The Darkest Hour. Supplemento di riflessione su dove ci troviamo, alla luce del film di Joe Wright

Gary Oldman interpreta Winston Churchill nel film The Darkest Hour.

Il film agiografico di Joe Wright su Churchill sembra lo specchio ribaltato del Dunkirk di Christopher Nolan. Sia perché racconta più o meno lo stesso arco temporale, ma dall’altra sponda della Manica, sia perché lo racconta dalle stanze del potere, anziché dal basso dei ranghi militari.

Al di là della bravura del regista e soprattutto di quella di un superlativo Oldman, il film risulta pesantemente apologetico, raccontando il personaggio più per le sue idiosincrasie e difetti di carattere che per il proprio essere un cinico avventuriero politico e un esponente di spicco dell’imperialismo britannico. Nondimeno cade a proposito per rafforzare la riflessione nata dal film di Nolan, all’indomani della tentata strage di Macerata.

Pare che in tempi di Brexit, la cinematografia britannica si sia gettata alla ricerca di un mito delle origini, il momento in cui il Regno Unito rimase l’ultimo lembo d’Europa a resistere, solo soletto, contro il dominio nazista sul continente. Re e popolo, destra e sinistra, borghesi e proletari, uniti nella lotta.

Il caso volle che a tenere saldo il timone a dritta fosse un politico a fine carriera, superato dai tempi, avanzo dell’imperialismo ottocentesco, già responsabile della catastrofica spedizione di Gallipoli durante la Prima guerra mondiale, e riciclatosi politicamente almeno un paio di volte. Un aristocratico classista, razzista e pieno di sé, che seppe andare contro la parte più opportunista della classe dirigente britannica, cioè quella che non guardava troppo di malocchio a gente come Oswald Mosley in patria, e come Mussolini e Hitler sul continente. Ovvero quella che riteneva di poter intavolare trattative diplomatiche e discussioni con i fascisti. E l’avrebbe fatto sulla base di un apparente buonsenso: perché andare allo scontro quando è possibile mettersi d’accordo ed evitare all’Europa una seconda guerra mondiale? Nel frattempo i nazisti annettevano e invadevano l’Europa, e la diplomazia si sarebbe risolta in un mors tua vita mea.

È a questo che Churchill si oppose. Si oppose alla subalternità dell’impero britannico al nascente impero continentale germanico. E mentre riscuoteva l’appoggio del leader laburista Clement Attlee, i suoi avversari nel partito conservatore cercarono di farlo passare per un fissato guerrafondaio, per un romantico che preferiva una morte gloriosa in battaglia a una pragmatica trattativa di pace. Sotto l’aspetto della realpolitik, non ci sarebbe stato nulla di inaudito nel trattare la pace per sventare l’invasione del proprio paese, perfino Stalin aveva perseguito questa via (a discapito della Polonia). Churchill però era consapevole che la temporanea salvaguardia dell’autonomia sarebbe stata futile. Un NO dichiarato con forza, avrebbe invece dimostrato al mondo che era possibile resistere alla tirannia del più forte. «We shall never surrender!»
Quella scelta cambiò il corso della storia del Novecento ed è ciò che consente ai britannici di fare film – più o meno apologetici – che la rivendicano.

Luca Traini

In Italia, i miti delle origini sono assai più blandi. Risorgimento e Resistenza, i miti storici che fondano rispettivamente l’unità nazionale e il repubblicanesimo democratico, sono stati definitivamente minati un quarto di secolo fa, quando al potere sono saliti due partiti che rispettivamente negavano il primo e il secondo: Lega Nord (autonomisti/secessionisti) e Alleanza Nazionale (“post”-fascisti).

Questo però portava ancora in quella coalizione una contraddizione che oggi non si dà più.
La Lega degli ultimi anni ha decisamente “nazionalizzato” il proprio discorso. Allora ai comizi di Bossi si bruciava il tricolore, oggi un leghista va in giro avvolto nel tricolore a sparare agli immigrati, con tanto di saluto romano. La crasi tra leghismo e fascismo si compie sia nell’immaginario, sia nel discorso politico di Salvini, che accolla la tentata strage ai presunti facilitatori dell’immigrazione, quindi agli immigrati stessi e ai politici loro amici.

Dall’altra parte, a contendere elettoralmente il primato a una destra sempre più fascistoide c’è un largo drappello di piccoli Chamberlain, e nemmeno un Churchill o un Attlee.

Se Beppe Grillo è stato tra i primi ad aprire esplicitamente a Casapound e consimili, in nome del superamento delle vecchie barriere ideologiche, sappiamo bene – perché ce ne siamo occupati a lungo qui su Giap – quanti esponenti di ciò che resta della “sinistra” mainstream abbiano sostenuto la necessità del dialogo con i neofascisti e l’abbiano praticato senza indugi. Quante volte in questi anni ci siamo sentiti dire che con costoro bisogna dialogare, accompagnarli in un percorso di recupero al confronto civile, capire le loro istanze e volgerle al dibattito democratico? Nel frattempo si susseguivano aggressioni, omicidi, raid da parte delle formazioni di estrema destra o di singoli accoliti. Ricordiamo che prima di Traini c’è stato Gianluca Casseri, nel 2011.

Nemmeno a dirlo, gli stessi discorsi li abbiamo sentiti per la Lega Nord. I vari Chamberlain volpini-del-deserto negli anni hanno a più riprese sdoganato la Lega per tentare di sganciarla da Berlusconi, affermando che la Lega «c’entra moltissimo con la sinistra, è una nostra costola» (Massimo D’Alema intervistato da Il manifesto, 31/10/1995), e «non ho bisogno che qualcuno mi spieghi che la Lega non è razzista. Lo so» (Pierluigi Bersani intervistato da La Padania, 15/02/2011).

Il risultato si commenta da sé: nel 2018 la Lega va di nuovo alle elezioni con Berlusconi e i postfascisti, e il suo razzismo è ancora più manifesto. E intanto si continua a seguire il vento, prendendosela con i poveri cristi in nome della legalità (Marco Minniti). La stessa legalità che impedendo l’emigrazione con mezzi regolari, è la prima responsabile delle decine di migliaia di morti nel Mediterraneo su imbarcazioni di fortuna.

La destra si sposta a destra e tutti gli altri la inseguono. La storia recente d’Italia riassunta in una frase.

I neofascisti alzano la cresta perché sentono l’odore del sangue portato dal vento che soffia e scuote i peri, facendo cadere un sacco di anime belle e lisciando il pelo ai volpini.

Questa è la nostra darkest hour. Quella in cui alla tecnocrazia liberista europea e allo strapotere delle banche rispondono nazionalismo, xenofobia, fascismo. Due facce della stessa medaglia, anzi, della stessa merda. Tanto che le classi dirigenti di questo paese e di questo continente potrebbero decidere di cambiare cavallo qualora convenisse. Adeguarsi al vento per restare in sella. Come ottant’anni fa. È già successo in alcuni paesi europei. La storia potrebbe ripetersi in farsa. E non ci sarebbe proprio niente da ridere.

POST SCRIPTUM. Sabato 10 febbraio 2018, manifestazione nazionale a Macerata, contro fascismo e razzismo.

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33 commenti su “The Darkest Hour. Supplemento di riflessione su dove ci troviamo, alla luce del film di Joe Wright

  1. Nonostante un comunicato menzognero diramato oggi da un pugno di piccoli Chamberlain, la manifestazione di #Macerata è confermata. Sabato 10/02 h.14:30, stazione FS.


  2. Riassunto delle ultime ore:

    1. Il sindaco di #Macerata, del PD, si auspica che non vengano fatte manifestazioni, perché la città, a suo dire, ha bisogno di tranquillità e nelle piazze bisogna tornare a prenderci l’aperitivo.
    Nel dichiarare questo, mette sullo stesso piano la manifestazione indetta da Forza Nuova per ribadire il sostegno allo stragista Traini e quella indetta da un coordinamento di forze antifasciste cittadine, a cui parteciperanno varie organizzazioni e associazioni nazionali tra le quali la CGIL, l’ANPI, l’ARCI, Libera, oltre ad alcune forze politiche che si presentano alle elezioni.

    2. Mentre il sindaco rispolvera gli «opposti estremismi» e contrappone loro l’happy hour, Graziano Delrio, illustre esponente nazionale del suo stesso partito, dichiara a Repubblica che la manifestazione indetta per il 10/02 è «sacrosanta» e bisogna andarci. È evidente che dentro il PD ci sono contrasti su quale linea tenere.

    3. In un comunicato tanto repentino quanto orrido, i vertici burocratici di CGIL, ANPI, ARCI e Libera dichiarano di recepire l’auspicio del sindaco, e dicono «manifestazione sospesa». Cioè annullano d’imperio una manifestazione che NON avevano indetto loro, per la quale si stavano già organizzando le loro basi. C’erano già pullman prenotati ecc.

    4. Il coordinamento maceratese che ha indetto e sta organizzando la manifestazione fa notare ai quattro brontosauri che non possono annullare un’iniziativa non loro, e conferma l’appuntamento per il 10/02.

    5. Il ministro di polizia Minniti, sempre del PD, dichiara di apprezzare il comunicato dei quattro brontosauri e dice che, se la manifestazione non verrà annullata dagli organizzatori, a proibirla ci penserà lui.


    In parole povere, ANPI, CGIL e ARCI hanno giocato di sponda con il PD, o almeno quella parte di PD (che poi è quasi tutto il PD) che, dopo un tentativo di strage fascista, non ha saputo fare altro che dire: «moderiamo i toni».

    Per dirla come si diceva una volta, i vertici di ANPI, CGIL e ARCI hanno operato da «cinghie di trasmissione».

    Alla prima seria prova dei fatti, in men che non si dica la campagna «Mai più fascismi» messa in piedi da CGIL, ANPI ecc. si rivela pura fuffa.

    Dopo una breve stagione “ribelle”, coincisa con l’ultima fase della presidenza Smuraglia, questa mossa al tempo stesso autocratica (verso la propria base) e subalterna (verso ragioni di presunta “realpolitik” che nulla hanno di realistico e nulla c’entrano con l’antifascismo) conferma che al vertice dell’ANPI è avvenuta una sterzata normalizzatrice. Speriamo che nei circoli in giro per l’Italia il dissenso si faccia sentire.

    Il succo è questo: dopo un atto di terrorismo fascista, manifestare a Macerata contro il fascismo è ritenuto inelegante.

    L’anno prossimo cadrà il cinquantesimo anniversario della strage di Piazza Fontana, alla quale la Milano antifascista rispose con lo sciopero generale e un’oceanica manifestazione.


    Antonio Pizzinato, già segretario generale della CGIL, nel suo libro Viaggio al centro del lavoro, ricorda così la lunga discussione che precedette la proclamazione dello sciopero generale, il giorno dei funerali:

    «I dirigenti milanesi di Fim, Fiom, Uilm si riuniscono e, dopo alcune ore ed un serrato confronto, unitariamente propongono alle segreterie milanesi di Cgil, Cisl, Uil di promuovere una mobilitazione di tutti i lavoratori e dei cittadini, con la proclamazione dello sciopero generale provinciale contro l’eversione neofascista e le stragi e in difesa della Democrazia e delle Istituzioni. Il confronto su tale proposta, nel sindacato milanese e con le forze democratiche, prosegue fino a notte inoltrata per riprendere il giorno successivo, poiché vi sono posizioni differenziate, diversità di valutazioni. Qualcuno teme provocazioni ed altri incidenti. E’ la fermezza e la determinazione unitaria dei metalmeccanici che, alla fine, porterà a decidere unitariamente lo sciopero generale e la partecipazione ai funerali per rendere omaggio alle vittime. Il 15 dicembre, durante la cerimonia funebre celebrata in Duomo, centinaia di migliaia di lavoratori e cittadini presidiano silenziosi la Piazza e le vie percorse dal corteo sino al Castello Sforzesco ed oltre. La giornata è buia, nebbiosa, plumbea e triste, ma il mondo del lavoro, la classe operaia con fermezza e unità sono presenti in forze e costruiscono una barriera in difesa della democrazia, delle istituzioni, contro il neofascismo e il terrorismo».

    Tempi lontanissimi, e il confronto con la CGIL di oggi è impietoso.

    Oggi, di fronte allo stragismo nero, si devono «moderare i toni».

  3. Non si rendono conto, questi “burocrati”, della tragedia che si abbatterà nei prossimi anni a venire in Italia e nel continente. Non si rendono conto che poi sarà troppo tardi per protestare, boicottare, manifestare, ecc. Non si rendono conto che la storia sta per ripetersi.

  4. «Se non difende la democrazia dal terrorismo fascista, non è la nostra Anpi». Lettera del circolo Renato Biagetti (RM) e del Comitato Madri per Roma Città Aperta, contro l’indietroculo verticistico su #Macerata.

  5. Anche il circolo Anpi Fratelli Carucci di Martinafranca (TA) critica il vertice dell’associazione e conferma la presenza a #Macerata.

  6. La FIOM di #Milano si dissocia dal comunicato della segreteria nazionale CGIL sulla manifestazione a #Macerata.

  7. Il circolo ANPI Onorina Pesce Brambilla, cioè il principale circolo di Pavia città, ha preso posizione contro la linea nazionale, citando una combattiva ANPI valsusina: https://www.facebook.com/notes/mauro-vanetti/lanpi-pavia-onorina-pesce-brambilla-prende-posizione/10156158082582070/ Si tratta di un circolo ad alta densità di giapster, lo vicepresiede il nostro Luca Casarotti.

    Mi aspetto una mossa simile anche dall’ARCI che come l’ANPI OPB fa parte della Rete Antifascista di Pavia.

    Vedo che è in corso una salutare rottura della cinghia di trasmissione. Questa ribellione della base, specialmente dell’ANPI ma vale anche per l’ARCI (e sarebbe bello anche per la CGIL e Libera ma la vedo più tortuosa), per avere un senso duraturo dovrebbe arrivare fino ai prossimi congressi e far fuori i piddini e i filo-PD annidati ovunque negli apparati di queste associazioni. Comunque in queste ore va fomentata in tutti i modi per costruire una gigantesca manifestazione a Macerata e cento altre in giro per l’Italia.

    Mi sembra che siamo arrivati a uno showdown rilevante tra razzismo e antirazzismo dopo l’attacco terroristico di Macerata, non è la fine della storia ma di certo è uno snodo chiave e tutti stanno giocando la loro partita, solo che la posta è la vita di milioni di persone partendo dai migranti.

  8. Mi levo il cappello davanti agli iscritti di ANPI, ARCI e FIOM che stanno sconfessando apertamente i loro dirigenti, ma dubito molto che queste prese di posizione si tradurranno in una svolta autenticamente antifascista da parte delle organizzazioni in questione.
    Il processo di «pidizzazione» è andato troppo avanti, ma il problema principale non è neanche questo, secondo me.
    L’antifascismo richiede coraggio, tanto più nei periodi come quello attuale in cui il fascismo viene riscoperto e riutilizzato dalle istituzioni come utile arma, e può quindi contare su un’impunità e su una complicità perfino superiori alla «norma» (norma nel senso che senza impunità e complicità da parte delle istituzioni, il fascismo non può esistere).
    Questo coraggio nelle organizzazioni di cui sopra è scomparso da tempo.
    Ai loro iscritti il coraggio non è stato insegnato: anzi, è stato loro «disinsegnato» (specie nel caso dell’ANPI) in anni di pseudo-antifascismo cerimoniale e preoccupato soltanto di «non raccogliere le provocazioni» (del genere: presidio «antifascista» a dieci chilometri o a tre giorni di distanza dal banchetto fascista), oppure trasferito sul terreno dell’intrattenimento: l’aperitivo «antifascista», la spaghettata «antifascista», la biciclettata «antifascista»…
    È dura, in queste condizioni, imparare a lottare contro assassini armati, protetti dalle istituzioni e legittimati dall’informazione.

    • Parlando specificamente dell’ANPI, come si fa a dire che la pidizzazione sia «andata troppo avanti» proprio in un periodo in cui la distanza tra PD e moltissimi circoli ANPI è così grande? Ricordo che sotto la presidenza Smuraglia si arrivò a un conflitto fortissimo tra Renzi e l’ANPI durante il referendum, con attacchi feroci come l’invito a stracciare le tessere o le calunniose accuse di connivenza con CasaPound. La presidenza Nespolo rappresenta indubbiamente una svolta a destra e non voglio certo dire che l’ANPI sia messo bene, fa abbastanza cagare, ma ci sono tantissime contraddizioni che senz’altro ai tempi del PCI non esistevano nel rapporto tra l’associazione e “il Partito”.

      Naturalmente concordo però su come si diseducano i militanti attraverso l’antifascismo cosiddetto istituzionale (che io definirei immobilista, monumentale, retorico, ignavo, riformista ecc.). Non a caso dove ci sono pratiche diverse (Val Susa) le ANPI diventano più interessanti.

      • Appunto, lo scontro in occasione del referendum fu tra l’ANPI e Renzi; non tra l’ANPI e PD, con il quale l’associazione continua a mantenere un rapporto privilegiato (rapporto che a mio avviso è la causa principale di quello che definisci antifascismo immobilista, monumentale ecc.).
        Quanto al fatto che gli attriti tra ANPI e PD siano maggiori di quelli del passato tra ANPI e PCI, vorrei ben vedere! Per il PCI l’antifascismo era un valore fondamentale, mentre il PD non si sforza nemmeno di fingere che sia così… perfino i suoi spin doctor (per esempio, a Milano, Radio Popolare) sudano sette camicie nel tentativo di cucirgli addosso la casacca da antifascista!

  9. la protesta dei circoli ANPI serve. Per la prima volta dopo il colpo di mano, il vertice ANPI deve ammettere che la manifestazione a #Macerata NON è sospesa, come invece andavano ripetendo loro e – soprattutto – la CGIL, e anzi sarà partecipata. E cerca di smarcarsi da #Minniti.

  10. Fottiamocene di quel che dicono i media mainstream e i politici su #Macerata: è stata una manifestazione bellissima, una giornata cruciale, in moltissimi hanno parlato di una «boccata di ossigeno».

    A un certo punto, nei giorni scorsi, e proprio nell’ora che sembrava più buia, qualcosa è cambiato. Si è sentito distintamente un «click!» Le dirigenze di ANPI, ARCI, CGIL si sono ritrovate le rispettive basi in rivolta, il vertice ANPI ha dovuto correggere il tiro, arrampicare lo specchio, un comunicato maldestro dopo l’altro.

    Il trucchetto «E allore le foibe?!» non funziona più. Quello che dicono i media e i politicanti, il loro cercare appigli marci per risalire la parete dopo essere caduti male, tutto questo non ha alcun valore, la manifestazione di ieri ha già cambiato lo scenario. Loro non se ne accorgono, chi si informa solo seguendo il mainstream non se ne accorge, perché dal “centro” (il presunto “centro” dell’opinione pubblica, la narrazione “romacentrica”, il mainstream, la campagna elettorale ecc.) non si capisce niente, è dai lembi, dai margini che si ha la percezione più vasta di quel che accade.

    I commentatori iracondi, le Serracchiani (ieri, come ogni 10 febbraio, a Basovizza accanto agli stendardi della X Mas), gli Scalfarotto, sono fuori dalla realtà, e il successo di ieri – non solo a Macerata ma in decine e decine di piazze – dimostra proprio questo: sono fuori dalla realtà, non avevano capito niente di niente. Nemmeno il sedicente «veggente” Minniti aveva previsto quel che è accaduto. Si aspettavano una manifestazione “marginale”, hanno avuto una manifestazione che convergendo dai margini ha riempito la scena.

    Camusso, Nespolo e tutta la combriccola hanno boicottato la manifestazione, fino a negare che ci sarebbe stata, dicendo che non era «unitaria», col risultato che c’erano tutti tranne loro. Tutti, anche le loro basi. C’erano tante bandiere dell’ANPI e dell’ARCI, c’era la FIOM.

    Non ci piace sparare numeri, non sappiamo quanti eravamo, ma trentamila persone suona realistico. Certamente più di ventimila. Decine di migliaia di persone che, senza alcun supporto – anzi, sfidando il boicottaggio – delle organizzazioni “ufficiali”, senza treni speciali, contro tutto e tutti, si sono fatte un punto d’onore di raggiungere una città fuori dalle grandi vie di comunicazione, una città di 40.000 abitanti che il terrorismo neofascista, le speculazioni da campagna elettorale, i tentennamenti e madornali errori del PD e delle sue cinghie di trasmissione, ma soprattutto la determinazione delle antifasciste e degli antifascisti hanno reso un paradossale omphalos, un caput mundi.

    Ai suddetti “vertici” che si sono ritrovati all’improvviso senza basi non resta che una sfilata elettorale, il 24 febbraio, per provare a tirare la volata al PD.

    Dobbiamo ringraziare in particolare il centro sociale Sisma di Macerata e tutto il coordinamento che ha indetto dal basso la manifestazione: hanno tenuto la posizione contro ogni avversità, dopo i voltafaccia delle meschine dirigenze Anpi-Arci-Cgil e le minacce di Minniti. Hanno scombinato i giochi di chi ci voleva già morti. Hanno salvato la dignità dell’antifascismo italiano.

    Dal camion, ieri, una ragazza ha detto: «Dobbiamo renderci conto che quando i fascisti manifestano vengono amplificati ma sono quattro gatti, noi quando manifestiamo siamo tantissimi!»

    Ha ragione. La paura deve cambiare campo.

    Sono i fascisti che devono tornare a preoccuparsi.

  11. grazie :)
    reblog obbligatorio sul tumblo.

    (sì, mi sono iscritta causa annuncio su twitter, che comincia a stare stretto anche a me: ne approfitto, ciao a tutti)

  12. Tra i vari meriti della manifestazione di #Macerata c’è anche quello di aver disvelato a prova di scemo il senso e il funzionamento del dispositivo-foibe. Che c’entrano le #foibe? Le foibe c’entrano sempre, in Italia. Paracitando il poliziotto assassino del film di Elio Petri, «tutto questo paese è una foiba».

    Le cose sono andate così. Verso la sera del dieci, quando i media mainstream si erano ormai rassegnati al fatto che a Macerata non ci fossero stati incidenti, è cominciata a girare sui siti di vari quotidiani (pare la cosa sia partita dal Tempo) la “notizia” che al corteo un gruppetto di una decina di persone avrebbe cantato per qualche secondo un coro irriguardoso nei confronti della foibe (sic).

    Nel giro di un’ora, con grande (illusorio) sollievo, tutti i quotidiani online e tutti i politici hanno decretato che a Macerata era sfilato un corteo di infoibatori. Si sono distinti per zelo – ovviamente – i piddini: Serracchiani, Scalfarotto…

    Che la “notizia” fosse vera o meno per noi non ha nessuna importanza. Il dispositivo-foibe non ha bisogno di una notizia vera per attivarsi. LeFoibe nel discorso pubblico italiano non sono più un significante che rimandi a un evento storico reale, da studiare e interpretare con gli strumenti propri della storiografia. Sono invece diventate un’idea senza parole, puro suono che serve ad attivare riflessi pavloviani. Negli ultimi anni sono spuntate “foibe” ovunque, in Maremma, in Piemonte, nella bassa padana. Alcune sono addirittura mobili, si spostano qua e là nel collio friulano, terra di vigneti e di gubane.

    Le foibe sono un meccanismo di interdizione che serve a bloccare qualunque analisi critica della “storia patria” e qualunque antagonismo sociale nel presente. Sono il “campo dei merli” (kosovo polje) del nazionalismo e del revanscismo italiano. Ieri questo è apparso in modo chiarissimo, come un’epifania, anche a chi di “confine orientale” sa poco o nulla, ma ha conservato un minimo sindacale di buonafede.

    Le foto di Serracchiani a Basovizza in una cerimonia in cui erano presenti anche labari di forze militari nazifasciste (la famigerata X MAS) giravano sui social già da diverse ore, nel momento in cui la “notizia” del coro di Macerata ha invaso i siti dei quotidiani. E così gli alti lamenti di Serracchiani non hanno sortito altro effetto che quello di svelare definitivamente l’inconsistenza storica e la miseria politica e umana che sta dietro alla costruzione della “memoria condivisa”.

    • A dimostrazione di quanto detto stasera a Otto e mezzo su La 7 c’è stata la scena surreale di Sallusti che non riuscendeo a mettere in difficoltà Renzi al momento giusto si è giocato la carta delle foibe. Renzi ha svicolato con abile retorica democristiana la foiba di Sallusti spostando il discorso sul carabiniere pestato e a quel punto Sallusti vistosi bruciato il jolly ha tirato fuori il solito passato comunista della sinistra. Peccato che Renzi e l’attuale PD siano la reincarnazione della DC. E’ stato un cortocircuito piuttosto interessante. E’ come quando pensi di dover dare una spallata per aprire una porta e invece la porta è aperta e finisci per cadere perché dall’altro lato non trovi nessuna reale opposizione

    • Dopotutto da foiba a fobia non c’è che una inversione di lettere. L’argomento-foibe diventa anzitutto una spia delle ossessioni di chi lo utilizza.
      Non credo invece che c’entri Brexit con l’uscita dei film britannici o piuttosto USA-britannici (non facciamone una foiba! ;P), bensì semplicemente i settant’anni dalla fine della guerra che vengono celebrati anche in questo modo dalle potenze vincitrici, magari scampate all’occupazione, come il regno unito. Anche se Nolan fa proprio di tutto, ma di tutto, per evitare di parlare di “nazismo” “fascismo” e soprattutto “Germania”. Sia mai. C’è la guerra perché c’è la guerra, eterna, condizione permanente, decontestualizzata, una sorta di guerra embedded nel mondo, in cui bisogna obbedire e combattere tutti insieme mentre chi cerca altre vie finisce, moralisticamente e molto USA style, male.

      • Non è solamente Nolan, è un approccio abbastanza diffuso tra “l’uomo della strada”. Quattro anni fa quando iniziarono le celebrazioni del centenario dall’inizio della Grande Guerra notai come tanto persone comuni quanto giornalisti sembravano parlare della Germania imperiale come di quella nazista. In realtà con il senno di poi e conoscendo meglio chi mi sta intorno ho avuto modo di considerare che il commentatore britannico non ritiene il Kaiser alla stregua di Hitler, ma Hitler alla stregua del Kaiser. La connotazione ideologica della Germania nazista passa spesso in secondo piano. L’errore di Hitler (e del Kaiser) fu quello di pestare i piedi all’imperialismo britannico e di bombardare le città inglesi, non di promuovere un’ideologia aberrante e di opprimere (oltre che uccidere) milioni di persone. Questa è per lo meno l’interpretazione che ho tratto dal leggere e sentire i commenti.

        • Un’idea interessante, in effetti le celebrazioni della Grande guerra sono addirittura annuali mi sembra e ci vanno tutti impennachiati i membri della famiglia reale al completo; poi si sa quanto solo la seconda guerra mondiale abbia cancellato o almeno messo a tacere le simpatie naziste di buona parte dell’aristocrazia britannica. Però Nolan fa altro e più che eliminare ogni riflessione sul nazismo: cancella proprio il più possibile il fatto che siano tedeschi, Kaiser o Hitler, persino dalle inquadrature delle ali degli aerei, mentre ad esempio i bolli degli Spitfire sono sempre ben in vista (noblesse oblige). Praticamente rimuove il contesto in cui la guerra si svolge, chi ha occupato e sparato addosso a chi, oltre che il movente ideologico e imperialista del nazifascismo. Non è poco.
          Da parte di un regista magistrale e certo non privo di mezzi non può essere casuale, oggi, eliminare così il ruolo di un paese, anzi di un impero intero.

          • Le celebrazioni cui fai riferimento è quello del Giorno della Rimembranza (non so come tradurre senza creare confusioni con date italiane) che cade sì in corrispondenza della data in cui fu siglato l’armistizio che pose fine alla Grande Guerra ma che di per sé è una celebrazione delle Forze Armate. È il giorno in cui la retorica degli eroi raggiunge il culmine a prescindere da dove gli eroi abbiamo combattuto: nelle trincee in Francia, a Cassino o a Bagdad.

            • Oh, grazie. Qualcosa tra la celebrazione del 4 novembre (?) da noi, e la sfilata del 2 giugno? Dev’essere il giorno in cui si impapaverano? cosa questa che mi ha sempre fatto molto ridere, tra l’altro, dati i papaveri presenti sui territori dell’impero britannico.

              • Si. Il papavero rosso è il simbolo della ricorrenza del 11 novembre e della campagna a sostegno dei veterani. Da fine ottobre i membri ed i volontari dell’associazione veterani vendono i papaveri rossi di carta preso le stazioni ed i luoghi di grande passaggio. Le persone effettuano una donazione e si appuntano il papavero al petto e lo tengono fino al 11 novembre.

                Nel 2014 in occasione del centenario dell’inizio della guerra fu lanciata la campagna pacifista No Glory in War che adottava il papavero bianco come simbolo. Dopo un inizio interessante la campagna sembra aver perso spinta.

                Per radio parlavano di non ho capito quale premio per il cinema (BAFTA?) ed hanno fatto sentire un pezzo dell’intervento dell’attore che interpreta Churchill. Costui sostieneva che Churchill promuovesse e facesse proprio il cambiamento.
                ……..
                Tempo qualche settimana e qualcuno lo descriverà come un campione dello stato sociale. Poi lo beatifichiamo.

  13. Una sottopolemica sulla manifestazione di #Macerata riguarda la presenza di bandiere #notav. «Non c’entrano», «i No Tav non sono partigiani», «è una lotta contro un treno», «i partigiani non facevano la guerra a una linea ferroviaria» … E tanti saluti alla «intersezionalità» delle lotte, all’unire il fronte ecc. Anche persone che stimiamo hanno scritto cose del genere.

    Ora, si dà il caso che io studi da anni la storia del movimento No Tav valsusino, e si dà il caso che abbia scritto un libro sull’argomento, risultato di un’intera fase della mia vita, passata tra ricerche, interviste, sopralluoghi, manifestazioni, esplorazioni… E vorrei mettere qualche puntino sulle i.

    1. Il movimento No Tav si richiama da sempre alla Resistenza e deve moltissimo a quella tradizione, alla peculiarissima storia della guerra partigiana in Valsusa. Quest’ultima fu precisamente una guerra a una linea ferroviaria, la Torino-Modane, infrastruttura indispensabile all’occupazione nazista, che fu oggetto di continui attacchi e sabotaggi, e quindi di una pesantissima militarizzazione da parte delle truppe tedesche, tanto che la ferrovia finì per tagliare in due il movimento partigiano, e così esiste una storia della Resistenza valsusina a nord dei binari e una storia della Resistenza valsusina a sud dei binari.

    2. Come dice sempre Alberto Perino, «per essere contro un progetto insensato e dannoso come la Nuova Torino-Lione è sufficiente essere persone di buon senso, ma per essere No Tav è necessario condividere i valori del movimento, e uno di quelli più importanti è l’antifascismo».

    3. Grazie alla “curvatura dello spazio politico e culturale” operata da 27 anni di mobilitazione No Tav, in valle ci sono le sezioni ANPI forse più combattive e determinate d’Italia, e sono piene di giovani. Una delle primissime sezioni ad attaccare duramente il “colpo di mano” dei vertici ANPI-ARCI-CGIL della settimana scorsa è stata quella di Foresto-Bussoleno-Chianocco, cioè il territorio-fulcro della lotta No Tav.

    4. Grazie ai No Tav la Valsusa – dove negli anni Settanta e Ottanta l’eversione nera aveva basi e poligoni clandestini – oggi è totalmente bonificata dai neofascisti, che in valle non hanno la benché minima agibilità. Tutte le volte che Forza Nuova ha provato a organizzare banchetti da quelle parti, sono stati messi in fuga a furor di popolo. Di quante altre zone d’Italia si può dire la stessa cosa?

    5. Ergo: tra le forze che più mantengono viva e attuale la Resistenza, che ne investono il lascito nel presente, che sanno reinterpretarla senza mai tradirla, che ne pungolano dal basso gli eredi “ufficiali” (ANPI) ogni volta che hanno cedimenti, una delle più importanti, e forse la più importante, è il movimento No Tav della Valsusa.

    In conclusione: dire che la bandiera No Tav è fuori posto in una manifestazione come quella di Macerata è – per dirla con il massimo della precisione scientifica – una stronzata. Se c’era un posto dove quelle bandiere erano ben collocate, era proprio in quella bellissima fiumana di gente.

  14. […] L’occasione l’aveva creata la sezione ANPI «Onorina Pesce Brambilla» – en passant, una di quelle che ha preso le distanze dal voltafaccia del vertice nazionale ANPI sulla manifestazione a Macerata. La serata si chiamava Canzoni resistenti. E se qualche povero di spirito dovesse chiedersi: «Cosa c’entrano i No Tav con l’ANPI e la Resistenza?», beh, qui c’è un riassuntino. […]

  15. […] Forse non c’è modo migliore di dirla di come l’hanno riassunta su Giap: […]

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