Ancora su L’#ArmatadeiSonnambuli a teatro: un saluto dalla #Napoli magnetica

[Come dicevamo, a Napoli, nelle sere del 17 e 18 giugno, tra i porticati del Cortile d’onore del Palazzo Reale andrà in scena una mesmerica versione teatrale del nostro L’Armata dei Sonnambuli. Qui c’è l’evento Facebook, qui si compra il biglietto. Noi non ci saremo (vedremo soltanto una sfera di fuoco ecc.), ma speriamo che lo spettacolo giri e di poterlo vedere in futuro. Orbene, quale lenitivo della nostra assenza, pochi giorni fa abbiamo ricevuto una lettera-diario dal vivo delle prove e dei preparativi. Ve la proponiamo qui sotto e, come suol dirsi: meRda! Ve lo si conta loro com’è che andò.]

Napoli, 30 maggio 2017

Terza settimana di prove
Arrivare in sala significa incontrarsi in trafficatissimi angoli del centro storico di Napoli, percorrere la città partendo dal suo cuore, anzi dal suo ventre (…quanto sono veri i cliché…), fino a raggiungerne la periferia, per arrivare a Gianturco, in un capannone della zona industriale.
Alto. Bianco. Pieno. Apparentemente uguale agli altri.
Mentre dentro si prova, dall’esterno arrivano rumori di carrelli, camion, muletti, e vattelapesca cos’altro.
Lavoratori trafficano con cavi, piantane, microfoni, proiettori, mixer, e vattelappesca cos’altro, cercando di rispettare un silenzio impossibile da ottenere.
Dentro, in sala, uguale.
Altri lavoratori trafficano con cavi, piantane, maschere, microfoni, proiettori, fogli scritti, voci, mixer, movimenti e vattelappesca cos’altro, cercando di rispettare un silenzio impossibile da ottenere.
Perché tante persone stanno parlando. Ciascuna con il proprio linguaggio.
Parlano gli attori, assecondando e a volte lottando con parole più grandi di loro, parlano con gli occhi, parlano mentre si scambiano il sudore.
Parla l’aiuto regia, e a volte viene da pensare che sia più di uno, per quante cose riesce a fare contemporaneamente.
Parla la responsabile di produzione, già con una soluzione a quesiti non ancora posti ma che stanno per arrivare.
Parlano lo scenografo e il laboratorio di scenografia. Inchiodano, saldano a poche decine di metri dalla sala (se tendiamo l’orecchio, possiamo sentirli…)
Parlano i musicisti, anzi suonano, seguono o precedono atmosfere. Disegnano i baffi a Paganini.
Parla la costumista, ci mette addosso brandelli di Storia, ci insegna il nome dei colori che i personaggi porteranno addosso.
Parlano in sartoria, dove menti e mani sapienti ci permetteranno di indossare un’idea.
Parla la produzione, che ha reso possibile il fatto che tante persone stiano parlando. E che parleranno ancora.
Parla il regista, che poi in realtà è un direttore d’orchestra, che poi in realtà è un pittore, che poi in realtà è un tecnico, un archeologo, un cercatore d’oro nel Kentucky, un filosofo cialtrone, che poi in realtà era il boia il giorno in cui hanno decapitato Luigi Capeto, l’ultimo re di Francia (o almeno così lui sostiene…).
Parla. O meglio, scrive, l’ autrice. La donna che è stata capace di compiere il secondo miracolo: trasporre un romanzo di settecentocinquantaerrotte pagine in un testo teatrale di quarantasette.
Il terzo miracolo stiamo cercando di farlo tutti noi: trasformare la parola scritta in parola viva, darle senso e corpo e spazio.
Del primo miracolo, mi perdonerete, dirò alla fine…
Nota per i sostenitori della cronologia lineare: avete sbagliato pagina.
Dicevo in sala…in sala al momento manca solo il pubblico. Il suo brubrù…
Siamo qui soprattutto per il pubblico.
Che lavoro strano, a pensarci….
Un appuntamento al buio.
Tante persone che preparano qualcosa per degli sconosciuti.
Tanti sconosciuti che pagano un biglietto per vedere qualcosa che non sanno cosa sia.
Fine (con tanto di retorica patetica…)
Ah, no…il primo miracolo…Dovevo dirvi il primo miracolo.
Il primo miracolo è stato leggere L’armata dei sonnambuli.
Mi correggo: il primo miracolo è stato specchiarsi e riconoscersi ne L’armata dei sonnambuli.
Grazie.
Fine (stavolta veramente).

La compagnia de l’Armata dei Sonnambuli

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