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Henry David Thoreau, Walden. Vita
nel bosco, Donzelli 2005
Presentazione di Wu Ming 2
Facciamo un esperimento.
Dimenticate per un attimo l’età anagrafica di questo libro
e immaginate che sia uscito ieri.
Terminata la lettura, che cosa vi resta? Intendo dire: cosa c’è
dentro Walden a prescindere dal suo essere un classico, pieno
di citazioni, rimandi, enigmi filologici, per non parlare di quanto può
aver influito nella costruzione di un’identità yankee?
Due elementi spiccano tra gli altri: uno più seduttivo, l’altro
più strategico.
Sono pronto a scommettere che tutti i commenti su Walden, anche
i tanti che non ho letto, contengono prima o poi l’aggettivo attuale,
quasi si trattasse di un appellativo omerico, appiccicato alla copertina
come un secondo sottotitolo.
In effetti, molti temi affrontati qui per la prima volta sono più
urgenti oggi di centocinquant’anni fa. La ricerca di uno stile di
vita sostenibile, il dialogo con le filosofie orientali, il rapporto paritario
con la Natura, la critica al lavoro e alla società dell’abbondanza.
Eppure, la grande attualità del libro, ciò che tuttora lo
rende efficace, non emerge da questi contenuti.
Se è vero che Thoreau ha inaugurato determinate riflessioni, così
vivaci da interrogarci ancora, è normale che le sue risposte non
sembrino più tanto originali. Il dibattito odierno ci ha pasteggiato
fin dagli inizi e la digestione è ormai a buon punto. Ciò
non toglie che la lettura di Walden quasi ti costringe a impugnare la
matita per sottolineare frasi, aforismi illuminanti, slogan ideali per
una collezione di T-shirt. Merito di una scrittura limpida e tagliente,
capace di cambiare registro a ogni capoverso: dalla precisione del naturalista
alle metafore del veggente, dai numeri del contabile alle liriche del
poeta, dalla spocchia intellettuale alla semplicità del boscaiolo.
È come guardare le imprese sportive di un calciatore d’altri
tempi e confrontarle con quelle dei nuovi campioni. Da una parte eleganza
e leggerezza, dall’altra muscoli e risultati.
La voce di Thoreau, la sua capacità retorica, è proprio
l’elemento seduttivo cui accennavo sopra. Impossibile non
restarne affasci nati. Detto questo, sono convinto che su cento lettori
almeno novanta arrivino in fondo al libro dopo aver saltato interi capoversi,
con descrizioni di scoiattoli e nevicate. Dal punto di vista stilistico,
quelli sono i passaggi più sorprendenti, veri e propri documentari
con cent’anni d’anticipo. Fatto sta che l’elemento seduttivo
non basta a sé stesso. Poi, ricordate l’esperimento: il libro
è uscito ieri, i filmati di Richard Attenborough sono già
roba vecchia.
Allora, è del tutto evidente che Walden ci intriga al
di là delle considerazioni estetiche. Non è l’ennesimo
classico da contemplare, c’è qualcos’altro.
La mia impressione è che in questo scritto Thoreau abbia delineato
una metodologia ben precisa, un modo di pensare, una cassetta degli attrezzi
per riparare guasti ancora aperti. Questo metodo Walden integra in maniera
inedita tre diverse strategie, in apparenza molto distanti: l’essenzialità,
lo humour e il selvatico.
Vediamo di cosa si tratta.
1) Essenzialità.
Mentre le ideologie godono sempre di ottima salute, i valori condivisi
rischiano davvero l’estinzione. Individualismo e Civiltà
– due facce della stessa medaglia – sono in agguato per occuparne
la nicchia biologica. L’etica sperimentale del Walden ha
le carte in regola per respingerli entrambi.
Quando Thoreau costruisce la capanna sulle rive del lago, non lo fa per
una scelta di vita. Due anni dopo soggiorna di nuovo nel mondo civile.
Si tratta piuttosto di un esperimento di filosofia pratica, la ricerca
di un’unità di misura per valutare le proprie abitudini.
Essenzialità non significa privazione. È solo il punto di
partenza per una maggiore consapevolezza.
I comportamenti più radicati, le convenzioni sociali, vizi &
virtù: tutto va messo in discussione e valutato di persona. «Non
ci si può fidare, senza prove, di alcun modo di pensare o di fare,
per quanto antico». Non stupisce che un intero capitolo illustri
come l’autore ha determinato la profondità dello stagno,
da tutti considerato senza fondo. Ogni uomo deve trasformarsi in San Tommaso
e infilare il dito nelle piaghe della Tradizione. Occorre azzerare l’etica
e ripercorrerla da capo, senza la pretesa di approdare a un sistema assoluto
e valido per chiunque. Spinoza provò a dimostrare i principi dell’etica
come fossero teoremi; Leibniz sognò un linguaggio matematico, dove
qualunque disputa potesse risolversi calcolando; per Thoreau, l’unica
certezza è la capacità dell’uomo di scegliere e cambiare.
«Io non vorrei che nessuno adottasse il mio modo di vita […];
perché […] desidero che ci sia al mondo il maggior numero
possibile di persone diverse; ma renderei ciascuno molto attento a scoprire
e perseguire il suo modo». Detta così, pur col solito fascino,
sembra la classica frase relativista che esalta la diversità per
giustificare l’indifferenza Thoreau canta l’individuo, esalta
l’autonomia e non potrebbe essere altrimenti: ciascuno deve fare
il proprio cammino. Eppure il suo spirito nomade, quella che lui stesso
chiama extra-vaganza, gli impedisce di isolare il singolo in un castello
al centro del mondo, «come se ci fosse sicurezza solo nella stupidità».
La vera sicurezza sta nell’umorismo, che mette in crisi l’individuo
e il suo essere misura di tutte le cose. «L’universo è
più vasto di ciò che vediamo».
2) Humour.
Da Freud a Pirandello, da Bergson a Bateson esistono molte teorie dell’umorismo,
ma quasi tutte concordano nel farlo sorgere da una contraddizione, un’incongruenza
di significato che genera stupore. A sua volta, questa meraviglia può
esaurirsi in sé stessa, produrre una sonora risata o sfociare in
un atteggiamento divertito che coinvolge tanto l’incongruenza iniziale
che la meraviglia stessa. Ci si stupisce del proprio stupore, perché
chi ride con umorismo ride soprattutto del suo modo di vedere il mondo.
Come scrive Calvino nelle Lezioni americane, lo humour –
a differenza della comicità – «mette in dubbio l’io
e il mondo e tutta la rete di relazioni che lo costituiscono» .
I Viaggi di Gulliver – in questo senso – è
il romanzo umoristico per antonomasia, e Walden gli somiglia più
di quanto non emerga a prima vista. Mettete lavoratori irlandesi e filosofi
wasp al posto di Lillipuziani e Cavalli saggi e il gioco è fatto.
L’ incongruenza fondamentale nasce dal primo passo del metodo Walden.
L’essenzialità genera letture inattese per situazioni usuali
e questa divaricazione tra vecchio e nuovo è sempre contraddittoria.
In alcuni casi, l’uomo dei boschi si limita a fare propria la nuova
prospettiva e a difenderla con l’ard o re tipico dei convertiti.
In altri, deride le vecchie convinzioni, divertito dalla loro assurdità.
Ma nei passaggi più profondi, proprio grazie all’umorismo,
prende coscienza del suo essere profondamente meticcio: la purezza
dell’eremita è lontana mille miglia, la città più
vicina, una manciata di chilometri.
«Nessuno è così povero da doversi sedere su una zucca.
Quella sarebbe indolenza». Come si vede, anche l’essenzialità
ha le sue incongruenze. Anzi: cosa c’è di più contraddittorio
del tentativo di smantellare le convenzioni a partire dall’individuo,
sorgente primaria di qualsiasi abitudine? La contraddizione è nell’occhio
di chi guarda.
Ecco per quale motivo nessuno può trasform a re il proprio percorso
di verifica in punto di vista assoluto. La verifica non ha un traguardo,
agisce su se stessa, come una funzione ricorsiva: «Lasciai i boschi
per una ragione altrettanto valida di quella per cui vi ero andato. Forse
mi sembrava di avere parecchie altre vite da vivere […]. Ero là
da appena una settimana e già i miei piedi avevano segnato un sentiero
dalla porta della mia casa alla riva dello stagno».
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3) Selvatico
Thoreau punta sul singolo per due ragioni. La prima è di carattere
metodologico: ciascuno deve partire da se stesso. La consapevolezza nasce
da un’indagine personale; se fosse un processo collettivo, puzzerebbe
troppo di consuetudine. A bilanciare questa pre messa, interviene lo humour.
La seconda ragione, è di natura pratica: «L’uomo che
viaggia da solo può partire oggi; ma chi va con un altro deve aspettare
finché l’altro è pronto». Ciò non toglie
che anche tra gli individui, non tutti siano pronti allo stesso modo.
Thoreau dichiara più volte di voler lasciare tranquille le persone
soddisfatte, contente di lavorare e vivere in società. Chi ha bisogno
di una nuova vita appare più pronto di chi potrebbe solo desiderarla.
Questo riferimento alla dimensione materiale del bisogno, amplifica
l’esperienza del singolo e la rende collettiva. I più pronti
a «perdere il mondo per ritrovare se stessi», sono coloro
che, in quel mondo, hanno ben poco da guadagnare. La loro ricerca –
benché individuale – nasce tanto da pulsioni intime che da
esigenze condivise.
I più pronti, allora, dovrebbero far coincidere le proprie necessità
spirituali e materiali. La loro ricerca – benché individuale
– approderebbe così a risultati più ariosi.
Purtroppo, l’uomo non è (più) capace di conciliare
spirito e materia. Solo nel contatto con la Natura può sperimentare
una parvenza di unità ed imparare così a riprodurla. Nella
Natura, infatti, c’è un elemento che coinvolge spirito e
materia allo stesso modo, una sorta di sintesi tra i due opposti. Questa
sintesi è il selvatico: «Ci serve essere testimoni della
trasgressione dei nostri stessi limiti, e di qualche vita al pascolo libero
là dove non vagabondiamo mai».
Dosi abbondanti di selvatico rieducano l’individuo a sentire la
vita, che è un brulicare del cuore e dello stomaco. E se il cuore
batte in ciascuno a un ritmo diverso, lo stomaco è più o
meno lo stesso per tutti. Il tonico della Natura diventa così un
alleato ulteriore per sconfiggere i rischi dell’individualismo.
Basta così. Forzature ne ho fatte a sufficienza. Immagino che questo
parlare di un metodo Walden sia poco più che un delirio personale.
Ciononostante, considero lo stesso i tre elementi che ho evidenziato –
essenzialità, umorismo e selvatico – quanto di più
originale e innovativo ha da offrirci questo libro, anche nel caso li
considerassimo separati.
L’essenzialità, come indagine sul proprio stile di vita,
di consumo e di pensiero, è all’ordine del giorno per tutte
quelle persone che hanno bisogno di un altro mondo, che lo ritengono possibile,
che considerano necessario iniziare a costruirlo subito, adesso, a partire
dalle scelte di ciascuno. Sicuri che queste scelte, se nascono dal cuore
e dallo stomaco, sono destinate a confluire.
Lo humour, preso in sé, è l’unica valida alternativa
agli stili retorici dominanti: l’apocalisse e l’ironia, che
avvolge e raffredda qualsiasi discorso, arte di non mostrarsi mai coinvolti,
sempre distaccati, per poter restare in bilico e decidere all’ultimo
se farsi prendere sul serio. L’umorismo non lascia scampo a questo
atteggiamento: chi osserva finisce osservato; chi vorrebbe sfiorare la
superficie rimane sommerso; chi amerebbe giocare con la contraddizione
se la ritrova negli occhi. Senza mai perdere la leggerezza.
Infine, quella del selvatico è una prospettiva ancora piuttosto
inusuale nel nostro rapportarci con la Natura. Da una parte la «difesa
dell’ambiente», perfettamente giusta e auspicabile in quanto
tale, ci ha condannati a una perenne nostalgia di purezza; dall’altra,
«amore per la Natura» è diventato uno slogan, un atteggiamento
condiviso ma svuotato di senso. Grazie a questo libro possiamo tornare
a percepire la Natura come una vibrazione selvaggia, che si propaga allo
stesso modo da vette incontaminate o prati suburbani, per risuonare dentro
ciascuno di noi, a metà strada tra lo stomaco e il cuore.
Wu Ming 2
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