SI TRAV. Come la militanza #NoTav mi ha dato il coraggio di diventare me stessa / 2

Libera Repubblica della Maddalena, Val Clarea, sera del 10 giugno 2011. Concerto dei Lou Dalfin.

di Filo Sottile La prima puntata è qui.

INDICE
1. Nostalgia di futuro (maggio-giugno 2011)
2. Ancora una volta il personale è politico (ancora una volta 7 giugno 2016)
3. La scoperta del queer (2011-2018)
4. Cerco casa (febbraio 2017)
5. Ogni lotta è tutte le lotte: transfemminismo e No Tav
6. These important years
* Ancora una cosa
* Ringraziamenti

1. Nostalgia di futuro (maggio-giugno 2011)

La Libera Repubblica della Maddalena è stata uno spazio fisico, un campo di forze, una discontinuità temporale, una connessione di corpi, una struttura sociale e relazionale. Si è materializzata per un solo mese. Non avevo mai sperimentato una situazione così esaltante. Ci sono andata ogni volta che ho potuto. Tutti gli aspetti positivi che ha saputo produrre in tanti anni la comunità delle persone No Tav in lotta, lì erano centuplicati.

A Chiomonte, in quei giorni, era chiarissimo che la lotta del movimento non è solo contro un treno, ma contro un modello economico, contro un determinato tipo di organizzazione della società, delle relazioni, del lavoro, perché lì una comunità si era data altre modalità e le ridiscuteva nella pratica, ogni giorno.

Stando alla Maddalena, quel certo grado di benessere esistenziale che il movimento spesso riesce a donarti aumentava di intensità; veniva proprio la certezza di essere uscita dalla cornice cinica – è tutto inutile, tanto la fanno lo stesso – e da quella vittimista – oh me tapina, mi deturpano casa e non ci posso fare niente – per entrare nell’ottica del protagonismo: cosa possiamo fare ora tutte e tutti insieme in questo territorio?

Alla Libera Repubblica della Maddalena si è aperta una porta nascosta. La lotta è in corso, non hai perso – Evviva! – ma non hai ancora vinto – A sarà düra! – eppure puoi già cominciare a sperimentare pratiche ed esperienze che sembrano venire direttamente da quella dimensione futura in cui hai già vinto, la realtà parallela in cui l’umanità si è già liberata dal capitalismo – e magari persino dall’eteropatriarcato – e siamo tutte persone libere.

Mi ricordo distintamente di una domenica mattina alla baita. Durante una colazione luculliana, con compagni e compagne, in quel momento di intelligenza, comprensione e condivisione fra esseri umani, nella mia percezione l’unica cosa che davvero stonava era il mio dover tacere una parte fondamentale di me. Ed è stato lì, credo, che ho iniziato a pensarlo seriamente: e se potessi raccontarmi davvero? Se potessi davvero vivere così come mi sento?

2. Ancora una volta il personale è politico (ancora una volta 7 giugno 2016)

Canzoniere delle pippe

Per un bel pezzo ancora, però, continuo a vivere la solita vita di merda. Nel quotidiano indosso la faccia che mi è stata assegnata e rispetto – e con quanto zelo! – tutte le prescrizioni di un maschio adulto, bianco, fertile, normodotato, eterosessuale e cisgender, incluso il comandamento di nascondere ogni devianza dalla norma.

Nel 2008 esce il Canzoniere delle pippe, una mia raccolta di poesie eroticomiche. Ho 30 anni e a questo punto sono più di tre lustri che indosso panni femminili in privato. La poesia che apre la raccolta contiene due versi che potrebbero suonare transfobici o quantomeno offensivi per le persone che si travestono, eppure li lascio, scientemente, perché nessuno possa dubitare che io sono proprio un «maschio vero» a cui piacciono, ovviamente, le «femmine vere». È un copione infame ed è uno strazio recitarlo, ma non mi sottraggo.

Casco in una depressione dopo l’altra, ogni volta mi ci tiro fuori con un «dài, posso starci dentro», ma senza mai la speranza reale di cominciare a vivere una vita più autentica. Il mio presente è marcito, il mio futuro è tarlato.

Nel 2011, due settimane prima che parta l’esperienza della Libera Repubblica della Maddalena, esce Lo Spleen di Mompracem, ovvero Yanez non ci sta!, il mio primo romanzo. Sotto le sembianze di un pastiche salgariano, ho nascosto una riflessione – un semino del movimento che germina – sulla necessità della lotta e dell’impegno politico.

Yanez, il fido compagno di Sandokan, si trova a fronteggiare una ciurma che si rifugia nell’art pour l’art e rifiuta di prendere il mare e insidiare le navi europee. L’unico personaggio della mia storia che tratto con un minimo di rispetto – l’unica presenza femminile – è Yang Indah, una crossdresser malese, ed è anche l’unica che riesce a lasciare l’asfissia dell’isola di Mompracem. Col senno di poi, ho l’impressione che con quella dipartita io censuri la polarità femminile. Silenzio, assenza. Da lì, da quella parte negata, non può venire aiuto. Yanez è completamente solo.

E così, sola, mi sento anche io, e pure peggio. Chi ha compagni non morirà dice la canzone, e io di compagni e compagne nel movimento ne avevo trovati e trovate, ma lo stesso mi sentivo morta.

Il fatto è che le persone con cui fai attivismo, le persone con cui resti a presidiare di notte, al freddo, sotto la pioggia, quelle con cui affronti una carica di polizia, quelle con cui ti vedi ogni settimana in assemblea, con cui organizzi una marcia, un volantinaggio o un incontro pubblico, quelle che ti vengono a dare il cambio davanti a una rete quando stai cascando dal sonno, quelle con cui hai cantato, mangiato, parlato, bevuto, brindato, respirato lacrimogeni, quelle ti si ficcano nel cuore e ti sembra di conoscerle profondamente. E tu? Tu, in cambio delle loro parole, dei loro sorrisi, dei loro abbracci offri le parole registrate, il sorriso prestampato, l’abbraccio rigido di un fantoccio. Lo stesso fantoccio che presenti a tutte le altre persone: partner, amici, amiche, parenti. Non è condivisione, non è vita.

Negli anni delle chattate solitarie ho conversato con svariate centinaia di altre crossdresser, il 90% delle quali pratica solo in privato. Sono moltissime quelle che sentono stretti i panni e l’identità maschile, eppure in tutte regna la rassegnazione: sto coi piedi per terra, mia moglie, i miei figli, i miei amici, i miei parenti, la società non capirebbero. E ancora: Come faccio con il lavoro?
La sofferenza di molte di queste persone è autentica. La loro vita, no.

Ho detto anch’io per anni le stesse identiche cose, in accordo perfetto con ciò che la società ci ha fatto intendere fin dai primi vagiti: le vite di chi non si attiene alla norma binaria, al genere assegnato, all’orientamento presunto, non sono degne di essere vissute. E ci siamo adeguate: rassegnazione o morte. E non cambia poi molto, perché la rassegnazione è morte.

Luca Rastello

Luca Rastello nella sua ultima lettera alle figlie scrive:

«Se c’è un augurio che posso farvi è di non cadere mai nella trappola della rassegnazione e dell’accettazione: quasi sempre quella che si presenta come “la vita così com’è”, secondo un’espressione cara ai realisti (gente che in segreto ama la schiavitù) è una truffa.»

Ed è questo che ho imparato coi No Tav. Dall’alto una voce ti dice che l’opera, piaccia o non piaccia, si deve fare e si farà. E se il movimento ci avesse creduto avremmo qui a nord ovest un’altra Salerno-Reggio Calabria, solo più devastante e più costosa. Uomini in divisa si mettono di traverso, piazzano videocamere, reti elettrosaldate, jersey, filo spinato e dicono di qui non si passa. E poi scopri che invece, tutt* insieme, con un po’ di determinazione e creatività si può passare. E non solo.

Quando affondi nella palude del quotidiano, nel presente marcito, nel futuro tarlato in cui ci relega questa società, quando davanti non c’è alcuna prospettiva, hai una risorsa in più: puoi tornare – anche solo con la memoria – a un altro modo di vivere, alla solidarietà, all’amicizia, alla condivisione che hai potuto sperimentare. È una nostalgia di futuro, del mondo che sarà: quel mondo esiste, l’hai toccato. E in quel mondo la tua vita è degna di essere vissuta e puoi essere te stessa. E puoi vivere.

A un certo punto, ho deciso che ci provavo davvero a salvarmi. Era il 2014, e il 24 di aprile, per celebrare il proposito, mi sono fatta i primi buchi nelle orecchie. Di lì a poco, ho smesso di infagottarmi in stracci sformati e ho iniziato a indossare abiti dal taglio più femminile anche fuori di casa. Mi sentivo leggermente più a mio agio con me stessa, ma orecchini e vestiti non cambiano le relazioni, non rovesciano i rapporti di potere, non contrastano le oppressioni. A quel primo, larvale, tentativo di liberazione personale mancavano due cose fondamentali. La dimensione collettiva e la prospettiva critica.

Paulo Freire dice che nessuna si libera da sola, nessuna libera nessuna, tutte e tutti ci liberiamo insieme. Ed è con questa consapevolezza che nei giorni della trivella a Rivalta, ho capito che da sola non ce l’avrei mai fatta, e che quello che mi ostinavo a vivere come un mio problema personale era in realtà una questione politica.

Rivalta, sera del 7 giugno 2016, il corteo spontaneo.

Quella sera, il 7 giugno 2016, dopo una giornata di presidio, dopo un gatto-e-topo con le divise blu culminato con un tamponamento fra due blindati, dopo una partecipatissima assemblea cittadina convocata d’urgenza, dopo un corteo spontaneo che andava a urlare sul grugno degli armigeri «Ve ne dovete andare!», una volta a casa, ho preso l’indirizzo di una compagna di Ah, Squeerto! che mi ero procurata nelle settimane precedenti e le ho scritto che avrei voluto mettere il naso a un loro incontro. Volevo vivere e volevo compagne con cui combattere per la vivibilità di persone come me, persone queer.

3. La scoperta del queer (2011-2018)

In queste settimane presto il mio tempo in biblioteca. Giorno dopo giorno prendo confidenza con la classificazione decimale Dewey. Si tratta di quella combinazione di numeri e lettere che si trova appiccicata sul dorso dei libri, serve a dargli un indirizzo sugli scaffali delle biblioteche. Ora, qui non è importante spiegare come funzioni la classificazione Dewey, la cosa che voglio sottolineare è la sua arbitrarietà. Un esempio. Tutta la narrativa del mondo comincia con il numero 8, la seconda cifra invece indica la lingua in cui è scritto il libro. Funziona così:

810 letteratura americana in lingua inglese
820 letteratura inglese
830 letteratura tedesca
840 letteratura francese
850 letteratura italiana, sarda, dalmatica, romena, ladina
860 letteratura in lingua spagnola e portoghese
870 letteratura latina
880 letteratura greca
890 altre letterature

La classificazione da una parte ordina l’universo della parola scritta, dall’altra ci mostra la mentalità dell’ordinatore primo, Dewey, e dei suoi epigoni. Gente che sente la necessità di distinguere in due diverse classi inglese e americano, ma non si imbarazza ad accorpare lingue diverse – italiano e romeno, spagnolo e portoghese – e non ha nessuna vergogna a confinare tutte le altre lingue del mondo in una sola classe. La sua funzionalità esprime anche una precisa visione del mondo.

La classificazione Dewey tuttavia ha la possibilità di fare distinzioni sottili. È vero che in 890 ci sono tutte «le altre letterature», ma se vogliamo cercare Anna Karenina lo posso trovare in 891.733, la sezione che raccoglie la narrativa russa scritta fra il 1800 e il 1917. Se invece cerco le poesie di Esenin saranno in 891.713. Ogni libro ha il suo posto.

Questione di genereFacciamo un’altra prova? Poniamo che io voglia cercare Questione di genere (Laterza, 2013) di Judith Butler. Lo cerco in tre luoghi diversi – la biblioteca Peppino Impastato di Melpignano, il Centro documentazione Arcigay Cassero di Bologna e la Biblioteca arcivescovile cardinal Carlo Confalonieri de L’Aquila – e, a sorpresa, lo trovo con tre catalogazioni diverse. Sempre nella classe che inizia col 3, quella che include le scienze sociali, ma a Melpignano è marchiato col 305 (Gruppi sociali), a Bologna col 305.3 (Gruppi sociali: uomini e donne), e a L’Aquila col 305.4 (Gruppi sociali: donne). Vogliamo provare in una quarta biblioteca? Scelgo quella di Settimo Torinese, e qui è catalogato come 305.42 (Gruppi sociali: donne, ruolo sociale e condizione).

Il libro è sempre quello, lo stesso identico oggetto fisico, le stesse identiche parole fra le pagine, ma la sensibilità e la visione del mondo di chi lo ha catalogato lo assegnano a una sezione piuttosto che all’altra. Se in un sistema con così tante sfumature la scelta è arbitraria, e in qualche caso scorretta o addirittura ingiusta, in un sistema binario i casi in cui ogni scelta diventa un taglio del nodo di Gordio si moltiplicano.

È il caso del sesso. Quasi tutte le legislazioni degli stati occidentali impongono che a ogni individuo sia assegnato un sesso. Le uniche due scelte possibili sono maschio e femmina, ma sappiamo che esistono, distribuite su tutto il globo, diverse situazioni intermedie: persone con diverse conformazioni corporee e cromosomiche, alcune di queste – attiviste e attivisti – a partire dagli anni ’90 hanno preso a definirsi persone intersex.

Gli/le intersex vengono assegnate arbitrariamente a un sesso o all’altro, i medici che si ispirano ai protocolli Hopkins operano sui corpi di queste persone già nel loro primo anno di vita, e quindi senza il loro esplicito consenso, chirurgie correttive molto invasive: amputazioni della clitoride, ricostruzioni della vagina, eccetera. Tertium non datur: è all’opera un complesso di poteri, consuetudini, saperi che rendono il binarismo obbligatorio.

Quando parliamo di sesso, siamo nell’ambito del dato biologico. Parliamo di genere se invece ci riferiamo all’identità, al senso di sé e alla relazione sociale che ogni individuo sperimenta. Persino la Chiesa cattolica ammette che sesso e genere sono distinti, ma propugna – ed è l’orientamento che permea il senso comune – che questi debbano coincidere. Per questo le persone transgender sono e sono state un’aberrazione da compatire nel migliore dei casi, da guarire, escludere o eliminare nei peggiori.

Non mi sento molto in grado di fare una lezione sulle teorie queer. Consiglio di leggere l’illuminante panoramica che ne fa Lorenzo Bernini in Le teorie queer. Un’introduzione, Mimesis, 2017, testo di cui mi dichiaro debitrice per la costruzione di tutto questo capitolo. Qui mi interessa dire che il pensiero queer mette in critica le assegnazioni di sesso e genere e le relazioni che queste istituiscono con l’orientamento sessuale. È un pensiero che nasce dal basso, maturato sulla pelle di chi sfugge alla norma e a ciò che viene considerato naturale ma che di naturale non ha proprio niente. Il termine queer stesso, in effetti, è sfuggente, polisemico, privo di un significato univoco

«”Queer” può essere […] il contrario di “straight”, che vuol dire dritto, retto […] In italiano può essere tradotto come storto, strano, strambo, bizzarro, bislacco, ma equivale a insulti come frocio, finocchio, culattone, che in inglese possono però essere rivolti anche a una donna. [L. Bernini, Le teorie queer, cit., p. 119]

Pensatori e pensatrici, attivisti e attiviste, hanno provocatoriamente preso possesso degli insulti per farne una vera e propria identità politica, inclusiva di tutte quelle persone che sfuggono o si ribellano alle classificazioni consuete e si pongono in aperto contrasto a sessismo, maschilismo, omofobia, transfobia, bifobia, binarismo sessuale, etero e omonormatività.

Judith Butler, Michel Foucault, Mario Mieli, Leo Bersani, Lee Edelman, Paul Preciado, Guy Hocquenghem per limitarsi solo ad alcuni nomi  hanno prodotto pensiero queer, cioè hanno provato a smontare l’apparato classificatorio «sesso, genere e orientamento sessuale», a mostrarne i meccanismi, le mire, gli effetti segreganti, i rapporti di potere sottesi e a individuarne ragioni storiche, economiche, sociali, culturali, politiche.

Ciò che ci viene fatto passare per naturale e trascendente, ci dicono i lavori dei pensatori e delle pensatrici queer, è in realtà collocabile nella storia e si modifica nel tempo. Monique Wittig, per esempio, in Non si nasce donna, seguendo questo filo, arriva addirittura ad affermare che quelle di uomo e donna, «come le razze, altro non sono che classi politiche esito dello sfruttamento del primo sulla seconda» (L. Bernini, Le teorie queer, cit., pp. 155-156, nota 57) e quindi un’identità che viene spacciata come astorica, quella femminile, è anch’essa frutto di una costruzione sociale, plasmata da rapporti di dominio.

Binarismo sessuale e di genere, eterosessualità assunta come norma – classificazioni molto più rudimentali e tranchant della Dewey – danno luogo a un ordine gerarchico dell’umanità e dei suoi comportamenti: ci sono corpi e pratiche che hanno un peso e sono messe in evidenza e altri corpi e altre pratiche che vengono ignorate, stigmatizzate, escluse. Ci sono persone che in certi casi, proprio a causa dell’etichetta che ricevono, vengono perseguitate e/o uccise e in ogni caso costrette a vivere una vita minore.

Sesso, genere e orientamento sessuale nell’ottica queer funzionano come muri, come confini, e argini alla fluidità e alla mobilità dei comportamenti degli esseri umani, istituiscono luoghi del privilegio e riserve indiane e linee che non possono essere valicate se non a caro prezzo. Ma il mondo non è uno scaffale, gli esseri viventi non sono oggetti da mettere in ordine. A questo sistema discriminatorio, spacciato per immutabile, il pensiero queer muove una critica radicale e, nell’atto stesso di decostruirlo, apre spazi di libertà e di vivibilità. In questo somiglia molto alla lotta contro il Comandamento della Grande Opera e contro la Legge dell’Ormai, portata avanti da quasi tre decenni dal movimento No Tav.

Mi sono avvicinata al pensiero queer in maniera sghemba. Da una parte ci sono state alcune letture fantascientifiche – quanto mi hanno emozionata i/le gethenian* de La mano sinistra delle tenebre di Ursula K. LeGuin che ogni 26 giorni entrano in un estro che li/le rivela di volta in volta come maschi o femmine – e dall’altra sono stati fondamentali alcuni libri che parlano di piante. A casa ho diversi manuali per il riconoscimento degli alberi e in più di un caso mi è capitato di accorgermi di quanto a volte foto, disegni e descrizioni sono distanti dall’esemplare che trovi nel bosco o in un giardino, a testimonianza che i viventi sono sempre più complessi, fluidi, mutevoli della più precisa delle nostre catalogazioni.

Ma sono soprattutto i libri di Gilles Clément sulle comunità vegetali composite e cosmopolite che si creano nei residui, i luoghi che l’uomo smette di governare e irregimentare, e il lavoro di Stefano Mancuso sulla collaborazione fra specie diverse di vegetali, la loro intelligenza e la loro sessualità, a svelarmi che la manifestazione del reale è infinitamente molteplice e niente affatto binaria. Meno di una settimana prima della trivella a Rivalta, sul blog di Alpinismo Molotov esce un mio scritto che parla dell’ailanto, una pianta che non solo travalica confini geografici, ma anche quelli sessuali, può infatti presentare caratteri maschili, femminili o misti, ed è questa una delle ragioni del suo successo biologico.

È dalle piante e dalle stelle dunque che mi giungono le prime rassicurazioni sul fatto che una persona come me, che si sente transgender, queer, non binaria, può esistere.

4. Cerco casa (Febbraio 2017)

Non ho mai formulato un’esplicita richiesta di aiuto per la sofferenza psichica che mi hanno causato repressione e clandestinità. Ho dovuto attendere il 2018 prima di vedere una psicologa nel suo habitat naturale, lo studio. Nel frattempo, il mio agnosticismo di ferro mi ha impedito di cercare conforto nelle religioni. Una dozzina di anni fa c’è stato un momento in cui ho preso in mano qualcuno di quei libri dai titoli tipo Metti tutto a posto con le forze quantiche, Fine dei problemi con l’autoipnosi, Va tutto molto molto bene se ci credi veramente, ma non ne ho mai finito uno e non posso nemmeno dire che non funzionino.

In tutto questo, una delle poche esperienze che mi ha dato davvero sollievo e strumenti – oltre a scrivere, cantare, esibirmi – è stata la militanza No Tav attiva, illuminante e prodiga di doni persino nei suoi aspetti più pesanti: le discussioni che finiscono in merda, la frustrazione, la stanchezza, i ripiegamenti, gli insuccessi. Non è poi così strano che, giunta al culmine della paranoia e della negazione di me, mi sia venuto in mente di cercare persone con cui fare politica, invece che angeli salvatori.

In Italia ci sono diverse assemblee e collettivi che fanno attivismo transfemminista e queer. In alcune città la collaborazione con la rete femminista Non una di meno è così stretta da permeare di queerness il suo intero operato. Esiste anche un coordinamento che si chiama somMovimentonazioAnale che cerca di mettere in contatto tutte le varie esperienze locali. A Torino c’è Ah, Squeerto!, ed è a loro che busso.

A questo punto del racconto si deve essere capito che la tempestività non è il mio forte. Prendo contatto con l’assemblea a giugno 2016, e mi presento alla prima riunione otto mesi dopo.

Piove a dirotto e, mentre guido per raggiungere la città, continuo a ripetermi che sono calma, rilassata, in perfetta armonia con me stessa e con il mondo. La verità è che ho un frullatore impazzito nella pancia e snocciolo bestemmie a ogni semaforo. A nessuna prima teatrale, a nessun esame universitario, a nessun colloquio di lavoro, mi sono sentita così emozionata.

In quella fase Ah, squeerto! non ha un posto fisso in cui riunirsi, è nomade, e attraversa diversi spazi cittadini. Da un mesetto si vede nei locali del circolo GLBTQ Maurice. Parcheggio distantissimo e mi avvicino a piedi, ma sembra sia l’ombrello a trascinarmi. Il dito si poggia sul campanello, ma non riesco a pigiarlo. Dubbi, paure, domande imperversano nella testa. Cosa vorrà poi dire transfemminismo? Gay e lesbiche ne conosco, ma chissà come sono fatte delle persone queer? Andrò bene anche se non ho ancora finito nemmeno un libro di Butler? Mi piaceranno? Piacerò? Sono sul punto di tornare indietro e lasciare stare. Poi la meschinità e l’omofobia interiorizzata mi spingono al coraggio: E se mi riconosce qualcuno qui piazzata davanti al portone di un’associazione di froci? E suono.

Quelle sono settimane in cui Ah, Squeerto! attraversa una fase di crisi e scazzi e il clima non è dei migliori, ma l’espressione da pulcino bagnato che lo stress emotivo mi disegna in faccia, induce le compagne – per noi i plurali sono sempre femminili – a riservarmi una buona accoglienza. Prima di cominciare l’assemblea vera e propria si cena, io ho già mangiato, ma anche fossi digiuna non potrei mandare giù una nocciolina. Ogni volta che qualcuna delle compagne mi rivolge la parola riesco ad andare poco oltre i monosillabi e gli schiarimenti di gola. Ho la paura fottuta che se tolgo il tappo non possa poi evitare di vomitare 38 anni di censure, reticenze, non detti.

Nel frattempo mi guardo intorno e comincio a rispondere a una delle domande: come sono fatte le persone queer? Carne, ossa, pelle, nervi, uguali a tutti gli altri esseri umani e ognuna diversa a modo suo.

Finiscono di mangiare, mi affaccendo a sparecchiare, soprattutto per evitare di pensare a cosa dire, a cosa fare, in che posizione mettermi. Loro sembrano tutte così disinvolte. Riprendiamo posto e la persona che mi ha fatto da tramite mi chiede se voglio dire due parole per presentarmi. In effetti non voglio, non so bene cosa dire senza cominciare da Adamo ed Eva, ma dalla mia bocca le parole hanno preso a uscire, lo psicopoliziotto che è in me interviene e le piglia per briglie, in qualche modo le governa: ne viene fuori una roba che più che una presentazione sembra un indovinello. Ho provato a farci attenzione e miracolosamente ci sono riuscita: ho parlato di me evitando declinazioni di genere. E quindi arriva la domanda:

– Che pronome preferisci? Maschile o femminile?

Eccomi, mi dico, sono a casa.

5. Ogni lotta è tutte le lotte (transfemminismo e No Tav)

Che significa transfemminismo?

Sebbene l’alleanza femminista fra donne assegnate femmine alla nascita e persone trans sia decisamente più antica, la parola è piuttosto recente e la introduce nel 2001 Emi Koyama nel suo Manifesto transfemminista. Il testo nasce dall’esigenza di contrastare ogni deriva essenzialista e di «elaborare una teoria femminista che [sia] decisamente pro-trans e un discorso trans che [sia] radicato nel femminismo». L’istanza prima del transfemminismo è proporre un fronte femminista più ampio e inclusivo, perché il sessismo eteropatriarcale non si accanisce solo sulle donne nate donne, ma su chiunque provi ad abbattere o anche solo a scavalcare, aggirare, i suoi muri e le sue recinzioni.

Inclusività

L’inclusività è un tratto tipico della lotta in Valsusa. Il fronte No Tav è davvero composito: dal mondo cattolico a quello anarchico, da quello autonomo ai transfughi dal PD, c’è spazio per tutti e tutte. Restano fuori i fascisti e i razzisti. Ciò che unisce tutte le persone No Tav è la consapevolezza di essere vittime della medesima oppressione, quella esercitata dallo Stato in combutta con le lobby del cemento e del tondino. Il successo e la tenuta di questa lotta si deve proprio alla sua molteplicità – sia nelle identità, che nelle pratiche – e alla resistenza che ha saputo opporre ai tentativi di dividere il movimento in buoni e cattivi, in «autentici valligiani» e «anarcoinsurrezionalisti dei centri sociali». Uno dei più noti slogan del movimento è «per essere No Tav non è necessario essere valsusini, basta essere onesti e informati». È un rifiuto esplicito di ogni gretto localismo: si può gridare «giù le mani dalla Valsusa» indipendentemente da dove si è nati e da dove si viva e in ogni «a sarà düra» che si leva c’è spazio anche per il mio accento siculotorinese.

Festival Alta Felicità, Venaus, 28 luglio 2017. Lo stand della Federazione Anarchica Italiana accanto a quello dei Cattolici per la vita della Valle.

Allo stesso modo Emi Koyama nel suo manifesto allarga la pratica transfemminista «alle persone queer, intersex, agli uomini trans, alle donne non-trans, agli uomini non-trans e a tutt* coloro che siano solidal* nei confronti dei bisogni delle donne trans, e che considerino l’alleanza con le donne trans come una parte essenziale della loro stessa liberazione». È una visione del mondo futuro, e in quel mondo ci siamo tutte e tutti, esclusi fascisti, razzisti, transomofobi, sessisti e maschilisti e tutte le altre forme di oppressione e discriminazione, anche quelle che il nostro privilegio ancora ci nasconde.

Mescolanza e pluralità nelle fasi decisionali, nella partecipazione, nelle pratiche sono fondamentali sia per i No Tav sia per le transfemministe. Entrambe le lotte esplicitamente bandiscono ogni forma di purezza.

Mediazione al rialzo

L’inclusività, il desiderio di un modo plurale, però è una forma di – per usare un’espressione di Wu Ming – mediazione al rialzo e permette critiche più affilate, proposte più articolate e rende più radicali le posizioni, non le annacqua, non le compromette.

Nel 2017 a Rivalta ci sono state le elezioni amministrative, le ha vinte per 50 voti l’ex assessore all’ambiente della regione Piemonte, Nicola De Ruggiero. Sventola un’ambigua bandiera No Tav, ma la sua posizione è che sia necessario allontanare il più possibile la linea dal paese (e gli altri si arrangino). Per conseguire questo risultato, uno dei primi atti della sua giunta è stato quello di far rientrare Rivalta nell’Osservatorio per l’asse ferroviario Torino-Lione, organo che si occupa di capire come realizzare l’opera, non se realizzarla. Il comitato No Tav di Rivalta continua a evidenziare le ambiguità dell’attuale amministrazione e continua a ribadire che No Tav significa né qui, né altrove.

Alla base del transfemminismo c’è la consapevolezza che esiste un’oppressione sistemica e si chiama eteropatriarcato. La violenza eteropatriarcale può essere agita da chiunque, ed essere diretta contro chiunque, indipendentemente da sesso, genere e orientamento, ma ciò che femministe e transfemministe danno per assodato è che questa violenza è agita nella stragrande maggioranza dei casi da maschi etero cisgender. Non c’è infatti un’emergenza di uomini uccisi dalle loro compagne, le violenze contro lesbiche, gay e persone transgender sono quasi sempre commesse da maschi. L’eteropatriarcato normalizza, propone come inevitabili, naturali, la discriminazione, la diversità dei salari, l’assoggettamento dei corpi. Chi nega questi assunti, che esista un privilegio maschile, che esista un’oppressione su donne e lesbiche, gay, bisex, transgender, intersex, queer, non può dichiararsi transfemminista.

Indipendentemente da sesso, genere e orientamento, tutte possiamo condurre queste lotte, ma non siamo tutt* sulla stessa barca. No Tav e transfemministe si ritrovano anche in questo: sono inclusive, ma allergiche alle supercazzole.

Saperi costruiti dal basso

Il movimento No Tav nel corso degli anni ha continuato a studiare i progetti della controparte, a smontarli, a criticarli dal punto di vista scientifico, economico e politico, senza delegare, con un’autoformazione costante e un continuo scambio fra militanti e tecnici.

È ciò che continuano a fare attiviste, attivisti, collettive, collettivi e assemblee transfemministe di tutto il mondo: mettere a disposizione esperienza, conoscenze, capacità per esplorare ogni ambito dell’eteropatriarcato, difendersi dalla sua oppressione e immaginare nuovi strumenti di lotta, di piacere, di liberazione. Nell’ambito dell’attivismo queer si continuano ad autoprodurre fanzine (qui e qui alcuni archivi) che spaziano dalle genealogie nei movimenti queer, all’eteronormatività nelle relazioni, dalla discriminazione delle persone grasse, a violenza e consenso, dal papilloma virus, fino ad arrivare alla queerness nel mondo vegetale, per citarne solo alcune. Quasi tutto ciò che raggiunge un livello accademico – esistono corsi di laurea in gender e queer studies – trae linfa dalle esperienze e dalle riflessioni dell’attivismo di base.

Ju-jitsu

All’indomani della manifestazione del 3 luglio 2011, successiva allo sgombero manu militari della Maddalena, i media concentrano tutte le loro attenzioni su qualche sasso lanciato da No Tav. Evitano così di raccontare sia le ragioni della protesta, sia le documentate violenze delle forze di polizia. Il movimento risponde con un nuovo slogan: «Siamo tutti black bloc».
Ancora: è il 2014 quando si istruisce un processo per terrorismo contro Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò accusati di aver sabotato un compressore, il movimento organizza una grande manifestazione a Torino e la intitola «colpevoli di resistere».

Flessibili come rami di salice è il principio del ju-jitsu: usare contro il nemico la sua stessa forza. Rivendicarsi quelle che dovrebbero essere etichette denigranti è una strategia che permette di narrare storie altre, indigeste al potere. È un’attitudine punk.

Lorenzo Bernini sostiene che il primo uso politico del termine queer sia bicefalo: dal basso lo inaugura la Queer Nation, un collettivo di attiviste e attivisti contro la sierofobia (discriminazione nei confronti delle persone sieropositive e affette da HIV) e, a livello accademico, poco dopo, ma in maniera indipendente, Teresa De Lauretis lo riprende per un convegno del 1990 intitolato Queer theory.

Anche in Italia il termine «frocio» prima – già negli Elementi di critica omosessuale di Mario Mieli – e «frocia» poi, si caricano di significati politici. È un’operazione che va al di là dell’ironia: è un’irruzione nella cornice del nemico per rovesciarla, sabotarla, distruggerla. E inoltre, per parafrasare Adorno, è un precipitato gioioso della rabbia.

Torino, 28 giugno 2018. «I nostri corpi non hanno frontiere. Rivolta frocia!»

Permeabilità delle lotte

Negli ultimi due anni, migliaia di persone migranti percorrono la Valsusa, cercano di oltrepassare il confine attraverso le Alpi. Interi settori del movimento No Tav si sono autorganizzati per dare supporto, conforto, aiuto, informazioni a queste persone. A motivare questo impegno, oltre ai sentimenti di solidarietà, c’è una consapevolezza: le stesse forze che sacrificherebbero la vita di una valle e dei viventi che la abitano per muovere più velocemente merci, non contemplano il diritto di tutti gli esseri umani a spostarsi liberamente.

I/le sacrificabili della Valsusa e i/le migranti che la attraversano vivono piani di oppressione diversi: il luogo di nascita, il possesso di documenti, la possibilità di ottenere un contratto di lavoro, il sesso, il colore della pelle sono tutti fattori che creano gerarchie: rendersene conto, imparare ad ascoltare i racconti di chi vive diverse oppressioni, è un passo verso l’autodeterminazione e un’alleanza reale.

È la permeabilità delle lotte. È il tentativo di abbracciare diversi piani di oppressione e mettere in relazione chi ne è oggetto per elaborare strategie che pongano argine alla frammentazione e immaginare mondi in cui i diritti di alcun* non siano a discapito dei diritti di altr*.

A inizio ottobre il laboratorio Smaschieramenti in combutta con Non Una Di Meno ha organizzato a Bologna un blocco del traffico contro fascismo e islamofobia. Lo scorso 28 giugno, Ah, SqueerTO! insieme ad altre sette realtà di movimento cittadine ha costruito Nessun* Norma (qui la sintesi che più mi sento di sottoscrivere), un pride contro le frontiere, per la libertà dei corpi e contro le politiche repressive del decoro. Un corteo che per la quantità di uomini in armi e Digos mobilitati assomigliava moltissimo, anche quello, a un’iniziativa No Tav. Sono solo due eventi fra decine, a testimoniare che l’intenzione di uscire dagli orticelli e la volontà di contaminazione delle lotte sono fondanti in chi fa attivismo queer.

Sabato. – Guardatemi: apertura mentale, solidarietà, diritti per tutt*, no perbenismi!
Mercoledì. – Guardatemi: grettezza, repressione, tolleranza zero, «decoro»!

Autodeterminazione

Quando Emi Koyama scrive «riteniamo di avere diritto esclusivo di prendere decisioni in merito ai nostri corpi e che nessuna autorità politica, medica o religiosa possa violare l’integrità dei nostri corpi contro la nostra volontà o intralciare le nostre decisioni riguardo a ciò che di essi facciamo», sta parlando di autodeterminazione, la stessa che chiedono i/le No Tav riguardo al territorio che abitano. «Il mio corpo, la nostra terra», dice una T-shirt delle donne No Tav.

«Mi cuerpo, mi primer territorio» è uno slogan diffuso in America latina, mette in relazione le lotte contro la voracità di terra del capitale e quelle contro l’irregimentazione dei corpi condotta dal patriarcato e dall’eterosessismo. Si tratta della stessa opposizione, della stessa azione, dello stesso obiettivo: acquisire la piena responsabilità, sottrarsi a ogni imposizione dall’alto, su ciò che accade sul proprio corpo e sul proprio spazio vitale.

C’è ancora una cosa…

…e non è secondaria per nulla: l’importanza che sia nel mondo No Tav sia in quello transfemminista queer si dà alla convivialità, all’incontro, al piacere, alla festa.

6. These important years


Quando è iniziata la mia transizione?

Sono sette anni, se parto da quel pensiero fatto alla Maddalena. Quattro, se stiamo ai primi simbolici buchi nelle orecchie. Quasi due anni e mezzo, invece, da quel 7 giugno 2016. Ventidue mesi se l’inizio è il mio approdo ad Ah, Squeerto!.

Il percorso “ufficiale” però, quello sancito dalla legge 164 del 1982 che regolamenta le transizioni di genere in Italia, è molto più recente, ed è partito a maggio di quest’anno. Ho imboccato questo sentiero perché è l’unica possibilità di aver accesso legale alla cura ormonale, ed è l’unico cammino – per quanto assai arduo – per ottenere un cambio dei documenti. Ma ciò che più conta è che mettermici su mi ha finalmente indotto a prendere a picconate l’auto-repressione, a uscire dalla clandestinità e cominciare a chiedere che mi si chiami con il mio nome, che era e resta Filo, la forma abbreviata di Filomena.

Sono sei mesi che racconto della mia transizione, le persone che mi conoscono da tempo spesso mi hanno chiesto: e ora come ti senti?

Eh, bella domanda!

Mi sento come Frodo e Sam quando decidono di liberarsi di elmi, scudi, abiti da orco e attraversare Mordor senza mascherarsi, esibendo i loro corpi e la loro fragilità. Mi sento più vicina a me stessa e infinitamente più leggera. Quel travisamento – la mia socializzazione maschile – mi ha protetta fin qui, ma allo stesso tempo mi pesava, mi strozzava, mi impediva di respirare a pieni polmoni, di camminare, di agire.

Anche Marta Battiato: alcune compagne di Ah, Squeerto! mi hanno chiesto perché fossi così dura e giudicante e usassi toni così supponenti e denigratori nei suoi confronti. Una compagna mi ha detto: «nel mio femminismo c’è posto anche per lei». Solo dopo aver preso atto che quella durezza e quella supponenza, quella incapacità di empatizzare con lei – lo so che sembra assurdo, sto parlando di me! – fossero i segni dell’eteropatriarcato interiorizzato, sono riuscita a mitigare il linguaggio nel brano in cui ne parlo. Marta a modo suo, dalla sua postazione, ha combattuto e mi ha condotto qualche passo più avanti, fin dove poteva arrivare e le sono grata. Ora me ne libero, di lei e di quell’altro me, per proseguire il cammino e potermi vedere allo specchio e mostrarmi a volto scoperto.

Resta da attraversare questa Mordor, questa Terra desolata, questo paese guasto.

È il 21 dicembre 2017, il solstizio d’inverno, la giornata più corta dell’anno, fra poco si aprirà la notte più lunga e io sono depressa sul divano. Il sollievo non è mai una volta per tutte.

Gli spiragli di futuro utopico che ho visto balenare davanti ai miei occhi alla Maddalena e in altre situazioni di autogestione No Tav, gli spazi di autenticità e libertà che mi concede Ah Squeerto! non mi sono sufficienti, tanto più che – paradosso dei paradossi – il mio attivismo transfemminista in questa fase è in incognito, solo Sara e pochissime altre persone sanno che cosa vada a fare ogni settimana al Gabrio, nuova sede delle assemblee di Ah Squeerto!. Il mio quotidiano resta quello di sempre, sul mio corpo continuano a spadroneggiare le forze nemiche, la libera espressione di me e della mia identità di genere è meno di un part time, si manifesta tre ore la settimana.

Sono esperta solo delle mie depressioni e non so farne leggi universali, so che ci finisco dentro quando sento il futuro come la copia esatta del presente bacato in cui vivo, la sua logica conseguenza. È l’esperienza che fa il pittore Jean Pondolski nel romanzo di Jacques Spitz L’occhio del purgatorio: se il futuro è dritto davanti al momento attuale, vedo solo ripetizione prima, e morte poi.

Il futuro di cui abbiamo bisogno è diverso, non è lineare, è obliquo, sghembo – è queer! – è frutto di uno scarto ed è il prodotto di un impulso utopico, è un tempo realmente altro da questo presente e bisogna immaginarselo (qui Wu Ming 1 lo spiega bene). Ci vogliono immagini che lo suggeriscano e azioni che lo rendano possibile, altrimenti non può che scorrere negli alvei profondi dell’Ormai e dell’Inevitabile.

Il tunnel è ormai iniziato, dobbiamo andare avanti.
La linea è satura.
Ce lo chiede l’Europa.
Se non lo facciamo interrompiamo il corridoio Lisbona-Kiev, la Via della seta.
Torino, il Piemonte, l’Italia resteranno fuori dai traffici se non ci adeguiamo.
Faremo un Tav sostenibile, una soluzione low cost.

Ci devi studiare sopra per sapere che il tunnel non c’è, che la linea attuale è sottoutilizzata, che a Lisbona, a Kiev, a Pechino se ne fottono del nostro TAV e che non c’è risparmio e sostenibilità possibile per un’opera così socialmente ed economicamente impattante. E poi immaginare il tuo territorio come il frutto dei desideri e delle esigenze di tutte le componenti della comunità che lo abitano. Immaginare che vai a un’assemblea e puoi prendere parola ed essere parte di un processo collettivo e non un burattino nelle mani dei burocrati, dei politici, del capitale. Tutto chiaro per me: tradurlo sul mio corpo, sulla mia esistenza è un’altro paio di maniche. Essere più libera e radicale nella mia frociaggine, aumentarne il raggio di azione nello spazio e nel tempo, mi pare irrealizzabile, velleitario, utopistico.

E come fai con il lavoro?
E con gli amici?
I parenti?
La società?
I vicini di casa?
I conoscenti?
i passanti?
Lascia perdere. Frocia part time è già un gran lusso.

Io non me lo ricordo come ci è capitato, ma so che a un certo punto il 21 dicembre del 2017 mi trovo per le mani un libro e inizio a leggerlo. È Stella distante di Roberto Bolaño. Io i libri li riempio di segni, sottolineature, punti esclamativi, commenti. Questo qui è bianco fino a metà. Sto sprofondando nella Palude della tristezza come Arthax, il cavallo di Atreiu. Ancora grazie che stia leggendo, invece di piangere in silenzio o dormire.
Poi all’improvviso mi tiro su e mi siedo a gambe incrociate: leggere diventa un atto volontario e non più solo lettere che scorrono sotto gli occhi. Il brano che risveglia la mia attenzione comincia così:

Un giorno si arrampicò su uno di questi pali e ricevette una scossa così forte che perse entrambe le braccia. Gliele dovettero amputare quasi all’altezza delle spalle. Così Lorenzo crebbe in Cile e senza braccia, cosa che già di per sé rendeva la sua situazione piuttosto svantaggiosa, ma crebbe per di più nel Cile di Pinochet, cosa che trasformava qualsiasi situazione svantaggiosa in disperata, ma questo non era tutto, perché ben presto scoprì di essere omosessuale, cosa che trasformava la situazione disperata in inconcepibile e inenarrabile.
Le sue delusioni (per non parlare di umiliazioni, sgarbi, mortificazioni) furono terribili e un giorno – giorno da segnare con un sassolino bianco – decise di suicidarsi. Un pomeriggio d’estate particolarmente triste, quando il sole scompariva nell’Oceano Pacifico, Lorenzo si buttò in mare da uno scoglio usato esclusivamente dai suicidi (e che non manca in ogni tratto di litorale cileno che si rispetti). […] La sua vita allora, proprio come si racconta, gli passò davanti agli occhi come un film. […] Con improvviso coraggio decise che non sarebbe morto. Dice di aver detto ora o mai più e tornò in superficie. Risalire gli parve interminabile; tenersi a galla, quasi insopportabile, ma ce la fece. Quella sera imparò a nuotare senza braccia, come un’anguilla o una biscia. Suicidarsi, disse, in questa congiuntura sociopolitica, è assurdo e ridondante.»

Bolaño bara, lo fa per tutto il romanzo cucendo reale, verosimile e fantastico in una sola tela. Quella di Lorenzo non è una fiaba, ma la storia di Lorenza Böttner (1959-1994), pittrice, danzatrice, cantante transgender priva di braccia.


Balzo dal divano. Comincio ad agitarmi per casa. Cucino, pulisco, mi lavo, apro le finestre, metto sulla scrivania il materiale ancora intonso che devo studiare per un esame, mando la storia di Lorenza così come la racconta Bolaño nella mailing list di Ah, Squeerto!.

Non sono fuori dalla palude, non ho risolto nulla, ma ho un’immagine potente, quella di Lorenza che esiste e che balla e dipinge. Un’immagine che ne richiama altre, la Maddalena, le chiacchiere intorno al fuoco, i canti con i compagni e le compagne No Tav, il calore, gli abbracci e la comprensione delle mie compagne queer. Sento che davanti ci sono tanti futuri e che voglio prendermi il tempo, lo spazio, la possibilità di incarnarne – ora! – uno vivibile per me. Averne il coraggio.

Un atto coraggioso può essere azzardato o rischioso, ma non è mai una bravata, lo spiega bene Valentina Fulginiti in un articolo che conservo appeso al mio altarino delle cose ricordevoli. Io propongo un passo ulteriore: il coraggio autentico anche quando è un atto individuale presuppone una collettività di riferimento, ed è in qualche modo un atto di restituzione di qualcosa di molto prezioso che dalla collettività si è ricevuto. Il coraggio è contagioso, esattamente come la paura, ed è per questo che si lotta, perché la paura amplifica il silenzio, la solitudine, l’immobilità, la rassegnazione; il coraggio al contrario è una forza plurale che si nutre di musica, danza, immagini, parole e le ispira. Ed ecco spiegata la forza di Lorenza, di Luca, di Turi, di Marisa, di Nicoletta e di tantissime altre.

«Nel pomeriggio del 5 settembre [2015], Turi aveva eluso la sorveglianza ed era apparso all’improvviso nel cantiere, a due passi dai poliziotti allibiti, a torso nudo e in calzoncini, la barba grigia, i capelli lunghi e caldi di sole, nelle mani una bandiera No Tav, inatteso e più che mai incongruo, come un ologramma, però tangibile. Prima che le guardie potessero battere le ciglia due volte, si era messo nella posizione yoga del Sîrsâsana o, più prosaicamente, “la verticale” […] il fotografo Michele Lapini aveva colto l’attimo.» (Wu Ming 1, Un viaggio che non promettiamo breve)

L’ho già detto e scritto altrove e non temo di ripetermi. Il valore della lotta è in sé. Non c’è un paradiso eterno di là da venire, messo in premio per «quando avremo vinto».
Etimologicamente il paradiso è un giardino e i margini che abitiamo – valligiane e valligiani, frocie, abitanti delle periferie, migranti, escluse, esclusi – si trasformano in giardini ogni volta che ci opponiamo alla violenza dello Stato, del capitale e dell’eteropatriarcato. Sono giardini fragili i nostri, come quelli descritti da Clément nei suoi libri: plurali, compositi, permeabili, effimeri ma rinnovabili, in continua trasformazione e ridiscussione, immersi nel conflitto e nel confronto. Ogni centimetro, ogni minuto di questi paradisi, ci fa desiderare di lottare ancora, perché fuori di lì – lo chiamino pure ordine, normalità, «la vita così com’è», l’inevitabile, l’ineluttabile, l’immutabile – c’è la sopraffazione, la paura. L’inferno. Mordor.

L’ho accennato prima, e quando avrò di voglia di scrivere un pezzo comico, approfondirò: in quella trappola del self-helping, del tirarsi fuori da sola, dei leader motivazionali, per una breve stagione, ci sono caduta anche io. Magari funziona, ma io non ci credo. Credo nel mettere a disposizione le proprie abilità e nell’osservare di quali meraviglie siano capaci le altre persone.

Chiedete a Claudio Giorno quanta fatica gli sia costato e quanto piacere gli abbia procurato mettere il primissimo tracciato del TAV su un lenzuolo lungo 12 metri, perché in Valle si potessero davvero rendere conto di dove passasse e cosa tirava giù al suo passaggio.

Chiedete alle persone che li fanno a ogni iniziativa cosa significhi impastare e cuocere e guarnire biscotti a forma di cuore con scritto NO TAV.

Chiedete ad Alberto Poggio e Luca Giunti – dico loro perché li conosco meglio – se e quanto si divertono quando vanno in giro a fare i tecnici No Tav.

Chiedete a chi cucina e serve perché lo fa. A chi mette su il vin brulé; a chi smazza i volantini; a chi regala dieci chili delle patate che ha coltivato; a chi ogni settimana, da sette anni, organizza un’apericena ai cancelli del fortino; a chi sta provando a costituire un centro di documentazione No Tav.

Non è già un mondo altro? Una prospettiva di condivisione e di collaborazione: la conferma che esiste una dimensione in cui lavoro e piacere possono coincidere? Non si intravede già un tempo diverso da questo in cui bisogna nascondersi, incatenarsi a situazioni, facciate, e occupazioni abiette?

Prestarsi a fare quel che si sa, godere dei saperi altrui, sperimentarsi in ciò che non si è mai fatto e stupirsi di ciò che ci accade intorno e di come diventiamo ogni giorno, sempre più noi stesse, noi stessi. Sono questi i benefici della lotta quando è inclusiva e paritaria: trasforma – qui chioso le parole di Audre Lorde – il silenzio (la sottomissione, la negazione degli individui) in linguaggio e azione.

Io oggi sono qui. Guardo indietro a questi 15 anni di militanze varie e vedo i sentieri che ho percorso con questo complesso di materia, emozione e pensiero che è il mio corpo. Ogni passo una trasformazione. Ogni incontro un sorriso. La transizione non ha fatto ricominciare da capo la mia vita, non sono morta e rinata: è stato un processo lungo, tortuoso, sghembo (queer!) quanto vuoi ma unico. Ora inspiro e sono pronta a mettere un piede davanti all’altro piede davanti all’altro piede davanti all’altro piede…

No Tav Sì Trav

L’8 dicembre tutte e tutti a Torino! Partenza alle h.14 da Piazza Statuto e poi in marcia verso Piazza Castello. Tenetevi le “madamin”, viva le frocie! Disegno originale di Zerocalcare, “frocizzato” da Eugenio Nittolo.

Ancora una cosa

Porpora

Nel suo ultimo lavoro L’aurora delle trans cattive (Alegre, 2018) Porpora Marcasciano dice che non siamo noi transgender ad avere la disforia di genere, ma è la società ad avere una disforia nei nostri confronti.

Non siamo noi che dobbiamo integrarci o essere accettate: è il patriarcato eterosessista che va combattuto, è la società che deve cambiare ed essere a misura di tutte e tutti.
Raccontare, raccontarsi, uscire dalle cornici avvilenti, denigratorie e violente delle narrazioni mainstream è – né più, né meno – uno strumento di lotta. È con questo spirito che ho scelto di condividere un pezzo della mia storia.

Una scelta così non si matura in dieci minuti ed è sempre il frutto di molteplici spinte. L’ultima pedata nelle terga – ma data con una zeppa! – me l’ha assestata Tra le rose e le viole (manifestolibri, 2002) un libro di interviste a persone trans raccolte da Porpora.
Abbiamo bisogno di immaginari diversi. Le sessualità, le identità, le prospettive e le possibilità relazionali e sentimentali sono assai di più di quante il paraocchi patriarcale consenta di vederne. Abbiamo bisogno di ascoltare storie diverse. Sì Trav!

Ringraziamenti

L’acquisto collettivo di terreni in cui si prevede giunga lo scarpone del nemico è una delle pratiche adottate nel corso degli anni dal movimento No Tav. È un sovvertimento: la proprietà privata viene svuotata del suo senso esclusivo, trasformata in gestione e partecipazione responsabile. Le parole di questo testo mi appartengono in maniera astratta e puramente nominale. Sono il mio metro quadrato in un terreno condiviso da diverse comunità, un ramo in una fascina di storie e azioni collettive e non esisterebbero senza l’aiuto e il supporto, lo stimolo del Coordinamento dei comitati No Tav della Valsangone e della Collina morenica, di Fornelli in lotta, di Ah, SqueerTO! Assemblea transfemminista queer Torino, di Alpinismo Molotov, della Wu Ming Foundation tutta.

Sono stata accompagnata da molte persone nella stesura e nella revisione del racconto, dovrei fare troppi nomi e rischierei di dimenticarne qualcuno, mi limito a dirne due: Franco Berteni e Mariano Tomatis coi quali mi sono confrontata ogni santo giorno nelle ultime settimane. Grazie infinite a tutte e tutti e tuttu.

Un ringraziamento speciale, infine, a Sara e Miriam, mie principali supporter e sopporter in questo viaggio niente affatto straight.

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19 commenti su “SI TRAV. Come la militanza #NoTav mi ha dato il coraggio di diventare me stessa / 2

  1. Il primo impatto è paralizzante: come confrontarsi con un testo che riesce a essere monumentale senza schiacciarti, con un grido che rivendica il diritto a essere se stess*, senza remore a mettere a nudo le più intime fragilità?
    Allora lo aggiri e lo prendi di sbieco, cercando queerness in quello di cui ti occupi quotidianamente. La magia, nel mio caso. Mi vengono in mente Raymond “Sophie” Lloyd e Letitia “Oliver” Winter, due transgender che hanno segnato la storia del più celebre circolo magico al mondo. “L’unghia rossa” dura due minuti: http://www.mesmer.it/index.php?id=pillole&n=33

    • «Filomena, sono fiero di essere tua compagna.»

      E noi di essere compagne di Filomena e Mariano.

      L’unghia rossa è una delle più belle “pillole” della serie Mesmer. Grazie davvero.

  2. Giornata normale, voci, schiamazzi, faccende, poi uno scoppio, un boato enorme.
    Segue il silenzio. Un silenzio però densissimo, tutt’altro che vuoto, pregno di domande, inquietudini, riflessioni…
    Credo che l’inusuale carenza di commenti, per uno scritto tanto letto ed apprezzato quale questo, sia almeno parzialmente qualcosa di simile.
    Lasciano senza fiato da un lato il coraggio umano, quasi spudorato, che Filo è riuscita a tirar fuori, denudandosi in pubblico così violentemente e orgogliosamente; dall’altro il dolore impotente che ci racconta, vissuto a lungo sulla propria pelle, catene nella carne che per anni la hanno oppressa.
    Inoltre, e lo sento condiviso anche da altri, a commentare entrando nel merito io maschio eterosessuale fatico assai: in primis perché appartengo alla categoria opprimente (e per quanto non mi ci riconosca, sicuramente nella mia vita avrò detto e fatto cose, magari non consciamente, che han contribuito a questa oppressione) e mi sento correo; poi perché è una tematica per me ancora difficile: ad esempio poche righe qua sopra ho utilizzato la parola “categoria”, che sento sia cacofonica qua, poiché rientra in una logica soggiacente alle dinamiche sociali attuali e ed è probabilmente ostativa ad una lettura nuova del concetto di genere, non di meno l’ho usata. Son figlio, anche se non ligio, della società in cui sono cresciuto, mi serve tempo per liberarmi da certe dinamiche.
    Il percorso di liberazione di cui ho letto mi ha molto emozionato e mi ha posto molte questioni su cui riflettere; spero un giorno di essere in grado di commentare nel merito, discutere, spiegare a qualcun* l’argomento.
    Se mai quel giorno verrà sarà soprattutto grazie a Filo e questo suo post, che mi ha preso a schiaffi e continua rigirarmi in testa e pancia.

    P.s. Su come la sua vicenda si annodi alla lotta di valle e come questa abbia potuto aiutare Filo sarei invece forse in grado di dire qualcosa, ma non è necessario, ha già detto tutto lei, e lo ha detto benissimo.

    Ancora grazie Filo

  3. Dopo che Luca Casarotti ha firmato la prefazione al primo volume di “Mesmer”, Filo ha accettato di curare quella del secondo volume. La sua consulenza in fase di scrittura si sta rivelando molto preziosa, perché mi fa notare con pazienza i miei punti ciechi più grossolani.
    Per fare un esempio, lo scorso luglio George Hansen – un mio autore di riferimento – ha tenuto una relazione a Lily Dale, New York dal titolo “Transgender, spiritismo e paranormale”.
    Pur non essendo ancora riuscito a procurarmi il testo dell’intervento, la tematica risuona con un capitolo del libro che ho in scrittura.
    Parigi, 1786. Jerome Sharp incontra una squattrinata cartomante che riceve in un vicolo maleodorante della città. Dopo aver raccontato i miracoli da lei prodotti durante la seduta, Sharp fa un’indagine più approfondita e scopre che la donna è un’abile truffatrice: in un libro, un vero e proprio manuale di mentalismo, l’autore spiega uno per uno i vari sotterfugi, molti dei quali basati su principi psicologici raffinati. Ma la questione trascende l’aspetto scientifico/divulgativo: vero e proprio Burioni ante litteram, Sharp intende distruggere la credibilità della donna descrivendone un albero genealogico infame (nonni e bisnonni sono stati assassini, ladri, stupratori, disertori…) e alludendo continuamente alla sua umile condizione sociale come prova di una intima e congenita tendenza all’inganno (è la solita questione che, all’epoca del mio post sulla neutralità che difende Golia infierendo su Davide, mi aveva allontanato dal Cicap).
    Più avanti nello stesso libro, Sharp si lascia sedurre dai giochi di prestigio di un venditore di barometri – tale Henri. L’uomo è presentato come un brillante trickster, dalla mano lesta ma dalla fondamentale onestà: ammette di mentire e lo fa con classe, offrendo ai passanti un intrattenimento di alto livello. E qui arriva il colpo di scena. Dal tono della voce e dallo sguardo di Henri, Sharp si accorge di avere già visto quella persona: lui e la cartomante sono la stessa persona!
    L’autore è assalito dal dubbio: Henri è una donna travestita da uomo… o la cartomante è Henri travestito da donna?
    Tra i due si apre una conversazione letterariamente memorabile. I tentativi di Sharp di scoprire la verità sono carichi di una certa tensione erotica: il lettore si aspetta che, da un momento all’altro, l’ambigua figura spalanchi il corsetto o si abbassi i pantaloni per sciogliere il dubbio. Sarebbe la scena perfetta per un feuilleton, ma non succede – e per una ragione precisa. Nella finzione narrativa, il duplice personaggio svolge una funzione chiave, ricordando al lettore che dietro ogni divinazione c’è un inganno da prestigiatore: i due sono inseparabili e non si dà l’una senza l’altro. Il trucco presentato in modo aperto è associato al maschile, mentre il trucco e l’inganno mascherati – ma anche il sospetto che sia in ballo vera magia – assumono i caratteri di una donna. Non risolvendo il dubbio sul “vero” genere, Sharp costringe il lettore a oscillare: donna o uomo, Henriette o Henri, poteri autentici o trucchi da illusionista? L’ambiguo personaggio evoca lo stesso sguardo interrogativo che si assume di fronte ai fenomeni che sembrano paranormali.
    Il mercante, intanto, si prende gioco di Sharp come un autentico azzeccagarbugli; se da un lato mostra un certificato da cui risulta che è nato maschio, dall’altro fa uno strano giro di parole che rende il tutto ancora più ambiguo: “Riconoscendo in me una vecchia veggente, potreste addirittura aver ragione, signore; ma questo non mi impedirebbe di vincere la scommessa, se solo volessi approfittare della vostra imprudenza. Sappiate, infatti, che in questo momento non sono una donna travestita da uomo; è vero, però, che un tempo ero un uomo travestito da donna”. Confuso come non mai, Sharp sospetta di trovarsi di fronte a un ermafrodita – ma un altro tra i presenti lo contesta: secondo lui, persone del genere non esistono e sono solo frutto dell’immaginazione di chi prova troppo amore per il meraviglioso.
    La disparità di trattamento riservato alla veggente e al mercante è evidente: che si tratti o meno della stessa persona, il genere femminile viene letteralmente massacrato mentre il maschio passa per un bonario imbroglione, dall’eloquio brillante e la mano lesta. Svelando i trucchi della donna, Jerome Sharp non si limita a dimostrare che le sue percezioni extrasensoriali sono frutto di inganno. Con un’azione critica esercitata con tanto accanimento, l’autore cerca di svuotare di incanto la scena perché Henriette è pericolosa: la forza seduttiva dei suoi prodigi è una minaccia per la fredda lucidità richiesta a un illuminista. Come spiega Loredana Lipperini, fascino e terrore evocati dalle donne dotate di poteri magici hanno a che fare “con il loro mistero: perché tutte custodiscono qualcosa di non addomesticato […] Storia antichissima. Dagli albori della civiltà la donna ascolta le voci dei morti e degli dèi, comprende il linguaggio del vento e degli animali, predice il futuro. È la donna selvaggia […] la vestale new age. La sensitiva. È infine colei che si oppone alla conoscenza intellettuale con un sapere, ancora una volta, altro”. Dicendo che è “solo” un’imbrogliona, Sharp vuole sottrarre a Henriette ogni forza perturbante: le sue visioni, apparentemente sovrannaturali, sono dovute a sotterfugi alla portata di tutti.
    Approfondendo la questione, ero rimasto affascinato dall’associazione transessualità/paranormale: dovevo forse individuare un elemento comune tra i due ambiti nella “transizione”, che nel paranormale riguarda la possibilità di passare dal nostro mondo all’aldilà – grazie a un* medium che (per definizione) “media”? Mentre lavoravo sul tema, Filo mi ha salvato da un eccesso di analisi simbolica, riportandomi a terra e iniettandomi la giusta dose di materialismo storico. Ogni filosofia acquista diritto di cittadinanza solo dopo aver soppesato per bene questione vitali più basilari e pratiche.
    È stata lei a farmi notare qualcosa che avrei dovuto tenere in conto prima di avventurarmi altrove: nella nostra società bigotta – ma lo stesso avveniva nel Settecento – le persone che violano le norme di genere sono condannate all’emarginazione; per sopravvivere, molte transgender sono costrette a lavorare come prostitute o veggenti. Non a caso, riconoscere il “vero” genere delle cartomanti e delle sensitive è un interrogativo antico. L’infamante presentazione della veggente non fa che allinearsi al pensiero dominante, trasferendo su carta lo stigma che colpisce il transgenderismo ancora oggi. Insomma, nel 1786 il machismo è già uno degli ingredienti tossici della letteratura per gli illusionisti – e questo post di Filo, una cura dello sguardo preziosa, importante, necessaria.

  4. In questi giorni sto leggendo Proletkult. Il bellissimo racconto di Filo è entrato in risonanza con le discussioni di Bogdanov e altri bolscevichi su come si faccia una rivoluzione dentro la testa della gente: se cambiando i rapporti materiali della società cambieranno automaticamente anche le teste, o se sarà necessario rivoluzionarie pian piano anche quelle.
    Be’, da militante, una delle cose che mi hanno formato politicamente è la convinzione che la politicizzazione avvenga dentro la lotta, che sia la lotta stessa a intervenire profondamente dentro di noi, oltre che sui rapporti materiali. Ma credo che acquisire una consapevolezza politica non sia sufficiente se non se ne attiva una anche “umana”.
    Credo che questo racconto sia uno degli esempi più belli di come lottare insieme non debba servire solo a migliorare le basi materiali della società, ma anche a farci fare una rivoluzione interiore, a renderci più consapevoli e felici. E di come il movimento No tav dimostri di essere un vero movimento, radicato non solo nel territorio e nelle comunità ma anche nelle persone, proprio perché in grado di cambiare il nostro modo di stare al mondo, sia da soli che insieme. Un esempio di come un movimento o una lotta debbano essere in grado di mettere tutti a proprio agio, al di fuori dei ruoli culturalmente prefissati nella nostra società, che troppo spesso ricadono sugli stessi movimenti che si vorrebbero radicali ma riproducono stereotipi di genere (i compagni maschi a decidere, le compagne a cucinare per le cene di autofinanziamento, per dirne una).
    Credo che un movimento sia vincente quando oltre a incidere sui rapporti materiali della società riesca a incidere anche dentro noi stessi.

    Vorrei dire un’altra cosa, dopo il pippone politico, ed è meno sul movimento No tav e più su Filo.
    Premetto che odio la classica dinamica autocentrata in cui per commentare qualcosa si dice “io”, riportando tutto a sé in maniera egotistica come per sviare l’attenzione dall’interlocutore. Ma siccome anni di vicinanza a compagne femministe mi hanno insegnato che il personale è il politico e che spesso aprirsi ha un valore rivoluzionario, dirò una cosa su di me, per parlare di Filo.
    Sono un maschio bianco eterosessuale, per quanto mi sia capitato per giusta curiosità di sperimentare altro. Ma diciamo che a parte questo sono una persona che chiunque definirebbe cisgender tout court, con un «comportamento o ruolo considerato appropriato per il proprio sesso».
    Io invece non mi ritrovo, e non mi sono mai ritrovato, in questa definizione. Non credo di avere problemi con la mia identità di genere ma non mi sono mai sentito a mio agio con quelli che sono il modello e il ruolo del maschio nella nostra società. Non sono una persona violenta o prevaricatrice, non mi sento macho, piango di continuo per libri letti o film visti (o anche solo per emozioni che provo), mi trovo spesso più a mio agio con persone dell’altro sesso che con altri uomini, presumo di avere caratteristiche che il senso comune attribuisce alle donne (la sensibilità) e di non averne altre che sono attribuite agli uomini (la forza). Non mi sento “virile” per come ciò è comunemente inteso.
    Ecco, io non ho problemi a dire o scrivere pubblicamente queste cose. Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo un mondo che spesso ci incastra nostro malgrado dentro ruoli di genere imposti. Per esempio, mi sono sempre trovato in forte disagio, dentro gli spogliatoi delle palestre, a sentire dagli altri uomini discorsi fortemente sessisti su “quanto è zoccola quella”, su “come mi sono scopato quell’altra”, ecc. ma non sempre – anzi molto poco spesso – sono intervenuto per interrompere e “rimettere in riga” queste persone. Sentendomi poi regolarmente male, uscito dallo spogliatoio, per la mia codardia e ipocriticità (è bello dire di essere contro gli stereotipi di genere, più difficile è invece intervenire – soprattutto su di sé – per combatterli).
    Qualche giorno fa ci è capitato di subire una piccola aggressione al lavoro. Per fortuna niente di grave, solo un paio di lividi e poche ammaccature, e per fortuna niente di politico né di criminale: trattavasi di una persona con palesi problemi mentali che, per una serie di motivi, ci ha messo le mani addosso. Dopo essere molto faticosamente riusciti ad allontanarlo, nelle ore successive, ho provato un senso di malessere enorme che andava ben oltre i pochi danni fisici subiti. Oltre che violato (sentimento comprensibile) mi sono sentito inadeguato, debole, indifeso nel privato ma anche nel pubblico del mio lavoro, per non essere riuscito a contrastare fisicamente in maniera adeguata questa persona. Premetto che mi è capitato più volte nella vita – specie da ragazzo – di menare le mani, sia prendendole che dandole, e per quanto sia una persona pacifica ho una riflessione politica molto approfondita sulla violenza e il fatto che in certi casi sia necessaria. Nonostante questo, e nonostante non mi piaccia alzare le mani (specie su una persona palesemente mentalmente instabile, per quanto fisicamente più grossa e forte), dopo questo episodio mi sono sentito ferito nella mia virilità. Sì, proprio in quella virilità di cui, in altri momenti, non me ne frega proprio niente. Per fortuna anni e anni di militanza e frequentazione di compagne e compagni femministe e lgbtiq mi hanno dato un po’ di anticorpi, e riflettendoci sopra ho capito le cause di questo mio malessere e ci ho fatto i conti: mi sentivo di non essere stato all’altezza del ruolo virile che la società mi attribuisce in quanto maschio bianco etero. Però, per quanto io sia arrivato a comprenderlo, questa cosa mi aveva fatto stare male comunque.

    Cosa voglio dire con tutto questo discorso su di me: le persone come Filo, cioè le compagne femministe e i compagni e le compagne lgbtiq che lottano, sia per i loro diritti che per la loro semplice esistenza, e per un’esistenza in cui possano essere liberamente ciò che sentono di essere davvero, lottano anche per noi (allo stesso modo in cui i migranti, lottando per i loro diritti civili e sul lavoro, lottano anche per noi). Perché anche noi che in questo mondo viviamo sopra il piedistallo privilegiato di essere maschi bianchi etero, anche noi subiamo stereotipi di genere e modelli culturali che a volte ci fanno stare male. Ma soprattutto, le persone come Filo fanno tutto questo, lottano per loro e per noi, con un coraggio enorme che noi, privilegiati maschi bianchi etero, ci sogniamo. Ed è grazie a persone come Filo che ancora non perdo la speranza che si possa lottare per un mondo migliore, migliore per loro, per me, per tutte e tutti.
    Grazie Filo.

  5. Da qualche parte bisogna iniziare, comincio col ringraziare Filo. Il dono che ha fatto a tutt* noi è enorme: è il dono del coraggio. Il coraggio che ci vuole per diventare (finalmente) se stess*. Che è una cosa che può far tremare chiunque, o almeno chi di noi si fermi un attimo a pensare chi è davvero, una volta che la maschera quotidiana viene messa via. Il post di Filo mette ognun* di noi davanti a un specchio, sarà per questo che ci si blocca e non si riesce a “commentare”. Ma la sto prendendo lunga…

    Mi ritrovo nel mio genere, mi piace, anche se – sin da quando ero bambino – tutta una serie di cose da maschio mi hanno fatto vergognare. L’elenco è lungo ma in un paesino della provincia calabrese è davvero molto semplice vedere la guerra che il maschile fa nei confronti del femminile e a me i maschi – quel tipo di maschi – hanno sempre provocato ribrezzo. C’ho fatto a cazzotti, con quei maschi, ma non ho mai pensato di poter avere così tante cose in comune con loro. Perché a un certo punto capisci di somigliare più a loro, purtroppo, che non a qualcos’altro. Altro, sì, ma cosa?
    Il mio apprendistato con un modello *altro* l’ho fatto nel momento in cui ho iniziato a lavorare come attore. Non solo perché entravo in contatto con persone che senza problemi, almeno così sembrava ma poi vai a sapere che lotte ci stavano dietro quella apparente disinvoltura, vivevano la loro non appartenenza al genere sessuale socialmente stabilito. E poi anche perché il lavoro a teatro, se fatto bene, ti porta a interrogarti su chi sei, cosa stai diventando, cosa fai e come lo fai. Un punto di rottura, ad esempio, fu per me lo spettacolo È il momento dell’amore – tratto da Rispetto di Ammaniti – in cui recitavo la parte di uno dei quattro personaggi maschili che prima stuprano e poi uccidono i personaggi femminili. Furono mesi di lavoro fisico ed emotivo e nelle prime settimane di prove le nostre amiche e compagne del collettivo teatrale semplicemente non volevano avere a che fare con noi, tanto devastante era per loro il lavoro in sala prove. Dopo la prima prova aperta anche le amiche che frequentavo fuori dall’ambito teatrale non avevano poi così tanta voglia di bere una birra in compagnia. Cosa era successo? Semplice, la bestia era venuta fuori. Recitavamo, certo, ma è fuori di dubbio che per noi maschi fosse più semplice recitare uno stupro, piuttosto che subirlo. Lì, sul palco, ero uno stupratore, le ragazze erano letteralmente in nostro potere. Da quel momento iniziò un percorso di consapevolezza, innanzitutto delle responsabilità che l’essere maschio comporta. In quanto maschio, sono un portatore di violenza. E con questa cosa ci devo fare i conti ogni giorno. A questa conclusione, non fosse stato per il feedback che le nostre amiche e compagne ci diedero allora, non ci sarei mai arrivato. Come si lega tutto ciò all’esperienza di Filo? Non lo so di preciso ma il suo racconto mi ha fatto tornare a quei momenti in cui ho sperimentato – su un palco teatrale, all’interno di una situazione protetta e condivisa – quanto potesse essere devastante la violenza su un corpo. Filo si è spogliata di una corazza che la stava soffocando, grazie a persone come lei ognuno di noi può compiere passi in direzione di ciò che siamo, ciò che dobbiamo (o possiamo) diventare. Senza dover per forza accettare a capo chino i dettami che ruoli e generi ci impongono.
    Oggi lavoro in un altro ambito, la mia vita è cambiata parecchio e ho a che fare ogni giorno con persone, con maschi, per cui la maggior parte delle donne non sono altro che corpi da scannerizzare nel momento del loro passaggio. Si commentano i vestiti, le forme, gli sguardi e se ne deducono comportamenti privati. Come riesco a starci dentro? Non lo so ma lo faccio e ogni volta, non ci riesco sempre, combatto il sessismo che fa mostra di se fra bar, cucina e sala. Io la mia bestia la conosco, forse non benissimo ma la conosco, così riesco a tenerla a bada, a rieducarla e di tanto in tanto riesco a dare un esempio diverso.
    Grazie al racconto di Filo, che rileggerò ancora e ancora, ho altro materiale da usare per educare la mia bestia. Non ho molto altro da scrivere e mi auguro solo di non aver scritto cazzate. Anch’io sono fiero di essere compagn* di Filo, di aver camminato con lei lungo le pendici del Rocciamelone e non posso che ringraziarla ancora per il suo coraggio. Con emozione altissima, come diceva Vinti.

  6. In questo lungo racconto, per ogni riga che è rimasta, che avete letto, tre le ho cancellate. Mi sono ri-raccontata parte della mia storia – un processo di autoanalisi, se vogliamo – e poi ho tagliato: è rimasta una cornice politica che contenesse la mia vicenda personale. Ho tolto dall’inquadratura ciò che non mi pareva essenziale e ciò che mi faceva ancora troppo male.

    Ma c’è una cosa anch’essa politica ed è essenziale e che ho omesso, soprattutto per la mia incapacità attuale a maneggiarla senza tagliarmi. Questa storia è anche la storia di una relazione fra una donna e una persona socializzata come uomo. Fra Sara e me. Io sono stata male a lungo e quello che fa una persona che sta male, a volte, è di far star male chi ha intorno. Io l’ho fatto. Non entrerò nei dettagli, ma se non specifico questo aspetto – me ne rendo conto ora che il racconto è stato pubblicato, molto letto e molto lodato – rischio di passare per l’eroina che non sono, né mi sento di essere. Rischio di inficiare il valore politico che spero abbia la mia testimonianza.

    Sebbene io non sia un maschio etero cisgender, ho sguazzato nel mio privilegio maschile (lo vedo con molta più chiarezza ora che ci rinuncio) e ho detto e fatto un sacco di orribili cose da maschio etero cisgender – supercazzole, disattenzioni, omissioni e altre cose che ancora non ho la forza di dire pubblicamente – e per tutto questo non ho ancora finito di chiedere scusa.

    Sara, le innumerevoli volte che come Arthax mi sono piantata nelle Paludi della Tristezza, al contrario di Atreiu, non si è arresa e ha continuato a tenere la briglia tesa, a incitarmi a riprendere il cammino. Mi è rimasta accanto nonostante tutto. Non perché sia la custode del focolare che aspetta il suo eroe al ritorno dalla guerra, la sua è stata anche e soprattutto una scelta politica, che ha lo stesso valore delle nottate attorno al fuoco dei presidi e del supporto delle mie compagne transfemministe.

    Le relazioni, omo-etero-poliamorose, sono farcite di tossine: sta a noi provare a disintossicarle, a individuare e minare alla base le posizioni di privilegio, a lavorare per le reciproche autonomie e libertà e a costruire dispositivi di mutuo appoggio.

    • Ecco poiché hai portato tu il discorso su questo aspetto meno trattato nei post metto qui in risposta il mio commento. Premessa: sono totalmente a digiuno di qualsiasi problematica cross/queer/trans et similia. Mi mancano i concetti, il lessico e il galateo, per cui so già che faro’ tutte le gaffe e gli errori possibili e immaginabili. Assumiamolo e andiamo avanti.

      Contrariamente a tutti i maschi che hanno commentato prima la mia reazione immediata non è stata quella di vaga penitenza come notava filo a piombo ma quella di un gran scatto di incazzatura. Mi sono immediatamente identificata nella « fidanzata » citata all’inizio del primo post e ho esclamato: « Povera fidanzata », tanto più che a quel che racconti è una situazione tutt’altro che rara. Le ragioni sottostanti a quella rabbia le hai spiegate tu qui. Essere la compagna innamorata di qualcuno che ti inganna su un aspetto cosi’ fondamentale, con tutti gli annessi e connessi di sensi di colpa, di aggressività, di menzogna, di oppressione, di claustrofobia che vengono magari rovesciati sull’incolpevole partner, identificato come motore della situazione opprimente e incapace di capire il perché di tanta aggressività, finendo magari con il considerarsi colpevole di qualcosa che si ignora, dev’essere una situazione tremenda. Cioè è un contesto di oppressione e di dominio dei più eclatanti, per quanto sia profondo e doloroso il disagio che il dominatore prova. Ho l’impressione che questo aspetto non sia realmente riconosciuto oggi, quando l’accettazione sociale degli ambienti più aperti passa per la solidarietà immediata alla problematica dell’altro membro della coppia che è nella maggior parte dei casi, credo, maschio. (E l’impressione è anche che ci sia talvolta una attenzione più agli oppositori politici del queer che alla vicenda drammatica di chi vive queste situazioni. E dico drammatica perché se penso a cio’ che finite con l’imporre Al vostro corpo, brr. Vieni a parlare a una farmacofoba agofobica come me che si è fatta anni di antibiotici e prelievi con aghi larghi come un palo di terapia ormonale: solo il dolore peggiore della morte mi farebbe pensare di sottopormi a quello che non dev’essere che il primo passo di una serie di interventi invasivi oltre a quello che il mio pensiero riesce a sopportare.)
      Dopodiché è ovvio che questo è un discorso generale. Se tu avessi insistito troppo su questo aspetto avrebbe potuto passare per una sorta di appropriazione. La tua compagna puo’ benissimo dire di essere rimasta accanto a te per scelta politica e di non voler essere affatto compatita da una sconosciuta che non sa nulla della sua vita, ecc. Si puo’ rimanere accanto a una persona per amore, per bisogno di serbare comunque qualcosa di lei, per speranza, per disperazione, per solidarietà, per pena, per affetto, per istinto di protezione, per solitudine, per nostalgia, per mille motivi individuali o sociali. Difficilmente si tratta di rapporti davvero paritari a livello emotivo. E la libertà è spesso solo quella di andarsene.
      Si puo’ anche mettere l’inganno Sulle spalle della società eteropatriarcale: e in effetti è cosi’. Cio’ non ne cambia la natura, purtroppo. A me è successo di avere una breve relazione, piena di sensualità e di affetto, di cui serbo un ottimo e sereno ricordo, con una persona non queer ma omosessuale, situazione certo più facile da gestire. Mai avrei accettato una relazione asessuata con un omosessuale come tante donne fanno, e quella dimensione tra noi era piena e schietta. Ma lui non mi ha mai nascosto la sua attrazione per il proprio sesso, anche se all’epoca, eravamo molto giovani, era ancora nella fase di « giusta curiosità », cercava di capirsi e non mi ha mai ingannata. Cioè non ha instaurato un rapporto di dominio e di conoscenza asimmetrica, almeno non in questo modo…

      La dimensione collettiva quando vissuta intensamente crea una accettazione e una solidarietà calda e piena che rimescola la gerarchia delle priorità a vantaggio dell’obbiettivo comune. Puo’ essere vissuta come maniera per tacitare le proprie frustrazioni o per portarle alla luce e superarle perché hanno perduto un po’ della loro ossessiva insopportabilità e fanno un po’meno paura. A te è successa questa seconda cosa. Auguri per un futuro più sereno a tutt’e due.

  7. Tra il 2017 e il 2018 ho vissuto e lavorato per quasi un anno in Ecuador. Insieme a Silvia abbiamo realizzato laboratori partecipativi su genere, mascolinità e relazioni di potere tra i sessi nel carcere e nel carcere minorile delle città di Ibarra. Dietro le sbarre e le porte pesanti abbiamo vissuto alcune delle emozioni più nutrienti della nostra permanenza in Ecuador. Più di una volta mi sono ritrovato a essere grato a quello spazio di umanità che i detenuti ci avevano concesso e che avevamo costruito insieme, più col rispetto e col corpo, che con le parole. Di quello spazio e della violenza che lo accerchiava ha scritto Silvia qui, in un racconto dal titolo Ortica. Un giorno le guardie, ci hanno impedito di entrare, io ero nervoso, avevo bisogno di quello spazio. Lì dentro riuscivo a essere me stesso, a liberare le tensioni, a ripensarmi, a emozionarmi. Sono diventato ancora più nervoso per l’ingiustizia che stavamo subendo, per l’impossibilità in quel momento di manifestare me stesso in quello spazio condiviso. Quella è stata la mia Libera Repubblica della Maddalena. Un enclave liberata in una valle di detenzione.

    Per otto mesi abbiamo riflettuto su cosa vuol dire essere uomini per ognuno di noi e di come la percezione di noi stessi influenzi le relazioni, e il potere che esercitiamo sulle persone che ci circondano. Durante l’anno ci siamo interrogati più e più volte su come l’approccio iniziale binario: sesso/genere, maschile/femminile (anche e soprattutto per arrivare a parlare di omosessualità e transessualità) fosse una limitante alla comprensione della realtà e alla restituzione della sua complessità. Gli scambi con Filo e la lettura di Paul Preciado sono stati fondamentali nel dare forma e vita alle nostre incertezze. Quanto di buono eravamo riusciti a far emergere insieme da quello spazio non veniva dalla teoria – che cos’è il sesso, che cos’è il genere –, né da supposte categorie, ma dalla pratica quotidiana, dalle esperienze condivise, dal confronto, dalla capacità di problematizzare il personale e affidarlo a una dimensione collettiva di reinvenzione.

    Non ricordo quando Filo mi ha raccontato di voler cominciare la transizione. E mi piace che la mia memoria abbia rimosso quel dato. Non un punto di partenza, non un punto di arrivo, ma un percorso che si perde nella memoria. Sono certo però di aver provato un sentimento di gioa ed esaltazione, che si è poi trasformato in depressione, pensando a quanto fosse brutto e giudicante questo mondo, e poi si è sciolto nella bellezza di un abbraccio che non ha smesso di stringermi e commuovermi. Quell’abbraccio erano gli amori più cari di Filo. E in loro, prima di tutto in loro, insieme, ho cercato il senso profondo del percorso che stavano intraprendendo. Non da sola, non da sole, ma insieme.

  8. Se non ci fosse stato il problema del raggiungere una lunghezza minima dei commenti per non incappare nel filtro, mi sarei limitato a scrivere

    GRAZIE, FILOMENA

    poiché mi serviranno giorni affinché questa scossa tellurica interiore si affievolisca e ne emerga – se non un nuovo ordine mentale – un nuovo modo di calcare il terreno dei miei pensieri che, ogni tanto – a causa della routine – dimentico essere in continuo sommovimento. A volte – citando Pinketts (scusate) – bisogna subire un trauma per riprendere la “coscienza del sedere”.

    Grazie ancora per questa straordinaria cascata di culo (per la vertigine, indubbiamente).

  9. Sapevo che sarebbe stato un articolo al tempo stesso meraviglioso e difficile da leggere, ma non ero pronto per tutto questo. Arrivato a “e noi ti vogliamo bene lo stesso” già avevo le lacrime agli occhi.

    Grazie a Filo, innanzitutto. Grazie perché questo articolo ha colpito duro, per due ragioni.

    La prima è più personale. Non ho mai partecipato tanto quanto avrei voluto alla lotta, e ancora adesso faccio molta fatica. Timidezza, paura, senso di inadeguatezza. La solita modalità automatica che ci si porta dietro dall’infanzia e che questo mondo e questa società non fanno che esasperare. Ecco, davanti a una tale manifestazione di coraggio, una parte di questa modalità si è fatta piccola piccola. Tocca adesso mantenerla tale.

    La seconda ragione, che è comunque collegata alla prima, è più politica e sociale.
    Riguarda l’altro mondo che emerge dal racconto. Perché ce lo hanno detto in tutti i modi, no, che non esiste un altro mondo, un’altra società. Che la vita è così, che il mondo va così. Una volta, al termine di una discussione estenuante e stagnante, non ce la feci più e, aprendo con una sonora bestemmia, sbottai: “lo vedo anch’io che il mondo va così! È questo il punto! Ci sono persone che soffrono!”. Non riuscivo a capacitarmi di come le persone potessero in buona fede accettare passivamente questa situazione. Anni più ingenui.
    E invece un mondo altro esiste. Esiste in tutte quelle persone che non si rassegnano all’odio, alla prevaricazione, all’indifferenza – e all’apocalisse ambientale imminente. In tutti quei movimenti che, a dispetto di tutto, continuano a distruggerlo, il mondo che va così, e a crearne un altro. Un mondo in cui le identità fittizie si creano per gioco e non per paura.
    Forse è anche questo il senso di quel “se crollate voi crollano tutti” riferito al movimento No Tav, uno degli esempi migliori di come sia possibile creare qualcosa di nuovo. Per parte mia, posso testimoniare che la storia della Libera Repubblica della Maddalena, raccontatami da un amico all’indomani dello sgombero, fu tra i motivi principali che mi spinsero a essere meno indifferente e più attivo.

    Vorrei aggiungere altre cose, ma ho ancora troppa confusione in testa. Mi limito a ringraziare ancora Filo e tutt* voi che avete commentato. Come sempre ogni volta che passo su Giap trovo materiale su cui riflettere per giorni.

  10. Il racconto di Filo mi ha molto emozionata e commossa e anche la profondità dei commenti al seguito, prevalentemente maschili. E come da questi commenti emerga un personale desiderio di raccontarsi e di affrancarsi da uno stereotipo maschile di genere,con atti di “autoaccusa”,alimentati dal “senso di colpa” per l’appartenenza ad un genere prevaricatore “per definizione”. In questi anni mi sono imbattuta, devo dire ” casualmente”, in libri che raccontano lo stupro. “Vergogna” di Coetzee e ” Lucky” di Alice Sebold, che mi sono stati prestati o regalati da uomini. Pensavo non mi servisse leggerli, lo stupro è nella “memoria genetica” di ogni donna. Il valore della testimonianza però ha un potere rivoluzionario. Il racconto dell’esperienza implica lo sforzo di razionalizzazione dei sentimenti, una pratica che appartiene, per consolidati “limiti culturali”, più alle donne che agli uomini. Una pratica spesso ghettizzante, come se il dominio femminile fosse principalmente “sentimentale” e quello maschile fosse “principalmente” razionale. Non è previsto nel codice non scritto della vita, dell’infanzia e dell’ adolescenza la fusione di questi “stili”. Per questo motivo dagli abissi del silenzio, sia maschile che femminile, emergono fragilità che sfiorano il fondo dell’anima. La violenza, invece, sembra esclusiva “prerogativa” maschile. Io non la rifiuto, anche se la temo moltissimo, ma rivendico il “diritto” ad usarla, come pratica di lotta, anche se aborro il volgarissimo “machismo delle donne”. Non mi voglio presentare al mondo come un’ anima bella o indifesa. Come tante donne, ho dovuto imparare a difendermi. A non aspettare che qualcuno mi difendesse, esponendomi violentemente in scontri verbali e, qualche volta purtroppo, fisici. Non ne sono uscita vincente sempre, ma non sono stata zitta. Ed è solo parlando, come ha fatto Filo, che ci si può liberare. Parlare, esprimere un’ opinione o un sentimento è una pratica rivoluzionaria.

  11. Ciao Dea del Sicomoro, mi permetto di abbozzare una reazione al tuo bellissimo commento, senza avere alcuna pretesa di leggere o interpretare dati di vita personale che non conosco, senza sapere nulla della vita familiare di Filo. Nella maggior parte dei casi, non credo si tratti di inganno e non credo affatto ci sia la volontà di ingannare anche se si è ” costretti” alla finzione. In un rapporto di coppia queste cose emergono, spesso, anche se non dette e si può convivere, per milioni di motivi, con queste verità senza affrontarle. Io credo che il problema stia a monte, stia nel non aver avuto la “fortuna” di una struttura di supporto familiare e politica che ti aiuta a rinascere, per una seconda volta, con un atto maieutico. Per questo Filo racconta l’importanza di appartenere ad un gruppo in cui la prassi dialettica del confronto è quotidiana, è uno “stile di vita politico”, una forma mentis, un modo di affrontare il mondo. Nella maggior parte dei commenti maschili abbiamo letto dichiarazioni di appartenenza al genere maschile eterosessuale, come se fosse necessario. E’, comunque, un evidente retaggio di una cultura patriarcale opprimente, quella cultura che privilegia il silenzio all’ espressione, l’obbedienza al pensiero, la forza alla gentilezza, e così via. Siamo tutti figli di questa impostazione, ognuno di noi, nella vita, deve lavorare duramente per riprendersi ogni centimetro di vita che ti viene rubato ogni giorno con la sopraffazione, attraverso la legge del più forte sul più debole. Forti si diventa, si deve diventare per riprendersi la propria vita. E’ quello che sta facendo Filo.

  12. E con questo non dico che Filo non sapesse chi è. Dico che nessuno, forse, quando ce ne era bisogno lo ha aiutato a coltivare quel se stesso che ha dovuto tenere nascosto per anni.

  13. Nel frattempo…
    Ah, Squeerto! lancia una chiamata per una spezzona transfemminista. Ecco il testo.

    L’OTTO VENIAMO, VENIVAMO E VERREMO SEMPRE:

    Frocie no tav per l’autodeterminazione dei corpi,
    per l’autodeterminazione dei territori

    Siamo frocie precarie, trans poliamoros*, lesbiche migranti, queer terrone, bisex, infette, disoccupate, straniere, zoccole, drogate, cagne, vacche, capre. Siamo transfemministe.

    L’8 ci assembriamo, e saremo chiassosamente visibili, per rivendicare il diritto di autodeterminazione sui nostri corpi e sui territori in cui viviamo, valli, paesi isole e città. La nostra sicurezza è essere protagoniste dei processi collettivi per creare spazi di esistenze e resistenze; non essere marionette nelle mani dello stato, della politica, del capitale e di progetti e decreti insalvabili dal retrogusto repressivo, fascista e razzista.

    Assembrandoci, contestiamo un dispositivo – il TAV – che mentre minaccia la vita di un territorio per accelerare il transito di merci, cerca di impedire con feroce violenza la libera circolazione dei corpi e degli esseri viventi, al di là di ogni frontiera. Combattiamo le frontiere dei nostri corpi, sui nostri corpi, e con i nostri corpi combattiamo le frontiere e tutti i dispositivi che dividono, che opprimono, cancellando possibilità di r/esistenze.

    Ci assembliamo per investire il presente e il futuro di rapporti umani e non umani liberi da tutte le oppressioni che questo schifo di sistema costruisce e fomenta: paternalismi, maschilismi, sessismi, razzismi, omolesbotransfobie, classismi e tutte le altre forme di fascismo più o meno mascherato per fomentare la guerra tra poveri.

    Veniamo in piazza per alimentare il fiorire di assemblee e luoghi in cui tutte e tutti possano esprimersi ed essere ascoltate.

    In assemblaggio, rivendichiamo il diritto alla lentezza: a riprendersi il proprio tempo personale e collettivo; per interrompere e sabotare il ritmo – produci-consuma-crepa – imposto dal capitale e contrastare la logica che trasforma i luoghi in location e grandi opere e organizza il tempo in grandi eventi sganciati dalle esigenze reali degli esseri viventi e non viventi.

    Veniamo in strada contro la militarizzazione. le politiche autoritarie, repressive, limitanti delle libertà degli individui riassunte in un bignami dal progetto della TAV, dalle altre Grandi Opere inutili, così come dal decreto Salvini. Veniamo in piazza per la libera espressione del dissenso, per il diritto di assemblarci e per la connessione delle lotte. Liberando i nostri corpi, liberiamo le frontiere.

    Per queste ragioni, quella No Tav è anche la nostra lotta

    Veniamo anche noi al corteo del 8 dicembre
    muovi il culo con noi e libera le tue frontiere
    in una spezzona transfemminista chiassosa, colorata,
    ribelle, variegata, cosmopolita, irriverente, glitterata.

    Per l’autodeterminazione dei corpi, per l’autodeterminazione dei territori

    Veniamo, venivamo, e verremo sempre

    Ah Squeerto!

  14. Finalmente mi sono presa il tempo per leggere il racconto di Filomena e vorrei dire due cose sulla questione privilegio-patriarcato che è venuta fuori tra i commenti.
    Come è chiaro il privilegio maschile che insegnano dalla prima educazione e che viene compreso e messo in discussione da giovani o adulti, anche se ci rende conto che non basta mai, perché è molto insidioso subdolo e strisciante questo privilegio, tanto lo è, da femmina, crescere e vivere, letteralmente e nel quotidiano, il non privilegio.
    Da questo assunto facile facile partirei per proporre di mettere uno stop al meccanismo di competizione costante che secondo me è una base della difficoltà di combattere il patriarcato realmente a braccetto donne/uomini contro un sistema che di base non ci piace, ma che, ahimè/noi, puntualmente è lì a riproporsi come prima ineluttabilità della società.
    La presenza di Sara è ANCHE, nel senso di IN PARALLELO, da raccontare, per non continuare a visualizzare il solito bivio dell’inferiore/superiore, chi ha fatto o sofferto di più/chi di meno.
    E io personalmente sento il rimbombo di una marea di uomini che vorrebbero tanto, ma poi “chissà se ci riesco, ma poi chissà se capisco, ma poi chissà se è utile”, ma poi chissenefrega! Già qui c’è una perpetuazione del punto di vista privilegiato del sono uomo ergo non riesco a empatizzare. Piuttorsto, chiedete alle vostre amiche/compagne/amanti/spose/figlie come si sentono a dover portare il “peso” del non pari o, ribalto, di questa forza che abbiamo, innovatrice per natura, instancabile per indottrinamento, per carità più o meno sviluppate a seconda delle individualità, ma presente sempre! Proviamo a non sentire inadeguatezza nel migliore dei casi, proviamo a dire “uao ma che figo che scoperta!! non siamo uguali no, ma siamo esseri viventi entrambi e guarda un po’ dal connubio o dalla semplice complementarità con il genere opposto al mio, posso far cose che da solo manco ci penso!” e quindi boh, cerco di vivere questa constatazione. Che poi è il meccanismo che si scopre quando lotti e crei comunità e quindi per forza che ci sono lotte che hanno già vinto, come quella No Tav. Che poi per me è vita, perché se poco poco provi a far crescere una piantina da un seme ti rendi che funziona così, la vita, sinergia di azioni.
    Il patriarcato porta al capitalismo che porta all’individualismo che è il nostro tempo attuale. Il coraggio è contagioso ci ricorda Filo, quindi coraggiosamente e con attenzione e presa bene proviamo anche ad usare il femminile quando si deve usare, anche solo perché è grammatica spiccia e guardate che già questo è un bel passo, neanche tra le mie compagne di genere e di lotta lo si usa correttamente per raccontarsi, tanto è radicato e subdolo il non privilegio, che rientra nella sfera delle nozioni che impari a scuola e poi te ne dimentichi.
    Proviamo a stare sullo stesso piano, quello del riconoscimento appunto e del rispetto e secondo me alla pesantezza del dislivello non ci pensiamo più.
    E’ sanissima e importante la necessità di commentare, aggiungo di prenderci anche il tempo di respirare, di ascoltare e sentire e imprimerci nel cuore cosa ci ha smosso Filo. Ocalan è arrivato a constatare e scrivere che mai la schiavitù e l’oppressione dell’uomo contro l’uomo finirà se prima non sconfiggiamo la schiavitù degli uomini contro le donne. E questa schiavitù la possiamo e dobbiamo combattere tutti e tutte e spesso. Maledettamente troppo spesso ci vuole veramente poco per manifestare da che parte si sta, nelle nostre piccole routine quotidiane. Aiuta smettere di sbraitare tutti e tutte, così come smettere di scoraggiarsi o pensarsi poca cosa.
    Filomena ti ringrazio per esserti raccontata, per ribadire quanto sia importante e bello lottare per essere se stessi e se stesse e per la botta di coraggio contagioso transfemminista che ci hai sganciato!

  15. Non è facile per me commentare il post di Filo. Non ho cose intelligenti da dire, non ho esperienze intriganti da confidare, non ho tormenti occulti da svelare. Trascorro una vita abbastanza banale, banalmente toccata anche da sprazzi di curiosità omoerotica verso la galassia trans. Per fortuna hanno inventato pornhub… Conosco Filo dalla camminata sul Rocciamelone del 2014, foriera di molti altri momenti e incontri, e a questo punto posso dire di aver assistito, a distanza ma con scadenza annuale, alla sua maturazione? trasformazione? Non so quali termini abbiano più o meno senso. Ci sono molte cose per cui vorrei ringraziare Filo pubblicamente, e alcune di cui dovrei scusarmi. Ti ringrazio per costringermi a mettere in questione parole che altrimenti si ossiderebbero in forme definite al punto tale da risultare poi vuote, afone. Ti ringrazio per costringermi ad interrogarmi su pratiche relazionali che, potrebbe risultare, prevaricano, dànno per scontato, mistificano, offendono. E mi scuso per averti fatto notare che “avevi più gamba” sul Rocciamelone che non sui Sibillini. Sono un idiota.

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