Rasta Notes. Rivelazione, rivoluzione e reggae (dal cazzo-di-posto-in-cui-stiamo)

Potenza della Trinità I, Leone della Tribù di Giuda

di Wu Ming 5

Nell’estate del 1982 avevo diciassette anni, uno dei punk dell’entourage dei RAF punk divenne mio amico. I dischi erano preziosi e li si prestava solo ai fratelli, e malvolentieri. Anni prima avevo prestato i dischi di krautrock a mio fratello. Lui li aveva lasciati in macchina, al caldo, e si erano imbarcati, alcuni quasi disciolti. Quindi, ero segnato. Ma ad Andy volevo bene. Volevo così bene a quel punk allampanato, altissimo e nervoso che finii per prestargli i dischi di reggae. Veniva da una famiglia operaia. Stava in un cortile simile a un piccolo ghetto per bolognesi poveri. I problemi che viveva erano seri, più seri dei miei.

Passammo quei mesi di estate, la stagione meno punk di tutte, ascoltando per ore e ore e ore quei pochi vinili, cullati e scossi dal basso che rischiava di crepare e sfondare i woofer dei nostri stereo da due lire, galvanizzati dalle sezioni fiati che sembravano chiamare il giorno del giudizio. Allora non c’era marijuana, l’hashish veniva dal Libano. In compenso l’eroina era ovunque, e seguiva come un ombra i tuoi passi, o quelli di un tuo amico, uno di quelli che erano dei tuoi.

Quando si sorpassa una certa soglia anagrafica, si comprende di colpo che il tempo alle spalle non è un fastello d’anni, non costituisce mera storia personale. Si comprende di aver attraversato epoche, temperie diverse. Capisci che hanno avuto un’origine, uno svolgimento, e che poi queste decadono, mutano in qualche cosa d’altro, in un altro stato di cose, in un altro tempo.

A distanza di anni, la prospettiva si approfondisce. Quello che non si era capito perchè impegnati a sopravvivere diventa comprensibile, e a volte te ne sorprende la densità e il peso.

Il reggae, il suono e il senso della musica, è stato uno degli elementi che hanno tenuto lontano molti skinheads della prima ora, a metà degli anni ’80, dalle derive che hanno colpito e segnato lo stile all’interno del quale ho vissuto molti anni. Il Reggae diceva senza mezzi termini che il sistema è sbagliato, al punto da essere perverso e mostruoso. Lo faceva utilizzando chiavi retoriche e soluzioni apparentemente lontane da quelle del punk, la musica che avevamo amato e amavamo e da cui provenivamo. Il reggae dava apertura, intelligenza, conoscenza di problemi come il razzismo, l’organizzazione gerarchica basata sulle gradazioni di colore della pelle che è implicita nell’attuale “equlibrio mondiale”, e questo, per una fazione all’epoca impantanata nella prospettiva della gang di strada, era un modo per non finire fottuti fino in fondo.

Il rapporto tra punk inglese e reggae è noto ed è stato narrato nel dettaglio.
Mancano invece testimonianze di questo rapporto per quanto riguarda il punk italiano, e più in particolare quello bolognese.
L’81-’82, da noi – gli anni finali della fase di passaggio che porterá ai “veri” anni Ottanta – erano per lo più l’epoca dei Crass, dei Discharge, o forse per i più attenti dei Black Flag e dei Circle Jerks, il tempo del punk anarchico e del primo hardcore americano. A Bologna alcuni il reggae lo ascoltavano di già, ed erano quelli che avevano apprezzato lo ska revival di fine ’70, i Madness, gli Specials. Ma non solo.

Nell’estate del 1982 avevo appena comprato i miei primi dischi giamaicani: Burning Spear, Mighty Diamonds, Showcase dei Black Uhuru, forse il loro lavoro migliore, una semplice raccolta di singoli. Quella musica teneva in piedi, dava calore e coraggio.

Per un bel po’ non ascoltai altro, a parte gli amici e compagni di lotta, band come gli Anna Falkss, gli Stalag 17.

Una sera, di fronte al Cassero di porta S.Stefano, uno dei luoghi centrali del punk di quegli anni, ricordo che discutemmo a proposito dei problemi politici che il reggae poneva a chi si diceva anarchico. Giampaolo Giorgetti (oggi Helena Velena), voce dei RAF Punk e personalità di spicco nella scena, aveva le idee molto chiare e come sempre presentava un punto di vista coerente. Metteva in rilievo 1: la connotazione religiosa, il Rastafarianesimo, 2: il conseguente sessismo. Allora il reggae, in genere, non aveva propensione per i testi così detti slackness, che venero in auge qualche anno dopo, e non c’erano liriche derogatorie o offensive nei confronti delle donne. Il problema era ideologico, storico: il patriarcato. Noi credevamo che i Rasta credessero in una religione biblica segnata necessariamente dalla prevalenza della figura del padre, con tutti i problemi che questo comporta nella testa delle persone e nella società.

Quella era anche l’estate dove i primi skinheads bolognesi, quelli della primissima ora, i pionieri, facevano la loro apparizione sulla scena cittadina. Non era un caso, diceva Helena, che tra le musiche di elezione degli skinheads ci fosse proprio il reggae, date le connotazioni che politicamente ritenevamo conservatrici. Ci sfuggiva completamente tutta la tematica anticoloniale, ad esempio, e ritenevamo assurdo che si potesse credere in un dio che è un uomo ed è anche un re, anzi, il Re dei Re. Ignoravamo tutto della situazione politica giamaicana e africana. Poi c’era la questione stilistica: Bob Marley, da noi, lo ascoltavano i fricchettoni.

Le antenne erano ben dritte, in quella fazione minoritaria di inizio anni ottanta. Sentivamo. Presagivamo. Lottavamo. Si era lontani dall’oggi. Fin da allora ritenevamo, io lo ritengo ancora, che nel reggae si nasconda, o meglio si palesi, un punto cruciale. Per ragioni inerenti alla mia storia personale e al mio campo di interessi originario, ho creduto che il punto avesse a che fare con il rapporto tra reggae e sottoculture così dette giovanili, come i punk e gli skinheads. Oggi credo che ci sia un aspetto più centrale, ed è contenuto nel rapporto tra situazione politica, sociale ed economica mondiale e l’esistenza di una forza ideologica che si esprime in modo, appunto, politico e religioso attraverso le dottrine e lo stile di vita rastafari, e di cui il reggae costituisce un lungo commentario che si è espresso con continuità e sorprendente ricchezza nell’arco degli ultimi cinque decenni. Il reggae, in altri termini, è importante, necessario per capire le tensioni che lavorano nel presente, che hanno spesso radici lontanissime, a prescindere da ciò che ne hanno fatto i ragazzi bianchi adottandolo e adattandolo ai loro stili.

Non mi ero mai fermato a pensarci prima. In effetti, nell’arco esistenziale di una sola vita abbiamo potuto assistere alla nascita e ai primi ottant’anni di sviluppo di un movimento che è religione biblica, presa di coscienza politica, arma di resistenza e mito di lotta. Dalle baracche di Kingston e dalle colline di un’isola delle indie occidentali abbiamo veduto un movimento africanista nato nel nuovo continente retroagire come forza culturale viva e vibrante in Africa. La musica che questo movimento, che questo esodo esprime, ancorchè banalizzata e strumentalizzata dal meccanismo industriale e ideologico dell’occidente, ha ancora un cuore pulsante così vasto e preciso da potere funzionare come colonna sonora di resistenza e di consapevolezza. Per chi conosce i codici interni – niente di ermetico o iniziatico, basta solo leggere bene i testi e saperli collocare all’interno di uno stato di cose malato come quello che viviamo – il tema dell’insostenibilità, dell’ingiustizia e della vocazione antiumana del sistema di Babilonia suona singolarmente preveggente, tanto da risultare, in effetti, profetico.

Questo stato di cose, la fase apparentemente trionfale e poi la crisi di Babilonia, è una dinamica che ha preso ad accelerare vorticosamente proprio negli anni della mia formazione all’interno di una fazione minoritaria e profetica come quella dei punk bolognesi. Il mio non è quindi soltanto un “interesse culturale” o un’analisi storica. Preferisco l’imprecisione e la discutibile pregnanza dell’autobiografia alla freddezza o ai rischi colonialistici che un approccio del genere implicherebbe se affrontato da questo luogo del mondo, il cazzo-di-posto dove stiamo.

In questo luogo del mondo, indovinate da dove giungono gli attacchi più scomposti al reggae e ai Rasta. Provate a consultare Nonciclopedia e lo scoprirete. L’approccio è rozzo e ridicolizzante. È che il sistema di segni, l’articolazione delle dottrine e delle prese di posizione delle varie correnti Rasta sembra particolarmente efficace nel portare alla luce la Paura del Negro che è la base psicologica profonda non solo delle varie correnti di supremazia bianca che attraversano il così detto primo mondo, ma anche, a ben guardare, del non detto che innerva l’ideologia dominante del sistema che il Rastafarianesimo chiama Babilonia. Una riflessione sul Rastafarianesimo invece oggi è importante per chi è deciso ad affrontare nodi irrisolti e intricati come il “nostro” passato coloniale. Il caso vuole che si sia nati o almeno cresciuti qui, proprio nel paese che tentò fuori tempo massimo una assurda avventura imperiale ai danni del popolo governato della persona che per i rasta rappresenta la pienezza della divinità, l’uomo vivente che era sul trono d’Etiopia nel 1936, cioè Hailé Selassié I, noto prima dell’incoranazione come Ras Tafari Makonnen.

Per sgombrare il campo dagli equivoci, occorre dire che moltissimi rasta non accettano il termine “religione” per quanto riguarda il loro sistema di valori e credenze e il loro stile di vita. No isim no schism, né “ismo” né scisma: non c’è un’ortodossia, anche i tratti che vengono associati comunemente alla fede Rasta – l’uso sacramentale e meditativo della ganja, i dreadlocks, la divinità di Hailé Selassié – non costituiscono presupposti per un dogma. Si può essere Rasta, a quanto pare, senza fumare marijuana, senza portare i dread e senza credere in senso stretto alla divinità del Leone di Giuda, Re dei Re, Ras Tafari Makonnen. Ma c’è indubbiamente una riflessione di natura religiosa e una posizione teologica e cristologica alla base del modo rastafariano di intendere e condurre l’esistenza.

You can’t hide from Jah. Non c’è un luogo in cui rifugiarsi dallo sguardo del Padre. Azzardo una teoria: il senso di colpa, forse, nacque in seno a religioni nomadi, tendenzialmente orientate verso il monoteismo, praticate da genti circondate da vicini assai potenti e ingombranti. Nacque perciò come dinamica sociale, contrappeso e contraltare all’abuso dei ricchi e dei potenti, o meglio alla loro stessa minacciosa esistenza.

Il reggae dice dunque ai servi dell’oro che niente rimarrà impunito. Se si abbracciasse da qui una prospettiva politica, il che è un passo quasi scontato, occorrerebbe ammonire che chi prova a rendere schiavi gli uomini è destinato a crollare. E poichè una religione militante non crede a una vita dopo la morte, ma è convinta che Dio è vita eterna, non si tratta affatto di predisporre avventure psichiche all’anima dopo la morte fisica, niente sul tipo degli inferni e paradisi cristiani e buddisti. Si tratterebbe di affermare chiaramente che il tempo della Rivelazione è prossimo. Ciò che crolla è Babilonia nel senso della falsità, della mistificazione, della menzogna. L’idea falsa che l’uomo non è uguale all’uomo è il peccato fondamentale di Babilonia, la perversione imperdonabile dei ricchi e dei servi dell’oro, cioè di Mammona.

Il tutto, rapportato all’oggi, potrebbe essere espresso anche così: il denaro nel corso della storia delle generazioni non ha mai governato direttamente, come fa ora, senza bisogno di alcuna giustificazione, facendo uso solo della tautologia e del ragionamento circolare delle innumerevoli armi di cui dispone. L’apparato ideologico di una religione come quella cristiana cattolica è quindi nella fase finale della crisi. È tendenzialmente superflua, e questo potrebbe essere motivo di speranza.

Quella che apparirebbe come ragione politico-filosofica, e cioè che gli uomini sono uguali, è in realtà riflesso della base dottrinale di una religione che si schiera dalla parte del povero, dell’orfano e della vedova. O meglio, poichè siamo materialisti, è vero il contrario: la base dottrinale, in una religione militante, viene eretta sulla constatazione reale dei rapporti di forza, cioè della preponderanza e dello stupro del forte a danno del debole.

[Si aprono nuove questioni. La definizione di uomo, di ciò che è un uomo, ha sempre a che fare con un retroterra bestiale, o meglio con il complesso delle proiezioni che la specie umana riversa sulla figura dell’animale. Questo apre il campo a una ulteriore serie di considerazioni che porterebbero, per ora, troppo lontano. È il modo di intendere la divinitá, e il suo rapporto con l’umano, la questione paradossalmente più prossima da affrontare qui].

È interessante la posizione cristologica che sembra emergere dal discorso complessivo delle varie correnti Rasta. La seconda persona della trinitá, il Figlio, non ha natura divina e umana insieme. Non convivono due nature in una stessa persona. Il Figlio ha una sola natura, quella del Dio-Uomo. È la posizione miafisita, quella della chiesa autocefala d’Etiopia, quella rigettata dal concilio di Calcedonia del (credo) 451 d.C. Questo è gravido di conseguenze. Se c’è un senso sacro della storia, la pienezza del divino è un uomo vivente. Dio è di conseguenza assai lontano dal rappresentare il vertice logico dell'”idolatria metafisica” (è un concetto di Henry Corbin, il grande studioso dell’Islam sciita) a cui si riduce spesso il pensiero sul divino nei monoteismi che conosciamo bene. “Quel” divino così segnato dalla filosofia greca finisce per essere non rappresentabile. In un approccio di teologia negativa alla Meister Eckhart, Dio e il nulla si confondono. Dio per i Rasta è invece anche un uomo vivente, che ha gettato ombra, che ha mangiato e vissuto, fatto di carne e di sangue. Come si può infatti essere fatti a immagine e somiglianza del nulla? Come può un uomo essere nulla?

We all know and we understand Almighty God is a living Man. Questo è portare lo scandalo dell’incarnazione al livello più alto. Per depotenziare il fatto che dio è un uomo, che la pienezza del divino è in un corpo, si è dovuti allontanarlo in regioni metafisiche, in modo da avere una chiesa di esperti che fungesse da intermediaria e da interprete, esegeta e garante della sua parola. Un dispositivo pronto per funzionare da motore ideologico della prevalenza, della violenza dei grandi a danno dei piccoli. Una chiesa che garantisce il dominio del ricco sul povero, in altri termini. Che quindi pospone il giudizio. Nessun ricco entrerà nel Regno dei Cieli, certo. Ma nell’intrepretazione corrente, il Regno dei Cieli non è qui, non è ora. Per un mistico magari, per un contemplativo sì. Ma per chi soffre e muore tutti i giorni fin dalla cacciata dall’Eden, per tutti noi, per la generalità degli uomini e delle donne? Una religione beffarda che sta coi poveri e però allontana indefinitamente il giorno della resa dei conti. Che sta con i poveri, nel senso perverso che la continuazione indefinita della povertà, della mancanza, è condizione stessa della sua esistenza come centro spirituale di una macchina di dominio.

Questa è la radice profonda dell’avversione dei Rasta nei confronti della chiesa di Roma. Quando morì papa Paolo VI, in un’epoca in cui il reggae esprimeva pienamente la sua vocazione militante, comparvero brani con testi celebrativi, come Pope Paul Dead and Gone (Trinity), o Fire fe de Vatican (Max Romeo)…

Questo è anche il motivo per cui molte correnti Rasta non sono affatto avverse all’impegno politico diretto. E anche qui, i testi di molte canzoni Reggae sono un segnale preciso: Socialism Train (Ethiopians)…

We a Socialist (The Youths), Hammer and Sickle (ancora Max Romeo), Natty Socialist (Dilinger)…

La ricchezza di quel movimento, che si ami o meno la musica che esprime, impedisce ogni forma di banalizzazione, rende imprecise letture settoriali, da storico delle religioni o delle sottoculture. Sottolinea ancora una volta l’imprecisione del nostro punto di vista di occidentali bianchi, le letture effettuate indossando occhiali capaci di ridurre ogni fatto del mondo entro stereotipi culturali che nel nostro caso specifico sono aggravati da una posizione ormai marginale, periferica, oltrechè dal razzismo che segna non solo frange minoritarie ideologizzate, ma anche il nostro triste senso comune nazionale.

A mo’ di epilogo, una notizia che testimonia come questa città, Bologna, non sia ancora del tutto normalizzata, cioè non del tutto dormiente. Nell’inverno 2011-2012 si è sviluppata una scena radicale e trasversale attorno ad alcuni giovani dj di ambito skinhead-suedehead e mod. Il reggae, lo ska e il rocksteady sono tornati a rappresentare una realtà sotterranea e contemporanea, capace di intercettare tensioni e bisogni di strati apparentemente lontani dei giovani di questa città. È una scena che unisce kids di quartieri operai, ragazzi del centro storico, studenti, e che nutre ormai di un certo credito anche negli ambienti reggae “ufficiali”. Le serate sono molto partecipate e seguite, e chi è in là negli anni, come me, nota un attitudine contemporanea, ma radicata nel passato di questa città. Non solo ska e quello che viene definito “skinhead reggae”…

…ma anche roots, musica rasta. Di generazione in generazione una fiaccola, a quanto pare, è stata passata di mano. I dischi che furono importanti per noi, da giovani, quel suono, quel battito e quella voce di orgoglio e di lotta hanno trovato nuove orecchie, nuove gambe, e anche nuovi cuori e cervelli. Vedremo se qualcosa nascerà.

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45 commenti su “Rasta Notes. Rivelazione, rivoluzione e reggae (dal cazzo-di-posto-in-cui-stiamo)

  1. Sul rapporto tra punk e reggae a Bologna, e da lì in tutta Italia, credo bisognerebbe ricordare un nome che tu saprai bene, ed è quello di Fabri.

    Io che ci ho parlato una volta sola, nell’estate 2000 in Salento, e l’ho fatto come si parla ad un mito – io che avevo appena avviato la mia reggae crew, molto lontano da Bologna, giusto l’anno prima – e mi ricordo ancora tutti gli aneddoti che mi aveva raccontato, me li sono bevuti, me li tengo stretti.

    Questa storia sarebbe un’altra ascia da disseppellire.
    Se vuoi metterci un altro po’ di nomi, per raccontare quel passaggio, di cui io sono arrivato qualche tempo dopo a cogliere i frutti (nell’82 avevo 10 anni), quello che ho trovato io è che a Firenze il passaggio era incarnato dal Generale, che oggi scrive di musica col suo nome Stefano Bettini, e prima di essere il primo italiano a stampare il suo reggae su vinile cantava in una band HC di cui non ricordo il nome – e poi naturalmente a Milano, nel gruppo originario della “Scala del reggae”, ossia la casa occupata di via Della Pergola (aka Pergola Tribe), le cui menti (e cuori) più pulsanti venivano dal Virus e dalle sue evoluzioni.
    Inoltre alcuni degli originators del Sud Sound System (Treble, GGD…) da me intervistati ai tempi, dichiaravano che il reggae gli era arrivato, ovviamente, dall’Inghilterra e dalla contiguità col punk che ascoltavano prima, contiguità ampiamente documentata e raccontata. Come dire insomma che non è solo cosa di Bologna e del tuo gruppetto di amici: è stato un fenomeno di rilevanza nazionale, e tra l’altro credo sia quello che ha dato al movimento reggae italiano le sue peculiarità, le caratteristiche che nel bene e nel male lo rendono diverso dalle altre (poche) scene europee che possono reggere il confronto per vitalità e seguito.

    Su tutto quello che dici del rastafarianesimo, ci sarebbe da scrivere per giorni. Intanto, è innegabile ancora oggi la presa, il fascino di una religione senza religione, senza “tecnici” a fare da intermediari, su tutti quelli che hanno almeno un po’ di sensibilità da “anima inquieta”: forse non è casuale che una come Sinead O’Connor sia passata da stracciare la foto di Woyjtila in diretta mondiale (gridando “fight the real enemy”!), a fare un disco di cover roots reggae insieme a Burning Spear.

    Secondo me il punto da considerare è, prima di tutto, il fatto che il reggae sia una musica nata e cresciuta *quasi interamente* al servizio di una proposta ideale/ideologica (e credo sia la prima volta in assoluto), che questa musica ha portato dappertutto (e anche da noi) insieme ad una constatazione semplice eppure difficile da vedere come tutto quello che hai davanti agli occhi: you shall fade away. Ho appena visto il film-documentario “Marley” di Temple, dove viene finalmente ben ribadito come centrale l’interesse di Marley a portare la sua musica, più che ai bianchi europei o americani, all’Africa. Essere parte, con questa musica, di un movimento che per la prima volta non parla a “noi” (noi occidente, noi bianchi, seppure anche noi proletariato o come ci vogliamo definire oggi…) ma che noi seguiamo in seconda fila, e un po’ con la sensazione di dover chiedere permesso (e però avendo sempre spazio e riconoscimento, mai rifiuto), per me ha avuto un grande valore di scoperta e di insegnamento.

    Però attenzione: da esponente (seppure ormai di seconda o terza fila…) degli “ambienti reggae ufficiali” come li chiami tu :D e da accanito lettore di Giap, sento anche il bisogno di storicizzare gli esempi che hai portato, se non per te, per chi ci legge. Sono tutti esempi ben situati a fine ’70, quando la “presa” rasta sul reggae e sui giamaicani era al top, e quando soprattutto il partito “di sinistra” PNP di Manley, filocubano e accusato di criptocomunismo, innaffiava i sufferer giamaicani di retorica rivoluzionaria d’importazione (ma non devo spiegarlo all’autore di Havana Glam, ovviamente :D ). Di lì a poco questa vicinanza tra i rasta e Manley (che andava in giro con uno scettro che diceva regalato da Selassie, “the rod of correction”… per dire quanto ci giocasse) si ridimensionò parecchio, visto che anche con il PNP al potere le cose non cambiavano… e anche nella musica certe parole svanirono nel giro di pochi anni.

    La cosa interessante forse è che oltre alle giovani crew, che anche dalle mie parti ripescano a piene mani certa produzione “rasta” anche perchè ne condividono e ne vogliono promuovere almeno alcuni contenuti ideologici (e anche, credo non meno importanti, certe modalità di fruizione di questi contenuti: il soundsystem in mezzo alla gente e non sul palco, le casse autocostruite ecc), dobbiamo raccontare che anche nella produzione della musica reggae ci sono stati momenti di ritorno di questo fervore. Uno è stato quello dei bobo-dreads da metà anni 90, che pur essendo stato seppellito (soprattutto all’interno del… “movimento”) sotto la pesantissima tara dell’omofobia che lo rende materiale praticamente intoccabile senza tirarsi addosso critiche che non ho più voglia di stare a rintuzzare, è partito con pezzi come Fire pon Rome, dove di nuovo ce n’è per il papa ma anche per la politica locale e internazionale, e via invocando fuoco e fiamme purificatrici e prendendosela apertamente con il New World Order, i Mr. Massmedia eccetera. Il secondo sembra timidamente apparire oggi, nelle liriche e nei video (ultimissima novità, nel reggae…) di canzoni come Realest Song dove si vedono abbastanza bene le cose di cui parla la “prayer for the father” che è la canzone, o in produzioni di artisti che esplosi in un (ennesimo) periodo di slackness e forsennatissima musica da ballo e da divertimento, escono con titoli come Reggae Music Again. Sarà una mossa commerciale per i “whities” che stanno a fare ragionamenti sulla portata rivoluzionaria del rastafarianesimo? Forse anche, se conosco un po’ i miei polli. Ma intanto c’è, e come dici tu, vediamo cosa succede.

    Vorrei dire un’ultima cosa sulla slackness che c’era/non c’era ai tempi della musica che hai citato (tesi: c’era eccome, seppure minoritaria) ma questo ci porterebbe troppo lontano quindi lasciamo stare. Ti ringrazio per avermi dato un’occasione per riflettere su come la musica che amo e che da tanti anni è una compagna di vita, sia legata a doppio filo anche con quello che ho in testa e nel cuore. Quasi quasi torna anche a me la voglia di seminarla di nuovo in giro… ;)

    • molto interessante il post. conosco poco il reggae e il rastafarianesimo. Quest’estate in Ghana mi hanno decrittato per la prima volta la simbologia contenuta nei testi – cosa significa “Babylon”, cosa significa “Fire”, etc. Mi ha affascinato la semplicità, l’economicità delle liriche (no aggettivi, solo soggetto-verbo-oggetto) e la circolarità del lessico. La persona che mi ha fatto capire tutto questo è un artista ghanese che si chiama Osagyefo e ho conosciuto per caso in Ghana, ad Accra, quest’estate, mentre filmavo un mare di immondizia da uno scoglio. Questo è il video che ho girato per il primo singolo del primo album di Osagyefo. E’ stata un’occasione per girare nella baraccopoli dove lui e la sua musica sono nate e cresciute. Magari a voi piace. http://www.youtube.com/watch?v=CHN70tdpCFo

  2. Rispondo da Madrid, di corsa, stasera suono coi Nabat, ma mi riprometto di tornare su tutti i temi che hai sottolineato. Il mio e’ l’avvio di una riflessione che sara’ lunga, e alla quale spero che molti, come hai fatto tu, pertecipino lasciando trapelare la passione e la consapevolezza che l’argomento, di per se’, merita. Per ora mi limito a riprendere una delle cose che dici in chiusura. Mi sono accorto, navigando per i vari siti rasta, che le posizioni piu’ religiose, quelle in cerca di una ortodossia vengono spesso da ragazzi bianchi. La fotta dei neoconvertiti? :-)
    Un segno. Uno dei miei migliori amici, un fratello, un rasta, ieri notte e’ partito per l’Etipia, nel suo personale “journey to Addis”. So che mi leggera’ e lo saluto con un caldo abbraccio. Un ricordo che e’ un tributo a dj Fabri, e un saluto punky reggae dalla mia crew in terra di Spagna.

  3. Sono in curiosissima attesa della tua… reprise :)

    Intanto mettiamoci qualche po’ di bibliografia “transmediale” per stimolare altri curiosi e stanare altri contributi :D :

    Horace Campbell: RESISTENZA RASTA, Shake

    (http://www.shake.it/index.php?23&backPID=23&productID=16&detail= )

    (non a caso con intro di XinaMun da Pergola Tribe…)

    l’uscita dell’edizione italiana di questo libro, ai tempi ha avuto un “tour” di presentazione nelle nostre principali piazze reggae, che in alcuni casi (Pergola a Milano di sicuro perchè quella volta c’entravo pure io :D) lo ha associato a questo film-documentario:

    Stephanie Black: LIFE AND DEBT, NewYorker
    (finchè dura il link: http://www.youtube.com/watch?v=e4IxlIftyZU )

    in cui la piccola isola di Giamaica viene raccontata come un esempio delle politiche di globalizzazione del FMI e del loro effetto mortifero – il tutto punteggiato dalla musica e dai reasoning dei rasta che fanno da contrappunto. Tra l’altro la regista (bianca e newyorkese, a dispetto del cognome :) ) l’avevo pure intervistata per la fanzine SILEKSHAN che si produceva in Pergola e poi incontrata alla presentazione del film a CinemAmbiente di Torino…

    Per la musica, al di là della “vulgata” Marley – Tosh – ecc. :

    Lloyd Bradley: BASS CULTURE, Shake

    ma per me soprattutto

    David Katz: SOLID FOUNDATION an oral history of reggae, Bloomsbury

    poi tradotto (non so come e con che esiti, perchè io l’avevo letto in originale – ed è praticamente una intervista a tutti i protagonisti del reggae che al 90% parlano in patois giamaicano…) da Stampa Alternativa / Sconcerto.

    Sempre in ambito musicale, ci sarebbe anche l’immortale film di Ted Bafaloukos, ROCKERS, che a me piace paragonare ai nostri film con Gianni Morandi, Albano e Romina ecc… ma qui recitano Burning Spear, gli Heptones, Jacob Miller, Gregory Isaacs, e si vede anche molto bene quanto i rasta non fossero per niente accettati socialmente… anche perchè, di loro, spesso erano dei bei personaggi “antisociali” :D

    …e poi ce ne sarebbero un paio d’altri, ma forse ci allontaniamo dal cuore del discorso (o forse no… storicizzare e comprendere il contesto is a must!) ->

    Laurie Gunst: BORN FI DEAD, Holt &c 1996, poi Canongate 2003

    se tu ben racconti che l’alternativa era tra musica ed eroina, qui si racconta di quel che c’era nei ghetti giamaicani oltre ai rasta: gang armate fino ai denti, nate come braccio armato dei gruppi politici e poi “scappate di mano” e diventate teste di ponte dello spaccio di cocaina negli USA ecc.

    Norman Stolzoff: WAKE THE TOWN TELL THE PEOPLE, Duke University press 2000

    sul soundsystem e la dancehall, e poi anche

    Carolyn Cooper: SOUNDCLASH Jamaican dancehall culture at large, Palgrave Macmillian 2004

    con delle parti secondo me molto interessanti sul ruolo della donna nel “gioco delle parti” della dancehall.

  4. Articolo fantastico… riesce a riassumere una serie di considerazioni difficili da far emergere nelle valutazioni superficiali del rastafarianesimo e del reggae. In particolare la lezione sul nostro pregiudizio (un po’ coloniale) a sinistra sulla loro religione.
    Mi son sempre chiesto perché la “teologia della liberazione” venisse lodata da ambienti marxisti, mentre ai rasta non venisse riconosciuto lo stesso potere rivoluzionario. Perlomeno dal punto di vista dottrinale il rastafarianesimo è sicuramente più libero dagli effetti delle gerarchie. Anche se l’avere come dio un re, rimane un fattore limitante.
    Su questo mi piacerebbe approfondire: il reggae ha sviscerato la sua potenza ribelle grazie alla religione ma anche liberandosi da essa.
    A me sembra che la parte più religiosa del rastafarianesimo limiti nei fatti la forza di cambiare le cose. E’ vero non hanno un “paradiso” a cui ambire e la Babilonia da sconfiggere è qui e ora, ma rimane la rassegnazione di una volontà esteriore, di una forza mediatrice e liberatrice che è Jah.
    Da materialista vedo le cause, anche storiche, di questo (alcune sottolineate da frost) e mi sarei aspettato che al di fuori del movimento originario si potesse sviluppare soprattutto la parte rivoluzionaria. Invece, ma mi posso sbagliare, mi sembra che i rasta dei paesi occidentali abbiano importato soprattutto la componente rituale e spirituale.

    • Provo una risposta, da appassionato di musica giamaicana che si è interessato soltanto marginalmente di cultura rastafariana. Ho potuto leggere e apprezzare il libro di Horace Campbell; quello che emerge, mi pare, è una visione frastagliata e contraddittoria del movimento rastafariano, nato da Garvey senza alcuna intenzione religiosa in senso stretto (spirituale si, ma religiosa no) all’interno di un più vasto e differenziato movimento panafricanista. Soltanto successivamente sarebbe nato il “culto” per l’unico sovrano africano, proprio in quanto simbolo di resistenza e di orgoglio culturale. In ogni caso il rastafarianesimo non diviene religione istituzionalizzata e gerarchizzata, ma nemmeno un movimento organizzato di massa in senso stretto, come al contrario lo è stato il movimento cattolico emerso attraverso la teologia della liberazione: un movimento di massa, cosciente, con proprie strutture organizzatore e determinati punti di riferimento. Si può dunque comprendere le ben diverse potenzialità rivoluzionarie di quest’ultimo movimento rispetto al rastafarianesimo che diviene col tempo sempre più un modo di essere vissuto individualmente e sempre meno un movimento di massa.
      Oltretutto occorrerebbe riflettere sui numerosi aspetti contraddittori che emergono dal rastafarianesimo, o meglio, dai rastafarianesimi: movimento anticolonialista e progressista ma che continuerà a riconoscere come propria divinità Haile Selassie, sovrano tutt’altro che progressista e punto d’appoggio strategico dell’imperialismo occidentale sul corno d’Africa, rovesciato da una rivoluzione d’ispirazione progressista e marxista.

      • Si sono d’accordo con te. Di fatto la componente di organizzazione massa di un movimento spesso è più utile ad una prospettiva rivoluzionaria della sua componente teorica, perché la prima permane anche nelle situazioni concrete.
        Per non parlare della prospettiva dell’esodo che è tutto il contrario di una rivoluzione, è una diaspora che si arrende allo status quo. Per quanto l’esodo per alcuni potesse essere una metafora, per altri era una prospettiva concreta, e alcuni ci son pure riusciti…
        L’esodo come fine dei problemi, come fine delle lotte dunque. Una soluzione calata dall’alto che di fatto è colonialista, anche se in senso inverso: la dismissione di una “colonia” povera a favore di una terra di provenienza in cui sentirsi a casa.
        Forse è questo che differenzia in parte anche il rastafarianesimo: non sentirsi (a livello teorico) in una terra da migliorare e liberare, ma “ospiti forzati” figli di schiavi e schiavi solo perché in terra straniera; senza riconoscere il carattere di classe interno alla giamaica stessa.

  5. Davvero interessante l’analisi di una concezione teologica che, mi pare, finalmente non attribuisce all’uomo nessuna mancanza, nessun vuoto, nessuna limitatezza originaria ed essenziale.
    Una concezione cioè che non condanna al ‘bisogno’…

  6. @ frost

    Segnalazioni importanti, interessante e divertente il paragone tra “Rockers” e i nostri film dei ’60 e primi ’70 con i cantanti come protagonisti e spesso il titolo della hit del momento come titolo del film.
    Sulla questione della necessità di storicizzare a proposito del coinvolgimento “socialista” di molti artisti giamaicani sono d’accordo con te. Si tratta di una fase connessa a un momento preciso della vita politica dell’isola, ma anche un esito coerente con la storia personale e le convinzioni di molti Rasta. Mutabaruka, ad esempio, si è formato leggendo Malcolm X e Franz Fanon, e non stupisce che il suo approccio al Rastafarianesimo neghi il soprannaturale ed esprima un punto vista politico assai radicale. È stato membro di varie organizzazioni riconducibili al Black Power americano, è stato vicino a Marcus Garvey Jr. ed è diventato Rasta poi, prima con le Twelve Tribes e poi con i Nyabinghi. La sua lettura della Bibbia è molto lucida, nega al testo l’ispirazione divina, afferma che i libri sacri parlano dell’uomo, delle domande che l’uomo si fa su di sè e delle risposte che cerca di darsi. La sua non è una posizione isolata. Insomma, una via “progressista” al Rastafarianesimo è ancora viva e praticata.
    Il video di Dillinger che abbiamo linkato è un montaggio recente che utilizza un testo di moltissimi anni prima e lo lega alla lotta politica e sindacale in Sudafrica. Questo è un esempio di utilizzo non-storicizzato di materiale precedente, che conserva in ambienti precisi- l’Africa, appunto, un valore di mito di lotta. Si tratta in fondo, come dici tu, di tornare a seminare un buon seme.

  7. Mutabaruka (che canta la title track del film LIFE AND DEBT che segnalavo, tra l’altro… ;) ) è una voce molto autorevole, ma non so più quanto influente… soprattutto tra le nuove generazioni sia in Giamaica che nel movimento reggae in generale, ormai molto lontano dal suo stile di dub-poetry sempre molto focalizzata a contenuti “di lotta”, come nel famoso esempio in UK di Linton Kwesi Johnson, o di Benjamin Zephaniah (che come scrittore e poeta ha rifiutato un’onorificienza dalla regina… perchè macchiata dal peso dell’impero coloniale, capito di che gente stiamo parlando!?).

    Una cosa che assolutamente non so e che vorrei approfondire è il peso e l’influenza delle poche (?) e sparpagliate (??) storiche situazioni rasta “organizzate” come le Twelve Tribes of Israel, a cui mi risulta fosse molto legato ad esempio un artista cruciale come Dennis Brown (i primi suoi titoli che mi vengono in mente: Revolution e Declaration of Rights). Qualcosa c’è qui, per approfondire insieme: http://en.wikipedia.org/wiki/Mansions_of_Rastafari

    Qualche anno fa ricordo che si parlava di una forma di mozione, promossa dall’allora (ri-)emergente comunità dei bobo-ashanti, per far riconoscere all’ONU la deportazione degli schiavi dall’Africa come crimine contro l’umanità, e in ogni caso l’UNIA-ACL di Marcus Garvey, espulso dagli USA e riportato nella sua natìa Giamaica negli anni 20, sta nel bene e nel male alla base di ogni organizzazione e rivendicazione pan-africanista e anti-schiavista… e i bobo-ashanti hanno messo Garvey nella loro versione della trinità, insieme a Selassie e… al fondatore dei bobo ashanti prince Emmanuel. Credo che l’adesione ai bobo-ashanti dei più importanti artisti reggae degli ultimi anni indichi che se bisogna cercare nelle situazioni “organizzate”, i rasta col turbante non possono essere ignorati anche perchè, come già dicevo, sono i responsabili del più importante ritorno dei temi di cui stiamo parlando nella musica giamaicana, dalla seconda metà degli anni 90 fino almeno alla metà degli anni 00.

    Ci terrei anche però sempre a sottolineare che non essendo nessuno di questi artisti (nemmeno D. Brown, ovviamente…) un “prete”, la loro produzione abbonda anche di canzoni dedicate alle ragazze, a temi leggeri e “disimpegnati”, così come il Dillinger che hai tirato in ballo, è lo stesso che cantava “Cocaine in my brain” — che (anche per la reazione dei rasta ai tempi, mi risulta…) è stata poi ricantata anche in versione “ortodossa” come Marijuana in my brain: Insomma certi artisti sembrano essere sempre un po’ sul filo della ricerca del consenso “ortodosso”… e quanto ci sono e quanto ci fanno per me continua ad essere una domanda da tenere aperta. In ogni caso come dimostri tu proprio con Dillinger, spesso la musica va oltre le sue intenzioni, quindi continuiamo a fare il tifo per lei ;)

    • @ frost
      Si questa tua ultima parte la dice lunga sul concetto di messaggio. Uno il messaggio lo manda poi sta a chi lo riceve farne ciò che vuole…
      Senza considerare poi le contraddizioni che sono la norma in ogni entità socializzante (come una dancehall). Se poi consideri che i Jamaicani sono l’incarnazione dell’esagerazione, vai a vedere che contraddizioni assurde ti tirano fuori! (Riferito anche ai bobo…)

  8. Ottimo articolo. Anche se per chi non è di Bologna alcuni riferimenti possono non dire nulla.
    Alla lista di artisti che hanno prodotto canzoni “ideologiche” aggiungerei Tappa Zukie con “MPLA” (http://youtu.be/xERqYvctxsY), a sostegno della lotta di liberazione, ideologicamente orientata, del popolo angolano.
    Proprio in questi giorni ho iniziato a leggere il libro di David Katz “Solid Foundation”, dopo aver letto quello di Bradley.
    Oserei un parallelismo con il cristianesimo delle origini, sulla base delle teorie kautskiane. Infatti secondo questa teoria il cristianesimo “comunistico” delle origini si diffuse velocemente poiché si fece espressione delle masse popolari insoddisfatte nell’Impero Romano. Così contemporaneamente alla sua istituzionalizzazione, dovuta ad ritorno ad un’economia “naturale” dell’Impero, il malcontento trovò nelle numerose eresie una nuova forma espressiva. E’ una volgarizzazione, ma mi pare che vada nel senso dell’interpretazione che si dà del rastafarianesimo.
    La svolta della musica giamaicana degli anni ottanta fu conseguenza del riflesso del riflusso. Consentitemi il gioco di parole. Un riflusso prevalente ed egemone, ma non totale, che coinvolse tutto l’occidente. La diffusione della cocaina produsse, ad esempio, un mutamento sostanziale nella musica, con le produzioni digitali e lo svuotamento di contenuti progressisti dai testi.
    Un altro dato va preso in considerazione. La sostanziale e prevalente influenza della musica statunitense. Negli anni ’60 abbiamo testi in stile Motown, dagli anni ’90 le liriche imitano quelle sboccate e violente dei rapper a stelle e strisce.
    Da non dimenticare infine anche quanto l’immaginario legato agli spaghetti western influenzò uno come Lee Scratch Perry, che intitolò infatti un album dei suoi Upsetters “Return of Django”.

    • @ marxistinordest

      È interessante e centrato il riferimento alla diffusione del cristianesimo originario che mi riprometto di approfondire. Certi riferimenti sono criptici per i non bolognesi, me ne rendo conto, ma si tratta di luoghi e nomi in qualche modo già storicizzati. E sentivo la necessità di connettere la riflessione all’autobiografia, a qualcosa che so e che conosco, e che per me è originario.

  9. Bellissimo post. Come premette fa riflette su concetti che quando ci sei nel “mezzo” non stai ad approfondire, li “senti”, ti ci ritrovi e non sai pienamente il perché, ma che solo con il tempo metabolizzi e, grazie a riflessioni come questo post (o a libri come Resistenza Rasta, etc), hai modo di capire con più coscienza.
    Sono contento anche della testimonianza che a Bologna il sottobosco si “muove”, in altre forme e con validi contenuti, vista la deriva della fine anni zero… Si perché la scena reggae (in italia almeno e per come l’ho vissuto io) è ciclica, come un onda: da serate di 40 persone in posti che per farti suonare li dovevi pregare in ginocchio (“voi del reggae puzzate di droga”) alle serate da 2000 persone nei posti occupati prima e nei club dopo. E purtroppo quando è sulla cresta dell’onda che parte la deviazione del “messaggio” (dopo che ti sei fatto il mazzo per diffonderlo il “messaggio”), per l’appunto Babilonia distorce e corrompe (con una buona complicità “interna” devo dire), mentre quando la curva è di nicchia e ricercata (nel senso di voluta non per moda) viene fuori il meglio. Come dire dal suonare Max Romeo in vinile ai vj e serato con Sean Paul… (non sono per niente un detrattore della tecnologia, anzi, ma quando incarna qualcosa che va oltre il concetto di “strumento”…c’è qualcosa che non torna.)

    • d’accordo quasi con tutto… ma non mettiamoci a farla anche qua la polemica vinile vs digitale, se no mi tocca dire che non c’è niente di ricercato nel suonare Max Romeo in vinile (a meno che, certo, non suoni le stampe originali / Pama records etc dei tempi…) invece che da cd o mp3 ;)

      • no no lungi da me e spero che l’uscita finale, fatta per esemplificare quanto detto prima, non devi il concetto che volevo esprimere… infatti ho cercato di precisare malamente nella parentesi.
        Oh! Che per anni ho scaricato mp3 da napster e suonato con i cd masterizzati, mica ce l’avevo i soldi per i vinili (e anche quando mica li trovavi facile i 7″)!
        Non era di certo sul supporto fisico volevo metterla…
        Certo che “casse a terra e non sul palco”, impianto autocostruito e vinile hanno una connotazione che su chi ne fà elemento fondante non può che dimostrare una cosa fatta con coscienza.

  10. Mutabaruka, oggi, è una specie di Rasta preacher presente in molti programmi radio e tv giamaicani. È un polemista assai efficace e divertente, ho l’impressione che la sua influenza sulla società giamaicana sia forse maggiore che in passato. In rete si trovano molti suoi interventi, prese di posizione antiomofobiche e antisessiste. Benjamin Zephaniah ha una rubrica sul Guardian, recentemente ho letto una sua presa di posizione sulla “conversione” di Snoop Dog.
    Il pezzo di Dillinger che citi racconta una storia Newyorchese, dal centro di Babilonia, e non mi sembra affatto celebrare il consumo di coca. “night of fog, a bottle and some coke, that’s the way we spell New York”. Poi, come dici tu, si tratta di artisti che devono campare, e quindi nella loro produzione possono apparire titoli più o meno pregnanti. Il punto più basso di Dillinger, forse, è la novelty song “Funky Punk”, una hit di strada paradossale nella Bologna fine anni ’70. Ricordo di averla sentita svariate volte in radio e in molte discoteche, in quel mondo trascorso.

    • Vero, su Dillinger andavo a memoria, adesso che l’ho risentito… potevo lasciarlo pure stare :D

  11. Hai ragione. Quel pezzo di Dillinger, dell’omonimo album, è contro il consumo di coca. Così come Lee Perry nel suo album “Super Ape” si scagliò contro l’uso di eroina o altre sostanze da iniettarsi per vena (African Blood).
    E a proposito di Dillinger, pur divagando, vorrei ricordare il ruolo centrale delle moto, lo stesso Dillinger dedicò un pezzo alla sua, così Big Youth e proprio in “Rockers” il protagonista si bulla della sua moto nuova.
    Una cosa la vorrei aggiungere però sul rastafarianesimo.
    Ho frequentato per anni il Rototom Sunsplash, curiosando nella tenda dei Rasta ortodossi.
    Ciò mi spinge a fare due considerazioni:
    1. il rastafarianesimo proclama la superiorità della Razza nera e quando vedo rasta bianchi, a meno che non siano albini come Yellowman, un po’ mi fanno sorridere;
    2. continuando il parallelismo con il cristianesimo, non è che il rastafarianesimo ha perso il suo spirito rivoluzionario divenendo una religione come tutte le altre e quindi il classico “oppio dei popoli”?

    • onestamente, rasta – ortodossi – sunsplash sono tre parole che non vanno molto d’accordo secondo me… ;) e sui rasta bianchi io sono perplesso, ma proprio molto molto. La sussunzione del rastafarianesimo probabilmente passa più dalla sua spettacolarizzazione (non caso ci sono millanta canzoni che la stigmatizzano… ultima in ordine di tempo quella di Konshens, Rasta Impostor che le dice proprio tutte tutte), che dal suo essersi “strutturato” in una religione… my 2c, eh.

    • La supremazia della razza nera ha a che fare più con il Rastafarianesimo degli anni ’40 e ’50, a mio modo di vedere. Anche i Bobo Shanti, i “Rasta col turbante”, hanno riveduto molte delle loro posizioni originarie in proposito. Le altre mansion non hanno mai fatto discorsi escludenti. Ho visto di recente un documentario sul Rastafarianesimo in Kenya, e della comunità facevano parte anche bianchi.
      Per diventare oppio, il Rastafarianesimo dovrebbe essere maggioritario e funzionare come un articolazione del sistema di potere, dovrebbe prendere il posto del Vaticano. Non credo accadrà, anche se le derive fondamentaliste ci stanno e come.
      Il punto è che, comunque, di lotta, resistenza, orgoglio e giustizia si sta parlando. Credo che sarà difficile spegnere questi contenuti.

      • quando sento parlare di rasta bianchi, subito mi risuonano le parole delle Pantere e del black power afroamericano: black power for black people – white power for white people – all the power to the people… sono un nodo secondo me (almeno a quanto ne so….) mai chiarito fino in fondo e passibile anche di interpretazioni “tossiche”, come a volte sono state quelle di certi bobo, o meglio di certi artisti almeno esteticamente – esteriormente riconducibili ai bobo. Per quel che vale, un piccolo aneddoto: parlare con rasta giamaicani in inghilterra, di partecipazione dei bianchi ai loro incontri e reasoning mi ha ritornato una reazione di sopportazione, come dire: ok se proprio vuoi vieni pure, però… – insomma c’era la percezione che almeno lì volessero stare “tra di loro”, anche se appunto questo “tra di loro” è tutto da interpretare.

    • Fire Fi De Vatican, indeed. Un attacco psichico in piena regola. Jah rules.

      • Il punto centrale in cui il Rastafarianesimo “religioso” è erede del monoteismo biblico è la forza della parola profetica. La profezia vuole inverarsi… E il papa si dimette. :-)

  12. Ci credo dove vogliono andare senza una colonna sonora degna come la reggae music… hai voglia a fare i giovani con twitter.
    In pratica il papa s’è dimesso per noia.

    • [OT] Maledetto reply, che dopo il log-in mi sbaglio sempre e lui che non mi chiappa la diramazione… era in risposta all’onda psichica. :-) [/OT]

  13. Post molto interessante. Mi vengono in mente un po’ di cose, sparse.
    La prima riguarda una chiacchierata con un altro giapster: il compagno RadioSuburra. Si discuteva di questo post comparso nel progetto – ora in sonno – StrummerToTell: http://www.strummertotell.net/12-il-reggae-tra-i-minatori/. Sintetizzo: Joe Strummer conosce il reggae molto prima dei Clash e anche prima dei 101’ers, la sua band precedente.
    L’incontro avviene nel 1974. Il futuro cantante dei Clash è ancora nel suo periodo fricchettone vive a Newport, città operaia nel mezzo del Galles minerario. A dieci miglia da Newport, verso Cardiff, c’è Tiger Bay, zona portuale ad alta intensità di africani e caraibici. Qui è solito frequentare bettola giamaicana dove si beve birra e si balla in uno scantinato al ritmo dei sound system reggae. Racconterà che i ritmi in levare non gli dicevano nulla, prima di aver ascoltato per una notte intera, a Newport e sotto acido, un disco di Big Youth. Ecco, l’incontro tra i martelli pneumatici delle miniere e il basso del reggae esprime meglio di ogni altra cosa lo spirito, tutt’altro che “essenzialista” con il quale la musica giamaicana non solo è stata recepita in Europa, ma ha conquistato il mondo mescolandosi con tutto quello che incontrava. Il nostro RadioSuburra, nel corso della discussione, ne traeva conclusioni sull’uso corretto della storia orale e sul modo corretto di rapportarsi alle “tradizioni”. Ma magari ce lo spiega meglio lui, se ci legge.
    Oltre ai due pezzi dei Ruts che citate qui sopra, mi viene in mente “Johnny Was” di Bob Marley ma nella versione che ne fanno gli Stiff Little Fingers (https://www.youtube.com/watch?v=5mquLQAiTJU): in quella cover ci ho sempre sentito sia il messaggio pacifista del compositore originale che i rumori della guerra ordinaria di Belfast: i carri armati sull’asfalto dentro la ballata giamaicana. Questo mi sembra il patrimonio postcoloniale (e anticoloniale) del reggae: la sua capacità di *meticciarsi* e apparire riproducibile e rimodulabile, di mettersi sul groppone complessità mantenendo la semplicità di fondo, come forse solo il blues riesce a fare.
    E qui arrivo alla seconda suggestione del post, che consiste principalmente nella vicenda di una band americana: i Bad Brains.
    I Bad Brains venivano da Washington, la capitale amministrativa degli Stati Uniti dove i bianchi sono minoranza e dove già dalla fine dei Settanta c’era una borghesia nera abbastanza radicata. Venivano dal jazz e dal funk, dal quale avevano ereditato la disciplina e la precisione d’esecuzione, ma divennero famosi per avere inventato l’hardcore-punk come lo conosciamo oggi e averlo mescolato al reggae. Dunque, in un posto centrale dal punto di vista geopolitico si palesa quel divenire minoranza dei bianchi anche nel nord del mondo che il reggae ha contribuito ad affermare e che il punk ha, più o meno confusamente, registrato (da “White Man in Hammersmith Palais” o “White Riot” dei Clash, a “Guilty of Being White” dei MinorThreat, peraltro concittadini dei Bad Brains, che esprimono in modo diverso la frustrazione dell’”essere bianchi”). Ciò, si badi bene, non avviene senza contraddizioni, in maniera irenica. I Bad Brains erano accusati di essere omofobi, proprio in quanto rastafariani, e di non rispettare le regole della comunità musicale alla quale appartenevano, cosa molto grave soprattutto nelle culture underground.
    Non voglio fare un compendio del rapporto tra punk e reggae. Voglio solo dire è che se il discorso postcoloniale non consiste nella fine dell’oppressione coloniale, ma nel suo palesarsi nelle metropoli occidentali per via dell’esodo profetico delle migrazioni e dell’impoverimento delle periferie del nord del mondo, allora qui siamo nel cuore di questa condizione. Con tutte le contraddizioni che ne conseguono.

    • Eccomi. Il tema è complicato. Anche perché la mia conoscenza di reggae, musica pop et similia è minima e sicuramente non paragonabile con gli interventi qua sopra. La mia è una vecchia idea ripresa da queste suggestioni sul giovane Strummer fra gli operai, una certa confidenza con i Gang e un interesse, oramai decennale, per la storiografia (e in particolare sulla oral history). Qui accenno solo due brevi riflessioni che, prima o poi spero di riprendere.

      Diciamo che WM1 con “New Thing” è andato nella direzione: “non una Colt, non una Smith & Wesson, non una Luger. Solo un registratore, l’arma della critica”. Queste cose erano all’inizio della “storia orale” in Italia (in particolare Bermani e il giro di “Primo Maggio”). In cui, appunto, operaisti (come Sergio Bologna) incontravano antropologi per smascherare e dare “voce ai senza voce”. Come poi hanno fatto Spivak e company (http://www.mcgill.ca/files/crclaw-discourse/Can_the_subaltern_speak.pdf). Il punto, non solo è la critica alla nozione di subalterno (vedi, ad esempio, Liguori: http://www.criticamarxista.net/articoli/6_2011liguori.pdf), ma anche che fine ha fatto la “oral history” in Italia. Parlo, soprattutto, degli esiti “romani” della stessa: abbiamo avuto il primo “assessore alla memoria” ed era proprio il principale studioso di quella materia. Il suo impatto, sulla politica e la cultura cittadina, è stato deleterio. E su questo andrebbe fatto una prima, lunga RIFLESSIONE, se vogliamo di carattere “politico”.

      La seconda è ANCORA PIU’ METODOLOGICA. E la pongo in maniera brutale. Se quelli che “non hanno voce” NON si sentono NON sarà colpa loro? Il reggae è stata la prima musica nata nel terzo mondo che, grazie alla sua forza, alla sua mistica, è riuscito a fare sentire la voce dei ghetti giamaicani al resto del mondo. I Clash (e il punk in generale) questa cosa l’hanno capita. E, con molto rispetto, non hanno semplicemente ripreso il ritmo o la musica, ma proprio lo stile. In questo (e qui ritorna il Bologna studioso di Bela Bartok) c’è tutta la grandezza e la differenza fra il romanticismo ottocentesco e la “new thing” bartokiana. Se le melodie contadine sono “semplice ispirazione” per tanta musica (la Pastorale di Beethoven!); per Bartok quelle melodie sono prima argomento di studio (con i nastri a cera, prodromi del registratore) e poi materiale musicale da
      “remixare”. Lo stile, insomma; quel qualcosa che proprio wm5, quando era Pedrini, definì attraverso l’analisi del compagno Bruce Lee. Strummer come Bela Bartok? E poi il reggae, senza il punk, che fine avrebbe fatto?
      I temi sono tanti, il tempo è poco, i soldi non ci stanno: la situazione è ideale.

      • è in effetti la condizione di sufferah, il bisogno, che porta a cercare vie per resistere e uscire da quella condizione. La tua chiusura è perfetta.

  14. “È interessante la posizione cristologica che sembra emergere dal discorso complessivo delle varie correnti Rasta. La seconda persona della trinitá, il Figlio, non ha natura divina e umana insieme. Il Figlio ha una sola natura, quella del Dio-Uomo. È la posizione miafisita, quella della chiesa autocefala d’Etiopia, quella rigettata dal concilio di Calcedonia del (credo) 451 d.C. ”

    Scusate ma questo non mi sembra del tutto esatto. Per quanto ricordo dei miei studi sulle chiese orientali la posizione cristologica miafisita – termine derivante dalla nota formula di (mi pare) Apollinare di Laodicea – prevede che la natura di cui si parla abbia ben poco a che vedere con un’idea di Dio-Uomo: essa rispecchia infatti la posizione cristologica che corrisponde allo schema logos/sarx tipico della tradizione alessandrina, in cui è vero che il logos si *mischia* allo strumento di carne (sarx), ma l’unico centro di volontà /decisione /coscienza rimane sempre il logos stesso.
    Va da sé che in un simile schema il concetto di personalità divina preesistente occupi un posto centrale – non a caso, i seguaci del credo miafisita venivano spesso accusati di docetismo.
    Se si vuole parlare di Dio-Uomo, mi sembra che l’impostazione antiochena (schema logos/anthropos), in cui il logos si unisce ad un uomo completo di corpo, anima e intelletto funzioni molto meglio.
    In questo schema cristologico i soggetti sono due – uomo e divinità – e solo il loro accordo permette l’identità di volontà/decisione/coscienza.
    In altre parole nello schema antiocheno uomo e dio hanno un valore grosso modo paritario nell’ambito dell’incarnazione.
    La questione calza a pennello con l’argomento del post – cioè il rastafarianesimo – e non credo sia solo una pippa da teologi o da storici delle religioni, poiché mi sembra che lo schema antiocheno mantenga legami molto più forti con le radici *giudaiche* del cristianesimo, in netta contrapposizione con le riletture grecizzanti – cioè imbevute di logos fino al midollo – così tipiche della tradizione alessandrina e che stanno tra l’altro all’origine di tutte le “teologie negative” della storia cristiana.
    Ora, io non so granché del rastafarianesimo, ma per quel poco che ne so – e come mi pare venga ricordato anche nell’articolo – esso mi pare attingere ad un immaginario e ad un apparato simbolico molto più vicino all’Antico Testamento che alle posizioni delle chiese cristiane, cattoliche o ortodosse che dir si voglia.
    Magari mi sbaglio, però :)

    Un saluto

  15. Rispondo linkando un forum rasta in cui si dibatte esattamente questo punto.

    http://forums.rasta-man.co.uk/smf/index.php?topic=2989.5;wap2

    L’ortodossia etiope, tra l’altro, funziona da polo d’attrazione per molti Rasta. Lo stesso Marley fu battezzato in punto di morte.

    • Ho letto e non so bene che dire, del resto le questioni cristologiche sono materia un attimino complicata.. se si leggono i testi dell’epoca ci si accorge ben presto di quanto in materia di cristologia si dicesse tutto e il contrario di tutto, e spesso e volentieri nello stesso tempo!
      Se poi ci si aggiungono le questioni strettamente linguistiche, cioè la confusione in cui è facile cadere quando si prendono in considerazione parole/concetti come phisis, ousìa, prosopon, logos e ipostasi varie (ciascuno di questi termini già all’epoca aveva una storia lunghissima alle spalle, e anche allora ci si confondeva parecchio nel merito) ben presto ti accorgi di quanto sia difficile mantenere un punto di vista saldamente scientifico sull’argomento.

      Resta il fatto che per l’epoca l’idea del Dio-Uomo, del dio incarnato, rappresentasse in effetti la vera pietra dello scandalo, sia in ambienti giudaici che pagani.

      La chiesa etiope, tra tutte le chiese orientali, è una delle più interessanti: la centralità che nella sua tradizione ricoprono testi come la versione etiope dell’Ascensione di Isaia rappresenta una fondamentale testimonianza di un cristianesimo saldamente ancorato alla visione profetica, piuttosto che al dogma calato dall’alto.
      Dato il contesto, non mi stupisce affatto che Bob Marley si sia fatto battezzare ;)

      Salut

  16. Un testo di Ijahman Levi, Moulding. Lo trovo stranamente intrecciato con il filo di molte nostre riflessioni degli ultimi mesi. Lo condivido volentieri, tra l’altro è davvero letterariamente molto bello.

    The earth need some moulding
    I’m gonna dig and dig some holes in
    And bring forth some fruits, oh Lord
    Trees bearing fruits
    The earth need some moulding
    Arise my sheep if you’re sleeping
    And bring forth your fruits, oh Lord
    Trees bearing fruits
    Trees bearing fruits

    Said I know of a place rich and silent
    With these lots of word for each and everyone
    To be done, it’s no fun
    Bring forth your potions sistrens and bredrens
    I believe that heaven’s now come
    Let’s not tore he, ’cause her hurt is ready
    Something has got to be done

    I said the earth need some moulding
    I’m gonna dig and dig some holes in
    And bring forth some fruits, oh Lord
    Trees bearing fruits
    The earth need some moulding
    Let’s bring forth some fruits, oh Lord
    Trees bearing fruits

    Said I’m planting some seeds with the singers
    Still a chance speak louder than words
    To all players of instruments
    That only for desire the talent is given
    Responsability we must carry
    Help those who cannot help themselves
    To build in solid foundation

    I said the earth need some moulding
    I’m gonna dig and dig some holes in
    And bring forth some fruits, oh Lord
    Trees bearing fruits
    I said the earth need some moulding
    I’m sending out the warning
    Just laugh the rainbow
    The cover not that show…

    Oh moulding…
    Oh moulding…
    Oh moulding…
    Seed sowing…

  17. Molto contento di questa riflessione, e anche del fatto che poi qualcuno mi abbia tirato in ballo. Sarebbe opportuno farla sviluppare in più modi anche perché vi sono molti aspetti che richiederebbero una riflessione più approfondita. Ne annoto qualcuno: la relazione fra punk e reggae in Italia nei primi ottanta va analizzata a seconda delle sue caratteristiche locali, non bisogna dimenticare che vi erano luoghi come Bari dove le prime occupazioni (La Giungla e si parla dell’83/84 o giù di li) furono portare avanti da una stretta collaborazione fra punk e scena reggae e non bisogna ignorare che almeno a firenze la scena reggae nasce in pratica da quella punk. a bologna l’ortodossia crassiana/rafpunkiana (lo dico con amicizia non con plolemica) aveva dato senz’altro una certa caratterizzazione alla cosa ma così non era altrove. Vero anche del resto che la scena reggae di allora era senz’altro più interessata a tutti gli aspetti della cultura rasta (religione ma anche alimentazione …) e che questi erano in primo piano sulle fanzine dell’epoca. Come ho detto tutte cose che andrebbero analizzate a fondo: se vogliamo farlo io sono disponibile (a dire il vero in qualche modo lo sto già facendo, vedi i contributi agli ultimi tre numeri di Rasta Snob con interviste a “vecchi nomi” della prima swcena reggae: Ras Dedo di Catania, Papa Leo di Firenze, Mimmo pizzutilo di bari …): Altro punto è la relazione fra religione e musica giamaicana e anche qui all’epoca si era molto influenzati (condizionati?) da una prospettiva inglese dove rastafarianesimo e rivolta (vedi i celebri scontri a Notting Hill e tutto il resto) andavano di pari passo .. una prospettiva molto ben chiarita da Hebdige in Subculture The Meaning of Style scritto nel ’79 a ridosso dei cruciali eventi del ’77, … ma non è poi così vero che le cose in Giamaica stessero allo stesso modo … la tradizione più propriamente dancehall con tutto lo slackness che ne fa parte era viva eccome, visto che lo è sempre stata e il dj style ha sempre parlato più volentieri di fica o di clash fra sound che di temi più conscious (anche se poi il tema conscius emerge ..) insomma se decidiamo di approfondire questi temi e di farne qualcosa di interessante contate su di me! Nelfrattempo vi posto il video di questo mio pezzo che, se non altro, è abbastanza chiaro su quale sia la mia prospettiva personale Irie! IL Generale

    http://youtu.be/KqKRAMeN0BQ

    • welcome dada :)

      personalmente non mi stanco mai di sentire testimonianze degli originators italiani, quindi son contento di leggerti anche qua.

  18. Bella discussione. Sono Papa Leo di Firenze e visto che il Generale mi ha citato dirò qualcosa su come abbiamo percepito il reggae all’inizio.
    Fa bene il Gene a dire che in ogni città la scena era diversa. Bari, ma anche Roma con la gente di Radio Onda Rossa, poi in Liguria, nel Veneto… Personalmente provenivo dall’esperienza del movimento del ’77 e delle controculture giovanili. Insieme al Generale eravamo coinvolti nella scena punk. Nell’estate dell’81 facemmo un viaggio a Londra, proprio durante i grandi riot nei quartieri giamaicani. Rimasi affascinato dallo stile dei rude boys e dalla loro musica. In un certo senso ci identificavamo. In Italia a quel tempo non c’erano comunità nere né immigrati. Se non ricordo male un gruppo hardcore come i Cheetah Chrome Motherfuckers di Pisa cantavano: “We are the real niggers”….Le mie preferenze andavano al reggae metropolitano e al dub, mi piacevano Mickey Dread, Prince Far I, Linton Kwesi Johnson e i Black Uhuru con Sly e Robbie. Poi vennero i Bad Brains, la loro tape la consumai letteralmente…
    Ma la cosa più importante fu che il reggae ci aprì, ci fece superare, in qualche maniera, una visione nichilista del tipo: “siamo punk, siamo disperati e non ci frega un cazzo di niente”, “noi contro il resto del mondo”, “No Future”….
    Si iniziava a dire:“positve vibes”…”cool”… “easy”…
    Lentamente acquisimmo un’altra percezione del corpo.
    Conobbi persone che erano arrivate al reggae per altre strade: viaggi nel sud del mondo, culture freak- hippie. Conobbi il roots e la dance hall. Mettemmo su una posse di DJ. Facevamo serate in ambienti punk, nei posti occupati, ma anche in discoteche…
    Incontrammo la DJ culture. Iniziammo ad ascoltare il rap, il funky…. eravamo interessati a tutte le culture della diaspora africana. Guardavamo i film, The Harder They Come, la vecchia Blaxploitation, poi i film sul rap, era l’epoca di Wild Style. Ci piacevano graffiti, break dance… insomma la street culture.
    Anche la religione fu importante. Iniziammo a confrontarci con altri modi di pensare, ad esplorare culture subalterne di resistenza che spesso si proclamavano orgogliosamente religiose.
    Superammo la vecchia visione: “con le budella dell’ultimo prete impiccheremo l’ultimo re”.
    Scoprimmo che c’erano dei posti nel mondo dove la religione era resistenza e che per lungo tempo anche in Europa era stato così. Scoprimmo anche tutte le contraddizioni, la slackness, il maschilismo, l’omofobia… ci confrontammo anche con le nostre di contraddizioni. Leggevamo Malcom X, Eldrige Cleaver e Huey Newton e iniziammo a capire la schiavitù, il ghetto, gli esseri umani ridotti a cose….
    Poi c’erano, nella cultura rasta, dei temi che attraversavano anche le controculture giovanili italiane, l’alimentazione sana, l’ecologia, la spiritualità. Leaving Babylon… e magari qualcuno andava a vivere in un casolare sull’Appennino…
    Fu sotto l’influenza dei testi reggae (Natty Kung Fu…) che iniziammo a frequentare palestre di arti marziali ed a interessarci di spiritualità orientale.
    Insomma l’incontro con il reggae fu un inizio…. mi piacerebbe, come ha già detto il Gene, che anche questa discussione fosse un inizio…
    Per concludere voglio consigliarvi un link, che forse c’entra solo marginalmente, o forse no… sicuramente c’entra con la cultura afroamericana, è una bella recensione dell’ultimo film di Tarantino fatta da Miguel Mellino:
    http://www.uninomade.org/django-o-arte-postcoloniale-di-tarantino/

  19. ottimi gli ultimi contributi e anche molto graditi. Nel nostro piccolo, siamo già riusciti a parlare e a scambiare idee su uno spettro vastissimo di argomenti. Ricostruire la nascita della scena qui “da noi” è un buon compito, che credo collettivamente si potrebbe tentare. Credo ne varrebbe la pena.

  20. Dimenticavo un’altra piccola segnalazione che però mi sembra proprio in linea con la piega che sta prendendo la discussione: a me ha molto “risuonato” (per dirla in linguaggio tecnico giappiano :D) la lettura di

    Russell Banks, LA LEGGE DI BONE, Einaudi

    è la storia di un giovane punk 15enne negli USA degli anni 90, che dà una svolta alla sua parabola no-future incontrando un rasta homeless e seguendolo in Giamaica, per accorgersi che però non è tutto oro quello che luccica…

    …e per un po’ di tempo ho fantasticato sul fare una cosa del genere ambientata “da noi”…

  21. Articolo come al solito ottimo, ma c’è una cosa parecchio fuorviante quando si parla di “paradisi cristiani e buddisti”, che come minimo rischia di far passare per generali delle peculiarità delle religioni giudaico-cristiane e come massimo può suonare un po’ come “centravanti nel calcio e nella staffetta”.

    Benchè ci siano varie interpretazioni e ancor più scuole di pensiero e rielaborazioni apocrife (qualche settimana fa ho letto perfino dell’esistenza di una sorta di culto sincretico che ha Steve Jobs tra le sue divinità), è bene notare che tra gli insegnamenti di Buddha c’è l’esplicito rifiuto di speculazioni metafisiche inutili *in particolare* sull’esistenza di un’anima immortale o la possibilità una vita eterna del “sè” (ammesso che questo esista).

    “Inutili” perchè inutili al raggiungimento della serenità *qui ed ora*, per noi stessi e per gli altri esseri viventi, come del resto è giudicato inutile l’ascetismo gratuito, l’autopunizione o un sacco di altre cose che in un’ottica occidentale/cristiana diamo per scontate e che in genere derivano dall’idea che “se facciamo i bravi bravi Dio Padre ci farà giocare in paradiso”.

    Si insegna invece l’illusorietà e l’impermanenza di ogni cosa, soggetta a un ciclo di morte e rinascita in cui nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto cambia: all’interno della nostra stessa vita abbiamo “più” vite demarcate da vari eventi di transizione/traumatici; siamo persone diverse da come eravamo dieci anni fa e saremo diversi fra dieci anni.

    …e non è del resto quello che dicevi tu all’inizio del post?

    http://en.wikipedia.org/wiki/Anatta#Overview
    http://en.wikipedia.org/wiki/Fourteen_unanswerable_questions

  22. Ho condiviso alcuni estratti di questo post, che reputo essenziale, sul mio blog: http://palm-wine.blogspot.it/2013/03/rasta-notes-il-giorno-prima.html

    La volontà è quella di accendere interesse su un progetto che Invernomuto, gruppo artistico di cui faccio parte (http://www.invernomuto.info) sta portando avanti in questo momento, intitolato Negus.

    La seconda versione filmica dell’opera verrà realizzata domani e vedrà la partecipazione di Lee Scratch Perry. Per info approfondite sul progetto ed eventualmente aiutarci nella campagna di crowdfunding vedete qui: http://igg.me/at/Negus/x/2463807

    Mi auguro il progetto possa interessarvi e aiutare il dibattito.

    • Fantastico, adesso mi leggo tutto.

      Visto che vi chiamate Invernomuto, in automatico fate scattare nella mia testa una lucina che mi spinge a scrivere un’ennesima “risonanza”, nonostante sia tutto a memoria e quindi rischi di scrivere anche cazzate:

      dentro a Neuromante, il romanzo di Gibson che “fonda il genere cyberpunk” (…), l’incursione hacker che è il cuore del romanzo viene condotta da dentro una nave spaziale che è una comunità rasta autonoma (si chiama Babylon Rocker… o qualcosa del genere), dove si suona dub a manetta e si fuma ganja a mazzi, rifiutando di connettersi alla rete, che è “Babilonia” eccetera eccetera.