Viaggio nelle nuove #foibe, prima puntata. Chi sogna una foiba in #Maremma? – di Alberto Prunetti

«Cittadini.»

Questo post del Prunetti inaugura una miniserie in tre puntate a cura del gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki: Viaggio nelle nuove foibe.

Negli ultimi tempi, in giro per l’Italia, vari soggetti si sono sbracciati – Ehi! Giornalistaaaa! Qui! Proprio qui! – per attirare l’attenzione su un insieme di foibe di cui nessuno aveva mai sentito parlare prima… a parte mio cuggino, che conosceva uno che aveva una sorella che aveva origliato una discussione in cui si diceva che dei partigiani avevano sparato a degli italiani…
– “Italiani” come? Italiani e basta? O fascisti?
– Perché, non sono italiani i fascisti????

Alcune di queste foibe hanno una curiosa caratteristica: sono mobili, tendono a viaggiare. Un giorno ne avvistano una a Panzana di San Frottolo, il giorno dopo è già a Bufalizza, 40 km. più a nord, e in diversi la inseguono, come Wile E. Coyote quando Beep Beep gli ruba la buca, e se la contendono, con un approccio che definiremmo “da Pro Loco”: – Una foiba anche nel nostro comune!

E i numeri, santo dio, i numeri…
– A Fandoniara c’è una foiba con dentro 800 morti!
– Urca! Hai delle prove?
– Non c’è bisogno, lo sanno tutti che da queste parti i partigiani…
– Scusa, ma di quale foiba parli?
– La buca tra Fandoniara e Villa Bubbola!
– Quella? Ma che stai dicendo, è una grotta dove sarà sceso un migliaio di speleologi…
– Negazionista! Vergognati! Giornalistaaaaa! Qui c’è uno che nega le foibe!

Chi sono questi nuovi avvistatori di foibe? Sedetevi, ché la risposta vi sbalordirà.
Vi siete seduti?

Sono fascisti.

– Nooooooo….
Pazzesco, eh? Ma non ci sono solo loro, purtroppo. Come vedremo nella prossima puntata, in alcuni casi c’è anche il Partito della nazione, con una parte di sinistra allo sbando che si presta al servizietto antipartigiano, e soggetti ambigui in (cattivo) odore di “rossobrunismo”.

Il ruolo più putrido, in ogni caso, se lo è preso la stampa locale.

Ma poi, anche esistessero, chi ci sarebbe dentro queste “foibe” di cui nessuno s’era mai accorto?
Anche questa risposta vi sbalordirà, sedetevi ché… Come? Ah, avete già capito? Ok.

Le prossime puntate non faranno solo debunking degli ultimi casi, ma risaliranno ad alcuni precedenti del passato prossimo, gettando luce sulla genesi di questo dispositivo e di queste campagne d’allarme.

Ora, non resta che lasciare la parola al Prunetti, con la grottesca vicenda della “foiba di Roccastrada”. Buona lettura. [WM]

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di Alberto Prunetti *

«In seguito allo scoppiar dell’uragano fascista ho sentito prepotente il bisogno di riprendere in mano la penna e richiamare la musa, onde sfogare il mio sdegno contro la più grossa delle infamie […], con modesti versi destinati a quella parte del popolo la quale, sebben vittima delle più bestiali e inaudite vessazioni e torture, non si è lasciata travolgere dalla marea delle Camicie Nere […]»
Antonio Gamberi, Battaglie antifasciste, 1926 [Nota: a Gamberi è intestata la biblioteca municipale di Roccastrada].

Non è un uragano, è una bolla d’acqua, ma è meglio aprire subito l’ombrello e ripararsi. Non vorrei che l’influenza diventasse perniciosa e che il contagio virale di foibe immaginarie si estendesse a ogni ricorrenza di calendario. Fermiamolo subito a Roccastrada, provincia di Grosseto, e speriamo nella forza degli anticorpi e nell’omeopatia del nostro lavoro di smontaggio.

A Roccastrada dicono che c’è una foiba.
Ma bisognerebbe capire chi lo dice e perché lo dice.
E soprattutto, senza riferimenti storici e documentali, è un si dice.
Si dice anche che la foiba sia solo un pozzo.
Si dice poi, e vale come quel che si dice, che un fantasma agiti le catene la notte del 24 luglio in una cripta nei pressi di Roccastrada.
Si dice che un lupo si specchiò in fondo a un pozzo e pensò di esservi caduto dentro. Povero locco.
Si dice.
A Follonica si dice che un fascista fu tirato a un maiale.
Ma il maiale non lo digerì e lo ricacò intero.
Si dice.

Non si dice troppo spesso invece, perché non è bello, che a Roccastrada c’era un campo di concentramento fascista per gli ebrei.

Vediamo allora questa storia piena di “si dice”, di “foibe maremmane”, di maiali e di lupi.
Poi vedremo come finì la storia del lupo nel pozzo.

I “si dice” sfumano, i fatti documentati restano. Anche i lager.

1. Boia d’una Maremma infoibatrice!

Il 10 febbraio scopro sul quotidiano La Nazione, nella cronaca di Grosseto, un evento sorprendente: una foiba è scesa sotto la Linea Gotica, a Roccastrada, in Maremma!

La foiba di Roccastrada dove è sepolto il giornalismo.

La Nazione ha solo ripreso alla lettera, senza alcuna verifica, un comunicato stampa di una minuscola lista civica di minoranza, “Insieme per Roccastrada”, che nel giorno del ricordo segnala l’incredibile notizia di una foiba in Maremma, nella zona di Aratrice. In questa foiba non ci starebbero dentro dei santi ma, tutti assieme, «soldati tedeschi» (leggasi: nazisti), militi della guardia nazionale repubblicana (leggasi: criminali repubblichini) e membri non meglio specificati delle forze dell’ordine.

Non si capisce da dove arrivino queste informazioni e non vengono forniti né nomi né documenti. Tutti però sarebbero stati «assassinati a sangue freddo da partigiani comunisti». A sangue freddo, su questo non hanno esitazioni, quelli della lista civica.

A dire il vero, una notizia simile avevano provata a lanciarla nel 2008 alcuni campioni di Alleanza Nazionale. Nell’occasione parlavano addirittura di «una sessantina di persone» «uomini e donne gettate vive» nella foiba. Un fatto enorme, che dovrebbe creare scalpore e che invece non sembra andare oltre i “si dice” e le dietrologie destroidi locali. Stavolta poi, questo 10 febbraio, i dettagli sono meno truci e più generici.

La notizia mi pare sospetta. Innanzitutto bisognerebbe verificare dove si trova questa “foiba maremmana”. Contatto, tramite un’amica che fa da intermediaria, un esperto speleologo grossetano e lui non ne sa niente. «Pozzo sprofondatoio» nei pressi di Aratrice? Mai sentito. Foibe ad Aratrice? Mai sentite. E credo si sia infilato in parecchie caverne. Ci sono grotte, anche di matrice carsica, nella zona che va verso Prata, però ci si riparano i cinghiali e si contano sulle dita di una mano. Dice che ha letto di una cisterna di Roccastrada, si parlava di una storia di morti durante la guerra. Ma i luoghi non tornano: la cisterna, che non sarebbe un sito naturale ma un manufatto umano, starebbe a Roccastrada. Ad Aratrice di grotte non ce ne sarebbero proprio, a suo dire. E il «Pozzo sprofondatoio» di cui parlano quelli della Lista di Roccastrada? Lo speleologo mi suggerisce di verificare su un sito della Federazione Speleologica Toscana che censisce tutte le grotte, gli antri e i pertugi della regione, naturali o artificiali che siano. Procedo.

Tra le grotte naturali, carsiche o meno, il catasto speleologico fornisce come output per il comune di Roccastrada solo cinque risultati:
– Grotta del Rio delle Vene;
– Grotta La Tomba;
– Buca del Belagaio;
– Buca delle Venelle;
– Grotta di Tisignone.
Nessuna di queste è nella zona di Aratrice. Che una leggenda, di quelle che si raccontano ai bambini, sia nata attorno al leggendario toponimo di “La Tomba”? La grotta, che è in Val di Farma, è stata esplorata dall’unità speleologica di Sarteano (SI). Niente fascisti morti lì dentro. Qualche folletto, ma non rompeva le scatole a nessuno. I nomi rimangono, le leggende crescono.

Provo a vedere se una cisterna o un pozzo sprofondatoio è censito tra le cavità artificiali nel comune di Roccastrada, ma non trovo risultati di alcun tipo. Niente.

2. Un “telefono senza fili” fascista

Probabilmente a questo punto sulla collocazione della foiba leggendaria dovremo essere edotti da Insieme per Roccastrada, che ne sa più dei geologi e degli speleologi del posto. Bisognerebbe che ce la indicassero questa foiba, per fare un po’ di speleologia militante e vedere cosa c’è dentro.

La solita falsa foto di foibeMa torniamo ai giornali. I sospetti che si stia facendo un’operazione grossolana si accavallano. Dopo il rilancio della notizia della foiba maremmana a pagina 15 della cronaca di Grosseto, continuo a sfogliare e a pagina 19 trovo l’ennesima «foto sulle foibe», a corredo di un evento dell’ISGREC – Istituto Storico Grossetano della Resistenza e dell’Età Contemporanea – di Grosseto. Solo che la foto è quella con la didascalia falsa, già decostruita diverse volte, l’ultima da Piero Purini con il collettivo Nicoletta Bourbaki. Si chiama in causa «l’esodo di istriano-dalmati e giuliani», evocando  storie di italiani in fuga dalla Jugoslavia, ma la foto in realtà ci mostra soldati dell’esercito regio italiano che fucilano inermi civili sloveni. La verità storica è lontana da queste pagine e un mio sollecito a La Nazione via twitter per ottenere una correzione o una smentita cade nel vuoto.

Poi arriva un articolo sul Tirreno con un intervento della direttrice dell’ISGREC. L’evento sembra sfumare. In realtà, sembra si parli di vecchie voci di paese, di un “si dice” sulla base di lontani ricordi. Si parla di un pozzo, e la direttrice dell’Istituto già sgonfia le dimensioni carsiche della vicenda. A voler essere generosi con la creduloneria, si può pensare che qualche nonno fascista l’abbia raccontato a qualcuno e poi è arrivato alle orecchie di qualcun altro che nel giorno del ricordo ha allestito qualche volantino e una messa di suffragio. Un telefono senza fili fascista?

Andiamo avanti. La vicenda merita di essere inquadrata meglio nel contesto storico della resistenza maremmana e delle ignobili azioni del fascismo nella zona di Roccastrada. Raccontiamola con un approccio partigiano. Di parte. Noi non crediamo alle memorie condivise.

Quindi ragioniamo su questi si dice e vediamo cosa c’è dietro. Diamo un contesto storico al fascismo a Roccastrada. Leghiamo quel pozzo a quel che è successo prima in quella zona, per evitare che qualcuno provi a cucinarsi la storia secondo i propri gusti. Che vedremo non sono proprio neutrali. Né digeribili. Neanche per i maiali.

3. Il terrore fascista in Maremma

Partiamo da Roccastrada, provincia di Grosseto, Maremma mineraria.

La zona non è carsica. «Aratrice». Dove l’aratro affonda e rovescia zolle di coltivi, mica rocce carsiche. Quel piano tra Roccastrada e Civitella Paganico, segnato dal verde dei seminativi e da una nuova installazione di pannelli solari che fa male allo sguardo, è ben lontano dalla zona del confine orientale. E le poche grotte di queste parti finora interessavano agli appassionati di speleologia, più che ai nostalgici del ventennio.

Qui non si registrano, documenti alla mano, eccidi di fascisti. Lotta partigiana, dura sì, con morti e feriti. E anche qui, si ricorda che i fascisti son morti con una palla davanti, i partigiani spesso con le carni torturate a sangue dopo duri tormenti. Oppure con un colpo di mitraglia alla nuca, come è toccato a 83 minatori di Niccioleta. Il terrore fascista ha colpito donne che allattavano, come la staffetta Norma Parenti, a Massa Marittima, accoltellata al seno dai fascisti. E altre donne, parenti di partigiane, messe al muro, minacciate di morte al fine di estorcere informazioni sui mariti alla macchia.

Tanti poi nelle Colline Metallifere sono stati braccati, manganellati e costretti all’esilio, senza mai poter tornare, come il poeta di Roccastrada Antonio Gamberi, che fu lasciato a terra nel sangue due volte in paese e a cui, con giuste ragioni, è intestata la biblioteca comunale del piccolo municipio grossetano. Uno che definiva i fascisti «volgari megalomani, degenerati strani», «spostati, sicari di mestiere». «agenti d’affarismo /che formano l’armata del fascismo» (cit. in A. Gamberi, Battaglie antifasciste).

Insomma, tutta la vicenda sembra avere contorni poco precisi. E sembra proprio una provocazione, in un luogo in cui i fascisti si sono macchiati di numerosi assassini e di crimini contro la popolazione civile.

Perché a Roccastrada i fascisti sono gli assassini e non le vittime, ricordiamolo. Ma è proprio dove le loro magagne storiche sono più gravi che hanno bisogno di intervenire per scompigliare le carte o alzare cortine di fumo.

Vediamo allora più da vicino le deplorevoli azioni dei neri da queste parti. Diamo un contesto storico materiale e concreto alla Metafisica Foiba Volante di Roccastrada.

4. Il campo di concentramento fascista di Roccastrada

I carnefici italiani, di Simon Levis Sullam

Consigliatissimo.

Non sappiamo dove sia la mitica foiba grossetana, però sappiamo – benché se ne parli poco, poco davvero, che è una brutta storia – che nel comune di Roccastrada era attivo un lager fascista. Sappiamo per certo dov’è, nessun dubbio di geoposizionamento: si trovava presso un vecchio seminario a Roccatederighi, una frazione di Roccastrada. Forse di questo evento, storicamente documentato, sarebbe interessante leggere un comunicato di Insieme per Roccastrada. Non un lager nazista:un lager fascista, voluto dal prefetto di Grosseto Ercolani con un atto del 28 novembre 1943. Filo spinato, ebrei radunati e italianissimi aguzzini. Come in un film di Spielberg, però dietro casa nostra. Ebrei maremmani, perlopiù provenienti da Pitigliano.

C’è un dettaglio ancor più inquietante. Il campo si trovava su un fondo di proprietà ecclesiale: la chiesa cattolica non solo sapeva, ma cooperava per il vil denaro, tanto che le gerarchie ecclesiastiche chiesero alle nuove autorità italiane, a guerra finita, il saldo del canone di affitto concordato con i repubblichini. Pacta sunt servanda. Cfr. Simon Levis Sullam, I carnefici italiani. Scene dal genocidio degli ebrei, 1943-1945, Milano, Feltrinelli, 2015, pp. 55-57. Quest’evento, che non fa onore a nessuno, è tenuto abbastanza nascosto. Meglio parlare dei lager dei cattivi tedeschi, dimenticandosi quelli dei bravi fascisti grossetani.

5. La strage di Roccastrada del 1921

Ma c’è un altro evento, cruentissimo, di cui vogliamo parlare.
L’episodio è quello della strage di Roccastrada del 1921.
Lo riprendo dal mio PCSP (Piccola Contro-Storia Popolare):

«Il 24 luglio 1921 gli squadristi arrivano con due camion, uno sottratto dal deposito Rama, l’altro fornito da un agrario. Li guida il fascista Castellani. Saccheggiano il bar dell’anarchico Bartoletti, si ubriacano di Marsala, poi se ne vanno. È ormai buio quando, a pochi chilometri da Roccastrada, a qualcuno parte un colpo che lascia a terra lo squadrista Saletti. In seguito si ammetterà che si trattava di colpo partito dalla mano malferma di uno squadrista ubriaco, o più probabilmente di un regolamento di conti tra i fascisti. In ogni caso l’episodio è imbarazzante per i neri e per imputarlo ai sovversivi non c’è strategia migliore di simulare un agguato e far poi ritorno in paese per comminare una rappresaglia esemplare. Gli squadristi tornano a Roccastrada e sparano, in un’orgia di sangue, a caso, per le strade. Quando se ne vanno rimangono esanimi i corpi di nove persone […] Anche l’Avanti! riporta dettagli atroci: “Al calzolaio Tacconi – detto Grucci perché mutilato di guerra e privo di una gamba – fu bruciata la casa. Il Tacconi che si era rifugiato in cantina per sfuggire all’incendio fu visto comparire sulla porta che ardeva. Gli furono allora sparati contro molti colpi di rivoltella, ma poiché ciò non bastava a ferirlo, fu sgozzato”.
Secondo una relazione dell’amministrazione di Roccastrada, inviata invano in Parlamento, due uomini, padre e figlio, “furono trucidati davanti la povera madre, che dalle ore 9 alle ore 16 rimase impazzita ad asciugare automaticamente le ferite dei suoi cari… La poveretta narra che avendo rialzato il figlio mortalmente ferito, mentre se lo stringeva al seno questi aprì gli occhi e fu l’ultimo sguardo, perché una belva avendo ciò osservato tirò ancora un colpo al capo del poveretto, facendo cadere nel grembo della madre atterrita sangue e materia cerebrale. Tutti i morti vennero finiti con orrende sgozzature e con molteplici fucilate, o lasciati languire al suolo per molte ore”.» (Alberto Prunetti, PCSP, Piccola controstoria popolare, Roma, Quinto Tipo Alegre, 2015, pp. 75-76.

Anche lo storico Mimmo Franzinelli riporta particolari agghiaccianti sulle gesta fasciste a Roccastrada, in quel luglio del 1921. Cita lo stesso documento dell’amministrazione comunale di Roccastrada:

«Al povero Checcucci, il calzolaio storpio d’ambo le gambe, dopo avergli crivellato il petto con sei rivoltellate, viene tirato un colpo di fucile nel mezzo del petto e il tiratore esclama: ‘Ora la rosa è fatta!.’ Vennero incendiate quindici case quasi completamente, diversi mucchi di grano e pagliai.» (Cit. in Mimmo Franzinelli, Squadristi, Milano, Mondadori, 2003, p. 131).

6. Breve elenco di eccidi fascisti in Maremma

In Maremma poi si ricorda a iosa una serie inquietante di massacri ed eccidi operati dai fascisti e dai loro complici nazisti a danno delle popolazioni locali, che nella resistenza insorsero in massa contro la dittatura. L’eccidio di Niccioleta (83 civili, minatori e padri di famiglia, assassinati da unità italiane delle SS allertate da fascisti del posto). I martiri di Istia e quelli di Massa Marittima, quelli di Campagnatico e quelli di Sorano, l’eccidio di Marina di Grosseto e quelli di Manciano. E tanti altri ancora, morti nella lotta per la liberazione dalla bestia fascista.

7. Il vittimismo e l’inversione di criminali e vittime

Quel che è interessante, è che già a pochi mesi dall’eccidio del 1921 i fascisti provarono a raccontarsi come vittime anziché come carnefici. Tornarono a Roccastrada, dove la popolazione era ancora scombussolata, portarono i loro neri gagliardetti e piansero la morte dello squadrista Ivo Saletti. Lo celebrarono poi anche a Grosseto. Fecero così di uno squadrista ubriaco un martire, trasformando in vittima il massacratore. Vittima dei rossi, dei comunisti, dei sovversivi. Ma baravano con la storia e la verità è ormai scritta nelle pagine dei libri di storia: il Saletti fu ucciso dal fuoco amico di un altro squadrista ubriaco.

Bisognava però intorbidire le acque, barare, alzare una cortina di fumo per nascondere una magagna. Trasformare una strage fascista nella memoria di un martire fascista. Il cadavere del Saletti morto servì a seppellire nell’oblio le vere vittime, i dieci crivellati dal piombo delle camicie nere.

Torniamo al presente: a che pro una commemorazione strumentale di presunti infoibati roccastradini in un luogo in cui, citando a rovescio Cristicchi, anche le pietre raccontano gli eccidi firmati dai fascisti?

Smontiamo queste prassi prima che le foibe contagino anche il centro Italia, prima che ogni buca vuota diventi una foiba piena, prima che dai fossi spunti la falange di Himmler o il barboncino imbalsamato dello zio Hitler. Prima che ci chiedano di vergognarci della morte di assassini e torturatori, di dittatori e di criminali di guerra repubblichini. Prima che la Festa del Buco Unto della vicina Civitella, pregevole manifestazione di gastronomia maremmana, sia surclassata dalla Sagra del Buco di Aratrice, della memoria popolare divoratrice.

Ora, se fare il debunking di una panzana vuol dire alla lettera sgonfiarla, già il fatto che una foiba sia un pozzo non è male. Ma prima che qualcuno crei la pagina «Foiba di Roccastrada» su Wikipedia linkando il comunicato di Insieme per Roccastrada, è bene fare piazza pulita. Chi c’era dentro a quel pozzo? Forse l’acqua. Forse la luna.

Attendiamo dichiarazioni dalla lista Insieme per Roccastrada, che possiede documenti che evidentemente gli storici non conoscono, sui nomi dei cadaveri dei collaborazionisti, dei nazisti e dei fascisti che sarebbero caduti nel pozzo. Così potremo verificare le circostanze delle loro morti e il loro curriculum. Potremo capire quanta gente hanno perseguitato, ammazzato o bastonato. Quanti ebrei hanno chiuso in un lager. Quanti ragazzini hanno condannato a morte. E intanto continuiamo, come Antonio Gamberi, a lottare per una memoria partigiana che, etimo alla base, non sarà mai condivisa ma sarà sempre di parte.

8. C’è qualcuno che non tifa per Bube?

La ragazza di BubeCi furono fascisti uccisi dopo la fine della guerra? Il comunicato della lista civica parla di roccastradini «uccisi dopo l’8 settembre», assassinati «a sangue freddo» dai partigiani, ma a me pare che la guerra sia finita nel ’45, mentre a Roccastrada il fronte passò nel 1944 e l’8 settembre era addirittura quello del ’43.

Se si prendono i casi di fascisti morti dopo il ’45, vedremo che in tutta Italia i regolamenti di conti furono limitati e ridicoli nel numero rispetto alle violenze fasciste, tanto che (è storia) gran parte dei neri furono reintegrati nei loro ruoli burocratici. Un famoso regolamento di conti lo racconta il partigiano Cassola ne La ragazza di Bube.

Tanti fascisti in Maremma scapparono nel ‘44 e poi tornarono dopo l’ignobile amnistia di Togliatti. Spesso anche prima. A quel punto può darsi che qualcuno, esasperato nel rivedere i criminali di ieri sorridenti per le strade, pensò a distribuir loro qualche schiaffo o qualche sputo in faccia. In genere i fascisti se la cavarono con poco. A qualcuno andò peggio, ma furono pochi casi, circoscritti e assolutamente non proporzionali alla violenza dei fascisti.

A Massa Marittima si racconta il caso di Tillone, uno squadrista che aveva fatto il prepotente per venti anni e non la passò liscia. Era probabilmente uno di quelli che uccisero il capolega Dani a Scarlino il 12 settembre del 1921. Ecco come avevano sistemato il cadavere:

«Il suo cadavere viene lasciato appoggiato a un albero e i fascisti gli mettono un sigaro acceso in bocca. Quando la moglie torna indietro per supplicare notizie sul marito, gli squadristi le dicono ridendo: “Tranquilla, sarà andato a farsi una fumata”.» (da Alberto Prunetti, PCSP, Piccola contro storia popolare, Roma, Alegre, 2015, p. 77).

Norma Parenti, 1921 - 1944. Partigiana della 23a Brigata Garibaldi, medaglia d'oro della Resistenza.

Norma Parenti, 1921 – 1944. Partigiana della 23a Brigata Garibaldi, medaglia d’oro della Resistenza.

Quando Tillone tornò a Massa Marittima, persuaso che la situazione fosse tranquilla, la popolazione lo linciò in piazza. Era passato il fronte, ma la guerra non era ancora finita. Parteciparono al linciaggio anche le donne massetane, che si ricordavano di come i fascisti, a pochi giorni dalla fine dell’occupazione tedesca, avessero pugnalato, trafiggendole il seno, Norma Parenti, staffetta partigiana che ancora allattava.

All’epoca la morte di Tillone, inserita in un contesto bellico in cui il sangue era scorso a fiumi, non scandalizzò nessuno. Anche perché nessuno aveva dimenticato quello che i foibologi non raccontano: la violenza criminale e omicida dei fascisti, che tornavano ora a sorridere impuniti in faccia a quelli che avevano vilipeso, pestato e perseguitato per venti lunghi anni.

Dirò di più: l’esodo c’è stato anche in Maremma, se proprio bisogna fare similitudini carsiche. Ci fu nel 1922. Il profilo libertario dei paesi maremmani fu cancellato dall’esilio: partirono nel 1922 centinaia e centinaia di antifascisti e la maggior parte rimase a vivere in Francia o in Argentina, alcuni morirono nella guerra civile spagnola o nei campi di sterminio tedeschi. Scappavano tutti dal fascismo. La Maremma del ‘45 non era quella del ‘21, alla conta mancarono in migliaia. Quest’esodo di fuoriusciti non ha mai pianto, non ha mai chiesto riconoscimento. Non ha mai fatto vittimismo. Erano antifascisti, le avevano prese e le ridettero. Vissero nel travagliato Novecento e non torturarono mai nessuno, né si presentavano in dieci per bastonarne uno. Lo stesso non si può dire dei fascisti.

9. La foiba del maiale

Quella di Tillone non è l’unica storia maremmana di fascisti uccisi in maniera selvaggia.
Quest’altra che vi racconto, iperbolica e improbabile, non la troverete negli archivi né in alcun documento. È una storia che raccontavano i vecchi quand’ero piccolo.

Da me si dice che un fascista, un po’ come Tillone, per venti anni avesse fatto il prepotente in un altro paese maremmano. Andava al bar e mandava a letto a bastonate i nemici del regime. Si disse anche che aveva violentato la moglie di un antifascista. Quando cadde il fascismo, scappò al nord. Poi tornò con la faccia di chi l’aveva fatta franca. Un giorno scomparve davvero. Pare che lo avessero dato in pasto a un maiale. Ma il maiale, schifato, lo ricacò intero senza degnarsi di digerirlo. Si chiedon lumi agli esperti foibologi su questo…

…RAGIONAMENTO

pole il cul del vil maiale,
equipararsi
a una profonda foiba
di nuova concezione
e rapida escavazione
nel lime orientale?

maiale

Certo, son storie truci, ma sono poche. E viaggiano sul sentito dire.

In fondo al pozzo di Aratrice non so se ci siano ossa o sassi. Non so neanche se c’è il pozzo. Forse in fondo al pozzo c’è l’acqua, forse c’è la luna. Io direi che in fondo al pozzo c’è il sogno di un piccolo gruppo di nostalgici. Avviso agli antifascisti di Roccastrada e Grosseto: l’acqua di quel pozzo non è potabile, compagni. Meglio starne lontani.

10. Come vogliamo guardarlo Almirante?

Alla fine di tutte queste considerazioni, smontata la dimensione carsica della foiba, nell’incapacità di trovarla sui catasti ufficiali e in attesa di documenti che forniscano a questa vicenda contorni meno pateticamente paradossali, rimane un dubbio: che legame hanno con l’eredità e la memoria fascista i membri della lista civica Insieme per Roccastrada che ci raccontano questa favola del lupo nel pozzo?
Cosa c’entrano questi di Insieme per Roccastrada col fascismo?

Perché viene da chiedersi: sono ingenui e un po’ provincialotti cultori di una storia locale complottistica, come quelli che credono ci sia un’astronave di alieni sul tinaio medievale di Roselle e dicono anche di averne le prove ma poi non le fanno mai vedere a nessuno? O hanno piuttosto un legame affettivo e ideologico col fascismo e coi nostalgici del ventennio?

La risposta, sulla loro pagina Facebook, si trova subito. Colà vedrete, tra listoni tricolori, la foto di un fascistissimo Almirante, un manifesto missino con la scritta «Noi possiamo guardarti negli occhi».

Insieme per Almirante

I nostalgici del duce lo guardino pure negli occhi senza disprezzo. Noi no, non possiamo guardarlo negli occhi senza essere sopraffatti da una sensazione sgradevole.

Perché qui comincia un’altra storia. Che vale la pena ricordare, perché se non storicizziamo, se non tessiamo fili e leghiamo eventi in un contesto, non capiamo la storia. Ci dicono di mettere una mano nel pozzo, ma che succede se invece di un agnello c’è un lupo e ce la stacca? Andiamo avanti col nostro racconto.

Tanti anni fa, quando Almirante faceva comizi in Toscana, gli antifascisti, che nel dopoguerra non avevano ancora la sindrome da memoria condivisa, si presentavano sì ai convegni dei neri, ma con la bava alla bocca.

La ragione di tanto odio va cercata nel fatto che, nel periodo in cui lavorava come funzionario del fascismo repubblichino, Almirante aveva firmato un proclama che condannava a morte migliaia di giovani ragazzi maremmani. Ragazzi che dopo l’8 settembre disertarono le fila del fascismo, si dettero alla macchia e in parte entrarono nella resistenza. Alcuni divennero partigiani, altri si nascosero nei fienili, nei boschi o nei solai. La maggior parte la scampò, ma alcuni furono arrestati e in qualche caso fucilati. Gli undici ragazzi fucilati a Istia d’Ombrone il 22 marzo 1944, ad esempio, furono uccisi proprio in adempimento di un ordine simile a quello firmato da Almirante. No, non erano partigiani armati. Erano ragazzini, alcuni erano esplicitamente pacifisti e odiavano le armi. Erano spaventati dalla guerra e dalla violenza del fascismo. Furono rastrellati. I nazisti li lasciarono stare. I fascisti li ammazzarono.

Gli undici fucilati d'Istia d'Ombrone.

Gli undici fucilati d’Istia d’Ombrone.

Chissà se quei ragazzi li guardarono negli occhi, i loro aguzzini fascisti.
E con che sguardo guardare Almirante?
Con che sguardo rivolgersi ai cittadini di Roccastrada?
Nessun problema di strabismo?

Con la storia i fascisti non hanno un buon rapporto. Quel documento firmato da Almirante fu ritrovato proprio in Maremma, negli archivi di Massa Marittima, negli anni Settanta. Almirante negò che la firma in fondo a quel documento fosse sua. Il foglio con le condanne a morte venne affisso nel 1944 in tutti i comuni grossetani, anche a Roccastrada. Il numero di ragazzi che a Roccastrada disertarono dall’esercito collaborazionista dei nazisti era impressionante. Per dare un’idea, a inizio del 1944, in provincia di Grosseto «si presentarono alla chiamata di leva su un totale di 2176 solo 307 reclute» (Cfr. Nedo Bianchi, Il tenente Gino e il soldato Giovanni, Pisa, ETS, 2013, p. 15). I dati relativi a Roccastrada ci fanno sapere che all’inizio del ’44 su 170 ragazzi chiamati alle armi per i fascisti di Salò, solo 35 risposero alla triste consegna. L’80 percento dei ragazzi di Roccastrada rifiutò la chiamata e si nascose oppure entrò a ingrossare le fila dei partigiani.

Questo significa che l’80 per cento della popolazione giovanile di quella classe di leva venne condannata a morte, almeno nominalmente. Esecuzioni che in gran parte non vennero eseguite perché la solidarietà era altissima e i fascisti avrebbero dovuto sterminare quasi ogni famiglia, da quelle parti. La minaccia però incombeva, e anche le ritorsioni sui familiari dei renitenti e dei disertori.

Per la cronaca, Almirante denunciò per diffamazione Luciana Castellina e Carlo Ricchini, che avevano diffuso il documento su L’Unità e lo avevano definito un collaborazionista dei nazisti (un mero dato di fatto: la Repubblica di Salò era uno stato-fantoccio collaborazionista). Per il missino Almirante, che si satollava col termine «onore», quel documento era un falso. Ma perse la causa, la storia è inflessibile: la firma era sua. Le carte del processo sono consultabili presso l’ISGREC di Grosseto.

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Sorprende allora ritrovare nella lista di Insieme per Roccastrada un manifesto di plauso a una persona che nel 1944 ha condannato a morte una fetta consistente della popolazione giovanile di Roccastrada. Qualcosa non quadra. O forse quadra fin troppo bene, se sono gli stessi che ci chiedono di ricordare presunti e non meglio identificati cripto-fascisti, repubblichini e collaborazionisti dei nazisti di quegli stessi anni con una salutare messa di suffragio in un giorno di febbraio in cui mi pare che si ricordi male, malissimo. E che si offenda la storia e la memoria dei morti di Roccastrada.

Si dice che la notte del 24 luglio, in una cripta di una chiesa posta nel piano tra Ribolla e Roccastrada, si riesca a udire un rumore di catene che si agitano. I cani ululano e la luna si tinge di rosso. Sarà il fantasma di chi condannò a morte i giovani renitenti alla leva?

Adesso i contorni della fantasmagorica foiba maremmana sono più chiari. Qual è il senso di questa operazione? Sostanzialmente, depistare le intelligenze, spostare le responsabilità storiche, sollevare una cortina di fumo, cancellare le colpe del fascismo dicendo: «Vedete, voi parlate degli eccidi di Niccioleta e di Roccastrada, ma i partigiani l’han fatto anche loro». E invece no. I partigiani hanno combattuto in guerra ma non torturavano i nemici né decimavano la popolazione civile, come hanno fatto le SS italiane a Niccioleta. E non fucilavano i ragazzini che avevano giustamente paura della guerra.

La piantino di falsificare la storia. Le firme son firme e un pozzo non è una foiba. E i fascisti uccisi dai partigiani non sono martiri.

11. Il maiale

Se in fondo al fantomatico e sempre più evanescente pozzo dell’Aratrice – o alla cisterna di Roccastrada, che sembra essere più concreta – ci sono solo sassi e acqua, lasciamoli alla minerale inerzia della geologia o agli appassionati di speleologia.

Se ci sono – ma pare improbabile – ossa di nazifascisti, sappiamo in quale contesto storico sono maturati i loro crimini. Trasformare i lupi neri nazifascisti in bianchi e immacolati agnellini – «cittadini», scrivono i fan di Almirante – è un gioco pericoloso e non è un bel servizio alla verità storica.

E poi non vorrei che a vedere certi zombie a spasso per Roccastrada, qualcuno con la memoria buona decidesse di darli in pasto al maiale.

S’intenda: lo dico per il maiale.

12. Il lupo

Un lupo nero guardò in fondo al pozzo e vedette un altro lupo.
Non sapeva, povero strullo, che era la sua immagine che si rifletteva nell’acqua.
Urlava: Al lupo, al lupo! C’è un lupo nel pozzo.
Chi si avvicinò a salvarlo, finì divorato.

In un pozzo poco cupo
Si specchiava un nero lupo
Che nel poco cupo pozzo
Andò a sbattere di cozzo
Dopo un colpo tonfo fioco
Ricordava poco poco
E voleva cancellare
La sua storia criminale
Ma rimase brutto e cupo
Il feroce e nero lupo.

Alberto Prunetti (Piombino, 1973) ha pubblicato diversi libri, tra i quali Amianto, una storia operaia e PCSP (Piccola Contro-Storia Popolare), entrambi nel catalogo Alegre. Traduttore e lavoratore culturale free lance, scrive su Nuova Rivista Letteraria, Giap, Carmilla, Il Manifesto, La Repubblica edizione Firenze e altre testate.

N.d.R. I commenti al post verranno attivati lunedì 7 marzo, per consentire una lettura ragionata e – nel caso – interventi meditati (ma soprattutto, pertinenti).

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6 commenti su “Viaggio nelle nuove #foibe, prima puntata. Chi sogna una foiba in #Maremma? – di Alberto Prunetti

  1. […] Dopo l’inchiesta di Alberto Prunetti sulla fantomatica e semovente foiba di Roccastrada, provincia di Grosseto, ecco la storia di una foiba ancor più semovente: questa corre, si sposta […]

  2. […] fa su Giap – il sito della Wu Ming Foundation – Alberto ha pubblicato un post dal titolo Chi sogna una foiba in Maremma? in collaborazione con il gruppo d’inchiesta Nicoletta Bourbaki che è anche uno spin-off del suo […]

  3. Postilla all’articolo sulla pseudo-foiba di Roccastrada

    Ho sbagliato a cercare tracce della fantomatica foiba di Aratrice nei libri di storia. Non dovevo cercare nei libri di storia.
    Dovevo cercare in un volume dichiaratamente apologetico della Repubblica sociale intitolato sobriamente “Cronache grossetane” e autopubblicato dalla “Associazione famiglie caduti e dispersi della RSI” di Grosseto nel 1995. Il libro, scritto da Vito Guidoni, è dedicato infatti ai “caduti della RSI che offrirono la loro vita all’idea”. L’idea è quella fascista, appunto, che l’autore del libro, milite della RSI che partecipò a diversi rastrellamenti di partigiani, difende in queste pagine a spron battuto.
    Ma come, non è un libro di storia?
    No, la storia passa attraverso verifiche e controlli storiografici.
    Queste sono 141 pagine di apologia di fascismo, dove i partigiani non sono chiamati partigiani ma “ribelli”, “franchi-tiratori”, “bande” o “sbandati” (già, qualcuno diceva “banditen”). Dove le azioni degli alleati sono assimilate al terrorismo. Dove il famoso manifesto firmato da Almirante viene giustificato con la patetica scusa che a mettere il suo nome sarebbe stato per sbaglio un tipografo, nonostante la sentenza del tribunale affermasse il contrario (p. 119). Dove le stragi di civili italiani compiute da nazisti e da fascisti sono giustificate addebitando la colpa ai partigiani. Dove il prefetto fascista Ercolani, tra i primi a inviare gli ebrei italiani nei campi di concentramento, viene definito “valoroso” (p. 16), un “super prefetto” (p. 39). Dove l’atroce eccidio di Niccioleta (83 poveri minatori uccisi da SS italiane) è descritto come un’azione di militari tedeschi e la strage è giustificata come “una esigenza delle truppe tedesche in ritirata” (p. 123). No, non è un libro di storia, questo, è una vittimistica arrampicata sugli specchi del fascismo repubblichino sconfitto e sfogliarlo mi costa.
    Eppure sfogliarlo è necessario, perché questo è un libro che i foibologi di Roccastrada scambiano per una prova storica. Scivolando pericolosamente.
    Avviciniamoci ai bordi di questo buco inghiottitoio. Sta nelle ultime pagine del libro. Sotto la voce “vendette del comunismo asiatico”. “Ex militari ed ex fascisti, rei di aver fatto solo il proprio dovere, agli ordini di un governo italiano di fatto”, sarebbero stati “uccisi e gettati nel pozzo dello sprofondo tra Civitella M/ma e Roccastrada”.
    Non si dice la data e non si dicono i nomi. Perché? Perché non gli conviene, all’autore del libro. Quei nomi li conosce, tanto che li elenca assieme ad altri nella lista dei caduti grossetani della Repubblica sociale poche pagine dopo, ma non li associa esplicitamente al pozzo di Roccastrada perché altrimenti quelle morti sarebbero troppo comprensibili. Perché quei decessi di militari fascisti armati sono avvenuti in tempo di guerra, l’11 giugno, e quindi rispondevano a una logica bellica. E, soprattutto, perché da quei nomi saremmo potuti risalire alle colpe di quei militari repubblichini. Cosa aveva fatto quel funzionario di PS “ucciso nell’adempimento dei propri doveri” a Maiano Lavacchio? Di quale crimine di guerra si era macchiato? E gli altri? Non vuole dirlo l’autore del libro, ma una ricerca sull’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia qualche risposta può darla.
    Altrimenti la daremo noi, al momento opportuno.
    Detto questo, il libro di Guidoni ci permette almeno di avere una ricognizione sui morti fascisti della provincia di Grosseto.
    Quanti sono i morti repubblichini del periodo settembre 43-giugno 44?
    Risponde il Guidoni: “La provincia dette alla RSI oltre 180 caduti” (p. 126).
    Neanche troppi, in un contesto bellico atroce com’era quello della Seconda guerra mondiale.
    Ma tutti nel grossetano? Macché.
    Ancora il Guidoni: “tra quelli caduti nel territorio della provincia nei dieci mesi di attività della RSI e quelli caduti al nord nei vari reparti”.
    Ok, 180 morti di neri grossetani, inclusi quelli di Roccastrada: siano finiti nel pozzo o nel bosco, erano tutti militari e fascisti armati, uccisi in azioni di guerra, come ammette lo stesso Guidoni, nell’arco di dieci mesi.
    Ora, a Niccioleta i fascisti italiani (non i tedeschi, come scrive Guidoni) uccisero in un paio di giorni, nel giugno del ’44, 83 minatori. Anzi, tra Niccioleta e Castelnuovo Val di Cecina. Civili e disarmati.
    Poi ci sono tutta una serie di stragi, documentate, che ho citato sopra nel mio articolo. Poi ci sono i partigiani uccisi in combattimento. Poi i renitenti uccisi. Poi i fucilati in carcere. Poi i morti civili.
    E allora andate, andate a cercà la buca di Roccastrada. Andatela a cercà sì. E diteci i nomi di chi ci sta dentro, vediamo se corrispondono a quelli che conosco io.
    E quando l’avete trovata, cercatevi i nomi di chi avevano ammazzato. E poi se ne riparla.
    Oppure, come dice il poeta, imparate dal Guidoni, che diceva il posto e cancellava i nomi. Zitti e muti, che forse il silenzio, ai fantasmi dei criminali di guerra, conviene.

  4. Aggiornamento al post

    La finta “foiba” di Roccastrada è un vaso di Pandora da cui si spandono palate di scorie tossiche, sparse ad arte per infettare la memoria storica della Resistenza. Si tratta di un dispositivo cancerogeno di proliferazione di cellule grigie basato su memorie di testimoni che ricordano per sentito dire, albi farlocchi di caduti repubblichini compulsati in fretta, dichiarazioni di politicanti che citano libercoli di ex fascisti privi di qualsiasi valore documentale.
    Finalmente sulla vicenda si è espresso l’Isgrec, l’Istituto storico grossetano della Resistenza, con un intervento di Luciana Rocchi che precisa l’uso equivoco del termine e chiude con un appello: basta parlare di una foiba in Maremma.
    La “foiba” non c’è, insomma. Ci sono i fascisti morti, certo, questo lo sapevamo. E le sepolture di fortuna, come avveniva in guerra. In una miniera, in un fosso. I fascisti morivano sotto il piombo di chi stava liberando l’Italia da un’atroce dittatura e a volte certi morti erano così ‘ingombranti’ che non venivano reclamati neanche dai parenti. Sappiamo i nomi di quei caduti repubblichini. Sappiamo chi erano Angelo Pini e Sebastiano Scalone. Autori di stragi di giovani come i martiri di Istia, persecutori di antifascisti, rastrellatori di partigiani, efferati torturatori, alcuni condannati in contumacia nel processone grossetano contro i fascisti del 1946.
    Il punto su cui si regge questo pseudo buco nero della storia locale non è un documento in un archivio, né una ricerca storica. E’ un libretto (auto)-pubblicato da una “prestigiosa” casa editrice che ha un solo titolo. L’autore, Vito Guidoni, sta alla verità storica come i farisei al Regno dei cieli. Sgombriamo il campo da ogni equivoco. Guidoni, unica fonte bibliografica della “foiba proloco” grossetana, è ben descritto in una pagina di un libro dello storico Mimmo Franzinelli sui crimini fascisti:

    “A Grosseto il personaggio più famigerato era l’ex milite della GNR Vito Guidoni, latitante sino alla revoca del mandato di cattura per sopravvenuta amnistia (anche se – osserva il prefetto – ‘dato il suo passato politico, per tema di rappresaglie non ha ancora qui fatto ritorno’); gli si addebitava un impressionante curriculum di violenze, inclusi vari sequestri di persona; tra le sue vittime, ‘un giovinetto ebreo non identificato’.” (Mimmo Franzinelli, L’amnistia Togliatti. 22 giugno 1946, colpo di spugna sui crimini fascisti, Milano, Mondadori, 2006, p. 96).

    Voilà, l’epicentro tellurico dello sprofondatoio di Roccastrada.

  5. […] esempi simili, come la già citata magica foiba volante, il ponte pirata del Bus de la Lum, la foiba della Maremma e la leggenda del cane nero mangia anime gettato nelle cavità […]

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