«Stramonio», di Alberto Prunetti. L’uomo-cinghiale, una storia vera. #ArmatadeiSonnambuli

Wolfman

«…Ha così notato la figura imponente di un essere che non aveva movenze umane, bensì bestiali, e i cui versi assomigliavano a quelli di un cinghiale ferito – o forse “in calore”.»
(Annette Anthus in L’armata dei sonnambuli, p. 223)

[L’episodio di licantropia raccontato da Wu Ming ne L’armata dei sonnambuli mi ha colpito perché ha riportato a galla il ricordo di un caso molto simile occorso a un amico in Toscana. Ve lo racconto. AP]

Uno. Le voci

Martino: «Non ricordo troppo, devi chiedere alla mia compagna. Sono rimasto nel bosco per una settimana.»

Daniela: «No, sarà stato via per due-tre giorni, al massimo quattro.»

Martino: «Mi sono preparato per mesi e mesi, non avrei bevuto il decotto di fiore di stramonio senza preparazione. 5 milligrammi di fiore che mi hanno fatto deragliare. Ho sfiorato la dose massima per il mio peso. Oltre non sarei tornato indietro. Ci lasciavo le penne. I fiori sono più leggeri ma le radici e i semi possono rovinarti. Forse ho solo sbagliato a fare lo stramonio in un momento di tensione emotiva molto forte. È stato anche un modo per sfidarmi. O torni o ci lasci le bucce. Ma qualcosa doveva cambiare.»

Daniela: «Ha sempre fatto queste cose senza preoccuparsi troppo delle conseguenze».

Martino: «Dopo, odiavo gli spazi domestici. Ricordo il senso di gioia quando tornavo nel bosco, l’umidità. Non gioia. La parola giusta era “sollievo”. Dovevo spogliarmi, togliermi di dosso i vestiti. Dice Daniela che quando comparivo avevo molti graffi. Avevo anche rametti intrigati ai peli del petto. Ricordo il piacere di sfregarmi contro gli arbusti, di sfregarmi il terriccio del sottobosco contro la pelle.»

Daniela: «Era trasformato, fisicamente. Aveva i muscoli… era un toro. Lui non è così forte, lo sai… ma in quei giorni… aveva i muscoli gonfi, segnati da vene che sembravano dover scoppiare da un momento all’altro… e poi era costantemente eccitato.. voglio dire, eretto.» (risate).

Martino: «Per quel che ho letto, lo stramonio, o meglio, la scopolamina, che è l’alcaloide contenuto nei fiori e soprattutto nei semi e nelle radici della pianta, aumenta la circolazione sanguigna periferica. Questo induce l’erezione continua. Al tempo stesso, forse mi spingeva a una certa esasperazione nervosa. Dovevo continuamente muovermi. E poi all’improvviso però mi addormentavo.»

Daniela: «Non stava troppo fermo, soprattutto la notte. Sentivo il bosco, con la bambina, dalla finestra, continuamente rivoltato, frugato da questa presenza. Le dicevo, tranquilla, è il babbo. Ogni tanto urlava. Faceva paura, si muoveva continuamente, come un animale selvatico, un cinghiale che spostava le frasche e frugava la terra.»

Martino: «Si, nel bosco ero attivo, Ho anche camminato molto. Dovevo liberare questa forza, i muscoli sempre tesi… Poi mi sdraiavo di colpo per terra per dormire… Perché tante cose non le ricordo.»

Daniela: «Facevi versi strani.»

Martino: «Ma non è vero che ululavo, come raccontano tutti…»

Daniela: «Ululavi, ululavi. Non proprio come un cane… Ma insomma… Erano grugniti. E poi quegli occhi neri…»

Martino: «Macché, occhi neri… avrò avuto le pupille un po’ ingrossate.»

Due. Il racconto

Il fiore della Datura Stramonium

Martino un tempo sarebbe stato scambiato per un licantropo. Lo avrebbero legato, gli avrebbero fatto un esorcismo. O forse oggi sarebbe stato sottoposto a un trattamento sanitario obbligatorio.

In realtà Martino è un grande conoscitore di erbe e dei loro principi attivi. Ama curarsi con le piante e esplorare le loro proprietà. Vive in una casa colonica a un tiro di schioppo da un bosco di cerri, di lecci e castagni. Ha un orto e raccoglie piante officinali. Coltiva anche menta, rabarbaro, citronella, calendula, melissa, oltre ovviamente a rosmarino, lavanda, timo, salvia, origano e tante altre specie vegetali commestibili. È un botanico dilettante e appassionato, con la tendenza a fare esperimenti con gli usi radicali delle erbe, domestiche e selvatiche, utilizzando se stesso come cavia. In effetti con la cura dei limoni e il tarassaco riesce a depurarsi il fegato dagli effetti nocivi di stagioni di aperol. Quanto all’intestino, lo libera con l’aloe arborescens, di cui coltiva svariati esemplari. Estrae il gel di notte, lo mescola con miele e la grappa e infila il composto in frigo. Una volta ha esagerato con la dose o con la percentuale di aloe: ne ha assunto tre cucchiai per die per poi trascorrere due giorni al cesso, a evacuare l’anima, depurandosi di ogni vizio.

Martino cammina per i boschi. Conosce i funghi e riesce anche a mangiare quelli più velenosi, dopo avergli fatto buttare l’acqua tossica. I suoi risotti con le erbe selvatiche e i funghi sono rinomati. E sono celebri anche le insalate d’erbacce e fiori eduli, di cui vanta la commestibilità.

Martino osserva da quand’era piccolo la natura e sostiene di potersi curare e alimentare con quel che trova nei campi di maggese e nei boschi. È un forager, un moderno gatherer. Una volta, mentre parliamo seri di politica, lo vedo slanciarsi in aria chiudendo le mani a coppa proprio sopra la mia testa. Penso che stia per darmi un biscotto sulla fronte. Poi urla: «Il cervus!» Socchiude le mani e mi fa vedere un enorme coleottero. La gente intorno si allontana spaventata: lui lo studia un poco, poi gli dà la via.

Un giorno dei vicini hanno chiesto il suo aiuto. I loro cavalli sono impazziti. Galoppano, scartano di lato quasi avessero allucinazioni, si lanciano contro le filagne di castagno. Martino studia le piante del pascolo dei quadrupedi. Nel grande recinto trova una pianta selvatica di stramonio, con grosse campanule. Datura stramonium. L’erba del diavolo. Prepara per i cavalli un pastone di semi di lino bolliti, perché si spurghino. Ed estirpa le piante di stramonio. Dopo un paio di giorni i cavalli pascolano placidi.

Pochi giorni dopo Martino, sul finire dell’estate, scompare di casa. La moglie è preoccupata. Torna dopo qualche ora, seminudo. Si infila nella cantina dove tiene le erbacce, poi beve dell’acqua e se ne va. La notte non torna. La compagna non sa cosa fare. Strano è strano, passa intere giornate nei boschi a cercare piante, a volte anche scampoli lunghi delle ore notturne. L’auto non si è mossa, deve essere attorno casa. A metà nottata Martino torna. Si fa annunciare da alcune urla. Quasi degli ululati. Si presenta nudo, sporco di foglie avviluppate ai peli lunghi del petto, esibendo un’imbarazzante erezione. I capelli bianchi sono sconvolti e pieni di legnetti, impastati col terriccio. E gli occhi sono lacrimosi, con le pupille enormi. La moglie rimane allibita ma ha smesso da tempo di farsi sorprendere dalle bizzarrie di Martino. Pensa: meno male che la bimba è a letto. Martino torna in cantina, beve dell’acqua verdastra e si allontana di nuovo nel bosco.

Martino ha bevuto un decotto di fiori di stramonio. L’erba del diavolo. Quella che un tempo regalava alle donne che conservavano i segreti della fitoterapia poteri straordinari, che le rendevano invise ai preti. Streghe, le chiamavano, perché riuscivano a sollevare con le mani ciocchi di legna ardente dai bracieri. Si bruciavano ma non se ne rendevano conto, perché lo stramonio agisce sui centri nervosi e può rendere insensibili al dolore.

A Martino lo stramonio dà un altro problema. Un’erezione continua e dolorosa. Si masturba nella speranza che quelle energie si liberino, che la parte di negatività che ha accumulato in anni di lavoro, di civiltà, di doveri sociali, esca da qualche parte dal suo corpo. Magari dal nerbo. Si masturba nel bosco, a ripetizione, ma il sollievo dura pochi minuti. Dopo un po’ l’erezione si ripresenta. Sta meglio solo quando all’improvviso si addormenta, quando si distende tra le foglie di cerro, cosa che fa quasi continuamente. Poi al risveglio sente un dolore atroce allo stomaco. E una voglia di bere ancora quel decotto diabolico. Allora torna in cantina. È preoccupato perché sa che è un ciclo che fornisce dipendenza: il dolore allo stomaco passa con una nuova assunzione, che però induce l’erezione e un nuovo dolore, al pene. Allora si masturba periodicamente ma il sangue gli defluisce dal nerbo solo quando lo stomaco ricomincia a fargli male, ovvero quando l’organismo chiede altro stramonio. Gli alcaloidi come la scopolamina possono indurre una qualche forma di dipendenza.

La compagna di Martino lo vede spuntare dal bosco. È il terzo giorno che vive nei boschi. Martino dei boschi, è diventato ormai. Adesso è un animale selvaggio, un uomo abominevole delle macchie. L’uomo-cinghiale. Sporco di terriccio, con una mano che impugna il pene eretto quasi fosse un timone che garantisce equilibrio e direzione, Martino punta la casa attaccato al suo membro come a un manubrio. Sembra un rabdomante. L’acqua e lo stramonio. Ma in quella casa le amiche di sua figlia stanno festeggiando un compleanno. Quindici anni. Lo spettacolo di un uomo lupo che procede nudo ed eccitato è tutto quello che la compagna di Martino non vuole regalare alla festeggiata. La donna si guarda attorno. C’è il mobiletto per la raccolta differenziata del vetro. Impugna una bottiglia vuota e la scaglia contro lo Yeti. Poi un’altra. Poi un’altra ancora.

Martino dei boschi

Martino torna nel bosco, respinto. Continua a masturbarsi, poi sente salire il dolore alla pancia. Stavolta non ha potuto bere il decotto di fiori di stramonio. Sente dolore, l’organismo chiede ancora la solanacea delle streghe. Poi si addormenta. Ormai ha fatto un letto di foglie nel bosco. Ha scavato, rimuovendo le foglie. Ha smosso l’humus per sentire un fondo morbido. Si sdraia sul terriccio, poi ricopre le membra nude di foglie di cerro e di ghiande di leccio. Finalmente dorme.

A un certo punto ha un sussulto. Un fruscio, un’ombra, un peso sullo stomaco. Qualcosa è passato sopra di lui! Si spaventa, esce da quel letto primitivista con un salto improvviso. Un riccio lo fissa incuriosito e poi scappa nelle profondità del bosco. Forse si è spaventato anche il riccio: si chiederà su che strano animale è passato. A Martino viene da ridere, per quella strana sveglia. L’erezione è scomparsa. E anche il mal di pancia.

Martino torna a casa. Le adolescenti sono andate via. La figlia è a letto. La compagna pure.

Per tre giorni l’uomo selvaggio non è andato a lavorare, non ha fatto la spesa al supermercato, non ha ascoltato i telegiornali.

Ha mangiato le bacche del corbezzolo e le trombette di morto, i funghi neri che crescono vicino alle carbonaie. Ha raccolto i frutti tardivi di un susino selvatico e le mele dure di un cotogno. E ha bevuto l’acqua della fontana di un borgo, dando scandalo agli ospiti americani di un bed and breakfast.

Per tre giorni, Martino, compagno licantropo, hai ululato al vento e alla luna il rifiuto di una civiltà addomesticata.

Tre. L’epilogo

Due amici nel bosco

«Vedrai che non è difficile trovarla.» Cammino con Martino da quindici minuti lungo un sentiero che attraversa i boschi e lui ha già raccolto un cestino, colmandolo di erbe che a un occhio poco esperto possono sembrare «erbacce». «Che frittata ci facciamo, dopo, con queste e le uova delle tue galline.»

Ancora pochi passi che si stampano sul fondo umido del terreno.

«Ecco, qua in genere la intravedo ogni anno. I semi si sparpagliano in zona e rispunta. Guarda, guarda, eccola!» Mi indica una pianta alta una trentina di centimetri, con grosse foglie frastagliate. Ha un aspetto un po’ patito. Siamo a fine stagione ma un mese fa doveva essere più forte. Non ha il fiore, non c’è la campanula, ma noto un piccolo portaseme, un bozzolo, una capsula spinosa verde dall’aria ostile, pericolosa. Segnala agli animali che toccare fa male. Fa male alle labbra e fa male al fegato. «I semi ti ammazzano e anche le radici». E i fiori non ci sono. «Lascia perdere.»

Guardo le foglie, sono tutte bucherellate.

«Martino», gli dico, «sembrano mangiate come la mia insalata».

«Si, devono averle mangiate le lumache».

E a quel punto ci scambiamo un’occhiata ammiccante. Ma d’istinto ci guardiamo subito le spalle. Vuoi che dietro di noi non ci siano dei lumaconi mannari, turgidi, eccitati e selvatici?

«Rientriamo?», gli dico.

Postilla – di Wu Ming

«Alla domanda se a suo dire tale comportamento sia provocato da un qualche evento scatenante, la Jaranton ha pensato a lungo e alla fine ha risposto che tempo addietro, prima del manifestarsi degli attacchi di satiriasi, il marito avrebbe incontrato un medico itinerante, di nome Eloisius, il quale gli avrebbe consigliato un rimedio per le emorroidi che lo affliggono.»
(L’Armata dei Sonnambuli, pag. 224)

«La seconda domanda di D’Amblanc fu tesa a scoprire in che consistesse tale rimedio, vale a dire una pomata. Il buon Bernard si era fatto rifilare una crema tanto nauseabonda quanto inutile da un ciarlatano come ve n’erano tanti. Vagabondi che giravano per le campagne approfittando della credulità popolare e grattavano qualche risparmio ai contadini spacciando loro finti toccasana per ogni male.»
(L’Armata dei Sonnambuli, pag. 225)

«Stramònio = lat. stramonium.
Pianta della fam. delle solanee, con steli vuoti, ramosi e un poco pelosi, foglie liscie, angolose e con lunghi pezioli, frutti eretti ed ovati, comune ne’ luoghi umidi. Ha fetido odore […]»
Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani, 1907 – digitalizzato nel 2002 da Francesco Bonomi e consultabile on line.

Scarica questo articolo in formato ebook (ePub o Kindle)Scarica questo articolo in formato ebook (ePub o Kindle)

Print Friendly, PDF & Email

Altri testi che potrebbero interessarti:

18 commenti su “«Stramonio», di Alberto Prunetti. L’uomo-cinghiale, una storia vera. #ArmatadeiSonnambuli

  1. La datura ha una storia antichissima di uso sciamanico, ma anche terapeutico: ho visto coi miei occhi salire di 5 punti percentuali l’ossigenazione del sangue in un soggetto che ne fumava le foglie (effetto pressoché istantaneo), so che veniva usata come tonico e in particolare tonico cardiaco dalla medicina popolare. Il problema é l’estrema pericolosità del sovradosaggio. Come ben diceva Martino, basta 1 milligrammo di troppo per restarci secco.

  2. Un mio carissimo amico cura da 3 anni tutti i suoi innumerevoli malanni con preparati di omotossicologia. Non ci capisce nulla nonostante legga articoli ed enciclopedie sul tema. Non lo rassicura il fatto che gli “scienziati” del settore non spiegano nulla. Ciò nonostante, lui dice di essre rimasto laico sul tema. Non crede che l’omeopatia e l’omotossicologia abbiano un fondamento scientifico, e s’illude che neanche loro pretendano di averne, mentre ritiene che i medici omeopatici ed omotossicologi siano tutti integralisti komeinisti. Quindi, lui non ci crede, ma dal baratro di malattie in cui era finito in quell’annus horribilis! si è convinto di averla sfandata grazie a miscugli indecifrabili che comprendono, per esempio, kalmia, colocynthis, magnesia phosphorica, causticum, ammonium, tellurium, bryonia, gelsemium, rhus tox; oppure anche nux vomica D2 D10 D15 D30 D200 ecc.ecc.. Insomma svariate bottigliette con il contagocce, orari e sequenze preisi. Una specie di rito ripetuto all’infinito. In quelle ripetizioni quotidiane forse risiede una qualche placebo potente… A parte i notevoli miglioramenti sopravvenuti contemporaneamente a quelle cure non convenzionali – l’ho constatato anch’io, se non altro perché ora può venire con me a correre in bici, a piedi, in montagna, e fino al 2011 non era possibile – un effetto clamoroso che gli resta misterioso e lo sorprende ogni volta che ci pensa. Lui è sempre stato un carnivoro eccessivo, golosissimo di pietanze di carne di ogni tipo, cottura e specialità, dall’infanzia fino al 2011. Lui racconta che da piccolo sua mamma doveva nascondere certi cibi di carne avanzati per la sera oppure il giorno dopo, altrimenti lui se li spazzolava tutti, lasciando in bianco tutta la famiglia. Invece ora, da quando il suo corpo e la sua mente sono ricolmi di quegli intrugli omeopatici ed omotossicologici, è diventato vegetariano. Non per scelta – chiosa lui – ma per rifiuto del suo gusto, per una dimenticanza, per una conversione “chimica” del suo corpo. Quotidianamente, ogni volta che pensa al cibo, non immagina più la carne e tutti i suoi derivati: non gli viene in mente. E questa novità non secondaria della sua vita – in questi ultimi tre anni di omeopatia “spinta” – non gli dispiace neanche più. La carne non gli manca. L’accetta e un po’ se ne vanta. Gli pare di potersi fregiare così di un qualche merito “ecologico”, ché la sua impronta sul pianeta gli sembra più adeguata, meno arrogante verso la natura e gli animali. La prossima volta che lui ritorna dalla sua sciamana omotossicologa, quasi quasi lo accompagno…

    • A proposito, ho dimenticato di dirvi che il racconto mi è piaciuto moltissimo! Davvero bello e stimolante. [avevo scritto solo questo, ma il sistema di controllo interno del blog, troppo occhiuto e severo, mi ha rifiutato un intervento di sole 3 righe. Ma ragazzi, per favore, non siate troppo talebani, suvvia! Se uno ha voglia di dire qualcosa di estremamente conciso dovrebbe avere la possibilità di farlo, senza vedersi apparire quell’avviso. Li trattate un po’ duramente i vostri lettori/ospiti. Chi apre un blog interattivo ha tutto il diritto d’imporre regole. Ma questo rischia di diventare un campo di rieducazione. Avete avuto ragione nell’altro post su Renzo ‘enzi. D’accordo, si è finiti quasi tutti fuori tema. Ma voi siate un po’ meno “maestrine delle elementari” che impugnano minacciose matite rosse e blu. D’accordo?! adelante compañeros

      • Grazie alle poche linee-guida che seguiamo per le discussioni su Giap e alle particolari caratteristiche che ha questo blog, caratteristiche che la comunità dei giapster ha discusso molte volte e modificato nel tempo, qui non c’è l’effetto-immondezzaio riscontrabile in quasi ogni altro spazio web dove ci si trovi in tanti a discutere. A rischio di sembrare antipatici, preferiamo questo darsi limiti, e la lentezza della riflessione, rispetto al vale tutto e allo scrivere subito quel che passa per la testa. E ci sforziamo perché vi sia coerenza tra un post e la discussione che c’è sotto. Perché post e discussione insieme compongono una vera e propria *opera* che rimane nel tempo e deve essere leggibile, fruibile, percorribile, produttiva di senso.
        Ad esempio, se dal tuo primo commento – dove non si parla né del racconto, né del romanzo, né dello stramonio – partisse una megadiscussione pro o contro l’omeopatia, Saint-Just la scoraggerebbe con robusti fendenti di mannaia, visto che sarebbe OT in maniera eclatante e poco rispettosa nei confronti di Prunetti.

        • Dai, ché prima o poi imparo. Portate un po’ di pazienza (ché io ci metto la mortadella). Imparo in fretta: vedrai. Non ‘partecipavo’ ad un blog interattivo dal 2002. Quindi sono arrugginito e incrostato: da depurare. All’epoca ero iscritto ne “il Cannocchiale”, fondato dal quotidiano il Riformista. Tuttora aperto, ma residuale. Chi è Saint-Just? lo devo temere?

        • A freddo ti rispondo che non sono d’accordo con il tuo commento né con la minaccia ddella mannaia. Cos’ha prodotto lo stamonium in Martino, il protagonista? Una reazione “mostruosa”, nel senso etimologico del termine “monstrum”. Il mio amico subisce in poco tempo una trasformazione altrettanto “mostruosa”. Da carnivoro compulsivo ed irrefrenanabile a vegetariano a causa di “misteriose sostanze” comunemente classificate come omeopatiche/omotossicologiche. C’è analogia o no? Se il racconto bellissimo di Prunetti mi hanno mosso tali analogie, dovevo censurarmi? Spiegami Wu Ming se sono un ospite sgradito, ché me ne vado come son venuto. Ciao

          • Quanto vittimismo fuori luogo, su! Strana “freddezza”, quella di questo commento “a freddo” meno lucido di quello a caldo. Se rileggi la mia risposta vedrai qual è l’ipotetico complemento oggetto della frase sul (metaforico) calare la mannaia.
            Tu fai quello che vuoi, ma se gridi alla censura quando sei intervenuto numerose volte e i tuoi commenti sono tutti lì a disposizione di chiunque…

  3. Il racconto di Prunetti è molto bello, giocato bene fra il divertente, il sorprendente e un fermo aggancio al concreto senza concedere nulla all’esoterismo un tanto al chilo. È stato bravo Prunetti a costruire il racconto a partire da un casuale scambio di tweet – a cui assistei – in cui ci si riferiva agli episodi di licantropia presenti ne L’Armata dei Sonnambuli, dove a un certo punto lui rispose – più o meno – “a un mio amico è successo!”.

    Ora, quello che ho pensato poi, dopo essermi goduto la lettura del racconto, è stato: ma i Wu Ming avranno infilato quegli episodi avendoli rintracciati nel loro lavoro di ricerca preparatorio alla stesura del romanzo (sicuramente riferimenti a episodi di questo genere sono rintracciabili in documenti dei secoli scorsi), oppure – al contrario – li avranno costruiti partendo dalla conoscenza di un certo uso (o di certe “controindicazioni” di questi usi) di talune piante? Subito dopo ho pensato che non importa, che è porre male la questione, infatti a questa mia domanda non chiedo risposta. Quello che credo abbia rilevanza è come quegli elementi presenti ne L’Armata dei Sonnambuli che sono stati indicati come attinenti al genere fantasy abbiano ben poco di fantasioso, come dimostra nello specifico del caso di licantropia il racconto – vero – di Prunetti. Insomma, a me questo racconto mi ha dato l’idea di essere il perfetto compendio – in relazione a L’Armata dei Sonnambuli – per capire quel che è stato anche definito come “materialismo magico”: la possibilità/volontà di indagare il reale oltre il reale, nelle dimensioni esperienziali non coscienti (sogno, ipnosi, effetti psicotropi, ecc.), in quel tentativo che i Wu Ming riconoscono a Peter Kolosimo (e che meglio di loro io non so scrivere, quindi li cito): far sì che «l’immaginario non si restringesse e, al contempo, la fantasia (anche quella più sbrigliata) tenesse le radici nella realtà, nel conflitto che senza pause muove la società».

    • Sono abbastanza allergica alle definizioni, in letteratura, soprattutto a quelle sostantivo+aggettivo.
      Capisco però quello che vuoi dire, mr mill, e penso che a rendere “materiale” il “fantastico” racconto di Alberto sia il linguaggio e il modo di disporre la materia narrativa. Questo racconto chiama le cose con il loro nome, abbandona le metafore abusate, sceglie un punto di vista non morale(ggiante), è eversivo come il suo protagonista, e mai, mai chi lo scrive perde il controllo. (Che Alberto sia bravissimo è talmente evidente…!)

      • Sì, sì @danae, fai bene ad aggiungere queste parole a rafforzare il merito di Alberto P. per il racconto scritto. Io non mi sono soffermato abbastanza su questo, quindi mi fa piacere sia arrivato il tuo commento che sottoscrivo dalla prima all’ultima parola, soprattutto le ultime sette: “Che Alberto sia bravissimo è talmente evidente…!” (e io le tolgo dalla parentesi) :-)

        Un’ultima cosa: l’uomo cinghiale, e ancor più la denominazione di “compagno-licantropo”, è un personaggio che mi ha riportato subito alla mente Guerra agli umani, una sorta di incrocio – nella mia testa – fra Marco “Walden”, supereroe e Il Facocero.

    • Nelle scene “paranormali” dell’#ArmatadeiSonnambuli non succede *mai* quel che sembra. Ognuna di queste scene ha una “doppia lettura” (come minimo).

      Nel caso di Jaranton, la sua “licantropia” è spiegata da D’Amblanc in termini di magnetismo animale.
      Ma il lettore del XXI secolo sa benissimo che la teoria del magnetismo animale si basava su una premessa fallace. Quel che accadeva alle sedute magnetiche (convulsioni, “sonnambulismo”, guarigioni etc.) accadeva davvero, ma aveva altre cause rispetto a quelle indicate da Mesmer, Puységur e compagnia, e accadeva per altre vie: effetto placebo, ipnosi, erompere dell’inconscio etc.

      E quindi la spiegazione data da D’Amblanc per la “licantropia” di Jaranton non sta in piedi.

      E quindi…

      • P.S. Se ne è parlato anche nello “spoiler thread” de L’#ArmatadeiSonnambuli, per la precisione qui.

        • Importante segnalazione (grazie!), il rimando è fondamentale oltreché necessario visto che quel thread è un Atto Sesto lungo e denso, a sua volta disseminato di altrettante botole come ce ne sono nel romanzo. Come scrivevi lì nel romanzo certe scene sono descritte “alludendo sempre a qualcos’altro che in realtà sta succedendo“. “Allegorie aperte”, scrivevi.

          «Stramonio» di Prunetti mi ha convinto – oltre al fatto che è piacevole e ben scritto – perché pur non offrendo una “spiegazione” chiusa mette in evidenza come sia debole la critica di chi non ha apprezzato nel romanzo – in quanto “romanzo storico” – “l’intrusione del fantastico” (come scriveva in quel thread @punto_fra). Una lettura smart, di contro una lettura mark che sarebbe altrettanto debole, o limitante.

          E quindi… tocca essere smark, come insegna il buon Mariano Tomatis :-)

        • Ho provato ad accedere al link ma rimanda alla homepage, possibile?
          Secondo Saint Just è una sciocchezza, come lo spiego al mio pc?
          Grazie.

  4. Dall’uomo cinghiale al mostro rettiliano in val di Susa! (1) Leggere questo bel racconto di Alberto e (2) sapere che Wu Ming 1 sta lavorando a un UNO sul movimento No TAV mi fa scoccare una scintilla, riportandomi alla mente il mostro rettiliano che infestò i boschi della val di Susa nel 1947. Qui la curiosa vicenda (risolta proprio nello spirito di D’Amblanc!): http://www.marianotomatis.it/blog.php?post=blog/20141112

  5. WM2 legge “L’uomo cinghiale”. Per chi volesse sentire il capitolo de “L’armata dei sonnambuli” letto direttamente da Wu Ming 2, l’ho caricato qui – trattandosi di una lettura inserita nel Piccolo Laboratorio di Magnetismo Rivoluzionario al Circolo ARCI “Il Mattatoyo” di Carpi (22.10.2014): http://www.marianotomatis.it/lab/index.php?pag=4&id=31

  6. Postilla a “Stramonio” (Un altro micro-racconto mannaro)

    Ho ricevuto la strana confidenza di un lettore di “Stramonio” che mi ha messo a conoscenza di un curioso episodio occorsogli molti anni fa. In maniera fortuita costui infatti era venuto in possesso di una scatola di sigarette di stramonio, le quali venivano confezionate e vendute in farmacia negli anni Cinquanta per alleviare i problemi respiratori di certi pazienti, probabilmente in virtù degli effetti benefici che la pianta delle streghe induceva negli asmatici. Il Nostro non esitò a sciogliere le sigarette in acqua bollente per farne un infuso. Per sua fortuna il tempo aveva attenuato la potenza dell’alcaloide, altrimenti non avrebbe potuto condividere le sue memorie. Per il poco che si ricorda dall’assunzione della tisana, pare che all’improvviso cominciarono alcuni strani spasmi muscolari e poi si ritrovò a vagare per la ridente cittadina del settentrione in cui viveva, fino a quando venne sorpreso dalle forze dell’ordine nell’atto di tentare l’effrazione della sua stessa automobile, usando la cicca di una sigaretta al posto delle chiavi o di una lima.
    Condotto in questura come individuo sospetto, seguitava a smaniare, a grattarsi e ad allungare rapidamente un braccio verso destra, per poi rimetterlo a lato dei fianchi in maniera brusca, come un pinocchietto elastico. Dopo che si prese atto dello stato alterato del soggetto, un agente riceveva l’ordine di procedere all’ispezione delle mutande alla ricerca di prove di reità. Inginocchiatosi, l’uniformato allentava la cintola, gli calava i jeans e poi le braghe ma l’effetto-elastico non mancò di riprodursi di nuovo, stavolta in maniera ben più minacciosa, perché l’asta del soggetto criminoso, non più trattenuta dalle mutande, produceva uno spasmo, uno scatto imperioso che arrivò quasi a lambire l’occhio indagatore del malcapitato ispettore.
    A quel punto fu deciso di insabbiare il caso, rimettendogli i pantaloni a posto, omettendo per il buon nome delle istituzioni di trarne verbale e sollecitando quell’individuo perturbato ad andare quanto prima a letto, essendo in ogni caso ben noto alle forze dell’ordine per le sue tendenze all’alterazione degli stati ordinari della coscienza e dell’ordine pubblico.
    Accompagnato fino al portone, il Nostro scese gli ultimi scalini che lo separavano dal marciapiede in relativa tranquillità. Purtroppo il decoro pubblico della proba cittadina dovette subire un ultimo affronto: l’agente, impressionato dallo scatto a bruciapelo, diffidava a ragione ad avvicinarsi a quel bruto e pertanto aveva frettolosamente chiuso il bottone dei pantaloni in maniera incerta. Così, mentre il Nostro scendeva i gradini che si affacciavano sulla pubblica via, i pantaloni e le brache calarono d’un sol colpo e i cittadini di quell’onesta cittadina furono spinti a chiedersi se non si compissero bizzarre pratiche in quel palazzo di marmo in cui abita la legge, allorché un individuo dalla reputazione poco virtuosa poteva in pieno giorno uscirne con le mutande alle caviglie e un bestiale nerbo sedicente mannaro eretto che faceva ciao tra le falde della camicia mal allacciata. O tempora, o mores!

  7. […] illustrate dei personaggi che animano il romanzo (Alessandro Caligaris e altri ancora), reading, racconti ispirati, sequenze di origami, cartoline e chi più ne ha più ne metta. Tifiamo Scaramouche è un tassello […]