Resistenze in #Bolognina: clandestinità e lotte operaie alle Officine Minganti, 1920 – 1970

Bolognina Est, domenica 19 novembre 2017. Wu Ming 1 racconta la storia delle Officine Minganti nel cortile delle officine stesse, oggi un centro commerciale in agonia.

[WM1: Lo scorso 19 novembre, una domenica, si è svolta a Bologna la giornata «Bolognina in Fucina», organizzata da Concibò in collaborazione con svariati collettivi, associazioni, compagnie teatrali e scuole. Resistenze in Cirenaica ha aderito all’evento dei «cugini» e vi ha preso parte con racconti e un reading musicale. Durante il trekking urbano alla Bolognina Est, nel cortile delle Officine Minganti ho raccontato storie di lotta di classe e resistenza antifascista dentro e intorno alla fabbrica, dal «Biennio rosso» fino alla morte della padrona, Gilberta Minganti, nel 1970. Mezzo secolo di storia in una quarantina di minuti, con l’ausilio di effetti sonori (una sirena manuale da allarme aereo, pezzo originale della seconda guerra mondiale). Diverse persone mi hanno chiesto dove si potesse leggere quel che avevo raccontato, così ho tratto dai miei appunti un testo leggibile e lo propongo qui, per chi c’era e per chi non c’era. In calce al post indico le fonti, quasi tutte disponibili on line. Buona lettura.]

1. Zucca, Casaralta, Bolognina Est

La storia della Bolognina comincia con il piano regolatore del 1889, che prevede una nuova zona manifatturiera a nord della stazione. Stazione inaugurata trent’anni prima, nel 1859.
È un punto d’inizio teorico: solo nel 1908 sorgerà l’insediamento di case popolari, il primo di Bologna.
Tuttavia, quest’area dove siamo adesso – indicativamente tra via di Corticella e via Ferrarese – ha una storia precedente e anche molto lunga. Era storicamente nota come «Casaralta», toponimo antico che troviamo già in documenti del XIII secolo e sul quale ora non posso dilungarmi.
Oggi è normale includere quest’area nella Bolognina, a volte viene chiamata «Bolognina Est», espressione che però include tutta la parte di rione che sta a est della direttrice via Matteotti – Piazza dell’Unità – via Corticella e arriva fino a via Stalingrado. Se guardiamo sulla mappa i contorni della Bolognina, quella linea la taglia proprio a metà.

Aggiungo un’altra cosa: questo qui accanto si chiama «Parco della Zucca», perché questa zona più circoscritta popolarmente si è sempre chiamata «la Zucca». Qui c’era il deposito dei tram e quando un tram andava al capolinea esponeva il cartello «Zucca».

Tra la fine dell’Ottocento e gli anni Trenta del Novecento ha luogo lo sviluppo industriale di quest’area, che ha una posizione strategica: sta lungo una direttrice importante – «via Ferrarese» si chiama così per ovvi motivi – e ci passa il binario della linea tranviaria che più a nord si biforca e da un lato porta – portava, purtroppo – a Malalbergo e dall’altro a Pieve di Cento.
In un arco di trent’anni, dall’apertura delle Officine Casaralta nel 1895 a quella della Sasib nel 1935, nascono o si spostano qui gli stabilimenti di svariate aziende, tra cui le Minganti, che arrivano nel 1924, ma esistono da prima.

Le Officine Minganti nascono sull’acqua

Quando via Riva Reno era effettivamente la riva del canale Reno. Cartolina spedita nel 1914. Clicca per maggiori dettagli.

Prima del piano regolatore del 1889, il distretto industriale più importante era in centro, nell’attuale quartiere Porto, soprattutto nella zona tra la stazione e il Canale Reno.

Il canale oggi non lo vediamo più, tranne in certi punti, come in via Oberdan o dalla finestra di via Piella, perché è stato interrato esattamente sessant’anni fa, nel 1957. Al suo posto, nella zona di cui stiamo parlando, c’è via Riva Reno.

In quella parte del centro nel corso del tempo erano sorti prima mulini da grano e da seta, poi pile da riso – le macchine che “sbucciano” i chicchi – e poi opifici di vario genere. Tutti usavano l’acqua dei canali: il Canale Reno, il Canale del Cavaticcio, il Canale delle Moline e il Canale Navile. L’acqua faceva girare le ruote dei mulini – il nome «via delle Moline» conserva la memoria di quell’utilizzo – e poi le turbine delle fabbriche, e serviva anche per altri scopi, nei processi produttivi. Il Navile, poi, è servito a lungo come importante via di trasporto. Fino alla fine dell’Ottocento il porto fluviale di Bologna, che ancora oggi dà il nome al quartiere, era uno dei più importanti d’Italia.

La vecchia via della Fontanina, foto di Filippo D’Ajutolo, senza data. Clicca per altri dettagli.

Nel 1919 Giuseppe Minganti ha trent’anni, proprio come la Bolognina, ma non è nella nuova area che apre la sua prima officina, bensì nella zona che ho appena descritto, in una via che si chiamava via della Fontanina ma non era la stessa via della Fontanina che oggi collega via San Carlo e via Polese.

La vecchia via della Fontanina – detta anche strada Molinella, altro riferimento ai mulini – era poco distante, ma è scomparsa con l’apertura di via Marconi, nel 1932. Era, si legge nel libro di Guido Fanti Le vie di Bologna, «la via che dal Canale di Reno proseguiva verso nord, piegando poi alquanto verso ponente costeggiando il Porto Navile». Si vede molto bene in questa mappa di Bologna del 1886.
[Qui il dettaglio, la via è evidenziata in blu].

Ecco, le prime Officine Minganti aprono lì, proprio accanto al canale.

Minganti è un inventore, un genio della meccanica, e apre un’officina che fabbrica utensili industriali, un’officina che avrà come clienti altre officine. Produce un modello di trapano verticale, una macchina impacchettatrice per sigarette – Bologna è sempre stata all’avanguardia nel packaging, qui si è molto bravi a impacchettare e infiocchettare, è molto importante la confezione – e anche una macchina che oggi non esiste più e di cui si è conservata poca memoria, ma che negli uffici era indispensabile: il torchio copialettere, che oggi ha tutto il fascino delle tecnologie morte.

copialettereLe aziende avevano un libro di commercio in cui erano riprodotte copie di tutta la corrispondenza in uscita. Lettere e minute di telegrammi erano scritte in inchiostro copiativo; le pagine del registro erano di carta velina, venivano inumidite con una spugna, poi si appoggiava sopra la minuta, e con la pressione si copiava il testo sulla pagina. Per fare pressione si metteva il registro in un torchio e si girava una manovella. Quel torchio lo producevano anche le officine Minganti.

Della parte amministrativa del lavoro si occupa la moglie di Minganti, Gilberta, nata Gabrielli. Molti anni dopo, la ritroveremo al timone dell’azienda, ma non precorriamo i tempi.

Biennio rosso e squadrismo

Le Officine Minganti hanno poco più di un anno quando in Italia c’è la grande occupazione delle fabbriche.

Siamo in quello che verrà chiamato il «Biennio Rosso». L’occupazione viene decisa al congresso nazionale della FIOM, che si tiene a Milano il 16 e 17 agosto 1920. La Grande guerra è finita da quasi due anni, la classe operaia ha pagato a quella guerra un prezzo enorme e continua a versare in condizioni gravi: i prezzi sono saliti, i salari sono bassi e gli industriali – che invece, nella maggior parte dei casi, grazie alla guerra e alle commesse belliche hanno fatto ulteriori fortune – non sono disposti ad alzarli. La FIOM decide lo sciopero bianco in tutte le fabbriche italiane: gli operai entreranno negli stabilimenti ma non lavoreranno. Se gli industriali, per impedirlo, faranno la serrata preventiva, l’ordine è di occupare le fabbriche. È quel che succede in tutte le fabbriche di Milano e Torino, e da lì si allarga.

Il fonogramma che comunica la decisione arriva alla Camera del Lavoro di Bologna nel pomeriggio dell’1 settembre 1920. All’alba del 2, il segretario della FIOM Alberto Trebbi fa di persona il giro delle fabbriche per avvisare gli iscritti. Trebbi è a sua volta operaio nella fabbrica Zamboni e Troncon, in via Frassinago, dove si fabbrica una macchina per fare i tortellini.

In tutte le fabbriche dove Trebbi passa a dare l’annuncio le cose filano lisce, poi arriva alle Minganti, va dal padrone e gli dice che da quel momento gli operai occupano. Minganti esita, poi apre il cassetto del suo scrittoio e tira fuori una pistola. Trebbi ha un sussulto, i due si guardano… Minganti rimette la pistola nel cassetto, prende la giacca e fa per uscire.
– Ma… E la pistola? –, gli chiede Trebbi.
– Av las anch quella lé! – risponde Minganti, e se ne va. Per dire che era un personaggio…

Bologna, 25 gennaio 1921. Gli interni della Camera del Lavoro dopo l’incendio.

La reazione al «Biennio Rosso» si chiama squadrismo.
L’Emilia, dove è forte il movimento socialista, è una delle zone del paese dove i fascisti versano più sangue. Qui a Bologna il 21 novembre 1920 contro il Comune socialista c’è l’assalto armato a Palazzo d’Accursio, che sfocia in una strage, e un altro attacco diretto al movimento operaio avviene nella notte tra il 24 e il 25 gennaio 1921, quando i fascisti danno alle fiamme la Camera del Lavoro, che all’epoca era in via d’Azeglio.

Oggi siamo abituati al centro città gentrificato, leccato, trasformato in un salotto borghese e in una grande vetrina per i negozi delle multinazionali, ma all’epoca era molto diverso, dobbiamo figurarci un centro storico popolare.

Trasloco alla Bolognina

Nel 1922 il fascismo va al potere, e sotto il fascismo le Officine Minganti prosperano e si espandono. Nel 1924, l’ anno del delitto Matteotti, Minganti apre un nuovo stabilimento alla Bolognina Est, proprio qui, in via Ferrarese. Non è ancora questo che vediamo, ma la posizione è su per giù questa.

Qui Minganti espande la produzione dei trapani, dei torni e delle macchine per la fabbricazione di cuscinetti a sfera. I clienti principali sono la Fiat e la Riv di Villar Perosa, che appunto fabbrica cuscinetti a sfera, è nata come ramo della FIAT ma da qualche anno è una società indipendente, anche se tra gli azionisti c’è Giovanni Agnelli.
Da quel momento, le Minganti faranno sempre parte dell’indotto FIAT.

Nel 1928 la grande svolta: Minganti va all’Esposizione universale di Parigi, a presentare una nuova macchina che ha inventato, un tornio «a comando idraulico a variazione continua di velocità». Una tecnologia che riscuote apprezzamenti e gli viene richiesta da più parti.

Sovversivi in fabbrica

I Minganti erano molto ammanicati con il regime. Mario Cornetto, agitatore operaio e poi funzionario del PCI, fu assunto nel 1943 e ha raccontato del suo colloquio con il direttore tecnico, Ettore Minganti, fascistissimo:

«Il primo giorno che andai alla Minganti, c’era il direttore che riceveva tutti i pomeriggi, dalle tre alle cinque, e c’erano i giovani in fabbrica durante la guerra,…tu andavi dentro l’ufficio […] e ti faceva delle domande stranissime il direttore, Ettore si chiamava. Ti faceva cantare “Faccetta nera” […] è risaputo che siccome quello lì era un fascista, era un fascista acerrimo, allora lui per decidere se assumere uno o no, uno degli elementi che potevano concorrere era se eri uno della sua parte.»

Ma non era facilissimo trovare operai di quella parte. Aggiungiamo che alle Minganti, fabbrica che aveva processi produttivi sofisticati e all’avanguardia, venivano assunti operai molto specializzati. Serviva gente, come si diceva allora, «con le mani d’oro», che avesse già imparato il mestiere da un’altra parte, magari in uno dei tanti laboratori artigiani che c’erano a Bologna. Gente preziosa. E allora, se l’assunto aveva le mani d’oro, anche in caso di seri dubbi sulla sua fede fascista si finiva per chiudere un occhio, purché non ne venissero troppi grattacapi.

E così, anche dopo le «leggi fascistissime» del 1926, che mettono fuori legge i partiti d’opposizione, dentro le Minganti persiste e si radica una presenza comunista e socialista clandestina. La fabbrica è piena di sovversivi. La linea del partito comunista è infiltrare i sindacati fascisti e far diventare i militanti «fiduciari di fabbrica», più o meno l’equivalente dei delegati sindacali. Una figura importante di comunista divenuto fiduciario alle Minganti fu Armando De Maria.

Nel corso degli anni Trenta la repressione fascista colpisce diversi operai delle Minganti, di storie da raccontare ce ne sarebbero moltissime. Sempre Cornetto racconta:

«Mi ricordo che venne un famoso federale dentro, fece una riunione, arrestarono alcuni che erano degli antifascisti. Io ero un bambino, un ragazzino, a quattordici anni, vidi che venne la polizia, ero lì nel reparto torneria, prese su uno o due, adesso non mi ricordo chi erano.»

Marx Tassoni

C’erano operai che venivano arrestati preventivamente ogni volta che arrivava a Bologna un personaggio importante del regime. È il caso di un futuro partigiano dal nome bellissimo, Marx Tassoni, sotto il fascismo italianizzato in «Mario Tassoni».
Nell’agosto del 1930, quando non ha ancora compiuto 19 anni, Marx viene eletto nella segreteria provinciale clandestina della Federazione Giovanile Comunista. Poco tempo dopo è arrestato insieme ad altri 116 antifascisti. Si fa un anno di carcere preventivo, poi il Tribunale speciale lo condanna a 7 anni di galera più 2 di libertà vigilata. Si fa un anno dietro le sbarre a Civitavecchia, ma nel 1932 gode dell’amnistia per il decennale della “rivoluzione fascista”.

Marx ha 21 anni quando torna a Bologna e, nonostante i suoi trascorsi, viene assunto alle Minganti. Negli anni a venire subisce molti arresti: ad esempio, il 16 aprile 1933 visita Bologna Umberto, il principe ereditario (quello che poi abbiamo cacciato in Portogallo a pedate nel culo). Ecco, quella volta lì Marx Tassoni viene arrestato due giorni prima e rilasciato due giorni dopo. Gli ricapita per vari motivi a giugno dello stesso anno, poi a dicembre dell’anno dopo, poi nell’ottobre del ’35. Gli capita anche nel 1937: presumibilmente per impedirgli di celebrare il Primo Maggio, viene arrestato il 30 aprile e rilasciato il 3. L’ultimo arresto di questo tipo è del febbraio 1942.

Intanto, all’ombra del regime la fabbrica cresce. Nel 1937 ha meno di 200 dipendenti, l’anno dopo ne ha circa il doppio, e continua ad assumere. Dal 1940, grazie alla produzione bellica, conosce un vero e proprio boom. Le Minganti producono fresatrici per carter motori di mezzi militari, e nel 1941 toccano il numero massimo di 1550 dipendenti.

Non solo la fabbrica continua a essere un covo di sovversivi, ma l’andamento disastroso della guerra fascista fa crescere il malcontento e rende addirittura possibile, o almeno pensabile, volantinare in pubblico! Il 17 marzo 1942 alcuni operai comunisti delle Minganti, tra i quali Vincenzo CacciariGiacomo Baraldi, vengono arrestati nei pressi della Montagnola, per aver distribuito volantini sovversivi su cui era disegnata anche la falce e martello.

Le testimonianze su quei giorni parlano addirittura di manifestazioni: cortei di operai che arrivano dalla Bolognina fino a Piazza Malpighi, dove c’è la sede del sindacato fascista, per protestare contro le condizioni di lavoro, i salari bassi, il pasto in mensa insufficiente.

La caduta del fascismo a Bologna

Questo clima surriscaldato è conseguenza della guerra ed è uno dei fattori che portano alla caduta del duce, il 25 luglio 1943.

Bologna, 25 luglio 1943. Sventolando bandiere rosse, la folla festeggia la caduta di Mussolini in Piazza Vittorio Emanuele II. La piazza fu in seguito rinominata (dalla RSI) Piazza della Repubblica, per poi tornare, dopo la Liberazione, all’antico nome di Piazza Maggiore. La statua di Vittorio Emanuele fu poi spostata ai Giardini Margherita, dove si trova a tutt’oggi.

All’arrivo della notizia, grandi folle festeggiano in tutta Italia, inscenano tumulti, distruggono i simboli del fascismo, chiedono la fine della guerra, che invece il nuovo governo Badoglio è intenzionato a proseguire. Qui a Bologna due antifascisti, Filippo D’Ajutolo e Ettore Trombetti, entrano nella torre dell’Arengo, sopra il Palazzo del Podestà, e suonano il campanone per annunciare alla città la fine del regime. Una folla invade il Littoriale (oggi Stadio Dall’Ara) e decapita la statua di Mussolini a cavallo che è lì dal 1929. La statua verrà poi fusa dopo la guerra, e il bronzo (circa settanta quintali) verrà usato dallo scultore Luciano Minguzzi per realizzare le due statue di partigiani che oggi stanno a Porta Lame, un contrappasso fantastico.

Mario Roatta

Mario Roatta

Mario Roatta, capo di stato maggiore dell’esercito e già criminale di guerra nei Balcani, emette una circolare sulla necessità di reprimere le manifestazioni , documento di cui vale la pena leggere un brano:

«muovendo, contro gruppi di individui che perturbino ordine aut non si attengano prescrizioni autorit. militare, si proceda in formazione di combattimento et si apra fuoco a distanza, anche con mortai et artiglieria senza preavviso di sorta, come se si procedesse contro truppe nemiche […]. Non est ammesso il tiro in aria; si tira sempre a colpire come in combattimento […] Il militare che, impiegato in servizio ordine pubblico compia il minimo gesto di solidarietà. con i perturbatori dell’ordine, aut si ribelli, aut non obbedisca agli ordini, aut vilipenda superiori et istituzioni, venga immediatamente passato per le armi.»

Solo nell’ultima settimana di luglio, in tutta Italia la forza pubblica uccide ottantatre persone, ne ferisce centinaia ed esegue oltre milleseicento arresti.

Alceste Giovannini

Alceste Giovannini

Il 26 luglio, qui davanti alle Minganti intervengono i bersaglieri, che aprono il fuoco sugli operai. Ci sono alcuni feriti, tra cui un operaio di un’altra fabbrica, la Grassigli. È un futuro partigiano di nome Alceste Giovannini, nome di battaglia Gino. Ha 35 anni, è iscritto al PCI clandestino da quando ne aveva 28 e si è già fatto 4 anni di carcere per reati politici a Civitavecchia. Tra poco lo ritroveremo commissario politico della 7a Brigata GAP Gianni Garibaldi. Catturato dalle Brigate Nere nel settembre 1944, verrà torturato per giorni e infine ucciso. Il cadavere verrà gettato in strada il 24 settembre, in via della Battaglia, alla Foscherara. A lui è intitolata una via della Bolognina, una traversa di via Barbieri.

Nei 45 giorni del governo Badoglio, la repressione colpisce anche dentro la fabbrica. Ad agosto, il giornale comunista clandestino Rinascita scrive:

«L’astensione dal lavoro, che nei primi giorni fu totale, si verifica ancora accentuata in numerosi stabilimenti. Gli italiani non sentono la guerra tedesca e liberati dal fascismo vogliono la pace, esigono la consegna dei sindacati e la creazione delle commissioni interne — voglia o non voglia il pavone Minganti che procede a licenziamenti di cui dovrà poi rendere conto.»

Quello che viene chiamato «pavone», a rimarcare che è un personaggio vanaglorioso e sborone, è il direttore tecnico Ettore Minganti.

Armistizio, fuga dei Minganti, guerra partigiana

L’8 settembre c’è l’Armistizio, seguito dall’occupazione tedesca e, poco dopo, dalla fondazione della Repubblica Sociale Italiana. In questo momento le Minganti hanno 1200 dipendenti.

La mattina del 25 settembre suona l’allarme aereo.

Sirena d'allarma

Valerio Monteventi ha appena fatto partire la sirena d’allarme (cimelio di sua personale proprietà). Il suono è lacerante e molti si tappano le orecchie. Per ascoltare quel momento, clicca qui: Grazie a Claudio / Smk Videofactory per la registrazione.

Le Minganti sono colpite da un bombardamento, il più violento che si sia abbattuto su Bologna, e vengono semidistrutte.

Dentro, però, le macchine sono ancora buone, e infatti il comando tedesco vorrebbe requisirle e portarle in Germania. I Minganti si oppongono, brigano, lubrificano, e all’inizio del 1944 concordano un trasferimento dei macchinari e dei tecnici nel bresciano, a Palazzolo sull’Oglio.

Così, a febbraio del nuovo anno, gli operai sono posti di fronte al dilemma se trasferirsi o restare a Bologna e fare la fame. Diversi di loro scelgono una terza via, anzi, alcuni hanno già preso quella strada da mesi: è tempo di darsi alla macchia per combattere la guerra partigiana.

Come fa Marx Tassoni, che ritroviamo sull’Appennino, commissario politico nella Brigata Stella Rossa del comandante Lupo, al secolo Mario Musolesi. Morirà a 32 anni, il 20 agosto 1944, a Castiglion dei Pepoli.

Amos Facchini

Amos Facchini

Come fa Amos Facchini, nome di battaglia “Ciccio”, 7ma brigata GAP Gianni Garibaldi. Il 7 luglio del ’44 verrà arrestato in seguito a una delazione (c’erano un sacco di delatori in giro) e resterà a S. Giovanni in Monte fino all’8 agosto, giorno in cui i partigiani daranno l’assalto al carcere liberando i prigionieri. Parteciperà alla Battaglia di Porta Lame e poi a quella della Bolognina, di cui racconterà più tardi Valerio Monteventi con la crew di Resistenze in Cirenaica, nel cortile delle scuole Federzoni.

Proprio in seguito alla Battaglia della Bolognina, braccato dai nazifascisti per le vie del quartiere, Amos si ritrova senza munizioni e per non farsi catturare si suicida in via Lionello Spada. Aveva 17 anni. A lui è intitolato un giardino in via del Millario, dalle parti di via Emilia Ponente.

Un’altra storia è quella di Ernesto Bettini, battaglione Marzocchi della 63a brigata Bolero Garibaldi. Viene arrestato a S. Giovanni in Persiceto insieme ad altri partigiani da un reparto di Alpini repubblichini (quelli della famigerata Divisione Monterosa) che lo consegnano alle Brigate Nere. La mattina del 21 aprile 1945, mentre Bologna viene liberata, le Brigate Nere consegnano a un reparto di SS che passa di lì otto prigionieri, tra i quali Ernesto. Costretti a marciare tutto il giorno incatenati a coppie, la notte arrivano a Cavezzo, in provincia di Modena. La mattina dopo, la marcia riprende, ma a un certo punto, le SS fermano la colonna nell’aia di un rustico e fucilano tutti i prigionieri. Verrà ricordato come l’Eccidio di Cavezzo. Ernesto aveva 19 anni.

Poi c’è Oddone Baiesi, battaglione Tarzan della 7a brigata GAP Gianni Garibaldi , morto a 21 anni nella battaglia di Porta Lame.

Ermanno Galeotti

Ermanno Galeotti

Ed Ermanno Galeotti, detto il Biondo, anche lui della 7a brigata GAP Gianni Garibaldi, ucciso dalle Brigate Nere alla Croce del Biacco il 20 aprile 1944. A lui è intitolata la prosecuzione di via Libia dopo il ponte, il tratto che collega Piazza Mikievicz a via S. Donato.

E poi c’è Luciano Michelini, comandante di plotone nel battaglione Ciro della 1a  brigata SAP Irma Bandiera, che è morto l’anno scorso, il 7 novembre 2016, a 95 anni.

E come loro tanti altri operai delle Minganti.

Torniamo alla fabbrica.

I Minganti se ne vanno da Bologna anche perché hanno paura per la propria pelle. In special modo Ettore. Riporto da un volantino clandestino del novembre 1943, intitolato: «La Voce dell’operaio / Aiutate i partigiani, morte ai tedeschi»:

«Ducati, Calzoni, Minganti, e tanti altri filibustieri a noi ben noti, ci fanno sapere, attraverso i loro tirapiedi di essere degli antifascisti e degli antitedeschi. In realtà collaborano con il nemico e perciò sono doppiamente odiosi, come padroni e come alleati dei tedeschi. Nei luoghi di lavoro le loro spie fasciste, serve di Hitler, agiscono contro di noi con la loro opera subdola e nefasta. Ebbene, questi loschi figuri debbono essere smascherati e messi nell’impossibilità di nuocere.»

Nel novembre 1944 rinasce, clandestina, la Camera del Lavoro.

Il ritorno della fabbrica a Bologna

Dopo la Liberazione, una delegazione di ex-operai delle Minganti sale a Palazzolo sull’Oglio e preme – anche con una certa rudezza – sui Minganti perché riportino le macchine a Bologna e riaprano lo stabilimento.

Logo MI-VALGiuseppe e Gilberta tornano, Ettore no, perché teme che a Bologna qualcuno lo ammazzi. Rimane nel bresciano, dove nel 1950 fonderà l’azienda motociclistica MI-VAL (contrazione di Minganti Valtrompia), ma morirà l’anno dopo. Ho letto che è morto «in tragiche circostanze», che però non sono ancora riuscito ad appurare.

A Bologna, a ricostruire la fabbrica provvedono gli operai con le loro mani. La ricostruiscono per poter avere di nuovo il loro impiego, ma anche perché la considerano ricchezza di tutti. Molti di loro vogliono fare la rivoluzione, si auspicano che le fabbriche vengano un giorno nazionalizzate, socializzate, gestite dalla classe operaia. Perciò fanno anche i muratori. Se sono «mani d’oro», anche svolgendo mansioni diverse dalle solite non diverranno di ricotta.

Dal settembre 1945 al gennaio 1946 le macchine ritornano in via Ferrarese. La produzione riprende con duecento dipendenti, che nel giro di due anni diventano cinquecento.

L’epoca di Gilberta

Gilberta Gabrielli Minganti

Gilberta Gabrielli Minganti

Giuseppe Minganti muore nel 1947, a 59 anni. A quel punto, sorprendendo molta gente, prende il timone la vedova, Gilberta, che all’epoca ha 50 anni.

Gilberta è di fatto cofondatrice dell’azienda. Si è sempre occupata della burocrazia, ma conosce bene anche la produzione, e si mette di buona lena, dedicandosi alla missione anche in memoria del marito. E come un vero e proprio monumento al marito concepirà il nuovo stabilimento.
Il progetto verrà commissionato all’architetto Francesco Santini e l’edificio sarà costruito tra il 1960 e il 1963 su un’area di 40.000 metri quadri. In buona sostanza è questo che vedete, ristrutturato da Open Project in modo da conservarne, almeno all’esterno, i tratti caratteristici.

Sul fatto che Gilberta fosse in gamba ci sono pochi dubbi: nel 1964 fu la prima donna a diventare Cavaliere del Lavoro; ma oggi su di lei c’è molta retrospezione rosea, che fa leva su una sorta di “femminismo” borghese e liberista, e c’è troppa amnesia selettiva sul ruolo che ebbe come padrona. Così la chiamavano, semplicemente, gli operai: «la padrona».

Gilberta Minganti fu una nemica acerrima del sindacato. Chiamò più volte la forza pubblica perché intervenisse contro i suoi dipendenti. In un’occasione si augurò pubblicamente che la polizia «sparasse in bocca» a operai che volevano far entrare in fabbrica un sindacalista. Fece una vera e propria guerra perché in mensa durante il pranzo non si parlasse di politica. Se parlavi di politica, ti arrivava una multa.

Soprattutto, la padrona ricorse in modo massiccio ai licenziamenti per rappresaglia.

Le nuove Officine Minganti nel 1963.

Le nuove Officine Minganti nel 1963.

Rispetto al ventennio, la situazione in fabbrica era diversa: la libertà sindacale era pericolosa e i processi produttivi erano in parte cambiati, si stava compiendo il passaggio dall’operaio professionale all’operaio-massa. Non era più così stretto e cogente il reticolo di considerazioni che aveva fatto ritenere opportuno tenersi in fabbrica anche dei sovversivi, purché avessero le «mani d’oro» e non rompessero troppo le scatole. Gli operai della rinata FIOM le scatole le volevano rompere eccome, cioè volevano lottare per i loro diritti, per il salario, per la democrazia in fabbrica.

Clare Boothe Luce

Clare Boothe Luce

Intendiamoci, negli anni Cinquanta e Sessanta Gilberta Minganti non fu l’unico capo d’azienda a comportarsi così. C’era la guerra fredda, quegli operai erano dei «rossi» e l’ambasciatrice degli Stati Uniti, Clare Boothe Luce, premeva perché gli industriali se ne sbarazzassero.

Dal 1947 al 1966 nella sola Bologna vi furono 8.500 licenziamenti per rappresaglia, cioè fatti per punire le lotte e l’attività sindacale. Di questi licenziati, 3800 erano metalmeccanici.

Così i padroni ricompensarono gli operai che avevano materialmente ricostruito le fabbriche.

Non c’era ancora l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Dal 1970, per un’abbondante quarantina d’anni, l’articolo 18 ha protetto i lavoratori dai licenziamenti ingiusti, discriminatori e per rappresaglia… finché non è arrivato il Jobs Act, ma questa è un’altra storia. O meglio: è la stessa storia, ma oggi non ci spingeremo così avanti.

Sulla condotta antisindacale e repressiva di Gilberta Minganti si potrebbero raccontare tante storie, io sono già andato di lungo e quindi qui ne racconto una sola.

Bologna, via dell'Archiginnasio, spezzone dei licenziati delle Minganti al corteo del Primo Maggio 1954.

Bologna, via dell’Archiginnasio, spezzone dei licenziati delle Minganti al corteo del Primo Maggio 1954.

Il 7 aprile 1954 la padrona preavvisa 170 operai che saranno licenziati. Le motivazioni ufficiali hanno a che fare con sopraggiunte difficoltà dell’azienda, ad esempio un calo dell’esportazione, in realtà sono licenziamenti per rappresaglia. Tutti e 170 i colpiti sono iscritti alla CGIL, tra i quali tutti i componenti del Comitato sindacale di fabbrica, e quattro dei sette componenti della Commissione interna, appunto quelli eletti nella lista della FIOM-CGIL. Ben 162 colpiti su 170 hanno la tessera del PCI. L’offensiva mira a sradicare la FIOM dalle Officine Minganti.

I quattro membri della Commissione interna (ricordo almeno i loro nomi: Mario Coralli, Adelmo Barbieri, Cesare Pizzirani e Mario Cornetto, che abbiamo già incontrato) fanno ricorso al Collegio arbitrale, che dopo un’inchiesta dà ragione a loro e torto a Gilberta. Lei, però, si rifiuta di riassumerli e, pur di non riaverli in fabbrica, paga la massima penale prevista dall’accordo sui licenziamenti.

Epilogo

Gilberta morì nel 1970. La fabbrica rimase aperta ancora per diversi anni, poi fallì e l’edificio, ristrutturato da Open Project, riaprì nel 2006 come centro commerciale. Un centro commerciale che vivacchia, per metà in agonia. Ogni tanto della sua crisi scrivono i giornali, ma tira innanzi, con buona parte dei negozi chiusi.

Va però riconosciuto che questo è l’unico grande sito di archeologia industriale della Bolognina ad aver conosciuto un restauro e un nuovo utilizzo. Se oggi siamo qui e possiamo parlare di lotte alle Minganti avendo intorno a noi le Minganti stesse, è grazie a quella riqualificazione. Non è la riqualificazione che piace a noi, ma guardiamo cosa succede nel resto del quartiere: molte fabbriche sono ancora dismesse e cadono a pezzi, altre sono state demolite e al loro posto si innalzano nuovi mostri.

Classe al potere: Paolo Pazzaglia insieme a tale Rosy Dilettuso. Ridateci la Gilberta.

Se avessi voluto raccontare delle lotte alle Officine Cevolani, a poche centinaia di metri da qui, avrei dovuto farlo di fronte al nuovo isolato di appartamenti di lusso e accanto a un grattacielo in costruzione: la «P-Tower», che sarà alta 45 metri ed è proprietà dell’«imprenditore playboy» Paolo Pazzaglia.
Se invece avessi voluto raccontare delle lotte alla Sasib, che stava in via di Corticella di fronte all’Ippodromo, avrei dovuto farlo davanti ai nuovi palazzoni che stanno sorgendo accanto alla sede della Alstom.

Nondimeno, pur con queste difficoltà, un racconto simile a quello appena ascoltato potrebbe essere fatto per quasi tutte le fabbriche del rione.
Ogni giorno, noi che viviamo alla Bolognina ci aggiriamo tra scheletri urbani di cui non conosciamo la storia. Edifici e lotti di terreno in cui si aggirano fantasmi.

Sono fantasmi di lotte.

Tornare a evocarli sarebbe cosa buona e giusta.

Bibliografia e sitografia selezionata

■ L. Arbizzani, La Costituzione negata nelle fabbriche: industria e repressione antioperaia nel Bolognese (1947-1966), Bacchilega 2012 [1991].
■ Piano B, La fabbrica e il dragone. Casaralta. Inchiesta sociale su una fabbrica e il suo territorio, 2007, inchiesta scaricabile in pdf qui.
■ G. Fanti, Le vie di Bologna. Saggio di toponomastica storica, Istituto per la Storia di Bologna, 2000 [1974], leggibile on line qui.
■ L. Bergonzini e L. Arbizzani (a cura di), La Resistenza a Bologna. Testimonianze e documenti, cinque volumi pubblicati dall’Istituto per la Storia di Bologna nel periodo 1967-1980, tutti scaricabili in pdf qui.
■ L. Arbizzani, A. Albertazzi e N.S. Onofri,  Gli antifascisti, i partigiani e le vittime del fascismo nel bolognese: 1919-1945. Dizionario biografico consultabile on line qui.
■ Storia e memoria di Bologna.
■ Storie dimenticate, sito a cura di «Comandante Lupo».
■ Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia.
 Cartografia storica bolognese – Biblioteca digitale dell’Archiginnasio

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