Intransigenti con noi stessi

Sul suo blog, Giuseppe Genna intervista Wu Ming 4 su Stella del mattino. Qui sotto, uno stralcio di risposta. Il testo completo è qui.

Credo che mentre il Paese sprofonda, decade, marcisce, esista un pezzo di società che va in tutt’altra direzione. A questa parte sana va ascritta quella produzione letteraria che si muove verso un’assunzione di responsabilità narrativa (se mi passi il termine). Esistono romanzi che pretendono ancora di raccontare il mondo, di tenere alta l’attenzione del lettore, di scavare nel passato o nel presente per restituire alle narrazioni un afflato collettivo. La narrativa nasce rivolta alla collettività, è per questo che si pubblica, cioè si rende pubblico ciò che si scrive, perché si presume che altri possano rispecchiarsi in quello che scriviamo, che ne vengano coinvolti. Come dice Mario Tronti, la scrittura è sempre un corpo a corpo con la storia, oppure, aggiungo io, non è niente. Questo perché la storia è ciò in cui siamo immersi, è il luogo dove viviamo. Quindi, come dicevo, non è mai indifferente cosa si racconta e come lo si racconta.
Per venire a Lawrence, la considerazione potrebbe essere questa. La letteratura ha sempre avuto questa capacità magica di farci immedesimare in altre persone e viaggiare in altri luoghi, ovvero di farci uscire da noi stessi per vedere le cose con occhi diversi. Il sabotaggio dei segni dominanti passa attraverso storie che allargano gli orizzonti di senso e scavano gallerie sotto le macerie del Paese che ci crolla addosso. Essere altrove, per Lawrence come per noi, significa trovarsi là dove non si è attesi, scartare, battere nuove piste, con coraggio, riuscendo a fare in pochi il lavoro di molti. Prendere coscienza del proprio percorso condiviso senza bisogno di farsi compagine, lobby, mafia, esercito. E’ solo così che la parte sana del Paese può sperare di uscire dal pantano, conducendo una guerriglia culturale per “bande”, aprendo vie di fuga, creando prerequisiti di futuro possibile. In mezzo al caos calmo che ci circonda non ci sono rendite di posizione da mantenere, non se si conserva un briciolo di onestà intellettuale. Il deserto può essere attraversato, mappato, percorso in molte direzioni. Per parte loro, i narratori devono dimostrare, prima di tutto a se stessi, di essere in grado di farlo.

38 Responses to “Intransigenti con noi stessi”

  1. monica Says:

    Molto molto stimolante, non ci sono dubbi… un paio di cose a caldo:
    1) tragedia greca sì, ma non troppissimo.. i personaggi della tragedia greca sono figure totalmente sottomesse al fato, anche nei loro gesti di rottura, anzi, sono spesso gli dèi a imporgli delle scelte, mentre qui è tutto il contrario: gli attori sono tutto tranne che marionette, ed evolvono continuamente, anche nella consapevolezza dei loro errori. A me ricordano più i personaggi delle commedie (un po’ meno quelli delle tragedie) shakespeariane, che imparano dai propri errori, ne parlano apertamente, e quindi riportano l’equilibrio nel finale.
    2) Sulla questione della creazione dei personaggi da soli rispetto a quella collettiva credo che ci sia un personaggio meno compiuto, forse per questo motivo: Lewis. Ho sentito una distanza affettiva da lui, l’hai provata anche tu? Concordo con il suo transfert su Lawrence, ma in qualche modo mi manca un perché più profondo, più “lurido” di quello che emerge dal romanzo.

  2. Wu Ming 4 Says:

    Sì, ma vorrei distinguere.
    Rispetto alla costruzione del personaggio non escludo affatto che avrei potuto scavare più a fondo. Essendo Lewis quello su cui ho speculato di più, inventato di più, forse avrei dovuto preoccuparmi di esplorare meglio i suoi trascorsi per renderlo maggiormente vivido e mettere meglio a nudo il cuore “lurido” della faccenda.
    Tuttavia tieni presente che nella mia testa, nelle mie intenzioni, Lewis doveva ricoprire il ruolo del “cattivo”, quindi era scontato che restasse più distante degli altri dalle simpatie del lettore. Mentre nei confronti degli altri tre è facile provare empatia, perché in fondo sono i “buoni”, sono vittime (magari delle proprie contraddizioni), con Lewis questo passaggio è più difficile. Voglio dire che è difficile anche per me e l’ho messo in conto dall’inizio. Questo perché Lewis è carico soprattutto d’odio, rancore, invidia, omofobia, che non sono certo sentimenti attraenti. Difficile che riesca a farsi voler bene uno così, anzi per me è proprio odioso. Questo (sempre nelle mie intenzioni, non è detto che ci sia riuscito sulla pagina) dovrebbe creare un certo straniamento nella misura in cui la sua indagine su Lawrence lo porta a una verità. Cioè lo porta a riconoscere Lawrence come agente dell’imperialismo, cosa che in effetti è stato. In misura minore, se ci pensi, è un po’ l’effetto anche del personaggio di Nancy, che è piuttosto antipatica nel suo modo di porsi, a tratti perfino arrogante, però dice cose giuste, difficile darle torto.

  3. monica Says:

    Quando dico distanza affettiva lo dico non nei confronti del personaggio evocato (che è abbastanza odioso) ma nei confronti del personaggio come oggetto letterario.. forse avrebbe avuto più spessore dandogli maggiore passato/spiegazione. Si tratta comunque di minimi dettagli, sfumature, cose che nel romanzo ci sono in ogni caso.
    Posso cmq dirti che l’elenco dei personaggi nel risvolto di copertina è un’idea eccellente (l’avevo reclamata anche per Manituana [nel secondo livello del sito] ma ero stata spernacchiata ;-) ), mi è stato molto molto utile e mi ha permesso di godermi di più la lettura.

  4. gert Says:

    già troppe informazioni si aggirano intorno a stella del mattino. non leggo ma posto, acquistato la scorsa domenica l’ho in lista, prima di previsioni del tempo e dopo la versione di barney…mi sollazzerò dopo la lettura a capire quale recensione è stata più attenta, intelligente, sferzante o indulgente

    a presto, gert (sperando che non vi dispiaccia)

  5. sergio Says:

    Orwell, credo ha detto “Chi controlla il passato controlla il futuro… Chi controlla il presente controlla il passato.” Ha detto anche “Per uno scrittore creativo, possedere la verità è meno importante di una sincerità emozionale.” Queste citazioni le ho raccattate in internet, quindi mi scuso
    se non sono precise. Ma mi ha colpito quando dici “la storia è ciò in cui siamo immersi, è il luogo dove viviamo. Quindi, come dicevo, non è mai indifferente cosa si racconta e come lo si racconta.” e poi ” La narrativa nasce rivolta alla collettività, è per questo che si pubblica, cioè si rende pubblico ciò che si scrive, perché si presume che altri possano rispecchiarsi in quello che scriviamo, che ne vengano coinvolti.”
    Riporto qui una riflessione fatta nel mio blog un paio di settimane fa, pensando ad un eventuale scrittore in cerca di idee per questo tempo disgraziato (per dire: ho appena fatto la revisione della macchina e ho dovuto cambiare tutti i pneumatici, senza contare che Putin si è trovato un clone nell’indifferenza generale e da noi il governo ha giurato)…..

    http://sergiopaoli.splinder.com/post/17039731/La+materia+%28quella+grigia+e+qu

    E non son rose, no, ma stan fiorendo. E se si vuol proprio scrivere, non si può che parlare dell’oggi (anche parlando del passato, o forse soprattutto).

    Più semplicemente (visto che la complessità spaventa la maggioranza), “la storia siamo noi…nessuno si senta escluso…nessuno si senta offeso”.

  6. andrea consonni Says:

    ciao, premetto che ho letto tutti i libri di luther blisset e wu ming, in tutte le sue costole. appassionandomi, e innamorandomi, su tutti, di Q e Manituana (quest’ultimo soprattutto per aver trattato argomenti a me cari e di cui ho letto parecchio fin da piccolo). constatando, e argomentandolo nelle recensioni, che subivano comunque un calo nelle pagine finali, su tutti il finale di 54, che non mi aveva del tutto convinto. Come se la tensione stilistica ed emozionale, non reggesse appieno. Beh, ecco, Stella del Mattino, mi ha deluso. E parecchio. Ero molto incuriosito dall’argomento: avevo digerito parecchie volte il film…e sempre con non molto piacere, ma la famiglia, si sa, lo voleva sempre vedere….incuriosito da come avrebbero trattato il personaggio e la situazione di allora.
    Beh, ho trovato il libro un po’ “costruito”, un po’ piatto, con un meccanismo che sta un po’ invecchiando. Si sta ripetendo a mio parere un po’ troppo spesso. Come se sapessi già, pagina dopo pagina, cosa sarebbe successo, come lo avresti trattato. Ci sono gruppi punk, che ripetono lo stesso disco migliaia di volte e li ascolti sempre con piacere, perchè mantengono la freschezza, l’identità viva, la carica. In questo libro non mi è successo. E secondo me, la pecca è soprattutto nel tratteggiare le vite di coloro che sarebbero diventati “famosi scrittori” e di poeti già affermati. Insomma, sembra un librettino di un’altra Storia. Mi è sembrato che restasse tutto in superficie. Molto estetizzante. Non l’ho sentita la puzza delle trincee, degli scoppi, del dolore. Ho vissuto da parte a mio nonno, che è uscito traumatizzato prima delle campagne in jugoslavia e poi dalla sua esperienza con Tito. Si svegliava ancora a 80 anni, coprendosi dietro una coperta e sparando. Le lacrime agli occhi. Se sbattevi troppo una porta, si voltava come pronto a spararti. Se l’è portata dentro questa sofferenza fino alla morte.
    E poi traspare troppo quello che tu vorresti dire sul mondo di adesso. Fin troppo semplice. Sono chiare come la realtà che stiamo vivendo adesso con le guerre per esportare la democrazia, la Palestina sotto occupazione, la Siria, il Libano, ma è come se passasse più il mondo contemporaneo che il 1920. Fatico a spiegartelo via internet. Ma alcuni passaggi mi sono sembrati un po’ troppo bozzettistici, semplificati. Lo so è un romanzo, ma è stata un’occasione persa.
    E anche Lawrence. Ci sono le sue maschere, le sue pose, la leggenda, ma non so, resta così superficiale, proprio carta.
    Speriamo nel prossimo.
    Ciao
    andrea

  7. Wu Ming 4 Says:

    Caro Andrea,
    finalmente una stroncatura. Cominciavo a preoccuparmi.
    Devo confessarti però che al di là del “de gustibus non disputandum est” non riesco a decifrare pienamente le tue critiche. Forse, se hai voglia, potresti rimuginarle meglio in questi giorni e provare a esporle più approfonditamente.
    Intanto però voglio liberare il campo da quello che mi sembra essere un equivoco. Rispetto al piano storico-politico del romanzo la mia intenzione non era affatto quella di scrivere un testo a chiave e non credo di averlo fatto. Non c’è allegoria del presente, bensì coincidenza con il presente. Io – e non solo io – sono convinto che l’attuale situazione nel mondo arabo e i rapporti tra Occidente e Medio Oriente, abbiano trovato allora un nefasto punto d’origine e che si sia continuato a ripetere e infiorettare gli stessi errori fino ai giorni nostri. L’attuale dibattito sulla figura di Lawrence in Gran Bretagna verte proprio su questo e senza mezzi termini, visto che gli inglesi si trovano impantanati in una situazione assai simile, in buona parte figlia delle scelte fatte novant’anni fa. Forse ai nostri occhi disincantati di occidentali abituati/assuefatti all’autocritica può sembrare “bozzettistica” la proposizione di certi dibattiti e analisi, eppure se c’è una cosa su cui non ho usato molta immaginazione è proprio questa: mi sono basato su resoconti di conversazioni riportati da testimoni oculari e sulle lettere che Lawrence scrisse ai giornali. La verità è che già allora qualcuno era approdato a una consapevolezza lucida dei guai che sarebbero derivati da certe scelte. Ripeto: da quando è scoppiata la guerra in Iraq il dibattito nei paesi di lingua inglese ruota specificamente su questo. In sostanza quindi non sono io che voglio dire qualcosa sul mondo di adesso, ma erano loro – i personaggi reali che compaiono nelle pagine del romanzo – che lo hanno detto, con una sorta di “senno di prima”. E questa cosa a me fa impressione.

  8. Simone Says:

    Io la puzza delle trincee l’ho sentita eccome (mi rivolgo ad Andrea).
    Quando i personaggi si sentono distrutti solo perché sopravvissuti per caso al posto dei loro migliori amici, quando gli incubi, i ricordi annichiliscono dei giovani con tutta la vita davanti a loro….
    Piuttosto mi sconvolge il fatto che oggi, chi gioca con Grand Theft Auto IV ha un’esperienza di violenza più “sensorialmente traumatica” rispetto ad alcuni, forse pochi, militari USA che con i loro aerei bombardano l’Iraq: http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Downloads&d_op=getit&lid=2532&ext=_big.ram
    che guerra è questa?

  9. Wu Ming 4 Says:

    Provo ora a ribattere alle altre obiezioni di Andrea, tentando di interpretarle, perché appunto rimangono a mio avviso piuttosto generiche.
    Parto dalla sensazione di “costruzione” e “piattezza”, di “meccanismo che sta un po’ invecchiando”, e provo a rafforzare l’affondo. Effettivamente c’è una forma narrativa ricorrente nei romanzi di Wu Ming che potrebbe già mostrare la corda. Si tratta dello schema a capitoli alternati, con diversi personaggi le cui linee narrative si incrociano e divergono nel corso del romanzo. Se è questo che Andrea intendeva, allora sì, credo che lo schema sia stato ormai abusato da WM e che sia ora di cambiare.
    Però da qui a dire che leggendo Stella del mattino si sa già, pagina dopo pagina, cosa succederà, come verrà trattata la storia, etc., ce ne passa. A essere sincero faccio un po’ fatica a crederlo. E’ uno di quei concetti che secondo me dovrebbero essere riformulati e approfonditi. Se non si conoscono a menadito le biografie dei personaggi in questione credo davvero che tutto si possa dire fuorché che la storia raccontata nel romanzo è scontata o esposta in maniera scontata.
    Ancora: faccio fatica a capire cosa significa “mi è sembrato che restasse tutto in superficie”. L’affermazione è riferita alle vite degli scrittori protagonisti del romanzo. L’intero romanzo si svolge dentro la loro testa, ed è in buona parte una disamina dei loro stati d’animo, dei loro flash-back. La cosa può piacere o non piacere, potrò essere stato bravo o meno bravo a tratteggiare la psicologia dei protagonisti, ma che la narrazione resti in superficie, beh, anche questo proprio non vedo come lo si possa affermare.
    Poi Andrea dice che il taglio sarebbe estetizzante e di non essere riuscito a sentire il puzzo delle trincee, il dolore, mentre suo nonno sì che… Penso di poter capire cosa intende. Nessuno di noi ha fatto la guerra, e tanto meno “quella” guerra. Niente di ciò che possiamo scrivere riuscirà mai a eguagliare le memorie di chi c’era. Averci in parte provato, da parte mia è stato probabilmente un azzardo, perché, proprio alla luce di questa consapevolezza, ho scelto di andarci piano, di non entrare a piedi uniti nella guerra con un taglio presuntamente realistico, ma di trasformarla piuttosto in un luogo onirico, una specie di limbo mitico. L’ho fatto proprio perché ero consapevole di non poter restituire il puzzo delle trincee e il dolore. Tant’è che nel romanzo quasi ogni ricordo bellico dei protagonisti è ammantato di psichedelia e sogno. Come ho scritto nel post in apice a questi commenti, sono partito da una frase di Sassoon: “Era come se avessi visto la Guerra come potrebbe essere premonita dalla mente di un poeta epico fra cent’anni.”
    L’intenzione però non nasce soltanto dalla consapevolezza di un limite, ma anche dal fatto che i reduci hanno impiegato dieci anni a elaborare quell’esperienza (tutti i famosi memoriali o i romanzi biografici sulla Prima guerra mondiale sono stati pubblicati tra il 1928 e il 1930, con la sola eccezione di quelli di Junger). In un certo senso ho voluto trasporre sulla pagina proprio quell’afasia, quell’incapacità di ricordare e di raccontare, se non per frammenti, flash, immagini isolate. Può darsi che in questo intento abbia fallito.
    Per quanto riguarda poi le critiche al personaggio di Lawrence la mia perplessità cresce esponenzialmente. Andrea sostiene che al di là delle “maschere”, delle “pose”, della “leggenda”, di lui nel romanzo non resterebbe niente, se non “carta”. Insomma la persona/personaggio non ci sarebbe.
    Ora, nel romanzo vengono evocati la sua vicenda famigliare, il cursus honorum, i rapporti con un padre putativo, quelli con una madre matriarca, nonché l’unica relazione amorosa della sua vita e le patologie mentali che sviluppò tornato dalla guerra. Certo che la personalità di Lawrence resta contraddittoria, sfuggente, perché così deve rimanere, perché non si può spiegare un uomo come un quaderno e tanto meno un tipo intricato come lui. Ma se mi sento dire che nel romanzo ci sono solo pose, maschere e leggenda, non posso che suggerire una rilettura più attenta di certe pagine.

  10. andrea Says:

    ciao, sono andrea, in questi giorni sono un po’ impegnato (trasloco e lavori come ridipingere le pareti)…però mi fa piacere che comunque mi chiedi di spiegarmi meglio e di dettagliare alcune mie affermazioni.
    appena riesco, promesso che lo faccio.
    perchè ci tengo a voi/e a te.
    a lawrence no.
    ciao
    andrea

  11. Anna Luisa Says:

    a Wm4:

    solo una piccola curiosità che mi sono sempre dimenticata di chiederti, ma esiste veramente al museo di Oxford un quadro di S.A. o il riferimento è una tua invenzione ?

  12. Paola Di Giulio Says:

    Pace un attimo. Sto rileggendo il libro. Ben vengano le critiche, ma io continuo a vedere Stella del mattino come una cosa veramente ben bilanciata. Le figure di Graves e Sassoon mi sono familiari e le trovo tratteggiate sapientemente, Lewis e Tolkien posso dire di conoscerli meno – ma si tratta di un ‘bouquet’ di personaggi assolutamente centrato.
    Faccio una considerazione: con la quantità di personaggi storici che hanno circondato Lawrence in quel periodo e in quel contesto, tra gli eventi e le circostanze della sua vita dopo la guerra, la scelta poteva cadere su altri scenari – l’esperienza nella RAF, il ritiro di Cloud’s Hill, i rapporti con gli Shaw, e Dio sa cos’altro. Ma poche cose permettevano di fare un ritratto psichico probabile, se non questa corona di intellettuali e poeti – per restituire al lettore una immagine che è quasi la proiezione di ciò che Lawrence stesso avrebbe voluto.
    Lawrence è anche quello delle lettere a Lionel Curtis, a Charlotte Shaw, a E.M. Forster, a pittori e poeti. Sembra quasi che l’esperienza della rivolta araba sia stato poi un mezzo per avere credito presso un Parnaso di intellettuali più degni di lui. Ecco perché ho detto in precedenza che era un omaggio ad un’anima, senza tradimenti. Nel caso di Lawrence, Wu Ming 4, penso dopo una abbondante scorpacciata di libri e testimonianze (che avrebbero potuto portarlo altrove), è riuscito a intuire frammenti sostanziali della personalità di questa figura non meno reali dei dati biografici (e avrebbe potuto percepire altro). E ce li ha riconsegnati con molta sapienza, rispetto e umanità. Il resto ai biografi.

  13. Wu Ming 4 Says:

    Due risposte:

    Ad Anna Luisa. Ho trovato la notizia che Lawrence fece ritrarre S.A. all’Ashmolean Museum nel libro di Knightley e Simpson “Le vite segrete di Lawrence d’Arabia”, ma confesso di non essermi premunito di verificare la cosa, mi sono limitato a utilizzarla per i miei scopi narrativi. In sostanza non ho seguito le tracce del dipinto. Anche perché il pittore James Vaughan del mio romanzo è un personaggio di fantasia, che più o meno – perdonami Paola – miscela tre persone reali: Vyvyan Richards (compagno di stanza di Lawrence al Jesus College), Dermot Morrah, (compagno di stanza a All Souls College) e uno a scelta dei tanti pittori che lo ritrassero.

    A Paola. La tua conoscenza della materia ti mette in una condizione privilegiata. E’ esattamente come dici tu, il dubbio che mi ha accompagnato per diversi mesi mentre pensavo a come scrivere questa storia è stato da dove cominciare, quale periodo scegliere. Inizialmente avevo pensato al 1928 come piano del presente narrativo, ma poi mi sono accorto che avrei dovuto raccontare troppo, il romanzo avrebbe rischiato di assomigliare a una biografia romanzata. Inoltre il Lawrence crepuscolare post-conferenza del Cairo è in una certa misura già contenuto nel periodo precendente. Dopo molto ragionare ho pensato che isolare il periodo 1919-20 potesse essere la cosa migliore, non solo perché è un momento di confine della vita di Lawrence, ma soprattutto perché poteva esserlo anche per gli altri personaggi del romanzo. Quindi la trama si è condensata in pochi mesi. Inoltre, come certo saprai, un romanzo sull’esperienza nella RAF, in Afghanistan, sul rapporto con Charlotte Shaw, etc. è già stato scritto da David Stevens dieci anni fa (The Waters of Babylon). Infine: proprio il fatto che Lawrence si sia impegnato a incontrare e ad accreditarsi presso tutti i letterati e gli intellettuali della sua epoca, ha reso plausibile ai miei occhi l’incontro immaginario con Tolkien e con il giovane Lewis. Il resto, appunto, ai biografi.

  14. gert Says:

    mi scuso e lascio una breve che nulla ha a che fare con il post e i commenti precedenti:
    sto cercando di sviluppare uno scritto/romanzo/narrazione/racconto/etc. etc. sulla figura degli arditi del popolo e di uno dei tanti ‘gert’ che verosimilmente avrebbero potuto prendere parte alle giornate di parma. l’idea mi è venuta dopo la lettura di uno dei racconti presenti in ribelli! di cacucci, e mi appresto a leggere oltretorrente.
    avreste qualche fonte verso la quale indirizzarmi? ho bisogno di recuperare il maggior numero di documenti e di fare luce sulle ambiguità che ne caratterizzano l’immaginario.

    grazie

  15. Wu Ming 1 Says:

    La ricostruzione storica più significativa sugli AdP, almeno che io sappia, è l’eccellente libro di Eros Francescangeli, Arditi del popolo. Argo Secondari e la prima organizzazione antifascista (1917-1922), Odradek, 2000
    In libreria mi sa che è ormai molto difficile trovarlo, ti conviene ordinarlo on line, qui:
    http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/8886973152/ASI/300131
    o qui:
    http://www.unilibro.it/find_buy/product.asp?sku-495674&idaff=bui256
    Però cerchiamo di evitare i fuori-tema, per richieste di questo tipo contattateci via mail, qui per favore discutiamo di “Stella del mattino”.

  16. Eugenio Says:

    @WM 4

    “nelle mie intenzioni, Lewis doveva ricoprire il ruolo del “cattivo”, quindi era scontato che restasse più distante degli altri dalle simpatie del lettore.”
    chiedo scusa: io non conosco il personaggio storico Lewis, conosco solo il personaggio del romanzo. Come si fa per prima cosa, a livello di intenzioni, a voler far ricoprire il ruolo di “cattivo” a un personaggio? Non credi di andare incontro a una semplificazione un po’ discutibile? (per l’appunto, epica classica, manichea)?
    Ovviamente e fortunatamente questo nel romanzo non c’è, c’è molta più complessità anche intorno a quel personaggio. però da come ne parli non ti stupisci che non possa creare empatia nel lettore: la crea, per quanto mi riguarda… scavi nella sua psicologia allo stesso modo che negli altri personaggi… le sue ferite da reduce sono tanto profonde come la ferita che si apre nell’intero romanzo.

    Poi dai un’interpretazione: “è carico soprattutto d’odio, rancore, invidia, omofobia, che non sono certo sentimenti attraenti.”: certo, questi sentimenti attraenti non lo sono. E però tu stai dando UNA interpretazione che oltretutto è quella che ALTRI personaggi potrebbero dare di lui… tu che ci sei entrato dentro nel corso del romanzo ed io lettore che ti seguo… questi sentimenti non ce li ho visti, o meglio, potrei vederli ma già con una prospettiva interpretativa…

    infatti, mi permetto di dire: nella fascetta in seconda di copertina si dice:
    “una promessa lo costringe a una doppia vita. Per sopportarne il peso sente il bisogno di scoprire la verità sul divo del momento.”
    …io non l’avevo letta… ora: perché mi si dice in entrata che è per sopportare il peso della doppia vita che fa quelle ricerche?…ancora una volta mi sembra un’interpretazione data in mano al lettore… secondo me il romanzo sottintende moti più profondi alle azioni dei personaggi…mi sembra inclemente nei confronti del personaggio limitarne così la lettura.

    il personaggio Lewis credo sia fondamentale all’interno del romanzo. E’ la voce dialettica, disincantata. Eppure anche lui tenta di “definirsi” (in questa assenza identitaria da sopravvisuto alla guerra) attraverso Lawrence, ma in negativo, negandolo. Graves lo fa abbracciando totalmente la figura di Lawrence.

    (l’ho detto anche di striscio nella recensione su Tabard, Lewis ha incarnato, insieme a Nancy, le parole polemiche che potevano sorgere anche in bocca al lettore, senza queste il romanzo avrebbe perso molto del suo spessore)

    ciao

  17. Wu Ming 1 Says:

    Per come la vedo, io mettere “cattivo” tra virgolette contiene già in parte quello che tu dici, senza troppi arrovellamenti. Le virgolette indicano una presa di distanza dalla parola, un “capiamoci”. Connotare con estrema precisione ogni singola parola, sempre, sarebbe come pretendere di sgusciare le uova mentre ancora bollono. Si va per tentativi.

    Quanto alle frasi di quarta di copertina e risvolto, nei nostri libri il gioco è sempre quello di generare aspettative che *in parte* vengono spiazzate. Nel paratesto editoriale non prendiamo mai il lettore per mano, non lo accompagniamo dentro il libro. Gli diamo una cassetta degli attrezzi (un insieme di suggestioni) e lo spediamo dentro con un calcio in culo. Veda poi lui in quale ordine usare gli attrezzi. Non è infrequente che ci scrivano dicendo: “Dal risvolto avevo capito tutt’altra cosa, poi invece…”

    Detto questo, per me (parlo ovviamente da lettore) nel romanzo ci sono due Lewis, non a caso si parla di doppia vita.
    Io provo empatia nei confronti del Lewis che cerca di superare i traumi e fa il giocoliere col proprio tempo e le proprie energie cercando di onorare promesse. Provo empatia con il Lewis dell’assunzione di responsabilità.
    Poi c’è il Lewis che “sclera” di fronte al mito di Lawrence. Quel Lewis, ai miei occhi, incarna un tipo di critica radicale a cui siamo stra-abituati; chi viene dagli ambienti di movimento tipi così ne ha visti a migliaia, sono quelli che si credono più svegli di tutti, più radicali e “più a sinistra” di te perché totalmente disincantati, sono quelli dell’a me non la si fa, che non si fidano mai di nessuno e hanno sempre la psicosi del complotto.

    Poi, come accade a Lewis, è vero che alcune cose le “beccano”, gli orologi fermi segnano comunque l’ora giusta sessanta volte al mese, ma la loro è una militanza che essicca la vita, tutta fatta di livorucoli, cinismo, poca disponibilità ad aprirsi al mito, col quale hanno un rapporto puramente strumentale, e quando ci mettono le mani sopra lo “tecnicizzano” (cfr. Jesi). Io non ho provato empatia con *questo* Lewis, cattivo tra virgolette, perché di queste persone ne ho conosciute ad nauseam. Sono quelli che, anziché cercare di smontare il giocattolo mitologico per capire l’intima logica che lo fa funzionare, per poi cercare di assemblarlo in altro modo, vogliono soltanto farlo a pezzi.

  18. Wu Ming 4 Says:

    Scusa Eugenio la mia rozzezza. Non era mia intenzione ridurre Jack Lewis a personaggio monodimensionale, ci mancherebbe. E’ chiaro che la sua è una personalità a strati, come quelle degli altri protagonisti (interessante l’analogia che coglie il mio socio WM1 con certi “tipi” dell’ultrasinistra, non ci avevo pensato e in effetti…).
    Provo ora a spiegarmi meglio di quanto possano fare una quarta di copertina e il mio commento precedente.
    Ciò che intendevo dire è che Lewis non è un personaggio che emana positività. E’ poco empatico perché si arroga un ruolo antipaticissimo, quello di grande accusatore, di antagonista dell’eroe. Pretende di semplificare, di razionalizzare ciò che è complesso, sfaccettato, contraddittorio, perché non è in grado di accettare la propria complessità, sfaccettatura, contraddizione. Quindi è uno destinato ad andare in tilt. In questo senso è il “cattivo”, suo malgrado, perché incattivito dalla propria situazione, difficilmente sostenibile per un ragazzo di ventun anni. E’ giustissimo quello che scrivi: “il personaggio Lewis credo sia fondamentale all’interno del romanzo. E’ la voce dialettica, disincantata. Eppure anche lui tenta di “definirsi” (in questa assenza identitaria da sopravvisuto alla guerra) attraverso Lawrence, ma in negativo, negandolo. Graves lo fa abbracciando totalmente la figura di Lawrence.” Se quindi il romanzo fosse un poema epico Graves aspirerebbe al ruolo di spalla dell’eroe e Lewis a quello di antagonista, di “cattivo”, appunto. Intendevo solo questo.
    E Tolkien? Mi interesserebbe sapere cosa vedi nel suo personaggio.

  19. Eugenio Says:

    @ WM1 : certo, questo è chiaro, avevo capito benissimo che nel virgolettato era già implicito un’esemplificazione che non escludeva la pluridimensionalità del personaggio: e però, quello che cercavo di dire, è che non capisco nemmeno il “cattivo”. O meglio, siamo d’accordo che il suo “sclero” è totalmente paranoico, ma io lettore lo capisco! Lasciamo stare, per favore, i movimenti, stiamo parlando di un reduce della 1a guerra mondiale, che torna da un’insensatezza totale a cui non riesce a dare nome né narrazione, il suo impulso è quello di distruggere il MITO Lawrence, in quanto possibile ripresa di un senso da parte della guerra (rivolta di un popolo). Io, come lettore lo capisco il personaggio Lewis… non mi sembra più “cattivo” di Lawrence…
    …ma a questo punto mi piacerebbe sapere cosa pensi della mia recensione, dato che leggo nelle tue parole anche un’indiretta critica a quella mia lettura (sono stato giorni a leggere, pensare e lavorare su questo libro…non certo per trovare un’allegoria a chiave un po’ come “morale” e oltretutto intasata di teoria letteraria…confesso che non ci sono rimasto molto bene quando hai ridotto tutti i miei tentativi, credo profondi, di lettura in questo modo…)
    …il fatto è che io non credo nel mito, non credo ci sia bisogno di ricostruire miti, credo sia una facile scappatoia quella di creare miti alternativi, è un ritorno, un surrogato d’ideologia… “mitoterapia” la chiamava Barth. Questo non significa che non bisogna cercare possibili coagulazioni verso cui tendere eticamente, non significa deresponsabilizzazione, è che queste coagulazioni devono essere consapevoli della loro storicità, della loro contingenza, devono essere pronte a sfaldarsi di continuo, se no si riducono a semplificazioni assolutistiche (al paese semplice non possiamo rischiare di opporre altri sistemi chiusi)… il valore della critica permanente credo sia esattamente questo (ci credo con “passione e sentimento”…ahimé, non frequento i movimenti però)

    @WM4: questo mi sembra molto giusto: “Pretende di semplificare, di razionalizzare ciò che è complesso, sfaccettato, contraddittorio, perché non è in grado di accettare la propria complessità, sfaccettatura, contraddizione”. : infatti quello che ho cercato di dire è che la sua funzione di negazione del mito di Lawrence è positiva perché fa crollare la sua monoliticità (che il romanzo già di per sé aveva fatto crollare) e però fa esattamente quello che dici, cioè cerca di definirsi negando, quindi non accoglie DAVVERO la contraddizione, nega, punto, semplifica. Tanto che il romanzo non risolve la sua situazione, il suo rifugio edipico da ritorno all’utero (c’è una scena esplicita in questo). Non riesce ad affrontare il suo trauma. Ma non per questo mi è “antipatico”… perché, per come l’ho letto io, nel romanzo non esiste nessun eroe. Lawrence non è l’eroe del romanzo. Per cui Lewis non ne è l’anatagonista…e non ha nessun ruolo antipatico…Il romanzo a me è piaciuto perché corale, perché tutti i personaggi ne sono al centro e decentrati, certo, con Lawrence a fare da campo di forze conflittuale (cronotopo, dicevo…).
    Tolkien l’ho trovato forse il personaggio più riuscito. La personalità appartata, quell’incomunicabilità del trauma che deve affrontare responsabilità quotidiane (i suoi affetti), tutto l’equilibrio labile che si condensa nel romanzo è ben esemplificato nella sua paura di diventare pazzo…ma: quando Lawrence gli dice di continuare il racconto, che nel suo caso significherebbe soprattutto addentrarsi nei meandri della sua psiche più a fondo, cioè, semplificando con uno slogan, “combattere i propri fantasmi”, cercare delle vie per affrontare quelle atrocità, ecco, la sua soluzione, è quella di una grande opera ricostruttiva, che ricrei il mondo, lo ricostruisca, colmi gli spazi, ponteggi… è il pericolo di qualsiasi narrazione, ogni narrazione “chiude”, ma come ho detto, può inglobare la contraddizione, cosa che, mi sembra, fa il tuo romanzo. (non so se Tolkien…non l’ho letto)

  20. Wu Ming 1 Says:

    Scusami, Eugenio, ho dato troppo per scontata la conoscenza di alcune premesse, però in effetti se non frequenti i movimenti e non hai letto le nostre riflessioni sul mito dal Luther Blissett Project a oggi, è chiaro che il discorso che ho fatto “te rimbalza”, e che interpreti un discorso di *autocritica* del nostro percorso come un discorso di critica alla tua lettura. Però a questo punto mi chiedo quale sia la tua interpretazione della lettura di SDM data da R.S. Blackswift…

    Vedi, quando dici “lasciamo stare i movimenti”, non ti rendi conto che stai chiedendo di ragionare sull’opera astraendola totalmente dal contesto storico-esistenziale in cui è stata pensata e scritta, e dal contesto in cui essa vive accanto a tante altre, tante altre opere con cui dialoga. Insomma, stai spazzando via con noncuranza una premessa basica e imprescindibile del discorso tanto sul NIE quanto su SDM, perché parte dell’”allegoritmo” comune alle opere NIE sta qui:

    in Italia, a Genova, nel luglio 2001 è successa una cosa enorme, un evento che si è scolpito nella memoria e ha condizionato i comportamenti pubblici da lì in avanti, un evento *fondativo*, di immane portata materiale e simbolica, un “io c’ero” (o “non c’ero”) per un’intera generazione e anche per tanti componenti di generazioni più vecchie. Un evento che avrà ripercussioni sul nostro immaginario chissà per quanto tempo. A Genova, durante quei giorni e soprattutto durante l’ultima notte, c’è stata una sospensione dei più elementari diritti umani. Centinaia di feriti, un ragazzo ucciso per strada. Un gran numero di persone sequestrate, picchiate, torturate. Il mondo intero ne ha parlato per settimane, e ancora ci si interroga, ci sono processi, si scrivono libri, si girano film e documentari.
    Pochi mesi dopo c’è stato l’11 Settembre, e poi la guerra all’Afghanistan e all’Iraq. Tre milioni di persone in piazza a Roma per opporsi alla guerra. I primi anni di questa decade sono un ribollente calderone di conflitto. Le opere che si cominciano a progettare e scrivere non possono non riflettere le passioni, illusioni e delusioni di quella temperie. Passioni, illusioni e delusioni che sono contenute in allegoria. Allegoria non “a chiave”, perché in gran parte non progettata. Allegoria profonda.
    E’chiaro che un’opera deve potersi leggere in autonomia, anche senza conoscere queste cose. Ma nel momento in cui io te le tiro fuori, e R. S. Blackswift te le tira fuori, non ha molto senso chiederci di “metterle da parte”, perché sono la nostra vita, cazzo!, sono ciò che in-forma le nostre storie. E non solo le nostre. E’ ben difficile scrivere oggi senza tenere conto delle conseguenze sulla nostra percezione di quanto successe in quegli anni.

    E’ un casino riassumere qui quindici anni di riflessione pubblica e produzione testuale sui miti, e non posso nemmeno inondarti di link, comunque basti dire che noi abbiamo sempre lavorato su un’idea di mito aperto, espressione di comunità informali, un mito che non si raggrumasse e autonomizzasse, ma che incorporasse sempre la possibilità della propria critica, storia dal basso plasmabile, decostruibile. Guardavamo a tante cose, tante esperienze, dalla cultura pop allo zapatismo. Nel periodo “alto” del movimento abbiamo avuto un approccio un po’ troppo “soreliano”, che poi abbiamo criticato duramente. Posso rimandarti a quanto scrivevo qui:
    http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/giap11_VIIIa.htm#trecento
    e qui (lunghissimo!):
    http://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/allegoria_e_guerra_in_300.htm

  21. Eugenio Says:

    ok, adesso leggo allora…

    comunque quando dicevo “lasciamo stare i movimenti” non si trattava di un’affermazione così, generalizzabile, mi riferivo al personaggio Lewis…cioè, proprio perché non parliamo di allegoria a chiave, non possiamo sovrapporre il personaggio movimentista più a sinistra di tutti che hai delineato con la complessità psicologica della sua negazione del mito lawrence…se no cadiamo in contraddizione…Io Lewis lo capisco, le sue azioni hanno moventi che trovano giustificazione e spessore all’interno del romanzo nel contesto storico che sta rappresentando…insomma è un reduce dalla 1a guerra mondiale e gli si propone un altro mito…appena tornato! eh, insomma… e quel mito non lo vede come “aperto, espressione di comunità informali, un mito che non si raggrumasse e autonomizzasse, ma che incorporasse sempre la possibilità della propria critica, storia dal basso plasmabile, decostruibile”… ma proprio come mito assolutizzante.
    …altrimenti mi si sta dicendo che tutto lo storico nei vostri romanzi deve avere una corrispondenza nel presente… (cosa che ovviamente non è).

    La riconfigurazione di cui parlavo nella recensione, invece, considera il romanzo come proiezione di un mondo agente sul mondo del lettore, sul suo modo di configurare il reale (il circolo ermeneutico – Mimesis I-III – ricoeuriano)…ha molto a che fare con la citazione di Jesi del primo link…ma aspetto di leggere il secondo e meditarlo meglio.

    a presto

  22. Wu Ming 1 Says:

    Ho ben chiara la tua lettura di Lewis, tu dici che Lewis è la ragione critica, e in un certo senso è vero, perché la sua “indagine” scopre alcuni altarini importanti e “smuove” la storia. Senza la sua sfiducia nel mito Lawrence e senza la sua volontà di sputtanarlo SDM non starebbe in piedi. Però ti invito a considerare una cosa: SDM è anche la critica dell’indagine di Lewis, velleitaria e basata quasi solamente sul rancore. SPOILER: fino alla fine Lewis non capirà mai *perché* Lawrence conturba, perturba, affascina. E il confronto diretto tra Lewis che pensa di “smascherare” Lawrence e un Lawrence che è già di suo in piena crisi e riconsiderazione del proprio ruolo, non è altro che un incontro di ju-jitsu, in cui Lawrence, sfruttando l’impeto di chi lo accusa e offrendosi come vittima, trasforma l’aggressività di Lewis in un boomerang. Lewis non smaschera nulla, fugge in lacrime. Cos’è quella? Una sconfitta della ragione critica di fronte al mito? Io credo di no. Io credo che sia il disvelamento di una impossibilità di capire il mito (e quindi anche di demistificarlo) se non ci si pone *in ascolto* del mito. Se nella propria vita non si è mai sognato, non si comprenderà perché qualcuno sogna, non si comprenderà che funzione svolge quel sogno, e men che meno si potrà nemmeno convincere qualcuno a non sognare.

  23. Wu Ming 1 Says:

    “men che meno si potrà nemmeno” è puro overkill :-)

  24. Eugenio Says:

    sono un po’ stanco e rimando. però ho riletto il saggio di Blackswift.
    …ma: io sono d’accordissimo che non si può prescindere dal contesto stoico-esistenziale in cui nascono le opere della NIE, questo è ovvio (se no mi contraddirei da solo), non dimentico Genova e i nostri presupposti, è proprio da questo presente che io guardo alle narrazioni di cui parlo, e alla “mitoterapia” a cui mi riferivo (e colmerò la lacuna rispetto all’autocritica e a tutta l’elaborazione di cui parlavi…dopotutto, non è una scusante, ma 15 anni fa io forse facevo la quinta elementare).
    La mia recensione non è astorica…se così sembra, l’ho scritta malissimo…
    …qui e lì, io parlavo di un personaggio che forse dovreste rivedere…forse lo state guardando troppo a chiave… Lewis non parla mai con Lawrence prima della scena finale, non lo conosce… tornato dalla 1a guerra io nemmeno, credo, saprei che cosa hanno a che fare i miti (quei miti assolutizzanti, la Patria per cui è morto Puddy, per es.) con i fatti… (di lawrence Lewis conosce il suo spettacolo… e anch’io avrei detto “solo dio è più a buon mercato”…tutto qua).

  25. Wu Ming 1 Says:

    Lo avrei detto anch’io. E’ un impulso sano, all’inizio. E hai fatto bene a porre su questo l’accento della tua recensione, perché così possiamo affrontare il testo dal punto di vista di Lewis, cosa che finora pochi commentatori avevano fatto.

    Io però leggo quell’impulso attraverso la mia esperienza, e di gente che dice che “solo Dio è a buon mercato” e lì si ferma ne ho vista (e purtroppo continuo a vederne) troppa, da chi dice che “Gomorra” è solo una truffa commerciale pianificata dalla Mondadori di Berlusconi chi dice che il mio testo sul NIE è solo marketing e autopromozione etc.

    Mi hanno abbastanza rotto le palle questi che non si pongono in ascolto, non hanno sogni e gettano su ogni aspetto della vita l’ombra gelida della loro sfiducia (preventiva) in tutto e tutti.

    Io capisco molto il Lawrence in crisi, perché quel Lawrence c’est nous, c’est nous post-Genova, e non è una corrispondenza esatta, non è un’allegoria “a chiave”, perché di questo ci siamo accorti quando WM4 aveva già finito la stesura del libro. Però c’è, quella cosa c’è.
    Nel Lewis petulante che mi arriva in casa con una pistola e pur non sapendo nulla di me e della complessità di ciò che ho vissuto pretende di emettere sentenze, ho rivisto certi anarchici de noantri che su Indymedia pretendevano di spiegare il mondo dicendo che a parte loro eran tutti “venduti” e “servi del potere”.

    P.S. Non l’avevo mica capito che eri così giovane. Se quindici anni fa eri in quinta elementare o giù di lì, alcuni di noi WM hanno l’età biologica per esserti, ehm, padri, e pure d’avanzo! :-) Noi siamo nella mezza età, e dopo la fase della “brillanti promesse”, e in attesa di diventare “venerati maestri”, siamo in piena fase “soliti stronzi”.

  26. Paola Di Giulio Says:

    Per Anna Luisa e Wu Ming 4:
    mi sono ricordata che esiste un ritratto di Dahoum, fu richiesto a Francis Dodd nel 1913 e credo sia sempre rimasto a privati. In un’asta di Bonham’s nel ’97 è passato a non so chi.
    Grazie per aver sparso qualche data per degli incontri con i lettori, buona idea!

  27. Wu Ming 4 Says:

    Bé, gente, vi ci siete messi in due ad anatomizzare Jack Lewis e mi sembra che siate andati un bel po’ più a fondo di quanto potessi andare io con il poco distacco autoriale.
    Dico solo un paio di cose:

    @ Eugenio: Mi piace la tua lettura del personaggio Tolkien. Per dovere di completezza, visto che non l’hai letto, preciso che in effetti Tolkien ha dedicato l’intera vita a comporre una mitologia, un’epica, che però non aveva la pretesa di essere “chiusa”, ma solo coerente, e anzi in realtà lui era convinto di dischiudere un mondo potenzialmente vero, perché credeva che i miti fossero portatori parziali di verità (c’è un accenno a questo nel romanzo). Il punto d’accesso alla Terra di Mezzo, con le sue lingue, i suoi popoli, le sue leggende e la sua storia, si colloca su un asterisco, quello che i filologi pongono per segnalare desinenze probabili/possibili, ma non accertate. In sostanza quel mondo sta nell’interstizio tra filologia e mitologia creativa ed è in buona parte un universo autoespansivo, presuntamente coerente, ma non conchiuso. Io credo quindi che la Terra di Mezzo non escluda affatto la contraddizione, giacché come ebbe a dire il professore “essa è il nostro mondo, non un altro”. Tuttavia posso garantire che esistono letture agli antipodi di questa.

    @WM1: [occhio allo SPOILER oh voi che non avete letto il romanzo] La lettura del personaggio Lewis come ragione critica che però non si pone in ascolto del mito è suffragata dalla scena finale. Che però, attenzione, non è la sua fuga davanti al baratro Lawrence (il quale funziona da specchio anche della sua omosessualità latente, non dimentichiamolo), ma è il ritorno a casa di Jack. Portando alla luce il proprio dolore, confrontandosi con l’irrazionale, con l’orrore inciso nell’anima e nelle carni, alla fine il frenetico Lewis si mette in ascolto e capisce di dovere accettare una parte di sé che aveva sepolto dall’infanzia, dopo il trauma della morte della madre. Riscopre cioè le storie e il potere delle narrazioni epiche di dare “gioia”, cioè riconosce loro un potere evocativo, demiurgico per la propria stessa vita, contro il quale non vale sempre la pena scagliarsi lancia in resta. In effetti non è la sconfitta della ragione critica, ma la liberazione da un superio schiacciante, forse dal complesso di Edipo, dall’afasia post-traumatica.

  28. Wu Ming 4 Says:

    @ Anna Luisa e Paola
    Eccolo, sul sito dei T.E.Lawrence Studies

    http://telawrence.info/telstudies_org_uk/legacy2/npg_catalogue/part2/067.htm

  29. Anna Luisa Says:

    Grazie per la segnalazione!

    Vado di fretta quindi, per questioni di tempo, non aggiungo nulla al vostro dibattito su Lewis figura che io… hem, hem… ho invece trovato molto più interessante e più calda rispetto a Tolkien (anche se gli episodi “gotici” che lo riguardano sono emotivamente davvero coinvolgenti per il lettore).

    ciao!

  30. Anna Luisa Says:

    Su Lewis, in sintesi (e semplificando al massimo):

    proprio la complessità interiore di cui avete parlato, mi ha spinto fin da subito a “simpatizzare” con L. Il personaggio essendo così articolato ha una notevole capacità di coinvolgimento su chi legge (o almeno, su di me). Non solo, il suo modo di relazionarsi con l’indecifrabile mito di Lawrence è sì, in qualche modo, poco sottile, lineare e molto istintivo, ma tutto questo ha un esito finale: lo rende molto umano, anche quando sbaglia.
    Molto meno empatica è, a parer mio, la figura di Nancy N. Le sue sentenze sono granitiche; se ricordo bene, in un passo del libro, dice che a Lawrence non interessano le amicizie ma solo ammiratrici e amanti:una frase tremenda pronunciata per annullare in un istante tutto il fascino di TEL!!
    Tuttavia è un comportamento perfettamente in linea con il ruolo del personaggio… la funzione di Nancy (scusa Ferderico se banalizzo e taglio un po’ con l’accetta) secondo me è questa: riportare (tramite gesti e azioni) gli uomini che la affiancano alla realtà, al vissuto quotidiano, ogni volta che iniziano a eccedere nel soliloquio e a… filosofeggiare un po’ troppo :-) )

  31. monica Says:

    Al volissimo di ritorno da Oxford, per Anna Luisa e WM4, i ritratti di Lawrence e Feisal di cui parli esistono, sono stati dipinti dallo stesso pittore (tale Augustus John) ma non sono da tempo in mostra al museo dell’Ashmolean, in quanto sono stati messi in deposito :-(

  32. sergio Says:

    @WM4 ed @Eugenio, volevo dire la mia su Tolkien, che non ho letto (ma mi sono sparato i film con le mie bambine che si nascondevano sotto la coperta ogni volta che appariva “il mio tessssoro”, ed è stata comunque una bella esperienza). Per me è il personaggio più affascinante. C’è qualcosa in lui che prefigura la grandezza dei sogni, la visionarietà e la voglia di raccontare qualcosa di universale (la lotta tra il bene e il male cosa è, se non la storia più raccontata del mondo), cercando però una sua via, originale (credo) per l’epoca. è affascinante nel suo lavoro di studio delle parole. io lo vedo come il personaggio più risolto del gruppo, quello che meglio riesce a rielaborare la tragedia della guerra per metterla al servizio della creatività. è difficile descrivere come uno riesca a scoprire i propri talenti, ma nel libro è stato fatto, e colpisce al cuore. lui trova la sua strada e, in fondo, se ne fotte un po’ di tutto il resto, perchè quello che sta cercando. forse perchè è una condizione esistenziale che mi appartiene, in questo periodo, ma lo ho sentito molto vicino alla mia sensibilità.

  33. Anna Luisa Says:

    @ monica: di ritorno da Oxford… mmmh che invidia! L’ultima volta che ci sono stata risale a un sacco di anni fa, all’epoca inseguivo lo spirito di Oscar Wilde. Qualcosa mi dice che la tua presenza lì ha a che fare con TEL…

    @ sergio: bella l’intervista sul tuo blog, molto variegata, avete toccato tanti argomenti.

  34. sergio Says:

    @annaluisa grazie. è stato bello soprattutto per me, scrittor tardivo eccetera, sentire dalla viva voce (o meglio penna o ancor meglio tastiera) di un autore tante cose interessanti.

  35. Wu Ming 4 Says:

    @ Monica: bé, sì, i due dipinti di Augustus John esistono, stanno pure sui libri. La cosa che mi sono inventata io è la presenza del ritratto di S.A. nelle sale espositive del museo (oltreché ovviamente aver cambiato il nome al ritrattista). Storicamente, come ci ha fatto notare Paola Di Giulio, il ritratto venne forse eseguito al museo ma per conto di privati e in mani private è rimasto.
    Spero che la gita oxoniense sulle tracce di TEL & soci ti abbia gasato per la presentazione di giovedì prossimo.

  36. monica Says:

    La mia presenza ha a che fare con Stella, presto saprai perché : )

  37. Davide Says:

    Raccolgo la premessa di Wu Ming 4 di non avere fretta nel commentare per inserirmi in un dibattito di un po’ di tempo fa ormai.
    Vorrei aggiungere due osservazioni su Lewis. Come diceva un commento nonsodove un pregio di SDM è quello di far ritrovare i personaggi di cui tratta. Mentre leggevo SDM avevo per le mani anche il saggio di Lewis “I quattro amori”. Sebbene la distanza tra i due libri sia abissale (saggio uno l’altro romanzo, SDM parla del Lewis giovane I quattro amori è un’opera dell’ultimo Lewis ecc ecc) è stata particolarmente forte la percezione di una familiarità tra il Lewis personaggio e quello scrittore. Come dire…avevo la netta percezione di leggere due cose simili, in comunione con una parola un po’ forte. Ma non riesco molto a giustificare questa mia percezione.
    Invece riguardo al Lewis personaggio, oltre alla sua efficacia letteraria e nella storia, secondo me necessaria in ottica di equilibrio di bilanciare i punti di vista sulla complessità di Lawrence e dell’uso del mito, la cosa che più mi ha colpito è il vederlo rispetto al Lewis storico.
    Lewis amerà visceralmente il Mito. Da un certo punto di vista basa la sua vita, letteraria e non, su di esso. La sua stessa conversione al cristianesimo parte dal Mito (“La storia di Cristo è semplicemente un mito vero: un mito che opera su di noi allo stesso modo degli altri, ma con questa enorme differenza che questo mito è realmente accaduto.” Tratto da Wikipedia, comunque deve essere nella raccolta di saggi “il cristianesimo così com’è” ). Al contrario di Tolkien però in SDM, Lewis parte da un’avversione al mito, nel libro lo rifiuta, ne sfugge e vuole distruggerlo personificandolo in Lawrence. Quello che ho trovato interessante è proprio il diverso punto di partenza e il diverso cammino con cui i personaggi arrivano al trovare nel mito e nella sua narrazione la via di uscita alla loro situazione. Inoltre a questo ho ricondotto l’uso specifico del mito che Tolkien e Lewis faranno nella loro produzione letteraria (Graves non lo conosco e quindi non mi esprimo). In Tolkien l’uso del mito trovo sia “massiccio” il costruire completamente un mondo il dargli le coordinate e farlo vivere, l’allegoria usata in modo sottile e mai esplicito. Lewis invece è più diretto, in Narnia, nella trilogia cosmica tutto è un molto immediato, il mito non rimanda alla realtà è nella realtà, o meglio ne è una sua parte. I significati che Lewis vuole dare al mito sono evidenti e diretti. Riferito a SDM, trovo che sia molto verosimile l’arrivare a un uso del mito di questo genere partendone dalla sua negazione, mentre Tolkien più “pacato” e non avverso vi arriva naturalmente, quasi senza strappi e questo si riflette nella sua Poetica. Spero di essermi spiegato! Un grazie di cuore a Wu Ming 4, non ringraziamo mai abbastanza gli autori per i libri che ci sono piaciuti.

  38. Wu Ming 4 Says:

    Credo che Davide abbia colto un punto importante. La riscoperta del mito per il Lewis storico passa attraverso l’approdo al cristianesimo in età matura, ovvero per un’illuminazione sulla via di Damasco. Qualcosa che lo ha trasformato in una sorta di novello San Paolo, un moderno intellettuale cristiano in lotta contro i mali contemporanei (moderno nel senso di non-bigotto né clericale, quindi a suo modo originale). Il suo uso del mito in narrativa è completamente allegorico, dantesco, schiacciato sulla finalità apologetica. Tutto il contrario di Tolkien, che invece non aveva da convincere nessuno e scriveva con tutt’altre finalità. Non è un caso che la narrativa prodotta da Lewis non sia di grande valore letterario, al contrario della sua prosa saggistica che invece – a prescindere dalla condivisione o meno dei contenuti – è indubbiamente brillante, inconsueta, efficace. Penso non solo a “I Quattro Amori”, ma anche alle “Lettere di Berelicche” e a “Sorpreso dalla Gioia”, la sua autobiografia spirituale, ipocrita e reticente, ma letterariamente bellissima.
    La frase citata sulla veridicità del mito cristiano Lewis la prende da Tolkien – dalla famosa discussione notturna in cui iniziò il suo processo di riavvicinamento alla fede – e dal poemetto che Tolkien gli dedicò successivamente, “Mitopoeia”. La differenza tra i due resta comunque abissale e infatti finì per produrre una rottura (derivata anche da fattori personali) e l’esaurimento dell’esperienza degli Inklings.
    Tolkien non cercava allegorie o metafore, gli interessava la costruzione di mondi e non a caso, anche se nella storia della Terra di Mezzo gioca un ruolo la Provvidenza e si possono rintracciarne i presupposti cristiani, la presenza di Dio è dietro le quinte, a distanza, progressivamente lontana. Non c’è un Cristo leonino che interviene direttamente nella storia per cambiarne il corso, ma tutt’al più dei fattori angelici che si sbattono in mezzo ai mortali per provare a salvare il salvabile. La visione di Tolkien resta al fondo pessimistica, quindi più umana, caduca, se vogliamo anche rassegnata. Il trionfo del Bene, l’eucatastrofe finale, è sempre temporanea, apre spiragli di speranza, interzone di sopravvivenza, prolungamenti di vita, ma non è mai trionfalistica e definitiva. Almeno fino al giorno del giudizio, che però trascende l’umana visione.
    Per venire al mio Lewis, il Lewis di “Stella del Mattino”, bisogna dire che vive la propria parabola a monte di tutto questo. E’ un personaggio che partendo dalla negazione del mito arriva ad accettarne l’ambiguità e a rappacificarsi quindi con la propria stessa ambiguità, cioè con la componente inconscia e irrazionale dell’esistenza. Era questa natura prismatica e filtrante del mito che mi interessava raccontare in merito alla sua vicenda. Questo in effetti ricollega in parte il mio personaggio al Lewis storico dell’età matura, ovvero con il Lewis dell’amore tardivo per Joy Gresham, immortalato dal film di Attenbrough “Shadowlands” (strepitosa interpretazione di Anthony Hopkins). Perché, pur con tutti gli apprezzamenti contraddittori che la sua parabola biografica e intellettuale può suscitare, C.S. Lewis rimane senz’altro un’anima interessante e brillante.

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