Lo stadio, i prati e lo zio d’America. Cosa sta succedendo a #Bologna ovest?

I grandi club di calcio milanesi sono stati acquistati dai tycoon estremorientali, buoni ultimi, dopo che gli sceicchi arabi e i plutocrati russi e americani si erano già accaparrati i grandi club inglesi e francesi. Qualche anno fa il piccolo ma blasonato Bologna è stato acquistato da un imprenditore canadese di origini siciliane, Joey Saputo, il re della mozzarella, erede di una delle più grandi industrie casearie del Nord America. Forse non può competere con i petrolieri, ma è comunque al 289° posto nella classifica delle persone più ricche del mondo, con un patrimonio di oltre cinque miliardi di dollari. Ed è anche presidente della squadra di calcio della sua città natale, Montréal, nonché, appunto, da tre anni, del Bologna FC 1909.

Va da sé che sotto le due torri l’intraprendente zio d’America è visto come una specie di salvatore. Non tanto per i risultati calcistici, che finora sono stati tutt’altro che straordinari (ma per i tifosi essere passati dalla zona retrocessione alla parte medio-bassa della classifica è già qualcosa di cui rendere grazie), quanto piuttosto per la volontà dimostrata di investire denaro ed energie nel club per rinnovarlo. Saputo fa sentire importanti i rossoblù. Ha dotato la squadra di un allenatore di livello, Roberto Donadoni, già CT della nazionale. Ha rifatto il centro sportivo e dirigenziale del BFC a Casteldebole. Soprattutto ha aperto una trattativa con il comune per ammodernare lo stadio monumentale Renato Dall’Ara, già «Stadio Littoriale», nel quale il Bologna gioca in casa fin dal 5 giugno 1927 (una settimana dopo l’inaugurazione da parte di Benito Mussolini… a cavallo).

Intorno al progetto di restyling dello stadio si gioca la più grossa partita urbanistica ed edilizia dell’area ovest di Bologna.

«Il calcio è la cosa più importante delle cose non importanti.»
Arrigo Sacchi

Rendering del nuovo Dall’Ara

L’alternativa per Mr. Saputo poteva essere la costruzione di uno stadio ex novo, fuori città, con meno problemi legati alla viabilità urbana e più ampio margine progettuale. Questa opzione però ha sempre visto contraria l’amministrazione comunale, per due motivi.

Il primo motivo è che un nuovo stadio comporterebbe di fatto la costruzione di un nuovo quartiere, quindi la necessità e la capacità di pensare e progettare un’espansione urbana. Questo andrebbe contro le linee guida che il Comune si è dato, dichiarandosi contrario al consumo di suolo agricolo e alla cementificazione (ma, come vedremo, di cemento ne arriverà comunque una valanga, da un’altra parte).

Il secondo motivo è che se il Bologna FC abbandonasse lo storico stadio Dall’Ara, la struttura rimarrebbe vuota, tutta sulle spese del Comune. Spese insostenibili, a quanto pare.

Il Comune dunque preme perché Saputo investa i suoi denari nel vecchio stadio e Saputo ha in mente di assimilarlo quanto più possibile agli stadi europei di ultima generazione: copertura per le tribune, avvicinamento degli spalti al campo da gioco, introduzione di attività commerciali nell’anello, ecc. Tutto molto bello, ma… non è gratis.

Prima di essere un appassionato di calcio (anche se in gioventù, da buon canadese, ha giocato a hockey), Saputo è un imprenditore, cioè uno che investe per trarre profitto. Le decine di milioni di euro che investirà sul restyling del Dall’Ara devono rientrare da qualche altra parte. Serve insomma una compensazione. E il modo più immediato di rientrare dell’investimento in Italia non è certo vendere mozzarelle, ma buttarsi sul mattone e sul cemento. Ecco quindi che Joey Saputo si è scelto un partner bolognese, niente meno che Gaetano Maccaferri, il più importante costruttore cittadino, a capo dell’omonimo gruppo industriale. Insieme i due si sono messi a studiare il piano regolatore e il piano operativo comunale per individuare l’area su cui fosse possibile attuare la speculazione edilizia. E l’hanno trovata. È quella dei Prati di Caprara.

«I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui Prati di Caprara (giocavo anche sei-sette ore di seguito, ininterrottamente: ala destra, allora, e i miei amici, qualche anno dopo, mi avrebbero chiamato lo ‘Stukas’: ricordo dolce bieco) sono stati indubbiamente i più belli della mia vita.»
Pier Paolo Pasolini

I Prati di Caprara sono una grande area verde di 440.000 mq alle spalle dell’Ospedale Maggiore, equidistante dal centro e dalla tangenziale, tagliata in due da un viale che poi si interra sotto la ferrovia per raggiungere la zona nord della città. Ne è passato di tempo da quando Pier Paolo Pasolini ci trascorreva interi pomeriggi giocando a pallone. Nel dopoguerra quei terreni sono diventati zona militare per esercitazioni e stoccaggio degli armamenti. Gran parte della vegetazione che attualmente ricopre l’area è vegetazione spontanea, cresciuta negli anni dopo la dismissione. «Vegetazione di bassa qualità» secondo alcuni, ma pur sempre vegetazione, anche se non si tratta di alberi secolari bensì di alberi più comuni, di prugni selvatici, di rovi con bacche e more. Le casematte dell’esercito sono ancora in piedi, così come gli edifici della Croce Rossa. L’intera area, per essere riutilizzata, necessita di una “bonifica bellica” molto onerosa. Per questo è tutt’ora preclusa alla cittadinanza, anche se all’interno del perimetro non mancano gli accampamenti abusivi.
La società pubblica che l’ha acquisita dopo la dismissione da parte dell’Esercito, cioè Invimit, emanazione del Ministero delle Finanze, sarebbe ben disposta a venderla, dato che la sua ragione sociale è la «valorizzazione dei patrimoni immobiliari pubblici».

Insomma c’è il compratore, c’è il venditore, e c’è il piano operativo comunale. Tutti contenti.

L’area dei Prati di Caprara. La zona rosa è quella destinata all’edilizia, quella in giallo al parco.

Non proprio.

Prima di tutto bisogna ricordare che per oltre vent’anni – fin dalle giunte Vitali degli anni Novanta – si è favoleggiato di fare dei Prati di Caprara il più grande parco cittadino. Un parco di ambizione europea, di quelli che quando ci entri non ti sembra più di stare in città. Quel progetto oggi appare quanto meno dimezzato, visto che appunto il più recente piano operativo comunale prevede di destinare metà dell’area all’edilizia. Il parco verrebbe sì realizzato, ma su una superficie stretta e lunga che corre a lato del tracciato ferroviario [vedi foto satellitare].

Tanti saluti al grande parco all’europea, insomma.

E tanti saluti a svariate migliaia di alberi (che andranno ripiantati altrove?), per fare spazio a nuove case e centri commerciali di cui la città non ha alcun bisogno, dato che la popolazione è in calo, le case sfitte abbondano, e già grandi progetti edilizi abitativi sono rimasti incompiuti. Ma il progetto non è legato alle esigenze reali della città, bensì alla necessità di mettere a frutto l’area abbandonata e inselvatichita, fare cassa per il ministero, e concedere la compensazione speculativa a Saputo-Maccaferri. Così Bologna potrà avere il suo stadio, quello sì, di livello europeo.

«Ogni albero ha il suo nemico. Pochi hanno un avvocato.»
J.R.R.Tolkien

Il presidente del BFC Joey Saputo, il sindaco Virginio Merola e alle loro spalle l’assessore allo sport Matteo Lepore

L’amministrazione, dal canto suo, oppone alle critiche la ragione pragmatica: al momento l’area è chiusa alla cittadinanza; con questo progetto almeno una metà diventerà parco pubblico. Piutòst che gnint l’è mei piutòst, recita un vecchio motto locale. La linea del male minore è ormai l’unico ago della bussola amministrativa. Ed è una bussola che invece di indicare il Nord va un po’ dove le pare, buona appunto per i navigatori a vista. I quali si trovano prigionieri di un paradosso: dimezzare il verde per realizzare un parco. Togliere alberi che assorbono CO2 per ridare alla città metà di ciò che potrebbe avere. Varare la costruzione di un outlet, di strade, parcheggi e di nuovi palazzi, il cui valore immobiliare sarà tanto più alto proprio perché adiacenti al nuovo parco, ribaltando quindi il rapporto di valorizzazione tra verde e cemento e facendo un doppio favore agli investitori.

Non solo. Il progetto di Saputo e Maccaferri prevede anche un intervento consistente sulla rete viaria, per decongestionare l’area intorno al loro investimento e renderlo più appetibile. Sarà tutto da dimostrare che questi cambiamenti riusciranno invece a decongestionare la zona intorno allo stadio, che al momento è afflitta dal problema di viabilità più grosso. Infatti ogni volta che il Bologna gioca in casa l’arteria di via Andrea Costa sulla quale affaccia il Dall’Ara viene chiusa, le macchine vengono parcheggiate ovunque, gli autobus deviati e i residenti restano praticamente murati in casa (o impossibilitati a tornarci). Bisognerà capire come il progetto di Saputo pensa di ovviare a questo annoso problema: riempiendo l’area di nuovi parcheggi a pagamento o potenziando il servizio pubblico (autobus elettrici, servizio ferroviario metropolitano, navette, ecc.).

Last but not least, non può essere sfuggito a nessuno degli interessati che il megacantiere prossimo venturo sorgerà adiacente all’ospedale [nella foto satellitare più sopra è segnato con un quadratino verde], dirimpetto al pronto soccorso e al reparto maternità. C’è da augurarsi che il progetto si avvalga di una valutazione molto seria dei rischi ambientali e per la salute dei degenti.

«Ecco perché qualcuno / pensa che sia più pratico /  radere al suolo un bosco / considerato inutile»
Elio e le Storie Tese, Parco Sempione.

Intanto due sere fa è iniziato il percorso di informazione e di ascolto della cittadinanza da parte degli amministratori locali. Alla sede del quartiere Porto-Saragozza, l’assessore allo sport Matteo Lepore e quella all’urbanistica Valentina Orioli hanno risposto alle domande della cittadinanza. Le critiche sono state poste con estrema franchezza e così la linea difensiva. Ma il dato è che finora la partita si è giocata a carte coperte, dato che Saputo non ha ancora presentato al Comune il progetto connesso allo stadio, alle aree circostanti e alle aree compensative. A tutt’oggi i giornali locali si sono nutriti di gossip e fughe di notizie più o meno pilotate. La scadenza di presentazione del progetto è settembre. A quel punto le carte saranno sul tavolo e ci sarà qualcosa di concreto di cui discutere. Ammesso e non concesso che a quel punto sia ancora possibile discutere.

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2 commenti su “Lo stadio, i prati e lo zio d’America. Cosa sta succedendo a #Bologna ovest?

  1. […] recente a Bologna, da FICO al «Passante di Mezzo» passando per la maxi-colata di cemento che incombe sui Prati di Caprara. Da tempo monitoriamo la situazione e facciamo inchiesta pedibus […]

  2. Vorrei segnalare che da qualche mese esiste un comitato che ha raccolto fino ad oggi circa 3000 firme contro questo grande progetto speculativo. Sono state svolte delle assemblee nei quartieri interessati, si e` andati per strada a volantinare per fare conoscere quello che si sta per abbattere da qui a breve sul quadrante ovest della città, si è avviato un percorso per opporsi ed immaginare quale possa essere una autentica e necessaria rigenerazione urbana.
    Mi sta a cuore poi sottolineare un altro problema che riguarda il plesso scolastico che si trova a poche decine di metri dall’area dei Prati di Caprara ovest. Il piano operativo del comune che modifica la destinazione d’uso, prevede al posto della attuale caserma dell’esercito, un’area commerciale dove dovrebbe sorgere un outlet del lusso.
    Per le centinaia di bambini frequentanti il nido, la scuola materna, quella elementare e la media, si prospetta quindi prima la convivenza con un grande cantiere e poi, una volta realizzati i lavori, con un outlet che seppur poco più piccolo di quelli che sono stati finora costruiti vicino a svincoli autostradali (chissà perché…) sarà comunque un grande attrattore di traffico veicolare, a peggiorare la già grave situazione della zona.
    Molti residenti ancora non sono a conoscenza di questo oppure non vi hanno riflettuto abbastanza. Credo che il nostro compito sia provare a fermare in tutti i modi questo scempio, che è parte della logica predatoria e speculativa che sta colpendo molte zone di Bologna e tentare di collegare in un percorso comune i nostri punti di vista e le nostre forze.

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