L’#InvisibileOvunque: storia di una copertina

CRW Nevinson, Column on the march, 1915

CRW Nevinson, Column on the march, 1915

Ci è capitato spesso, nei primi incontri intorno al nuovo libro, di rispondere a domande sull’immagine di copertina.

– Dove l’avete trovata?
– Chi sono i due tizi?
– Quello a destra è un uomo o una donna?
– E’ un fotomontaggio, vero?
– Ma quelle che cavolo sono? Orecchie da Topolino?

Diciamo subito che le ricerche per la cover, questa volta, sono state più lunghe e travagliate del solito.

L’iconografia della Grande Guerra è sterminata e il Centenario ha risvegliato gli archivi, spalmandoci sulle retine campi di battaglia d’ogni forma e colore. Anche volendo evitare le rappresentazioni più classiche, da saggio divulgativo, era comunque difficile non incappare nel già visto.
A ciò si aggiunga che il titolo del libro l’abbiamo trovato solo pochi giorni prima di consegnare il testo alla casa editrice. Fino ad allora, nelle anticipazioni per librai e distributori, il nuovo lavoro del collettivo si chiamava Il sole al guinzaglio (come la poesia di André Breton dedicata a Picasso nel 1932) e aveva come copertina provvisoria un disegno a penna, matita, inchiostro e ritagli di giornale, firmato dall’inglese Paul Nash.

P. Nash, Don't forget the Diver

P. Nash, Don’t forget the Diver.

Cambiato titolo in L’invisibile ovunque, ma avendo conservato il legame con la poesia d’avanguardia, abbiamo continuato a cercare tra quadri, manifesti e stampe di artisti dell’epoca. Oltre a Nash, ci sono passati davanti agli occhi i collage dadaisti, le xilografie di Masereel e i dipinti di C.R.W. Nevinson.

F. Masereel, Debout les morts - Résurrection Infernale, 1917 (a sx) e Notre temps, 1952 (a dx)

F. Masereel, Debout les morts – Résurrection Infernale, 1917 (a sx) e Notre temps, 1952 (a dx)

Nessuna immagine, tra le decine che ci siamo scambiati in allegato, è riuscita a convincerci: mentre i versi di Yvan Goll, con il loro invisibile ovunque e il muro grigio attorno all’Europa, ci avevano trasmesso, a cent’anni di distanza, un’idea molto contemporanea di guerra permanente, i quadri dell’epoca erano appunto “dell’epoca”, e quindi inadatti a rappresentare il nostro sguardo sulle vicende di un secolo fa.

Dirottando l’indagine sui pittori d’oggi, ci siamo imbattuti in Thérèse Bischun’artista francese che da dieci anni dipinge la Grande Guerra, ispirandosi al suo lavoro come incaricata delle collezioni fotografiche della Bibliothéque de Documentation Intérnationale Contemporaine.

T. Bisch, Masques à gaz

T. Bisch, Masques à gaz

Dopo vari tentativi, abbiamo capito che il problema non stava nella maggiore o minore distanza temporale tra i pittori e gli scenari rappresentati; piuttosto, la maggior parte delle tele, appositamente tagliate nel formato di Einaudi Stile Libero, produceva uno spiacevole “effetto catalogo” da mostra del museo tal dei tali.

Non così per le illustrazioni e le copertine del settimanale francese La Baïonette, raro esempio di rivista satirica in tempo di guerra, pubblicato dal gennaio 1915 all’aprile 1920. Il numero 112, dedicato ai camoufleurs, ha subito attirato la nostra attenzione.

Jacques Nam, copertina de La Baïonnette, n.112, 23 agosto 1917

Jacques Nam, copertina de La Baïonnette, n.112, 23 agosto 1917

Allo stesso modo, la doppia pagina centrale del numero 122 (1 novembre 1917) intitolato Les peintres aux armées.

R. de la Naziere: "Per seguire le operazioni da più vicino, un po' di mimetismo pare molto indicato. Ma riusciranno i nostri artisti a scoprire, attraverso la spessa cortina di fumo, il soggetto agognato o saranno ridotti a ritrarsi gli uni con gli altri?

R. de la Nézière, Al quartier generale dei pittori: “Per seguire le operazioni da più vicino, un po’ di mimetismo pare molto indicato. Ma riusciranno i nostri artisti a scoprire, attraverso la spessa cortina di fumo, il soggetto agognato o saranno ridotti a ritrarsi gli uni con gli altri?”

Della prima immagine, ci è piaciuto soprattutto il sorriso stampato sul volto del soldato. Difficile trovarne uno altrettanto solare, ai tempi del Grande Massacro. Ci siamo resi conto che quell’elemento straniante –  l’humour in guerra – era un ingrediente importante dei nostri racconti e che l’immagine più adatta per rappresentarli doveva per forza tenerne conto: tinte lugubri e pura disperazione non erano buone compagne per le nostre parole.

Il soldato camaleonte di Jacques Nam è stato in lizza per un po’ di tempo, poi abbiamo deciso di scartarlo, per non alterare l’equilibrio tra i diversi racconti con un’immagine di copertina riferita soprattutto a Quarto.

Le ricerche infruttuose, nel frattempo, servivano quantomeno a farci comprendere quali caratteristiche doveva mettere insieme l’immagine ideale.

  1. Offrire un punto di vista insolito sulla Grande Guerra, inquadrarne un aspetto poco noto, e dunque lasciar da parte trincee, reticolati e baionette.
  2. Rappresentare “l’invisibile ovunque”, senza privilegiare uno dei quattro racconti
  3. Contenere una sfumatura umoristica e surreale.
  4. Evitare dipinti, quadri e stampe.

Così siamo inciampati in una galleria fotografica sui localizzatori acustici, sorta di stetoscopi più o meno grandi, usati prima dell’avvento del radar, per individuare dirigibili e aeroplani in condizioni di scarsa visibilità.

Il post originario mostra decine di macchinari come il telesitemetro, messo a punto nel 1917 del premio Nobel francese Jean Baptiste Perrin:
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Sperimentato a partire dal febbraio 1918, ne vennero costruiti una ventina nel giugno dello stesso anno. A settembre, partì un ordine di 100 esemplari ma è probabile che la produzione si sia bloccata con la fine della guerra.

Tra arnesi di forma più o meno ridicola, enormi tromboni e grammofoni girevoli, ecco comparire una versione da indossare, datata 1917.

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Accanto alla fotografia, l’autore della galleria scrive che si tratta di due soldati della Feldartillerie tedesca, un giovane ufficiale e un sottufficiale. Si dice sorpreso per l’utilizzo di artiglieri nel servizio di contraerea, di solito affidato all’aviazione, e ancor di più dalla posa inusuale dei due, che si tengono a braccetto, con un atteggiamento ben poco militaresco. Quello a destra, quello che pare una donna, sembra addirittura sorridere.
Quanto alla fonte, è data per ignota.

Ulteriori ricerche ci portano a una cartolina del 1917, scansionata in ottima definizione nella straripante raccolta Flickr di Drakegoodman, un australiano di Castlemaine con il pallino della Grande Guerra, “sposato con una pazza donna italiana che non smette di minacciare di infilarmi in un paio di stivali di cemento, se non la pianto di comprare cartoline”.
Rispetto alla versione della galleria precedente, qui l’immagine mostra qualche dettaglio in più, e in particolare le assi di quello che sembra uno chalet di montagna.

Dai commenti, si capisce che l’aggeggio indossato dai due soldati tedeschi doveva avere una doppia funzione: localizzare l’aereo con gli auricolari a trombetta, quindi, dirigendo lo sguardo in direzione del rumore, prendere di mira la cabina di pilotaggio grazie al binocolo-maschera già in posizione sugli occhi.

Uno strumento dall’aspetto buffo, probabilmente mai sceso sul campo, indossato quasi per scherzo da due soldati, con tanto di sorriso e posa inusuale. Uno strumento pensato per individuare e neutralizzare l’invisibile ovunque, l’aereo da guerra che può piombarti addosso in qualunque momento, rapido e da qualunque direzione.

Difficile trovare un’immagine più simile all’ideale che ormai da più di un mese stavamo inseguendo.

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