Wu Ming on the road, ultime date del 2011


Infine ci siamo. Queste sono le nostre apparizioni pubbliche di maggio e giugno, ovvero le ultime occasioni di vederci nel 2011. Dopodiché, il nostro “Never Ending Tour” si prenderà una pausa, forse non breve. Abbiamo bisogno di concentrarci sui progetti già avviati, di studiare e scrivere in regime “ora et labora”. Se continuiamo a girare come trottole, la fatica avrà il sopravvento. Ragion per cui, il calendario è chiuso. Per favore, non spediteci inviti, richieste, proposte etc. Le poche eccezioni alla regola sono già concordate da tempo. Quando saremo pronti a rimetterci in strada, vi avviseremo. Bene, adesso prendete nota: Prosegui la lettura ›

Toni Negri sull’autostrada, ovvero: tirannia del tempo e momento utopico


Il 19 aprile scorso Wu Ming 1 è intervenuto all’ incontro “Conflitto, rivoluzione, potere, immaginario”, organizzato a Roma dal collettivo Militant.
L’intento di Militant era gettare luce sul tema di un “immaginario comune” di sinistra, tra attivismo politico e lavoro artistico/intellettuale. L’idea era di sollecitare interventi molto diversi per impostazione e linguaggio, da parte di tre persone differenti per età, genere, percorsi di vita e attività “militante” nei rispettivi ambiti d’intervento. I relatori dovevano essere WM1, il collega – e nostro traduttore – Serge Quadruppani (proveniente dal mondo libertario e dell’ultragauche francese) e Geraldina Colotti (scrittrice, poetessa e redattrice del Manifesto, proveniente da esperienze di lotta armata e carcere duro). Prosegui la lettura ›

Anatra all’arancia meccanica. Che se ne dice in giro? – #AaAM


Dai muri di Topologna. Immagine realizzata da AkaOnir

Oggi, secondo giorno di fiorile dell’anno CCXIX, offriamo ai nostri lettori una panoramica di recensioni e commenti su Anatra all’arancia meccanica.
Nelle prime settimane di avvistamenti in cielo e nei fiumi, i più disparati soggetti hanno risposto ai perentori “quack!” dell’incazzoso volatile. Alcune recensioni le avevamo già proposte/linkate nell’immediato, a inchiostro ancora tiepido sulle pagine del libro. Quivi proponiamo quelle del collettivo Militant, dello scrittore Nino G. D’Attis, del critico Renato Barilli (uscita sull’inserto TTL de La Stampa), di Mauro Trotta (uscita sul Manifesto), oltre a segnalare lo spin-off in stile Star Trek dello scrittore Angelo Ricci e l’articolata proposta cinematografica del blogger jumpinshark. Naturalmente, molte recensioni di lettori sono su Anobii, e se siete su Twitter, potete seguire l’hashtag #AaAM. Prosegui la lettura ›

Disintossicare l’Evento, ovvero: Come si racconta una rivoluzione?

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[Si conclude la pubblicazione su Giap degli interventi fatti da WM1 e WM2 alla UNC (University of North Carolina) di Chapel Hill, il 5 aprile scorso. Dopo quello di Wu Ming 1 (“Siamo tutti il febbraio del 1917, ovvero: A che somiglia una rivoluzione”), ecco quello di Wu Ming 2, che fa tesoro di molte discussioni svoltesi su Giap (a cominciare da quella sulle “narrazioni tossiche”).
Le versioni italiane di entrambi gli interventi sono disponibili in un unico pdf. Quelle in inglese in due pdf separati (vedi in calce a questo post).]

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A novembre dell’anno 2010, quando abbiamo proposto il titolo per questa conferenza [*], il problema di distinguere una rivoluzione da qualcos’altro non era di particolare attualità: lo avevamo scelto con un occhio alla nostra produzione di romanzi storici, dove abbiamo raccontato rivolte, rivoluzioni e guerre d’indipendenza.

Nel frattempo, però, i tumulti sono tornati di moda, come non accadeva da oltre vent’anni, e giornali e riviste sono inondati di articoli dove ci si chiede se in Tunisia o in Libia sia in corso una rivoluzione, se il Bahrein, l’Oman o la Siria ne conosceranno davvero una, e via discorrendo. Prosegui la lettura ›

Siamo tutti il febbraio del 1917, ovvero: A che somiglia una rivoluzione?

[Comincia la pubblicazione su Giap degli interventi fatti da WM1 e WM2 alla UNC (University of North Carolina) di Chapel Hill, il 5 aprile scorso.
Il giorno prima abbiamo fatto gli stessi interventi alla Duke University, Durham, NC. Una sorta di “prova generale”: dalla sessione di domande e risposte, grazie soprattutto a Michael Hardt e Federico Luisetti, sono emersi elementi che ci hanno permesso di migliorare l’esposizione. La versione che state per leggere/ascoltare è quella “2.0”.
Per quest’esperienza siamo grati a molte persone. In particolare, ringraziamo: Mimmo Cangiano, Roberto Dainotto e Federico Luisetti, per l’invito, per aver organizzato tutto l’ambaradan e per la scanzonata compagnia; Laura Moure Cecchini, che ci ha lasciato per cinque giorni il suo appartamento, con licenza di messa a soqquadro; le compagne e i compagni del centro sociale El Kilombo Intergalactico, per un illuminante pomeriggio di  “contro-turismo”; Michael Hardt, che si dimostra sempre un gentiluomo; Fredric Jameson, per l’appoggio all’iniziativa e la chiacchierata; Michal Osterweil, con cui abbiamo in comune preziosi ricordi della penultima ondata.
Qui sotto, l’intervento di WM1. La prossima settimana toccherà a quello di WM2, intitolato: “Come distinguere una rivoluzione da tutto il resto”.
Entrambe le versioni inglesi sono già disponibili in pdf ed entrambi gli mp3 ascoltabili/scaricabili in calce a questo post.]
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Qualche settimana fa, sul Guardian è uscito un articolo di Antonio Negri e Michael Hardt intitolato «Arabs are democracy’s new pioneers». In esso, i due autori cercavano di fornire una cornice per interpretare le recenti sollevazioni popolari in Nordafrica e nel Medio Oriente. A un certo punto scrivevano che:

«chiamare “rivoluzioni” queste lotte sembra aver depistato i commentatori, che danno per scontata una progressione degli eventi che obbedisca alla logica del 1789, o del 1917, o di qualche altra ribellione europea del passato, contro re o zar.» [1]

Nel preparare questa conferenza, l’interrogativo è stato: è possibile descrivere una sollevazione odierna come “rivoluzione” senza essere depistati in quel modo? E come possiamo raccontare una rivoluzione oggi? Prosegui la lettura ›

O captain! Our captain! Emilio Salgari, 1911 – 2011

Il 25 settembre 1885, alla periferia di Verona, due giornalisti incrociarono le sciabole per ottenere soddisfazione delle offese che si erano lanciati dalle colonne di quotidiani concorrenti: L’Adige e L’Arena. In particolare uno dei due era stato accusato di millantare il grado di “Capitano di grande cabotaggio” senza averlo mai conseguito. Costui, un tipetto basso e agile, con ispidi mustacchi a manubrio, inflisse al rivale una lieve ferita alla tempia, che spinse i padrini a sospendere l’assalto. Il suo nome era Emilio Salgari, già noto ai lettori dei giornali veronesi come l’Ammiragliador, anche se, oltre a non essere certo ammiraglio, non era nemmeno mai stato capitano. Prosegui la lettura ›

I pilastri e la marea. Sulle rivoluzioni arabe e la guerra, prima di un viaggio in America

«Io suscitai e spinsi innanzi con la forza di un’idea uno di questi marosi (e non dei più piccoli), finché raggiunse e superò il culmine, e a Damasco si ruppe. Il riflusso di quell’ondata, respinto dalla resistenza degli oggetti investiti, fornirà materia all’ondata successiva, quando, compiuto il tempo, la marea monterà un’altra volta.»

Questo scriveva, all’indomani della Prima Guerra Mondiale, T.E. Lawrence nell’introduzione a I Sette Pilastri della Saggezza, l’opera in cui raccontava dall’interno l’esperienza della rivolta araba contro l’Impero Ottomano (1916-1918).
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Patria e morte. L’italianità dai Carbonari a Benigni

Ieri sera, nella gremita sala conferenze della Biblioteca comunale di Rastignano – è una frazione del comune di Pianoro (BO), ma sta subito a ridosso di Bologna ed è de facto un quartiere sud-est della città – Wu Ming 1 e Wu Ming 2 hanno parlato di: Risorgimento, Unità d’Italia, patria e tricolore, Inno di Mameli, Benigni a Sanremo, idiozie leghiste e neo-borboniche, “Italiani brava gente”, familismo amorale, avventure coloniali italiane del XIX e XX secolo, guerra di Libia, Tripoli bel suol d’Amore, l’exploit dell’anarchico Masetti alla caserma Cialdini di Bologna, manovre e “sabbiature” intorno all’Armadio della vergogna, crimini di guerra italiani in Africa e nei Balcani, Il leone del deserto e Fascist Legacy, Goodbye Malinconia di Caparezza, e chi più ne aveva più ne metteva. Prosegui la lettura ›

#Nucleare: ce tocca shit. Tanta e radioattiva

Gli “esperti” elargiscono con non-chalance la propria expertise, e vengono spesso alla ribalta in tempo di catastrofi. Si rischia la fusione dei noccioli nelle centrali giapponesi, quando soltanto ieri alcuni tra i servi mediatici del potere inumano che ci sovrasta si erano sbilanciati affermando che la vicenda giapponese (il fatto cioè che le centrali non fossero esplose tutte) era la dimostrazione che il nostro Paese aspettava per intraprendere la strada radiosa del nucleare: tutto a posto, e affanculo le cassandre. Prosegui la lettura ›