d’accordo. Mi ritrovo più nelle argomentazioni di Ponyf88. Questa sfiducia nella possibilità di applicare delle norme ecc non mi appartiene. Mi sembra che così si assolutizzino le problematiche, e la cosa non mi piace.
    Citando Latour, Non siamo mai stati moderni:

    [...] Che fare allora delle superfici liscie e piene di queste totalità assolute? Ma vanno rovesciate in blocco, sovvertite, rivoluzionate. Che bel paradosso! Grazie allo spirito critico i moderni hanno inventato nello stesso tempo il sistema totale, la rivoluzione totale per annientarlo e il fallimento altrettanto totale di questa rivoluzione, un fallimento che li riempie di disperazione! [...]

    un ottimo libro che consiglio.

    Mi scuso per l’O.T.

  110. Don Cave says:

    @ togg

    Checché ne dica Latour, non sono affatto disperato, né penso che il marxismo sia una “totalità assoluta” (qualunque cosa ciò significhi…).

    Sicuramente non è il tuo caso, però chissà come mai mi capita sempre più spesso di sentire queste requisitorie sul marxismo come “totalità assoluta” proprio da quei militanti che prima l’hanno appunto trattato come una “totalità assoluta” (caratteristica che il marxismo, ahimé, non condivide affatto con i sistemi metafisici tanto cari ai filosofi borghesi), e poi ovviamente – delusi o disperati o semplicemente opportunisti – lo hanno rinnegato.

    E per me merita davvero poca considerazione chi, palesemente incapace di fare autocritica, imputa a Marx e al marxismo le proprie perversioni e i propri errori.

  111. togg says:

    Calma. La colpa è mia che evidentemente ho tagliato male la citazione e/o non l’ho spiegata adeguatamente. Con “totalità assolute” Latour (e quindi io) si stava riferendo alle problematiche assolutizzate che il rivoluzionario “moderno” vuole sovvertire alla radice, annientare ecc. era a quelle che mi stavo ricollegando. Non era riferito in alcun modo al marxismo ;-)
    Un capitalismo assoluto, un potere assoluto e via dicendo. Tutti impossibili da indirizzare diversamente. L’unica possibile salvezza sarebbe la rivoluzione-totale al sistema-totale con conseguente sconfitta-totale.

    Ecco. Io a questo non credo. Ritengo, al contrario, che ci sia la possibilità di fare leggi giuste e che funzionino anche. Tutto questo per dire che l’antitrust h-a(vrebbe) un ruolo fondamentale. Che fatica :-P

    P.S. citazione “non siamo mai stati moderni” pagina 165 ed. italiana, 172 ed. francese

  112. erbamate says:

    @rapa
    tu dici: “Non ci sono santi, il socialismo HA PERSO una sfida molto materiale. Non è stato capace di dare alle persone quello che volevano e vogliono. Nell’ordine, beni e sogni dorati. E ci siamo gettati tra le braccia mortali del capitalismo senza Stato, persino spaventati da questa parola (giustamente, visti gli antefatti). Io me lo spiego con l’idea che la promessa di benessere materiale individuale tiri fuori il massimo dalla maggioranza degli esseri umani.
    E’ un’opinione, anzi gradirei smentite.”

    Assolutamente doveroso smentirti, nel mio piccolo provo così:
    1) Silvano Agosti con le “Lettere dalla kirghisia” o il materiale sotto youyube.
    2) Clay Shirky – “Surplus Cognitivo”

    ma soprattutto sottolineo il tuo link su Paolo Barnard
    http://www.paolobarnard.info/
    Leggere il suo “Il più grande crimine” è stato come vedere “Il corpo delle donne” della Zanardo: bene o male lo sai com’è la storia degli ultimi anni ma se il racconto, invece che somministrato a piccole dosi, me lo fai ingurgitare tutto condensato in pochi minuti di video o in poche decine di pagine mi va molto di traverso. Anche la “visione” di Barnard rischia di non essere perfettamente lucida quando si parla di destra e sinistra quindi tutt’altro che OT, sicuramente è di sinistra per quanto riguarda la ricerca della radice dei problemi, dei fascismi e del vero nemico imho.

    a proposito di «Non siamo di destra né di sinistra»: chi si ricorda questo Guzzanti?
    http://www.youtube.com/watch?v=0yQ4gkN9uh4

  113. filippo says:

    Bella discussione. In genere io credo che il problema né di destra né di sinistra nasca anche da questa sinistra che abbiamo in Italia. Io ho una formazione trotskista, anche se sono più di 13 anni che sono un cane sciolto nel mare magnum della sinistra. Quello che posso dire è che la riflessione sullo stalinismo e sulla sua versione togliattiana che abbiamo avuto in Italia è stato fatta poco e male. Aveva iniziato Ochetto una discussione che con il 1989 poteva andare in profondità ma si è subito arenata. Si è preferito non portare a fondo la critica che doveva essere sui metodi e sulla teoria portata avanti dal PCI. La doppiezza togliattiana per cui in Fgci si poteva anche parlare di rivoluzione ma alle Frattocchie ti insegnavano ben altro. In Italia, infatti, sopravvivono alla grande incrostazioni staliniste, ogni tanto tornano alla luce, come quando Izzo fa le condoglianze a Kim Jong-il o come quando si vede una sconfitta del proletariato internazionale nella caduta di Gheddafi. Quanto male hanno fatto al marxismo personaggi come Abimael Guzmán o Fidel Castro? Possibile nel 2012 non capire l’enorme arretramento storico che queste caricature sanguinarie del marxismo hanno provocato? Queste poi sono le manifestazioni più evidenti di un male che ha radici più subdole. Quando sento D’Alema e Bersani dire che nel PD non c’è una questione morale dopo il caso Penati vedo agire la logica per cui il partito viene prima di tutto, enorme Moloch per far sopravvivere il quale qualsiasi questione etica è da accantonare. Anche questa è una logica che ha molto a che vedere con Togliatti.
    Altro aspetto da non sottovalutare per legare il tema ‘nè destra, nè sinistra’ alla classe è che è stato il Pd ed il centro sinistra a rendermi precario alla benemerita età di 37 anni, Treu non era Berlusconiano a quanto ricordi. Quindi se da una parte il tema ‘nè di destra, nè di sinistra’ apre facilmente le porte al qualunquismo dall’altra bisogna calarlo nel contesto del paese in cui viviamo. Su che basi posso criticare un essere umano che mi dice che centro destra e centro sinistra fanno sostanzialmente la stessa politica? è vero, la fanno, tanto che ai progrom anti rom ci trovo dirigenti del Pd e contro il Tav uno come Esposito non è diverso da uno di centro destra inoltre Monti è sostenuto da entrambi gli schieramenti così come le guerre sono state portate avanti con un consenso bipartisan (mi piace pensare che rifondazione sia fuori da questo parlamento perché ha avuto il coraggio di votare le guerre travestite da missioni di pace, con quella mossa, nel 2006, il mio voto almeno lo persero).

    Veniamo a Beppe Grillo ma senza la parte sopra scritta il fenomeno difficilmente si spiega. Ci vuole un tale centro destra e un tale centro sinistra per permettere a grillo di crescere. Inoltre il M5S ha anche il grande vantaggio di non aver mai governato e di apparire per forza di cose meno compromesso. Grillo ai tempi di Prodi si era offerto anche di collaborare se non ricordo male ma fu subito accantonato. Quindi abbiamo un movimento M5S anche per la solita ottusità del centro sinistra (mi dovete spiegare perché i radicali o Di Pietro o Rosy bindi siano più compatibili dei grillini con questa babele di centro sinistra che ci ritroviamo, misteri della mente di gente che con il 30% di consensi preferisce non andare a elezioni).

    PS: Non mi aspetto nulla dal fronte parlamentare, qui da noi anche un personaggio seriamente riformista come Cristina Fernandez de Kirchner è assolutamente non all’orizzonte, mi aspetto molto dalla strada, dal basso, dalla capacità del popolo di sinistra di reagire a questa crisi. Buon anno a tutti i Wu Ming e a tutti i commentatori di Giap.
    @filippocioni

  114. efraim says:

    @Rapa,

    ti ringrazio per la considerazione (che quantomeno mi dà l’occasione per puntualizzare che lungi da me è considerare Ron Paul di sinistra!).
    Più che concentrarmi su Grillo o sulla topologia non lineare che potrebbe e dovrebbe cercare di considerare chi vuol fare analisi delle posizioni politiche – non solo ci sono parecchie coordinate, ma alcune non sono inquadrabili come una semplice retta (magari col capitalismo da un lato, il socialismo dall’altro e al centro uno squilibrio socialdemocratico, brr) – si pensi a quanti e quanto diversi possano essere e siano gli anticapitalismi, anche quelli che condividono la stessa impostazione critica nei suoi confronti, vorrei poterti rispondere che convince anche me, ma non è così. Conosco Barnard e il suo “più grande crimine” che trovo per molti versi apprezzabile – non conoscevo questo pezzo e mi ha toccato particolarmente perché una delle mie molle è stato un viaggio a 18 anni (non turistico, di “volontariato” che ha preceduto quelli di impegno politico) proprio in Tanzania, con esperienze simili – ma, a parte l’attitudine un po’ troppo spiccata e sviante a voler individuare nomi e registi (forse solo comunicativa), ci sono un problema logico di fondo e uno di metodo nella sua impostazione: a) in realtà, paradossalmente, funzionerebbe solo in una “nazione” globale o, altrimenti, totalmente autarchica, autonoma e iperprotezionista (se crei moneta sufficiente a soddisfare quello che vuoi, essa si deprezza e diviene sia più difficile approvvigionarsi di ciò che proviene dall’estero, sia più facile per i capitali esteri fare manbassa dei beni nazionali (non per niente è pieno di stati con sovranità monetaria, ma solo gli Stati Uniti, in virtù del “signoraggio imperiale”, ben diverso da quello criticato da alcuni, facendo cioè gravare la loro inflazione sul mondo che paga petrolio e materie prime in dollari, possono – e con costi enormi correlati, prima di tutto militari – permettersi qualcosa di analogo, non senza complicazioni…); se stampasse il doppio della valuta, uno stato non imperiale dovrebbe pagare il doppio ciò che proviene da fuori e accaparrarsene le risorse costerebbe la metà agli stranieri… b) concentrarsi sulla moneta e dire “si va bene il capitalismo, ma il punto è quella” è quantomeno miope: si potrà anche dire che che le democrazie con sovranità monetaria hanno problemi analoghi a quelli dell’area euro solo perché la loro popolazione è disinformata e circuita, ma allora quello della comunicazione diventa il problema centrale e di qui si cade a bomba fino alla radice strutturale dei problemi, capitalismo e, in definitiva Potere come sostantivo (e distruttore del verbo omonimo)… Non che non ci sia qualcosa di profondamente giusto e non che non ci siano punti di contatto con le risposte che ritengo possano essere convincenti, ma qui si finirebbe off topic ed evito.

    Voglio invece, per tornare al punto del perché del “né, né” così diffuso e popolare, riprendere il punto di contatto a partire dall’unica risposta che hai ricevuto, che cita per smentirti come esempi reali positivi le “lettere dalla Kirghisia”(!) e un libro che non conosco ma che da quel che vedo riguarda “il tempo libero” e ricorda qualche punto del grillismo… sull’anticapitalismo (e su molte altre antitesi più o meno correlate) credo che si possa raccogliere un ampio consenso, ma su cosa sia o possa essere una prospettiva “di sinistra” realistica, percorribile e almeno ipoteticamente vincente sul capitalismo (o di renderlo migliore, dal volto umano, ovvero contenuto o moderato, per chi può crederci o auspicarlo senza magari arrivare al coraggio di ammettersi socialdemocratico) sfido chiunque a indicare una tesi condivisa o condivisibile (anche oggi che la Cina si avvicina uno stato socialista retto da un Partito? Una rete di autonomie partecipate “coordinate” in social forum locali e globali? Un’anarchia su basi geselliane?)…
    Non so se i Wu Ming darebbero la risposta che indichi – si fa movimento dal basso, si praticano lotte e da esse emergono prassi consolidate che andranno a costituire un metodo vincente – ma so che è l’unica che mi è mai stata proposta e cui ho anche per anni concesso il beneficio del dubbio (anche in virtù della grandezza umana di chi me la propose la prima notte passata insieme sul tetto di Porta Ticinese a Milano per ottenere la chiusura “definitiva” del lager per migranti di via Corelli). E sono anche convinto che non regga, non tanto per come siano andate le cose da allora, né perché la prassi e la teoria dei “movimenti” si fonda attualmente spesso su presupposti antinomici, ma perché non esiste che cellule distinte che non condividono un codice genetico adatto possano organizzarsi in modo efficace per contrastare organismi sociali efficaci ed efficienti nel dominare l’ambiente, adattarvisi e adattarlo a sé.

    Il bisogno di risposte concrete efficaci, vincenti, magari radicalmente rivoluzionarie ma sostanzialmente promettenti in senso migliorativo per la propria (e comune e altrui, per chi ha un minimo di empatia) esistenza è prioritario per chi non fa o vede la politica come un modo per abbellirsi la coscienza, per ritenersi migliore. Oggi tutto questo non è neanche lontanamente proposto né prospettato in modo credibile da nessuna sinistra anticapitalista (se non magari su un piano che Marx avrebbe chiamato sovrastrutturale e direi anche antiscientifico, utopico). E peggio ancora, se possibile, va nelle pratiche, dove le antinomie irrisolvibili fra contrasto di ogni forma di potere e ricerca di egemonia, fra parresia e soggettivismo etc. producono un orizzonte di evidente empiricamente e necessaria logicamente iperframmentazione dispersiva, autolesionista e spesso autoreferenziale.
    In questo contesto, chi vede e vuol vivere la politica come un modo per risolvere problemi (generali, se si può, ma non disdegnando quelli contingenti) non può che trovare velleitarie le posizioni di qualunque sinistra il cui anticapitalismo, la sua alterità alle logiche di potere vigenti, non siano che parole (d’ordine, ipotetico). Da qui a vedere le critiche giuste al sistema come palle la piede che impediscono di trasformarlo come si potrebbe il passo è breve e lo è anche quello di cercare di sparigliare i giochi, rimescolare le carte, al limite anche accettando la datità del sistema e cercare di intervenire per trasformarlo, riformarlo, contenerlo lasciando perdere tutta una serie di discorsi magari “apparentemente” fondati ma che si sono rivelati inadatti a produrre risultati applicabili capaci di migliorare le cose il passo è breve. E sensato, logicamente consistente.

    Attenzione, però! Con questo non voglio dire che sia giusto: non lo è. Questa è una descrizione, non una adesione o una presa di posizione. Il motivo è che certi discorsi non sono solo apparentemente fondati, le critiche della sinistra al sistema capitalistico (e a ogni forma di potere privato del soggetto privante la sfera intersoggettiva, all’accumulazione etc.) sono giuste e imprescindibili. Nessuna posizione che non spezzi queste catene o non risolva questi problemi è fondamentalmente possibilitata a risolvere i problemi fondamentali, può al massimo (nel migliore e quasi utopistico dei casi) ritardare il compiersi dello sviluppo devastante delle logiche di potere (salvo magari facilitarlo senza volerlo) e rimescolare le carte, in certi casi, significa solo intorbidare le acque.

    Quello che voglio invece dire è che chi ci tiene a dirsi di sinistra (a maggior ragione se intellettuale) non può criticare chi, per fare il bene comune, ne prende le distanze finché non è capace di fargli una proposta positiva (e in quanto di sinistra strutturale, organica, fondata nei fatti al punto da essere fondabile nelle prassi). Né chi, di fronte alla gravità del crollo sistemico incombente e in assenza di sistemi alternativi accessibili capaci di accogliere la base che si accinge a rimanerne sepolta, opta per un riequilibrio della nave affondante pur senza essere in grado di ripararne le falle letali (almeno non se intende adoperare il tempo che così guadagna per approntare una zattera che permetta di arrivare a costruirne uno diverso). Il che non significa necessariamente (per come la vedo, anzi, affatto) pretendere di avere in mano una soluzione da imporre alla società volente o nolente per il suo (della società) bene dal suo (dell’avanguardista) punto di vista. Un progetto può essere quello di imporre la propria volontà, ma anche proporre un modello (con)vincente, risolutivo, capace di realizzare quel mondo diverso possibile che nessuno finora ha mai potuto dire come né tantomeno fare. Si può prendere questo discorso come una critica negativa, come un pedante e magari ingeneroso tentativo di relativizzare la gravità di certe travi in certi occhi rispetto ad altre, mentre è un invito.

  115. Wu Ming 4 says:

    @ Efraim & rapa

    Solo per chiarire: Wu Ming non ha una ricetta o una linea strategica da indicare come giusta o risolutiva. Stiamo dalla parte dei movimenti che cercano di cambiare lo stato di cose presente, ma non abbiamo mai pensato che i movimenti possano bastare a se stessi. E facciamo anche fatica a immaginare che possano produrre e affermare da sé, senza una qualche rottura, nuove istituzioni comuni. Ovvero: è pure auspicabile (e probabilmente nel prossimo futuro diventerà anche necessario) che lo facciano, ma presto o tardi tali nuove istituzioni – che si continuano a evocare, in certi casi solo a chiacchiere, in altri, come nelle piazze spagnole dell’anno scorso, provando a costruirle, ma personalmente le ho viste in atto solo nelle comunità zapatiste chiapaneche – dovranno in qualche modo essere difese dagli attacchi di quelle vecchie.

    Aggiungo che nella nostra laicità, noi altri non disdegniamo nemmeno l’impegno di chi cerca di cambiare le cose muovendosi dentro le istituzioni già esistenti. L’impegno dei grillini non è affatto disprezzabile in sé, tutt’altro. Come si è detto in questa discussione, nasce da un’esigenza reale. Ma è ovvio che mantenendo le ambiguità e la confusione attuali produrrà esiti ben poco incisivi, se non negativi.
    La prima confusione da chiarire sarebbe lo scambio della distinzione culturale destra/sinistra con la sua rappresentazione politica. Su questo io ribadisco, come già fatto in post precedenti, che la lettura di “Cultura di destra” di Furio Jesi è illuminante. Jesi stesso, già nel ’79, ammetteva di faticare a individuare una rappresentanza politica che potesse dirsi culturalmente di sinistra, cioè culturalmente distinta dalla destra. In questo senso, da un lato ritengo troppo astratta e troppo astorica, dicevo, la distinzione proposta qui ieri da sils, cioè quella prometeismo/diritto divino, dall’altro certo non immagino possa esistere alcuna purezza culturale. Tuttavia esistono alcune questioni cardinali che sono sì teoriche e storico-politiche, come si accanisce a ribadire marxianamente Don Cave, ma anche filosofiche ed etiche, penso io, se mi passate il termine nell’accezione di visioni della vita che informano i nostri comportamenti e le nostre aspettative di felicità. Da questo punto di vista ricorro alla letteratura e dico che il dialogo scritto da Victor Hugo in “Novantatré”, libro VII, capitolo V (dialogo tra due rivoluzionari!) contiene alcuni dei migliori spunti che mi sia capitato di leggere.

  116. FedericoFrascarelli says:

    Grillo è arrivato prima di altri a utilizzare forme e linguaggi che la gente si aspettava. E’ un problema nella sua stragrande maggioranza di linguaggio.
    Perché non è forse vero che la DICOTOMIA destra-sisnitra è totalmente al di fuori del consumo sociale?
    Potremmo star qui a discutere per ore su cosa sia o cosa dovrebbe essere la sinistra ma la realtà è che nel 2012 è molto più facile parlare di ciò che è giusto e di ciò che non è giusto. Grillo si è mosso in anticipo, 10 anni fa con un movimento cui nessuno avrebbe dato fiducia, adesso sono un partito, ed è inutile che si sentono diversi i grillini, entrano nelle istituzioni e saranno soggetti agli stessi schemi cui tutti gli altri sono costretti a fare i conti. Sarà la forza delle loro idee a fare la differenza. Ma se il vecchio continente oggi è in crisi, o perlomeno, in maniera più evidente il suo sud…In italia, in tempo di crisi, oggi manca ancora una vera e propria maniglia da afferrare per sperare la salvezza. Inutile demonizzare Grillo quando manca l’alternativa credibile. Bisogna investire nell’Arte e nella Conversione ecologica(che è poi l’ambientalismo spinto di grillo) in Italia e potremmo tornare a parlare di lavoro non prima di aver capito che il benessere come l’abbiamo conosciuto in passato non tornerà più. Non credo che internet sia degno di avere questa sacralità, in pieno stile populista, che Il movimento 5 stelle gli attribuisce, il maremagnum dell’informazione è il più disordinato modo per farsi un’informazione autentica, ma di sicuro è più facile poter parlare di democrazia diretta e partecipata grazie alle nuove tecnologie. I referendum del 12-13 giugno parlano chiaro. Così come è vero che senza una vera partecipazione concreta negli spazi pubblici, non si può andare al fondo della questione.
    Vedo molto bene gli sviluppi dei forum partecipati dell’acqua pubblica, dell’occupazione del teatro valle, della gestione pubblica e partecipata delle risorse fondamentali essenziali per la solidità di un popolo, come la cultura e i beni primari.
    Così come vedo molto bene l’operare di De Magistris in tal senso e di fare di Napoli un grande laboratorio europeo partecipato con i movimenti. Il futuro è grigio, i capitali stanno scappando, il mercato che una volta produceva denaro e lavoro con tutte le critiche che vi si potevano porre al sistema del capitale, oggi produce disoccupazione e ancor più iniquità, quando è più che mai vero che in crisi ci siamo in molti ma non tutti e mi riferisco a quell’1% che invece è diventato ancora più ricco. Se per signoreggio si intende lo strapotere di questi signori del potere che strozzano attraverso il meccanismo del debito, gli stati e i loro popoli costringendoli a sacrificare la loro vita in nome del mercato, sono d’accordo, non vedo quale sia la controindicazione. Se invece il problema che si pone viaggia sui binari dell’esoterismo e di altre stronzate che nel web vanno tanto di moda, (c’è gente che parla convintamente di rettiliani), allora non ne stiamo neanche a parlare.

  117. girolamo says:

    @ eveblissett
    C’è un modo “di destra” (radicale) di essere anti-sistema, che forse non riguarda l’attuale F. Miller, ma che era presente già nel Miller di “Sin City”, “Dark Knight”, “Ronin”. E che è molto presente in Carpenter, grandissimo regista e grandissimo critico della società del controllo, ma da posizioni (individuali) di estrema destra. È l’antitesi, in America molto sentita, individuo/società. Questa antitesi non richiede la corruzione per schierarsi contro la società (qualunque cosa si intenda per società: lo Stato, il Governo, la CIA, il complotto pluto-giudo-ecc. che si annida nel MIT di Boston): parte dal presupposto che il centro è il singolo individuo, e la società è una costruzione arbitraria, che in natura non esisteva e non dovrebbe esistere, le cui pretese giuridiche non possono prevalere sulle istanze dell’individuo. È un’antitesi che richiama quella (altrettanto reazionaria) natura Vs cultura (o, nella sua variante tedesca di inizio Novecento, cultura Vs civilizzazione). Il fondo reazionario di questa antitesi è il presupposto elitario che contraddistingue l’antropologia destrorsa da quella sinistrorsa: l’agire politico è cosa riservata a pochi, perché pochi ne sono capaci. Che questo si esprima attraverso il suffragio ristretto riservato ai possessori di ruoli sociali di responsabilità (da Cromwell a Benedetto Croce), o l’azione individuale che non cerca il contagio con l’altro, men che meno una dimensione comune o sociale, è secondario rispetto alla struttura di base (struttura che è anch’essa un prodotto sociale, non un trascendentale: ma lo stesso trascendentale, come aveva capito Simondon, è un costrutto storico). Snake Plissken (=Carpenter), per quanto susciti l’entusiasmo dello spettatore, è un individualista, l’ultimo dei suoi pensieri è creare una posse, come invece fa Martin Penwald in Convoy (=Peckinpah). Per tornare a bomba all’attualità: il leaderismo, caudillismo, personalismo, comunque mascherato – e dunque anche il grillismo – esprime questo frame: solo a pochi è dato possedere il genio necessario per guidare l’azione politica. La delega implicita in questo schema politico esprime già una gerarchia di meriti e valori.

  118. Don Cave says:

    @ Wu Ming 4

    Non mi sognerei neppure lontanamente di negare la componente etica e generalmente “filosofica” che spinge una persona a fare proprie certe idee, o ad abbracciare una certa tendenza politica. Tutti partiamo da lì, in realtà.

    La questione che pongo è un’altra: se e quanto sia “pertinente” l’aspetto etico e filosofico nella prassi politica. Io non penso che l’adesione ad una linea di azione politica possa essere legata ad un’adesione di tipo “etico”; faccio un esempio: possiamo condividere l’idea di un mondo liberato dall’oppressione e dallo sfruttamento perché crediamo entrambi nella dignità dell’essere umano, ma possiamo avere idee completamente diverse su come realizzarlo.

    Idem per quanto riguarda la componente filosofica. In questo caso, con l’aggiunta di una constatazione un po’ amara: molte persone che provengono dal mondo accademico, o da una dimensione strettamente intellettuale, tendono a ragionare sulle visioni politiche come si ragionerebbe su un sistema filosofico, e a trarre le loro conclusioni sulla base di questo genere di ragionamenti.

    La pratica politica, per me, è un’altra cosa: è, prima di tutto, un confronto fra persone comuni, non tra intellettuali; chi viene da un ambiente intellettuale deve fare uno sforzo enorme per liberarsi di certe superfetazioni che non faranno mai presa su un lavoratore o su un pensionato incontrato ad uno sciopero, e causeranno anzi una comprensibile forma di rigetto. Inoltre, questo confronto può coinvolgere individui che hanno “etiche”, visioni della vita, molto diverse: un ateo mangiapreti e un cattolico praticante, un umanitarista convinto e un cinico inguaribile… ma che cosa può unire persone così diverse in una lotta comune? Cosa, se non la prospettiva di classe?

  119. Ponyf88 says:

    @Don Cave

    Eeeh l’etica…
    Stiamo attraversando il campo minato.
    Io al contrario ritengo che senza un ethos condivisa (che può essere un’utopia per ogni dimensione di questo genere) , qualunque proposta politica vada a farsi friggere…Anche la prospettiva di classe, che si infrange inevitabilmente con i meccanismi del Potere, come la storia ci insegna.

  120. Flap says:

    @Ponyf88 (scusa ma quando vedo 88 penso sempre a HH, però): non ho affermato un nesso diretto fra critica alla corruzione e dittatura nè ho parlato di dittature (individuali, per di più).

    Ho detto che certe proteste non ben informate possono venire usate, strumentalizzandole, per diminuire, invece che aumentare, gli strumenti di controllo sull’operato dei poteri forti, e quindi diminuire la democrazia (cioè il controllo del popolo sullo stato), com’è stato con il passaggio al maggioritario, che, invece che combattere, come propagandato e bevuto dalla maggior parte delle persone, la corruzione, l’ha resa invece più facile e meno controllabile…

    @tutti:
    Piccola nota: “critica alla corruzone” invece che “lotta alla corruzione”: scelta di parole interessanti che riguarda un altro aspetto che noto in questi discorsi, e cioè il fatto che l’opzione sia sempre, e del tutto teorica, cioè non ricondotta alla realtà, fra “riformismo elettorale” (variamente inteso) e “rivoluzione”: cioè c’è la scomparsa dell’azione organizzata nella società e nei luoghi di lavoro, come se fosse un’opzione del tutto sconosciuta!

    La scelta non è aut aut o rivoluzione o via elettorale: la soluzione reale è organizzarsi nella società per imporre alle istituzioni scelte che siano nell’interesse della classe lavoratrice, cioè della maggioranza delle persone, cioè del “popolo”: i diritti conquistati negli anni ’70 sono stati sanciti da un parlamento in cui la sinistra era minoranza, non grazie alla “conquista del governo”, ma grazie alla forza delle lotte nella società.

    Esempio recente il referendum dell’acqua, su cui c’è un movimento che va avanti da almeno dieci anni (e su cui, per chiudere il cerchio, Grillo e il M5S sono arrivati da poco – e Grillo, nei sui spettacoli ai tempi non dava minimamente riferimenti ai suoi spettatori per rivolgersi a chi si batteva per l’acqua pubblica, ma presentava sè stesso come l’unico riferimento – alla faccia della “correttezza”, “trasparenza” e “sincerità”, come l’ultimo degli opportunisti…)

  121. Wu Ming 4 says:

    @ Don Cave

    Be’, a dire il vero storicamente è capitato che atei e cattolici, umanitaristi e cinici, si siano uniti in una lotta comune anche senza condividere una prospettiva classista. Pensa al CLN, tanto per fare un esempio.
    Credo che proprio questo tenga in campo l’importanza del piano etico, inteso come plurale, certo, e anche come campo minato (per dirla con Ponyf88). Se non altro perché la questione del “come”, dei mezzi per il fine, non è mai subordinata al “cosa”.

  122. Don Cave says:

    @ Ponyf88

    Tu dici: “Io al contrario ritengo che senza un ethos condivisa (che può essere un’utopia per ogni dimensione di questo genere), qualunque proposta politica vada a farsi friggere”.

    Un ethos è, di solito, o qualcosa di troppo generico per poter costruire le basi di un’azione politica comune (es.: l’idea di un mondo liberato dall’oppressione e dallo sfruttamento), o qualcosa di troppo particolare per poter costruire un consenso di massa intorno ai suoi principi senza al contempo reprimere la libertà di coscienza dei singoli (es.: un’interpretazione letterale della Bibbia).

    Del primo caso ho fatto esperienza in prima persona quest’estate, con l’occupazione di Piazza Maggiore a Bologna: tutti condividevamo l’ethos della democrazia dal basso, dell’orizzontalità che si incarnava nella “piazza”. Poi però, quando si è trattato di cagliare per far sopravvivere il movimento all’esaurimento dell’onda di entusiasmo iniziale, e per dargli un po’ di sostanza, sono emerse divergenze profonde che, tra una defezione e l’altra, l’hanno ridotto ad una forza residuale.

    Per quanto riguarda il secondo caso, se ci si attiene strettamente a quello che dici, le cose sono due: o si fa politica solo e soltanto con chi condivide il tuo stesso ethos, oppure si fa proselitismo evangelico per convertire più persone possibili a questo ethos.

    La creazione di consenso secondo me passa per l’agitazione e la propaganda, non per il proselitismo. Io posso offrire alle persone con cui parlo degli strumenti per interpretare la propria condizione materiale, e una prospettiva di lotta per cambiarla; non posso offrire “visioni del mondo”: ognuno cambierà la propria di conseguenza, adattandola alle nuove circostanze e alla nuova consapevolezza.

    Poi è chiaro che difficilmente si possono evitare del tutto le argomentazioni che pescano nella sfera etica… ma sono gli interessi materiali, secondo me, l’unica base su cui è possibile costruire un’azione politica di massa. Bisogna mutare le condizioni materiali, i rapporti di produzione se si vuole cambiare il mondo; le “rivoluzioni culturali” in stile ognuno-nel-suo-piccolo o ognuno-nella-sua-coscienza non bastano e non sono mai bastate.

    Tu dici: “Anche la prospettiva di classe, che si infrange inevitabilmente con i meccanismi del Potere, come la storia ci insegna.”

    La storia, proprio perché è storia (ossia perché un evento o un fenomeno storico non si ripete mai due volte allo stesso modo), non può affatto insegnarci che la prospettiva di classe si infrange “inevitabilmente” contro i meccanismi del potere. Al contrario, proprio perché è storia, ci dovrebbe suggerire la possibilità opposta: la sorte delle idee rivoluzionarie non è segnata una volta per tutte dal fallimento del socialismo reale.

    L’assolutismo dell’”inevitabile” è un’altra delle armi (spuntate) con cui il pensiero borghese ha cercato di liquidare il pensiero rivoluzionario, e il marxismo in particolare. Mettiamola così: se la condanna della storia nei confronti del pensiero rivoluzionario di sinistra è così implacabile, che genere di condanna dovremmo mai ricavare per il suo più naturale contraltare, il pensiero liberale…?

  123. Don Cave says:

    @ Wu Ming 4

    Il senso della mia domanda retorica era un altro: cosa può unire persone così diverse in una lotta comune che abbia come obiettivo il cambiamento radicale di questo sistema, il superamento delle sue contraddizioni, l’instaurazione di una vera democrazia popolare?

    Insisterò su questo punto fino alla noia: rivoluzione e prospettiva di classe vanno di pari passo. Così come superamento delle contraddizioni del capitalismo e rivoluzione vanno di pari passo. Così come vera democrazia e socialismo vanno di pari passo.

    Quello della prospettiva di classe non è un ambito “etico”. Quanto meno, non lo è in prima istanza. Anche qui ci sono struttura e sovrastruttura: da un lato, i rapporti oggettivi fra le forze produttive e i loro relativi interessi; dall’altro le “culture”, le forme di condivisione sociale, le ideologie che le classi (definite da questi rapporti oggettivi) elaborano.

    Una delle cose che mi frustra di più nei discorsi che si sentono nei movimenti, è l’idea secondo cui il secondo aspetto è prioritario rispetto al primo. Prima c’è l’ethos, prima ci sono i famosi “saperi”, poi c’è (forse) la classe. A costo di sembrare un veteromarxista ortodosso, per me la concretezza della classe, le sue condizioni materiali di vita costantemente minacciate e schiacciate dall’arroganza del capitale, sono il punto di partenza imprescindibile. L’ethos viene di conseguenza.

  124. sils says:

    @tutti
    Veramente non volevo essere astratto con la mia riflessione. Volevo proporre parametri diversi per una discussione , non perché manco di concretezza ma perché i simboli servono tanto quanto gli stereotipi ( se non di più ) .
    Il mio maestro di filosofia, O.de Carvalho, diceva, e me associo , che la sinistra é una cultura. É una “cultura” in senso antropologico, un intero universo di credenze, simboli, valori, istituzioni, poteri formali e informali, regole di condotta, modelli di discorso, abitudini coscienti ed incoscienti, etc. Come ogni cultura, esso possiede nella sua propria sussistenza un valore che deve essere difeso ad ogni costo, ben oltre delle esigenze della verità o della moralità, poiché esso costituisce la totalità della quale la verità e la moralità sono elementi parziali, motivo per cui il tentativo di affrontarlo in nome della verità e della moralità suona alle sue orecchie come una intollerabile e assurda rivolta delle parti contro il tutto, una insensata violazione della gerarchia ontologica.
    Si può verificare tutto questo dentro i vostri commenti.
    Per il marxista, l’unità e la preservazione della sua cultura stanno al di sopra qualsiasi considerazione di ordine intellettuale o cognitiva, e per questo i “principi” espressi dalla teoria non sono proprio il fondamento della cultura marxista: essi sono solo la traduzione verbale, imperfetta e provvisoria, di un fondamento molto più profondo che non è di ordine cognitivo bensì esistenziale, e che si identifica con la propria sacralità della cultura che deve restare intoccabile. Tale fondamento può essere “sentito” e “vissuto” dai membri della cultura per mezzo della partecipazione all’atmosfera collettiva, nelle imprese comuni, nella memoria delle glorie passate e nella speranza della vittoria futura, ma non può essere ricondotto a nessuna formulazione verbale in particolare, per quanto elaborata e prestigiosa possa essere.
    Per questa ragione è possibile essere marxista senza accettare nessuna della formulazioni anteriori del marxismo, compreso lo stesso Marx. Per questo è possibile partecipare del movimento marxista senza conoscere nulla della sua teoria, così come è possibile rifiutare criticamente la teoria senza cessare per questo di collaborare con il movimento marxista nella pratica. L’attacco della critica contro le sue formulazioni teoriche ne lascia intatto il fondamento esistenziale, il quale attaccato rifluisce verso la fortezza inespugnabile delle certezze mute o semplicemente produce nuove formulazioni sostitutive che, anche se fossero incoerenti con le prime, non proverebbero, al marxista, altro che l’infinita ricchezza del fondamento indicibile, capace di conservare una sua identità e forza sotto una varietà di formulazioni contraddittorie che esso trascende infinitamente

    Modalità non tanto diverse da altre culture contrapposte

    Finisco dicendo che non é mia intenzione offendere nessuno e che, sinceramente, voglio la discussione ma scrivere due righe in un ambiente così elevato richiede un tempo che non ho, dedicato al lavoro come sono. Ma prometto passare ancora per cercare di capire di più.

    un saluto

  125. Flap says:

    Altra cosa interessante dei “dibattiti” su internet, oltre all’astrattezza che spesso li accompagna (che secondo me è un aspetto dell’alienazione di massa che l’organizzazione sociale del lavoro attuale produce), è che le fonti della “controinformazione” sono altrettanto “televisive” e “arrafazzonate” di quelle su cui si forma l’”omologazione” alla “narrazione” dominante.

    Cioè: la gente si informa su Barnard e Grillo, o girano i soliti discorsi di Agosti e altri, cioè rimasticature deformate di fonti e conoscenze ben più serie e documentate.
    O peggio si abbocca agli ami del signoraggio o di altre pseudoteorie monetarie spacciate dai neonazisti “terzoposizionisti” che infestano la rete (e che ovviamente la gente non sa riconoscere).

    Insomma: dovremmo forse prima di tutto rioccupare la rete in modo che la “generazione internet”, tecnica ma con culture confuse o settoriali possa crescere in coscienza storica, sociale e di classe.
    Altra cosa su cui non c’è progetto e quasi neanche analisi, fra gli antagonisti di sinistra.

  126. Wu Ming 4 says:

    @ Don Cave

    Mi sta benissimo scegliere “le condizioni materiali” della classe come “punto di partenza”, ma dire “l’ethos viene di conseguenza” è dire niente. C’è un punto di partenza e c’è un percorso, c’è un “come”, dicevo poco fa. Perché le conseguenze dello start up non sono implicite, né univoche, né unitarie. Ed è ciò su cui il movimento rivoluzionario novecentesco ha visto infrante le proprie concretizzazioni. L’idea di creare un Uomo Nuovo come conseguenza diretta dell’affrancamento da una società borghese non ha tenuto abbastanza conto del fatto che *almeno in parte* quella novità è necessaria come premessa e non dovrebbe essere negata dal processo rivoluzionario stesso. Se riconosciamo il diritto di primogenitura soltanto alle condizioni materiali, allora da un lato possiamo sacrificare *tutto* alla trasformazione delle stesse, perdendo per strada svariate cose, dall’altro lasciamo aperta la strada alla tentazione del miglioramento materiale *per sé*, che poi si concretizza in “a discapito di qualcun altro”. In quella relazione tra sé e tutti, tra te e il prossimo tuo (scusa se uso una terminologia cristiana) c’è un margine etico inestinguibile. E ripeto – a scanso di equivoci – che intendo “etico” come sinonimo di “problematico”.

  127. Ponyf88 says:

    @Flap

    Eh lo so per l’88 ma io sono dell’88 ed il nick lo uso da molti anni prima che sapessi della fola della patacca dell’88=hail hitler…vedila come una rivendicazione culturale :D (l’88 è il MIO anno di nascita, non un feticcio di nazimaledetti).

    Per il resto io comunque inserivo la lotta organizzata dalla società per spingere/imporre gli organi di governo a concedere diritti in un filone ‘riformista’, in quanto non perpetuata con atti di forza ed appunto creazione di nuove istituzioni, ma in ‘miglioramento’ dell’esistente.
    Effettivamente sto generalizzando eh, ma solo per distinguere l’azione rivoluzionaria marxista tout court.

    @Don Cave
    Ti dò ragione e chiedo venia per l’uso di ‘inevitabilmente’: in effetti quello che abbiamo è solo ciò che la storia ci offre e non essendo un indovino, non escludo a priori nuovi tentativi più ‘riusciti’, nè per questo assolvo il pensiero liberale (o liberista nelle sue varianti) per carità.
    Ma sul materialismo come unico piano di condivisione rimango in disaccordo: è vero che, come ho detto, la creazione di un’etica condivisa è forse una sfida troppo grande e pure rischiosa, però non è necessario vederla in modo esclusivo, ossia non è vero che si debba fare politica solo con chi ha un’impostazione etica uguale alla propria.
    Io penso che già si potrebbe fare qualcosa di concreto lottando insieme per i le basi che condividiamo che spesso sono molto più di quelle che crediamo, si vedano CLN e Costituzione, o i movimenti dei nostri anni che sono estremamente eterogenei, anche dal punto di vista delle classi sociali, al loro interno.
    L’esempio che tu porti, quello di Piazza Maggiore a Bologna, è simile a quello di molti altri, ma non credo che i problemi dei movimenti ‘effimeri’ siano dovuti al fatto che sovvengano divisioni a livello politico e del ‘come’ agire, quanto invece nella reale mancanza di convinzione nell’azione che si porta avanti, spinta da un motore che è poco altro se non l’entusiasmo iniziale.
    Quando invece i bisogni e le cause per cui si lottava erano davvero importanti, le divergenze sono state messe da parte e si è fatto fronte comune.
    La vera sfida secondo me, è riuscire a costruire una sensibilità che porti a battersi per i diritti (materiali e non) che mancano agli ‘altri’, con gli ‘altri’ non necessariamente (ma di solito sì) inclusi nella stessa classe sociale.

  128. Don Cave says:

    @ Wu Ming 4

    Non potrei essere più d’accordo! Per usare una metafora aritmetica (e per rispondere anche a Ponyf88) io non vedo affatto la prospettiva di classe come un “massimo comun divisore” ma come un “minimo comune multiplo”. Non ci si arriva per via di sottrazione o di analisi, ma per via di sintesi. La dinamica nel rapporto struttura-sorvastruttura non è deterministica, e il pensiero che ne deriva non può essere riduzionistico.

    Però, al di là di questo, mi pongo un problema molto concreto. Facendo politica attiva (da poco, per la verità, per cui cantonate, errori e illusioni sono sempre dietro l’angolo) mi sono trovato ad affrontare più volte – in modo, ripeto, molto concreto – questioni del genere.

    Un primo esempio: ci sono addirittura partiti (non facciamo nomi) che sono letteralmente “spalmati” sui movimenti. Provengono magari dal marxismo, ma assumono la lotta di classe come qualcosa di implicito, per cui incentrano molte delle loro campagne su questioni etiche: l’antisessismo, l’antiomofobia, l’antirazzismo, la liberalizzazione delle droghe leggere ecc.

    Ora, se mi trovo a parlare durante uno sciopero con un operaio di Pordenone a rischio licenziamento, che magari cova sentimenti xenofobi, un sessismo più o meno latente, non è affatto tollerante nei confronti degli omosessuali, magari ha pure votato Lega Nord e lo rivendica… cosa faccio? Escludo ogni dialogo con lui solo perché abbiamo “etiche” differenti? Lo apostrofo cercando di convincerlo che è “moralmente sbagliato” essere xenofobi, sessisti e omofobi? Contratto al ribasso le condizioni di una lotta fianco a fianco evitando di toccare argomenti sui quali so che ci sarebbero delle divergenze?

    Nessuna delle tre opzioni francamente mi soddisfa. Cercherò allora di fare appello alle sue condizioni materiali; cercherò maturare insieme a lui, al suo fianco, una coscienza di classe appoggiandone le lotte sul luogo di lavoro; cercherò di coinvolgerlo nell’attività politica. Tutto questo, nella fiducia che, sviluppando una prospettiva di classe, sarà lui stesso per primo a rivedere, a rimettere in discussione i propri pregiudizi.

    Questo ovviamente non comporta affatto l’inazione sul versante etico-culturale. E non è un caso, infatti, che le forze di sinistra affianchino *sempre* alla lotta sui luogo di lavoro
    o di studio delle campagne contro il sessismo, l’omofobia, il razzismo. Perché sono *parte integrante* della lotta politica, perché sono *parte integrante* di un’autentica prospettiva di classe!

    Per tornare all’argomento principale della discussione: perché queste battaglie, queste campagne incentrate sull’aspetto etico e culturale vanno viste come battaglie “di sinistra”? Per me la risposta è scontata: perché solo se ricomprese in una prospettiva di classe (che secondo me è il sale di un approccio di sinistra) acquistano l’efficacia e il radicamento nella coscienza collettiva che meritano.

    E’ una mia fiducia, tutta personale, forse illusoria… ma se non ce l’avessi smetterei seduta stante di occuparmi di politica.

  129. Flap says:

    @Sils: il discorso “sinistra come cultura” è più vero per chi aderisce alla “sinistra dei sentimenti” che a chi fa un discorso di classe partendo dalla situazioni concrete della società e cerca di modificarle.
    E’ una generalizzazione astratta, insomma ;)

  130. mazzetta says:

    su La Repubblica di oggi c’è un interessante virgolettato di Favia che si esprime sulla partecipazione al M5S: “Spesso si presentano persone che pensano di essere a un corso di autorecupero, che hanno problemi di disadattamento. … Così quelli seri vanno via e restano i casi sociali…”.

    che Favia, al di là delle belle maniere e del sorriso d’ordinanza, avesse un concetto molto personale di partecipazione e discussione si era già capito da come gestisce le obiezioni sgradite nelle discussioni in rete, ma la sua opinione sulla qualità di chi partecipa attivamente al M5S mi sembra racconti altro e di più, in direzione del peggio

    http://bologna.repubblica.it/cronaca/2012/01/04/news/nel_partito_del_guru_mobilitare_non_partecipare-27578769/

  131. tiziano says:

    Complimenti ai Wu Ming per l’ennesimo post da incorniciare e a tutti per la discussione che si è fatta veramente interessante.

    @Don Cave @Wu Ming 4

    *Anche qui ci sono struttura e sovrastruttura: da un lato, i rapporti oggettivi fra le forze produttive e i loro relativi interessi; dall’altro le “culture”, le forme di condivisione sociale, le ideologie che le classi (definite da questi rapporti oggettivi) elaborano.*

    Davvero interessante il *da un lato… dall’altro*, che evita l’effetto di generazione unilaterale basso/alto (comunque, in ultima istanza) che può derivare dall’uso dei termini struttura/sovrastruttura.
    Tra l’altro, la traduzione dal tedesco attraverso questi due lemmi è contestata, con argomenti filologici, da Costanzo Preve, che, per completezza, è uno di quelli che nega l’attualità della dicotomia Destra VS Sinistra.
    L’anno scorso, lo stesso Preve rilanciò il dibattito sul tema rispondendo ad alcune considerazioni di Domenico Losurdo. Il dialogo, che presenta alcuni elementi differenti da quelli che sono stati introdotti in questa discussione, è disponibile sul blog di Losurdo.

    @Flap

    La definizione antropologica di cultura, per come la fornisce Sils, non è una generalizzazione astratta ma la definizione di un punto di vista sulla questione. Trattare la Sinistra non filosoficamente, non politicamente, ma antropologicamente significa avere una presa sul reale enorme, dal momento che dall’analisi si derivano le valorizzazione che gli individui associano all’universo della Sinistra a prescindere dal grado di conoscenza che essi hanno delle dinamiche che (i rapporti oggettivi di Don Cave) comunque li trascendono.
    In questo senso, la Sinistra, a buon diritto, può essere considerata una visione del mondo e come tale studiata, e in seguito, attaccatta, modificata, rinnovata, senza che per questo sia necessario che tutti abbiano o letto i Grundrisse.

    Buon proseguimento a tutti, e a tutti un buon inzio anno.

  132. wiz.loz says:

    L’articolo è interessante, soprattutto nella prima parte, anche se confesso di averlo trovato poco leggibile per via dell’uso costante di “gergo tecnico” (non so se sia una scelta stilistica o se più semplicemente il blog sia rivolto ad una cerchia di persone che già usano e capiscono il linguaggio).
    Detto questo, ci sono due cose che non capisco nell’articolo. La prima è il passaggio logico che partendo dalle idee di Grillo sull’immigrazione ne deriva una sua matrice di destra o fascista (ma sono sempre sinonimi?).
    La seconda è: ma allora superare i concetti di “destra” e di “sinistra” è sempre un male, è sempre impossibile? Non c’è un modo per farlo in maniera pulita, vera, intesa come crescita e superamento delle contrapposizioni?

  133. Appunti diseguali sulla frase «Né destra, né sinistra» | Giap | il Portico di Novellara says:

    [...] a leggere  l’articolo  Appunti diseguali sulla frase «Né destra, né sinistra» | Giap sul sito originale. Rate this: Share [...]

  134. Collettivo Militant says:

    Salve, un abbraccio a Wu Ming e buon anno a tutti quanti.

    Oltre al fatto che concordiamo assolutamente con l’analisi (abbiamo anche segnalato sul nostro blog il pezzo), c’è una frase che i Wu Ming ripetono spesso e sintetizza al meglio tutto il discorso fino a qui sviluppato nella discussione:
    *tutte le lotte sono la stessa lotta*.

    Ci sono varie e disparate forme con cui la *stessa* lotta viene declinata su più livelli e nei vari contesti: le lotte ambientali ed ecologiche, le lotte sindacali, le lotte di genere e un certo tipo di femminismo, le lotte nel mondo della cultura, l’antifascismo, ecc…

    C’è un modo “di sinistra” di intendere tutte queste lotte “particolari”, e cioè che tutte presuppongono e prevedono un miglioramento della condizione di classe, sono cioè lotte di classe. All’interno delle lotte di classe poi, uno le articola come meglio crede, e può anche discostarsi dal concetto tradizionale di sinistra pur rimanendo nell’alveo di un percorso storico che prevede la liberazione sociale delle classi sfruttate tramite lo scontro, o il conflitto. Conflitto che, ripeto, può essere declinato nelle forme più varie (non sempre la materializzazione del conflitto), ma sempre di quello si tratta.

    C’è poi un modo “di destra”, che può anche in certi periodi, e su certe tematiche, incorciarsi con percorsi di sinistra, ma che rimane *sempre* funzionale a mantenere lo status quo sociale. Mira cioè a descrivere le “storture” del sistema non come prodotti del sistema stesso, ma come imperfezioni che inquinerebbero tale sistema. Ed è esattamente il discorso che fa il cosiddetto “grillismo”, o come il discorso sulle “caste”, e via dicendo. Il sistema in sè, se liberato dai suoi impedimenti contingenti, funzionerebbe benissimo. Bisogna far funzionare meglio il sistema economico-sociale-politico nel quale viviamo.
    Questa è la narrazione tossica con cui si riempono la bocca direttamente o implicitamente i “movimenti” e le proteste intimamente “di destra”, anche se apparentemente “di sinistra”

    Penso che questa sia la differenza fondamentale fra destra e sinistra oggi, nel tempo della fine della storia, del comunismo e di una qualsiasi ipotesi di “regime change” sociale. Prima bastava rientrare nell’ipotesi comunista per evidenziare direttamente la diversità rispetto al sistema sociale vigente. Oggi che non è più possibile fare (o definirsi) semplicisticamente così (o quantomeno, bisogna come dice Wu Ming articolare, spiegare, ecc..prima di farsi capire), bisogna indagare su quale direzione prendono determinate idee, determinate proteste, determinati movimenti e determinate riflessioni. La direzione del cambiamento sociale o quella del mantenimento del sistema.

    Alessandro – Militant

  135. efraim says:

    @Wu Ming 4

    (detto che Novantatrè mi manca e che dopo cotanto suggerimento, che nemmeno è il primo, provvederò a colmare la lacuna – del resto ho sempre apprezzato assai Hugo – ma, aggiungo rileggendo, leggendovi da quando eravate Blisset, non posso credere che il riferimento sia l’uso strumentale di uno dei metodi verticali di chiudere la bocca agli interlocutori, per cui mi permetto) lungi da me attribuirvi cose che non avete mai detto, né pretendere da voi che avanziate progetti organici di trasformazione del reale o, ancor meno, difendere l’impegno dei “grillini” (non si autodefiniscono tali) o di Grillo (non che non abbia le mie opinioni credo nemmeno fra le più banali e inutili su entrambi, ma il tema generale da cui muovete per “attaccarlo/i” mi interessa molto più dei referenti), storicizzandoli o meno.

    Quello che mi preme e cui il pezzo mi ha dato “il destro” per intervenire per la prima volta su queste pagine è sottolineare che non basta non avere idee precise in merito, se ci si rende conto che di idee buone al riguardo c’è assoluto bisogno. Chiariamo subito che non mi riferisco, come spesso si è discettato in questa discussione, alla “sinistra” (o a qualche “innovativa” attribuzione topologica) come a un orizzonte culturale/sociologico più o meno sedimentato che probabilmente ciascuno di noi conosce bene per qualche verso.
    Mi riferisco a una strutturazione politica, almeno progettuale, degna di questo nome (e che è elemento cui si richiama del resto ogni nozione di “sinistra”, anche se spesso con rimozioni funzionali). In mancanza di questa, è comprensibile chi si rifiuta di ghettizzarsi in una posizione culturale nel tentativo di incidere politicamente in un determinato contesto storico, anche se si può criticare un’attitudine a gettare il bambino con l’acqua sporca.

    (Paradossalmente, se – come in certe fasi dell’evoluzione di Beppe Grillo e in certe localizzazioni del M5S potrebbe anche parere – il grillismo avesse ben chiaro il discorso di classe, o del plusvalore, o dell’accumulo di potere sostantivo e soggettivo, o… e individuasse in ciò il problema fondamentale da risolvere solo con una trasformazione della struttura sociale che ne modifichi le dinamiche di produzione e gestione etc. anche in questo caso, non gli si potrebbero dare tutti i torti se volesse distinguersi da “destra e sinistra”, anche se qualcuno potrebbe avere più voglia di dirlo “dei nostri” – ma anche a destra, se insistesse al contempo sul merito, sul “valore personale”, sulla libertà individuale – intesa in senso “negativo”, come “libertà da” – e tante altre cose logicamente compatibili con il rifiuto del potere capitalistico/manonsolo, pur nel rifiuto del primato del mercato, ci sarebbero ragioni non meno forti per dirlo “dei loro”…).

    Quel che più mi preme, però, è sottolineare come una prospettiva realistica seria (senza prendercisi su) di sinistra oggi manchi. Non conosco abbastanza la realtà spagnola recente per esprimermi in proposito, ma tutto quel che ne so mi porta a dubitarne e, come te, l’unica realizzazione che mi pare corrispondere, è quella delle realtà zapatiste del Chiapas Insurgente. Ma a me pare chiaro che queste aprano la domanda senza offrire (non lo hanno mai preteso né supposto) soluzioni generalizzabili, a meno di pensare che costituiscano un modello replicabile in strutture sociali di diversa complessità e in diversi contesti socio- economo/cultural/politici e magari funzionando così bene da poter soppiantare i modelli capitalistici per via conflittuale/conocorrenziale o elettiva (con o senza il bisogno di qualche crisi “catartica” che stermini la maggior parte dell’umanità). Più che un problema di rappresentanza e di cultura, in questo sperando di trovare la comprensione di chi Marx l’ha masticato assimilandolo, è un problema di struttura.

    Insomma, la questione imprescindibile è questa: fino a qualche decennio fa c’erano due prospettive credibili, ma (qui si può e dovrebbe aprire una discussione) sbagliate, come oggi peraltro è ritenuto acclarato, se non dagli intellettuali di sinistra , dalla stragrande maggioranza della popolazione. Il socialismo di stato (non necessariamente nelle sue realizzazioni storiche, ma quantomeno in qualche sua possibilità realizzabile) e l’autonomia confederativa “dal basso” (non necessariamente autodefinentesi anarchica e storicamente spesso essendo tale solo “bastardamente”, nominalmente – pur nel rifiuto del termine anarchia – etc.). Oggi entrambe appaiono destituite di credibilità. Il socialismo di stato nella sua competitività, come modello, nella capacità di incontrare le “aspettative di felicità”; l’auto-nomia/organizzazione/determinazione addirittura nelle sue possibilità di reggersi in piedi quel tanto da poter arrivare a confliggere con il sistema di potere cui si oppone. (L’unione delle due, storicizzando, si potrebbe nominare con una battuta “unione sovietica).

    La situazione in cui siamo gettati, per converso, è quella per cui gli elementi di critica al sistema vigente propri di entrambe le prospettive mostrano oggi più che mai la loro validità, senza che per questo dai loro portatori emergano né prospettive credibili per affrontare “dentro le istituzioni” le contraddizioni sistemiche (cfr. diritto all’insolvenza), né, tantomeno, prospettive risolutive organiche, complessive, potenzialmente vincenti.

    Però è questo di cui c’è bisogno sia per essere credibili (almeno sembrarlo) e trovare consenso che per (con)vincere, sbaragliare e soppiantare il sistema. Finché quelle prospettive, che oggi è compito di chi voglia ritenerle valide dimostrarle tali alla luce di obiezioni ben più articolate e fondate (oltre che assunte come valide) di quelle che incontravano tempo fa, restano le uniche possibili, immutate e inette a rispondere alle obiezioni non solo diffuse ma soprattutto fondate, non è solo che non si può criticare chi vuole considerarle irrilevanti perché tali le ritiene, se non controproducenti. E’ che, prima di criticare chi non ci si riconosce, chi condivide istanze culturali di sinistra deve chiedere e cercare prospettive politiche credibili (ma non solo: degne di essere credute) che diano a quelle istanze una possibilità concreta di realizzarsi. Il socialismo di stato o l’autonomia comunitaria hanno avuto in passato il pregio quantomeno di apparire credibili e, perciò, di funzionare almeno da argini allo strapotere del potere, di fornire un immaginario di riferimento che offrisse una magari miope, magari offuscata, prospettiva di realizzabilità al mondo migliore che affermavano come possibile. Oggi sembrano (e non solo) illusioni in cui si può cullare solo chi se ne sta col culo al caldo o è troppo ingenuo per campare (perdendo con ciò anche la forza più propria che hanno avuto, quella di fornire una speranza magari ipotetica e lontana a chi non voleva arrendersi senza approdare alla “azione disperata” di sartriana memoria),

    Insomma, se non c’è un progetto almeno potenzialmente vincente, per questo magari credibilmente coinvolgente, capace di incanalare i bisogni in un orizzonte progettuale valido, prima di criticare chi rifiuta di riconoscersi in questa (storicamente e sociologicamente pregnante, ma strutturalmente vuota o svuotata) attribuzione topologica, chi si proclama di sinistra deve, o dovrebbe, chiedere o cercare prospettive strutturali valide in cui incanalare i propri sforzi, per non renderli velleitari, da cui ricavare un codice genetico comune capace di renderli sinergici, organici, mutuamente arricchenti al di là e di qua di resistenza e opposizione. Altrimenti mi pare che resti un gioco intellettuale che insulta l’intelligenza di chi si ritiene intellettuale; a meno di essere certi che non ci sia altra speranza che quella di testimoniare la dignità della propria coscienza, perché e come rinunciare a esigere di trovare soluzioni valide?
    Ne abbiamo tremendamente bisogno. Anche per interloquire con i grillini (e magari convincerli); ma è il meno: ne abbiamo bisogno per non arrenderci al sistema imperante (comunque lo vogliamo qualificare e definirci in rapporto ad esso) e, se e solo se ce la facciamo, per sconfiggerlo e vincere insieme, tutti.

    [Per inciso, se un tempo credevo che ce ne fosse per fare un percorso del genere, oggi ho i miei dubbi che sia possibile costruire un'alternativa (degna, libera, rispettosa, laica, volendo "di sinistra") senza adoperarsi contestualmente per evitare il collasso sistemico (il dolore sveglia, ma acceca) e trovare così il tempo per elaborarla, svilupparla, condividerla. Più che apprezzare l'impegno, comunque esistenzialmente e laicamente apprezzabile, di chi cerca di "cambiare le cose muovendosi dentro le istituzioni", mi pare evidente che questo frangente storico, sia per la ricettività pubblica, che per l'urgenza particolare, richieda a chi intende costruire un mondo migliore uno sforzo bifronte, da un lato quello della progettazione di un'alternativa non intrinsecamente corrotta, dall'altro quello dell'escogitazione di strumenti che permettano a essa di svilupparsi in frangenti non catastrofici. Chi crede alla catarticità della tragedia ha tutte le sue ragioni, finché distingue attori e spettatori... Lungi da me sostenere che il sistema capitalistico non sia costitutivamente corrotto e inemendabile ma, senza voler apparire escatologico, altrettanto lo è ritenere che certe "storture" non ne affrettino l'affondare e il dispiegarsi delle conseguenze per tutti quelli che magari si aspettano di trovarsi il giorno dopo su una tabula rasa, ma molto più probabilmente e sostanzialmente finiranno come i passeggeri del Titanic di seconda - illusoria... - e terza classe rinchiusi nelle stive dai privilegiati.]

    P.S. Mi scuso se, con una certa presunzione, posto senza rileggere che il primo paragrafo (temo di esser stato ripetitivo, ma…).

  136. amaryllide says:

    “Con i compagni del Partito Comunista Cinese fino alla vittoria! (Ma non un minuto di più… grazie.)
    E non dimentichiamoci i compagni talebani, mi raccomando!”

    “La lotta dell’emiro afghano per l’indipendenza dell’Afghanistan è oggettivamente una lotta rivoluzionaria, malgrado il carattere monarchico delle concezioni dell’emiro e dei suoi seguaci, poiché essa indebolisce, disgrega, scalza l’imperialismo, mentre la lotta di certi «ultra» democratici e «socialisti», «rivoluzionari» e repubblicani dello stampo, ad esempio, di Kerenski…durante la guerra imperialista, era una lotta reazionaria, perché aveva come risultato di abbellire artificialmente, di consolidare, di far trionfare l’imperialismo. La lotta dei mercanti e degli intellettuali borghesi egiziani per l’indipendenza dell’Egitto è, per le stesse ragioni, una lotta oggettivamente rivoluzionaria, quantunque i capi del movimento nazionale egiziano siano borghesi per origine e appartenenza sociale e quantunque essi siano contro il socialismo, mentre la lotta del governo operaio inglese per mantenere la situazione di dipendenza dell’Egitto è, per le stesse ragioni, una lotta reazionaria, quantunque i membri di questo governo siano proletari per origine e appartenenza sociale e quantunque essi siano «per» il socialismo. ”
    mi fido di più di chi ha fatto il culo ai nazi nel mondo reale di chi gli si oppone sulla carta e nel mondo reale pubblica con il più fascista dei politici italiani.

  137. Wu Ming 4 says:

    @ amaryllide

    Hai dimenticato di citare la fonte: Josif Stalin.
    Parecchi si sono fidati di lui e quasi tutti hanno fatto una bruttissima fine – praticamente tutti quelli che avevano fatto la rivoluzione d’Ottobre.
    Grazie dell’imperdibile contributo e dasvidania, tavarish. A mai più risentirci.

  138. Collettivo Militant says:

    @ Sils
    evito di entrare nel merito delle tue elucubrazioni metapolitiche, metastoriche e metafisiche (che ovviamente non condivido) sul significato di “conservatore” e “rivoluzionario” e mi soffermo su una colossale balla che hai ripetuto per ben due volte. Prima quando hai scritto che “Cuba ha più assassinati dallo stato che tutti i regimi militari sudamericani di destra sommati fra loro” e poi quando hai aggiunto “Amnesty International non prende in considerazione quelli che sono morti in fuga da Cuba. Fare la contabilità dei morti é cosa macabra, lo so, ma gli assassinati nel regime di Castro salgono a 100 mila…”. Se ti fossi limitato alla prima fantasiosissima affermazione forse sarebbe potuto bastare farti notare che dal 1959 Cuba è l’unico Paese latinoamericano a non aver conosciuto gli squadroni della morte, l’unico Paese latinoamericano in cui non c’è stato un solo desaparecido, l’unico Paese latinoamericano in cui non c’è stato un solo “dissidente” torturato e l’unico Paese latinoamericano in un cui non c’è mai stata una sola esecuzione extragiudiziaria. Chiederti di fare un solo nome di un “assassinato”, uno solo, sarebbe infierire, per cui evito. Trovo però la tua seconda affermazione particolarmente odiosa perchè, come nella favola del lupo e dell’agnello, stravolgendo completamente la storia dei rapporti migratori tra Cuba e gli USA scarica sulla vittima le responsabilità del carnefice. Subito dopo la rivoluzione, tra il 1959 e il 1962, lasciarono l’isola 270.000 cubani. Tra loro c’erano migliaia di dottori, maestri, ingegneri e tecnici che, nonostante stessero privando Cuba delle loro competenze, poterono raggiungere gli USA tranquillamente. Nel 1962, in seguito alla “crisi dei missili”, gli USA interruppero ogni comunicazione aerea o navale tra i due paesi impedendo così l’emigrazione legale. Questo spinse molti cubani (c’erano migliaia di famiglie separate) a tentare di raggiungere le coste statunitensi con dei mezzi di fortuna mettendo così a rischio la propria vita, tanto che nel 1965 il governo cubano autorizzò l’uso del porto di Camarioca (vicino Varadero) per rendere più sicuro, per chi lo volesse, il viaggio verso la Florida e assicurò la concessione del visto di espatrio a chiunque ne avesse fatto richiesta. Si stima che tra il 1962 e il 1965 emigrarono “illegalmente” 30000 cubani, mentre furono 10 volte di più quelli che lasciarono l’isola legalmente e gratuitamente tra l’ottobre e il novembre del 1965. Il vero spartiacque, però, fu il “Cuban Adjustment Act” adottato dagli Stati Uniti il 2 novembre del 1966 e di fatto tuttora in vigore. Con quella legge, che riconosceva automaticamente lo status di rifugiato politico a tutti i cubani arrivati negli USA dopo il 1° gennaio del 1959, si assistette alla politicizzazione del fenomeno migratorio da parte delle amministrazioni statunitensi, nonchè al suo utilizzo in chiave ideologica. La “ley de ajuste cubano”, garantendo pretestusamente il godimento di diritti sociali e politici (casa, lavoro, cittadinanza) che per i migranti provenienti dal resto del sud del mondo erano pura utopia, ha rappresentato dunque un vero e proprio stimolo all’immigrazione. Uno stimolo, però, criminale oltre che selettivo. Da quel momento gli Stati Uniti hanno infatti centellinato il rilascio dei visti di ingresso legali alimentando il sequestro di navi ed aerei oltre che l’uso delle “balse” e di altri imbarcazioni di fortuna così da poter poi adoperare il fenomeno in chiave propagandistica. In cinquantatre anni questa guerra di propaganda contro Cuba ha mietuto centinaia di vittime, forse migliaia. E pesano tutte sulla coscienza di chi dal ’66 non ha ancora abrogato quella legge assassina.
    Lo so, tutto questo è off topic, ma alcune cazzate ogni tanto meritano una risposta.

    David – Militant

  139. mattpumpkin says:

    L’analisi di Alessandro del Collettivo Militant si potrebbe benissimo definire illuminante e defintiiva, almeno quanto gli appunti di Wu Ming 1, del tutto utili a svelare la tossicità del movimento messo in piedi da Grillo in poche e perfetti punti.

    Il problema reale, secondo me, si pone però ad un altro livello, che rimane all’oscuro di molte delle belle e approfondite analisi fatte fino a qui. Un problema che sembriamo aver trascurato nell’accavallarsi dei commenti.

    Sto parlando del frame culturale dominante cui fa riferimento la parola “sinistra”, da cui questa discussione non può prescindere, in quanto responsabile dello stesso suo titolo.
    Un frame che, volenti o nolenti, è il solo che conta ad un livello mediatico, e quindi elettorale, e che risulterà tanto più dannoso quanto più a lungo rimarrà nelle mani di chi quel frame oggi detiene: la sinistra parlamentare.

    Osservando il successo del movimento di Grillo da questa prospettiva risulta fin troppo facile capire perchè la sua tossicità, risulti oggi, agli occhi di una massa elettorale che colloca a sinistra la sua formazione e la sua cultura, di un grado del tutto trascurabile.

    Il fulcro del discorso di Grillo si colloca proprio nella sua capacità comunicativa (spesso trascurata dai suoi detrattori e ridotta a macchiettismo e volgarità) di attaccare il frame “sinistra” meglio di chiunque altro, rivelandone la palese e più antica tossicità. Una sorta di peccato originario (la cancellazione della lotta di classe, se vogliamo sintetizzare) da cui discende qualunque misunderstanding ipotizzabile, dal più ingenuo al più turpe, Grillismo compreso.

    Se consideriamo i vari Barnard, o gli Agosti che parlando di felice decrescita e reinvenzione del tempo libero spacciandoli per soluzioni ideali, scopriamo un disarmante dilettantismo di pensiero che non fa altro che aumentare la confusione, e che comunque trova schiere di ingenui adepti, convinti che per riscrivere il sistema basti ripensarne una parte, senza toccare il resto. Le quattro righe (!) scritte da Efraim basterebbero a ricollocare teorie simile nel genere ‘fantaletteratura per bambini’ e chiudere qualsiasi discussione.
    Eppure oggi anche questo basta ad estasiare molti orfani della Sinistra, senza dare troppo nell’occhio, conducendoli verso insensate derive tarlo-ideologiche (proprio il tarlo, l’insetto che, a lungo andare, devasta).

    Perchè questa è l’abilità odierna, credo soprattutto del grillismo: portare avanti battaglie che la sinistra-frame ha da tempo abbandonato, e al tempo stesso rivendicando una propria nuova purezza, dietro cui si possono nascondere le posizioni più ambigue senza troppi problemi.
    La lezione di Berlusconi viene ripresa e rilanciata in maniera ancora più efficace, attraverso i nuovi-media: l’importante è quanto convinci la gente di essere pulito, non quanto lo sei veramente.

    Questo aspetto del grillismo è facilmente riassumibile col paradigma della BioWash ball che lava quanto l’acqua.
    Ma, in fondo, l’importante è mettere qualcosa nel cestello al posto del detersivo: pensare che qualcosa abbia preso il suo posto.
    Se poi non sai cosa contiene (comunismo? fascismo? capitalismo compassionevole? marketing?), non importa.
    Non ne potevi più della sinistra-detersivo e l’hai finalmente eliminata.

    m.

  140. efraim says:

    @mattpumpkin

    trovo geniale la sineddoche, peraltro forse ingenerosa, della BioWash ball (e mi scuso per la logorrea:)). Tuttavia essa mi pare dare l’estro a una possente difesa del grillismo: se il detersivo (di marca frame o autoprodotto) non lava e magari inquina, non è meglio quella che adoperarlo?
    (Con questo non voglio assolutamente dire che le lotte di Grillo e del M5S siano tutte e solo fuffa, ma ancora una volta non voglio concentrarmi su loro)
    Una giustificazione di destra, direbbero giustamente girolamo e il Collettivo Militant: assume la visione di una natura intrinsecamente valida ma corrotta da agenti da contrastare eliminati i quali le cose andrebbero bene o, comunque – attenzione – nel migliore dei modi possibili. Ignora la prospettiva di una trasformazione sociale strutturale (che non elimina la nozione di natura e individuo, ma li relaziona e/o riconosce come intrinsecamente ma non necessariamente malati del cancro del potere o, per chi crede ai poteri buoni, dello sfruttamento) come ogni riformista, non a caso il primo a non dirsi (più) comunista e a mettere il centro prima della sinistra.

    A meno di ritenere vincenti il socialismo di stato o qualche forma di rete di autonomie più o meno “anarchiche”, il problema è sempre che, se si accetta la fine della Storia o comunque finché non si ricerca e individua una trama capace di operare tale trasformazione, oltre che utile (salvare il salvabile, uscire dai vicoli ciechi, ottimizzare in senso positivo l’esistente per ritardare la catastrofe e magari dare tempo e luogo a una prospettiva valida di nascere), oltre che concreto (avrà criticamente ragione il rivoluzionario ma, se ogni rivoluzione è impossibile, l’unica cosa non negativa fattibile è limitare i danni col riformista), questo approccio è perfino giusto, se non sulla base di aneliti tanto idealistici da essere sostanzialmente psicotici.

    Finché non si ha la certezza che “un mondo diverso è impossibile”, arrendersi a ciò sarebbe tragico. Ma bisogna cercare e trovare prospettive e percorsi, teorie che coniughino, facciano proliferare e rendano vincenti le prassi isolate tese a rendere concreta la possibilità, se non ci si vuol confinare nel ruolo di fastidiosi e velleitari tiresia. Solo così, fra l’altro, è verosimile incontrare e convincere Grillo, i grillini e tutti i riformisti di buona volontà tanto della natura dei problemi quanto di quella delle soluzioni migliori, verosimilmente più (di)mostrandogli il valore e la percorribilità di un senso più ampio in cui andare che criticandoli per la carenza di senso delle loro lotte. Ma vogliamo pensarci? Non ce n’è bisogno?

  141. Ponyf88 says:

    Volevo per un attimo spostare l’asromento della discussione dagli argomenti politici i metodi, ossia al ‘come’ fare politica.
    Il grillismo ha come suo ‘cavallo di battaglia’ un’esigenza fortissima: quella della partecipazione politica attiva.
    Le risposte concrete che dà sono ben criticabili, dalla visione eccessivamente tecnocratica fino ai problemi del leaderismo di Grillo e del logo…detto questo però resta che all’atto pratico, la partecipazione attiva abbia consentito a livello locale, un grado di discussione e programmazione condivisa, nonchè di controllo dell’operato degli eletti, di gran lunga superiore a quella dei partiti tradizionali, in particolare rispetto a quelli di sinistra radicale che invece certe problematiche della lotta di classe le hanno (teoricamente) più chiare.
    Questa è una sfida non da poco e credo che sia necessario rispondervi: come appunto qui è opinione diffusa, a sinistra non esiste alcuna realtà organizzata di un certo spessore con un grado di democrazia interna accettabile.
    Magari sbaglio, però credo che tale sia la situazione e generalmente il metodo inficia notevolmente anche le politiche portate avanti.

  142. sweepsy says:

    @efraim
    Non vedo perché dovremmo accettare l’idea della fine della Storia, tra l’altro ingegnosamente elaborata da Fukuyama qualche tempo fa per vendicare la vittoria incontrastata del capitalismo e che da sole tutte le lotte iniziate nel 2011 sono la miglior risposta: una gigantesca pernacchia.

    Ne approfitto per fare i complimenti a tutti per la discussione, anche se alcuni interventi sono un po’ difficili da seguire, non per il linguaggio in sé (sono sempre cara alla vecchia scuola del soggetto-verbo-complemento oggetto) ma perché paiono autointortarsi per non arrivare a nulla di chiaro.

  143. Wu Ming 1 says:

    Torno a collegarmi dopo tre giorni, con una connessione mobile. Ci ho messo un po’ a rimettermi in pari con il dibattito, e non sono nemmeno riuscito a leggere tutto, comunque mi sono fatto una prima idea generale.

    In una discussione come questa, c’è senz’altro la necessità di tutelare il thread da lunghe digressioni fuori tema, e mi sembra che finora ci siamo riusciti.
    Al tempo stesso, però, quando vengono scritte inesattezze grossolane, non si può lasciarle dove stanno senza precisare, correggere etc.
    L’equilibrio tra queste due esigenze è difficile da mantenere.

    Io vorrei commentare un’affermazione fatta in un OT, da un lato perché è tipica di una certa forma mentis, dall’altro perché può gettare luce su una certa “cultura di destra” diffusa anche a sinistra. Mi riferisco al “Culto del Capo”, al Führerprinzip, che è un aspetto particolare di un modo di ragionare tutto per Grandi Individui, Grandi Personalità, Grandi Nomi, il Genio, l’Eroe… Una “reductio ad unum” tutt’altro che materialistica, che va a scapito della molteplicità e della collettività dei processi.
    Inoltre, correggere questo sfondone mi serve a ribadire l’imperativo “Storicizzare sempre!”, perché solo da una conoscenza a dir poco sommaria della storia può nascere questo culto del “Battilocchio”, come lo chiamava un grande marxista italiano, uno un po’ troppo rigido ma che scrisse cose importanti.

    Dire che a “rompere il culo ai nazi” fu… Stalin è indicativo di tale sovra-personalizzazione idealistica, pensiero di destra diffuso a sinistra.

    A sconfiggere il nazifascismo sul fronte orientale fu la classe operaia sovietica organizzata nell’Armata Rossa, a partire dalla controffensiva di Stalingrado. La grandiosità di quell’evento e di quella risposta di massa va rivendicata fino in fondo, a prescindere da tutte le critiche anche durissime che facciamo all’URSS, ai suoi tragici errori, alla burocratizzazione “del socialismo in un solo Paese”, a tutte le contraddizioni di quell’esperienza.
    Esperienza che è complessa e non può essere ridotta tutta e unicamente al terrore, alle purghe, al gulag, com’è invece la voga in Occidente.

    Certo è che le purghe staliniane di danni ne fecero *parecchi*, ma proprio tanti. Anche e soprattutto sul piano militare.

    Intanto, come avevano fatto i nazisti ad arrivare fino a Stalingrado?

    La risposta è relativamente semplice: le purghe avevano decapitato l’Armata Rossa, eliminando gli alti ufficiali più capaci, a partire da Tuchačevskij (accusato di “trotskismo” e di voler rovesciare Stalin con un putsch, torturato sotto la supervisione di Yezov, infine ucciso con un colpo alla nuca), allargando subito la repressione a Jakir, Uborevič, Ejdeman, Kork, Putna, Fel’dman, Gamarnik e Primakov (praticamente la crema dello stato maggiore!), per poi scendere giù, fino ai gradi inferiori. Furono colpiti 35.000 ufficiali su 144.300. Un’ondata di paranoia e terrore che a partire dalla primavera 1937 compromise gravemente l’abilità dell’Armata Rossa di resistere a un’invasione come quella tedesca del 1941.

    Tuchačevskij fu pienamente riabilitato nel 1957, con la “destalinizzazione”. Non è che io voglia farne l’apologia, era stato anche il repressore di Kronstadt, ma è innegabile che negli anni ’30 lui e quella leva di alti ufficiali avessero iniziato una grande modernizzazione dell’Armata Rossa, introducendo l’aviazione, i paracadutisti e le forze corazzate.

    Quel processo di modernizzazione fu interrotto e compromesso dal terrore staliniano. L’Armata Rossa fu decimata e questo è il motivo del grave scacco dell’estate ’41, quando con l’Operazione Barbarossa il Terzo Reich penetrò in Unione Sovietica come un coltello nel burro.
    Per riorganizzarsi in modo efficace, le forze armate sovietiche ci misero un sacco di tempo, e il ritardo fu fatale.

    E’ probabile che, senza le purghe, i tedeschi a Stalingrado non ci sarebbero nemmeno arrivati. E forse la seconda guerra mondiale sarebbe finita molto prima.

    Ergo, la leadership di Stalin rischiò seriamente di far vincere i nazisti. La controffensiva di Stalingrado si ebbe *nonostante* lui, e in ogni caso riparò a una catastrofe che lui e la sua cerchia avevano creato.

    [Va anche detto che nel '39-'40 Stalin era ancora in buoni rapporti con Hitler, in virtù del Patto Molotov-Ribbentropp con cui le due potenzie si spartirono la Polonia. Il 21 dicembre 1939 Hitler mandò a Stalin un telegramma con tanti auguri di buon compleanno, aggiungendoci l'auspicio "per un felice domani del popolo di un'Unione Sovietica amica". Etc. etc. Il patto fu rotto dai tedeschi solo nel giugno del '41, con la già citata Operazione Barbarossa.]

    Insomma: storicizzare sempre; non fermarsi mai alla pseudo-storiografia del Grande Nome; non prendere scorciatoie manichee; guardarsi dal Culto del Capo, vera e propria manifestazione di cultura di destra del tutto trasversale agli schieramenti.

  144. Don Cave says:

    @ Ponyf80

    Anche sul tema della partecipazione, Grillo non ha inventato nulla. A parte il fatto che la trasparenza interna a quel movimento/partito (controllo dell’operato degli eletti e loro revocabilità) è un assunto sempre più discutibile, anche alla luce dei fatti recenti. Ma, se anche così fosse – e non lo è – il M5S non sarebbe né la prima, né l’unica realtà politica ad inserire precise regole interne di condotta per favorire la democratica elezione, il controllo e la revocabilità degli eletti. E nell’universo della sinistra anticapitalista – fidati – c’è chi fa di principi del genere ben più che uno slogan da sbandierare in piazza per poi tradirlo (con modalità davvero staliniste, giusto per restare in tema) nella pratica politica.

  145. Flap says:

    1- Culto del capo/guru/profeta che è anche gran parte del successo di Grillo.

    2- Perchè la partecipazione e il dibattito libero ed aperto a “sinistra” nella sinistra radicale si è sempre fatto senza bisogno di qualcuno che “concedesse o stimolasse” lo spazio per farlo: collettivi, comitati, associazioni, perfino circoli di base di partiti come Rifondazione Comunista (altro che la vulgata piccolo-borghese secondo cui nei partiti ci sarebbe “l’adeguarsi alle direttive dall’alto”, cosa che, neanche troppo paradossalmente – vedi punto 1 – vedo più nel movimento di Grillo).

    (1+2=) 3- per questo mi sembra che il movimento di Grillo attiri più che altro gente “impolitica”, nel senso di persone abituate ad aspettarsi sempre qualcosa da altri più in alto: persone che hanno sempre delegato col voto, o ai sindacati, senza però prendere in prima persona lo sbattimento di cercare di cambiare le cose, o, specularmente, persone che hanno sempre rifiutato la delega e “l’affido” per mantenere la propria individualità suppostamente minacciata dall’adesione a qualcosa di più grande ma senza uscire dalla dicotomia bianco/nero, per cui senza mai fare il passaggio alla partecipazione diretta invece che mediata fiono a quando qualcuno gliel’ha indicata dall’alto (Grillo).

    E allora, freschi e nuovi nel mondo reale, ci entrano mantenendo però intorno a sè la loro non conoscenza del mondo reale come griglia interpretativa di tutto: in un mondo a due dimensioni dove ci sono i “cittadini” da un lato e solo i “politici corrotti” dall’altro, dove scompaiono le questioni di classe o l’esistenza stessa della questione sociale nei suoi termini reali (il fatto che i lavoraotri stanno male perchè i capitalisti stanno sempre meglio), dove secoli di impegno individuale e collettivo dei lavoratori, delel loro organizzazioni e auto-organizzazioni non esiste perchè nascosto dalla cortina fumogena del revisionismo in mezzo al quale sono cresciuti, allora possono sentirsi, senza rendersi conto dell’assurdità della cosa, i “nuovi” (nel senso di “prima di noi nessumo mai”…) apostoli della verità, della moralità, del “giusto”, etc. etc.

    Dove la presunzione non è neanche tale perchè figlia dell’ignoranza (nel senso di non sapere) e della sufficienza (nel senso di non farsi venirer il dubbio di non sapere).

    Vabbè.
    Comunque un’altra cosa che vedo sempre in queste discussioni è il meccanismo del “ragionamento ad aut aut autogiustificativo nelle premesse”, ovvero: data un’analisi del reale (o dell’argomento in questione), ridotto a un “aut aut” di comodo semplificatorio, si costruiscono sopra questa riduzione del complesso ad hoc teorie più o meno fumose ma quasi tutte auto- dimostrate dalla scelta dell’aut aut iniziale (credo che si aun modo tipico del ragionamento interno al sistema – vedi sociologie varie – ma non sono abbastanza tecnico da saperlo nominare – nè probabilmente, purtroppo, descriverlo bene).

  146. sils says:

    @ David Militante
    D’accordo: le cazzate meritano risposte.
    I numeri macabri di cuba (1959 fino oggi)
    Fucilati: 5621. Assassinati extra giudizialmente : 1163 Prigionieri politici morti in carcere
    per i maltrattamenti, mancanza di cure mediche o cause naturale: 1081 “Guerrilheiros” anticastristas uccisi in combatte:1258. Soldati cubani uccisi in missione estere: 14160.
    Morti o “desaparecidos” in tentativo di fuga da Cuba: 77824. Civili uccisi in attacco chimico a Mavinga; Angola: 5000. “Guerrilheiros” della Unita uccisi in combatte contro le truppe cubane:9380. Un totale di 115.127 ( non inclusi quelli uccisi in attività sovversiva all’estero)
    Questi dati sono disponibile in tanti documenti pubblici. Ti consiglio” NetforCuba”
    Io potrei veramente darti dei nomi di persone uccisi , che conoscevo addirittura perché sono di quella generazione e sono Latino Americano . Non lo faccio per rispetto ma lo trovi si veramente vuoi. Io ho vissuto quello che critico.
    Mi sembra che a te gli USA non piace, magari perché sono un po.. come direi.. Imperialisti.
    Mi va bene, ma come sicuramente sei un “Militante” potreste aggiungere una firma per la liberazione dei prigioniere politici in una petizione creata da Zapata Tamayo
    ( http://firmasjamaylibertad.com/ozt/index.php#top ) .

    Devo dire che dittatori mi portano al asco , sensazione fisica di nausea. Quando ero giovane sono stato istruito da rivoluzionari Cubani con una massima del “CHE” . In Italiano suona più o meno così: L’odio trasforma un uomo in una efficiente machina di uccisione. Un sentimento “rivoluzionario” , che secondo loro mi serviva nella lotta contro la dittatura al quale ero sottoposto.

    Oggi so che le discussione come questa di WM, cambiano le cose di più che la mistificazione di certi banditismi che diventano atti eroici.
    Quello che chiamo … Banalizzare il Male é una patologia molto comune. Fidate

    Silvio D’Amico

  147. Ponyf88 says:

    @ Flap

    Sul punto 2 non sono per niente d’accordo. Lo dico da emiliano che vede quale fine fanno le istanze di sinistra, generalmente in nome di alleanze, e nel solco della vulgata del ‘battere le destre’.
    Ovviamente ci sono eccezioni e non intendo nemmeno criticare l’attivismo di base che invece è piuttosto vitale: parlo invece dell’agire politico dei partiti di sinistra ed al loro grado di democrazia interna, che davvero nell”universo della sinistra anticapitalista’ (italiana) faccio fatica davvero a fatica a definire sufficiente.
    Non ne so abbastanza, lo ammetto, però ovviamente non mi riferisco a collettivi ed assemblee, ma a partiti presenti sul territorio come PDCI, Rifondazione ecc..
    PS: non faccio l’avvocato difensore del M5S, semplicemente è una sfida posta che a mio avviso è importante raccogliere, a prescindere dal fatto che i grillini la posseggano davvero o meno.

  148. Ponyf88 says:

    Sigh scusate, non ho riletto il post e stanotte ho dormito poco.
    Al prossimo mi prenoto per l’italiano.

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Per Stefano Tassinari. La sua voce, un archivio, il crowdfunding

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«I Wu Ming si sono venduti da subito [...] Penso che in Italia molti autori che sono stati considerati particolarmente d’avanguardia avevano già un’idea molto precisa di entrare in certe condizioni nella grande editoria e quindi avevano l’idea di vendersi già da prima [...] Sul New Italian Epic debbo dire che a me sembra soltanto una presa per il culo. Uno studio recente ha dimostrato che in Italia esistono soltanto ottocentomila grandi lettori: ottocentomila persone vuol dire uno stadio italiano, non vuol dire chissà cosa.»
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«Asserviti al mercato. Leghisti col calamaio. Una parodia dell’antipolitica applicata alla letteratura. Una versione (postmoderna) dello zdanovismo, o una declinazione letteraria della battaglia ratzingeriana contro il "relativismo culturale".»

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«I "compagni" del blog wu ming (parola che significa "anonimo", bello, vero?) [...] sono diretti da una parte dei servizi e sono – loro si – assai ben foraggiati dall’area pd, la loro spedizione squadrista ad un nostro banchetto (nella quale hanno avuto la peggio) di ieri, fa parte di questa strategia concertata...»

«Sorrido della vostra spocchia arrogante.»

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In quest'anno CCXXII dopo la Rivoluzione (corrispondente al 2014 dell'era cristiana), oltre a presentare il libro e suonare con il Contingent, stiamo portando in tour ben sei «reading-concerti» con diversi ensembles di musicisti. In ordine alfabetico:

L'Alfabeto delle orme (WM2 & Frida X)
Emilio Comici Blues (WM1 & Funambolique)
Quattro (WM2 & Frida X)
Razza partigiana (WM2 & supergruppo, in tour dal 2009)
Surgelati (WM2 & Contradamerla)
Zó bòt!!! (Cvasi Ming: WM1 & 2/3 degli Switters

Testimonianze sonore di questi progetti si trovano qui...

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