La gonfia, tumefatta vicenda dei #marò: due anni di fascisteria, patacche e bombe al panzanio

guerraallIndia

«La guerra è già scoppiata, marcondirondero / la guerra è già scoppiata, chi ci aiuterà… / La bomba è già caduta, marcondirondero / la bomba è già caduta, chi la prenderà? / La prenderanno tutti, marcondirondero / sian belli o siano brutti, marcondirondà / Sian grandi o sian piccini li distruggerà / sian furbi o sian cretini li fulminerà.»

di Matteo Miavaldi (guest blogger)

Il caso Enrica Lexie, dopo due anni, si sta avvicinando alle fasi finali, dopo una serie di rinvii e complicazioni diplomatiche, mistificazioni e propaganda elettorale tanto in India quanto in Italia: elementi che hanno aperto la strada alla “narrazione tossica” della vicenda dei due marò, strapazzata da un’informazione generalmente superficiale e, in alcune circostanze, platealmente nociva.

Poco più di un anno fa, qui su Giap, pubblicammo due lunghi(ssimi) articoli, molto densi di dati e fonti, che smontavano punto per punto la ricostruzione offerta da Il Giornale, Libero e Il Sole 24 Ore: una storia che si basa sulle teorie raffazzonate del sedicente “ingegnere” Luigi Di Stefano, dirigente nazionale di Casapound.

Quei due post si sono presto trasformati in un’inchiesta collettiva, e hanno avuto un numero esorbitante di visite e condivisioni sui social media. Il primo dei due è stato visitato da oltre mezzo milione di IP unici, e ogni giorno continua ad attirare lettori.
Da quei post è nato anche un libro, presentato in giro per l’Italia e recensito su importanti testate nazionali.

Il libro di Miavaldi sui due marò

Eppure, a distanza di un anno, la quasi totalità dei media nazionali finge che quello smontaggio non abbia mai avuto luogo, e continua a raccontare falsità e mezze verità, stravolgendo completamente l’intera vicenda. L’impianto complottista e sciovinista della “ricostruzione Di Stefano” si è anzi arricchito di nuovi collaboratori, nuovi protagonisti e nuove bufale, abbracciate con entusiasmo da diverse testate giornalistiche, programmi televisivi, opinionisti e parlamentari.

Abbiamo individuato le principali criticità e incomprensioni di massa e qui sotto, per punti, proveremo a sciogliere la matassa spacciata per verità a una fetta considerevole dell’opinione pubblica italiana. Per tutte le altre questioni, rimandiamo ai due post precedenti e, soprattutto, al libro.

1. Il peccato originale, ovvero: che ci facevano i marò sull’Enrica Lexie?

[N.B. In calce al post, un addendo di Miavaldi al contenuto di questo paragrafo.]

Inserendo l’incidente tra il peschereccio St. Antony e la petroliera Enrica Lexie all’interno della lotta alla pirateria internazionale, l’impressione data in Italia è che l’India – cercando di perseguire per legge l’operato dei due fucilieri – stia intralciando gli sforzi internazionali della Nato e dell’Onu a contrasto della pirateria, mettendo automaticamente a repentaglio l’immunità di tutti i nostri soldati impegnati in missioni internazionali.

L’Italia, con la Marina Militare, partecipa attivamente – da anni – a due operazioni internazionali di contrasto alla pirateria: Atalanta, dell’Unione Europea, e Ocean Shield, della Nato. Entrambe le operazioni si concentrano in un’attività dissuasiva e di monitoraggio del Mar Rosso e del golfo di Aden, al largo della Somalia, dove il rischio pirateria è maggiore. I militari, a bordo di navi da guerra, scortano i cargo di passaggio e pattugliano le acque limitrofe.

Come si legge sul portale della Marina Militare:

«Il suo [dell’operazione Atalanta, ndr] mandato consiste nel proteggere le navi mercantili che transitano da e per il Mar Rosso ed inoltre svolge attività di scorta alle navi mercantili del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite, incaricate di consegnare aiuti alimentari in Somalia […] La Marina Militare partecipa all’Operazione Ocean Shield con unità navali inserite nella forza navale SNMG1 o SNMG2.»

Quindi l’Italia, quando partecipa come nazione alle operazioni internazionali di contrasto alla pirateria, lo fa con e su navi da guerra.

I marò a bordo dell’Enrica Lexie, invece, tecnicamente non partecipavano a nessuna missione internazionale.
Nel 2011 il Ministero della Difesa e Confitarma, la Confederazione Italiana Armatori, hanno firmato un’intesa, seguita da una convenzione, che permetteva, agli armatori che ne facessero richiesta, di imbarcare dei Nuclei Militari di Protezione (Npm) formati da fucilieri di Marina, impiegati in servizio anti pirateria a difesa, quindi, di navi commerciali italiane, ma private (nel caso specifico della Lexie, di proprietà dell’armatore Fratelli D’Amico).

Ignazio La Russa

Una legge votata a larghissima maggioranza (493 voti favorevoli, 22 contrari, 15 astenuti) che l’allora ministro della Difesa Ignazio La Russa oggi rinnega a mezzo stampa, citando le perplessità espresse già nel febbraio 2011.

La protezione delle attività commerciali su navi cargo italiane veniva quindi “appaltata” a personale militare pagato, secondo quanto sancito dall’addendum alla convenzione, 467 euro a testa per giorno di navigazione.

Questo, legalmente parlando, è il “peccato originale” commesso dall’Italia: aver esposto i propri militari in attività private che non rientrano in operazioni internazionali, non vengono condotte su mezzi militari e ricadono in una zona grigia del diritto in cui l’India ha potuto, a rigor di legge, non applicare l’immunità funzionale garantita al personale militare all’estero poiché difendere la merce e gli interessi di privati non dovrebbe essere il lavoro dei soldati, ma quello dei contractor.

Un unicum a livello internazionale molto pericoloso, come ha spiegato il security advisor Antonio De Felice, in un’intervista contenuta nel saggio I due marò – Tutto quello che non vi hanno detto.

«Ad oggi [marzo 2013, ndr] nessun Paese occidentale consente a privati armati di salire a bordo. Le uniche bandiere che hanno varato una legge in tal senso sono Panama, Marshall Islands e Liberia, che da sole coprono però quasi il 75 per cento del tonnellaggio mondiale. In Europa, oltre all’Italia, gli unici Paesi che hanno accordato la presenza a bordo di Nuclei militari di protezione sono il Belgio e la Francia, ma imponendo condizioni di utilizzo molto ristrette. La Francia, ad esempio, utilizza soldati del proprio esercito solo per difendere pescherecci che operano nelle acque vicino Mahé, ex colonia francese nei pressi di Pondicherry, in India sud orientale. In tal senso anche il peschereccio italiano Torre Giulia, di proprietà Iat di Bari (Industria Alimentare Tonniera) e associato a Federpesc, ha ammainato la bandiera italiana a favore di quella Francese.

Un discorso a parte deve essere fatto per la Spagna che ha modificato con un Regio Decreto il proprio Testo di Pubblica Sicurezza introducendo la possibilità per i privati autorizzati dal Governo spagnolo di imbarcarsi con armi e materiali; tuttavia la norma studiata anch’essa per la flotta (due imbarcazioni…) di pescherecci che incrociano nell’oceano Indiano non è mai stata presa in considerazione da alcun armatore rendendo di fatto la norma inutile.

Ricapitolando: i contractor possono salire su navi battenti bandiera panamense, liberiana e delle Isole Marshall; l’Italia è l’unico Paese ad aver legalizzato un uso così esteso delle proprie Forze Armate a bordo di mercantili privati, esponendosi a rischi e conseguenze legali che il caso Enrica Lexie esemplifica in tutta la sua gravità.»

Resisi probabilmente conto dell’errore, a seguito del groviglio Enrica Lexie, Confitarma è riuscita a modificare la precedente convenzione col Ministero della Difesa, inserendo tra le opzioni di ingaggio anche le guardie giurate; i contractor, che sono dei privati e in caso di errori ne rispondono penalmente in quanto privati, non in quanto organi dello Stato.

Nonostante l’apertura, la Marina Militare gode comunque di una sorta di diritto di prelazione: l’armatore, secondo la convenzione, è obbligato a chiedere in prima istanza la disponibilità di Npm della Marina; se la Marina non potesse garantirne la disponibilità, allora il servizio potrebbe essere richiesto ai contractor.

Per questi motivi, equiparare lo status militare di fucilieri di Marina in servizio su navi private a quello di soldati in missione internazionale – siano essi uomini Nato o contingenti indiani in Congo, come piace ricordare a Fernando Termentini denunciando una diversità di trattamento strumentale – è un errore di fondo, un eccesso di semplificazione utile a rimarcare la presunzione di ingiustizia subìta. Creando questi presupposti, l’India diventa un paese arrogante che agisce disprezzando il diritto internazionale, si muove per sotterfugi e manipolazioni delle prove, approfittandosi della buona volontà di un’Italia che in questa vicenda non ha nulla da nascondere.

Il corrispondente tedesco di RTL Udo Gümpel, in una lunga discussione sulla sua pagina Facebook, ha rilevato che nel caso navi cargo ospitino a bordo del personale armato, l’armatore è tenuto a comunicarlo alle autorità indiane prima di entrare nelle acque pertinenti della Zona economica esclusiva (200 miglia nautiche), secondo la legge indiana SR-13020/6/2009, “Pre-Arrival Notification for Security”, entrata in vigore il 29 agosto del 2011 (quindi prima dell’intesa tra Ministero della Difesa italiano e Confitarma). Cosa che l’Enrica Lexie non ha fatto.

I marò, quindi, si trovavano ben all’interno delle acque di competenza indiana senza che le autorità locali ne fossero a conoscenza: circostanza quantomeno bizzarra se si pretende un riconoscimento internazionale di un accordo stipulato tra governo e armatori italiani.

2. Pirati, questi sconosciuti

Le coste del Kerala, stato dell’India meridionale, nell’immaginario collettivo italiano sono diventate una specie di Far West galleggiante dove, secondo varie versioni, spararsi addosso durante la navigazione è pratica comune: un mare “infestato” di pirati affrontati con la forza da fucilieri italiani, vedette cingalesi, contractor greci e guardia costiera indiana.

I pirati del Kerala

È necessario fissare una volta per tutte un punto centrale: al largo del Kerala i pirati non ci sono.

Lo dicono da anni gli indiani, abbastanza risentiti del fatto che le proprie coste occidentali rientrino nella cosiddetta zona ad alto rischio pirateria individuata dagli assicuratori del trasporto cargo internazionale, aumentando esponenzialmente il premio assicurativo per chi naviga in quelle acque. Ma lo dicono soprattutto i dati oggettivi dell’International Chamber of Commerce, sezione Crime services, che ogni anno raccoglie tutte le denunce di pirateria mondiali in un rapporto globale.

In tutto il 2013 lungo le coste occidentali indiane si è registrato un solo episodio di pirateria. O meglio, seguendo la dicitura ufficiale adottata a livello internazionale, di “piracy and robbery”. Il caso specifico, verificatosi il 14 febbraio, ha interessato un cargo ancorato nei pressi di Kochi, che è stato abbordato da tre ladri intorno all’una di notte. Svegliato dal rumore in coperta, un membro dell’equipaggio ha dato l’allarme e i tre sono scappati, dopo aver arraffato quel che potevano dalla cambusa.

Nel 2012, l’anno dell’incidente, nella stessa zona si sono verificati solo due episodi: un tentativo di rapina sventato il 15 febbraio – ed è il caso della petroliera greca Olympic Flair – e una rapina riuscita il 30 novembre, quando tre ladri incappucciati sono saliti su una petroliera rubando i beni contenuti nella cabina di comando e scappando non appena l’equipaggio, che stava dormendo, si è svegliato lanciando l’allarme.

3. I topolini di Capuozzo

Toni Capuozzo

Toni Capuozzo

Il giornalista Toni Capuozzo è tra i volti più noti del panorama televisivo italiano ad aver fatto proprie le teorie di Di Stefano, ripresentandole come Verità in una serie di servizi trasmessi dal Tg5 e in numerose puntate speciali del suo programma di approfondimento Mezzi Toni, affiancato ora da Luigi Di Stefano, ora da Stefano Tronconi, un “privato cittadino ex dirigente d’azienda che, nel tempo libero, si occupa del caso dei due marò”.

Capuozzo si rifà alle accuse irrealistiche mosse, l’anno scorso, contro la petroliera greca Olympic Flair, che secondo Di Stefano sarebbe la vera responsabile della morte dei pescatori Binki e Jelastine. Un’ipotesi abbondantemente sconfessata nel secondo articolo sulla vicenda pubblicato qui su Giap che, segnalato a suo tempo a Capuozzo, è stato da lui giudicato inattendibile.

A confermare la tesi dell’innocenza Capuozzo aggiunge un nuovo tassello, riportando la traduzione di un’intervista rilasciata a caldo dal comandante del St. Anthony, Freddy, che sostiene gli spari abbiano colpito la sua imbarcazione alle 21:30 del 15 febbraio 2012: diverse ore dopo lo scontro a fuoco che interesserebbe l’Enrica Lexie (16:30) e poco prima della denuncia di attacco pirata sporta dalla Olympic Flair. In sostanza, i greci avrebbero sparato e gli italiani, che non c’entravano nulla, sarebbero stati incastrati (secondo una teoria del complotto che smonteremo in seguito).

Dalle pagine online dell’Espresso ho provato a far emergere l’inconsistenza della teoria ricorrendo al buon senso:

«Il video utilizzato da Capuozzo è un estratto di un servizio andato in onda su Venad News , un canale d’informazione del Kerala, ed effettivamente pare proprio che Freddy dica “21:30”, la traduzione è stata confermata da amici fluenti in malayalam. Ma la stampa indiana non ha mai riportato questa versione, così ci è venuto il dubbio che si trattasse di un abbaglio, di una tara messa alle dichiarazioni di una persona in completo stato di shock (Freddy arriva in porto alle 23, balbetta, mischia malayalam e tamil, ripete più volte le stesse frasi).»

Perché non riportare per intero le dichiarazioni di Freddy? Probabilmente perché a tutti era noto che in quel momento il capitano stava straparlando, considerando il fatto che la stampa indiana era al corrente degli spari contro il St. Anthony almeno dalle 20, ora in cui il Times of India pubblica la breaking news sul peschereccio indiano, senza ancora essere in grado di indicare l’Enrica Lexie come sospettata numero uno. Le indagini erano ancora in corso e, a beneficio dei complottisti, ricordiamo che l’Olympic Flair avrebbe denunciato il tentato abbordaggio solo alle 22:20, due ore e venti più tardi. Quindi o la stampa indiana ha il dono della preveggenza, oppure le parole in stato di shock di Freddy sono da prendere con le pinze.

Ma in tutta risposta Capuozzo bolla il tutto come “una montagna che partorisce un topolino”, sostenendo nella sua lettera pubblicata dall’Espresso che:

«a giustificare lo “sbaglio” del comandante del peschereccio che parla di “21.30”, Miavaldi esibisce come un asso nella manica le breaking news del ‘Times of India’, che informa dell’incidente mortale attorno alle 20, e dunque molto prima dell’ora indicata dal capitano, e molto prima che il capitano parlasse alle telecamere.

Dal pezzo di Miavaldi  si può risalire a quella notizia, così datata: 15 febbraio ore 8.04. Ma se guardate i commenti, che alle otto di sera dovrebbero essere una valanga, vedete che il primo è di un certo Alwyn alle 11.36. Guarda caso, pochi minuti dopo le dichiarazioni del capitano del peschereccio alla televisione. Siccome non è difficile cambiare l’ora di una breaking news, forse è questo quello che è stato fatto al Times of India. Dimenticandosi, purtroppo per loro, di cambiare l’ora dei commenti, e lasciando così cadere nel vuoto una tragica notizia, senza nessuno che la raccolga.»

Siamo sempre immersi nella teoria del complotto, pronti a difendere tesi traballanti ricorrendo ad accuse – gravi – di manipolazione di dati. Come se un incidente avvenuto nella serata indiana fosse in grado, nel giro di pochi minuti, di mobilitare immediatamente con efficacia svizzera le più alte sfere della politica indiana, le forze dell’ordine e i gestori del principale quotidiano indiano: tutti uniti per ordire trame oscure anti italiane.

L’Espresso ha avuto la gentilezza di ospitare una mia controreplica:

«Il vicedirettore del Tg5 sostiene che gli spari contro il peschereccio St. Anthony siano arrivati dalla petroliera greca intorno alle 21:30. L’Olympic Flair, sappiamo dalla denuncia che lei stessa avanza alle autorità intorno alle 22:20, si trovava a poche miglia nautiche dal porto di Kochi: la posizione è confermata dall’International Chamber of Commerce – International Maritime Bureau e dall’International Maritime Organization, che inseriscono l’evento nei propri database (pubblici).

Il peschereccio doveva quindi trovarsi da quelle parti, per entrare nell’ipotetica traiettoria di tiro dei greci, e ci si troverebbe alle 21:30. Quindi, con due membri dell’equipaggio feriti a bordo, Freddy deciderebbe inspiegabilmente di dirigersi non verso il porto più vicino, Kochi, ma di fare rotta verso sud e tornare a Neendakara, nei pressi di Kollam, dove attracca alle 22:40, pronto a pronunciare la dichiarazione che Capuozzo utilizza come base della sua tesi, alle 23.

Kochi e Kollam distano, in linea d’aria, più o meno 125 km . Un volo di linea sulla tratta Kochi-Kollam impiega 48 minuti ad arrivare a destinazione, mentre lo stesso tragitto viene coperto, via terra, in almeno quattro ore.

La velocità massima di un peschereccio come il St. Anthony, mi dicono, si aggira intorno agli 8 nodi; approssimando per eccesso, equivalenti a 15 km/h. Per raggiungere Kollam partendo dai pressi del porto di Kochi sarebbero state necessarie – approssimiamo – almeno 8 ore, mentre Capuozzo posiziona il St. Anthony nei pressi di Kochi alle 21:30 e, magicamente, ricompare a Kollam un’ora e un quarto dopo.

Se sull’attendibilità del Times of India possiamo avere delle divergenze d’opinione, forse sulla fisica e sulla geografia ci potremmo trovare d’accordo. A fugare ogni accusa al Times of India, ecco qui l’istantanea dell’articolo scattata da WebArchive – archivio delle cache – proprio il 15 febbraio 2012. Il primo commento è di Kalyug (Usa) alle 8:55 pm. (guarda).»

Al momento della redazione di questo pezzo non è ancora pervenuta alcuna replica né da Capuozzo né dai suoi collaboratori, più impegnati a fantasticare sulla “vera” ragione che avrebbe spinto le autorità del Kerala a manipolare i fatti del 15 febbraio.

4. Complotto in Kerala

La narrazione della verità alternativa di Capuozzo, Di Stefano e Tronconi si sviluppa a ritroso: partendo da dati oggettivi impossibili da confutare dalle poltrone di casa propria, ci si inventa degli espedienti narrativi in grado di minare la veridicità dei documenti, uno su tutti il rapporto interno della Marina stilato dall’ammiraglio Alessandro Piroli, che Repubblica in esclusiva ha pubblicato parzialmente la scorsa primavera.

Nel rapporto si specifica che gli esami balistici condotti dalla scientifica indiana alla presenza “silenziosa” di specialisti italiani appartenenti all’Arma dei Carabinieri – i maggiori Luca Flebus e Paolo Fratini – indicano la compatibilità dei proiettili ritrovati sullo scafo e nei corpi dei due pescatori con i fucili in dotazione al nucleo di marò in servizio sulla petroliera: le armi che avrebbero sparato sono contrassegnate con le matricole di altri due fucilieri, Voglino e Andronico.

Limitare l'assunzione a casi di stitichezza occasionale.

Si tratta di un calibro 5,56mm, ma la teoria Di Stefano (basandosi su un’approssimazione di indiscrezioni non confermate) sostiene invece che gli indiani abbiano per le mani un calibro 7,62mm e che i documenti finali della perizia indiana – trasmessi anche sui nostri telegiornali nazionali – sono stati contraffatti, lanciandosi in una suggestiva indagine, sviscerata nel saggio I due marò – Tutto quello che non vi hanno detto, in particolare in questo passaggio illuminante per apprezzare la viralità della versione di Di Stefano:

«La svolta dell’esame balistico viene annunciata su tutti i Tg italiani il 14 aprile 2012. Il Tg1 e il Tg2 mandano in onda anche alcuni stralci della perizia indiana.

Si tratta di un documento ufficiale, una prova definitiva che sarà presa in considerazione dalla Corte chiamata a pronunciarsi sulla colpevolezza o meno dei due sottufficiali italiani. Gli indiani sostengono che i proiettili calibro 5,56 mm ritrovati sul St. Antony e nei corpi dei due pescatori siano stati sparati dalle armi in dotazione al Nucleo di Protezione Marina sequestrate a bordo dell’Enrica Lexie: 6 fucili SC 70/90 e 2 mitragliatrici Minimi, entrambi calibro 5,56 mm. Hanno fatto degli esami in laboratorio, dei test di tiro, sotto gli occhi dei due specialisti dei Carabinieri mandati dall’Italia, e hanno raggiunto conclusioni che negano quelle di Di Stefano.»

Allora il nostro ingegnere che fa? Si collega al sito della Rai, rivede le puntate del telegiornale, fa degli screenshot delle parti in cui vengono trasmessi i documenti della perizia, li analizza e sentenzia: la perizia è contraffatta.

«Nel documento presentato da Tg1 e Tg2 come uno stralcio della “Perizia Balistica” eseguita dalle autorità indiane appaiono evidenti segni di falsificazione dei risultati.

Dette falsificazioni consistono nell’aver modificato, in tempi successivi alla prima stesura, gli elementi che indicano la responsabilità italiana negli omicidi.

Elementi che evidentemente nella prima stesura erano diversi, altrimenti non sarebbe stato necessario modificarli.»

Siamo al delirio di onnipotenza di un’analisi scientifica fatta dal fermo immagine del Tg2 da un tizio che scova indizi e prove ingrandendo i pixel di una fotocopia dal proprio pc di casa, per accusare di falsificazione le autorità di un altro Stato.

Accuse di questo genere, che in un Paese normale sarebbero state ignorate o coperte dalle risate, in Italia diventano invece uno scoop, ripreso da Lorenzo Bianchi sul Quotidiano Nazionale e da Gian Micalessin sul Giornale del 19 aprile.

«Gli indiani la spacciano per la prova regina, la vendono come la pistola fumante capace d’inchiodare i marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. In verità le risultanze della perizia balistica passate ai giornali indiani e documentate il 4 aprile dai servizi del Tg1 e del Tg2 sono un banalissimo falso. Un falso confezionato alterando i risultati di una perizia capace forse di scagionare i nostri due militari. Una bufala data in pasto a giornali e televisioni per minare le certezze dei nostri diplomatici e convincere l’opinione pubblica indiana e italiana della colpevolezza dei nostri militari. A dimostrarlo è l’ingegner Luigi Di Stefano, un perito giudiziario 60enne famoso per aver cercato di far luce sui misteri dell’aereo dell’Itavia abbattuto nei cieli di Ustica.»

«Guardando il documento messo in onda il 4 aprile dal Tg1 e dal Tg2 – spiega a Il Giornale il perito giudiziario – balza immediatamente agli occhi che si tratta di un documento chiaramente contraffatto, realizzato con due macchine da scrivere diverse. In quel documento notiamo delle alterazioni evidenti. Ci sono delle cancellazioni, dei testi sottotraccia e dei timbri che non quadrano. Abbiamo davanti una perizia passata da più mani dopo la sua stesura originale e alterata per dimostrare conclusioni diverse e più favorevoli alla versione sostenuta dalla parte indiana”.»

La versione del proiettile 7,62 viene sbandierata anche nella puntata dello scorso due febbraio di Matrix, programma condotto da Luca Telese, dove si sostiene che il calibro sia in dotazione alla guardia costiera dello Sri Lanka, «impegnata in una lotta a tutto campo contro i pescatori di frodo indiani che spesso sconfinano nelle loro acque». Una panzana grottesca, considerando che le coste del Kerala affacciano ad Ovest mentre lo Sri Lanka si trova a Sud-Est rispetto ad un altro stato indiano, il Tamil Nadu! Gli scontri per le acque di pesca si verificano da anni tra il golfo di Mannar e la baia di Palk, le acque che dividono lo Sri Lanka dal Tamil Nadu. Il Kerala non c’entra nulla.

 Carta geografica politica dell'India

Pochi secondi dopo lo stesso servizio denuncia la “conclusione unilaterale” degli esami balistici indiani, che indicano invece un calibro 5,56, “contestata dall’Italia visto che agli esami non sono stati ammessi gli esperti italiani”. Come visto sopra, si tratta di un falso: gli esperti italiani c’erano e l’Italia non ha mai contestato ufficialmente l’esito della perizia balistica.

C’è spazio anche per la teoria della colpevolezza della petroliera greca dell’Olympic Flair. Insomma, il servizio ricalca tutta la tesi di Di Stefano, e nel resto della puntata, durante il faccia a faccia tra Ignazio La Russa e Nicola Latorre, nessuno contesta alcun punto della ricostruzione.
La mistificazione di Di Stefano, a Matrix è la realtà: gli indiani hanno manipolato il caso.

Luca Telese

Luca Telese

Una manipolazione delle prove di questa portata operata ad ogni livello dalle autorità indiane doveva essere giustificata da un movente eccezionale. Un movente politico, tratteggiato nei dettagli da Stefano Tronconi e ripreso acriticamente da Toni Capuozzo, senza il minimo fact-checking.

5. «Lo hanno fatto perché c’era la campagna elettorale!»

Tronconi collega il chief minister del Kerala Chandy, in quota Indian National Congress (partito di governo presieduto dall’ “italiana” Sonia Gandhi), al ministro nazionale della Difesa A.K. Antony, il predecessore di Chandy nello stato dell’India meridionale.

Chandy, a causa di elezioni imminenti in Kerala, avrebbe chiesto ad Antony di pilotare contro i marò le indagini della polizia del Kerala, così da poter strumentalizzare la vicenda in campagna elettorale. Si profila quindi la tesi del rapimento di Latorre e Girone a fini politici e Antony – parafrasando le parole di Tronconi pronunciate durante la puntata di Mezzi Toni dello scorso 2 febbraio – sarebbe «la vera mente dietro il sequestro».
Anche Capuozzo, nel gioco delle parti di Mezzi Toni, ribadisce che la manipolazione era avvenuta «alla vigilia di elezioni che [Chandy] rischiava di perdere».
Peccato che non abbiano mai detto di quali elezioni si trattasse.

16 settembre 2012. Il sindaco di Cervesina (PV) Daniele Fuso inaugura la nuova sede della Croce Misericordia.

16 settembre 2012. Il sindaco di Cervesina (PV) Daniele Fuso inaugura la nuova sede della Croce Misericordia.

Come ricordato qualche tempo fa sul blog Elefanti a parte ospitato da East:

«Trattasi in realtà di elezioni supplettive della circoscrizione di Piravom, previste per il 17 marzo 2012. In Italia, attraverso il prisma lisergico della nostra stampa, le elezioni locali di una delle 140 circoscrizioni locali che compongono il Kerala si sono trasformate nelle elezioni locali del Kerala, condizione di incertezza politica che ha giustificato, agli occhi del pubblico italiano, il sospetto di manipolazioni della faccenda dei marò a fini elettorali.

Il partito dell’Indian National Congress (Inc), guidato nello Stato meridionale indiano da Oommen Chandy, governa il Kerala dal 2011 e con la storia dei marò italiani non ha mancato di mostrarsi un esecutivo a parole duro e risoluto, capace di fare la voce grossa contro le potenze occidentali per difendere i diritti del popolo. Tema centrale in India, ex colonia britannica dove il revanchismo post-indipendentista è ancora molto forte, specie negli strati sociali disagiati, e in particolare nel Kerala, roccaforte comunista per decenni dove nel 1957, per la prima volta al mondo, fu eletto democraticamente un governo comunista.

Oommen Chandy, a colloquio con De Mistura, il 23 febbraio, si mostra inamovibile. Chandy esclude ogni spazio per eventuali trattative, dopo che nei giorni precedenti ha descritto le azioni dei marò come un “omicidio a sangue freddo”, promettendo al proprio elettorato duri provvedimenti legali.

Le elezioni della circoscrizione le vince l’esponente dell’Inc, che porta a casa 82.756 voti contro i 70.686 dell’avversario del Left Front (l’unione dei partiti comunisti indiani), ma più che per tirare la volata al candidato a Piravom […] le parole di Chandy sono rivolte all’opposizione comunista e,  più in generale, alle opposizioni di governo, pronte a strumentalizzare ogni minimo favoritismo accordato agli italiani dal partito dell’Inc seguendo una strategia, in India, consolidata da anni.»

Secondo Tronconi e Capuozzo, quindi, l’India si sarebbe infilata in una gigantesca diatriba diplomatica… per un seggio vacante nella circoscrizione di Piravom dello stato del Kerala, stato abitato da 33 milioni di persone. L’India ne conta un miliardo e duecentodieci milioni, quindi il Kerala conta poco più del 2% della popolazione. A sua volta, Piravom ha 28.000 abitanti, quindi lo 0,002% della popolazione.
In proporzione, è come se l’Italia si fosse impelagata in una spinosa querelle internazionale per influenzare le elezioni a Cervesina.
Insomma, se nessuno ha mai approfondito il dettaglio delle «elezioni del Kerala», beh, adesso sapete il motivo.

AGGIORNAMENTO DEL 13/02/2014

Un’importante precisazione di Miavaldi sulla questione delle missioni antipirateria.

N.d.R. I commenti a questa inchiesta di Miavaldi – che ringraziamo – saranno attivati 72 ore dopo la pubblicazione, per consentire una lettura ragionata e – nel caso – interventi meditati (ma soprattutto, pertinenti).

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23 commenti su “La gonfia, tumefatta vicenda dei #marò: due anni di fascisteria, patacche e bombe al panzanio

  1. Paura, eh? :-D

  2. Toni Capuozzo e’ anche tra i principali artefici della santificazione di palatucci, altra storia di fascisteria, patacche e bombe al panzanio.

    • beh a Trieste siamo intervenuti diverse volte in materia sul caso palatucci, in relazione al fatto che dagli archivi si scopre un Palatucci sì funzionario di pubblica sicurezza presso la Questura di Fiume dal 1937 al 1944, dove era addetto all’ufficio stranieri ove si occupò dei censimenti dei cittadini ebrei ma proprio sotto la sua reggenza la percentuale di ebrei deportati da Fiume fu tra le più alte d’Italia, insomma Palatucci era un collaborazionista…ma i sordi continuano ad essere sordi… per esempio esiste la via Giovanni Palatucci, ove si trova la Risiera di San Sabba, città, Trieste, tanto per cambiare, dove si continua a fare la cerimonia alla lapide che nelle carceri del Coroneo ricorda la prigionia di Giovanni Palatucci ricordato come ‘giusto tra le nazioni’, ‘servo di Dio’ e ‘medaglia d’oro al merito civile’ per aver salvato la vita a piu’ di 5 mila ebrei… vabbè rischiamo di uscire dal tema… rimaniamo sul caso marò, un caso che è una bomba di interessi economici incredibili ed intanto due poveri pescatori, cazzarola, sono stati uccisi e alla solita “brava gente” non frega un emerito nulla, ovviamente con le dovute eccezioni che per fortuna esistono…

  3. a proposito di come la marina militare sia stata utilizzata per fini “privati” e sempre a proposito del “mutamento di rotta”…per integrazione a questo importante articolo di denuncia segnalo qui un mio precedente intervento del novembre 2013 ma sempre attuale http://xcolpevolex.blogspot.it/2013/11/dopo-il-caso-maro-saranno-le-guardie.html
    dove è utile vedere anche cosa ha condiviso il Reggimento San Marco…

  4. Grazie a Matteo Miavaldi per avermi invitato a commentare questo articolo, e veniamo al punto, come narrazione fila tutto liscio, su questo siamo d’ accordo, ora però togliamo di mezzo i fascisti e il panzanio e veniamo ai fatti, mi chiedo e chiedo a tutti i lettori siamo ormai a due anni dai presunti fatti, e dico presunti in quanto non vi è ancora stato un giudizio in tribunale o formulazioni di accusa, possibile che sia tutto cosi’ come sembra ? oppure vi è da aggiungere che la faccenda è più complessa di quanto appare, in quanto in contemporanea a questo “sequestro” sempre dando per scontato il messaggio inviato dalla capitaneria di porto di Kochi che chiedeva alla Lexie di rientrare in porto per riconoscere presunti pirati catturati dalla stessa ( e quindi cade l’ ipotesi che in india non vi siano pirati ) vi è l’ inchiesta della procura di Busto Arsizio sulle tangenti pagate da Guido Haschke a personaggi legati alla cara Sonia ? qui appare un articolo volto a dichiarare che i “fascistoni” Fucilieri si siano divertiti a far esercitazione con due pescatori come bersaglio, ma caro Matteo perchè non ci racconti dei poveri pescatori che vanno a pescare nelle acque dello Sri Lanka e che vengono falciati a centinaia dalle motovedette di tal paese, inoltre perchè nessuno parla della testimonianza di Noviello ufficiale in seconda della Lexie che dichiara ai microfoni di Radio Capital che la barca che fu dissuasa da avvicinarsi da Latorre e Girone era un altra completamente diversa per forma e colore e inoltre non riportò nessun colpo a bordo ? la stessa è disponibile su you tube, oltretutto sono due anni che la magistratura indiana non riesce a formulare capi d’ accusa validi in tribunale dato che le prove sono molto aleatorie e facilmente smascherabili dalla difesa,ecco perchè si parla tanto di Sua Act che ribalta l’ onere della prova dalla accusa alla difesa,forse si vuole arrivare a una condanna per forza per salvare sia le chiappe del partito della Sonia che in Italia quelle del caro professore Monti, di Passera e di altri occulti poteri forti coinvolti nello scandalo degli elicotteri ? per quanto riguarda Toni Capuozzo sembra che non abbia padri e padroni ma invece è un giornalista di inchiesta molto stimato dai suoi colleghi, ecco spiegato il suo servizio volto alla ricerca della verità e non della spettacolarizzazione dato che sono anni che è sulla cresta dell’ onda, chiunque lo ricorda a Baghad con l’ elmetto in testa durante il primo intervento militare USA, spero che questo mio commento sia l’ occasione per instaurare un dialogo tra persone che la pensano agli opposti nell’ obiettivo di trovare la verità, senza prese di posizione che dividano più che spingere al confronto, grazie ancora per l’ opportunità di commentare, PS se fosse ancora vivo Gerard De Villiers su questa storia avrebbe creato un ennesimo romanzo della famosa collana S.A.S. Malko Linge, il principe Austriaco dagli occhi dorati agente “nero” della CIA e sicuramente ci avrebbe azzeccato sui fini che si vuole nascondere con il processo che non dovrebbe esserci

    • Antonio, se come esordisci tu “come narrazione fila tutto liscio, su questo siamo d’accordo”, allora il resto del tuo intervento risulta abbastanza incomprensibile. Le posizioni (supportate da documenti e una ricerca lunga ormai un anno e mezzo) sono incompatibili con la “teoria del complotto” che tu avanzi. Provo ad affrontare la tua tesi per punti, sottolineando un presupposto cardine: mi occupo di questa storia dall’inizio e non ho mai scritto una sola riga “contro i marò”, non ho mai dato loro dei “fascisti”; fascisti sono quelli che propagano falsità a ripetizione nel tentativo di provare un’innocenza a priori, cercando via via degli escamotage e delle ipotesi inventate (non supportate da prove) per far quadrare il cerchio.

      Il messaggio della capitaneria di porto non è provato, non c’è alcuna registrazione ed è stato negato dalle autorità indiane, tanto che la difesa italiana non ha mai menzionato questo episodio in sede legale. E soprattutto non prova la presenza di pirati, negata da organi ufficiali transnazionali e super partes che vengono citati diffusamente nel pezzo sopra.

      L’inchiesta su Finmeccanica è di molto posteriore al caso Enrica Lexie (arresti compiuti nel febbraio 2013) e, almeno all’inizio delle indagini, non è sicuramente stata un fattore. Ora lo può essere, nel computo generale della diplomazia italo-indiana, ma pensare che le autorità locali del Kerala, un anno prima dello scoppio del caso Elicotteri, fossero al corrente di una diatriba bilaterale tra India e Finmeccanica è un’ipotesi (non provabile) fantascientifica.

      La versione di Noviello alla quale ti riferisci, stando ai documenti, è stata negata dalle rilevazioni radar e dalla perizia balistica indiana. In aggiunta, le dichiarazioni italiane sono state man mano contraddette dagli stessi italiani (un esempio su tutti: all’inizio hanno detto di essere a 30 miglia nautiche, poi si è scoperto che erano a 20,5), quindi tendenzialmente sarebbe bene prenderle con le pinze e incrociarle coi dati, ove possibile.

      I poveri pescatori che vanno a pescare nelle acque dello Sri Lanka, come ripetuto più volte e desumibile dalla cartina geografica in calce all’articolo, non sono del Kerala ma del Tamil Nadu e in questo caso non c’entrano assolutamente nulla.

      Da due anni la magistratura indiana non ha prodotto capi d’accusa per una serie di ritardi burocratici e rinvii richiesti, e accordati, dalla difesa italiana. C’è un iter da seguire che è stato più volte ostacolato dalla reticenza italiana a mantenere la parola data, prima col tira e molla per il ritorno dei marò in India dopo la seconda licenza (grazie a Giulio Terzi), poi opponendosi al ritorno degli altri quattro marò in India per deporre, nonostante impegni presi davanti alle autorità giudiziarie indiane.

      Su Toni Capuozzo non mi esprimo: da mesi gli dico – anche in forma privata – che i suoi consiglieri, le fonti che utilizza per i suoi servizi, sono o in malafede o inattendibili. Spiace che un giornalista di lungo corso come lui presti il suo nome e la sua “autorevolezza” a tesi assurde e indifendibili in qualsiasi redazione che faccia un lavoro minimo di fact-checking, come è stato fatto qui su Giap nell’ultimo anno, con gli esiti di cui sopra.

      L’obiettivo è sempre trovare la verità, o almeno avvicinarsi, ma è un processo che non si può improvvisare, campando in aria ipotesi di comodo: si procede per gradi, si analizzano le carte, le dichiarazioni, il contesto, si chiede agli esperti e si delinea una ricostruzione quanto più verosimile. Cosa che Capuozzo e chi lo consiglia, secondo me, non ha fatto; e i tre articoli pubblicati su Giap lo dimostrano.

      • Buonasera Matteo, grazie della risposta, io vorrei vedere questi benedetti tracciati radar per stabilire la posizione della E. Lexie una volta per tutte, per quanto riguarda la perizia balistica, essa dimostra come qualcosa di strano ci sia, i proiettili repertati trovati dall’ autopsia nei corpi dei pescatori non sono stati sparati dalle armi in dotazione individuale a Latorre e Girone ma ad Andronico e Voglino, io credo che tu sappia che l’ arma in dotazione diventa un tutt’ uno con l’ assegnatario, provo a spiegarmi meglio, l’ arma assegnata diventa peggio dell’ ultima sigaretta dopo il caffè, ovvero diventa un corpo unico con chi la possiede, in occasioni operative la si tiene accanto al letto, la si porta al bagno, quando si pranza la si tiene sul tavolo in modo tale che se serva si possa usare velocemente, inoltre ognuno ha le sue personali caratteristiche in base a cui regola l’ arma stessa, questo per spiegare ai profani che non si prende una a caso quando suona l’ allarme, immagini che confusione non fosse cosi’ ? quindi o chi ha effettuato le prove balistiche si è limitato a vedere un arma usarla due volte, la prima volta per avere i colpi “trovati” nei corpi, la seconda per avere quelli da comparare, e come nel peggior episodio di C.S.I. Kochi non hanno controllato che le matricole delle armi corrispondessero a Latorre e Girone, io sostengo che sotto c’è un immenso complotto a cui ho ipotizzato risposte, ma non ero certo li a fare da testimone oculare e quindi faccio la mia ipotesi che illustro, per la fretta gli incaricati di far combaciare i pezzi hanno fatto una gran confusione da cui non sanno come uscirsene, ecco perchè provare la strada del Sua Act che ribalta l’ onere della prova dall’ accusa alla difesa, inoltre l’ intervento odierno del Ministro Mauro a Rai1 ha finalmente prodotto la parola ” innocenti ” , prevedo che martedi’ la corte suprema se ne uscirà con un altro rinvio poichè non sanno come uscirsene da questo ginepraio in cui si sono cacciati e di conseguenza si finirà con una richiesta di arbitrato internazionale da parte del nostro governo, PS prima o poi ci racconti la storia dei caschi blu indiani stupratori in Congo e di come siano stati processati in india e condannati con pene irrisorie ? grazie

        • Io mi domanderei piuttosto come mai dall’Enrica Lexie abbiamo fatto scendere Latorre e Girone (dopo 4 giorni, dal 15 al 19 febbraio 2012, di cui non sappiamo assolutamente nulla, con la petroliera attraccata a Kochi) se le armi che hanno sparato erano di Andronico e Voglino.

          Sui caschi blu in Congo non c’è nulla da dire, in questa vicenda: i caschi blu, in quanto tali, facevano parte di un contingente Onu in missione; la stessa cosa non si può dire dei marò, che erano in missione per conto dell’Italia senza che lo stato indiano ne fosse messo al corrente (non ci sono accordi bilaterali per azioni antipirateria in acque di dipendenza indiana – da 200 mn, zona economica esclusiva – né l’Enrica Lexie, entrando nella ZEE, ha avvertito le autorità indiane di avere militari armati a bordo). Aspetto sempre che qualcuno mi spieghi come sia fisicamente possibile che il peschereccio St.Antony sia fatto bersaglio di colpi provenienti dall’Olympic Flair nei pressi di Kochi e un’ora e mezza dopo si materializzi al porto di Neendakara – centinaia di km più a sud – senza l’uso (presumiamo) del teletrasporto. Attendo fiducioso.

  5. Ciao a tutti,
    innanzitutto ringrazio Miavaldi per il lavoro fatto, che ha chiarito e smontato tanti fatti e ricostruzioni.

    Ci sono due cose che mi premono: una, il fatto che qualunque sia l’ideale politico che li animi, molti italiani non stanno gradendo il fatto che due compatrioti siano, dopo due anni, ancora senza processo in un paese straniero. Credetemi se vi dico che, come Miavaldi non vuole accusare i marò di essere fascisti, io spero di non essere accusato di essere accusato di avere simpatie fasciste, se sottolineo il senso di schifo e di vergogna nel vedere il modo in cui la vicenda è stata portata avanti da entrambi i paesi. Penso che nessuno meriti di stare così “in bilico”, nonostante l’accusa di omicidio e il fatto che ci siano tante persone che rimangono, nella nostra Italia, in attesa di giudizio per tanto tempo e senza il trattamento di favore che i due marò hanno ricevuto (es. “soggiorno” in guest house piuttosto che traduzione in carcere).

    L’altra cosa che mi preme e che chiedo gentilmente a Miavaldi, è qualche chiarimento sul fattore elezioni e su quello delle tangenti italiane.

    Sul fattore elezioni: come mai all’inizio di questo post scrivi “Il caso Enrica Lexie, dopo due anni, si sta avvicinando alle fasi finali, dopo una serie di rinvii e complicazioni diplomatiche, mistificazioni e propaganda elettorale tanto in India quanto in Italia…” (come a dire: anche gli indiani hanno i loro tornaconti elettorali) e poi nel punto 5 si smonta la questione elettorale?
    Lo chiedo con sincera onestà di ignorante in materia (non ho letto il libro, magari lì ci sono maggiori dettagli), perché questa cosa per cui a fine post si scrive “Insomma, se nessuno ha mai approfondito il dettaglio delle «elezioni del Kerala», beh, adesso sapete il motivo.” viene invece ancora usata e abusata, anche in questi giorni (riporto tre link, i primi due di questa settimana, il terzo più “datato”)

    http://www.asca.it/news-Maro___Latorre%28Pd%29__ora_basta__Vicenda_condizionata_da_elezioni_in_India-1362725.html

    http://www.asianews.it/notizie-it/Il-caso-dei-mar%C3%B2-non-si-risolver%C3%A0-prima-della-elezioni-indiane-in-maggio.-Ma-torneranno-in-Italia-30270.html

    http://temi.repubblica.it/limes/india-italia-lenrica-lexie-i-maro-e-il-colonialismo/32717?printpage=undefined

    Infine il punto sulle tangenti italiane: nella risposta ad Antonio riporti come data quella del febbraio 2013 (data degli arresti) ma l’inchiesta comincia ben prima. Riporto ad esempio questo articolo di Repubblica del 24 Aprile 2012

    http://www.repubblica.it/politica/2012/04/24/news/sugli_elicotteri_finmeccanica_all_india_tangente_di_10_milioni_per_la_lega-33838813/

    Attenzione: non voglio dire che le stesse autorità del Kerala che non hanno capacità di prevedere il futuro di un anno, potrebbero essere state capaci di prevedere quello che sarebbe accaduto due mesi dopo :-) però quando dici che la vicenda Finmeccanica “…almeno all’inizio delle indagini, non è sicuramente stata un fattore. Ora lo può essere, nel computo generale della diplomazia italo-indiana…” potrei avere il sospetto che abbia complicato le cose non le indagini all’inizio ma che abbia, a poca distanza dall’omicidio, fatto precipitare rovinosamente la questione?

    • Sui ritardi sfondi una porta aperta, nel senso che due anni di indagini sono davvero estenuanti, ma i ritardi hanno una spiegazione e un senso. L’India ha un sistema giuridico farraginoso, una burocrazia intricata ed ampollosa, quindi un certo grado di ritardo sarebbe già stato prevedibile in partenza. Su questo occorre aggiungere la spiegazione di alcuni ritardi, dovuti a volte a contrasti tra le diverse anime del governo indiano (ricordiamo che l’accusa in aula rappresenta lo Stato indiano) che premevano per una linea più soft o più intransigente, altre per le strategie messe in atto dalla nostra diplomazia (petizione – sacrosanta – per spostare il procedimento dal livello locale a livello federale, richiesta di libertà condizionata, richiesta di licenze, tira e molla sul rientro dei marò in India la seconda volta, braccio di ferro per non permettere alle autorità indiane – contravvenendo ad impegni presi per iscritto – di avere a disposizione per l’interrogatorio su territorio indiano gli altri quattro componenti del team di marò a bordo della Lexie).
      I ritardi hanno delle ragioni e, credo, non siano per “prendere tempo” per le indagini, come si dice ostentando una sicurezza di innocenza a priori difficilissima da provare pur avendo a disposizione elementi aggiuntivi a quelli pubblici.

      Sul fattore elezioni c’è un’incomprensione di fondo. Chi dice che la vicenda è stata influenzata dalle elezioni in Kerala non sa di che parla o lo sa e racconta solo la parte che gli interessa.

      Apro una parentesi. Nella puntata di ieri di Mezzi Toni, programma condotto da Capuozzo, il giornalista per la prima volta (guarda caso) descrive le precedentemente vaghe “elezioni del Kerala” come “le piccole ma decisive elezioni del Kerala”, spiegando – imbeccato da Tronconi – che il seggio di Piravom fosse quello decisivo per tenere in piedi la maggioranza, visto che Chandy e il Congress avevano 71 seggi su 140; lasciando quindi intendere che se avesse perso le elezioni supplettive sarebbe andato a 70 su 140, quindi non in maggioranza, e avrebbe “perso lo stato”.
      Tra i tantissimi articoli a riguardo trovati su internet, Tehelka (link: http://archive.tehelka.com/story_main52.asp?filename=Ws170312KERALA.asp) indica che poco prima delle elezioni il Congress aveva sì 71 seggi, ma l’opposizione del Left Front ne aveva 67. Come spiegato nel pezzo, Chandy non rischiava assolutamente nulla alla tornata elettorale di Piravom. Chiusa parentesi.

      È invece indubbio che, come scrive Francesca Marino – giornalista esperta di India e autorevole – la nazionalità dei marò sia un fattore, essendo Sonia Gandhi italiana naturalizzata indiana, e quindi il governo non può permettersi di mostrarsi troppo debole o accondiscendente quando ha a che fare con l’Italia. Questa influenza c’è sicuramente e, col passare del tempo, si farà più intensa.

      Su Finmeccanica di certo a livello diplomatico ha pesato e peserà, ma non a livello di indagini, fatte da organi locali che di quello che succede a Delhi non hanno la minima conoscenza, figurarsi, e in tempi precedenti all’esplosione del caso. Le influenze ora politiche sono molte e, banalmente, sono il gioco della diplomazia: l’India mette sul piatto quello, noi mettiamo sul piatto le pressioni europee, le minacce – vuote e strumentali, a mio parere – di far saltare le trattative commerciali tra Ue e India, ritirare soldati da missioni Nato. E rimaniamo negli elementi di pubblico dominio; a porte chiuse chissà cosa si dicono.

      Spero di essere stato esaustivo, grazie per essere intervenuto.

      • Direi che sei stato più che esaustivo e ti ringrazio ancora per le notizie e i dati forniti.

        Aggiungo che questa vicenda può, da una parte, suscitare reazioni più che comprensive: scandalo, vergogna e rabbia per un omicidio, solidarietà verso due persone in attesa di giudizio, alterazione rispetto alle manovre a livello legale e diplomatico da parte dei due stati.

        Dall’altra, purtroppo si riconfermano certi vizi arci-italiani: queste manifestazioni per i due marò diventano l’ennesima occasione per tirare fuori la classica retorica degli “italiani brava gente”, che qui accolgono gli indiani poveri e bisognosi, lì vanno a salvaguardare la pace nel mondo; e queste missioni vengono raccontate con la stessa retorica della “vittoria mutilata”: il nostro “impegno internazionale per la pace” che viene stroncato da “una civiltà barbara”, più di un miliardo di persone vengono, viste come un “unicum” che prima ci frega lavoro e soldi, e adesso vuole insegnarci legge e buone maniere mentre a casa gli stupri sono la regola.

        Che dire…la speranza è che il prima possibile l’opinione pubblica sia cosciente di quanto è vero di questa storia e di come sia stata mistificata da giornalisti e politici per i propri tornaconti. Ma la vedo dura.

  6. Buona sera a tutti
    Ho delle critica da fare all’articolo di Miavaldi, in quanto ritengo che abbia riportato diversi aspetti in maniera seriamente lacunosa, in particolare per quanto riguarda il diritto internazionale, che rimane il grande sconosciuto nella ricostruzione.

    Fornisco le mie critiche non in quanto oggetto di miei studi formali, bensì perché nella mia vita mi è capitato di leggerne qualcosa e di sperimentarne l’applicazione. Non aspettatevi quindi una disamina colta in termini dottrinali, quanto un’esposizione più semplice, basata su esempi.

    Per iniziare, ricordo che il Diritto Pubblico Internazionale governa i rapporti fra stati, accanto all’uso della forza (per quanto l’impiego di quest’ultima stia andando scemando negli ultimi tempi); le fonti di quest’ultimo sono primariamente le consuetudini (o tradizioni, che dir si voglia, vincolanti per tutti, in quanto manifestazione costante di comportamenti ritenuti corretti da tutte le genti) e il diritto pattizio (vincolante innanzitutto fra le parti che sottoscrivono i patti o trattati); nel tempo, peraltro, si è assistito alla prassi di incorporare il diritto pattizio nel diritto consuetudinario, purché sia applicato dalla maggioranza degli stati e delle popolazioni e sia in vigore da lungo tempo – in genere, almeno 50 – 60 anni.

    Questo cappello non è, naturalmente, fine a se stesso ma è necessario per comprendere quanto segue.

    1. Il peccato originale, ovvero: che ci facevano i marò sull’Enrica Lexie?

    Parlare di “peccato originale” (peraltro senza neanche le virgolette, pare di leggere un religioso) è grossolanamente errato, verosimilmente per ignoranza dell’applicazione del diritto internazionale nel tempo.

    Sia le fonti principali del diritto pattizio (UNCLOS e SUA) che il diritto consuetudinario (comodamente condensato nel “Manuale di San Remo sulla legge internazionale applicabile ai conflitti armati in Mare – http://www.icrc.org/applic/ihl/ihl.nsf/Treaty.xsp?documentId=5B310CC97F166BE3C12563F6005E3E09&action=openDocument) ricordano che fra i vari diritti fondamentali degli stati c’è quello all’autodifesa. Autodifesa che può essere messa in pratica sia in termini di prevenzione della minaccia che di protezione intesa quest’ultima come mitigazione delle conseguenze.

    Nel caso del contrasto alla pirateria fuori dalle acque territoriali dei singoli stati, essendo i pirati nemici dell’umanità (traduzione letterale dell’espressione usata legalmente per essi: “hostis humani generis”), trattandosi di nemici, si adottano contro di essi i metodi classici delle guerre, compreso l’impiego della forza, e solo qualora si riesca a prenderli prigionieri si possono applicare ad essi le previsioni del diritto penale interno che recepiscono quanto il diritto internazionale prevede, anziché una comoda prigionia da POW sotto la tutela dello ICRC).

    Per quanto riguarda la prevenzione (fondamentale, in quanto da ogni ruberia, piccola o grande che sia, i pirati ricavano risorse per proseguire la loro opera di prevaricazione), essa si sostanzia nel pattugliamento armato delle acque da parte delle marine militari o guardie costiere che conducono le CD “inchieste di bandiera” sul naviglio che fuori dalle acque territoriali non mostra bandiera o ne mostra una di comodo o l’esecuzione del CD “diritto di visita” su quelle navi che mostrano regolarmente bandiera ma sono sospettate di pirateria, tratta degli schiavi,contrabbando e tentativo di rottura di embarghi. Tutte le attività (eccetto l’ultima) possono essere condotte da navi militari di qualsiasi bandiera su navi appartenenti a qualsiasi altro stato. Il fine di queste visite è, chiaramente, quello di identificare, intercettare, affondare o prendere prigionieri i vascelli impegnati in attività pirata.

    Ovviamente non esiste la sola attività di prevenzione, non fosse altro che i possibili bersagli sono di gran lunga più numerosi delle unità disponibili a loro protezione. Gli stati hanno adottato quindi misure di protezione che sono evolute nel tempo. Le prime prassi hanno visto gli stati affidare ai gentiluomini armatori di navi mercantili un ruolo pubblico, consentendo loro di equipaggiare la nave con armamenti vari al fine di autotutelarsi dalle minacce di pirati e corsari. Con il rafforzarsi degli stati nazionali, la protezione ha preso la forma di elementi delle forze armate assegnate alle navi mercantili a scopo di protezione di queste ultime, come nel caso delle United Staes Navy Armed Guards (http://en.wikipedia.org/wiki/United_States_Navy_Armed_Guard).

    Sulla base di quanto sopra, e ricordando che:
    a. ogni nave (e aereo), anche privata, battente la bandiera di uno stato è posta sotto la sua protezione, sotto la sua giurisdizione e fa parte del suo territorio;
    b. la proprietà privata è un diritto garantito costituzionalmente;
    c. i militari in servizio sono pubblici ufficiali a cui è dovuta assistenza qualora la richiedano per l’effettuazione del proprio servizio;
    d. Che in quanto militari in servizio, di essi dispone solola nazione che li invia e possono essere presi prigionieri sotto le previsioni delle convenzioni di Ginevra del ’49 (di cui l’india è firmataria) e non possono essere incriminati e condannati per atti che costituiscano il proprio dovere a meno che quegli stessi atti non costituiscano uno dei reati previsti durante la condotta della guerra. In aggiunta, il tribunale che li giudica deve essere competente allo scopo e non costituito per l’occasione (competente, in qesto caso, implica che riceva dalla legge che lo istituisce la possibilità di giudicare i reati secondo le leggi di guerra);
    e. che per l’esecuzione di detto servizio sono vincolati a tenere in considerazione esclusivamente ordini, consegne, disposizioni e procedure ad essi fornite;
    f. che per l’esecuzione di detto servizio ricevono la qualifica di agente di polizia giudiziaria (i membri) e di ufficiale di polizia giudiziaria (il capo distaccamento), limitatamente agli eventi di pirateria.

    Si deve necessariamente concludere che la presenza dei militari dei NMP a bordo di imbarcazioni civili è legittima sotto sia le previsioni e le prassi del diritto internazionale che di quelle del diritto interno (vigente a bordo nave, in quanto territorio nazionale). Il fatto è stato riconosciuto (implicitamente) dal governo indiano quando, nei giorni immediatamente successivi all’evento, ha inviato una nota di protesta al governo italiano, ritenendolo pertanto responsabile.

    Tutta la faccenda pertanto ha natura strettamente internazionale, e non mi è chiaro a che titolo il governo dell’Unione dell’India abbia finora costantemente rifiutato qualsiasi offerta volta a risolvere la faccenda tramite uno degli istituti previsti dall’UNCLOS, ovvero tramite arbitrato fra le parti, tramite tribunale internazionale del diritto del mare o tramite corte internazionale di giustizia.

    Ci sarebbe molto altro da aggiungere,ma già tirar giù questo testo mi ha richiesto molto tempo. Se mi sarà possibile, aggiungerò anche altro sugli altri punti dell’articolo di Miavaldi.

    • Spaziale,
      non sono esperto di diritto internazionale e in altri pezzi sparsi per la rete (ad esempio questo: http://china-files.com/it/link/26942/india-la-giurisdizione-dei-maro-spiegata-come-si-deve) ho provato a dare elementi per cercare di capire meglio la posizione indiana.
      La invito a leggersi anche questo articolo del professor Douglas Guilfoyle (link: http://www.ejiltalk.org/shooting-fishermen-mistaken-for-pirates-jurisdiction-immunity-and-state-responsibility/) in cui sostiene la presenza di una giurisdizione concorrente nel caso.

      Non credo questa sia la sede per intavolare una discussione giuridica, tanto che l’ultima parola con ogni probabilità l’avrà un pool di esperti internazionali se si ricorrerà ad un arbitrato: gente senza dubbio più autorevole di me o di lei.

      • NOTA: Le parti quotate sono fra virgolette. Ogni paragrafoè preceduto dalla siglaMM per Miavaldi, SP per me.

        MM:
        “Spaziale,
        non sono esperto di diritto internazionale e in altri pezzi sparsi per la rete (ad esempio questo: http://china-files.com/it/link/26942/india-la-giurisdizione-dei-maro-spiegata-come- si-deve) ho provato a dare elementi per cercare di capire meglio la posizione indiana.”

        SP:
        L’ho letto e l’ho apprezzato. Però trovo comunque inappropriato il titolo, in quanto pretende di fornire la ricostruzione definitiva quando è invece un riepilogo della posizione di una delle parti.

        MM:
        “La invito a leggersi anche questo articolo del professor Douglas Guilfoyle (link:http://www.ejiltalk.org/shooting-fishermen-mistaken-for-pirates-jurisdiction-immunity-and-state-responsibility/) in cui sostiene la presenza di una giurisdizione concorrente nel caso.”

        SP:
        Letto anche questo. Ha il limite di considerare esclusivamente il diritto consuetudinario legato al diritto del mare (che contempla solo civili) e non quello legato al diritto di autodifesa degli stati. Per dirne una, non considera affatto il c.d. “affare Caroline” (http://en.wikipedia.org/wiki/Caroline_affair).

        MM:
        “Non credo questa sia la sede per intavolare una discussione giuridica, tanto che l’ultima parola con ogni probabilità l’avrà un pool di esperti internazionali se si ricorrerà ad un arbitrato: gente senza dubbio più autorevole di me o di lei.”

        SP:
        Ho paura che legga troppo di fretta. Riporto dal mio post originario: “nella mia vita mi è capitato di leggerne qualcosa e di sperimentarne l’applicazione”.

        Intendo dire che, oltre a leggerne i testi di convenzioni internazionali, ho sperimentato come vengano applicati nella pratica. E il tutto, senza averlo studiato in un’università (da qui l’ammissione di mancanza di educazione formale).

    • A me pare che lei abbia semplificato eccessivamente la questione, presupponendo di dirimerla grazie a un semplice ABC del diritto internazionale.

      Ma dimentica una cosa fondamentale:
      è mai successo nella storia che dei militari in forze su una nave civile abbiano sparato e ucciso dei civili di un’altra nazionalità?
      No.

      Quale o quali dei 4 marò sia stato a sparare non lo sappiamo e sarà il tribunale a deciderlo.

      Quello che resta è che si tratta di un fatto senza precedenti, e come tutti i fatti senza precedenti, specie in ambito di diritto internazionale, diventerà esso stesso un precedente.
      Se lei presume che la disamina di Miavaldi sia errata “per ignoranza dell’applicazione del diritto internazionale nel tempo”, allora lei dev’essere un luminare e mi deve spiegare come mai tutte le parti in causa, difesa inclusa, non abbiano la certezza di questi precedenti da lei ostentati.

      Per di più se anche i marò fossero stati sulla Lexie per conto del governo italiano, questo non significherebbe comunque che fossero in missione internazionale. Non lo erano affatto, le missioni internazionali sono un’altra cosa, ne conviene?

      Questo per dire che la sua analisi mi pare costruita sulla sabbia. Mancano le fondamenta.

      L’italia manda in giro i suoi militari su navi civili: è questo il “peccato originale”.
      Vogliamo ammettere o no che la legge che lo permette è una legge assurda, che tra l’altro tutti adesso vorrebbero cambiare?
      Dopodiché uno può trovare tutti i cavilli per scagionare i marò e magari riuscirci pure, ma questo non cambia minimamente la sostanza delle cose.

      Questo è il peccato originale, con o senza virgolette… faccia lei.

      p.s. lei dice: “Il fatto è stato riconosciuto (implicitamente) dal governo indiano quando [..] ha inviato una nota di protesta al governo italiano, ritenendolo pertanto responsabile.”
      Ma certo! Chi dovevano ritenere responsabile? La Peppa Pig?
      Militari o no, la Lexie è una nave italiana. Con chi altro si potevano lamentare se non col governo italiano?

      • NOTA: Le parti quotate sono fra virgolette. Ogni paragrafo è preceduto dalla sigla MM per Miavaldi, SP per me.

        tave 27/02/2014 at 11:21 am

        TV:
        “A me pare che lei abbia semplificato eccessivamente la questione, presupponendo di dirimerla grazie a un semplice ABC del diritto internazionale.
        Ma dimentica una cosa fondamentale:
        è mai successo nella storia che dei militari in forze su una nave civile abbiano sparato e ucciso dei civili di un’altra nazionalità?
        No.”

        SP:
        Il fatto che questa fattispecie non si sia mai presentata in precedenza non implica che non possa essere ricondotta ad un caso esistente. Il caso esistente a cui può essere ricondotta è quello dell’incidente di frontiera, in cui una pattuglia incaricata di sorvegliare un confine osservi attività sospetta oltre frontiera e reagisca col fuoco. L’analogia consiste nel fatto che le murate di entrambe le navi costituiscono la frontiera.

        In casi come quello indicato, la prassi diplomatica è protesta diplomatica dello stato offeso –> risposta dello stato che offende. Nei casi in cui si voglia mantenere i rapporti diplomatici, si procede a chiarire i fatti tramite uno dei mezzi previsti (commissione congiunta, arbitrato, causa presso uno dei tribunali internazionali preposti); definiti i fatti, si valutano le compensazioni e ogni stato procede con le azioni di competenza (tipicamente processo, nel paese da cui è partita l’offesa, risarcimento nel caso della vittima), altrimenti si ricade nella crisi diplomatica o, peggio, nel conflitto.

        TV:
        “Quale o quali dei 4 marò sia stato a sparare non lo sappiamo e sarà il tribunale a deciderlo.”

        SP:
        Il punto di contrasto è proprio questo: quale tribunale se ne deve occupare?
        Sulla base dei precedenti indicati negli altri post, ritengo l’italia abbia giurisdizione esclusiva e mi sento profondamente offeso nonché aggredito dal vedere un diritto nazionale non rispettato.

        TV:
        “Quello che resta è che si tratta di un fatto senza precedenti, e come tutti i fatti senza precedenti, specie in ambito di diritto internazionale, diventerà esso stesso un precedente.
        Se lei presume che la disamina di Miavaldi sia errata “per ignoranza dell’applicazione del diritto internazionale nel tempo”, allora lei dev’essere un luminare e mi deve spiegare come mai tutte le parti in causa, difesa inclusa, non abbiano la certezza di questi precedenti da lei ostentati.”

        SP:
        Onestamente, Miavaldi praticamente ha riportato la sola posizione indiana, che si basa quasi esclusivamente sul diritto interno. Non ha considerato, ad esempio, il “Test Caroline”, relativo al caso riportato nel commento precedente e facilmente rintracciabile su wikipedia, non ha considerato che ai militari in servizio si applicano comunque le norme dello “ius in bello”, continua a sostenere che nelle acque contigue possa valere ancora la giurisdizione dello stato litoraneo, quando questa è limitata esclusivamente a poche fattispecie ben precise, nessuna delle quali applicabile al caso in questione.

        TV:
        “Per di più se anche i marò fossero stati sulla Lexie per conto del governo italiano, questo non significherebbe comunque che fossero in missione internazionale. Non lo erano affatto, le missioni internazionali sono un’altra cosa, ne conviene?”

        SP:
        Tolga il “se”. C’è una legge, i FdM sono in missione per conto della nazione.
        La missione non è internazionale in senso stretto (comunque rientra nella gamma di azioni consentite dal mandato della missione Atalanta”), ma è nazionale. E’ comunque conforme al diritto internazionale applicabile (UN Charter, UNCLOS; Manuale di San Remo, Risoluzioni delle NU).

        TV:
        “Questo per dire che la sua analisi mi pare costruita sulla sabbia. Mancano le fondamenta.”

        SP:
        Cortesemente, se intende criticare, riporti qualcosa. Altrimenti la sua riumane una mera opinione (senza argomenti, basata si “sulla sabbia”.

        TV:
        “L’italia manda in giro i suoi militari su navi civili: è questo il “peccato originale”.”

        SP
        Tutti gli stati hanno il diritto ad esercitare l’autodifesa (Art 51, UN Charter).

        TV:
        “Vogliamo ammettere o no che la legge che lo permette è una legge assurda, che tra l’altro tutti adesso vorrebbero cambiare?”

        Quindi per lei una legge che non fa altro che esercitare un diritto sancito dallo UN Charter è assurdo. Interessante.
        Parimenti, si può affermare che anche l’azione dell’India sia assurda,in quanto sta esercitando il diritto di difesa dei propri interessi.

        TV:
        “Dopodiché uno può trovare tutti i cavilli per scagionare i marò e magari riuscirci pure, ma questo non cambia minimamente la sostanza delle cose.”

        SP:
        BTW, io non intendo scagionarli. Intendo difendere il diritto esclusivo di giudicare le azioni degli agenti mandati anche in mio nome sulla base delle norme e degli ordini dati loro anche in mio nome.
        Per tutto il resto, esistono gli Accordi diplomatici.

        TV:
        “Questo è il peccato originale, con o senza virgolette… faccia lei.”

        SP:
        Di peccati, ritengo sia bene che ne parlino solo i religiosi.

        TV:
        “p.s. lei dice: “Il fatto è stato riconosciuto (implicitamente) dal governo indiano quando [..] ha inviato una nota di protesta al governo italiano, ritenendolo pertanto responsabile.”

        Ma certo! Chi dovevano ritenere responsabile? La Peppa Pig?
        Militari o no, la Lexie è una nave italiana. Con chi altro si potevano lamentare se non col governo italiano?”

        SP:
        La nota di protesta non è una mera lamentela. E’ un atto formale in cui uno stato comunica un’altro di aver ricevuto un torto contro se stesso. E’ suo presupposto che i perpetratori di quest’atto siano o agenti dello stesso o persone sotto la relativa responsabilità.

  7. La mattina del 20/02/2014 Miavaldi ha parlato del caso #Marò a “Tutta la città ne parla”, trasmissione di Radio 3.
    Ecco l’audio della puntata.
    Ecco l’audio della puntata.

  8. Egregio Signor Miavaldi… non pretendo che questo commento venga pubblicato, ma mi auguro che per onestà intellettuale ella ne voglia tener conto. Lei fa presto ad “archiviare” le tesi innocentiste come fantasiose teorie (fasciste) e complottiste… Dopo aver ricordato come sia stato ufficialmente smentito il “sotterfugio” usato dalla Capitaneria per “incastrare” l’Enrica Lexie le è facile porsi la domanda retorica: “Perché mai l’innocente Stato del Kerala dovrebbe ordire un complotto ai danni dell’Italia e dei suoi Militari?”. Il problema però è che la comunicazione della Capitaneria non è una invenzione della “fascisteria” ma è stata riportata da un organo d’informazione indiano (India Today) in margine ad un articolo sulle interferenze della Chiesa nella risoluzione della vicenda. (http://indiatoday.intoday.in/story/fishermen-killing-is-cardinal-alencherry-more-loyal-to-italy-than-kerala/1/175164.html). Dice “India Today”: “HOW THE ITALIANS WERE PICKED UP
    Coast Guard laid a trap for the speeding Italian ship
    The Indian Coast Guard used a ruse to nab the Italian tanker Enrica Lexie within two hours of the February 16 shooting incident. Guards on board the vessel shot the fishermen at around 6.40 p.m.The incident was relayed by the fishing boat to police and Coast Guard authorities even before it reached the harbour.

    The Coast Guard Maritime Rescue Search and Coordination Centre (MRCC) in Mumbai, that responds to all emergencies in the Arabian Sea and Indian Ocean, swung into action.The Coast Guard began tracking all ships in the vicinity that could have fired at the fishermen. They zeroed in on the Italian vessel that was steaming northwards along the Indian coast.

    The Enrica Lexie was asked to report any unusual activity.The captain said he had foiled an attempted act of piracy and that shots were fired. He confirmed he was carrying six armed marines on board.The MRCC asked the captain to turn his ship back to identify the suspected fishing vessel. Once the ship returned to Kochi, it was detained by two Coast Guard patrol vessels.”
    Questo naturalmente non è una dimostrazione che esista un “complotto” ma può rappresentare un valido movente a dar vita ad un “complotto”. Non è proprio inusuale che la Polizia, una volta individuato un “sospettato” durante un’indagine, tenda a “far combaciare” le prove piuttosto che a vagliare altre possibilità… tanto più se gli indizi in base a cui viene poi costruito l’impianto probatorio sono labili. Insomma, se NON fosse stato il fuoco dissuasivo originato dall’Enrica Lexie a colpire a morte i due pescatori, le Autorità del Kerala avrebbero commesso una imperdonabile leggerezza nel NON effettuare alcuna verifica sugli altri natanti presenti in zona, donde la necessità di dimostrare la colpevolezza dei “marò” ad ogni costo. La strumentalizzazione “elettorale” o comunque “politica” della vicenda sarebbe quindi solo una conseguenza, tutto sommato “normale” considerate le origini di Sonia Gandhi e la vicenda “Bofors”. Da tener anche presente che: 1) l’allarme pirati inviato dalla Olympic Flair esiste realmente ma in merito ad esso nulla si sa ed è proprio questa totale assenza di informazioni che induce al sospetto, anche che possa essere stato originato in ritardo rispetto all’ora dell’attacco, una volte che “si fossero calmate le acque”; 2) E’ ben vero che nel 2012 e nel 2013 si registrano ben pochi attacchi di pirati nella ZEE Indiana, ma le cose stanno altrimenti se si considerano i dati 2011 (quindi immediatamente precedenti alla vicenda); 3) La presenza di personale Militare a bordo delle navi civili (teams VPD) è prevista nel quadro della Missione Atalanta (EuNavfor) e, a mio parere, è anche opportuna poiché tale da scoraggiare un “mercato della sicurezza” in mano a Compagnie di mercenari che hanno tutto l’interesse a che il fenomeno della pirateria venga contrastato (da loro stesse) ma non debellato (a questo proposito Lei troverà forse interessante il punto di vista del C.te Ajit Vadakayil http://ajitvadakayil.blogspot.it/2012/06/somalia-pirates-and-khat-leaves-capt.html)… e la seguente considerazione “Apart from the diplomatic drama, what makes this incident extremely important is the repercussions it may have on Private Military and Security Companies (PMSCs). If these two marines are granted State immunity and let go, it could be an encouraging sign to other seagoing nations to support VPDs on their own flagged vessels. If State immunity is denied, and VPDs risk the same liabilities that exist with PMSCs, it could discourage states from continuing to provide VPDs. In the latter case, shipping companies would be left to decide whether to hire PMSCs and take on the liabilities that come with hiring companies in a loosely regulated industry. The stakes are very high as one report valued the PMSC industry for piracy alone at around $1 billion in 2011.” riportata in data 9.03.2012 sul sito http://piracy-law.com/2012/03/09/the-enrica-lexie-incident-private-security-counterpoint/. Tutto quanto sopra per contribuire, nella misura del possibile, ad inquadrare la vicenda nel “reale” contesto in cui si è svolta.

    • Giovanni,
      per comodità riporto sotto alcuni stralci del suo lungo intervento (in corsivo per differenziarli da quello che scriverò io) e provo a rispondere nel merito, per facilitare la lettura a chi verrà.

      #[…] Il problema però è che la comunicazione della Capitaneria non è una invenzione della “fascisteria” ma è stata riportata da un organo d’informazione indiano (India Today) in margine ad un articolo sulle interferenze della Chiesa nella risoluzione della vicenda. (http://indiatoday.intoday.in/story/fishermen-killing-is-cardinal-alencherry-more-loyal-to-italy-than-kerala/1/175164.html). Dice “India Today”: “HOW THE ITALIANS WERE PICKED UP
      Coast Guard laid a trap for the speeding Italian ship
      The Indian Coast Guard used a ruse to nab the Italian tanker Enrica Lexie within two hours of the February 16 shooting incident. Guards on board the vessel shot the fishermen at around 6.40 p.m.The incident was relayed by the fishing boat to police and Coast Guard authorities even before it reached the harbour.

      The Coast Guard Maritime Rescue Search and Coordination Centre (MRCC) in Mumbai, that responds to all emergencies in the Arabian Sea and Indian Ocean, swung into action.The Coast Guard began tracking all ships in the vicinity that could have fired at the fishermen. They zeroed in on the Italian vessel that was steaming northwards along the Indian coast.

      The Enrica Lexie was asked to report any unusual activity.The captain said he had foiled an attempted act of piracy and that shots were fired. He confirmed he was carrying six armed marines on board. The MRCC asked the captain to turn his ship back to identify the suspected fishing vessel. Once the ship returned to Kochi, it was detained by two Coast Guard patrol vessels.”#

      Il fatto che la guardia costiera indiana chieda di tornare a fare rapporto non implica la volontà di complotto. Secondo l’incrocio dei dati satellitari l’Enrica Lexie si trovava sul luogo del crimine al momento del crimine, mi sembra più che naturale che le autorità indiane chiedano ai sospettati di tornare in porto a identificare la nave, essendo la petroliera italiana – per quanto ne sappiamo dai documenti depositati in tribunale e dalla mancanza di documenti depositati in tribunale per scagionare i marò – l’unica imbarcazione sospettabile.

      #Questo naturalmente non è una dimostrazione che esista un “complotto” ma può rappresentare un valido movente a dar vita ad un “complotto”. Non è proprio inusuale che la Polizia, una volta individuato un “sospettato” durante un’indagine, tenda a “far combaciare” le prove piuttosto che a vagliare altre possibilità… tanto più se gli indizi in base a cui viene poi costruito l’impianto probatorio sono labili. #

      Questa è una sua opinione che decide di negare a priori una serie di prove accettate anche dalla difesa italiana, che ho elencato sia nel pezzo sopra che nei pezzi precedenti. E con le opinioni non si fanno i processi. Sulla strumentazione politica e la finta strumentalizzazione elettorale ho già scritto molto, anche nei commenti precedenti, che la prego di rileggersi.

      #[…] Da tener anche presente che: 1) l’allarme pirati inviato dalla Olympic Flair esiste realmente ma in merito ad esso nulla si sa ed è proprio questa totale assenza di informazioni che induce al sospetto, anche che possa essere stato originato in ritardo rispetto all’ora dell’attacco, una volte che “si fossero calmate le acque”#

      Falso, dell’allarme si sa quello che c’è da sapere e a questo proposito la invito, assieme a chi sostiene la colpevolezza dell’Olympic Flair, a spiegarmi come sciogliere questo nodo di natura fisica, già sottoposto al vaglio di Capuozzo e ancora senza risposta.

      «Il vicedirettore del Tg5 sostiene che gli spari contro il peschereccio St. Anthony siano arrivati dalla petroliera greca intorno alle 21:30. L’Olympic Flair, sappiamo dalla denuncia che lei stessa avanza alle autorità intorno alle 22:20, si trovava a poche miglia nautiche dal porto di Kochi: la posizione è confermata dall’International Chamber of Commerce – International Maritime Bureau e dall’International Maritime Organization, che inseriscono l’evento nei propri database (pubblici).
      Il peschereccio doveva quindi trovarsi da quelle parti, per entrare nell’ipotetica traiettoria di tiro dei greci, e ci si troverebbe alle 21:30. Quindi, con due membri dell’equipaggio feriti a bordo, Freddy deciderebbe inspiegabilmente di dirigersi non verso il porto più vicino, Kochi, ma di fare rotta verso sud e tornare a Neendakara, nei pressi di Kollam, dove attracca alle 22:40, pronto a pronunciare la dichiarazione che Capuozzo utilizza come base della sua tesi, alle 23.
      Kochi e Kollam distano, in linea d’aria, più o meno 125 km . Un volo di linea sulla tratta Kochi-Kollam impiega 48 minuti ad arrivare a destinazione, mentre lo stesso tragitto viene coperto, via terra, in almeno quattro ore.
      La velocità massima di un peschereccio come il St. Anthony, mi dicono, si aggira intorno agli 8 nodi; approssimando per eccesso, equivalenti a 15 km/h. Per raggiungere Kollam partendo dai pressi del porto di Kochi sarebbero state necessarie – approssimiamo – almeno 8 ore, mentre Capuozzo posiziona il St. Anthony nei pressi di Kochi alle 21:30 e, magicamente, ricompare a Kollam un’ora e un quarto dopo.
      Se sull’attendibilità del Times of India possiamo avere delle divergenze d’opinione, forse sulla fisica e sulla geografia ci potremmo trovare d’accordo. A fugare ogni accusa al Times of India, ecco qui l’istantanea dell’articolo scattata da WebArchive – archivio delle cache – proprio il 15 febbraio 2012. Il primo commento è di Kalyug (Usa) alle 8:55 pm. (guarda).»

      #2) E’ ben vero che nel 2012 e nel 2013 si registrano ben pochi attacchi di pirati nella ZEE Indiana, ma le cose stanno altrimenti se si considerano i dati 2011 (quindi immediatamente precedenti alla vicenda)#

      Non so di cosa stia parlando. Secondo il resoconto della Live Piracy Map 2011 redatto dall’International Chamber of Commerce in quell’anno al largo del Kerala non si è verificato alcun attacco o tentativo di attacco pirata. Qui il link: http://www.icc-ccs.org/icc/piracy-reporting-centre/live-piracy-map

      #3) La presenza di personale Militare a bordo delle navi civili (teams VPD) è prevista nel quadro della Missione Atalanta (EuNavfor) e, a mio parere, è anche opportuna poiché tale da scoraggiare un “mercato della sicurezza” in mano a Compagnie di mercenari che hanno tutto l’interesse a che il fenomeno della pirateria venga contrastato (da loro stesse) ma non debellato.#

      I marò non erano a bordo della Lexie all’interno del quadro EuNavfor, ma in virtù di una missione italiana della quale l’India non era stata messa al corrente. Inoltre, ribadisco, in Kerala i pirati non ci sono. Il resto sono sempre sue opinioni non supportate da alcun dato.

      #(a questo proposito Lei troverà forse interessante il punto di vista del C.te Ajit Vadakayil http://ajitvadakayil.blogspot.it/2012/06/somalia-pirates-and-khat-leaves-capt.html)#

      Pur riservandomi dubbi sulla lucidità del capitano Ajit Vadakayil – che grazie alla sua grafomania in India si è guadagnato la fama di buffone ultranazionalista e conservatore in cerca di notorietà (link: http://www.firstpost.com/living/open-letter-to-capt-vadakayil-the-man-who-wont-do-his-wifes-laundry-1192201.html ; altroché “uno dei più autorevoli blogger del Kerala”, come scrive l’”esperto” Tronconi sulla sua pagina Facebook), l’intervento è interessante per due motivi: descrive la situazione (vera o presunta) della pirateria in Somalia e poi, di palo in frasca, ci butta dentro i marò, coinvolti in un incidente a migliaia di km dalla Somalia; e, soprattutto, chiosa dicendo: “I am from Kerala and the fishermen who died of bullet wounds are my country cousins. These Italian marines on Enrica Lexie shot and killed by MISTAKE two fishermen. A mistake is a mistake”. Posizione condivisibilissima, reiterata in tempi non sospetti anche dalle nostre istituzioni, con Staffan De Mistura a dichiarare alla stampa indiana che la morte dei pescatori è stato “un incidente non voluto”, “un omicidio colposo”. (link: http://www.thehindu.com/news/national/article3432721.ece)

      #… e la seguente considerazione “Apart from the diplomatic drama, what makes this incident extremely important is the repercussions it may have on Private Military and Security Companies (PMSCs). If these two marines are granted State immunity and let go, it could be an encouraging sign to other seagoing nations to support VPDs on their own flagged vessels. If State immunity is denied, and VPDs risk the same liabilities that exist with PMSCs, it could discourage states from continuing to provide VPDs. In the latter case, shipping companies would be left to decide whether to hire PMSCs and take on the liabilities that come with hiring companies in a loosely regulated industry. The stakes are very high as one report valued the PMSC industry for piracy alone at around $1 billion in 2011.” riportata in data 9.03.2012 sul sito http://piracy-law.com/2012/03/09/the-enrica-lexie-incident-private-security-counterpoint/. Tutto quanto sopra per contribuire, nella misura del possibile, ad inquadrare la vicenda nel “reale” contesto in cui si è svolta.#

      Non vedo cosa c’entri questo con la morte di due pescatori indiani e la ricerca dei responsabili e di giustizia. Vogliamo aggiungere al complotto anche la “lobby dei mercenari”?

  9. […] lo scenario di fondo che va a coniugarsi con la strumentalizzazione della vicenda dei due marò, ponendosi in loro difesa e speculando per l’ennesima volta sull’opinione pubblica. Ma […]

  10. […] e ricercatori abbiamo smontato tutte le teorie di Di Stefano, come si legge nelle accurate ricerche pubblicate nel sito di Wu Ming […]